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venerdì 29 gennaio 2016

Il vizio manicheo

Dilaga la tentazione di ridurre ogni conflitto a una battaglia della luce contro le tenebre. Ma il mondo non assomiglia a «Star Wars», per capirlo è molto più utile l’«Iliade»
L’attualità di Omero, che non esalta la forza vittoriosa ma la comprensione, anche tra nemici, di fronte alla sventura
Mauro Bonazzi, “Corriere della Sera – La Lettura”,  10 gennaio 2016
Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono quindi legittimati a imporre il proprio volere con grande prepotenza Ma l’esito è sempre diverso dalle attese e sui protagonisti ricadono conseguenze dolorose Di fronte al gesto di Priamo che lo supplica perché gli restituisca il cadavere di Ettore, anche Achille, che era una furia devastatrice, raggiunge una nuova consapevolezza e impara finalmente ad accettare la sua condizione di essere mortale
Che la forza sia con te. Il lato oscuro e la potenza della luce. Devi affrontare le tenebre dentro di te, risvegliare la coscienza delle particelle di luce che si nascondono nel buio: solo così t’incamminerai sulla via della salvezza e della vittoria. Star Wars, penserà qualcuno. In realtà è il manicheismo, una religione fiorita al tempo dell’Impero romano, che concepiva tutta la realtà come lotta perenne tra i due principi opposti del bene e del male, dello spirito e della materia. È uno schema di pensiero più diffuso di quanto si pensi. Il mondo che ci circonda è complesso, così enigmatico da risultare a volte incomprensibile. Dividere tra il bene e il male, la luce e il buio, è una tentazione allettante, la soluzione a tante incertezze. Funziona bene in politica, dove sempre di più l’opposizione è tra i buoni e i cattivi, i corrotti (gli altri, molti) e gli onesti (noi, pochi). L’America ha bisogno di un John Wayne, ha appena tuonato Donald Trump. Arrivano i nostri, i cattivi sono avvertiti. Anche in Italia di programmi e idee si parla sempre meno, l’imperativo è la purezza. Il potere oscuro della corruzione imperversa, tutto sta per crollare, troppi hanno già ceduto; ma se resisterai al fascino delle tenebre, conservando incontaminata dentro di te la purezza, non tutto sarà perduto. La casta colpisce ancora: che la forza sia con te.

Sulla forza, sul bene e sul male, gli eterni problemi dell’esistenza umana, riflettevano anche Simone Weil e Rachel Bespaloff nel 1941, mentre intorno dilagavano le armate naziste — quelle vere, ben più tenebrose delle loro imitazioni cinematografiche. Lo facevano leggendo e rileggendo un vecchio poema, che raccontava di una guerra fra i Greci e i Troiani, e di un combattimento tra due eroi, Ettore e Achille. L’Iliade. Storie lontane, ma in realtà attualissime, perché la guerra, la violenza, la forza sono una presenza ricorrente nel mondo degli uomini. Niente di nuovo sotto il sole, rispetto al futuro remoto di Star Wars: che il mondo degli uomini giri intorno alla forza lo aveva già spiegato Omero. Ma i suoi canti resistono alle semplificazioni del «noi contro loro» che tanta fortuna hanno oggi; svelano una realtà diversa nelle cose umane, più complicata, meno rassicurante ma forse più vera.
Perché in Omero c’è la forza, ma nessuna fascinazione. Non c’è niente da risvegliare, solo l’illusione di chi crede di saper controllare la forza e inevitabilmente ne viene travolto. Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono legittimati a imporre il proprio volere. Ma l’esito è sempre diverso dalle attese, le conseguenze dolorose. Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; Achille che, per umiliare Agamennone, causa la morte del suo più caro amico; Patroclo e Ettore che non si sanno fermare al momento giusto e pagano con la vita. La forza inebria chi crede di possederla, ma nessuno la possiede veramente. «Ares, la guerra, è imparziale, e uccide chi ha ucciso». Vincitori e vinti si assomigliano. La forza è un’illusione.

È una vicenda nota, che si ripeterà continuamente nella storia umana. Omero la canta con infinita pietà e partecipazione. Fa bene, perché questi eroi sempre eccessivi — che mangiano come cinghiali, uccidono spietatamente, piangono come fontane, litigano come bambini, dominano su eserciti immensi — sono come noi: come noi affrontano situazioni difficili, si preoccupano per i propri cari, s’indignano per le ingiustizie. Greci o Troiani, sono uomini che soffrono e combattono: a volte vincono e a volte perdono, inseguendo le loro passioni, esposti alle contraddizioni dell’esistenza. Sbagliano perché vivono. L’Iliade o il poema della forza (questo il titolo del saggio di Simone Weil). Ma anche una meditazione su quell’impasto di grandezza e miseria che è l’uomo.

