venerdì 19 aprile 2013

Gli enuchi dell'Universo

Seguiteci, torniamo indietro di sette mesi fino all'apice della storia del capitalismo americano del ventunesimo secolo: eccoci in mezzo a un brulichio di anime affini adoratrici delle star, davanti allo Sheraton Hotel della Settima Avenue a Manhattan. Tutti si agitano, si dimenano.
Scorriamo accanto a una schiera di poliziotti e a un battaglione di operativi della security in abito grigio con dei tecno-polipetti nelle orecchie attaccati a spirali di cavo bianco da interfono che cercano di tenerci sotto controllo… mentre quasi calpestiamo la massa di giornalisti e troupe televisive straccione, barbonesche, e dei curiosi che ci intralciano il cammino.

Siamo esaltati! – siamo eccitati, ardiamo, bramiamo la vista fugace del John Jacob Astor, dell'Andrew Carnegie, dell'E.H. Harriman, del John D. Rockefeller, dell'Henry Ford, del Bill Gates del nostro secolo… ed eccolo lì! Guardatelo! Non porta il colletto da smoking e la cravatta di seta sgualcita di Astor né il cilindro rigido in seta e il tight di John D. con un garofano rosso nell'asola del risvolto sinistro e un paio di pantaloni a righe, e neppure l'abito da grandi magazzini di Bill Gates. No: il nostro uomo ha solo ventisette anni ed è vestito come un tycoon del nostro tempo… Per camicia ha una T-shirt grigia, presa dalla trentina di T-shirt grigie che ha sempre con sé per non perdere mai il look da adolescente ribelle che se ne frega della moda… e sopra, una felpa grigio scuro col cappuccio, capo noto comunemente come hoodie. Da oggi, 7 maggio 2012, in poi, lo hoodie diventa il suo simbolo, il marchio di fabbrica, lo stendardo da battaglia.
In un quarto d'ora saremo nella sala da ballo con una folla di soli invitati incravattati che compone la più ricca banda di potenziali investitori d'America, anzi del mondo, nell'offerta pubblica iniziale di vendita di azioni per il valore di 104 miliardi di dollari della sua azienda, addizione recente al novero del nostro ramo industriale più moderno: la cosiddetta IT, l'Information technology.

Come chiunque abbia letto fin qui ha già capito da solo, la sua azienda si chiama Facebook, e il giovane è il primo tycoon della IT del nostro secolo: Mark Zuckerberg. Al 14 maggio, Facebook ha 901 milioni di clienti, un abitante su otto della Terra (e sarebbe presto arrivata a un miliardo, uno su sette). Nessuno aveva mai sognato niente di simile: una "rete sociale", un social network, che potesse consentire alla gente in tutto il mondo di raggiungere chiunque istantaneamente, gratis, e condividere foto di sé e Dio sa cos'altro.

Le azioni sarebbero state messe in vendita tre giorni dopo, giovedì 17 maggio alle undici del mattino. Per quell'ora, già 82 milioni di offerte sarebbero state pronte, cariche e scalcianti, ai blocchi di partenza. Zuckerberg aveva ingaggiato cinque storiche banche d'investimento perché si occupassero in concreto dell'offerta: JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Bank of America, Barclays Capital, e la banca che aveva la supervisione dell'operazione: Morgan Stanley, nelle persone di James Gorman, il Ceo, e Michael Grimes. Grimes era stato nominato «affarista» numero uno di Wall Street nella Forbes Midas List, la lista «Re Mida», per quattro anni di fila dal 2004 al 2007. Alle undici in punto – buum! – le 82 milioni di offerte furono sul mercato. I nostri banchieri investitori della vecchia guardia muoiono di curiosità. Non hanno mai visto niente di simile alle orde di compratori che cavalcano verso di loro con addosso miliardi di dollari – miliardi! – ansiosi di metter le mani sulle quote di Facebook al prezzo di Offerta Pubblica Iniziale di 38 dollari ad azione prima che schizzi a 76 dollari e chissà quanto più in alto ancora. Un numero di compratori incredibile! I nostri vecchi ragazzi vanno nel panico. Scivolano, scartano, si impappinano. Senza la minima idea di cosa stiano facendo, cominciano ad affondare quella che è la più grande e più pubblicizzata Ipo della storia sotto ondate consecutive di incompetenza.
Imbarazzati, i vecchi ragazzi lo chiamano «errore tecnico» quando l'assalto di offerte li sommerge al punto che milioni di transazioni vengono registrate ai prezzi sbagliati. Il capo della banca leader, Gorman di Morgan Stanley, dà tutta la colpa al Nasdaq, la borsa che gestisce queste transazioni. Date le circostanze – letteralmente, la più grande Ipo della storia – suona come se Napoleone desse la colpa di Waterloo agli addetti ai rifornimenti per non aver consegnato in tempo la biancheria pulita alle prime linee.

Per ore, dopo l'inizio, il mercato fu un disastro. Quantità imprecisate di investitori pronte a spendere milioni si trovarono davanti un disastro grottesco, girarono i tacchi e tornarono a casa. Morgan Stanley e il resto del Vecchio Personale di Servizio & Co. riuscirono (senza rimetterci denaro) a sostenere il prezzo iniziale della Ipo, 38 dollari ad azione, fino alla fine del primo giorno. Nei dieci giorni successivi crollò poco meno del 25 per cento. Dopo diciotto giorni era sceso a 25,75, due terzi del prezzo di apertura. Il 2 settembre era piombato a 17,79, meno della metà dell'offerta iniziale.
E a coronamento arrivò una sfilza di accuse secondo cui Facebook aveva fatto male nel primo trimestre senza migliorare nel secondo, notizia che Morgan Stanley non aveva dato al pubblico – noto come i «compratori al dettaglio» – ma solo agli insider che avevano investito in Facebook prima della IPO.
«Non abbiamo fatto niente di male», rispose Morgan Stanley. Ma grossi insider quali Goldman Sachs, Accel Partners e Greylock Partners scaricarono le loro azioni sul mercato nel momento dell'apertura degli scambi del Nasdaq. Pare che se ti chiami «Compratore al dettaglio» significa che in campo c'è qualcun altro di nome «Ingrosso», e lui… ti ha già fregato. Scaricarono milioni di azioni, sufficienti ad abbassare da sole i prezzi. Un analista del Cowen Group, Peter Cohen, disse: «In qaurantatré anni non ho mai visto un bordello del genere».

La Ipo si dimostrò ben più che un bordello incredibile. Il 17 maggio è il giorno in cui Wall Street si ritrovò vaporizzata. Dopo il Facebook Day, tutto ciò di cui "Wall Street" era stata metonimia, il denaro vero, il Quadro Generale dell'economia americana, l'eccitazione, il senso che è qui che succede tutto, era finito.
Fino al 2006, uno spirito di virile audacia aveva pervaso le banche d'investimento di Wall Street. Scambiare azioni e bond era la cosa più vicina al combattimento armato. I guerrieri, vale a dire i broker, raccontavano di come combattere – come avevano affrontato non un nemico armato ma un ventaglio di schermi di computer – creava un'euforia più inebriante di ogni altro stato mentale immaginabile. Erano tutti fatti all'inverosimile – e non solo grazie all'estasi sconquassante della battaglia. C'era pure il fatto non incospicuo che questi Ragazzi del Boom – molti ancora ventenni, ancora capaci di arrossire – mettevano via milioni di dollari di bonus, ogni anno senza sosta…
La vittoria registrata su quegli schermi li fece sentire i Padroni dell'Universo. La frase viene da un romanzo del 1987, Il falò delle vanità, il cui personaggio principale, Sherman McCoy, è un broker trentottenne di una banca d'investimento che fa una milione all'anno in bonus e vive nella parte più costosa di Park Avenue. Un giorno sente squillare il suo telefono nella sala delle contrattazioni della Borsa, risponde e prende un ordine d'acquisto per un numero tale di obbligazioni zero coupon che la sua commissione è di 50mila dollari. Ci sono voluti venti secondi, forse trenta, e – zac – ha cinquantamila dollari in più! Nell'area di Broca del cervello gli risuona subito la frase: «Sono un Padrone dell'Universo!» – dritto dalla collezione di pupazzetti della sua bambina di sei anni, i «Masters of the Universe», che avevano nomi come Ahor, Blutong e Thonk e sembravano dèi norreni che pompavano in palestra e bevevano creatina e frullati all'ormone della crescita.
Nel mondo reale, i giovani da sala delle grida di Wall Street lessero quel libro e si esaltarono con quel nome, Padroni dell'Universo. Lo pronunciarono ad alta voce con ironia – non erano mica scemi – e non fecero mai parola della botta di esaltazione che li attraversava quando lo dicevano: sono un Padrone dell'Universo…

Il crollo del mercato del novembre 1987 non diminuì quell'estasi se non per la durata di qualche singulto. Stessa cosa per il crollo delle "dotcom" del 2000-02. Ancora dopo il 2002, i Padroni dell'Universo possedevano un tale fascino incantatore che si stimava che il 40 per cento del migliore 10 per cento dei laureati di Harvard, Yale e Princeton cercasse lavoro a Wall Street.
Nel 2004, un noto broker della Deutsche Bank, John Coates, canadese, sconcertò i suoi amici e colleghi guerrieri degli schermi di battaglia mollando Wall Street e volando in Inghilterra a ricaricarsi alla sua alma mater, la Cambridge University, come grad student di primo anno in neuroscienze. «Neuroscienze?! In un Paese del Secondo Mondo come l'Inghilterra?».
La verità era che Coates non aveva smesso per un attimo di pensare a Wall Street. Era intrigato dall'idea che a un mucchio di giovinastri scapestrati, impulsivi, stonati e ululanti passassero per le mani ogni giorno miliardi di dollari. Si rivolgeva alle neuroscienze sperando di scoprire una possibile spiegazione all'assurdo fenomeno dei… Padroni dell'Universo.

Anche lui membro recente del branco, riuscì a persuadere diciassette broker della versione londinese di Wall Street, «la City», a lasciargli monitorare il loro quadro endocrino in tempo reale, nella sala delle grida della borsa, da prima del via a subito dopo la fine pomeridiana. La tecnologia era semplicissima. Tutti e diciassette dovevano sputare tre millimetri di saliva – vale a dire la metà dell'1 per cento di uno scatarro e il 2,1 per cento di uno sputazzo e tre volte uno sputino – in provette di polistirolo. Se non riuscivano a produrne, ricevevano gomme da masticare senza zucchero. A pochi minuti, mettiamo, da un'asta da dieci miliardi di sterline di obbligazioni governative a vent'anni, il corpo di un broker, le sue viscere, facevano una giravolta, ripartivano e si ricaricavano per poter prendere decisioni rapide – decisioni da miliardi di sterline.
Così la mise Coates: «Il metabolismo [del broker] accelera, pronto a fare a pezzi le scorte energetiche di fegato, muscoli e cellule grasse»… la respirazione accelera… il cuore comincia a martellare… le cellule del sistema immunitario prendono posizione nei «punti vulnerabili»… il sistema nervoso devia il sangue dallo stomaco – «dandogli le farfalle» – e dagli organi sessuali – non gli serviranno fino a un attimo dopo la fine – e li dirotta ai grandi muscoli di armi e braccia. Intanto è stato prodotto rapidamente del testosterone, e adesso gli steroidi cominciano a pompare dai testicoli nel sangue, insieme ad adrenalina e cortisolo, che a sua volta porta al rilascio della dopamina – che a quanto sappiamo è «la droga che in assoluta dà più dipendenza». La botta convince i broker che «non esiste altro lavoro al mondo». Il broker diventa un'altra persona, non solo sicuro di sé ma dominante… un Padrone. È pronto a correre rischi che terrorizzerebbero un uomo inferiore. «Si sporge sul suo schermo, le pupille dilatate, il respiro ritmato, i muscoli raccolti, corpo e cervello fusi di fronte all'azione imminente».

Vale a dire, diventa il doppio ormonale di un maschio di tigre o di un toro scatenato o di un Delta Commando, un Navy Seal, un combattente dell'Air Force, un gangster di East New York pronto per un combattimento all'ultimo sangue. All'inizio, testosterone e adrenalina e gli altri stimolatori ormonali sono al suo servizio per prepararlo alla mischia. Coates ha scoperto perfino che i broker con livelli di testosterone oltre la media la mattina lavorativa poi tendono a chiudere la giornata in profitto. A quanto pare, il testosterone e tutti gli altri eccessi ormonali rendono un broker più rapido a scovare un'occasione e più audace nel coglierla al volo. Nelle intenzioni di Coates, il suo piccolo studio – solo diciassette soggetti – voleva essere il preludio a uno ben più grande. Ma il suo testosteronorama e altre scoperte furono così sconvolgenti, e i risultati così omogenei fra i diciassette, che la National Academy of Science lo mise online (14 aprile 2008) prima di mandarlo in stampa con il titolo di Steroidi endogeni e rischio finanziario in una piazza di scambio londinese. (In seguito completò uno studio più grande, con 250 soggetti, e l'anno scorso ne ha tratto un libro, The Hour Between Dog and Wolf).

