venerdì 27 marzo 2015
Dall'Islam all'Apocalisse anatomia del Califfato Ecco cos'è, cosa vuole e come si può sconfiggere
giovedì 5 marzo 2015
Così il Mediterraneo torna al centro della Storia
di DOMENICO QUIRICO su La Stampa (http://www.lastampa.it/2015/03/02/esteri/cos-il-mediterraneo-torna-al-centro-della-storia-5sIbIMGGf9EDz7mXvWcedP/premium.html)
lunedì 12 gennaio 2015
Il buonismo che ci acceca
domenica 11 gennaio 2015
Vogliono uccidere la nostra anima
Gli autori dell’attacco al «Charlie Hebdo» non sono pazzi criminali, li muove un’ideologia politica. Più l’Occidente si autocensura, più diventeranno audaci
di Ayaan Hirsi Ali
Questo non è stato un attacco sferrato da uno squilibrato, da un lupo solitario. Non è stata un’aggressione per mano di delinquenti qualunque. Era stata programmata per fare più morti possibile, durante una riunione di redazione, con armi automatiche e un piano di fuga. Gli assassini volevano seminare il terrore, e ci sono riusciti. Ma di cosa ci sorprendiamo? Se c’è una lezione da imparare, è che tutto ciò che noi crediamo dell’Islam non ha alcun peso. Questo tipo di violenza, la jihad, rappresenta quello in cui credono gli islamisti. Il Corano è disseminato di appelli alla jihad violenta, ma non solo. In troppa parte dell’Islam, la jihad si è evoluta in un’ideologia moderna. La «bibbia» del jihadista del ventesimo secolo è «Il concetto coranico della guerra», scritto dal generale pakistano S.K. Malik.
Nella sua analisi l’anima umana - e non il campo di battaglia fisico - rappresenta il centro dove portare il conflitto. E il modo migliore di colpire l’anima è attraverso il terrore, «il punto in cui il mezzo e il fine si ricongiungono». Ogni volta che giustifichiamo la loro violenza in nome della religione, ci pieghiamo alle loro richieste. Nell’Islam, è un grave peccato rappresentare o denigrare il profeta Maometto. I musulmani sono liberi di crederci, ma perché devono imporlo ad altri? L’Islam, con i suoi 1.400 anni di storia e un miliardo e mezzo di fedeli, dovrebbe riuscire a tollerare qualche vignetta. L’Occidente deve costringere i musulmani, specie quelli della diaspora, a rispondere a questa domanda: che cosa è più offensivo per un credente, l’uccisione, la tortura, la schiavitù, la lotta armata e gli attacchi terroristici in nome di Maometto, o la produzione di disegni, film e libri che si fanno beffe degli estremisti e della loro visione di ciò che Maometto rappresenta?
Per rispondere a Malik, la nostra anima in Occidente crede nella libertà di coscienza e parola. Sono le libertà che formano l’anima della nostra civiltà. Ed è proprio in questo che gli islamisti ci hanno attaccato. Tutto dipende da come reagiremo. Se ci convinciamo di combattere contro un manipolo di pazzi criminali, non saremo in grado di fornire risposte. Dobbiamo riconoscere che gli islamisti di oggi sono motivati da un’ideologia politica, radicata nella dottrina fondante dell’Islam. Sarebbe un notevole cambiamento di rotta per l’Occidente, che troppo spesso ha reagito alla violenza jihadista con tentativi di conciliazione. Cerchiamo di blandire i capi di governo islamici che premono per costringerci a censurare stampa, università, libri di storia, programmi scolastici. Loro alzano la voce, e noi obbediamo. In cambio cosa otteniamo? I kalashnikov nel cuore di Parigi. Più ci sforziamo di attenuare, placare, conciliare, più ci autocensuriamo, più il nemico si fa audace ed esigente.
C’è una sola risposta a questo vergognoso attacco jihadista contro Charlie Hebdo : l’obbligo di media e leader occidentali, religiosi e laici, di proteggere i diritti elementari di libertà di espressione, che sia la satira o altro. L’Occidente non deve più inchinarsi, non deve più tacere. Dobbiamo inviare ai terroristi un messaggio univoco: la vostra violenza non riuscirà a distruggere la nostra anima.
