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domenica 22 novembre 2015

L'età dello sfinimento

Nel momento in cui l’occidente dovrebbe essere più convinto dei suoi valori e battagliero, si sente esausto. E non vuole più portare il peso della leadership globale

“Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più in piccoli circoli di interessi futili intrattenendosi di continuo in questi, c’è il pericolo che finiscano per rimanere esclusi da quelle grandi e potenti emozioni pubbliche che turbano sì le persone, ma che le fanno anche crescere e le rinfrescano. Non posso che temere che gli uomini raggiungano un punto in cui considerano ogni nuova teoria un pericolo, ogni innovazione un guaio, ogni miglioramento sociale come un passo verso la rivoluzione, e che possano del tutto rifiutare di muoversi per la paura di non riuscire a rimanere in piedi”.
 
Alexis de Tocqueville
“Democrazia in America”, volume due


L’attrazione gravitazionale del sole permette ai pianeti di restare nella loro orbita: la gravità dal centro garantisce la coerenza di tutto il sistema solare. E’ così che funziona pure il nostro sistema politico e sociale, scrive sul New York Times l’editorialista conservatore David Brooks. Anzi, è così che funzionava: ora non più. “Molti dei grandi soli del nostro mondo mancano di convinzione – spiega Brooks – mentre le fazioni ai margini della società sono piene di intensità e passione. Così l’attrazione gravitazionale proviene dai margini, si sviluppa sfera dopo sfera. Ogni establishment centrale, indebolito dalla propria vuotezza di significato, viene fatto a pezzi dall’attrazione gravitazionale delle periferie”. E’ il disordine mondiale o, secondo la definizione dello studioso Ian Bremmer, il mondo “G-zero”: c’è un vuoto di potere nella politica internazionale creata dal declino dell’influenza occidentale e dal ripiegamento sugli interessi nazionali da parte di molti stati sviluppati. Ci siamo riempiti di G-qualcosa, ancora utilizziamo il club del G8 come un sistema di misurazione delle interazioni internazionali e non ci accorgiamo che abbiamo isolato la Russia dai consessi dell’ormai G7, salvo poi doverci accordare con Mosca su tutto, compreso lo spazio aereo siriano, per evitare quegli “spiacevoli incidenti” che farebbero crollare ogni collaborazione con l’occidente. Senza centro, emergono le periferie, o “gli outsider”, come li chiama Brooks.

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. C’è un vuoto di leadership, ben testimoniato da quel che accade in medio oriente e soprattutto nella crisi siriana – laddove il vuoto occidentale è stato riempito da un lato dallo Stato islamico jihadista e dalla sua conquista territoriale e dall’altro dall’alleanza anti occidentale formata dai russi, dagli iraniani e dal regime di Damasco – e c’è un vuoto di significato che ha creato quel che Joshua Mitchell ha definito, in un saggio su National Interest, la “Age of Exhaustion”, l’età dello sfinimento.

Siamo vuoti e sfiniti: sembra il racconto di un matrimonio andato male, in cui hanno vinto gli egoismi, il disinteresse, il silenzio, l’incomprensione, la partita di calcetto piuttosto che una serata in famiglia sul divano a guardare un film per ragazzi con i pop corn spiaccicati tra i cuscini. Nelle relazioni internazionali, come nei matrimoni, il vuoto non dura troppo a lungo, soprattutto quando non resta a livello superficiale, ma diventa intimo, emozionale, quasi spirituale: “L’occidente – come scrive Brooks – non ha risposto alle sfide rischiando tutto per difendere la propria visione, combattendo il fanatismo con gusto. Al contrario, ha perso fiducia nelle proprie capacità di comprensione e di azione. Percependo questa perdita di fiducia al centro, molte persone ben determinate ai margini hanno fatto un passo avanti per prendere il controllo della situazione”. Non c’è soltanto il sostanziale disimpegno – disinteresse – del presidente Barack Obama nei confronti del mondo: la maggior parte dell’establishment americano ha perso la convinzione di poter restaurare un ordine globale, e non pensa di poter giocare un ruolo da attore globale con la stessa efficacia del passato (non vale per tutti gli americani allo stesso modo: basta ascoltare il candidato repubblicano Marco Rubio, per esempio, e il piagnisteo declinista risulta un rumore di sottofondo appena fastidioso).

Brooks ricostruisce l’indebolimento spirituale dell’occidente: “Dal 2000, la visione del mondo post Guerra fredda ha subìto un colpo via l’altro. Alcuni di questi colpi ce li siamo inflitti da soli. La democrazia, soprattutto negli Stati Uniti, è diventata disfunzionale. La stupidità di massa ha portato a un collasso finanziario e ha privato il capitalismo del suo slancio morale”. Così molti hanno iniziato a rifiutare la visione democratica del capitalismo, costruita attorno “alla felicità individuale e al materialismo”, e hanno cercato nuove forme di significato nelle logiche tribali, nazionalistiche, o in altre ideologie più forti e più brutali. “Un gruppo di uomini ben istruiti ha tirato giù il World Trade Center – scrive Brooks – I fanatici sono fioccati in medio oriente per decapitare stranieri e apostati. La crescita dell’influenza cinese non ha generato un ammorbidimento, ma anzi in alcune aree ha portato a una rinnovata belligeranza nazionalistica. L’Iran è sempre devoto alla sua escatologia radicale. La Russia è guidata da un gangster dallo sguardo di ghiaccio, con una visione semi teologica del destino nazionale, che approfitta di ogni occasione per indebolire l’ordine mondiale”.