Così, senza giudicare, Omero impartisce la sua lezione. Ragioni e interessi, desideri e idee si mischiano continuamente, fino a diventare indistinguibili. Achille e Agamennone avevano entrambi ragione e entrambi torto. La tentazione, fin troppo umana, è quella di arroccarsi nelle proprie convinzioni, scegliendo la via dello scontro. Ma la forza non risolve niente, è un potere che inebria e perde. Organizzare la realtà nei termini di un’opposizione manichea tra la luce e le tenebre non serve a chiarirne la complessità; quasi mai distinguere tra i buoni e i cattivi aiuta a prendere decisioni corrette. Come tanti uomini di oggi, anche gli eroi omerici sono troppo fragili e insicuri per capire che la vera forza è nel compromesso. Compromesso: «una parola che puzza», ha scritto Amos Oz, esperto in materia per il suo impegno nel processo di pace in Medio Oriente e anche per un matrimonio che dura da 42 anni. Il compromesso è il preludio per soluzioni possibili, dolorose (perché «un compromesso felice non esiste»), ma magari efficaci. «Il compromesso è sinonimo di vita», con buona pace di quanti in Italia gridano all’inciucio ogni volta che qualcuno osa proporre un confronto. Non si esprimeva diversamente Nestore, cercando di riconciliare Achille e Agamennone. Prima che i conflitti divampino, non sarebbe meglio verificare se si possono disinnescare?
Ancora siamo alla superficie. 

Per capire il messaggio più profondo dell’Iliadebisogna seguire le vicende di Achille, l’eroe più grande, più bello, più potente.Queste virtù, che tanto piacevano nella Germania nazista, in realtà contano poco. Quello che lo distingue è la lucidità con cui affronta il buco nero dell’Iliade , ciò che più angoscia la vita degli uomini. Il cuore del poema non è la forza e non è neppure il conflitto: è la morte.
La guerra di Troia durò dieci anni; il racconto dell’Iliade copre una cinquantina di giorni. Ma tutto si gioca nei due o tre giorni che seguono la morte di Patroclo, quando Achille rinuncia a tutto per mettersi in cerca del senso ultimo delle cose, per confrontarsi con l’assurdo della condizione umana. Improvvisamente la morte si rivela per quello che è: uno scandalo, che priva di qualunque valore l’esistenza degli uomini, di ciascun singolo essere umano e dell’umanità nel suo insieme. Creature effimere, che un giorno appaiono e un giorno spariranno, riassorbite in un processo di perenne trasformazione. «Come le foglie, così le stirpi di uomini». Che senso ha tutto questo?

Nessuno, è la risposta di Achille, una furia devastatrice che non ha più nulla di umano. Se niente ha senso, tutto deve essere distrutto. Verrebbe voglia di definire Achille il primo nichilista. Di certo il lato oscuro di Darth Vader, con la sua piccola ambizione di dominare l’universo, impallidisce al cospetto di tanta radicalità. Il poema entra in una dimensione onirica, si trasforma in un incubo. Achille uccide tutti quelli che incrociano il suo cammino; combatte con un fiume che è tracimato per i troppi cadaveri; fa scempio del corpo di Ettore. L’Iliade, il poema della forza.

Ma, arrivato al fondo della disperazione, Achille capisce. Nella sua tenda appare Priamo, il re di Troia, il padre di Ettore. Supplica l’assassino di suo figlio perché gli renda il cadavere, così da poterlo seppellire. Di fronte a un simile gesto, Achille raggiunge una nuova consapevolezza sulla condizione umana. Una cerimonia funebre è il tentativo di dare senso e valore umano al fatto bruto di un corpo che si decompone. Questo vuole Priamo e Achille impara finalmente ad accettare la sua condizione di essere mortale. Il mondo intorno a noi probabilmente non ha senso, è un meccanismo cieco che ingloba e distrugge tutto. Gli uomini non sconfiggeranno la morte. Ma possono comunque conferire un valore umano alla loro vita. Costruire. È l’eterna battaglia tra natura e cultura. Achille e Priamo piangono insieme; si guardano, si ammirano. Si scoprono uomini in un mondo indifferente. È difficile immaginare una scena più intensa. Riconoscersi uomini tra uomini, imparare a stare insieme.

Il poema si avvia alla fine. Achille concede una tregua per i funerali. Poi la guerra riprenderà: è inutile farsi illusioni, così vanno le cose tra gli uomini. Ma il poeta della forza ha mostrato anche altro. «Quel che Omero esalta non è il trionfo della forza vittoriosa, ma l’energia umana nella sventura»: con le parole di Rachel Bespaloff, ecco l’ultima lezione del poeta. In un angolo della tenda, ai piedi di Achille, c’è il suo nuovo scudo, bellissimo: sull’orlo campeggia un fiume che scorre impetuoso; in mezzo c’è una città, si celebra un matrimonio, dei ragazzi danzano.
Bibliografia
Il saggio di Simone Weil (1909-1943) L’Iliade o il poema della forza è stato pubblicato da Asterios nel 2012 a cura di Alessandro Di Grazia (traduzione di Francesca Rubini). L’edizione più recente del testo Iliade di Rachel Bespaloff (1895-1949) è uscita da Castelvecchi nel 2012 (prefazione di Jean Wahl, traduzione di Valerio Bernacchi). Contro il fanatismo, un saggio dello scrittore israeliano Amos Oz, è uscito da Feltrinelli nel 2004 (traduzione di Elena Loewenthal)

giovedì 5 marzo 2015

Così il Mediterraneo torna al centro della Storia

di DOMENICO QUIRICO su La Stampa (http://www.lastampa.it/2015/03/02/esteri/cos-il-mediterraneo-torna-al-centro-della-storia-5sIbIMGGf9EDz7mXvWcedP/premium.html)