Lo sballo del broker è una botta così forte che non la si può lasciare in ufficio all'ora di cena. Ora, dopo la battaglia, una «esuberanza irrazionale» lo segue per le vie della città… ed è ancora al suo fianco, sotto pelle, quando torna in ufficio la mattina dopo. La sua esaltazione, come il suo testosterone, è a un livello più alto che mai. Comincia a comportarsi come fosse parte di un'unità di Forze Speciali. Non aspetta mai che un superiore faccia rispettare la disciplina. Se ne prende carico da solo… e ad alta voce. Tu!... sì, tu!... Niente perdigiorno nella sala delle grida!... Non perdere tempo con un «pranzo d'affari». Se devi prenderti qualcosa da mangiare, mammoletta, ordinalo al deli… Non leggere roba irrilevante come l'Economist (le notizie in edicola arrivano già vecchie), e ancora meno Racing Form per le scommesse sui cavalli o i magazine tette e culi, come urla Sherman McCoy nel Falò delle vanità.
Erano come guerrieri – tranne che per una cosa: la possibilità che un Padrone dell'Universo morisse nell'espletamento del suo dovere erano statisticamente nulle. Erano quasi tutti under quaranta, e la probabilità di avere un infarto mentre imprecavano contro il Fato a con le mani sulla testa, prede di tremolii spastici…, era scarsa.

Nella sala delle grida impersonavano versioni leggermente più adulte e ampiamente più ricche dei frat boys: i ragazzi delle confraternite universitarie, sotto la deboscia, il bere, la cocaina, gli scherzi, il bere, le scopate, i discorsi sulle scopate, lo smignottare in giro, i discorsi sullo smignottare in giro, il bere, le uscite sarcastiche classificate in Sarc I, Sarc II e Sarc III, l'indulgere in temi esoterici come le dimensioni di uno stronzo o il raggio del proprio getto di vomito, avevano un solo e semplicissimo desiderio: rappresentare un'idea virile del mondo.
Il Padrone dell'Universo non si preoccupa della virilità. È virile, punto. Mascolinità ne ha a scialo. Ha il problema opposto, semmai. L'esuberanza irrazionale ce l'ha sotto la pelle. Ora, dopo la battaglia, mentre avanzano le tenebre, la sua esaltazione, come il suo testosterone, è più alto che mai. Circonfonde ogni aspetto della sua vita, in particolare l'appetito sessuale.
Un giorno, speriamo presto, una squadra di antropologi intraprendenti metterà insieme le migliaia di storie – alcune assurte al livello di leggenda – delle vite amorose dei Padroni dell'Universo. Queste storie sono invariabilmente raccontate dalle tipe, come le chiamano i Padroni… le tipe. Agli occhi di una tipa, l'appuntamento si esauriva nel monologo insistito del Padrone dell'Universo su due soli argomenti: la Mia Carriera, e il sesso. I suoi discorsi sulla Mia Carriera, dicevano le tipe, erano infinitamente infinitamente infinitamente noiosi noiosi noiosi non ne posso più! MI DARÒ FUOCO AI CAPELLI PER FAR FINIRE QUESTA NOIA!

Quando si trattava di fare sesso, però, le spiegazioni di lui non si facevano garrule, non partivano per la tangente, e le dimostrazioni pratiche non prendevano mai più di sessanta secondi. Andava così: pum pum pum pum pum pum pum oo-oo-oo-oo-oo-ooooh uh oo agghhh e bingo… Si rotola su un fianco, russa come un orso.
Naturalmente, essendo così virili, così rapidi, così… be'… così padroni, non potevano non sentirsi superiore alla gente comune con cui dovevano trattare ogni giorno. Cercavano di non darlo a vedere… ma quando i guerrieri erano fra di loro, nella sala delle grida, mettiamo, come potevano evitare di prendere in giro le anime semplici in cui si imbattevano lavorando? È un po' come i poliziotti di New York, che chiamavano i cittadini spaesati «bomboli».

I Padroni dell'Universo avevano lo stesso genere di terminologia per riferirsi agli abitanti ignari del loro mondo – quali? Secondo Michael Lewis, per un periodo broker della Salomon Brothers, alla Salomon girava la seguente barzelletta:
«Qual è la seconda forma più infima di vita umana?».
«Non lo so, quale?».
«Un broker di azioni di Dallas». Questa era la prima parte della barzelletta, con la prima punchline. All'epoca, negli anni Ottanta, l'azione, i soldi veri, non si facevano con le azioni, ma con il mercato obbligazionario, e di certo non in Texas.
«E allora qual è la forma più infima di vita umana?».
«Il cliente». Ecco la seconda punchline.
Alla Salomon Brothers andava così. A Goldman Sachs chiamavano i clienti «muppets», come i pupazzi della tv. Altre banche d'investimento chiamavano i clienti «pesci piccoli», «coglioni», «bersagli», «pecore», «tonti», «agnelli», «cuccioli di foca»… Parole come coglioni, bersagli e agnelli mordevano molto più di bomboli. Dopotutto, dov'è che vanno gli agnelli? Al mattatoio.
I Padroni dell'Universo avevano sempre considerato i loro clienti persone da non lasciar uscire di casa con i soldi in tasca. E invece eccoli qua e certo qualcuno doveva approfittare di loro. Alzare i palmi e scrollare le spalle e guardarli passare… dovevi essere sfigato come loro. Erano degli sfigati; non erano stupidi. Avevano i soldi, e dei Q.I. sopra il 98. Perciò dovevi chiederti: perché mai vengono a investire in una banca d'affari? In un fondo speculativo almeno avrebbero avuto una possibilità di battersi. Il manager lì investe i suoi soldi, come te. Be', siamo onesti: non tutte le banche d'affari portavano i clienti a farsi macellare. D'altro canto, cosa c'era di male a tosarli ogni tanto?

I nostri Padroni virili, ancora ripieni di testosterone e dopamina, non riuscirono a capire cos'era successo quando nel 2009 accadde la cosa più improbabile del mondo: un mucchio di deboli, un mucchio di nerd noti come Quants, gli analisti quantitativi, gli sbatterono in faccia i cancelli d'oro.
I nerd… Il nerd non è mai stato definito con precisione: è merito della complessità psicologica della creatura. La parola connota un certo grado di intelligenza. Il nerd tipico è maschio, è intelligente ma non vuole dare alla sua intelligenza un aspetto virile. Non pratica sport, non si scompiscia per le battute sulle ragazze che la danno via, non puntella la sua virilità gridando c---o a ogni piè sospinto, non si rende conto di quanto fa pena quando spara in alto il braccio e agita la mano come una bandiera sperando che la maestra chieda a lui di dare la risposta alla domanda, non si vendica degli insulti dei compagni nel cortile della scuola – oh, il cortile… il cortile… È lì che ha imparato che non è un Padrone dell'Universo né lo diventerà mai… non basterà una vita… e allora sviluppa interessi che non sono virili né non virili – solo ossessivi, come catturare insetti la notte e infilzarli su una bacheca, organizzandoli meticolosamente per genere, specie e sottospecie.
Non c'è niente di male… è solo un po' strano e da cervelloni – in breve, da nerd. Se un nerd era un po' strano ma non cervellone, era noto come "dork", un tontolone. La parola non connota comportamenti sessuali devianti. Il Padrone dell'Universo considerava tutte le varietà di nerd – quants, dorks e nerd comuni – asessuali.

Il quant era ciò che un nerd poteva diventare salendo di grado, se si rivelava un genio della matematica. Era la maniera virile con cui i broker contraevano il termine analista quantitativo. I quants fecero la loro comparsa sulle piazze di scambio verso la fine degli anni Ottanta per allestire i computer che dovevano raccogliere le informazioni e organizzarle più in fretta di un broker, liberando così il Padrone dell'Universo da una sacco di lavoro noioso e scartoffie. Al principio, i broker guardavano dall'alto in basso i quants, li consideravano nerd che non avevano, in Gergo Padrone real-virile, «le palle» che ci volevano per scendere in campo e accollarsi i grossi rischi inevitabili se volevi fare tanti soldi. Fu nei primi anni Novanta che i Padroni coniarono la parola quant, probabilmente perché aveva il suono di una zecca gonfia di sangue schiacciata da un pollice. Non sospettavano, minimamente, le trame di questi deboli senza palle eternamente spiaccicati sui divani.

Nel 1942, Joseph Schumpeter scrisse che azioni e obbligazioni sono «proprietà evaporata». Lo trovarono tutti un aforisma argutissimo, ma Schumpeter intendeva protestare. «Sostituire a muri e macchine di una fabbrica una mera quantità di azioni», disse, «toglie vita all'idea di proprietà». I nuovi proprietari, vale a dire gli azionisti, perdono la volontà dell'imprenditore e del fondatore «di lottare, economicamente, fisicamente, politicamente, per la "sua" fabbrica e il suo controllo su di essa e di morire alle sue porte se necessario». Invece, al primo sentore di un problema gli azionisti se la filano e vendono le loro quote di proprietà a chiunque li compri sul mercato azionario… e se ne infischiano di chi è il compratore.
Fu così che azioni e obbligazioni fecero evaporare la proprietà. Ciò che avevano in mente i quants era un salto quantico (per così dire) fino al prossimo stadio: l'evaporazione di azioni e obbligazioni… non la proprietà – quella era sparita da un pezzo – ma le stesse azioni e obbligazioni, e farci sopra dei soldi veri veri.
Non era un'idea nuova, ma pure fra i quants erano in pochi a saperne l'origine. Nel 1962 un giovane professore di matematica del Mit, Edward O. Thorp, trentenne, aveva pubblicato un metodo matematico a prova d'idiota per vincere al blackjack contando i numeri delle carte già giocate. Fece la dimostrazione dal vivo giocando in una serie di casinò del Nevada… con il denaro di un giocatore professionista. Il libro – e lo stesso Thorp – fecero infuriare l'industria del gioco d'azzardo.

Ormai ogni scemotto confuso poteva entrare in casinò e ripulire il banco. I casinò dovettero cambiare le regole di un grande (e redditizio) vecchio gioco. Naturalmente, il pubblico se la bevette, e Beat the Dealer divenne un bestseller. Per i matematici era roba geniale – rimpiansero di non averci pensato loro – ma al dunque anche molto semplice. Cinque anni dopo, però, nel 1967, Thorp attirò la loro attenzione incondizionata con un secondo libro, Beat the Market. Descriveva una maniera a prova d'idiota per vincere alla grande sui mercati azionari e obbligazionari. I suoi colleghi matematici rimasero incantati… Era quarantacinque anni fa. La cosa però lasciò perplessi i normali cittadini. L'idea di fondo era trovare le anomalie di mercato nei prezzi di azioni e obbligazioni rispetto ai loro derivati: futures, warrants, obbligazioni non garantite, forwards, opzioni, swap, convertibili… e vendere azioni e obbligazioni a breve termine comprando i derivati a lungo termine, o viceversa. Non importava quali azioni o obbligazioni. Nomi, storie, reputazioni, prospettive – tutto irrilevante. A importare era lo spread, il lag temporale, e non doveva nemmeno essere troppo. Anzi, una differenza di due centesimi era…
Un momento! Un momento! … Avete detto derivati?! Forwards o vattelappesca?! Lag temporale?! A un sempliciotto poteva venire il mal di testa. Come per la sua teoria sul blackjack, Thorp fece un test dal vivo. Nel 1974 lanciò un fondo d'investimenti chiamato Convertible Hedge Associates e presto lo rinominò Princeton-Newport Partners.

L'ufficio amministrativo era a Princeton, New Jersey. Thorp e una squadra di quants si occupavano di comprare e vendere ed elaboravano nuove strategie in un laboratorio recluso di Newport Beach, California. Nel 1983, Thorpe inviò alcuni StarStreamers su Wall Street quando il monopolio della Bell Telephone Company si divise in otto parti, sette nuove «Baby Bells», così le chiamarono, più la società madre, «Ma Bell», il cui nome venne cambiato in AT&T. Emisero nuove azioni. Ogni nuova azione poteva essere una combinazione di azioni Baby Bells e azioni di AT&T, oppure azioni interamente AT&T. I prezzi della loro IPO erano identici. Ma erano le nuove Baby Bells a fare furore, e così l'attrazione principale era l'offerta combinata. Il risultato fu che si misero a vendere per trequarti dell'1 per cento, ossia 75 centesimi per 100 dollari, più delle azioni della sola AT&T. Nel 1983 solo un quant come Thorp poteva spalancare gli occhi come un bambino a questo spettacolo esaltante. In un attimo vendette simultaneamente 332 milioni e mezzo di azioni combinate delle modaiole Baby Bells e comprò 330 milioni di sole AT&T, per un profitto di due milioni e mezzo. Fu la più grande transazione nella storia di Wall Street a quella data. Gli esterni non potevano crederci. Scommette 332 milioni e mezzo – praticamente un terzo di miliardo – sulla vendita a breve di un'azione – ne scommette un altro terzo per comprare la stessa azione per fare un profitto di un centesimo dell'uno per cento. Pensate: rischiare un totale di quasi due terzi di miliardo per guadagnare due milioni e mezzo! Pura follia.

Thorpe scosse il capo e rise. Chi si definiva finanziere non poteva non capire. Non era una scommessa! Era certezza matematica! Vendere allo scoperto azioni a prezzo alto e simultaneamente comprare uno stesso numero di azioni a prezzo più basso: era la perfetta garanzia di cambio. Ti mettevi in tasca la differenza, che a paragone era pochina. A paragone, sì… ma ehi, due milioni e mezzo qua, due milioni e mezzo là, in poco tempo ti trovavi tanti milioni da fare almeno sbattere le ciglia a un Warren Buffet. E una transazione ti prendeva dieci secondi. Ecco cos'era il trading quantitativo. Non aveva niente a che fare con il valore di azioni e obbligazioni. Era una via matematica pura per giocare d'azzardo coi mercati. Bell era una delle compagnie più famose del Paese. Ma per quanto importava a Thorp poteva essere anche RadioShack. Non stava comprando e vendendo azioni. Stava giocando con i numeri che queste si portavano dietro come una traccia – e così le faceva evaporare.

