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venerdì 29 gennaio 2016

Il vizio manicheo

Dilaga la tentazione di ridurre ogni conflitto a una battaglia della luce contro le tenebre. Ma il mondo non assomiglia a «Star Wars», per capirlo è molto più utile l’«Iliade»
L’attualità di Omero, che non esalta la forza vittoriosa ma la comprensione, anche tra nemici, di fronte alla sventura
Mauro Bonazzi, “Corriere della Sera – La Lettura”,  10 gennaio 2016
Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono quindi legittimati a imporre il proprio volere con grande prepotenza Ma l’esito è sempre diverso dalle attese e sui protagonisti ricadono conseguenze dolorose Di fronte al gesto di Priamo che lo supplica perché gli restituisca il cadavere di Ettore, anche Achille, che era una furia devastatrice, raggiunge una nuova consapevolezza e impara finalmente ad accettare la sua condizione di essere mortale
Che la forza sia con te. Il lato oscuro e la potenza della luce. Devi affrontare le tenebre dentro di te, risvegliare la coscienza delle particelle di luce che si nascondono nel buio: solo così t’incamminerai sulla via della salvezza e della vittoria. Star Wars, penserà qualcuno. In realtà è il manicheismo, una religione fiorita al tempo dell’Impero romano, che concepiva tutta la realtà come lotta perenne tra i due principi opposti del bene e del male, dello spirito e della materia. È uno schema di pensiero più diffuso di quanto si pensi. Il mondo che ci circonda è complesso, così enigmatico da risultare a volte incomprensibile. Dividere tra il bene e il male, la luce e il buio, è una tentazione allettante, la soluzione a tante incertezze. Funziona bene in politica, dove sempre di più l’opposizione è tra i buoni e i cattivi, i corrotti (gli altri, molti) e gli onesti (noi, pochi). L’America ha bisogno di un John Wayne, ha appena tuonato Donald Trump. Arrivano i nostri, i cattivi sono avvertiti. Anche in Italia di programmi e idee si parla sempre meno, l’imperativo è la purezza. Il potere oscuro della corruzione imperversa, tutto sta per crollare, troppi hanno già ceduto; ma se resisterai al fascino delle tenebre, conservando incontaminata dentro di te la purezza, non tutto sarà perduto. La casta colpisce ancora: che la forza sia con te.

Sulla forza, sul bene e sul male, gli eterni problemi dell’esistenza umana, riflettevano anche Simone Weil e Rachel Bespaloff nel 1941, mentre intorno dilagavano le armate naziste — quelle vere, ben più tenebrose delle loro imitazioni cinematografiche. Lo facevano leggendo e rileggendo un vecchio poema, che raccontava di una guerra fra i Greci e i Troiani, e di un combattimento tra due eroi, Ettore e Achille. L’Iliade. Storie lontane, ma in realtà attualissime, perché la guerra, la violenza, la forza sono una presenza ricorrente nel mondo degli uomini. Niente di nuovo sotto il sole, rispetto al futuro remoto di Star Wars: che il mondo degli uomini giri intorno alla forza lo aveva già spiegato Omero. Ma i suoi canti resistono alle semplificazioni del «noi contro loro» che tanta fortuna hanno oggi; svelano una realtà diversa nelle cose umane, più complicata, meno rassicurante ma forse più vera.
Perché in Omero c’è la forza, ma nessuna fascinazione. Non c’è niente da risvegliare, solo l’illusione di chi crede di saper controllare la forza e inevitabilmente ne viene travolto. Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono legittimati a imporre il proprio volere. Ma l’esito è sempre diverso dalle attese, le conseguenze dolorose. Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; Achille che, per umiliare Agamennone, causa la morte del suo più caro amico; Patroclo e Ettore che non si sanno fermare al momento giusto e pagano con la vita. La forza inebria chi crede di possederla, ma nessuno la possiede veramente. «Ares, la guerra, è imparziale, e uccide chi ha ucciso». Vincitori e vinti si assomigliano. La forza è un’illusione.

È una vicenda nota, che si ripeterà continuamente nella storia umana. Omero la canta con infinita pietà e partecipazione. Fa bene, perché questi eroi sempre eccessivi — che mangiano come cinghiali, uccidono spietatamente, piangono come fontane, litigano come bambini, dominano su eserciti immensi — sono come noi: come noi affrontano situazioni difficili, si preoccupano per i propri cari, s’indignano per le ingiustizie. Greci o Troiani, sono uomini che soffrono e combattono: a volte vincono e a volte perdono, inseguendo le loro passioni, esposti alle contraddizioni dell’esistenza. Sbagliano perché vivono. L’Iliade o il poema della forza (questo il titolo del saggio di Simone Weil). Ma anche una meditazione su quell’impasto di grandezza e miseria che è l’uomo.

Così, senza giudicare, Omero impartisce la sua lezione. Ragioni e interessi, desideri e idee si mischiano continuamente, fino a diventare indistinguibili. Achille e Agamennone avevano entrambi ragione e entrambi torto. La tentazione, fin troppo umana, è quella di arroccarsi nelle proprie convinzioni, scegliendo la via dello scontro. Ma la forza non risolve niente, è un potere che inebria e perde. Organizzare la realtà nei termini di un’opposizione manichea tra la luce e le tenebre non serve a chiarirne la complessità; quasi mai distinguere tra i buoni e i cattivi aiuta a prendere decisioni corrette. Come tanti uomini di oggi, anche gli eroi omerici sono troppo fragili e insicuri per capire che la vera forza è nel compromesso. Compromesso: «una parola che puzza», ha scritto Amos Oz, esperto in materia per il suo impegno nel processo di pace in Medio Oriente e anche per un matrimonio che dura da 42 anni. Il compromesso è il preludio per soluzioni possibili, dolorose (perché «un compromesso felice non esiste»), ma magari efficaci. «Il compromesso è sinonimo di vita», con buona pace di quanti in Italia gridano all’inciucio ogni volta che qualcuno osa proporre un confronto. Non si esprimeva diversamente Nestore, cercando di riconciliare Achille e Agamennone. Prima che i conflitti divampino, non sarebbe meglio verificare se si possono disinnescare?
Ancora siamo alla superficie. 