Dopo lunghe ma fragili peregrinazioni la Storia torna, con dramma e dolore, laddove è nata, al Mediterraneo: la grande cerniera di cui l' avventura umana ha fatto il suo ambito prediletto, Nord contro Sud, Est contro Ovest, Oriente contro Occidente, l' Islam all' assalto della cristianità.
S e tutte le battaglie del passato e del presente si riunissero, insieme e contemporaneamente, un' immensa trincea si dipanerebbe da Corfù ad Azio, da Djerba a Lepanto, da Malta ad Antiochia. Qui i popoli sono passati, di continuo, tra gli stessi regimi come l' uomo attraverso le stesse passioni.
Si torna, nell' inizio incandescente del terzo millennio, alla epica geografia di Braudel, alle sue civiltà e ai suoi imperi. Tutte le sinuosità si ordinano, formano correnti di cui la più vasta si delinea, il Mediterraneo e le sue terre.

Una sorta di segno fatale: l' attualità non ha molto senso in questo mare dove tutto ha carattere di eternità. Dove tornare alle Crociate, vecchio nome per lo scontro di civiltà che si evoca e si respinge, costituisce in fondo un' antichità assai modesta. Dalle Crociate a oggi, in quel nostro Oriente di nuovo così immediato e brutalmente vicino, vi è la conquista turca e un breve colonialismo cosiddetto insaziabile; ovvero il tempo di un istante per terre che hanno visto mille conquistatori. Il tempo lento e lungo dell' Islam, appunto.
La nascita del Califfato Non conosco niente di più commovente della Siria anzi di Sham, dove per una mistica musulmana tornerà, un giorno, il Madhi, l' annunciatore del Giudizio. Lì ho visto rinascere il Califfato: la Storia parla come alle piramidi.

Antiche fortezze bizantine ridotte a mura nere di fuliggine, gli angoli consunti dal vento e colonne romane spezzate stanno accanto a minareti bianchi. E la piana di Ninive, in quello che fu e non sarà mai più l' Iraq inventato dagli inglesi: sono ora i bordi del Califfato dove i piedi di San Tommaso si coprirono di polvere e da cui i cristiani fuggono per il Mondo. Il Tigri verso la grande diga che i curdi hanno riconquistato ha, incredibilmente, solo uno sciabordio di fiumiciattolo tra una immobilità verdastra e un ristagno azzurro come se non accadesse mai niente.
Qui correva la frontiera tra Siria e Iraq, voluta, disegnata dall' Occidente. Era, prima, terra unica per lingua, cultura, politica. Mercanti, ulema, pellegrini, sciiti e sunniti, settari fanatici e nomadi, tutti potevano andare e venire nel vasto spazio arabo della Mezzaluna fertile.

Il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, il fantasma, non nega affatto la storia del vicino oriente, vi si avviluppa, anzi, e vi ritorna in permanenza. Il 29 giugno alzando lo stendardo nero su un posto di transito lungo la vecchia linea degli accordi tra Francia e Inghilterra del 1916 appena frantumato da un bulldozer, un comandante daesh ha gridato: «Non è la prima frontiera che distruggiamo e non sarà l' ultima, se Dio vuole».

Lo spazio degli Abbassidi dominatori del Mediterraneo, di un grande Mediterraneo che andava da Toledo a Samarcanda, si riunifica come in un sogno. O in un incubo.
La sfida tra l' Occidente guidato da élites sonnambule e il nuovo Stato totalitario che ha le bandiere del Califfato di Mosul, si ricolloca nel mare interno che una storia e una politica miope voleva marginale rispetto al grande spazio degli oceani. Il sogno arabo che semina la morte, l' aspirazione a una potenza smisurata dopo le umiliazioni subite, per cui atti criminali diventano espiazioni: nel momento in cui si grida il nome di dio, e si uccide purtroppo per dio, c' era un solo scenario possibile, lo spazio fisico geografico storico dove le fedi hanno contaminato l' anima dell' uomo. Il declino dell' America come onnipotenza non a caso si consuma lontano dalle rive degli oceani che aveva eletto a proscenio della Storia.

Il califfato brutalmente la ricapitola, la Storia: di fronte al nostro ordine occidentale con la aureola impallidita di tutte le sue certezze, trovare le risposte ultime, redimere con un infinito progresso, percepire, prima o poi, tutti, il dividendo della ricchezza, si è levata quasi per inevitabile reazione, la negazione islamista.
Con la generazione più intimamente negativa di tutti i principi che abbiamo mai veduto, immersa in uno stato di insurrezione, di denegazione capitale. Una parola la riassume tutta: si tratta di dire no, in nome di un dio, a tutto.

L' impero Ottomano Il Califfato ricostruito da Daesh è la rivincita delle popolazioni arabe sunnite sconfitte da cinque secoli. Non a caso questa sanguinosa rivincita che ha per loro il valore di un dono divino, copia l' età degli Abbassidi. A partire dal tredicesimo secolo altri comandarono l' Islam: selgiuchidi e mongoli ilkani, mamelucchi e turchi. Gli Ottomani: califfi per vanteria e vantaggio dinastico, così oppressivi verso gli arabi e opportunisti nella fede. In questo spazio la terra è la stessa.
Oggi come allora. Il clima di Cadice è come quello di Beirut, la Provenza assomiglia alla Calcidia, la vegetazione di Gerusalemme è quella della Sicilia. Certo diversi sono i gesti degli uomini: il passato, accanito fabbricante di particolarismi, ha accentuato tutto questo seminando i suoi straordinari colori.
Terre di migranti Tra queste coste si migra: di nuovo. Dalla Sicilia ai litorali dell' Africa corre la catena delle isole che collegano deboli profondità marine: Djerba, Pantelleria, Lampedusa, Gozo, Zembra. L' acqua è così chiara che sembra di poter vedere il fondo. Ho attraversato quel mare su una piccola barca con i migranti musulmani: la rotta è antica come il mondo. Popoli interi hanno ripreso, braccati dalla disperazione e dalla speranza, ad attraversare il Mare.