Per tutto il tempo era chiaro che la vera ambizione di Thorp non era fare soldi – sebbene da allora il suo fondo d'investimenti abbia raccolto profitti per una media annuale del 20 per cento, e sebbene vada a incassare i suoi assegni e abbia messo da parte una fortuna personale di 800 milioni di dollari nei successivi trent'anni. Ma era molto più interessato a mettere in mostra, sulle più grandi lavagne del mondo, il genio matematico di Edward O. Thorp. Gli altri quants che giocavano col mercato tendevano a camuffare le proprie strategie da serie fortunate. Thorp no… Voleva per forza mostrare al mondo sbigottito il modo esatto in cui aveva battuto il banco e il mercato. Era un giocatore ansioso di stupire il mondo con dimostrazioni dal vivo delle più spericolate acrobazie matematiche.

Il suo avversario in questo nuovo incredibile gioco d'azzardo sui mercati di azioni e obbligazioni, in cui le si faceva evaporare, vaporizzando la loro semplicistica premessa – compra a poco, vendi a molto – era un certo James Simons. Simons era un altro swami della matematica passato dall'accademia ai mercati. Da studente prodigio si era bevuto l'MIT in tre anni, un major in matematica e corsi di master al posto di quelli di laurea troppo noiosi… fece il Ph.D. a Berkeley… divenne un decrittatore per la Intelligence Analysis Division del governo, decrittando codici finché non erano chiari come i testi sulle scatole di cereali… cominciò a collaborare con un altro matematico di Berkeley, Shiing-Shen Chern, per creare, nel 1974, il teorema di Chern-Simons, che venne usato in qualche modo dalla teoria delle stringhe e dall'ipotesi del Big Bang. In qualche modo è una mia aggiunta. Solo i matematici più grandi potevano avvicinarsi a capirlo. Simons vinse, per la Geometria, l'importante premio Oswald Veblen Award della American Mathematical Society nel 1976… fu assunto dalla Stony Brook University di Long Island come una star che potesse attrarre altri matematici di alto livello… piombò nella frustrazione cercando di risolvere problemi di geometria ancora più rarefatti… e si mise a creare partnership con altri quants per sperimentare sui fondi d'investimento… e nel 1988 creò un suo fondo, il Medallion Fund… che portò a un assortimento di fondi raccolti sotto l'ombrello della Renaissance Technologies.
Simons nascose le sue operazioni così bene che ci volle un decennio perché Wall Street aprisse gli occhi su quel che lui aveva già capito da un pezzo. Per cominciare, mise su bottega con una squadra di altri quants, virtualmente sconosciuti a Wall Street, in East Setauket, una cittadina sulla riva nord di Long Island, nella Contea di Suffolk. East Setauket era il genere di cittadina tanto piccola, tanto dominata da piccole casette in stile coloniale-New England – i primi coloni erano salpati dal New England per attraversare lo Stretto di Long Island – che la gente diceva sempre «Quant'è pittoresca». East Setauket aveva due vantaggi: era molto vicina all'ufficio di Simons alla Stony Broke – e nessuno, nessuno, nel mondo di Wall Street, ne aveva mai sentito parlare. Bene. Simons voleva che nessuno da Wall Street li raggiungesse.

Con una sola eccezione, non assunse persone macchiate dall'esperienza a Wall Street o anche solo dall'ambizione di arrivarci… laureati in economia, Master in Business Administration… Le loro giovani menti erano già state distorte oltre misura. Simons voleva solo matematici e scienziati. Più di un terzo dei suoi impiegati avevano un Ph.D. Compartimentalizzò le mansioni, in modo che nessuno di loro conoscesse la sua strategia. Solo un numero selezionato di collaboratori fu messo a parte. Ogni volta che uno di questi Eletti lasciava East Setauket e dava segni di voler usare le sue strategie presso qualcun altro, non esitava a denunciarlo. A onor del vero, la Renaissance Technologies aveva una rotazione incredibilmente bassa. Simons aveva messo su un fondo d'investimenti per soli impiegati, e faceva piovere soldi a secchiate nelle loro casse, per tutto l'anno, ogni anno.

Nei suoi primi ventiquattro anni, la Renaissance Technologies procurò ai suoi investitori – e ai suoi impiegati – profitti annuali del 38,5 per cento… al netto della sua percentuale, e la sua percentuale era la più alta in circolazione: il 5 per cento di ogni account ogni anno, e il 36 per cento dei profitti del fondo. Il reddito annuo di Simons si aggirava sulle centinaia di milioni. Nel suo terzo anno, il 1990, il Medallion Fund portò un profitto del 55,9 per cento, anche qui al netto della commissione. Nel 2000, durante il crollo delle dotcom, l'Indice 500 della Standard & Poor perse il 10,1 per cento. Il Medallion Fund ebbe un aumento del 98,5 per cento. Netto.
Il quartier generale della Renaissance Technologies a East Setauket divenne un vero e proprio campus, con una palestra, una piscina, la sala mensa, la biblioteca, l'auditorium, e uffici spaziosi e silenziosi per tutti. L'auditorium veniva usato soprattutto per le lezioni di saggi scienziati cui non poteva importare di meno dei mercati e degli investimenti. Simons aveva trasformato la sua impresa in una specie di college… Un quasi-college murato e recintato con serissime guardie giurate.

Nel 2007 era di gran lunga il più grosso player del mercato. Al cospetto di James Simons, Warren Buffett e George Soros erano elfi di un'altra epoca. Eppure di rado si parlava di Simons sui media. Le interviste scarseggiavano, e in quei casi Simons più che rispondere alle domande si burlava dell'intervistatore:
Che può dirci della strategia della Medallion?
«Poca roba».
Che strumenti tratta?
«Tutto».
«Quante strategie impiega?».
«Molte».
In seguito ai numeri sconvolgenti riportati in piena crisi delle dotcom, Simons e i suoi quants non si potevano più nascondere dietro i cancelli di East Setauket. Cominciò una folle corsa. Nessuno sembrava conoscere precisamente le strategie di Simons, ma ovviamente erano di tipo quantitativo e richiedevano sale enormi piene di computer e server per fare i calcoli. Da quel momento in poi, i quants, questi nerd magna cum laude – e non più il vecchio mucchio di broker casinari con cojones giganti – erano le star da reclutare.
Fino alla fine degli anni Novanta, Thorp e Simons ebbero la Cuccagna tutta per loro. Solo un numero ristrettissimo di fondi e banche d'investimento usava il loro sistema matematico puro per scovare le anomalie di mercato e farle fruttare. Nel 1983, erano bastati e avanzati dieci secondi per vendere allo scoperto, restare lunghi e completare una transazione.

Ma con diverse migliaia di fondi e banche che si buttavano sui quants per usare il nuovo trucco di giocare d'azzardo sui mercati scoprendo le anomalie nei prezzi, la velocità sarebbe stata tutto… soprattutto ora che la Sec, la Securities and Exchange Commission, aveva eliminato la regola per cui le offerte andavano formulate a mano, via tastiera. I computer e i server usati da Thorp fino a quel punto potevano entrare tutti nel suo ufficio. Nel 2000, Simons ormai aveva bisogno di tanta potenza di calcolo che le sue macchine riempivano l'equivalente di un magazzino di piccole dimensioni. Ed era solo l'inizio.
Avanti! Avanti! Più veloci! Più veloci! A un ritmo di mille, duemila, tremila operazioni bancarie, fondi di investimento, scambi, i quants continuarono ad aggiungere computer e server e server e computer fila su fila su fila su ripiani dal pavimento al soffitto che si estendevano all'infinito come gli scaffali della più grande biblioteca del mondo… avvolti in chilometri di cavi bianchi in fibra ottica che connettevano le macchine… Ma questi scaffali non erano silenziosi come quelli di una biblioteca. C'erano corridoi tra gli scaffali affinché qualcuno, diciamo uno dell'Information Technology, potesse raggiungere ogni macchina, ogni cavo. Ma ogni essere umano che entrava, anche uno della IT o un quant, rimaneva avvolto, oppresso, snervato, spaventato dal ronzio soverchiante e da una luce fluorescente, un blu da raggi X, che ti faceva impallidire come un cadavere. Il ronzio sembrava farti pressione sul cranio.

A volte aumentava leggermente di intensità, poi scendeva… risaliva… scendeva. Ti dava l'idea che questo enorme robomostro respirasse… Se ne sapevi abbastanza da poter avere accesso a una di queste enormi sale server, sapevi che il grosso del ronzio veniva dai condizionatori alti come muri… che non si fermavano mai perché questa concentrazione di macchine non si squagliasse per il proprio diabolico calore. In alcuni complessi giganteschi, raccoglievano il calore in alto e lo incanalavano per il riscaldamento del complesso. Potevi sapere tutte queste cose, ma il robomostro ti entrava nel cervello e cominciavi ad antropomorfizzare nonostante la tua mente superiore… Il robomostro – respira… comincia a muoversi… mi è entrato nella testa… Sta pensando con la sua mente CPU (Central Processing Unit), pensa in algoritmi, sequenze di decisioni programmate come «Se A261, allora G1432, e dunque B5556 o QQ42…» individuando discrepanze, prendendo decisioni di compravendita, e addirittura delle finte ingannevoli, finti acquisti per indurre i robocervelli rivali a fare calcoli stupidi. Il mostro è umano… No, non è umano… Nessun cervello umano potrebbe mai pensare e agire con la fretta, la precisione, l'astuzia di questo robocervello.

Le transazioni da dieci secondi di Thorp durante il frazionamento della Bell sarebbero parse un'eternità nel robomondo. Le banche e i fondi d'investimento – e le borse – cominciarono ad aggiungere ettari di robo-scaffali nella gara per chi scovava per primo le anomalie nei prezzi ed eseguiva transazioni all'istante. Non era più questione del tradizionale secondo spaccato. Ormai si parlava di milionesimi di secondo. Lo chiamarono High Frequency Trading.
Nel 2006 il robomostro era ormai enorme – non solo nel senso metaforico del suo impatto, ma pure letteralmente, fisicamente, nella sua massa soverchiante. La Knight Capital costruì un robomostro che occupava un'area di più di mezz'ettaro a Jersey City, New Jersey. Equinix ne costruì uno che copriva tre ettari a Secaucus, sempre New Jersey. Il New York Stock Exchange, che era ormai una corporation privata chiamata Nyse Euronext, costruì un complesso di quarantamila metri quadri per l'High Frequency Trading a Mahwah, New Jersey. Quarantamila. Vuol dire cinque acri di macchine collegate, in un complesso il cui scopo non era investire nei mercati, ma gabbarli. Il NYSE era una corporation privata, ormai, e comprava e vendeva in prima persona: era diventata un player, conquistando il proprio mercato, e altri. Queste macchine per giocare coi mercati, se messe in pila, avrebbero creato una struttura grossa quanto due Empire State Buildings, una sull'altra, 204 piani in tutto. Ogni rene di Midtown avrebbe vibrato per quel ronzio ronzio ronzio ronzio ventiquattr'ore al giorno, ogni giorno. A tutto ciò andavano aggiunti i nuovi sistemi che coprivano grandi distanze. La Hibernia Atlantic Corporation stava cercando di cablare in fibra ottica tutto l'Oceano Atlantico, per limare di sei millesimi di secondo (0,006 secondi) il tempo che impiegava un segnale per andare da New York a Londra. Gli squali rivelarono di essere robopazzi per i cavi in fibra ottica: cercarono di mangiarli, da cui altri milioni di dollari spesi a rendere i cavi a prova di squalo con delle guaine.

La Perseus Corporation stava costruendo un robosistema che avrebbe trasmesso robodati da New York a Chicago su una linea dritta di cavi a vista. I cavi telegrafici e telefonici erano sempre stati eretti lungo le ferrovie. Le trasmissioni via cavo a vista sarebbero stati un millesimo di secondo più veloci.
Un millesimo di secondo di risparmio, da New York a Chicago! Sei millesimi di secondo di risparmio, da New York a Londra! Pensateci: un millesimo qui e sei millesimi lì – una velocità del genere era il sogno di un quant. Il sogno ultimo era trasmettere dati di mercato oltre la velocità della luce. Oltre la velocità della luce? Come?
Neutrini! I neutrini – gli accademici insistono sulla loro esistenza – vengono descritte come «particelle subatomiche», fragili ma veloci, veloci come polvere di fata. Nel 2011, una squadra di 170 ingegneri e scienziati italiani chiamata OPERA dichiarò con certezza quasi assoluta che i neutrini viaggiavano 0,002 nanosecondi più in fretta della velocità della luce. Se così, ciò riduceva Einstein, il cocco darwinesco della fisica moderna, a un solenne vecchio ciarlatano come Freud, Mesmer o Nostradamus. Cinque gruppi diversi di accademici ortodossi si levarono pieni d'ira per fare a pezzi la metodologia della squadra OPERA, e lì ancora stiamo. E ciò nonostante – neutrini!
I quants speravano con tutto il cuore che esistessero… Ciò significherebbe che i loro robomostri potrebbero scovare e sfruttare le anomalie dei mercati azionari e obbligazionari prima ancora che si verifichino.