Per capire il messaggio più profondo dell’Iliadebisogna seguire le vicende di Achille, l’eroe più grande, più bello, più potente.Queste virtù, che tanto piacevano nella Germania nazista, in realtà contano poco. Quello che lo distingue è la lucidità con cui affronta il buco nero dell’Iliade , ciò che più angoscia la vita degli uomini. Il cuore del poema non è la forza e non è neppure il conflitto: è la morte.
La guerra di Troia durò dieci anni; il racconto dell’Iliade copre una cinquantina di giorni. Ma tutto si gioca nei due o tre giorni che seguono la morte di Patroclo, quando Achille rinuncia a tutto per mettersi in cerca del senso ultimo delle cose, per confrontarsi con l’assurdo della condizione umana. Improvvisamente la morte si rivela per quello che è: uno scandalo, che priva di qualunque valore l’esistenza degli uomini, di ciascun singolo essere umano e dell’umanità nel suo insieme. Creature effimere, che un giorno appaiono e un giorno spariranno, riassorbite in un processo di perenne trasformazione. «Come le foglie, così le stirpi di uomini». Che senso ha tutto questo?

Nessuno, è la risposta di Achille, una furia devastatrice che non ha più nulla di umano. Se niente ha senso, tutto deve essere distrutto. Verrebbe voglia di definire Achille il primo nichilista. Di certo il lato oscuro di Darth Vader, con la sua piccola ambizione di dominare l’universo, impallidisce al cospetto di tanta radicalità. Il poema entra in una dimensione onirica, si trasforma in un incubo. Achille uccide tutti quelli che incrociano il suo cammino; combatte con un fiume che è tracimato per i troppi cadaveri; fa scempio del corpo di Ettore. L’Iliade, il poema della forza.

Ma, arrivato al fondo della disperazione, Achille capisce. Nella sua tenda appare Priamo, il re di Troia, il padre di Ettore. Supplica l’assassino di suo figlio perché gli renda il cadavere, così da poterlo seppellire. Di fronte a un simile gesto, Achille raggiunge una nuova consapevolezza sulla condizione umana. Una cerimonia funebre è il tentativo di dare senso e valore umano al fatto bruto di un corpo che si decompone. Questo vuole Priamo e Achille impara finalmente ad accettare la sua condizione di essere mortale. Il mondo intorno a noi probabilmente non ha senso, è un meccanismo cieco che ingloba e distrugge tutto. Gli uomini non sconfiggeranno la morte. Ma possono comunque conferire un valore umano alla loro vita. Costruire. È l’eterna battaglia tra natura e cultura. Achille e Priamo piangono insieme; si guardano, si ammirano. Si scoprono uomini in un mondo indifferente. È difficile immaginare una scena più intensa. Riconoscersi uomini tra uomini, imparare a stare insieme.

Il poema si avvia alla fine. Achille concede una tregua per i funerali. Poi la guerra riprenderà: è inutile farsi illusioni, così vanno le cose tra gli uomini. Ma il poeta della forza ha mostrato anche altro. «Quel che Omero esalta non è il trionfo della forza vittoriosa, ma l’energia umana nella sventura»: con le parole di Rachel Bespaloff, ecco l’ultima lezione del poeta. In un angolo della tenda, ai piedi di Achille, c’è il suo nuovo scudo, bellissimo: sull’orlo campeggia un fiume che scorre impetuoso; in mezzo c’è una città, si celebra un matrimonio, dei ragazzi danzano.
Bibliografia
Il saggio di Simone Weil (1909-1943) L’Iliade o il poema della forza è stato pubblicato da Asterios nel 2012 a cura di Alessandro Di Grazia (traduzione di Francesca Rubini). L’edizione più recente del testo Iliade di Rachel Bespaloff (1895-1949) è uscita da Castelvecchi nel 2012 (prefazione di Jean Wahl, traduzione di Valerio Bernacchi). Contro il fanatismo, un saggio dello scrittore israeliano Amos Oz, è uscito da Feltrinelli nel 2004 (traduzione di Elena Loewenthal)

giovedì 27 marzo 2014

Applicare l'etica del Guerriero ricercatore

Un Guerriero ricercatore della verità è colui che prova a non escludere nulla di quello che gli viene proposto, che non ha alcun tipo di pregiudizio sugli altri esseri umani e sulle altre tradizioni e che, oltre alla lotta fisica, conduce una battaglia continua contro le proprie incertezze, paure ed egoismi, rifiutando sempre la menzogna.

Tenta di abbinare il combattimento - della vita quotidiana - alla ricerca di se stesso, cerca di trovare il giusto equilibrio in ogni azione e studia incessantemente la via iniziatica per sviluppare la capacità di meditare e concentrarsi su ciò che fa. Sente di essere tutt'uno con la spada che simbolicamente lo affianca quale unione tra la spirito e la materia nella difesa dei Valori. Lavora costantemente su se stesso e spesso il suo metodo di combattimento è quello del "non combattere", per far abbassare l'aggressività degli altri tramite la sua calma interiore. Non mira all'eliminazione fisica del nemico, cerca di bloccarne l'azione aggressiva, negativa, cerca quindi di rendere positivo ciò che è negativo. Solo così interpreta la vittoria. 

Vincitore non è colui che abbatte il nemico, ma chi riesce a ricavare dal combattimento un insegnamento. Rispetta alcune regole etiche interiori, non vissute come imposizioni, ma come parte integrante della propria sensibilità nella ricerca del vero.
Cerca di essere onesto, aperto, combatte le ingiustizie -prima di tutto le proprie - sapendo che per combattere per il miglioramento della vita altrui deve innanzi tutto migliorare la propria, iniziando dalla propria etica oltre che dal proprio fisico. 

Non ha dogmi, nè segue dogmi di altri, vuole essere un uomo libero con una continua voglia di crescere e conoscere che lo deve portare ad accettare tutto e diffidare di tutto cercando conferma di ciò che gli è stato detto e, solo dopo averlo scoperto personalmente, esprimere il proprio parere. 