E noi? Sfiniti. Nel momento in cui dovrebbe essere ancora più forte, e convinta, la capacità occidentale di dare una forma al mondo, siamo presi dalla spossatezza. “Exhaustion” è il termine che usa Joshua Mitchell, professore di Gorgetown gran studioso di Tocqueville, per indicare la nostra epoca, il risultato della “mutazione trionfalistica” del liberalismo e della risposta antiliberale incarnata dalle politiche identitarie e nazionaliste. Dopo tanto combattere, il centro gravitazionale è esausto, e come spiega Brooks non si tratta di una stanchezza contingente, ma di una stanchezza morale.

Secondo Mitchell, anche Tocqueville aveva compreso che se la transizione a modelli sociali democratici è sempre tumultuosa, una volta che si è assestata emergono nuovi problemi: i cittadini perdono la fiducia nella libertà e non combattono più per difenderla. Se vale la metafora del matrimonio: è il momento in cui dai tutto per scontato. “Il grande sfinimento” si presenta sotto molte forme. Nelle nostre scuole, si tende a dare sempre voti alti perché così i ragazzini si sentono motivati e non subiscono il trauma del fallimento – se “ci sentiamo bene con noi stessi, non è forse sufficiente? “Cercare noi stessi” – scrive Mitchell – diventa più importante che “costruire un mondo”: ci hanno già pensato le generazioni precedenti a farlo, noi ora possiamo occuparci d’altro. Non si tratta del solito conflitto generazionale per cui oggi non ci sono più “builder” visionari come nel passato perché siamo tutti troppo occupati a cercare l’inquadratura migliore per il selfie da postare su Instagram. Non si tratta nemmeno o non soltanto del ventre molle occidentale che preferisce adattarsi ai valori altrui piuttosto che difendere i propri. E’ che spesso manca la convinzione. Un altro esempio: nei giochi dei bambini, tutti prendono un premio. “La grande e irrisolvibile tensione interna alla democrazia – tra l’uguaglianza permanente cui ambisce la democrazia e le ineguaglianze transitorie del successo o del fallimento che permettono al mercato di migliorare – è stata risolta a favore dell’uguaglianza”: tutti prendono un premio perché così nessuno si sente ferito, o inferiore, o fallito.

Mitchell scrive che “abbiamo risolto il problema della scarsezza delle risorse soltanto redistribuendo la ricchezza che abbiamo già prodotto. Marx diceva che la rivoluzione era necessaria per mettere fine all’alienazione e alla scarsezza. Ma questo è troppo difficile: siamo tutti borghesi socialisti, adesso. Nietzsche pure è troppo difficile da sostenere: diceva che la sofferenza è parte sostanziale dell’esistenza, ma nell’èra del grande sfinimento la sofferenza invece è contro la vita e bisogna sradicarla”. Quando si è esausti, si deve edulcorare la realtà, sfruttarla a proprio vantaggio, certo non rivoluzionarla, ma nemmeno troppo cambiarla.

Anche le parole che utilizziamo nel tempo della stanchezza sono diverse dal passato: i cittadini sono diventati “the folks” (termine usatissimo da Obama), e gli alleati non sono più alleati, nella politica internazionale: sono “partner”. Le alleanze presuppongono un mondo pericoloso nel quale la guerra inevitabilmente accadrà, anche se non sappiamo quando: si formano alleanze per difendersi o per difendere altri paesi. “Le alleanze – scrive Mitchell – indicano che il sangue e il patrimonio di un paese saranno sacrificati in nome di interessi altrui, richiedono una dimostrazione costante di buona volontà, di trattamenti preferenziali, e di continue prove del fatto che se un problema ci sarà, l’alleanza sarà pronta a farsi valere”. Ma oggi le guerre si evitano a ogni costo, cosa in sé non deprecabile, naturalmente, ma si sa che quando si toglie dal tavolo l’opzione dello scontro non si può che abituarsi ai compromessi. Siamo arrivati al punto di non rispettare linee rosse autoimposte (sono linee rosse che hanno cucito insieme il nostro mondo, dovrebbero valere e basta, anche se qualcuno non le ricorda), e quindi le alleanze diventano partnership. Il legame è più lasco: ci sono per te, ma non sempre e ad alcune condizioni.

In medio oriente la metamorfosi è evidente. Archiviato l’asse del male, considerato dall’opinione pubblica come il più grande errore commesso dalla leadership americana negli anni Duemila, le partnership sono diventate più fluide: sempre per restare in ambito matrimoniale, è il concetto di “coppia aperta”. Così gli americani collaborano di fatto con gli iraniani a terra in Iraq ma chiedono al principale alleato dell’Iran nella regione, il rais siriano Bashar el Assad, di lasciare il palazzo di Damasco. E allo stesso tempo gli americani collaborano in Yemen con i sauditi che combattono contro un’alleanza di ispirazione iraniana.