Il robomostro è stato responsabile del 10 per cento di tutti i traffici di borsa del 2000. Da lì in poi il numero è salito vertiginosamente e inesorabilmente fino al picco del 73 per cento del 2009, quasi tre transazioni su quattro – e nessuno nel mondo esterno, neppure la stampa, ne aveva mai sentito parlare! La prima citazione sulla stampa risale al 23 luglio del 2009, sul New York Times.
La maggioranza degli uomini impiegati a tempo pieno qui a Wall Street non ne sapeva molto di più. Erano innocenti come i coglioni, i pesci piccoli, i muppets. Lo appresero a passi tanto piccoli che non si fecero un'idea generale finché non fu molto tardi. Il primo indizio arrivò quando le piazze di scambio delle banche d'investimento cominciarono a farsi più tranquille… sempre meno broker che si urlavano addosso o nel telefono o al Fato. In breve, si ritrovarono seduti alle scrivanie dietro banchi di schermi di computer, a comunicare gli uni con gli altri via sms.
I robot costarono il lavoro ad alcuni vecchi broker, ma comunque, gradualmente, a intermittenza, c'era sempre qualcuno da mandare a parlare con i muppets e con i bersagli che continuavano a venire a Wall Street a investire – la parola ai quants sembrava così arcaica… – a investire i loro soldi. Ciò che i Padroni non capirono è che i loro muppets, bersagli, pesci piccoli e tontoloni, fornivano solo la liquidità – il denaro pronto… utile fondamentalmente solo a fornire ai robogiocatori dei quants i numeri con cui giocare, discrepanze che i macchinari robot da battaglia potevano sfruttare nelle loro partite.

I Padroni non si accorsero di niente finché i capi dei vari desk non cominciarono a dar loro strani compiti come portare a pranzo i grossi clienti o quelli potenziali. A pranzo? Incaricato di lasciare la sala delle grida durante il giorno? Niente più tu… sì, tu… se devi mangiare qualcosa, mammoletta, ordinalo al deli?... Che sta succedendo? Ma pure allora non fu abbastanza palese perché capissero a quale nuovo gioco si stava giocando.
Oggi la stessa specie di studenti Ivy League di prima fascia che prima, diciamo anche solo sei anni fa, tanto voleva lavorare a Wall Street… vola alla Silicon Valley perché adesso è lì che si fa la storia. E la storia è parte di un'America più antica e più tipica. Un Mark Zuckerberg e il suo Facebook, e il settore cui appartiene Facebook, l'IT, Information technology… felpa con cappuccio o meno, sono parte della tradizione degli illustri annali finanziari degli Stati Uniti.
Due cose hanno mostrato concretamente quanto in basso sono finiti i broker. A un futuro quant promettente offrono fino a cinque volte più soldi che a un Padrone dell'Universo. O per metterla come un titolo recente del New York Post: «Gli elegantoni di Wall Steet fatti fuori da geek da un milione di dollari». E un algoritmo canaglia di un quant su una sola azione potrebbe far crollare il mercato intero, come nel flash crash del 2010, il crollo lampo, e la picchiata di 1.000 punti del 2012. La picchiata è costata al Knight Capital Group 440 milioni. Non si sono mai ripresi.
I Padroni dell'Universo non sono mai stati in grado di spiegare ai loro figli cosa facevano. La spiegazione standard, «Be', creiamo mercati», suonava eccitante quanto mettersi a guardar crescere l'erba finta Astroturf.

Il modo più semplice di vedere quanto in basso sono caduti i nostri padroni nel nostro universo è immaginarsi come suonerebbero oggi le avventure di Sherman McCoy. Venticinque anni fa era esaltato dalla grande verità che gli si era rilevata: «Sono un Padrone dell'Universo!».
Se John Coares fosse stato in zona per fargli sputare nelle provette di polistirolo, i valori di Sherman sulla tabella ormonale sarebbero schizzati oltre il massimo. Era sovraccarico di testosterone. John Coates avrebbe saputo prevedere il resto. McCoy si surriscalda nella sala delle grida. È così a mille col testosterone che si convince di meritare il suo dessert di giornata: una ragazza molto molto sexy di nome Maria, quindici anni più giovane di sua moglie, che ne ha quaranta. Evvai!, una sfilza costante di sfide da brivido e relazioni rischiose con Maria e i suoi lombi argillosi, i suoi bei lombi giovani e argillosissimi, che trasudano umori lubricanti a ogni incontro.
Una notte, sul roadster Mercedes di McCoy, prendono la svolta sbagliata e si ritrovano nel Bronx, dove vengono fermati da una grezza barricata di secchi della spazzatura che blocca una rampa. Dal nulla appaiono due giovani neri, gli si fanno incontro. Nel panico, McCoy e la sua tipa schizzano via, in Mercedes, da quella trappola, sbalzando via uno dei ragazzi, facendolo finire di testa contro l'asfalto – e non si fermeranno.
La polizia rintraccia McCoy grazie alla targa. Il giovane nero è ricoverato in condizioni critiche. McCoy viene arrestato con l'accusa di assalto aggravato con arma pericolosa (l'auto) e con l'accusa di omissione di soccorso. Un agitatore razziale nero, il Reverendo Bacon, e un vecchio marxista avvocato dei diritti civili, residuato degli anni Sessanta, reclutano un reporter di tabloid ubriacone e trasformano l'incidente in uno scandalo razzista. Orde di manifestanti sfilano di fronte al palazzo di McCoy in uno dei tratti più eleganti di Park Avenue.
Come andrebbe il test di McCoy se John Coates lo esaminasse oggi? C'è un vecchio modo di dire americano, perfetto per l'occasione: «Non sarebbe riuscito a farsi arrestare». Lo si usa per definire uno che nessuno si fila.

Tanto per cominciare, oggi non avrebbe valori alti di testosterone. Avrebbe alto il cortisolo, che indica lo stress. Nel caso di McCoy, non sarebbe uno stress da lotta o muori, il più grave. Sarebbe uno stress di moderata gravità: lo stress da status. Ah… pensa ai vecchi tempi, quando queste sale della grida ruggivano delle voci dei giovani che urlavano in piedi, telefono in una mano, l'altra stretta a pugno per colpire l'aria… pensa a come gridavamo e ci offendevamo gli uni gli altri, niente di carino, niente di educato, certo, ma certo faceva scorrere l'adrenalina e pompare il testosterone. Ne avevamo bisogno! Era tutto sulle nostre spalle e i nostri nervi e la nostra volontà di spencolarci sul vuoto e correre dei grossi rischi – adesso! su due piedi! – noi, proprio noi! – e non consegnare la nostra virilità a dei robomostri che si battono con impulsi elettrici così veloci che non abbiamo idea di cosa stiano facendo, figuriamoci del come.
Guardateci oggi, praticamente legati alle sedie, muti, che cerchiamo di tener d'occhio sei schermi alla volta, sei schermi impilati tre su tre a escludere ogni contatto che abbiamo col mondo reale. Non si sente un rumore! È come un ufficio assicurazioni. Non stiamo combattendo con nessuno, per niente.

Non saremmo capaci di farci arrestare! Non abbiamo i valori ormonali con cui puoi andar dietro alle ragazzine e farla franca dopo gli incontri più azzardati. Non abbiamo il testosterone, ma abbiamo litri e litri di cortisolo che ci assicurano una preoccupazione costante, incessante. Mettiamo però che oggi facessimo nel Bronx un qualcosa che nel 1987 avrebbe spinto un vecchio avvocato bianco dei diritti civili e un agitatore razziale nero a inseguirci con farsesche e rumorose dimostrazioni di rabbia. Oggi non perderebbero tempo con noi. Oggi uno Sherman McCoy non potrebbe permettersi Park Avenue e sarebbe complicato descriverlo come uno spietato capitalista – e soprattutto non varrebbe la pena denunciarlo (per conto della famiglia della vittima, e prendendosi due terzi del grosso risarcimento assegnato dalla giuria, essendo questo lo schema, nel 1987). E poi, oggi gli agitatori hanno chiuso bottega. Durante la campagna elettorale del 2008, il Presidente Obama non ha mai detto: «Ribellatevi! Spezzate le vostre catene e prendete ciò che vi spetta di diritto!». No, avendo la testa sulle spalle ha detto: «Dobbiamo tutti esaminare con attenzione le nostre vite e capire come possiamo renderle migliori». La cosa ha fatto talmente infuriare il Reverendo Jesse Jackson che durante uno stacco pubblicitario su una trasmissione di approfondimento su Fox, ha detto – non sapendo che c'era un microfono aperto: «A Obama gli taglierei le palle». Ma fu svelto a smentire pubblicamente, rendendosi conto che non c'era assolutamente margine di manovra per sfidare il primo presidente nero. Non ha detto altro che cose amichevoli ed educate da quel momento in poi. Il Reverendo Al Sharpton l'ha capito da subito ed è entrato di fatto nel governo Obama quasi da ministro senza portafoglio.
Quanto al crash del 2008… In termini di orgoglio puro, è stato una manna per i poveri Padroni dell'Universo. In cifre, 460mila persone nel settore finanza, impiegati di ogni livello, hanno perso il lavoro nella tetra discesa che ha fatto seguito. Fra tante macerie, dal punto di vista dell'orgoglio non è parso troppo male quando i broker e i capi dei desk, e anche, ogni tanto, qualche quant, hanno perso il loro. Le macerie hanno coperto la sciarada, la farsa, i giochetti, la recita di cui i Padroni dell'Universo erano diventati parte.
Sherman McCoy ha tenuto a freno la lingua, ma tra sé e sé ha mormorato: «Ave a voi, Eunuchi dell'Universo».

Tom Wolfe (Traduzione di Francesco Pacifico) Fonte ilSole24Ore.com - Eventiquattro - IL Magazine
http://eventiquattro.ilsole24ore.com/eventi-e-altro/banche-e-assicurazioni/notizie/2013/02/13/gli-eunuchi-delluniverso.aspx




martedì 16 aprile 2013

Innovare a passo doppio

Natural Gentleman è una startup nata da alcuni studenti, tra Torino e Parigi. L'idea è usare internet per offrire abiti su misura realizzati dall'alta sartoria italiana. L'incontro con la Successori Reda che produce tessuti di alta gamma nel biellese si è trasformato in un'adozione. I giovani hanno trovato sostegno, esperienza, capitale, per accelerare lo sviluppo della loro impresa. L'azienda tessile ha imparato a conoscere la mentalità e le opportunità offerte da internet: «È come apprendere una nuova lingua» ha detto l'amministratore delegato, Ercole Botto Poala.

Questa storia si trova nel vademecum di «AdottUp», il programma di Piccola Industria Confindustria per l'adozione di startup. Le startup sperimentano, cercano di realizzare una loro visione, sulla base della conoscenza che hanno delle tecnologie e dei linguaggi contemporanei. Le imprese tradizionali hanno esperienza e mercato, ma hanno bisogno di contaminarsi con l'energia innovativa che sgorga dalle squadre di startupper. E in qualche caso anche di trovare nuovi modelli di sviluppo.

«Oggi le opportunità sono più che mai nell'innovazione. E l'innovazione non è una partita che si gioca da soli. Più è ricco di innovazione il contesto nel quale si muove un imprenditore attivo e incisivo, più la sua azienda è incentivata e abilitata a innovare. Conoscere tutto questo significa rendersi conto che occorre seminare la cultura dell'innovazione per poter raccogliere competitività e crescita» dice Vincenzo Boccia, presidente della Piccola Industria.

La cultura dell'innovazione si assorbe partecipando al processo dell'innovazione, non comprandone i risultati. La cultura d'impresa si impara guardando gli imprenditori in azione. L'unione delle esperienze di startuppari e piccoli imprenditori in progetti comuni, potrebbe rivelarsi una soluzione densa di conseguenze per il sistema industriale italiano. Ce n'è bisogno. Se solo si considerano i settori che sostengono tanta parte del sistema – come l'abbigliamento, l'arredamento, l'alimentare – ci si accorge che la loro capacità innovativa è sfidata costruttivamente dalle domande forse ingenue che arrivano da mondi diversi. Si pensi al sistema della moda: perché gli occhiali dovrebbero essere prodotti da Google e gli orologi da Apple? Perché la moda italiana non genera soluzioni eleganti per portarsi dietro gli smartphone e per usare le cuffie? Perché i tessuti non dovrebbero porsi l'obiettivo di schermare i campi elettromagnetici generati da wi-fi e telefonini? Ma domande simili si possono porre incrociando elettronica, nuovi materiali e design nell'arredamento, come si comincia a vedere in qualche caso al Salone del mobile di Milano.

Del resto, l'alto valore aggiunto di produzioni in quantità limitata non può non trarre vantaggio dallo sviluppo dei mercati cosmopoliti che nascono sulle reti e le piattaforme digitali: e non si vede perché quelle piattaforme non possano essere anche italiane. Vizidigola è una startup che si occupa di vendere online le specialità eccellenti della gastronomia italiana. E H-umus sviluppa tecnologie per migliorare il design dei campionari di prodotti industriali usando al massimo gli strumenti digitali. Quanti altri incroci tra la tradizione e l'innovazione si possono sviluppare?
A queste domande, certo, possono rispondere le imprese stesse. Ma è più probabile che le nuove idee emergano dalle capacità sperimentali degli startupper intercettate da imprese che, pur continuando a seguire con la massima attenzione il loro core business, accettano di imparare dagli esploratori di territori sconosciuti. Il vantaggio che si può trarre da questa sorta di esternalizzazione della ricerca è sempre più evidente: non solo per il marketing, ma anche per le vendite, l'innovazione di prodotto, la modernizzazione delle relazioni con i clienti, i dipendenti, i fornitori.

Alberto Baban e Nicola Mason, fondatori della Tapì che ha creato i tappi sintetici per il mercato dei distillati, hanno portato innovazione nel food and beverage ma a loro volta hanno bisogno di innovazione per mantenere la leadership e anche per questo investono in startup. Baban è convinto che il ricco Veneto attuale sia frutto delle startup di 40 anni fa e che il suo futuro sia essere una sorta di incubatore naturale per startup. Chi lo sente parlare pensa: speriamo che lo siano anche altre regioni d'Italia. È perfettamente possibile.