Le sue regole sono semplici: non mentire mai e per nessun motivo, essere onesto verso se stesso e gli altri, avere la giusta ed eguale considerazione delle persone senza fare alcuna distinzione di razza, età, sesso, convincimenti o status economico.



sabato 22 febbraio 2014

La ricchezza è un bene se aiuta gli altri

La prefazione del Papa al libro del cardinale Müller «Povera per i poveri. La missione della Chiesa»

Papa FrancescoPapa Francesco

Chi di noi non si sente a disagio nell’affrontare anche la sola parola «povertà»? Ci sono tante forme di povertà: fisiche, economiche, spirituali, sociali, morali. Il mondo occidentale identifica la povertà anzitutto con l’assenza di potere economico ed enfatizza negativamente questo status. Il suo governo, infatti, si fonda essenzialmente sull’enorme potere che il denaro ha acquisito oggi, un potere apparentemente superiore a ogni altro. Perciò un’assenza di potere economico significa irrilevanza a livello politico, sociale e persino umano. Chi non possiede denaro, viene considerato solo nella misura in cui può servire ad altri scopi. Ci sono tante povertà, ma la povertà economica è quella che viene guardata con maggior orrore. In questo c’è una grande verità. Il denaro è uno strumento che in qualche modo - come la proprietà - prolunga e accresce le capacità della libertà umana, consentendole di operare nel mondo, di agire, di portare frutto. Di per sé è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità. Tuttavia, questo mezzo può ritorcersi contro l’uomo. Il denaro e il potere economico, infatti, possono essere un mezzo che allontana l’uomo dall’uomo, confinandolo in un orizzonte egocentrico ed egoistico.


La stessa parola aramaica che Gesù utilizza nel Vangelo - mammona , cioè tesoro nascosto (cf. Mt 6, 24; Lc 16,13) - ce lo fa capire: quando il potere economico è uno strumento che produce tesori che si tengono solo per sé, nascondendoli agli altri, esso produce iniquità, perde la sua originaria valenza positiva. Anche il termine greco, usato da San Paolo, nella Lettera ai Filippesi (cf. Fil 2, 6) - arpagmos - rinvia a un bene trattenuto gelosamente per sé, o addirittura al frutto di ciò che si è rapinato agli altri. Questo accade quando dei beni vengono utilizzati da uomini che conoscono la solidarietà solo per la cerchia - piccola o grande che sia - dei propri conoscenti o quando si tratta di riceverla, ma non quando si tratta di offrirla. Questo accade quando l’uomo, avendo perso la speranza in un orizzonte trascendente, ha perso anche il gusto della gratuità, il gusto di fare il bene per la semplice bellezza di farlo (cf. Lc 6, 33 ss.).


Quando invece l’uomo è educato a riconoscere la fondamentale solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini - questo ci ricorda la Dottrina sociale della Chiesa - allora sa bene che non può tenere per sé i beni di cui dispone. Quando vive abitualmente nella solidarietà, l’uomo sa che ciò che nega ad altri e trattiene per sé, prima o poi, si ritorcerà contro di lui. In fondo, a questo allude nel Vangelo Gesù, quando accenna alla ruggine o alla tignola che rovinano le ricchezze possedute egoisticamente (cf. Mt 6, 19-20; Lc 12, 33). 
Invece, quando i beni di cui si dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni, essi diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso. Infatti vi è un originale legame tra profitto e solidarietà, una circolarità feconda fra guadagno e dono, che il peccato tende a spezzare e offuscare. Compito dei cristiani è riscoprire, vivere e annunciare a tutti questa preziosa e originaria unità fra profitto e solidarietà. Quanto il mondo contemporaneo ha bisogno di riscoprire questa bella verità! Quanto più accetterà di fare i conti con questo, tanto più diminuiranno anche le povertà economiche che tanto ci affliggono.


Non possiamo però dimenticare che non esistono solo le povertà legate all’economia. È lo stesso Gesù a ricordarcelo, ammonendoci che la nostra vita non dipende solo «dai nostri beni» (cf. Lc 12, 15). Originariamente l’uomo è povero, è bisognoso e indigente. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni epoca e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere «creature»: non ci siamo fatti da noi stessi e da soli non possiamo darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come una virtù indispensabile allo stesso vivere.


In ogni caso, dipendiamo da qualcuno o da qualcosa. Possiamo vivere ciò come una debilitazione del vivere o come una possibilità, come una risorsa per fare i conti con un mondo in cui nessuno può far a meno dell’altro, in cui tutti siamo utili e preziosi per tutti, ciascuno a suo modo. Non c’è come scoprire questo che spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è allora, davvero, inscindibilmente personale e comune. È evidente che questa prassi può nascere solo da una nuova mentalità, dalla conversione ad un nuovo modo di guardarci gli uni con gli altri! Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come «fratelli», è possibile una prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta!


Quando l’uomo si concepisce così e si educa a vivere così, l’originaria povertà creaturale non è più sentita come un handicap , bensì come una risorsa, nella quale ciò che arricchisce ciascuno, e liberamente viene donato, è un bene e un dono che ricade poi a vantaggio di tutti. Questa è la luce positiva con cui anche il Vangelo ci invita a guardare alla povertà. Proprio questa luce ci aiuta dunque a comprendere perché Gesù trasforma questa condizione in una autentica «beatitudine»: « Beati voi poveri! » (Lc 6, 20). 
Allora, pur facendo tutto ciò che è in nostro potere e rifuggendo ogni forma di irresponsabile assuefazione alle proprie debolezze, non temiamo di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è curvato (cf. Fil 2, 8) e si curva su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e per donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere. 
Perciò Gesù elogia i «poveri in spirito» ( Mt 5, 3), vale a dire coloro che guardano così ai propri bisogni e, bisognosi come sono, si affidano a Dio, non temendo di dipendere da Lui (cf. Mt 6, 26). Da Dio possiamo infatti avere quel Bene che nessun limite può fermare, perché Lui è più potente di ogni limite e ce lo ha dimostrato quando ha vinto la morte! Dio da ricco che era si è fatto povero (cf. 2 Cor 8, 9) per arricchirci con i suoi doni! Egli ci ama, ogni fibra del nostro essere gli è cara, ai suoi occhi ciascuno di noi è unico ed ha un valore immenso: «Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati... voi valete più di molti passeri » ( Lc 12, 7) . 