Un mondo si svuota, l' altro di fronte si riempie: il ritmo di sempre.
Il Mediterraneo è molto più grande delle sue coste. Attira tutto ciò che sta intorno, lo aggrega a questo gigantesco continente unitario che lega Europa, Asia e Africa. Un pianeta di per sé, dove tutto ha circolato precocemente e in questa saldatura gli uomini trovano lo scenario della loro storia unitaria anche guerreggiando.

Qui si sono compiuti e si compiranno gli scambi decisivi.
Ora si è chiuso, le due sponde non comunicano come ai tempi di Maometto e Carlomagno.
Non è la prima volta, succederà ancora.
La grande cassa di risonanza mediterranea. Flussi e riflussi sotto il segno del movimento: il Mediterraneo e le sue rive inquiete danno e ricevono e i doni possono essere, di volta in volta, calamità o benefici.
Perché il Mare non finisce dove scompare l' ulivo. La Crimea non è forse, anche oggi, spazio del Mediterraneo? E il deserto che invade fisicamente il mare interno? I venti che arrivano dal Sahara, salendo verso Nord, creano il cielo e le notti che non hanno eguali per limpidezza; lo scirocco, il qamsin degli arabi, carico di sabbia, pesante come il piombo, porta piogge di sangue che spaventano i semplici.

A Sabratha in Libia, un' ondata brutalmente sovversiva, schiumante di sangue e di fiele, di guerrieri del Jihad usa le rovine romane come trincee. A Sirte altri frenetici ed esaltati decapitano cristiani come ai tempi dei Barbareschi. L' eco di questa terribile storia mediterranea si prolunga, così, fin nel cuore dell' Africa, nelle selve della Nigeria e nelle savane somale; ne rimbombano Timbuctu, effimera meraviglia delle sabbie, e il paese di Punt, scrigno, un tempo, di innumerevoli ricchezze. Lunghe carovane, che seguivano effimere strade di sabbia tra le dune, portavano sale e oro, guerrieri e santi marabutti, diseredati e sognatori. Tutti con il sogno o il ricordo di quel mare. Oggi sono mercanti di uomini e fuggiaschi, trafficanti di droga e barattieri di preghiere senza misericordia, falsi emiri e veri assassini, armi e santità: il Mediterraneo, laggiù, li attende e li assorbe.


lunedì 26 gennaio 2015

L'invenzione della memoria

«Spara nelle tenebre, e anni dopo sono le tenebre a sparare di rimando». Con questa inedita metafora bellica, che evoca le trincee o i cecchini appostati tra le rovine delle città distrutte, Katja Petrowskaja, l’autrice di Forse Esther, ha offerto una perfetta rappresentazione del suo metodo di indagine storica. Nata a Kiev nel 1970, Katja Petrowskaja vive a Berlino, e ha scritto in tedesco un’appassionante cronaca familiare, che è anche un romanzo di formazione e un superbo esercizio di stile. La sua è stata una famiglia di ebrei con una particolare vocazione: l’insegnamento ai sordomuti.

Quello della scrittrice è un metodo di ricerca totale, che si avvale degli strumenti più classici (letture, interviste, sopralluoghi) come delle sorprese elargite da internet («il muro del pianto dei non credenti»). Ma il tono fondamentalmente concitato del suo libro esprime una forma di urgenza che possiamo ben comprendere. Katja Petrowskaja scrive prima che sia troppo tardi, prima che da quel buio che interroga non giunga più nemmeno un colpo di rimando.

Il fatto è che il cosiddetto «secolo breve», con tutti i suoi inauditi orrori e i suoi luminosi esempi di grandezza umana, sta perdendo uno a uno i testimoni diretti, coloro che «hanno visto con i propri occhi». In teoria, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: ogni epoca della storia umana ha attraversato questa mutazione della memoria collettiva. Sarà venuto il giorno in cui l’ultimo soldato delle guerre puniche, un vecchio centurione carico di ricordi e di ferite, avrà chiuso per sempre gli occhi stanchi del mondo. In questi casi, è come se nella continuità del tempo si aprisse un crepaccio. Si potrebbe dire che l’evento, proprio per non perdere la sua realtà, stabilisce un diverso genere di relazione con la memoria.

Appena prima che il crepaccio diventi una voragine, la testimonianza cede la staffetta all’immaginazione. È abbastanza intuitivo che un processo così delicato non possa mai filare del tutto liscio. Ma nella storia umana non era mai accaduto che la ricerca di una verità condivisa fosse concepita e praticata in modo così drammatico. Dal genocidio degli armeni alla guerra civile spagnola, dall’assassinio di Kennedy al crollo dell’impero sovietico, non c’è documento così solido e incontrovertibile da non poter essere investito dall’ombra del dubbio. Una volta si diceva che la storia la scrivono i vincitori: era una triste massima, ma almeno corrispondeva a un principio razionale. Oggi si potrebbe dire che i più accaniti nel conquistare il privilegio di scrivere la storia siano i negatori.