Luca De Biase - Nòva 24 - Il Sole 24 ore

domenica 14 aprile 2013

Populisti per paura del nuovo

Uno studioso del fenomeno (Ludovico Incisa di Camerana nel Dizionario di politica a cura di Bobbio, Matteucci e Pasquino) sostiene che il populismo è soprattutto una «sindrome», vale a dire uno stato d’animo caratterizzato da sintomi, percezioni, emozioni. Non esiste una ideologia del populismo, non esiste un «manifesto dei populisti», non esistono programmi organici per un futuro populista. La sindrome è fondata su due convinzioni: che il popolo sia depositario della verità e che sia, al tempo stesso, vittima di raggiri, inganni, persecuzioni. Sempre secondo Incisa, il populismo è una religione neopagana in cui il Popolo è Dio e adora se stesso.

Ma accanto al popolo-Dio vi è Satana che cerca di sfruttarne le virtù e di usarle per i suoi fini. Nella sacre rappresentazioni populiste Satana veste abiti diversi. Può essere, a seconda delle circostanze, lo Stato dei padroni e dei politicanti, la grande finanza, il complesso militare-industriale, i «savi di Sion», la massoneria, i «poteri forti». Generalmente il populismo sonnecchia docilmente, salvo risvegliarsi per brevi periodi nelle chiacchiere delle osterie, dei bar e degli stadi. Ma risale impetuosamente alla superficie e assume maggiori proporzioni quando Satana, con gli abiti della modernità, irrompe nella vita sociale, ne modifica gli equilibri, mette in pericolo la condizione economica di alcuni ceti.

Quasi tutti i fenomeni populisti dell’Ottocento e della primametà del Novecento sono collegati all’industrializzazione e alle sue conseguenze. Vi fu un populismo americano dopo la guerra di Secessione, quando la costruzione delle ferrovie ruppe le enclave rurali e cambiò il volto del Paese. Vi fu un populismo russo (i narodniki, gli slavofili), quando l’impero zarista attraversò, qualche anno dopo, una fase di promettente crescita economica. Vi furono nuovi fenomeni populisti negli Stati Uniti (il nativismo) quando l’impetuoso sviluppo dell’industria americana richiamò masse d’immigrati provenienti soprattutto dalla Cina, dal Giappone, dall’Europa meridionale e orientale. Il «popolo» si sentì minacciato e attribuì subito la responsabilità delle proprie sventure a un nemico: i baroni americani con i denti d’acciaio, i banchieri e gli ebrei arrivati dall’impero zarista dove i pogrom di Kišinëv, Odessa, Kiev e Bialystock furono fenomeni populisti, anche se spesso orchestrati e manipolati dalla polizia e dai servizi segreti. Negli anni seguenti furono in parte populisti, negli Stati Uniti, anche il movimento «America First», contro l’ingresso del Paese in guerra nel 1917, e la «Red Scare», la paura dei rossi, che esplose contro comunisti e anarchici dopo la fine della Grande guerra.

In Europa, negli anni Venti e Trenta, il populismo venne catturato e addomesticato dai partiti e dai movimenti autoritari. Il caso del fascismo è particolarmente interessante. Mentre il dannunzianesimo ha una forte componente estetizzante e la Carta del Carnaro (la costituzione scritta da Alceste De Ambris nel 1920 per la Libera Città di Fiume) è un raffinato testo politico, Mussolini non esita a raccogliere e sfruttare tutti gli umori populisti che circolano nel Paese alla vigilia della Grande guerra e dopo la fine del conflitto. Vi è un ammiccamento populista nella testata del suo giornale («Il Popolo d’Italia») e i suoi primi messaggi politici, agli inizi del 1919, non sono indirizzati a una classe sociale, ma al «popolo delle trincee». Vi è molto populismo, durante il regime, nell’esaltazione della vita rurale, nella battaglia del grano, nei raduni «oceanici» di piazza Venezia, nei dialoghi con la folla, nella denuncia della plutocrazia «giudaica», nelle grandi iniziative popolari come quella di Italo Balbo per il trasferimento di trentamila coloni italiani in Libia.

Ma il fascismo fu un movimento gerarchico, poté contare su una nutrita pattuglia di intellettuali, volle creare lo «Stato nuovo» e realizzò alcune delle sue istituzioni. A differenza del populismo, il fascismo sapeva che il popolo non è un insieme indistinto. È composto da classi sociali, distinte per mestiere e livello di vita, che il leader vuole costringere a collaborare nell’ambito di un sistema corporativo dove tutti, imprenditori e operai, saranno «produttori». Il nazionalsocialismo esaltava la forza del popolo (Volk) e aveva un giornale ufficiale, diretto da Alfred Rosenberg, che si chiamava «Osservatore del Popolo» («Völkischer Beobachter»). Ma il popolo del Führer era una razza armata, pronta a distruggere o asservire i popoliminori, a combattere e a morire per un Reich millenario. Il comunismo, non appena Lenin conquistò il potere, liquidò con la violenza tutti i suoi concorrenti prerivoluzionari, dagli Sr (i Socialisti rivoluzionari) ai menscevichi e agli anarchici. Stalin sapeva che il popolo dei movimenti populisti russi era quello delle campagne e trattò i contadini, quindi, alla stregua di nemici dell’unico popolo riconosciuto dal regime: la classe operaia. Quelli che sopravvissero alle carestie e alle deportazioni divennero impiegati dei kolkhoz. Avevano un retroterra populista anche i regimi di Antonescu in Romania, di Perón in Argentina e di altri caudillos latino-americani sino a Hugo Chávez. Non fu populista invece il franchismo spagnolo, nel quale alcuni alleati del regime (la Chiesa, le forze armate, l’aristocrazia) appartenevano ancora all’Ancien Régime. E non fu populista, per ragioni in parte simili, nemmeno il regime del maresciallo Pétain, creato nella Francia di Vichy dopo la sconfitta del 1940.

Come i populismi dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, anche quelli apparsi tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo sono il risultato di un grande processo modernizzatore. La globalizzazione abbatte le frontiere, favorisce la libera circolazione delle merci, del denaro, della forza-lavoro, e mette a dura prova le vecchie economie nazionali. La rivoluzione informatica cambia ilmodo di lavorare, distrugge vecchimestieri e ne crea di nuovi, accelera prodigiosamente la diffusione delle idee, dei miti, delle proteste populiste. La rivoluzione sessuale e le applicazioni della biotecnologia cambiano i tradizionali rapporti fra i sessi e rendono possibili nuovi modi di nascere, procreare, morire. Ciascuna di queste innovazioni può essere percepita, a seconda della circostanze, come straordinaria occasione o grande minaccia.

Questa triplice rivoluzione — globalizzazione, informatica, bioetica — colpisce società in cui vi è stata, nei decenni precedenti, una forte promozione sociale. Alle occupazioni più umili, ma pur sempre necessarie, provvedono quindi legioni di nuovi arrivati usciti dai barrios e dalle favelas dell’America Latina, dalle periferie delle città nordafricane, dalle campagne dell’Africa nera, dalle megalopoli asiatiche. Nel giro di due decenni le democrazie industriali dell’Occidente accolgono e assorbono, alla meglio, parecchi milioni di immigrati (nell’Unione Europea più di 33 al 1˚gennaio 2011), molto spesso musulmani nel caso dell’Europa, latino-americani in quello degli Stati Uniti. I nuovi arrivati sono spesso visti e rappresentati come un corpo estraneo, una minaccia all’identità e alla tradizione dei «nativi».

Per meglio fare fronte alla concorrenza dei nuovi capitalismi, l’Unione Europea ha realizzato due grandi riforme: ilmercato unico e lamoneta comune. Ma questa strategia della modernità ha avuto l’effetto di raffigurarla, agli occhi di molti europei, come la sorella gemella della globalizzazione. Le prime rivolte «no global» coincidono spesso con i vertici della World Trade Organization (l’Organizzazione per il commercio mondiale), costituita per diventare, nelle intenzioni dei fondatori, l’Onu dell’economia di mercato. Sono manifestazioni metanazionali ispirate da una ideologia ambientalista. Ma in una fase immediatamente successiva cominciano ad apparire o a risorgere, in quasi tutti i Paesi dell’Ue, partiti che si proclamano «difensori del popolo» contro le minacce dell’economia globale e la tecnocrazia di Bruxelles. Oggi il populismo euroscettico può contare su una galassia di forze politiche che rappresentano insieme più di un quinto dell’opinione pubblica dell’Ue: il Partito austriaco della libertà, diretto a suo tempo da Jörg Haider; il Partito popolare danese fondato nel 1995 da Pia Kiærsgaard: il Partito dei veri finlandesi di Timo Soini; il Fronte nazionale diMarine Le Pen in Francia; Alternative für Deutschland in Germania; il Partito della libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, il partito Diritto e giustizia dei gemelli Jaroslaw e Lech Kaczynski in Polonia (Lech fu presidente della Repubblica e morì in un incidente aereo nell’aprile del 2010); il Partito per l’indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage; i Democratici svedesi di Jimmie Åkesson, il partito Jobbik di Gergely Pongrátz in Ungheria e per certi versi anche Fidesz di Viktor Orbán nello stesso Paese. Alcuni appoggiano il governo e influiscono sulla sua politica, altri sono all’opposizione e non tutti, comunque, sono egualmente populisti o razzisti. Ma tutti pescano i loro voti fra coloro per cui la globalizzazione e l’integrazione europea sono i nuovi «nemici del popolo».

Esiste poi un altro fenomeno che soffia sul fuoco del populismo. La Rete, vale a dire il maggior simbolo della modernità, è ormai il veicolo che più contribuisce a diffondere le paure del «popolo buono» e le sue fantasticherie sulle bugie e i raggiri dei suoi diabolici nemici. Grazie alla Rete sappiamo che l’attacco alle Torri Gemelle è un’operazione montata dalla Cia e che il Pentagono non è mai stato distrutto. Grazie ai blog e alle reti sappiamo che gli incontri annuali di Bilderberg, (un’associazione fondata dal principe Bernardo d’Olanda nel 1954) e quelli della Trilaterale (il club euro-americano-giapponese creato da Giovanni Agnelli, Henry Kissinger e David Rockfeller 40 anni fa) sono le occasioni che permettono ai potenti della Terra di tessere le loro trame e meglio dominare il mondo degli umili, dei perseguitati, dei servi della gleba. Mancano le prove e i documenti, ma la loro assenza, per il populismo della Rete, è la migliore conferma dell’esistenza del Male. Quanto più è difficile trovare le prove di un complotto, tanto più i congiurati dimostrano, agli occhi di una opinione pubblica populista, la loro diabolica abilità.

Esiste anche un populismo degli intellettuali, molto più raffinato e seducente. Ve ne sono tracce (cito a caso) in alcuni testi di Giuseppe Mazzini, nelle poesie di Walt Whitman, negli scritti di Ezra Pound sull’usura, nei romanzi di Knut Hamsun, nell’abbondante letteratura sull’ «identità» e le «radici», molto alla moda negli ultimi decenni. E vi è un populismo colto, infine, anche in certi inviti all’indignazione che hanno ultimamente riempito la Puerta del Sol a Madrid, Wall Street a New York e il sagrato della cattedrale di San Paolo a Londra.

Di fronte a queste ondate di rabbia popolare gli Stati democratici sembrano a tutta prima sconcertati e impotenti. Ma negli ultimi anni sono spesso riusciti ad assorbire i contestatori, a «imborghesirli», a inserirli nel sistema. Come usa dire all’inizio di certi film, ogni riferimento al Movimento 5 Stelle, in questo articolo, è puramente casuale.

Sergio Romano - La lettura - Corriere della Sera


venerdì 12 aprile 2013

Unomattina dedica spazio alle startup

Davvero una grande occasione per parlare di startup e innovazione in ottima compagnia. Le idee e la voglia di rilancio sono state le vere ospiti a Uno Mattina. 




domenica 7 aprile 2013

Confrontarsi per decidere il cambiamento

Ci sono momenti nella vita in cui si è obbligati a riflettere sulle decisioni da prendere se si vuole cambiare la propria strada. Ci sono persone che affrontano queste situazioni solo una volta nella propria esistenza o anche mai, lasciandosi trasportare dagli eventi e subendo sostanzialmente gli effetti. Molte altre comprendono in certe fasi della propria vita che è il momento di fare delle scelte. Per migliorare oppure modificare lo stato delle cose.

Il cambiamento è necessario se vuoi mantenerti costantemente sulla curva ascendente della crescita.
Esiste sempre una opportunità, un'occasione, un imprevisto che ti permette di fare una scelta diversa e cambiare. Non farla è di per se anch'essa una scelta. Di cui però non ci si dovrebbe lamentare in seguito.

É importante riflettere e meditare con se stessi sul cambiamento, ma lo è anche confrontarsi e parlarne con le persone di cui ci si fida e si pensa possano portare un valore aggiunto o una visione differente al proprio ragionamento.
Parlarne aiuta molto a fare chiarezza nella mente. Si è obbligati a esplicitare in modo chiaro e coerente vantaggi e svantaggi. Parlandone ad altri si riesce a capire se si è compreso bene la situazione e il lavoro di analisi è stato coerente e completo.