Papa Francesco - @Pontifex_it - Corriere della sera - 19 febbraio

martedì 18 febbraio 2014

Lo sport come paradigma della vita

Ho sempre visto e vissuto lo sport come una realtà simbolica della vita: che è guerra, è lotta, è sofferenza, disperazione, rabbia, gioia, a volte ingiustizia, soddisfazione e felicità.
Quando pratichi uno sport, soprattutto a livello agonistico, ogni partita è una battaglia: se vinci vivi, se perdi muori sempre un poco. La grandezza dello sport sta però nel fatto che subito dopo rinasci. Ed ogni sconfitta non è mai definitiva, puoi trovare sempre la forza per un'altra battaglia, per un'altra occasione.
La capacità di competere, di vincere o perdere, di elaborare la sconfitta per poi tornare a confrontarsi è il fondamento anche della nostra vita. Ogni giorno.

Metodo, preparazione, studio, tenacia, ricerca dell'eccellenza, ripetizione, rivisitare continuamente il proprio modulo o stile di gioco al fine di rivederlo, ripensarlo, aggiornarlo, perfezionarlo. Così nello sport, ma anche nella vita vissuta, nel lavoro. 
Con un unico obiettivo: arrivare a "giocare la finale", il maggior numero di finali possibili per avere più occasioni. Alcune si perdono e ci si sente morire, altre si vincono e ci si sente immortali.
Questo è il gioco, questa è la vita e bisogna accettarlo.

By Pierangelo Raffini

sabato 15 febbraio 2014

Se vuoi la pace accetta i tuoi limiti

Si è appena conclusa la preghiera di mezzogiorno all’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, ventidue chilometri da Würzburg, Baviera settentrionale, Franconia per la gente del posto. Capelli fluenti ormai scappati dalla fronte, la lunga barba incanutita, Anselm Grün, 69 anni, ha scritto trecento libri sulla psiche e sullo spirito, vendendo in tutto il mondo 20 milioni di copie. Sta preparando un nuovo volume sulle ferite psicologiche dell’infanzia insieme con Walter Kohl, figlio del cancelliere dell’Unificazione tedesca, uno che dovrebbe intendersene.  

Padre Grün, ho l’iPhone, una bella automobile, una bella ragazza. Se non li avessi, il mio comandamento sarebbe di procurarmeli. Perché dovrei interessarmi alla religione?  
«La religione dà un senso alla vita. L’uomo desidera il successo, il denaro, ma queste cose, se pur si realizzano, non ci danno la soddisfazione sperata, restiamo senza pace. La religione risponde al richiamo dell’anima: è il desiderio di una vita buona». 

Molti «maestri spirituali» ci spingono a guardare dentro di noi, svalutando la realtà esteriore. Ma quando Gesù dice: «Date a Cesare quello che è di Cesare», non riconosce forse che l’uomo è un essere sociale?  
«La spiritualità si occupa della trasformazione personale, ma san Benedetto insegna: ora et labora. La responsabilità di fronte al mondo è una cosa molto importante per i fedeli. I cristiani non vivono solo per se stessi, vivono con gli altri e hanno il compito di trasformare la società. Max Horkheimer, il filosofo della scuola di Francoforte, ha detto che la religione ha il compito di rendere la società umana, di coltivare il desiderio per il totalmente altro. La società abbandonata a se stessa vuole controllare tutto, definire ogni comportamento umano La religione custodisce uno spazio di libertà». 

Perché dovrei avere dei valori morali quando l’obiettivo supremo della nostra società, la ricchezza, si raggiunge più facilmente senza?  
«Al monastero mi capita spesso di fare conferenze a manager e banchieri. Ci sono due atteggiamenti: uno che non rispetta e non crede ai valori, l’altro che invece ha capito come sia importante salvaguardarli, perché alla fine un mondo senza valori danneggia anche l’economia». 

L’economia rincorre la crescita illimitata, la morale del mercato è il desiderio infinito. Lei invece parla di senso del limite, perché?  
«Come dice il Papa, il capitalismo puro diventa disumano. Per fortuna in Germania abbiamo l’economia di mercato sociale dove il capitalismo è sottoposto a una critica, a certe limitazioni. Limite ha due significati diversi: il primo è il limite personale, i miei limiti umani. Il secondo è la finitezza della natura, per cui ogni crescita è limitata e destinata a finire, a morire. Questo tipo di crescita naturale dovrebbe essere il modello dell’economia. La concezione di una crescita senza limiti è una idea malata». 

Usando un termine dello psicoterapeuta Carl Gustav Jung, lei invita ad accettare la propria ombra: che cosa significa?  
«Jung dice che ciascuno ha dentro di sé diverse coppie di polarità. Una di queste è ragione-sentimento, quando uno vive soltanto nella ragione, i sentimenti vanno nell’ombra e diventano sentimentalismo. Lì acquistano un grande potere, perché non è più l’uomo che ha dei sentimenti ma i sentimenti che hanno l’uomo. Ovviamente bisogna trovare un equilibrio. Per farlo occorre sapersi accettare. Devo ad esempio saper riconoscere i miei impulsi sadici e masochistici, la mia cattiveria, la mia aggressività. Sono pulsioni che non vanno vissute, è chiaro, ma neppure negate. È importante saperle osservare con umiltà. Dalla paura dell’ombra nasce il moralismo, e più c’è paura più la severità del moralista cresce». 

La società corre sempre più in fretta e noi fatichiamo a tenere il ritmo. La velocità moderna non è l’opposto della pace interiore?  
«Molte persone percepiscono questa velocità come una minaccia al loro equilibrio, alla loro salute, una fonte costante di angoscia. Allora si cerca la quiete, ma a questo punto ecco un paradosso: la calma fa paura. Emergono alla superficie i nostri incubi, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il timore della verità, delle malattie, della morte. La verità della calma terrorizza, la gente non vuole ricordare i propri limiti. È una porta che va attraversata». 