Proprio mentre la tecnologia consentiva un’inaudita moltiplicazione delle prove, esse hanno finito per diventare il maggiore alimento del dubbio. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo il caso di quella ricca letteratura demenziale impegnata a svelare che l’11 settembre 2001 le Torri gemelle crollarono a causa di un complotto della Cia, o di qualche associazione segreta ebraica…

È questo il senso dell’incubo raccontato da Primo Levi nel suo ultimo libro: l’atroce destino di chi scampa ad Auschwitz per rendersi conto, col passare del tempo, che più nessuno crede a ciò che ha visto.

Strano a dirsi, ma le tecniche della letteratura, unite al talento dei singoli, hanno un grande ruolo sia, come è facilmente intuibile, nel campo dell’immaginazione, sia in quello della testimonianza. La letteratura non «abbellisce» inutilmente i discorsi umani, ma ne sperimenta in direzioni inaudite l’efficacia storica, il carattere esemplare, la memorabilità. Inoltre, il suo punto di vista è sempre quello del singolo (solo la cattiva letteratura, cioè la propaganda, fa leva su un «noi» del tutto fittizio). La verità alla quale aspira è quella che può essere ottenuta, al termine di cammini che sono spesso lungi e tortuosi, dall’individuo, sempre in lotta contro il tempo e i limiti del suo talento.

È per questo motivo che i libri di Primo Levi risulteranno sempre non certo più «veri» degli atti del processo di Norimberga, ma sicuramente più «credibili». È la loro implicita debolezza a farne la forza. Affidandosi alla concretezza del destino personale, che è irripetibile e diverso da ogni altro, anche ciò che ormai credevamo risaputo in ogni minimo dettaglio si mostra visibile da prospettive che non sospettavamo.

Da questo punto di vista, avrebbe meritato una maggiore attenzione la traduzione italiana di un libro di Marcel Cohen intitolato La scena interiore, apparso da Gallimard nel 2013. Non si tratta solo della bellezza e dell’originalità dello stile e della struttura, che ne fanno un gioiello della prosa francese contemporanea, come è stato osservato da molti recensori in patria. Un incredibile concorso di circostanze ha fatto sì che Cohen incarnasse successivamente il ruolo di testimone diretto e quello di chi, scrutando la propria stessa vita dalla distanza siderale creata dal tempo, è costretto a indagare sul passato interrogando indizi talmente esili da sfiorare l’insignificanza assoluta.

Siamo a Parigi nel 1943: lo stesso cupo scenario mirabilmente evocato da Patrick Modiano in Dora Bruder, il suo romanzo più bello. Per tutti gli ebrei che non hanno potuto abbandonarla in tempo, la città si è trasformata in una trappola. La Gestapo, con la complicità attiva del regime di Vichy e della sua polizia, pattuglia ogni quartiere, ogni strada, ogni palazzo. Basta la soffiata di un vicino di casa per finire su un convoglio destinato ad Auschwitz. Ci sono addirittura dei giornali infami, come il «Je suis partout» di Robert Brasillach, che in un’apposita rubrica rivelano indirizzi e nascondigli. I Cohen vivono la vita grama e terrorizzata di chi, per uscire di casa, deve mostrare la stella gialla cucita bene in vista sui vestiti. Sefarditi, abili commercianti, devoti ma non bigotti, vengono da Istanbul. Il più anziano in famiglia è il nonno paterno di Marcel, Mercado Cohen, rispettato come un rabbino per la sua saggezza e la profonda conoscenza del Talmud. Nel 1943 ha settantanove anni. I suoi figli cercano di convincerlo ad abbandonare la sua poltrona nell’appartamento di boulevard de Courcelles, per sfuggire ai rastrellamenti. Lui risponde che «solo i ladri e gli assassini pensano a nascondersi». Ma sembra una disputa abbastanza accademica, perché per i Cohen un posto per nascondersi non esiste.

Al capo opposto dell’anagrafe familiare c’è Monique, la sorellina minore di Marcel, nata il 14 maggio 1943 e partita per Auschwitz con il convoglio del successivo 17 dicembre. Marcel, che è nato nel 1937 e nel 1943 era un bambino di cinque anni, è l’unico scampato dei Cohen, grazie a uno di quei casi fortuiti che possono diventare l’imperscrutabile sostanza di un intero destino. La mattina in cui la sua famiglia venne catturata, era uscito con la bambinaia, che lo aveva portato a giocare al Parc Monceau, a poche decine di metri da casa.

L’uomo che a settantaquattro anni ha deciso di erigere un monumento alla sua famiglia sparita nel nulla, ha vissuto intensamente la sua vita, diventando un critico d’arte, un inviato, un romanziere. Il suo stile scarno, ancorato ai dati di fatto, non importa quanto minimi, non è semplicemente una scelta letteraria fra le tante possibili, dettata dal gusto personale. Rappresenta in maniera perfetta l’assoluta scarsità dei materiali che gli hanno permesso di affrontare la sua impresa.