Spesso invece che le persone si chiudono in se stessi e "rifiutano" questa modalità pensando che essendo una loro scelta nessuno si può mettere negli stessi panni. Un errore di valutazione.
Parlando ripeto con persone di cui si ha considerazione, può invece essere molto utile per aiutare a prendere la decisione finale.
È un lavoro di affinamento che aiuta a "sgrezzare la pietra" del proprio pensiero e levigarla per arrivare alla decisione. Il troppo pensare in solitudine porta con se il rischio di non uscire dalla propria griglia mentale.
Dopo il confronto sta a noi filtrare le informazioni e fare le scelte.

lunedì 25 marzo 2013

C'era una volta la via Emilia, inseguendo il mito perduto

La strada millenaria che spacca Rimini come una mela e taglia dritta dall'arco di Augusto fino a Piacenza, è ignorata
di PAOLO RUMIZ - Repubblica
Guccini e Rumiz sulla via Emilia

"Scusi dov'è l'antica via Emilia?". Rimini. All'ufficio informazioni davanti alla stazione mi mostrano senza esitare il periplo delle mura. La strada millenaria che spacca la città come una mela e taglia dritta dall'arco di Augusto fino a Piacenza, è ignorata. Diavolo, non c'è niente di così rettilineo in tutto il Nord, la vedi persino dal satellite, ma è come se fosse sparita. Piove, il mare è immobile, il divertimentificio in letargo; in un chilometro conto 17 banche, nove negozi chiusi, centinaia di immigrati e infinite badanti.

Sono i 2200 anni della grande via romana - nel 187 a. C. il console Emilio Lepido la completava per tenere a bada i Galli della pianura - ma la regione ignora il mito fondativo della sua strada maggiore. Salvo un incontro voluto a giugno dalla soprintendenza e dall'editore Mulino in quel di Rimini, in vista c'è poco o nulla. Così vengo a dare un'occhiata, per dire cosa è diventata la più nobile delle antiche vie d'Italia. E capire perché gli emiliani la dimenticano.

Le sorprese cominciano subito. Chiedo un bus per Cesena, ma non si può, si arriva solo a Savignano, a trenta chilometri. Non c'è un Greyhound come sulla Route 66 transamericana. Per fare la strada più dritta d'Italia devo cucire coincidenze impossibili. Ho rimediato una strisciata di orari da mal di testa; me l'ha data un mago delle vie traverse di nome Paolo Merlini. Fino a Piacenza fanno quindici cambi, fra treno e bus. Dovrò armarmi di pazienza.

Linea 90, autoradio con spot martellanti, tre badanti rumene, due senegalesi che gridano al cellulare. Infiniti svincoli, rotonde fatte apposta per perdersi. Poi confluisco sulla via, e subito qualcosa si rimette a posto in me, come in un arabo che trova la Mecca. Rotta a Nordovest, ferrovia a destra, Appennino a sinistra. C'è anche una casa cantoniera, rosso pompeiano d'ordinanza. Spiragli di bella Italia.

A Santa Giustina con la via Emilia ce l'hanno a morte. È pavesata di lenzuolate ai balconi con scritto "Basta chiacchiere, circonvallazione subito", "Traffico+smog, grazie sindaco". La via è diventata Statale 9 fino a Milano, ma non taglia più i paesi: ci gira attorno. E laddove li taglia, diventa un inferno di Tir. Fabbriche, centri commercia-li, wellness, un manifesto che invita a una cena con strip maschile. Nessuna strada antica d'Europa somiglia meno di questa a ciò che è stata.

A Savignano merenda alla piadineria del ponte, con vista sulle campate romane e il Rubicone. Mi dicono che il paese pullula di cinesi negli scantinati. Il resto è anziani, e il solito gineceo romagnolo: impiegate, postine in bici, vigilesse a caccia di divieti. "Scusate, dov'è l'antica via Emilia?" chiedo alle ultime, e loro indicano perentorie la circonvallazione. Come a Rimini.

Linea 95 per Cesena, vetri sporchi da non veder fuori. Ipermercati, rotonda dedicata all'imperatore del liscio Secondo Casadei. Nella turrita Cesena patria di due papi mi raccatta Angela Arcozzi, una mora che odia le autostrade e mi porta in auto a Forlì. Piove forte, immense rotonde attorno a Forum Popili, l'attuale Forlimpopoli, patria di cuochi e briganti, Pellegrino Artusi e il Passator Cortese svaligiatore di teatri.

Forlì, fascistissimo vialone d'accesso con mega-statua della vittoria. Ora la tabella oraria mi consiglia un pezzo in treno, in fondo anche la ferrovia segue la via come un'ombra, mai più distante di duecento metri. Arriva un regionale per Imola, surriscaldato e chiacchierone, in ritardo di quaranta minuti. Edgardo, pensionato stazza Obelix, brontola che la Romagna ti infligge un rompiballe al secolo. Ieri Mussolini, oggi il riminese Moretti, rottamatore di Fs. "Scusi dov'è l'antica via Emilia? ", richiedo nella pulitissima Imola. Un tipo con valigia ventiquattr'ore mi indica la parallela. A confonderlo forse c'è il viale della stazione, che si chiama via Appia. L'incrocio col vero Decumano è una meraviglia in pietra e mattoni, ma tutto è sigillato in una teca pedonale con negozi alla moda.

Il bus Tpr 101 per Bolognafa cinquanta fermate in 33 chilometri, roba da crisi di nervi. Al capolinea un bambino grasso, una donna con un sacchetto di pesci rossi, la solita badante e un africano ben vestito; poi si parte verso la capitale dei Boi in un balletto di saliscendi alle portiere. Donne, di tutte le età. La via è massacrata dalla sua stessa geniale funzionalità trasportistica. Imola centro commerciale, Toscanella, Dozza, Osteria Grande: nessuna fermata che ricordi le legioni. Mucchi di neve sporca, frutteti spogli e l'eterna domanda: chissà dove finisce la Romagna e comincia l'Emilia? Mah.

Alle porte di Bologna già annotta. Rotaie, negozi, argini, fabbriche, canali, fari nelle pozzanghere. A bordo si discute di Grillo e del Mago Gargamella (Bersani) mentre la radio gracchia di Balotelli se gioca o non gioca e due ragazze in hijab digitano freneticamente sul telefonino. Nemmeno l'Emilia, terra di vie dritte, sa più dove andare. Al capolinea, fuggi-fuggi nella pioggia, poi camminata solitaria lungo il cardo di via Galliera solo per chiacchierare con la russa al bancone di "Kalinka", posto di vodke e caviali.

Afferro brandelli di mito solo con Gianni Brizzi, il prof di storia romana più annibalico che ci sia. Tra verdure padellate e un lambrusco, ecco venir fuori che fu il grande spavento punico a convincere Roma ad attrezzare quella strada per tenere buoni i Galli con una fascia- cuscinetto che non fosse solo militare. Una via capace di essere anche spazio di colonizzazione, mercato, e al tempo stesso un confine, l'antenato di tutti i Limes. La cena finisce con una panna cotta e un anatema: "Questa è la prima frontiera dell'Italia romana. E in Emilia non lo capiscono".
Come è vuota Bologna la notte; sento l'eco dei miei passi tra le Torri e il Nettuno. Tutto, mi dicono, è risucchiato dai centri commerciali. È incredibile: questa è l'unica regione al mondo che prende il nome da una strada, ma a quella strada non dedica una sola iscrizione turistica visibile. Nulla che proclami: qui sono passate le legioni, qui abita la nostra identità. Ma come fai a sapere dove vai, se non sai da dove vieni?

In auto per Modena con l'amico Alex Scillitani. Insegne trasparenti: Gelateria Delirius, Più compri e più risparmi, Affittasi capannoni, Compro oro. Tra Borgo Panigale e Casalecchio densità mai vista di seminude con ombrello, tacchi alti e iPod. Il consumo di suolo è terrificante, non c'è più spazio per la campagna. L'antico è disprezzato, lasciato morire. Ogni tanto un segnale dal mondo di ieri: un grandioso rudere in mattoni, una laterale di nome "Via del cantastorie".

Castelfranco è il primo paese senza tangenziale, la SS9 lo attraversa tra i portici come ai tempi della Millemiglia. Altrove ti deviano spietatamente, come a Modena, dove appena la strada si fa bella ti sparano sulla rotonda Maserati. L'unico modo di fare la via romana integrale sarebbe la bici, che però negli anni del Sol dell'Avvenire è stata bollata come retaggio della miseria, col risultato che oggi sull'Emilia ti arrotano se te la fai sul sellino.

Alla "Bruciata", oltre lo svincolo di Modena Nord, una volta c'era il West; oggi hai le signorine da marciapiede, russe o africane, a prezzi popolari. Puoi fartene una dopo una cena in pizzeria o un giro all'ipermercato. Poco prima, al ponte sul Panaro, c'erano i ruderi della discoteca Mac2, rugginosa base spaziale dimenticata. Poi fari nella pioggia, luminarie, e qualche varco di prateria. Ma la regione Emilia esiste davvero o è solo un'idea?

A Reggio il sindaco, noto per le "panchine parlanti" (fortunatamente guaste) e una mirabile rotonda attorno a una chiesa, ha pensato di ritombare un pezzo della via romana originale, in nome della modernità. In città la vivono come striscio, non come asse di collegamento. E se ti ostini a usarla come tale, ti dicono che la via è sbarrata. I bus non entrano nel granducato di Parma. Si va solo fino alla frontiera, come ai tempi delle dogane pre-unitarie.

La linea 2 verso il granducato è un bus urbano con posti in piedi. Coerente, in una via che è solo città lineare. E via, per rotonde megalitiche, in mezzo a cartelli di Vendesi e Affittasi. A Villa Cella c'è un venerabile cimelio, un cinema aperto, poi ti taglia la strada un funebre sovrappasso pedonale inaugurato con ascensore per disabili, e mai entrato in esercizio. Sembra Sicilia, ma è Emilia. Poi di nuovo campagna, monti innevati in lontananza, pavoni, oche, anatre.

Arrivo a Sant'Ilario in un bus vuoto, in un capolinea vuoto, in un quartiere vuoto. Piove anche nel chiosco d'attesa e non c'è nessuna coincidenza. Dopo le otto del mattino più niente collega il Reggiano al Parmense. Resta solo il treno, ma per arrivare alla stazione sono due chilometri a piedi. C'è solo l'autostop per passare l'Enza, gonfio e marrone, e con il ponte una nuova parata di adescatrici automunite, e una rete di sterrati
per il mestiere.

Da un capo all'altro di Parma, la via di Emilio Lepido svela la sua storia ospedaliera. Lazzaretti, ricoveri per pellegrini, vecchi manicomi, la meraviglia di un ospedale rinascimentale. "Tutti segni - mi dice al bar l'assessore grillino Laura Maria Ferraris - di una rilettura non solo verdiana della città". Ma è dura risalire la china dopo anni di sfascio e ruberie. Col disastro Parmalat è scoppiata la crisi, il commercio va male anche in centro. Chiara Cabassi, bibliotecaria, mi porta sotto il ponte di mezzo, nell'antro che contiene le campate del suo predecessore romano. Oggi il sottopasso è terra di nessuno, ieri era pieno di negozi. E via di nuovo tra capannoni in disuso come balene spiaggiate.

Ponte sul Taro, grandioso, con statue di donna; poi la bellissima Fidenza disertata dai suoi stessi abitanti. La gente va al "Fidenza Village", preferisce l'antico finto all'antico vero. I Tir non danno requie. "Con la crisi, i camionisti risparmiano sulle autostrade. Rovoleto e Pontenure sono annichilite dai passaggi", lamenta Mauro Nicoli, ufficio urbanistico di Fiorenzuola. "Ma la catastrofe vera è che la via non è più sentita come tale. Solo dall'aereo la percepisci come segno del territorio".

Ultimo caffè al bar Mocambo, ex balera sulla ferrovia, poi via in treno fino al paracarro finale: Piacenza, 197° miglio romano, piantata sull'ultimo guado del Po. Per fare tutta la strada dovrei continuare fino al dazio milanese di Porta Romana, ma sono sazio di badanti, Tir, belle-di-giorno, serrande abbassate e centri commerciali. Non ho trovato il mito; non so dove vada la regione-guida d'Italia. Piove troppo, Cristo santo, e ho pure le scarpe fradice.




mercoledì 20 marzo 2013

Francesco entra nella piazza

In quei giorni si trovava a Troade, una città portuale dell'Anatolia che s'affacciava sull'Egeo. A notte fonda una voce era risuonata nella sua mente durante un sogno: era un europeo che supplicava in greco: Diabàs eis Makedonían boétheson hemín, «Vieni in Macedonia e aiutaci!» (Atti 16,9). Protagonista di questa vicenda intima che, però, segnerà la storia dell'Occidente, è l'apostolo Paolo che, spinto da quell'appello, dal l'Asia approderà in Europa. Anni dopo la scena si ripeterà in una forma diversa, all'interno di una camera di sicurezza ove l'Apostolo era relegato: egli era in custodia cautelare nella Fortezza Antonia (ove era di stanza il presidio imperiale romano di Gerusalemme) in seguito al suo coinvolgimento in un tumulto avvenuto nel Sinedrio, la suprema assemblea giudaica. Paolo era stato sottratto a fatica da un tribuno alle contestazioni dei Sinedriti.