Il cristianesimo insiste sulla libertà umana ma la scienza moderna sembra considerare l’uomo soltanto come una sofisticata macchina bio-chimico. Basta una pillola a essere felici?  
«La libertà dell’uomo non è assoluta. La psicologia ci insegna che siamo dipendenti dall’inizio della nostra storia, dalle ferite dell’infanzia. C’è una storia che non possiamo cambiare anche se la responsabilità di rispondere spetta a noi. Nella risposta sta la nostra libertà. La depressione può avere un senso. Ci sono diversi tipi di depressione e alcuni, certo, vanno trattati con i farmaci. Ma talvolta la depressione è una ribellione contro un’immagine interiore troppo alta, troppo elevata, l’ossessione per il successo, per la perfezione. In questi casi è un modo per riportami alla mia misura vera. A volte la depressione è dovuta alla mancanza di radici nella storia personale, nella fede, nella forza che dovrebbe venirci dalle figure del padre e della madre». 

Che cos’è la fede?  
«La fede è un’esperienza. Quando un non-credente mi dice: io non posso credere, gli dico: non devi credere, prova! Gesù dice: Dio è il pastore, non manco di nulla. Non bisogna credere ma provare se questa parola è vera. Poi c’è un altro aspetto: che cosa vedo quando vedo la bellezza della natura, che cosa ascolto quando ascolto Mozart. Non è solo chimica. Nella bellezza della natura e nella bellezza della cultura riluce la bellezza assoluta. Questo è Dio. Quando uno dice non credo a Dio, in genere si riferisce a un’immagine particolare di Dio. Ma Dio è totalmente altro, mistero, come dice il teologo Karl Rahner. Quando uno ha il senso del mistero ha anche il senso di Dio». 

Lei talvolta parla degli angeli, che cos’è un angelo?  
«Bisogna stare attenti a non ridurre l’angelo a qualcosa di troppo familiare, come fa la New age o un certo esoterismo: all’angelo non si può telefonare. La teologia dice che gli angeli non sono persone ma forze personali, forze che proteggono la persona. L’angelo ci accetta come siamo e ci aiuta a stare con noi stessi anche quando gli altri ci disprezzano o ci respingono. Non è solo uno stato psicologico però, diciamo che l’angelo è un’immagine perché non abbiamo altri modi di esprimerci, ma è una realtà. Una realtà che viene da Dio». 

Che cos’è la preghiera?  
«La preghiera è un incontro con Dio. Mostro la mia verità a Dio. Alcuni credono che la preghiera serva a chiedere qualcosa, ma ciò che conta è l’incontro: offro la mia verità e le mie ombre a Dio perché lui le accetti». 

Che cos’è la meditazione?  
«La meditazione è un metodo. Una cinquantina di anni fa abbiamo riscoperto la meditazione dall’Oriente, grazie al buddhismo, ma la tecnica esisteva già nella nostra tradizione, nei padri del deserto o nell’esicasmo degli ortodossi. A volte bisogna andare lontano per trovare le cose vicine».  

Claudio Gallo - La Stampa - Cultura - 14 febbraio

venerdì 14 febbraio 2014

Se eri un bambino negli anni '50, '60, '70, '80 devi leggere.

1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né
airbag…
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata
speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.,,
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di
piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei
medicinali, nei bagni, alle porte.
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla
bottiglia dell’acqua minerale…
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che
avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non
avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il
problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima
del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva
rintracciarci. Impensabile….
aversd
9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il
pranzo con tutta la famiglia (si, anche con il papà).
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di
nessuno, se non di noi stessi.
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia
e nessuno moriva per questo.
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi ,
televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby
surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet
… Avevamo invece tanti AMICI.
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa
dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza
bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto?
Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano
delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti
per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli.
La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?
E a crescere e diventare grandi?
Se appartieni a questa generazione, condividi questo link con i tuoi conoscenti della tua stessa generazione…. e anche con gente più giovane perché sappiano come eravamo noi prima!
(Paulo Coelho)

mercoledì 29 gennaio 2014

I valori fondamentali di Amazon

Attenzione
Ossessiva attenzione al Cliente
Senso di appartenenza
Spinta all'azione
Sobrietà 
Senso della sfida
Innovazione

lunedì 6 gennaio 2014

La rete degli imbecilli

Oggi in occasione del malore che ha colto PierLuigi Bersani hanno fatto sentire la propria voce on line un numero discretamente rilevante di imbecilli. Nulla di inedito: la quantità di commenti idioti sulla Internet italiana è aumentata in questi anni con l’aumentare dei numero di persone che la utilizzano.

In un Paese a modestissima alfabetizzazione digitale come il nostro un simile problema rischia di diventare molto rilevante per molte ragioni:

- Perché rafforza la reazione superficiale secondo la quale la rete debba essere censurata, con tutto il corteo di deliri legislativi susseguenti (vedi il caso Boldrini di qualche mese fa)

- Perché suggerisce l’idea secondo la quale la parola dei “cittadini” non abbia valore e possa essere in qualche maniera irrigimentata, in una parabola sulla quale ci sarebbe molto da dire ma che comunque indirizza Internet verso le dinamiche comunicative di un mondo precedente

- Perché in nome della lotta al rumore di fondo, che certo aumenta in continuazione, l’unica proposta contemplata è quella di una sordina generale che colpisca indistintamente tutti, ma anche in questo caso con particolare rilevanza nei confronti di quanti in genere hanno poca voce.

Molto si discute anche su quali siano le origini di un simile fenomeno (e anche se sia un fenomeno nostrano o meno). Ne cito tre ma è evidente che me ne sfuggiranno di rilevanti

- Una sostanziale irresponsabiltà nei confronti dei contenuti di odio. Qualsiasi imbecille può scrivere su Facebook che spera che Bersani muoia e lo fa spesso dentro sacche di effettiva impunità nelle quali la responsabilità rimbalza fra l’autore, la piattaforma stessa e i gestori della pagina sulla quale scrive.