Nell’epoca dello sfinimento, non ci sono né grandi amori né grandi odi, così non soltanto le alleanze sono obsolete: lo sono anche i nemici. “Quando non ci sono nemici – scrive Mitchell – non c’è bisogno di incoraggiare i dissidenti nei regimi che hanno esplicitamente dichiarato noi come nostri nemici”. Noi non abbiamo nemici, ma siamo i nemici – dichiarati, esplicitati, chiarissimi: ce lo dicono appena possono che vorrebbero ucciderci tutti – per quegli “outsider” che stanno usurpando il nostro centro gravitazionale. Ma senza nemici, non esiste nemmeno la politica internazionale – è per questo che Obama non ha avuto bisogno di elaborare una dottrina per il mondo e si è accontentato di fare del buon senso il suo faro. “Don’t do stupid shit”, disse nel 2014 durante un viaggio in Asia dopo aver parlato a lungo con i giornalisti e rispondendo alla sua stessa domanda: “Allora, che cos’è la mia politica estera?”. Come ha scritto su Foreign Policy David Rothkopf, siamo passati dall’audacia della speranza, dal cambiamento ottimista di “yes we can”, ai reset e ai pivot – il reset con la Russia non è andato benissimo, il pivot con l’Asia forse peggio – e infine al manuale del “non infilare le dita nelle prese elettriche”.

Non c’è nulla di più sfinente del pragmatismo cinico di cui ha dato prova l’America di Obama. Gli esperti producono tabelle e dati di ogni genere per dimostrare quando e come arriverà il gran sorpasso della leadership americana, prevedibilmente da parte della Cina, ma se l’influenza culturale americana nel mondo è e sarà difficile da soppiantare (qui non si è declinisti per nulla), di certo l’assenza di un centro gravitazionale univoco e riconoscibile ha generato grande confusione. Quando si è stanchi, perché si devono portare fardelli così opprimenti come l’ordine mondiale? “Nell’èra dello sfinimento – scrive Mitchell – il compito di plasmare le priorità globali che era stato dei britannici prima e degli americani poi non deve più ricadere su nessuno: il presupposto è che la storia in sé cada dalla parte della pace; che gli alleati e i nemici sono categorie antiquate; che il peso della leadership può essere condiviso o preferibilmente schivato; e che una mano tesa e una dichiarazione di scuse da parte dell’America possano dare quella spintarella che la storia ha bisogno per arrivare alla pace mondiale”.

Il paradosso finale, secondo Mitchell, è questo: nel mondo liberale, la libertà “che ci ha portato nella direzione sbagliata e che costituisce un peso troppo grande da sopportare” finisce per essere ripudiata. Negli affari internazionali, il fine politico è di agire in nome della “necessità planetaria” che è evitare il cambiamento climatico catastrofico; negli affari interni, è quello di muoversi restando ancorati alle categorie identitarie. Così i siriani in fuga dal regime e dalla furia jihadista arrivano nella nostra Europa gridando libertà, ringraziandoci perché esistiamo, perché siamo fatti come siamo fatti, ci ricordano che il centro gravitazionale del sistema mondo siamo sempre noi. Ma noi siamo esausti, e non li guardiamo neppure.

sabato 6 settembre 2014

L'azionista cinese

Come cambia la finanza anche in Italia: Fiat, Generali, Telecom, Eni, Enel, Prysmian, ma anche Snam e Terna I fondi, guidati dalla banca centrale cinese hanno puntato su Piazza Affari circa 5 miliardi. Alleati ingombranti o salvatori? Di certo promettono di rimanere a lungo. 


IL SIGNOR Zhou Xiaochuan, figlio di un vice ministro dello Sviluppo degli anni di Mao, ha sposato Li Ling, funzionaria del ministero del Commercio di Pechino, personaggio chiave nelle trattative con Washington
al Wto. Cinque anni fa Forbes aveva definito Zhou e Li «la coppia che l’amministrazione Obama dovrà tenere d’occhio quando gli Stati Uniti dovranno difendere il loro ruolo negli scambi mondiali». Quel momento è arrivato. Non solo per gli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni di luglio gli uomini di Zhou hanno delegato la filiale torinese di State Street Bank and trust a presentarsi all’assemblea straordinaria Fiat del primo agosto con due distinti pacchetti di azioni: il più piccolo ha votato sì alla fusione con Chrysler. Il pacchetto più grande ha votato no. Soprattutto, la stragrande maggioranza delle azioni Fiat possedute dal signor Zhou non è intervenuta in assemblea. Perché Zhou è un uomo al di sopra delle beghe dell’alta finanza, è una istituzione: è il governatore della People’s Bank of China, la banca più grande del mondo. Da solo possiede il 2% di Fiat. Non solo di Fiat. In Italia l’istituto del governatore è azionista di Telecom, Prysmian, Eni, Enel e Generali. Negli ultimi mesi ha speso circa 3 miliardi di euro e si sta insinuando nei gangli vitali dell’economia della Penisola raccogliendo partecipazioni in quello che un tempo era il salotto buono della finanza nazionale. Non per caso l’istituto guidato dal signor Zhou è entrato nella top ten dei paperoni della Borsa italiana: è all’ottavo posto con 3,116 miliardi di euro investiti, poco sotto la famiglia Agnelli che ha proprietà per 3,456 miliardi.