Ebbene, nel sonno agitato del recluso ecco apparire un volto luminoso. Era il Signore Gesù che gli diceva: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme su di me, così è necessario che tu mi dia testimonianza anche a Roma» (Atti 23,11). In queste due scene emblematiche si può idealmente rappresentare l'impegno che attende Papa Francesco e l'intera Chiesa: uscire dal grembo protetto, ove pure è necessario sostare, per entrare nelle metropoli; varcare le soglie del tempio, ove è certamente indispensabile vivere la diretta comunione con Dio, ed entrare nella piazza, anzi nella rete sociale, virtuale, economica, culturale che avvolge il nostro globo. I suoi primi atti sono stati limpidi ed essenziali proprio in questa direzione.
L'orizzonte che viene incontro non è, certo, facile da traversare. Forse non è più tenebroso e ostile come accadeva in certe epoche del passato, segnate da guerre mondiali o da negazioni teoriche assolute e radicali di ogni trascendenza. Ora spesso a dominare è una sorta di nebbia ove i contorni si confondono e si neutralizzano. È il fenomeno dell'indifferenza morale e religiosa per cui Dio è ignorato, la fede considerata irrilevante, l'etica è mobile secondo le convenienze e le circostanze e la verità è simile al disegno di una ragnatela che ciascuno produce estraendone il filo da se stessi e non ricevendolo dall'alto.

Eppure è un orizzonte che apre tanti squarci di luce. L'invocazione del macedone risuona anche ai nostri giorni in modo forse implicito ma autentico e riguarda le domande basilari di senso sulle realtà ultime della vita, della morte e dell'oltrevita, della persona e della libertà, del male e della sofferenza, del l'amore e della felicità, della giustizia e dell'ingiustizia, della verità e della menzogna, della pace e della violenza, dell'armonia con la terra. È per questo che molti provano un'attrazione quando sentono risuonare la Parola evangelica che inquieta le coscienze intorpidite, che consola, che libera, che spinge alla speranza e all'impegno fraterno, che fa conoscere la compassione e la tenerezza, che non è indifferente al male giudicandolo eppure punta soprattutto alla salvezza di ogni creatura umana, perché – come ancora ammoniva san Paolo – «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Timoteo 2,4).

La figura di Cristo riesce ancora ad attraversare le vie della modernità. Egli continua a bussare – mediante i suoi apostoli e discepoli – alle porte delle solitudini contemporanee, come suggeriva l'Apocalisse: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Sono molti, poi, i crocevia dove il messaggio cristiano può essere intercettato dai passanti a prima vista distratti. C'è innanzitutto proprio l'ambito della secolarizzazione che ha appiattito le culture, ma non ha potuto cancellare la verità del monito di Pascal secondo cui «l'uomo supera infinitamente l'uomo», impedendogli di eliminare la domanda religiosa e quella sul senso dell'esistenza, né tanto meno ha potuto far tacere totalmente una radicale coscienza etica. È qui che si insedia quel «Cortile dei Gentili», pensato da Benedetto XVI, spazio di dialogo e di incontro sui temi "ultimi" tra credenti e non credenti.

C'è, inoltre, il grande respiro delle culture giovanili con le loro nuove grammatiche espressive e operative che possono sconcertare e che non di rado corrono sul crinale del rischio e della degenerazione, ma che custodiscono terreni fecondi di amicizia, di volontariato, di libertà, di creatività, di musica. C'è il mondo della scienza e della tecnica che pone sul tappeto pesanti questioni di bioetica, ma che al tempo stesso trasfigura la comprensione della realtà e trasforma la qualità della vita. Il nostro sguardo, infatti, può fissarsi con stupore sulla trama dell'evoluzione globale, dal fondo cosmico primordiale fino all'elica del Dna, dal bosone di Higgs fino al multiverso, ma può anche scoprire gli straordinari esiti che la ricerca medica offre all'umanità come sostegno alla sua fragilità e finitudine.

Capitale ai nostri giorni è anche l'opera che la Chiesa deve offrire al superamento dello scontro delle civiltà, ma pure di un multiculturalismo statico che lasci lo spazio a un'interculturalità multiforme che si basa sul dialogo e sul confronto. In questa opera, le identità specifiche non devono stingersi o estinguersi in un sincretismo relativistico – come purtroppo sta accadendo a un'Europa "smemorata" e superficiale – ma quelle identità non devono neppure indurirsi in un fondamentalismo aggressivo, esclusivo e repulsivo.

Non si possono nemmeno ignorare i grandi intrecci economici che, purtroppo, spesso generano squilibri sociali, miseria, disoccupazione, persino disperazione, accumuli finanziari capaci solo di alimentare ingiustizie o illusioni. E tuttavia si tratta di uno strumento necessario per lo sviluppo sociale, per l'esercizio di una politica che sia attenta alla vita della gente e alla promozione del bene comune. Similmente è importante per la Chiesa essere sempre accanto alla famiglia, cuore della società, un cuore non di rado dissanguato o ferito, ma anche pronto a battere con la sua carica d'amore, così da tornare a essere ancora una sorta di ecclesia domestica, come accadeva alle origini del cristianesimo.

La Chiesa deve, allora, vivere con intensità l'unità nella pluralità, ancorandosi certo alla coordinata verticale del primato petrino, ma anche a quella della collegialità episcopale, dell'impegno del clero e dei religiosi e del coinvolgimento attivo ed esplicito dell'intera comunità ecclesiale, a partire dalla presenza femminile il cui contributo è spesso decisivo. E, se si vuole allargare il respiro, la comunità cristiana all'interno della sua preghiera, della sua liturgia, dei suoi ambiti di presenza deve coltivare l'amore per la bellezza in un mondo spesso segnato dalle ferite della bruttezza, inquinato e devastato: è la forza dell'arte che, dopo la parentesi del divorzio consumatosi nel secolo scorso, deve riprendere il filo d'oro del suo incontro con la fede, sua sorella nella ricerca dell'Invisibile che si cela nel visibile, anche lungo percorsi inediti, come avviene nelle espressioni estetiche contemporanee.

Ma, come ha testimoniato papa Francesco fin dai suoi inizi, per entrare in questi e in altri incroci è necessario tenere alta la purezza della Parola e della testimonianza, abbattendo nella Chiesa ogni scandalo, ogni arroganza, ogni ipocrisia, sulla scia di quanto attestano le labbra e le mani di Cristo. Infatti, le sue sono parole semplici ma incisive, non passano sopra le teste delle persone in un vago ed etereo spiritualismo, ma partono dai loro piedi che camminano nella storia, impolverandosi nei problemi quotidiani, partecipando a vicende festive e feriali, condividendo riso e lacrime degli uomini e delle donne. Le sue mani, poi, sanano i malati, accarezzano gli emarginati, non temono di sporcarsi con le lebbre di ogni genere. La semplicità del suo linguaggio e della sua azione attinge all'essenzialità della verità e dell'amore e questa semplicità è sinonimo di grandezza. È la grandezza dell'essenzialità che la Chiesa deve saper ritrovare nel suo comunicare, senza temere di inoltrarsi sulle strade informatiche, telematiche e digitali per annunciare il suo messaggio. È quella grandezza semplice che deve pervadere la compassione amorosa, l'operare ecclesiale nella storia, sapendo – col realismo della ragione e l'ottimismo della fede – che l'approdo ultimo non è il baratro del nulla, ma è la risurrezione.

Gianfranco Ravasi - Domenica Il Sole 24ore


domenica 17 marzo 2013

Elogio del compromesso

Il termine compromesso non gode di buona fama. Fa pensare ad accordi sotto banco, alla rinuncia ai propri ideali per miseri tornaconti personali. Al contrario, l’intransigenza viene elevata a valore. Salvo poi scoprire che per alcuni, anzi per molti, fingersi intransigenti è un modo sottile per avere facile successo e realizzare i propri interessi. Ciò vale, in Italia, soprattutto in politica. E non c’è da meravigliarsene. Caduta la cosiddetta «prima Repubblica», per quasi un ventennio la politica ha riprodotto un gioco a somma zero, che esigeva una scelta di campo netta a prescindere dai temi sul tappeto. O con me o contro me. La divisione antropologica o quasi fra berlusconiani e antiberlusconiani ha significato impossibilità di trovare punti di condivisione che avrebbero potuto portare a soluzione questioni che, rimaste inevase, sono poi esplose, portandoci sul ciglio del precipizio.

Anche oggi che, con il governo Monti, siamo in una nuova fase, le forze dell’antipolitica e del populismo, a destra come a sinistra, continuano a far sentire forte la loro voce e rifiutano ogni confronto, proponendo ricette non solo semplicistiche e velleitarie, ma anche pericolose. Lo stesso governo tecnico è nato dalla constatazione che i partiti non erano in grado di raggiungere un dignitoso compromesso sulle cose da fare, assumendosi direttamente le proprie responsabilità.

Guai però a pensare che l’antipolitica sia un fenomeno solo italiano. Purtroppo negli ultimi anni ha conquistato sempre più spazi in Occidente. E persino negli Stati Uniti, con l’emergere di una destra fondamentalista e ultraliberista, il dibattito pubblico si è radicalizzato, assumendo i toni di una «guerra di religione», come raccontano Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis nel volume Tea Party, edito da Marsilio nella collana «i libri di Reset». È da questa situazione che prendono le mosse due affermati scienziati della politica americani, Amy Guttmann e Dennis Thompson, nel loro recente The Spirit of Compromise. Il libro, edito da Princeton University Press, è un elogio dell’arte della politica, che per definizione è basata sul compromesso. «La politica — scrivono i due autori — è l’arte del possibile, quindi il compromesso è l’abilità richiesta alla democrazia».

L’obiezione che di solito viene posta a tesi di questo genere è che sui principi nessun compromesso è ammissibile. È chiaro per esempio che una democrazia non può venire a patti con forze illiberali: come diceva Karl Popper, chi vuole servirsi delle regole della «società aperta» per conquistare il potere e poi abolirle va messo fuori gioco. Ma non si può giudicare indegne di partecipare al gioco politico le forze che semplicemente non la pensano come noi. La china che porta dallo Stato di diritto allo «Stato etico» è sempre scivolosa. Più interessante è l’obiezione liberale al compromesso: esso annullerebbe il conflitto nell’illusione di creare una società armoniosa. Ora, è vero che il conflitto è il sale della democrazia, ma esso, per i padri del liberalismo, deve aver corso e vita nella società civile, per poi trovare una composizione nella politica. Non parlavano di conflitto semplicemente, ma sempre di conflitto regolato.

D’altronde, discutere e raggiungere un onesto compromesso significa corrispondere all’idea che nessuno è portatore della verità. E quindi adempiere a un dettato fondamentale del liberalismo. Chiunque, anche il nostro avversario, può aver visto aspetti della verità che ci erano sfuggiti e possono essere integrati nella nostra visione. O anche farcela cambiare. Il ripensamento e l’autocritica, quando sono il frutto di un travaglio interiore, ci fanno maturare e devono essere benvenuti. D’altronde, se viene meno la forza della contraddizione, l’«immane potenza del negativo» di cui parlava Hegel, la società non progredisce, la conoscenza stessa diventa statica e alla fine inservibile.

Qui il discorso dalla politica passa alla filosofia. Non è un caso, ad esempio, che in un volumetto pubblicato da Castelvecchi con il titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Simone Weil contesti la logica della contrapposizione astratta. «Siamo arrivati al punto — scrive — da non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione “pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino». Persino nella scuola, osserva, quando si presenta un testo agli scolari non si sollecita semplicemente una loro riflessione, ma li si invita a prendere posizione. E conclude: «Quasi dappertutto — e anche, di frequente, per problemi puramente tecnici — l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero». È una «lebbra che ci sta uccidendo».

Più in generale può dirsi che l’intero campo del pensiero si divida fra autori che sono consapevoli del carattere chiaroscurale della realtà e altri che invece si ritengono portatori della verità. Questo è il limite di ogni illuminismo, l’inconsapevolezza che una luce troppo accesa impedisce di vedere. Proprio come il buio. Quando Isaiah Berlin passa a studiare, e anche ad apprezzare, i tardo illuministi o protoromantici tedeschi (Hamann, Herder, Jacobi, Humboldt), non abbandona il campo del liberalismo. Si mette piuttosto alla ricerca di una razionalità più concreta e di un liberalismo più compiuto, per fare i conti con la varietà e complessità del mondo umano.

Il tardo illuminismo culminò nel pensiero di Hegel, che ripropose e portò a compimento la lunga storia della logica dialettica. È una logica che non si fonda, come quella formale, sul principio di non contraddizione, ma concepisce ogni concetto in relazione dinamica col suo opposto, in quanto parte di un insieme che entrambi li regge e giustifica. Un’anima pia come Kierkegaard capì subito che era su questo punto che andava sferrato l’attacco contro Hegel. E infatti oppose la sua logica dell’aut aut a quella dell’et et propria del maestro di Stoccarda.

Ora, mi chiedo: è solo un caso che nella nostra epoca di contrapposizioni forzate e di antipolitica diffusa la dialettica sia il grande rimosso della filosofia? E non è da qui che occorre ripartire per riabilitare la nobile arte del compromesso?

Corrado Ocone
- La Lettura Corriere della Sera

mercoledì 6 marzo 2013

Sobrietà

“Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità.
Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”

J. Ratzinger

domenica 3 marzo 2013

La frenata della globalizzazione

Che la Storia non fosse finita lo abbiamo saputo l’11 settembre 2001. Ora possiamo anche dire che nemmeno la Geografia è finita. Che il mondo non è «piatto» come sosteneva Thomas Friedman del «New York Times». Non solo i confini ci sono ancora: con la Grande Crisi sono diventati più difficili da valicare. La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo.

Per alcuni è un bene. Più probabilmente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi nazionalisti. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene.