Nel testo, l’alternanza di corsivo e tondo rende evidente la duplice natura del suo punto di vista: da un lato quello del testimone diretto che raccoglie con fatica dal fondo di se stesso ricordi ormai lontanissimi, e dall’altro quello dell’archeologo che si interroga sul significato di un piccolo numero di sparsi frammenti scampati alla distruzione. Si tratta di una manciata di foto, o di un portauovo di legno con la vernice scrostata, di un vecchio violino senza corde, o ancora di una retina per capelli, di un portacenere di legno scolpito a forma di orso…

Che siano esistiti per i Cohen giorni normali e addirittura felici, solo quegli oggetti umili e levigati dal tempo possono dimostrarlo. Sono l’alfabeto di un linguaggio di «fatti» che lo scrittore tenta di far parlare limitando al massimo l’intervento personale. Si tratta, ovviamente, di un’impresa impossibile, perché non c’è linguaggio che possa parlare da sé, senza un soggetto vivo che lo manovri e, per quante cautele possa impiegare, finisca per deformarlo.

Come ammoniva Nabokov nel suo stupendo saggio su Gogol’, in realtà «i nudi fatti non esistono allo stato di natura », e la peggiore condizione in cui possa trovarsi uno scrittore è proprio quella di perdere «il dono di immaginare i fatti». Ma sono convinto che la struggente, indimenticabile bellezza del libro di Cohen consista proprio nel trarre il maggior partito artistico dalla contraddizione dei propositi e dei risultati. Una vera conoscenza è solo quella che accetta di caricarsi sulle sue spalle «l’ignoranza, l’inconsistenza e i vuoti» che paradossalmente la rendono possibile. La scena interiore è una grande lezione di stile, e dunque una lezione morale capace, tra tante inutili prediche, di convincere i suoi lettori.

Emanuele Trevi - La Lettura - Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/linvenzione-della-memoria/)


martedì 20 maggio 2014

L'altra guerra dei trent'anni - La Grande Guerra 1914-1918

Il primo conflitto mondiale segnò la caduta di quattro imperi, rinnovò la tecnologia, moltipilcò i fronti. E finì nel '45, non nel '18.

Per molti anni, dopo la fine della Grande guerra, il tema centrale dell’immensa letteratura storica apparsa sul conflitto fu quello delle responsabilità. In una prima fase quasi tutti gli storici furono patriottici e giustificarono il proprio Paese, cercando altrove il capro espiatorio. Qualcuno dette la colpa all’impero asburgico, ossessionato dall’incubo del proprio declino. Altri dettero la colpa a Guglielmo II, imperatore di Germania; altri al revanscismo francese; altri ancora all’opacità e alle titubanze della diplomazia britannica. In una seconda fase gli storici divennero revisionisti e non esitarono a sottolineare le responsabilità del proprio Paese, come lo storico tedesco Fritz Fischer in un libro intitolato Assalto al potere mondiale, pubblicato da Einaudi nel 1965, sulle ambizioni egemoniche del Secondo Reich. Più recentemente la tesi prevalente mi è parsa essere quella di un diffuso sonno della ragione che, come nei Sonnambuli di Christopher Clark, pubblicato recentemente da Laterza, avrebbe reso tutti i Paesi corresponsabili di un’«inutile strage».

Per quasi un secolo, quindi, la storia della Grande guerra è una «storia della colpa». Molti studiosi, con maggiore o minore distacco, hanno continuato a descrivere le diverse politiche nazionali prima del conflitto; e il libro di Luigi Albertini sulle Origini della guerra del 1914, nuovamente pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana nel 2010, resta una delle opere migliori. Ma al centro di ogni studio vi era il problema della responsabilità. La Schuldfrage, come fu chiamata in Germania, fu la guerra fredda fra opposte verità che venne combattuta in Europa nel lungo intervallo fra due conflitti mondiali.

Il tema della colpa era collegato alla durata del conflitto e alle sue disastrose conseguenze politiche. Una guerra più breve, nello stile di quelle che erano state combattute dagli Stati europei dopo la guerra dei Trent’anni (1618-1648), non avrebbe provocato il crollo di quattro imperi — austro-ungarico, tedesco, russo e ottomano —, una dozzina di rivoluzioni e la catastrofe demografica che colpì la generazione dei combattenti. Vi sarebbero stati mutamenti territoriali e altre guerre, ma dopo più o meno lunghi intervalli di pace. È il problema della durata quindi che occorre oggi approfondire. Perché la guerra del 1914 fu così diversa da quelle che l’avevano preceduta?

La prima ragione concerne gli effetti dei conflitti sulla stabilità degli Stati. Nel 1859 e nel 1866 l’Austria-Ungheria aveva perduto due guerre: la prima contro la Francia e il regno di Sardegna nel 1859, la seconda contro la Prussia e i suoi alleati tedeschi nel 1866. Ma la sconfitta non aveva impedito a Francesco Giuseppe di conservare il trono. La guerra franco-prussiana del 1870, invece, aveva provocato l’abdicazione di Napoleone III, la Comune e l’avvento della Terza Repubblica. Luigi Napoleone era un sovrano plebiscitario, creato dal colpo di Stato del 2 dicembre 1851 e dal voto popolare del 21 dicembre. La corona gli era stata data dai francesi e dagli stessi francesi poteva essergli tolta. Ma neppure le grandi dinastie potevano dormire sonni tranquilli. La Comune aveva rivelato l’esistenza in Europa di una sinistra rivoluzionaria, pronta ad approfittare della sconfitta per tentare la conquista del potere. Nel 1914 tutti i sovrani europei sapevano quindi che i loro troni potevano essere perduti. Fra i motivi della guerra vi era stata anche la speranza che il conflitto avrebbe compattato le loro società nazionali contro il pericolo anarchico e socialista. Ma una guerra perduta, o conclusa mediocremente con un compromesso insoddisfacente, li avrebbe esposti al rischio di una rivoluzione.