People’s Bank of China è il principale ma non l’unico grande investitore che si è mosso negli ultimi mesi in Italia. Il 31 luglio scorso State Grid Corporation of China, la più grande compagnia di servizi pubblici del mondo, ha acquistato il 35 per cento di Cdp Reti, la holding della Cassa Depositi e prestiti che controlla il 30% di Snam, la società che distribuisce il gas in Italia e il 29,8% di Terna, l’ente gestore della rete elettrica italiana. I cinesi nomineranno un consigliere di amministrazione nelle due società e due consiglieri su cinque in Cdp Reti. Per l’operazione il colosso di Pechino (un gruppo da 1,5 milioni di dipendenti che gestisce l’88% della rete elettrica cinese) ha speso 2,1 miliardi di euro. Tra pochi mesi la distribuzione di energia in Italia parlerà cinese per un terzo.

Qual è l’interesse cinese ad investire in un Paese tanto vituperato, almeno a parole, dagli investitori e i guru delle borse occidentali? «Il rapporto qualità/prezzo», è la prima risposta di Cesare Romiti. L’ex presidente di Fiat è oggi alla guida della Fondazione Italia-Cina: «Il made in Italy è molto apprezzato a Pechino — spiega Romiti — e non stupisce che gli investitori cinesi trovino conveniente investire da noi. Dirò che le operazioni viste in questa estate saranno seguite a breve da altri investimenti molto importanti». Certo, il fascino
commerciale del made in Italy può spiegare interventi in campi come la moda o i vini doc. Da maggio la presidente del consiglio di amministrazione di Krizia non è più la fondatrice, Mariuccia Mandelli, ma la signora Zhu Chon Un di Shenzen Marisfrolg Fashion che ha rilevato la casa milanese in aprile. E nel Chianti la cascina Casanova- La Ripintura è stata venduta con 5 ettari di vigneto a una casa farmaceutica di Hong Kong. «Le classi benestanti cinesi — spiega Romiti — cominciano ad apprezzare le bellezze italiane».

Ma che cosa spinge invece i fondi cinesi ad acquistare quote di Eni, Enel, Generali, Telecom? Non si può certo sostenere che si tratti di brand identificati con il fascino del Made in Italy. Giuseppe Berta, professore alla Bocconi e storico dell’industria, invita a non lanciarsi in dietrologie: «Non ci vedrei dietro nessuna strategia particolare. In questo periodo il mercato internazionale offre agli investitori di Pechino occasioni di acquisto migliori di quanto non possa proporre il mercato interno cinese». Insomma, anche se si tratta di investimenti in settori certamente strategici, sono il frutto di scelte finanziare e non i carrarmatini di un risiko.

Tra gli «importanti annunci» a breve di cui parla Cesare Romiti, potrebbe esserci un rilevante investimento nel settore dell’automobile. Il 16 ottobre sarà in Italia il premier cinese, Li Keqiang, che insieme a Matteo Renzi firmerà una serie di accordi commerciali. Sarà l’occasione per discutere dell’offerta della Brilliance, la casa automobilistica che in Cina produce su licenza Bmw. Brilliance ha annunciato di voler produrre auto in Italia. Nella sua recente visita a Termini Imerese Renzi ha ipotizzato che Brilliance possa subentrare a Fiat per far tornare a funzionare le linee di montaggio nello stabilimento siciliano. Altre ipotesi parlano di un interesse del costruttore per rilevare la ex De Tomaso di Torino sfruttando la presenza nell’area piemontese
di un vasto indotto dell’automotive che già da tempo lavora per i costruttori di Pechino. In ogni caso potrebbe essere cinese il primo costruttore di automobili a rompere il decennale monopolio della Fiat nella Penisola.

Quel che è comunque evidente è il clamoroso salto di qualità seguito dagli investimenti negli ultimi mesi. Non sempre però l’iniziativa parte da Pechino. Nel caso di Brilliance, ad esempio, è stato Renzi, nel recente viaggio in Cina, a sollecitare l’intervento per risolvere la grave crisi di Termini Imerese. Perché, questa è una delle novità, i capitali cinesi cominciano a funzionare come per decenni hanno funzionato quelli arabi: intervengono approfittando delle situazioni di crisi scambiando liquidità con ruolo nei consigli di amministrazioni. Una strada che aveva iniziato proprio la Fiat, nel 1976, quando aveva accettato i capitali di Gheddafi (salvo poi pagare a peso d’oro la loro uscita di scena nel 1986 per le accuse di terrorismo al governo di Tripoli) e che è proseguita con altri interlocutori fino a questi mesi: l’ultimo esempio è l’alleanza- salvataggio di Alitalia da parte degli sceicchi di Ethiad. Gli stessi che negli anni scorsi entrano entrati in Ferrari quando il Lingotto era in grave crisi. I cavalieri bianchi di domani verranno invece da Pechino? Romiti si mostra prudente: «Non li chiamerei cavalieri bianchi. La strategia dei cinesi è quella di investire a lungo termine, anche approfittando di situazioni vantaggiose dovute magari alle difficoltà di qualche società». Insomma, pare di capire che, una volta arrivati, gli investitori cinesi non se ne andranno tanto presto.