- Il tono di rete. Mi spiace dirlo ma il tono di rete soffre degli stessi fenomeni imitativi che ha il linguaggio in genere. Dico mi dispiace perché una parte rilevante dei commenti sguaiati e offensivi che è possibile rintracciare in rete oggi vengono da simpatizzati di Beppe Grillo (o da suoi imitatori con differenti casacche politiche). Grillo in questi anni, al di là dei contenuti, ha affinato una vera e propria Accademia della Crusca del malparlare digitale. I fenomeni imitatori del gergo astioso, urlato e canzonatorio del comico genovese sono una conseguenza probabilmente non intenzionale; resta il fatto che Grillo stesso per primo e da sempre ha scelto di non mitigare simili eccessi. Centinaia di persone che in rete parlano come Grillo, ne imitano i tic e le figure retoriche, ma in una maniera più grossolana ed astiosa e che supera spesso i limiti della decenza e talvolta della diffamazione.

- Esiste poi una indubbia ragione di contesto. Questo Paese è attraversato di una crisi di valori profondissima che riguarda tutto e tutti. È una crisi grandemente sottovalutata e in buona parte ignorata della politica ma anche da noi stessi. La sua rappresentazione di rete è drammatica e molto reale e interessa sia i temi che i toni utilizzati.

Cosa possiamo fare?

Fatti salvi i presidi di legge esistenti (che sono più che sufficienti) per il decoro della nostra comunicazione di rete dobbiamo fare qualcosa, provo ad immaginarne alcune con una premessa.

Dobbiamo accettare che le persone possano esprimere il proprio parere nel maggior numero di luoghi di rete possibile. Pensare di fare una Internet senza le persone (o con le persone ma solo fino a quando ci fanno comodo, magari solo a leggere le bellissime cose che gli editori pubblicano per loro) è una idea non solo sbagliata (e un po’ reazionaria) ma impraticabile nell’ottica basilare dell’architettura del mezzo.

Però a questo punto è necessario adottare la moderazione (che è poi un retaggio dei meccanismi di autoregolamentazione della Internet dei primordi) in ogni forma possibile, eleggendola a nostra modalità di partecipazione in rete. Dobbiamo sposare strumenti che facciano emergere il valore e allontanino gli idioti (allontanare gli idioti, come sa chiunque abbia utilizzato Usenet un secolo fa, è anche un’ottima maniera per ricordar loro l’educazione e in molti casi farli ravvedere). Questo un tempo si faceva con la gestione amatoriale del proprio spazio di rete, ed è una idea oggi un po’ in disuso. Chi utilizza la rete dovrebbe continuare a farlo con questa forma di responsabilità, dentro qualsiasi contesto. Offri uno strumento di conversazione? Ok fallo pure liberamente ma tienilo pulito dalle cartacce.

Cosa significa in concreto questo: prendiamo ad esempio le centinaia di commenti offensivi comparsi oggi sulla pagina FB del Il Fatto Quotidiano.

È normale che una azienda come Facebook possa avere milioni di profili in italiano e NESSUNO in Italia che si occupi di moderare contenuti pesantemente diffamatori o che possa intervenire su segnalazioni di emergenza in tempi ragionevolmente brevi? Evenienze che come è ovvio, dati i numeri in questione, si ripetono ogni giorno. Non mi pare che questo sia chiedere troppo. Oltre un certo successo di pubblico, dopo un certo numero di utenti registrati le piattaforme di rete dovrebbero avere obbligatoriamente un team che si occupi dei contenuti in quel paese e che ne mantenga il controllo con la policy che riterrà. Moderare meglio e moderare tutti.

I gestori delle pagine web (che siano siti editoriali, blog, pagine sui SN ecc) poi dovrebbero avere meccanismi di moderazione dei commenti trasparenti ed attivi. Ognuno sceglierà come gestirli a seconda delle proprie idee e delle proprie risorse ma non si può accettare l’idea che centinaia di commenti diffamatori siamo presenti per molte ore dentro il nostro spazio di rete senza che a noi ce ne importi nulla perché tanto (forse) la responsabilità penale non è nostra (nel frattempo leggo che Il Fatto Quotidianoha rimosso il post da FB).

Terza cosa: potremmo immaginare meccanismi sanzionatori rapidi e leggeri per chi diffama in rete. Non sono un esperto e capisco bene che la materia è spinosa ma data la vasta inefficenza del nostro sistema giudiziario si potrebbero pensare meccanismi di arbitrato digitale dove per via breve sia possibile comminare una semplice multa agli imbecilli. Che è anche questa una sorta di moderazione ex post.

Due sole cose non dovremmo fare:

dare spazio ai tanti incompetenti che domani invocheranno nuove leggi per Internet

sposare il punto di vista superficiale e reazionario secondo il quale un mare di commenti idioti sia ragione sufficiente per allontanare l’idea che le altre persone abbiano pareri degni della nostra attenzione.

Quello che è accaduto oggi è in buona misura una bega tecnologica: un semplice fallimento del filtro di rete. Riguarda molti soggetti diversi, differenti disinteressi e opposte superficialità. Ci sono cose che dovremo fare. Le faremo solo se Internet ci piacerà abbastanza.

Massimo Mantellini - Il Post (http://www.ilpost.it/massimomantellini/2014/01/05/la-rete-gli-imbecilli/)


mercoledì 25 dicembre 2013

Sulla Democrazia

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

 

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

 

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

 

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

 

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

 

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

 

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

 

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

 

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.


domenica 22 dicembre 2013

Statali infedeli e finti poveri Il patto etico rotto dagli Italiani

Noi che paghiamo ogni multa mentre i truffatori restano impuniti.

La notizia dei tre miliardi sottratti allo Stato da parte di 5.000 dipendenti pubblici, che si aggiunge a quella dei finti poveri, dei falsi ciechi o dei turlupinatori di pensioni che ogni giorno vengono «scoperti» dalla Guardia di Finanza, non può che turbare - dove «turbare» è un eufemismo - le tante persone oneste di questo Paese, sempre più perseguitate da un Fisco che li ritiene gli unici «privilegiati» interlocutori.