La nostra Belle Époque è durata un quarto di secolo, forse una trentina d’anni. Anni selvaggi. Belli e spietati. Miliardi di persone sono uscite dall’indigenza: le Nazioni Unite dicono che nel 2015 sotto la linea di povertà ci saranno 920 milioni di persone, la metà che nel 1990, nonostante la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre sette di oggi. La democrazia e la libertà hanno preso piede: i Paesi dove si vota sono 117 e l’organizzazione Freedom House calcola che nel 2012 le nazioni ad alto tasso di libertà sono state 90, contro le 44 del 1985. I viaggi si sono decuplicati. Internet ha messo in rete la Terra. La finanza e le banche globali hanno portato capitali in ogni angolo, e ciò ha fatto crescere decine di economie. La Cina, fino al 1978 del tutto chiusa, è diventata la fabbrica del mondo. L’India, nel 1990 ancora un’economia di piano in stile socialista, è il Paese emergente più giovane e con il futuro più brillante, se saprà affrontare le sue immense contraddizioni. E via così, in decine di luoghi, con il pianeta delle meraviglie.

Che naturalmente aveva anche una faccia oscura. In Occidente in quel quarto di secolo molte fabbriche hanno chiuso perché spostate dove il lavoro costa meno. Gli sweatshop del Terzo Mondo, popolati da donne e bambini sfruttati, si sono moltiplicati: anche la vergogna è diventata un fenomeno globale. Persino le malattie — ricordate la Sars? — prendevano l’aereo per spostarsi da un continente all’altro. La cultura era solo americana, uguale ovunque, senza sfumature. «Nonostante diverse culture, la gioventù della classe media di tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo parallelo, scriveva nel 1999 Naomi Klein nel suo bestseller No Logo. Si svegliano al mattino, indossano i Levi’s e le Nike, afferrano i loro cappellini e i loro zaini e il Sony personal Cd e se ne vanno a scuola». Nonostante Apple abbia dato altro pane di riflessione alla signora Klein e l’i-Phone sia diventato l’oggetto di maggiore concupiscenza di massa del secolo, con la Grande Crisi questo mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è scoppiata, poi via via quasi ovunque.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, gli Stati sono intervenuti per salvare e spesso nazionalizzare le banche, hanno imposto nuove regole alla loro espansione, hanno spinto, soprattutto in Europa, per limitare le attività degli istituti di credito dentro i confini domestici. Il risultato è che il modello di banche con una spinta globale è tramontato. Alla fine del 2011, i prestiti non nazionali delle banche sono crollati di 799 miliardi di dollari, 584 dei quali per la ritirata in casa di quelle europee. E la tendenza è continuata nel 2012. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che entro la fine di quest’anno gli istituti di credito della Ue potrebbero ridurre le loro attività di 2.600 miliardi di dollari (il 7 per cento del totale) e che un quarto di questa cifra potrebbe venire dal taglio dei prestiti fatti fuori dai confini di casa, in aggiunta alla vendita di titoli internazionali.

In parallelo, i due grandi collanti «fisici» della globalizzazione si sono fermati. Il commercio internazionale — che nei decenni passati cresceva a ritmi impressionanti, spesso sopra al 10 per cento l’anno, e trascinava la crescita del mondo — ha rallentato dopo una certa ripresa nel 2010. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) ha rivisto per due volte al ribasso le sue previsioni per il 2012: gli scambi mondiali non dovrebbero essere cresciuti più del 2-2,5 per cento; e il Cpb World Trade Monitor ha calcolato che nel dicembre scorso sono addirittura diminuiti, dello 0,5 per cento rispetto a novembre.

L’altro grande fenomeno dei decenni passati, il decentramento produttivo, non solo si è fermato, ma molte imprese americane e europee stanno riportando a casa le produzioni che avevano esportato nei Paesi emergenti. Un po’ perché si sono accorte che non sempre l’outsourcing è stato redditizio, un po’ perché i salari in Cina sono molto cresciuti e non sono più attraenti come quando l’onda dell’offshoring — dello spedire fabbriche e posti di lavoro nel Terzo Mondo — era il vangelo dei grandi manager, soprattutto americani, ma anche europei. Questo ritiro nazionale ha provocato la rottura della cosiddetta catena globale delle forniture, cioè di quella rete di aziende produttrici di beni intermedi che nei decenni scorsi aveva consentito il decollo di intere economie dei Paesi poveri.

La società di trasporti Dhl, che ogni anno produce un indice della connettività globale, ha calcolato che nel 2012 «il mondo è meno integrato che nel 2007»: i mercati dei capitali si sono frammentati; il commercio dei servizi è stagnante; la «connettività globale è anche più debole di quanto sia comunemente percepito»; «la distanza e i confini contano ancora», con le connessioni online che sono per lo più domestiche. Lo studio della Dhl sostiene che «i guadagni potenziali derivanti dall’incremento della connettività globale possono raggiungere miliardi di dollari»: ciò nonostante, l’opportunità non viene sfruttata.

L’indice di gradimento dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, dal momento che essa erode il loro potere, rimasto nazionale. Nei tempi più recenti, spinti anche in questo caso dal dover fare qualcosa per affrontare la recessione, hanno accentuato la loro refrattarietà all’apertura e in più di un caso hanno imboccato strade protezioniste, per quanto camuffate. L’ultimo G7, due settimane fa, ha dovuto riunirsi per discutere di possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario, con germi da anni Trenta, insomma. I dibattiti sull’opportunità di reintrodurre vincoli ai movimenti di capitale in situazioni di crisi, d’altra parte, hanno riguadagnato quota anche nel dibattito accademico. Per riassumere le tendenze in corso nella finanza, ma non solo, l’economista britannico Howard Davies sostiene che il 2013 sarà un anno «decisivo per la deglobalization». In questa cornice, persino la democrazia arretra, come raccontano le strade repressive prese dalle rivoluzioni arabe: Freedom House calcola che nel 2012, per il settimo anno consecutivo, il numero di Paesi in cui l’indice della libertà è peggiorato supera il numero di quelli in cui è migliorato.

Non sorprende che, con queste tendenze così accentuate, anche sul piano delle idee l’internazionalismo non sia in forma. Le Nazioni Unite non solo deludono di fronte al massacro della Siria: non ispirano più e, anzi, la superburocrazia del Palazzo di Vetro deprime l’antica e nobile idea di governo mondiale. Dopo la crisi del debito, l’Unione Europea è vista, nel mondo, meno come modello di superamento delle frontiere e sempre più come aggregazione litigiosa e incapace di decidere. Il G7 si è ridotto a un ruolo marginale, ma anche il G20, che l’ha sostituito nel 2009, ha presto perso la sua capacità di dare risposte ai problemi del mondo. Persino la questione più globale che si dovrebbe affrontare, il cambiamento del clima, si trascina da vertice inutile a vertice inutile, segno dell’incapacità del mondo di accordarsi anche di fronte alle sfide più importanti.

La Wto — simbolo della globalizzazione nell’immaginario No Global fin dagli anni Novanta — da oltre dieci anni non riesce a portare a termine il Doha Round, la trattativa per liberalizzare ulteriormente il commercio mondiale che darebbe una spinta rilevante all’economia del mondo, a costo zero. L’idea stessa di multilateralismo — cioè di accordi generali aperti a tutti i Paesi su basi paritarie, pilastro della ripresa post-bellica — è in ritirata: la proposta di Obama, accettata con entusiasmo da molti leader europei, di aprire i negoziati per una zona transatlantica di libero scambio si muove in una logica bilaterale, tra Stati Uniti ed Europa, e rischia di provocare irritazioni e reazioni in altri Paesi, Cina in testa ma non solo.

L’anno scorso, l’analista geopolitico Robert Kaplan ha pubblicato un libro — The Revenge of Geography («La rivincita della geografia»), Random House — nel quale sosteneva la necessità di tornare a studiare i confini naturali, la loro influenza sulle culture e sulle politiche, le risorse del sottosuolo per capire le grandi scelte delle nazioni: mappe più rivelatrici delle dichiarazioni politiche, dei documenti top secret, delle ideologie — a suo parere. Perché — sosteneva citando Paul Bracken di Yale — la dimensione finita della Terra è una forza di instabilità. La globalizzazione, in altri termini, ha un limite nella tendenza espansiva delle nazioni, soprattutto degli imperi vecchi e nuovi: quando si raggiunge il punto in cui non è più possibile andare oltre con un grado di armonia che soddisfi tutti, perché la Terra è in qualche modo finita, si ritorna sui passi compiuti, riprendono i vecchi meccanismi che si possono sfogare solo sulla faccia del nostro pianeta.

Non siamo già arrivati al momento in cui la Terra è finita e non si può andare oltre. Sembra però sempre più difficile, nella Grande Crisi, mantenere quel livello di armonia e di apertura nel quale tutti hanno dei vantaggi, come negli anni d’oro della globalizzazione: l’ombra della somma zero — quel che guadagni tu lo perdo io — comincia a fare paura. Così, la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distanze del nostro piccolo mondo.

Danilo Taino - Club La Lettura del Corriere della Sera


sabato 2 marzo 2013

Le virtù del buon politico

Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.

A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.

Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una webcam in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?

Massimo Gramellini - La Stampa

domenica 17 febbraio 2013

Il valore intrinseco della cultura

Le dottrine umanistiche - con il contributo fondamentale che esse possono dare allo sviluppo di un pernsiero critico - sono fondamentali per la salute della democrazia. Lo sarebbero anche per la crescita economica, perchè non c'è buona economia ingorando fattori come l'immaginazione, l'etica o la responsabilità sociale. Ma è necessario che sappiano riformarsi.

di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013

Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.

Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.

Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.

Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.

Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.

Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.

La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?

Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.

La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.

Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.

MicroMega

venerdì 8 febbraio 2013

Come ripartire dalle eccellenze del made in Italy

L'economia italiana sta soffrendo la peggiore crisi degli ultimi ottant'anni. Questo è un fatto. Così come è un fatto altrettanto importante il suo tratto distintivo di essere ancora, e per fortuna, fortemente incentrata sull'industria manifatturiera. Mettendo insieme questi due fatti diventa evidente che occorra una nuova politica economica che rilanci la crescita.

Solo così sarà possibile recuperare rapidamente il terreno perduto e collocare il Paese su un sentiero di sviluppo decisamente più elevato di quello su cui è rimasta per tanti anni già prima della crisi. A questo sarà chiamato il governo che uscirà dalle elezioni del 24-25 febbraio.

Ma come disegnare questa politica? A mio avviso occorre tener conto di come l'economia italiana funziona, cioè delle sue specificità. E per individuare queste specificità viene in soccorso la lettura di alcune recenti analisi.
Tutte queste analisi hanno come comun denominatore l'industria quale leva del rilancio dell'Italia. Semplificando, il succo di essi mi sembra abbastanza chiaro.

Anzitutto, sono elevate le chances che avrebbe una politica industriale che curasse e sviluppasse la parte della nostra struttura produttiva che, pur nelle grandi difficoltà attuali, mostra segni di vitalità. Mi riferisco al mondo dei distretti industriali del made in Italy. L'analisi effettuata da Lino Mastromarino (contenuta in Italia, è tempo di ripartire, Gruppo Il Sole-24 Ore Libri, 2012), in particolare, illumina molto bene - «dall'interno di un'esperienza diretta», mi verrebbe di dire - la logica distrettuale; perciò mi sento di consigliarlo a tutti coloro che affrontano il tema distretto industriale un po' colla puzza al naso.

In particolare, i distretti di successo della meccanica strumentale, che ha un ruolo cruciale nel nostro export e nel contribuire, con un enorme surplus, a pagare le nostre bollette di vario genere. Marco Canesi, con una dettagliata analisi statistica, documenta le performances di quei distretti del Made in Italy. E sottolinea come la meccanica strumentale rappresenti una sorta di anello di congiunzione fra l'alta tecnologia e la produzione artigianale (Le macchine utensili e il Made in Italy, Franco Angeli, 2012). La sua idea è che scalare la vetta della tecnologia avanzata a partire dal successo delle nostre macchine utensili, è più facile che affrontare direttamente il problema con un grande piano di modernizzazione industriale.

I distretti sono, poi, importanti incubatori e da lì sono nate e si sono sviluppate le medie imprese cresciute dal basso, straordinariamente attive ed aggressive, le quali, di norma, restano collegate, rafforzandolo, al distretto industriale di origine, come ben spiega l'appassionata e precisa rassegna curata da Fulvio Coltorti (Mid-sized Manufacturing Companies: The New Driver of Italian Competitiveness, Springer, 2012,). Queste imprese, "scoperte" da Fulvio Coltorti nelle pieghe delle statistiche di Mediobanca, hanno - è inutile dire - una dimensione più congrua delle piccole che le circondano ai rapporti colla finanza e coi mercati esteri.

Infine, ma non ultimo per importanza, e recentissimo c'è Il progetto Confindustria per l'Italia (scaricabile in www.confindustria.it). Il progetto inserisce le problematiche dell'industria nel quadro più vasto e completo del rilancio dell'economia italiana. L'approccio è un po' diverso, più direttamente e dettagliatamente propositivo, ma l'accento cade ancora sullo sviluppo manifatturiero.

Si tratta, insomma, di riprendere un discorso che è sul tavolo da tempo: la formulazione di una politica industriale che soddisfi le ambizioni delle giovani generazioni, ma che, al tempo stesso, non getti via, come una scarpa vecchia, il frutto degli sforzi delle generazioni passate. Anzi, faccia leva proprio su quei frutti, che vanno anzitutto preservati dalla minaccia di distruzione che la crisi ha portato e che può essere scongiurata solo facendo ripartire l'Italia. Perciò tornare a crescere non solo è possibile, ma è un dovere etico.

Giacomo Becattini - Sole 24 ore -Imprese