Paolo Griseri - R2 - La Repubblica - 5 settembre 2014

domenica 8 giugno 2014

Con questo caldo...

Ogni anno si ripete l'avvilente rito, quasi collettivo.

Con la scusa del caldo, in citta', e' tutto un fiorire di pantaloncini corti, canottiere e infradito. 
Senza nessuna remora, ne' riflessione se il luogo o la decenza lo consentano. 
Così possiamo "ammirare" persone di tutte le eta' in luoghi Pubblici o negli Ospedali, tranquillamente svestiti e sciabattanti. Si, perché il caldo toglie anche la forza di camminare con un po' di compostezza, alzando un poco la gamba ad ogni passo. 
Di conseguenza possiamo sentire quelle note offerte dai piedi a strascico. 

E' un caldo tale che signori attempati con un bello stomaco, frutto della iper-alimentazione (nonostante il caldo...), si mettono la camicia ma solo per lasciarla poi tutta slacciata.
E' la decadenza che avanza ed e' sempre peggio. Maleducazione nostrana e anche d'importazione. Sembra che questo caldo proprio non si sopporti.

Almeno il dubbio della decenza si formasse ogni tanto prima di uscire, pensando al luogo in cui si sta andando. Tutto inutile. La sciatteria e' il destino che ci aspetta. Anche se sono un inguaribile ottimista, so che non migliorerà.

Pensare ad un pantalone leggero di cotone o di Lino, nei colori chiari, con una bella camicia fresca anch'essa negli stessi materiali oppure una dignitosa polo e' uno sforzo troppo faticoso... con questo caldo.

domenica 13 aprile 2014

Il capitalismo distrutto dalla finanza


Un Armageddon socioculturale: è lo scontro in corso tra finanza e società. Letteralmente, Armageddon è il luogo del conflitto finale fra bene e male, spesso evocato nella storia a fronte di guerre epocali. Oggi la storia ci mette di fronte a un contesto del genere. Il modello culturale che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni, con una finanza egemone, genera ormai soltanto problemi crescenti. La disuguaglianza, la povertà, il degrado morale, la conflittualità, l’individualismo e un livello di esasperazione sociale che sta pericolosamente salendo anche nel nostro Paese sono i frutti velenosi dell’albero di questo modello culturale. "Guardatevi dai falsi profeti, li riconoscerete dai loro frutti" si legge nel Vangelo.
Ebbene, i dati sulla disuguaglianza e le conseguenze sulla tenuta delle società sono la drammatica rappresentazione di questi frutti.
Le 85 persone più ricche al mondo detengono un patrimonio pari a quello di 3,5 miliardi di persone, ovvero la metà della popolazione del pianeta. Nei paesi di cultura anglosassone, considerati i più rappresentativi della democrazia, le disuguaglianze hanno spaccato la società. Negli Usa il reddito dell’1 per cento dei più ricchi è equivalente al 40 per cento del reddito nazionale e il trend sta crescendo: un americano su sei ha bisogno di un buono pasto, la povertà è tornata ai livelli del 1963.
Del resto, la crescita del Pil ha un’utilità negativa perché a parità di tassazione aumentano le disuguaglianze dando risorse superflue ai ricchi, sottraendole alla classe media che tiene in piedi il sistema. Nella Silicon Valley, punta di diamante degli Stati Uniti, si trova "The Jungle", il più grande accampamento dei senzatetto del paese. In questi giorni Barack Obama è stato a Roma per confrontarsi con Papa Francesco che si è fatto testimone della lotta alla povertà e alla disuguaglianza. Un incontro epocale il cui scopo doveva essere quello di stimolare anche negli Stati Uniti politiche di sostegno ai ceti meno abbienti.
Ma il divario fra ricchi e poveri è notevole anche in Gran Bretagna. Le cinque famiglie più abbienti hanno un patrimonio equivalente a quello del 20 per cento più povero del paese, eppure là si propongono meno tasse ai più ricchi e tagli al welfare. Anche noi, in Italia, siamo della stessa partita. La società si sta indebolendo e vive le stesse profonde contraddizioni. Secondo gli ultimi dati disponibili (relativi al 2012, forniti dal dipartimento delle Finanze), il 5 per cento dei redditi più alti dichiarati è pari al 22,7 per cento dei complessivi, e il 10 per cento delle famiglie possiede il 46,6 per cento della ricchezza.
Come non vedere nella supremazia della finanza la causa di questi squilibri sociali? L’affermarsi della finanza come verità accademicamente incontrovertibile e come scienza esatta si fonda su un’ipotesi falsa ma perseguita con lucida determinazione: ha accelerato i processi di concentrazione della ricchezza diventando uno strumento egemonico nelle politiche globali dei governi.
Così è diventata un sistema parassitario, una sorta di locusta dell’economia reale, la quale viene spolpata fino al collasso perché la moneta non genera moneta. Si è erosa la tenuta dei sistemi sociali e compromessa la realizzazione del bene comune, diventato secondario rispetto a quello individuale: chi decide, in finanza, non si pone il problema delle conseguenze delle sue scelte che possono distruggere aziende sane e mettere in difficoltà la tenuta di interi paesi.
La dinamica finanziaria ha continuato a dettare legge ma ha indebolito socialmente i paesi dove si è manifestata dominante (Usa e Gran Bretagna). In queste condizioni è difficile ergersi a paladini della giustizia. L’esito delle tensioni in Siria in modo non bellico ha dato evidenza di questa debolezza contrattuale e ha riportato la Russia di Vladimir Putin a un ruolo di protagonista nei giochi globali. Inoltre, il naturale avvicinamento tra Russia e Germania è nella storia (la grande Caterina era tedesca) e ha contribuito a evidenziare le difficoltà degli Usa nel mantenere una posizione di forza come la vicenda della Crimea ha dimostrato. La finanza dominante comincia dunque a scontrarsi con un modello culturale fondato sull’economia reale, a mettere in discussione il suo potere egemonico oltre che il modello sociale da essa generato.
Anche i recenti investimenti della finanza americana nel nostro Paese (fondo Blackrock), fatti con inusuale rapidità, non sembrano destinati a creare occupazione ma anzi ad avere un ruolo importante nelle politiche finanziarie del Paese. Ma occorre ricordare che la nostra storia si regge su una tradizione di economia reale e di capitale sociale, non di finanza. Quest’ultima non è nel nostro dna, su quel piano saremo sempre perdenti e dominati.
Il vero scontro si giocherà, insomma, nei prossimi anni, nella messa in discussione di un modello socioculturale incardinato su un capitalismo finanziario fine a se stesso che ha generato una crisi sociale e di valori conflittuali. Può essere sostenibile un modello sociale con disuguaglianze e disgregazioni sociali? Può l’economia essere sovraordinata alla società? Può l’economia reale essere un’ancella della finanza? La storia ci dice che non è possibile, ma ancora una volta siamo qui a riprovarci e a rischiare di trovarci davanti al caos, in una sorta di Armageddon, appunto. Saremo capaci di capirlo e di sostituire al "bellum omnium contra omnes" la collaborazione e il senso antico di "societas"? Questa è la vera sfida che ci aspetta.