Traduzione di Rita Baldassarre http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_09/vogliono-uccidere-nostra-anima-7e36261e-97ca-11e4-bb9d-b2ffcea2bbd2.shtml
domenica 5 ottobre 2014
“L’Occidente si svegli ha il nemico in casa”
«Il pericolo è il diffondersi in una parte della immigrazione europea demograficamente esorbitante di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, che nasce nelle dottrine che arrivano dal vicino Oriente. È nel montare di un nuovo totalitarismo islamista che divide il mondo in credenti ed eretici, puri ed impuri, e nella paura degli intellettuali occidentali di definire le cose con il loro nome…». Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici della Shoah, è attento osservatore di quel versante atroce dell’umanità che sembra esser passato, sotto nuove vesti, dal secolo trascorso nel subbuglio del presente.
I partiti della destra xenofoba avanzano in Europa…
«Una frangia marginale della opinione pubblica europea ha simpatie naziste, ma è un fenomeno che viene esagerato. Il vero pericolo è la nascita di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, fisico: in gran parte legato alla congiunzione di una estrema destra antisionista come la vediamo in Francia e in Belgio, non necessariamente neonazista, e di un antisionismo molto violento di estrema sinistra non legato alla critica della politica di Israele, che è totalmente legittima, ma all’esistenza dello Stato di Israele, il che è molto diverso. Ma soprattutto c’è un terzo fattore: l’immigrazione arabo musulmana in Europa, di popolamento, estremamente numerosa, che ha completamente modificato il panorama demografico del continente».
Il cuore di tenebra dunque è nei Paesi arabi…
«In gran parte sì, nel senso che l’antigiudaismo ha assunto proporzione considerevoli dopo la nascita di Israele e soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni. Ma quando i media occidentali non prestano attenzione a ciò che si dice nei media arabi, nelle televisioni, nelle radio, a quanto si scrive sui giornali, ma insisto soprattutto sulle televisioni, si condannano a non comprendere quanto accade in Europa: perché tutto ciò è riportato in Europa attraverso le parabole. Quando l’integrazione fallisce per una certa parte di individui, soprattutto giovani, si ha una ripresa identitaria di un islam radicale e violento».
Che si spiega con ragioni economiche o sociali o affonda in una ideologia religiosa, penso al salafitismo sunnita …
«Non è il motivo principale, perché altre minoranze sono colpite dalla disoccupazione e non diventano violente. La causa economica serve come schermo per non vedere le cause più profonde, che sono due. In primo luogo un risentimento coloniale contro la Francia. Poi, l’antisemitismo nel Maghreb era molto potente ben prima dell’avvento di Israele. E vi è ancora un’altra dimensione ed è quella del Corano. Si trascura sempre di leggere il testo in arabo, lo si legge in francese o in italiano spesso in cattive traduzioni… Vi è nel Corano un antisemitismo e un anticristianesimo molto violento e per i musulmani praticanti il Corano è parola sacra, è la parola di Dio».
In Siria e in Iraq oggi, con la nascita del califfato, non stiamo assistendo alla nascita di un nuovo totalitarismo, che, dopo la razza e l’ideologia, ha trovato nella religione un pretesto per dividere il mondo in puri e impuri, da eliminare?
«Sì. Il totalitarismo nell’Unione Sovietica divideva il mondo tra i cattivi che avevano origini borghesi e i buoni che avevano origini proletarie; quello nazista tra la buona e la cattiva razza. Quello islamista divide tra i puri e gli impuri, tra i credenti e gli eretici. Perché parlo di totalitarismo? Perché l’islam è una religione totalitaria, inglobante che non distingue tra materiale e spirituale. E poi c’è il fattore demografico. Una delle forze del totalitarismo nazista è stata la demografia, la forte demografia tedesca nell’800 e nel ’900. Il numero gioca un ruolo chiave nella diffusione delle idee. E questo vale per l’islamismo di oggi».
Un pericolo maggiore che il terrorismo…
«Il pericolo maggiore non è il totalitarismo islamista, è l’incapacità degli intellettuali occidentali di vedere il pericolo per la paura di essere tacciati di islamofobia e di razzismo».
Che fare dunque?
«La prima cosa è definire le cose per quello che sono. Più si definiranno le cose e più facilmente si risolverà il problema. In occidente invece si ha paura delle parole, si è terrorizzati da alcune parole. Per esempio dire che una parte della gioventù dell’immigrazione musulmana in Europa costituisce un potenziale pericolo, non tutta certo, una piccola parte. Ma è il cavallo di Troia che è già tra di noi».
Tra i jihadisti del Califfato ci sono numerosi giovani «europei»… Il pericolo è tra noi?
«Sì, è là. Nelle tre decapitazioni degli ostaggi l’assassino parla con un accento londinese, sono musulmani nati in Inghilterra. E si sa che il responsabile della strage di Bruxelles è stato il carceriere per molti mesi di ostaggi francesi in Siria, che li ha picchiati. Vuol dire che oggi in Europa ci sono centinaia di assassini potenziali: il pericolo è tra noi».