La seconda ragione della guerra lunga fu la pluralità dei conflitti. Non vi fu un solo conflitto tra coalizioni che avevano obiettivi comuni. Vi furono almeno cinque guerre: quella franco-tedesca per la supremazia nel continente europeo, quella anglo-tedesca per il governo degli oceani, quella austro-russa per la supremazia nei Balcani, quella italo-austriaca per la supremazia nell’Adriatico e quella russo-turca per il controllo degli Stretti; per non parlare di quella che fu contemporaneamente combattuta dal Giappone per la creazione di un impero nipponico dell’Asia orientale. Nelle guerre tradizionali le regole del gioco volevano che si combattesse finché i danni subiti erano tollerabili e la speranza di un vantaggio compensava il timore di nuove perdite. Non appena la speranza della vittoria impallidiva, lo Stato che avrebbe corso rischi maggiori usciva dal gioco e cominciava a negoziare la pace. Avrebbe perso qualche provincia, ma il suo sovrano avrebbe conservato il trono. Durante la Grande guerra la manovra fu tentata dalla Romania e sarebbe stata forse tentata dall’Italia dopo Caporetto, ma la posta, con il passare del tempo, era diventata sempre più alta e la prospettiva di una pace separata sempre più difficilmente praticabile. Anziché essere combattuta soltanto sui campi di battaglia da militari di mestiere, la guerra era diventata «totale».

I fattori che contribuirono a renderla tale furono sociali ed economici. I mutamenti democratici del secolo precedente avevano creato società di massa in cui tutti, grazie alla coscrizione obbligatoria, potevano essere chiamati alle armi. I combattenti furono circa 65 milioni, i morti 9, i feriti 21. Gli effettivi dell’esercito russo, in particolare, ammontarono complessivamente a 12 milioni di uomini. Il costo diretto del conflitto superò i 180 miliardi di dollari, quello indiretto oltrepassò i 165 miliardi.

La rivoluzione industriale moltiplicò la potenza degli eserciti combattenti. La fanteria e la cavalleria francese andarono al fronte nella tarda estate del 1914 in giacca blu, calzoni rossi e senza elmetto. Il primo Natale di guerra fu festeggiato con una tregua e scambi di doni da una trincea all’altra. Ma nei mesi successivi tutto cambiò: le uniformi, i copricapi (i soldati ebbero in dotazione l’elmetto) e, soprattutto, le armi.

Le industrie di ogni nazione adattarono al campo di battaglia gli straordinari progressi compiuti dalla tecnologia nel secolo precedente. Furono costruiti cannoni sempre più grossi e potenti. Fu accelerato lo sviluppo dell’industria automobilistica. Furono progettati aeroplani che potevano combattere nei cieli e scaricare le loro bombe sul territorio nemico. La competizione tra la corazza e il cannone creò navi sempre più corazzate e, naturalmente, i carri armati. I sottomarini rivoluzionarono la guerra marittima, i camion rivoluzionarono la logistica della guerra e la telefonia cambiò radicalmente il sistema delle comunicazioni. L’industria chimica si mise al lavoro per creare un’arma nuova: i gas asfissianti. La celebrazione in comune di una festa religiosa divenne impossibile.

Quanto più cresceva il numero dei morti e dei feriti tanto più si allontanava paradossalmente la prospettiva di una pace negoziata. Vi furono tentativi di mettere fine al conflitto fra cui la lettera ai capi dei popoli belligeranti inviata dal Pontefice romano Benedetto XV il 1° agosto 1917, in cui la guerra fu definita una «inutile strage». Ma l’invito, nel quale vi erano generiche proposte per la soluzione di alcuni conflitti, fu considerato una molesta ingerenza della Chiesa negli affari degli Stati e non venne preso in alcuna considerazione. I 14 punti del presidente americano Woodrow Wilson, annunciati al mondo l’8 gennaio dell’anno seguente, erano molto più articolati della lettera papale, ma presupponevano la vittoria degli Alleati e non potevano essere graditi agli Imperi centrali. Fu quello il momento in cui cominciarono ad apparire nel linguaggio politico militare espressioni che avrebbero dominato il secolo: guerra a oltranza, resa senza condizioni, vittoria totale.

È particolarmente paradossale, in questo clima di duello all’ultimo sangue, che la Germania abbia firmato l’armistizio di Compiègne quando era pur sempre vincitrice all’Est, occupava ancora territori delle potenze alleate sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia, combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, a Monaco, dove il re di Baviera fu costretto ad abdicare, e infine a Berlino, dove il leader socialista Philipp Scheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica tedesca. Perdette la guerra sul fronte interno perché il Paese era affamato dal blocco continentale. Ma la teoria della colpa, elaborata dai vincitori per meglio giustificare una guerra che aveva richiesto enormi sacrifici, produsse una pace troppo duramente punitiva.