sabato 15 febbraio 2014

Se vuoi la pace accetta i tuoi limiti

Si è appena conclusa la preghiera di mezzogiorno all’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, ventidue chilometri da Würzburg, Baviera settentrionale, Franconia per la gente del posto. Capelli fluenti ormai scappati dalla fronte, la lunga barba incanutita, Anselm Grün, 69 anni, ha scritto trecento libri sulla psiche e sullo spirito, vendendo in tutto il mondo 20 milioni di copie. Sta preparando un nuovo volume sulle ferite psicologiche dell’infanzia insieme con Walter Kohl, figlio del cancelliere dell’Unificazione tedesca, uno che dovrebbe intendersene.  

Padre Grün, ho l’iPhone, una bella automobile, una bella ragazza. Se non li avessi, il mio comandamento sarebbe di procurarmeli. Perché dovrei interessarmi alla religione?  
«La religione dà un senso alla vita. L’uomo desidera il successo, il denaro, ma queste cose, se pur si realizzano, non ci danno la soddisfazione sperata, restiamo senza pace. La religione risponde al richiamo dell’anima: è il desiderio di una vita buona». 

Molti «maestri spirituali» ci spingono a guardare dentro di noi, svalutando la realtà esteriore. Ma quando Gesù dice: «Date a Cesare quello che è di Cesare», non riconosce forse che l’uomo è un essere sociale?  
«La spiritualità si occupa della trasformazione personale, ma san Benedetto insegna: ora et labora. La responsabilità di fronte al mondo è una cosa molto importante per i fedeli. I cristiani non vivono solo per se stessi, vivono con gli altri e hanno il compito di trasformare la società. Max Horkheimer, il filosofo della scuola di Francoforte, ha detto che la religione ha il compito di rendere la società umana, di coltivare il desiderio per il totalmente altro. La società abbandonata a se stessa vuole controllare tutto, definire ogni comportamento umano La religione custodisce uno spazio di libertà». 

Perché dovrei avere dei valori morali quando l’obiettivo supremo della nostra società, la ricchezza, si raggiunge più facilmente senza?  
«Al monastero mi capita spesso di fare conferenze a manager e banchieri. Ci sono due atteggiamenti: uno che non rispetta e non crede ai valori, l’altro che invece ha capito come sia importante salvaguardarli, perché alla fine un mondo senza valori danneggia anche l’economia». 