Non è populismo affermare che molti dei nostri problemi economici sarebbero in parte risolvibili con una bella e definitiva pulizia degli sprechi e degli assurdi privilegi che l’apparato statale permette e concede a tutti coloro che sono riusciti a infilarsi sotto le sue ali mafiosamente protettive. Com’è possibile, infatti, ci chiediamo noi contribuenti, che per dieci, venti, trent’anni una persona percepisca una pensione di invalidità come cieco pur essendo perfettamente vedente, mentre una nostra qualsiasi minima mancanza, che sia una multa o un mancato pagamento di un contributo, viene immediatamente sanzionata e punita con severità? Quanti ciechi ci vogliono per non vedere un finto cieco? Come ci interroghiamo anche - e purtroppo sappiamo già la risposta - su quanti di questi 5.073 dipendenti dello Stato che hanno rubato, truffato, corrotto avranno come conseguenza la perdita del loro posto di lavoro. Non sono un’esperta di amministrazione statale, ma temo che la risposta sia «nessuno». 

Questi uomini e donne che hanno tradito il patto di fiducia etico su cui si regge la società, hanno anche danneggiato i loro colleghi che lavorano con serietà e dedizione. Quali conseguenze avrà questo tradimento? Forse soltanto una multa o il trascinarsi in un processo che durerà anni e che finirà in una bolla di sapone. 

Il messaggio che ci viene costantemente dato dallo Stato è che in fondo le nostre azioni non sono influenti, che il comportarsi bene o male non cambia nulla, se si ha un posto garantito. Il messaggio che quindi passa alle generazioni future è quello che il merito e l’etica in Italia non hanno alcun peso, cosa che peraltro viene confermata in ogni ambito della nostra società, dall’università alla pubblica amministrazione. 
A volte, quando guardo i politici immersi nelle loro costanti e sterili polemiche televisive, mi domando: si rendono veramente conto dello stato di esasperazione della parte sana del nostro Paese? Credo proprio di no. Se si rendessero conto, infatti, agirebbero di conseguenza, senza timore dell’impopolarità, sfrondando, pulendo, liberandoci da tutto ciò che è inutile, offensivo e dannoso.

È la mancanza di questa semplice azione a spingere sempre più italiani verso l’indifferenza, il cinismo, il disinteresse o tra le braccia dei movimenti che afferrano le viscere e le torcono, perché è lì che, alla fine, si annida la disperazione degli onesti. 
È su questo che riflettevo, andando in bicicletta per le colline umbre, desolata dallo spettacolo che ormai accompagna ogni mia escursione. Avevo appena superato la carcassa di un televisore abbandonato in mezzo ai rovi; doveva essere un lancio recente, dato che la settimana scorsa non c’era, come non c’era neppure il water di porcellana rovesciato in un fosso, sulla via del ritorno. Anche lui una new entry nel mio paesaggio ciclistico.

Chi, come i nostri politici, viaggia sempre in automobile forse non sa che quasi la totalità dei bordi delle nostre strade e autostrade è costellato di rifiuti e spazzatura. Ogni metro quadrato è invaso da bottiglie di acqua minerale, lattine, scatole di sigarette, pannolini, preservativi, batterie di automobili, plastiche: tutto viene allegramente scaraventato fuori dai finestrini. Se poi si abbandonano le strade asfaltate e si imboccano quelle bianche, il panorama diventa ancora più orrendamente variegato: frigoriferi, lavatrici, pneumatici di tutte le dimensioni, reti da letto sfondate, materassi, divani, poltrone, computer, bidet, carcasse di biciclette o di motorino e spesso anche automobili senza targa, per non parlare delle lastre di amianto, residui di pollai e di stalle, maldestramente nascosti sotto pochi centimetri di terra. E tutto questo non accade soltanto nella terra dei fuochi, ma anche nella verde e felice Umbria. 

Bisogna aver il coraggio di dirlo apertamente: il nostro Paese - il meraviglioso giardino d’Europa - è una discarica a cielo aperto, di cui la «Terra dei fuochi» non è che la punta di un iceberg. 

Questo disprezzo per il luogo in cui viviamo, oltre a provocare un enorme danno all’ambiente e al turismo, è uno specchio fedele dell’assenza di senso civico che permea ormai tutto il Paese e di cui la classe politica è stata, fino ad ora, la garante. Dopo di me il diluvio, potrebbe assurgere a nostro motto nazionale. Il fatto che esistano, in ogni comune, delle isole ecologiche in cui smaltire ciò che non serve più cambia solo in parte le cose, perché questi luoghi hanno orari e leggi da rispettare, e perché mai dovrei rispettare un orario e una legge, se posso non farlo? 

Per anni, camminando in montagna, mi sono arrabbiata vedendo tutto quello che veniva abbandonato lungo i sentieri. Poi ho capito che quello sporco riguardava anche me, che arrabbiarsi e non fare niente mi rendeva complice del degrado. Così ho cominciato a raccogliere bottigliette di plastica, rifiuti e lattine come fossero fiori, riportandoli a valle con me. È questo che tutti noi dovremmo fare. Ciò che è fuori è sempre lo specchio di ciò che è dentro. L’immondizia che devasta il nostro Paese non è che la manifestazione del degrado etico che pervade ogni ambito della nostra società. 

Così, pedalando desolata, pensavo: come sarebbe se ogni comune, ogni quartiere di città, mettesse a disposizione di noi cittadini dei mezzi per permetterci di raccogliere in prima persona i rifiuti abbandonati criminalmente per strada o nei boschi. E poi sarebbe anche bello che tutta questa spazzatura, invece di venir immediatamente smaltita e dimenticata, lasciando spazio all’arrivo di nuova, venisse portata nelle piazze principali dei paesi e dei quartieri e affidata alle mani esperte di ragazzi diplomati alle varie Accademie di belle arti, per venir trasformata, grazie alla loro creatività, in temporanei monumenti alla nostra inciviltà. Così, durante la passeggiata domenicale, prendendo un caffè o conversando con gli amici, tutti noi potremmo ammirare per un anno gli oggetti che abbiamo abbandonato: guarda, la mia vecchia lavatrice, il mio bidet, il televisore della nonna! Sarebbe istruttivo che poi tutti questi precari monumenti al nostro degrado venissero fotografati e raccolti in un delizioso libretto dal titolo: «Ciò che eravamo, ciò che non vogliamo più essere». 