Il diktat della Galleria degli specchi nel palazzo di Versailles, dove si firmò il trattato di pace, non serviva soltanto a stroncare le ambizioni egemoniche della Germania guglielmina. Serviva anche a impedire che i francesi, i britannici e gli italiani trattassero i loro governi nelle stesso modo in cui i tedeschi avevano trattato il loro imperatore. Ma una guerra perduta senza una reale sconfitta militare e le insensate clausole economiche del trattato di pace crearono nei tedeschi il sentimento di una ingiustizia che altri uomini politici, negli anni seguenti, avrebbero usato per riaprire la partita. La guerra non terminò nel novembre del 1918. In quella data, che viene ancora immeritatamente commemorata, calò il sipario sul primo atto di una tragedia che si sarebbe conclusa soltanto nel maggio del 1945.

Sergio Romano su La Lettura del Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/debates/l’altra-guerra-dei-trent’anni/)


venerdì 1 novembre 2013

L'origine della festa di Ognissanti

Le origini della Festa di Ognissanti o di Tutti i Santi, che cade il 1° novembre di ogni anno, sono lontanissime e si possono rintracciare al tempo dell’antica cultura delle popolazioni celtiche. I processi storici e culturali che hanno portato questo giorno ad avere un’importanza assoluta nel mondo cattolico, sono molti, ma in alcuni testi appaiono controversi e discordanti. 

Tutto sembrerebbe risalire alla cultura celtica la cui tradizione divideva l’anno solare in due periodi: quello in cui c’era la nascita e il rigoglio della natura e quello in cui la natura entrava in letargo passando un periodo di quiescenza. I giorni di inizio di questi due periodi venivano festeggiati, il primo, durante il mese di maggio (quello della vita, e quindi della rinascita della natura) e il secondo a metà autunno (quello della morte, e della quiete della natura). Questi due giorni venivano chiamati rispettivamente Beltane e Samhain. 

Nello stesso periodo storico, presso i romani si festeggiava un giorno simile, per significato al Samhain: la festa in onore di Pomona, dove si salutava la fine del periodo agricolo produttivo e si ringraziava la terra per i doni ricevuti. Quando Cesare conquisto la Gallia, le due feste pagane, celtica e romana, si integrarono e i giorni per il festeggiamento cadevano, a secondo delle zone, in un periodo che si collocava tra la fine del mese di ottobre e i primi giorni di novembre. Solo in seguito i festeggiamenti caddero in un solo giorno e precisamente tra la notte del 31 ottobre e il primo novembre. Questa notte veniva chiamata Nos Galan-Gaeaf, cioè notte delle calende d’inverno, ed era il momento di maggior contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Con l’affermarsi del cristianesimo, al significato di questa festa, prettamente agricola e pagana, se ne sovrappose un altro prettamente spirituale e religioso. Nel significato religioso si voleva commemorare il mondo dell’aldilà o il mondo della morte il cui significato viene fatto risalire proprio al Samhain dei Celti. 

Nel VII secolo, con l’avvento al soglio pontificio di Papa Bonifacio IV si tentò di andare oltre e cambiare la festa pagana in festa cristiana dandone così un significato puramente religioso. Per togliere ogni residuo di paganesimo, l’idea originale fu quella di abolire la festa pagana, decisione però che avrebbe scatenato le ire del popolo ancora molto ancorato alle antiche tradizioni. Si optò quindi per la compensazione e il giorno di festa religioso venne chiamato Tutti i Santi, giorno in cui poter onorare i santi e che cadeva il giorno 13 del mese di maggio. La conseguenza di questa decisione fu quella di avere due feste affiancate, una pagana e una cristiana. Circa due secoli più tardi, e più precisamente nell’835, Papa Gregorio IV fece coincidere la data della festa cristiana con quella pagana per diminuire ancor di più il peso dell’antico culto pre cristiano. 

Il giorno della festa di Tutti i Santi cadeva quindi il 1° novembre di ogni anno in coincidenza del giorno successivo alla notte delle calende d’inverno. Ma anche questo non bastò a sradicare il culto pagano, cosicché la chiesa introdusse nel X secolo una nuova festa, quella dedicata ai morti, che cadeva il 2 novembre. Durante i festeggiamenti del 2 novembre, dove venivano ricordate le anime degli estinti, i loro cari si mascheravano da angeli e diavoli e, come nella tradizione celtica, accendevano grandi fuochi. Nel 1475 la festività di Ognissanti venne resa obbligatoria in tutta la Chiesa d’occidente da Sisto IV ma il culto pagano, in special modo quello celtico, nonostante un lungo periodo di quasi totale dimenticanza, è sempre sopravvissuto nella cultura dei popoli europei fino ai giorni nostri. Infatti la notte di Nos Galan-Gaeaf dell’antica cultura celtica viene rievocata, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, nella notte di Halloween il cui significato è proprio vigilia di Ognissanti o di Tutti i Santi (All Hallows = Tutti i Santi + eve = Vigilia).

domenica 21 ottobre 2012

EL-ALAMEIN

70 anni fa la battaglia di El-Alamein.
Come scritto sulla lapide sul luogo: mancò la fortuna non il valore.