L’economia rincorre la crescita illimitata, la morale del mercato è il desiderio infinito. Lei invece parla di senso del limite, perché?  
«Come dice il Papa, il capitalismo puro diventa disumano. Per fortuna in Germania abbiamo l’economia di mercato sociale dove il capitalismo è sottoposto a una critica, a certe limitazioni. Limite ha due significati diversi: il primo è il limite personale, i miei limiti umani. Il secondo è la finitezza della natura, per cui ogni crescita è limitata e destinata a finire, a morire. Questo tipo di crescita naturale dovrebbe essere il modello dell’economia. La concezione di una crescita senza limiti è una idea malata». 

Usando un termine dello psicoterapeuta Carl Gustav Jung, lei invita ad accettare la propria ombra: che cosa significa?  
«Jung dice che ciascuno ha dentro di sé diverse coppie di polarità. Una di queste è ragione-sentimento, quando uno vive soltanto nella ragione, i sentimenti vanno nell’ombra e diventano sentimentalismo. Lì acquistano un grande potere, perché non è più l’uomo che ha dei sentimenti ma i sentimenti che hanno l’uomo. Ovviamente bisogna trovare un equilibrio. Per farlo occorre sapersi accettare. Devo ad esempio saper riconoscere i miei impulsi sadici e masochistici, la mia cattiveria, la mia aggressività. Sono pulsioni che non vanno vissute, è chiaro, ma neppure negate. È importante saperle osservare con umiltà. Dalla paura dell’ombra nasce il moralismo, e più c’è paura più la severità del moralista cresce». 

La società corre sempre più in fretta e noi fatichiamo a tenere il ritmo. La velocità moderna non è l’opposto della pace interiore?  
«Molte persone percepiscono questa velocità come una minaccia al loro equilibrio, alla loro salute, una fonte costante di angoscia. Allora si cerca la quiete, ma a questo punto ecco un paradosso: la calma fa paura. Emergono alla superficie i nostri incubi, i sensi di colpa, di inadeguatezza, il timore della verità, delle malattie, della morte. La verità della calma terrorizza, la gente non vuole ricordare i propri limiti. È una porta che va attraversata». 

Il cristianesimo insiste sulla libertà umana ma la scienza moderna sembra considerare l’uomo soltanto come una sofisticata macchina bio-chimico. Basta una pillola a essere felici?  
«La libertà dell’uomo non è assoluta. La psicologia ci insegna che siamo dipendenti dall’inizio della nostra storia, dalle ferite dell’infanzia. C’è una storia che non possiamo cambiare anche se la responsabilità di rispondere spetta a noi. Nella risposta sta la nostra libertà. La depressione può avere un senso. Ci sono diversi tipi di depressione e alcuni, certo, vanno trattati con i farmaci. Ma talvolta la depressione è una ribellione contro un’immagine interiore troppo alta, troppo elevata, l’ossessione per il successo, per la perfezione. In questi casi è un modo per riportami alla mia misura vera. A volte la depressione è dovuta alla mancanza di radici nella storia personale, nella fede, nella forza che dovrebbe venirci dalle figure del padre e della madre». 

Che cos’è la fede?  
«La fede è un’esperienza. Quando un non-credente mi dice: io non posso credere, gli dico: non devi credere, prova! Gesù dice: Dio è il pastore, non manco di nulla. Non bisogna credere ma provare se questa parola è vera. Poi c’è un altro aspetto: che cosa vedo quando vedo la bellezza della natura, che cosa ascolto quando ascolto Mozart. Non è solo chimica. Nella bellezza della natura e nella bellezza della cultura riluce la bellezza assoluta. Questo è Dio. Quando uno dice non credo a Dio, in genere si riferisce a un’immagine particolare di Dio. Ma Dio è totalmente altro, mistero, come dice il teologo Karl Rahner. Quando uno ha il senso del mistero ha anche il senso di Dio». 

Lei talvolta parla degli angeli, che cos’è un angelo?  
«Bisogna stare attenti a non ridurre l’angelo a qualcosa di troppo familiare, come fa la New age o un certo esoterismo: all’angelo non si può telefonare. La teologia dice che gli angeli non sono persone ma forze personali, forze che proteggono la persona. L’angelo ci accetta come siamo e ci aiuta a stare con noi stessi anche quando gli altri ci disprezzano o ci respingono. Non è solo uno stato psicologico però, diciamo che l’angelo è un’immagine perché non abbiamo altri modi di esprimerci, ma è una realtà. Una realtà che viene da Dio». 

Che cos’è la preghiera?  
«La preghiera è un incontro con Dio. Mostro la mia verità a Dio. Alcuni credono che la preghiera serva a chiedere qualcosa, ma ciò che conta è l’incontro: offro la mia verità e le mie ombre a Dio perché lui le accetti». 

Che cos’è la meditazione?  
«La meditazione è un metodo. Una cinquantina di anni fa abbiamo riscoperto la meditazione dall’Oriente, grazie al buddhismo, ma la tecnica esisteva già nella nostra tradizione, nei padri del deserto o nell’esicasmo degli ortodossi. A volte bisogna andare lontano per trovare le cose vicine».  