L’attacco dell’islamismo non è per caso passato dal piano terroristico a quello militare?
«Sì, ma i combattenti del Califfo sono 30mila, un nulla dal punto di vista militare rispetto all’Occidente; li si può distruggere in una settimana. Non siamo allo scontro Stato contro Stato, siamo nel quadro di un conflitto asimmetrico: come nel 1939 non sono le armi che mancano, è la determinazione politica di usarne. Era il senso dell’impegno di Churchill quando disse: “Voi avete voluto evitare la guerra e ora avrete la guerra e in più la viltà”. Siamo nello stesso scenario di allora».
lunedì 10 febbraio 2014
I pendolari della guerra santa
Da La Stampa del 9 febbraio
Domenico Quirico: " I pendolari della Guerra santa"
Abituiamoci a pensarlo. Oggi è a Longarone. Ma diventerà sempre più una storia comune, quotidiana. Un bosniaco che incontravi ogni giorno sulle scale, al caffè, che ti aveva tinteggiato la casa, con un figlioletto dagli occhi vivaci. Dentro quel fervore, quella passione dello spirito che sono una delle particolarità della giovinezza. Un giorno non lo vediamo più, chiediamo… «E’ partito …ha detto che tornava al suo Paese..». O è il magrebino che faceva mazzo con i suoi connazionali, incupiti, sempre a parlar fitto.Anche lui scomparso: cancellato l’affitto della squallida stanza che abitava in qualche periferia, eliminati i pochi contatti di una vita ai margini di tutto ciò che siamo. E poi come per Ismar Mesinovic scopriamo che è morto, il kalashnikov in pugno, in qualche battaglia. Ismar in Siria.Oin Sahel.Oin Afghanistan.Un Martire. Storie del nuovo Jihad, delle Brigate internazionali islamiste. E par di leggere l’avvio di «Omaggio alla Catalogna» di Orwell, la caserma Lenin di Barcellona dove arrivavano, trafelati, per non perder l’occasione della rivoluzione, italiani e inglesi, polacchi e bulgari.
L’internazionalismo, un tempo comunista, ora scandisce il nome di Dio. E’ composto di mille vite come quella del jihadista di Longarone. Passare dal materialismo storico a una concezione teologica o metafisica significa, in fondo, solo cambiar genere di provvidenzialismo. Ecco: hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede, come in alcune annate si vedono tutti gli olmi di una regione perdere le foglie. Si consacrano al servizio di un dio spietato, intrattabile; non perché lo amino ma per la sua assolutezza, per la sua intangibilità. Perché è un dio soddisfatto fino al delirio del sacrificio che impone. Eppure non è un culto cieco, è una scelta: il loro dio non lo subiscono. Lo hanno scelto. Per loro il Corano è un documento che respira come per noi, un tempo, il Vangelo. Qui è lo scandalo incomprensibile per i tiepidi. Sotto questa apparenza che vediamo e giudichiamo, che ci irrita o spaventa, c’è una vita che il mondo non vede, un segreto al quale è difficile iniziare gli indifferenti: il dolore. Ho incontrato tanti jihadisti «europei » in Siria e nel Sahel.Ragazzi diTolosa con le divise di al Faruq, o «l’americano » che ho cercato invano ad al Quesser, che abitava in una villetta miracolosamente indenne tra le rovine, dove sventolava la bandiera nera con le parole del Corano di un gruppo che lui stesso aveva fondato; o i belgi; o gli inglesi, dicono i più risoluti che hanno imparato il fanatismo nelle periferie di suaMaestà, forse a due passi dal parlamento che è il simbolo della nostra democrazia.
Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e invece di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo, il ritorno alla terra amata o maledetta. È come se noi avessimo rovinato qualcosa negli uomini, anche se cosa effettivamente sia non si sa. Forse una speranza che non era mai stata vera, ma allo stesso modo dava sostegno. Nel loro destino c’è stato, qui, tra noi, uno strappo. Sono purtroppo figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso. In Francia, in Gran Bretagna i guerrieri partiti dalle banlieues per le katibe della guerra civile siriana sono la seconda, la terza generazione di immigrati: i loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando i reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, ad ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza.
Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi. Il radicalismo islamista si nutre della sproporzione che c’è tra la umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam fino a farla diventare quasi senso di fatalità e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale. Per questo la resistenza islamica non si declina con un eroismo quotidiano ma si immagina in termine di assoluto.