Susanna Tamaro - Corriere della Sera



giovedì 11 luglio 2013

Cucinelli: ecco il vero valore aggiunto

VALORIZZANDO “IL TESORO NASCOSTO DELL’ANTICA VOCAZIONE DEL BELLO”, DICE IL RE DEL CACHEMIRE, IL PAESE SI SALVERÀ 


 Il capitalista visionario Brunello Cucinelli è convinto che sì, l’Italia ce la farà: perché è il paese più bello del mondo, patria di Leonardo, Michelangelo, Tiziano. Deve solo abbandonare il segmento medio e concentrarsi sui prodotti ad alto valore aggiunto, che incorporano stile, design, creatività. Insomma, «l’Italia deve fare l’Italia, la bella Italia» e smetterla di ripararsi dietro la crisi, il debito, la politica. Quanto a lui, con l’Ipo (il titolo ha guadagnato in un anno il 110%) ha azzerato il debito e concentrato le risorse nell’apertura di nuovi negozi. Oggi sono 80 nelle grandi città e nelle località del glamour: Aspen, Capri, St. Tropez, Porto Cervo. I ricavi 2012 sono cresciuti del 15% a 279 milioni, e il primo trimestre si è chiuso a 88,8 milioni (+14% sullo stesso periodo). Il marchio produce interamente in Italia e realizza il 20% delle vendite nel Belpaese: il 32% in Europa, il 31% negli Usa, il 6% in Cina e il resto negli altri Paesi del mondo. Nel 2012 Cucinelli ha investito 27,3 milioni (e altri 16,4 nel primo trimestre 2013) nello sviluppo della rete dei monomarca e nell’ampliamento del polo di Solomeo, in provincia di Perugia, cuore dell’azienda. Lo incontriamo a Treviso dove partecipa a Modesign, un progetto a supporto di Venezia Nordest capitale europea della cultura 2019, e ha voluto omaggiare i Benetton, «ai quali sono legato perché a loro mi sono ispirato quando ho deciso di fareil cachemire colorato ». 


Cucinelli, dove stiamo andando? «Come nel ‘500 i mercanti che tornavano dalle Americhe hanno portato il mais, la patata e il pomodoro cambiando il nostro modo di produrre, ci troviamo alla vigilia di un’altra rivoluzione, quella della conoscenza. Vede, mio babbo faceva l’operaio e così i miei fratelli. Nessuno di loro sapeva nulla dei profitti dell’imprenditore per cui lavoravano. Al massimo si sapeva che s’era comprato la Mercedes. Oggi non è più così: basta un clic dal più sperduto paese e chiunque può sapere dove abiti, quanto guadagni, cosa fai. E’ un cambiamento epocale perché ha messo in rete la conoscenza». Il mondo finanziario è pieno di bucanieri: pensa che questa stagione sia finita? «Con la circolazione della conoscenza, per essere credibile devi essere vero, non si può ingannare nessuno. Io credo che sia finito questo tipo di capitalismo. E che sia in arrivo una sorta di capitalismo umanistico contemporaneo. Aristotele sosteneva che l’etica è la parte più alta della filosofia. Abbiamo pensato di governare il mondo con la matematica e la finanza, ma è dall’unione con i saperi umanistici che sono nate le grandi università. È con le conoscenze umanistiche che ne usciremo». 


Oggi però la disoccupazione è ai record e l’Italia somiglia più a un paese in declino che a una potenza industriale. Non crede? «La nostra, prima che una crisi economica, è una crisi di civiltà, di valori, di cultura. Adesso stiamo ridisegnando la mappa del mondo: sul breve soffriremo ancora un po’, ci sarà crisi di lavoro. Ma grazie ai nostri saperi umanistici ne usciremo prima e meglio degli altri, ne sono convinto: il mondo è affascinato dal prodotto italiano, dalla nostra storia, dal nostro stile. Cerca e vuole i nostri prodotti. Come si fa a pensare che non abbiamo un futuro? Il problema che abbiamo davanti è come realizzare prodotti di grande qualità se non investiamo nel capitale umano. Le persone sono il fulcro. Bisogna tornare a dare dignità al lavoro: un giusto salario, l’ascolto delle persone che lavorano con noi, la condivisione ». 


Cosa fare in pratica? «Ci sono prodotti che non trovano più mercato. Non diamo la colpa alla crisi, alla politica: il mercato cambia, deve cambiare l’impresa. Se domani il cachemire italiano non lo comprasse più nessuno, bisognerà prenderne atto e mettersi a fare altro. Senza la parola fallimento: io abolirei questa parola dal codice civile, a meno che non vi sia del dolo. I ragazzi della Silicon Valley hanno chiuso cinque volte prima di sfondare». Gli imprenditori italiani sono maturi per cambiare il proprio modello industriale? «In un mondo come il nostro, il mercato cambia rapidamente: dobbiamo lasciare il segmento medio, che non è più di nostra competenza ma di altri, e salire di livello, cercando di produrre made in Italy, che peraltro nel mondo è ricercato. Cinesi, americani, russi adorano il prodotto italiano. E noi lo sappiamo fare meglio di tutti ». Dopo la quotazione, che programmi ha? «Sto investendo nel brand di segmento molto alto, e nei negozi: pochi, selezionati, nei posti giusti. Nessuno dei miei investitori mi ha chiesto di cambiare: voglio continuare così, a fare il cachemire più bello del mondo, nella mia Solomeo, con gli amici del circolo del paese».


Daniele Ferrazza - Affari & Finanza - Repubblica 


domenica 2 giugno 2013

Una libertà minacciata


Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.

Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche - non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato - ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire ). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.
Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu ).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.
Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?
La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.
Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola - che sono i due pilastri della libertà politica - vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo - e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa - rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati.

Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima. 
È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» - ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto - ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».