Claudio Gallo - La Stampa - Cultura - 14 febbraio

lunedì 10 febbraio 2014

I pendolari della guerra santa

Da La Stampa del 9 febbraio

Domenico Quirico: " I pendolari della Guerra santa"

Abituiamoci a pensarlo. Oggi è a Longarone. Ma diventerà sempre più una storia comune, quotidiana. Un bosniaco che incontravi ogni giorno sulle scale, al caffè, che ti aveva tinteggiato la casa, con un figlioletto dagli occhi vivaci. Dentro quel fervore, quella passione dello spirito che sono una delle particolarità della giovinezza. Un giorno non lo vediamo più, chiediamo… «E’ partito …ha detto che tornava al suo Paese..». O è il magrebino che faceva mazzo con i suoi connazionali, incupiti, sempre a parlar fitto.Anche lui scomparso: cancellato l’affitto della squallida stanza che abitava in qualche periferia, eliminati i pochi contatti di una vita ai margini di tutto ciò che siamo. E poi come per Ismar Mesinovic scopriamo che è morto, il kalashnikov in pugno, in qualche battaglia. Ismar in Siria.Oin Sahel.Oin Afghanistan.Un Martire. Storie del nuovo Jihad, delle Brigate internazionali islamiste. E par di leggere l’avvio di «Omaggio alla Catalogna» di Orwell, la caserma Lenin di Barcellona dove arrivavano, trafelati, per non perder l’occasione della rivoluzione, italiani e inglesi, polacchi e bulgari. 

L’internazionalismo, un tempo comunista, ora scandisce il nome di Dio. E’ composto di mille vite come quella del jihadista di Longarone. Passare dal materialismo storico a una concezione teologica o metafisica significa, in fondo, solo cambiar genere di provvidenzialismo. Ecco: hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede, come in alcune annate si vedono tutti gli olmi di una regione perdere le foglie. Si consacrano al servizio di un dio spietato, intrattabile; non perché lo amino ma per la sua assolutezza, per la sua intangibilità. Perché è un dio soddisfatto fino al delirio del sacrificio che impone. Eppure non è un culto cieco, è una scelta: il loro dio non lo subiscono. Lo hanno scelto. Per loro il Corano è un documento che respira come per noi, un tempo, il Vangelo. Qui è lo scandalo incomprensibile per i tiepidi. Sotto questa apparenza che vediamo e giudichiamo, che ci irrita o spaventa, c’è una vita che il mondo non vede, un segreto al quale è difficile iniziare gli indifferenti: il dolore. Ho incontrato tanti jihadisti «europei » in Siria e nel Sahel.Ragazzi diTolosa con le divise di al Faruq, o «l’americano » che ho cercato invano ad al Quesser, che abitava in una villetta miracolosamente indenne tra le rovine, dove sventolava la bandiera nera con le parole del Corano di un gruppo che lui stesso aveva fondato; o i belgi; o gli inglesi, dicono i più risoluti che hanno imparato il fanatismo nelle periferie di suaMaestà, forse a due passi dal parlamento che è il simbolo della nostra democrazia. 

Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e invece di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo, il ritorno alla terra amata o maledetta. È come se noi avessimo rovinato qualcosa negli uomini, anche se cosa effettivamente sia non si sa. Forse una speranza che non era mai stata vera, ma allo stesso modo dava sostegno. Nel loro destino c’è stato, qui, tra noi, uno strappo. Sono purtroppo figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso. In Francia, in Gran Bretagna i guerrieri partiti dalle banlieues per le katibe della guerra civile siriana sono la seconda, la terza generazione di immigrati: i loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando i reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, ad ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza. 

Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi. Il radicalismo islamista si nutre della sproporzione che c’è tra la umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam fino a farla diventare quasi senso di fatalità e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale. Per questo la resistenza islamica non si declina con un eroismo quotidiano ma si immagina in termine di assoluto.


domenica 9 febbraio 2014

La tirannia del gusto. Siamo tutti foodizzati

Nel nostro mondo foodizzato, le poche zone franche che ancora resistono all’invadenza della cucina e della sua dialettica si stanno assottigliando come i ghiacci polari. Una di queste zone franche corrisponde al kit spazzolino + dentifricio: il gesto di lavarsi i denti è, di per sé, negazione del cibo e atto di «purificazione» — non solo simbolica —, momento insomma di drastico stacco dai piaceri della tavola (qualcuno potrebbe interpretarlo come l’«atto zero» con cui ci prepariamo a ricominciare la festa, ma comunque sia è un istante di vuoto). Presto però le cose potrebbero cambiare. Il colosso Procter & Gamble lancia, per ora sul mercato inglese, il dentifricio gourmet che sa di menta e cioccolato, accoppiata che ricorda gli After Eight, sfogliette vendute nella scatola verde. «I soliti dentifrici sono noiosi — recita il claim della pubblicità —. Sii avventuroso, inoltrati lungo le nuove strade del gusto».

Negli Stati Uniti si è già visto di peggio: Mr. Bacon’s costa 5 dollari e 99, è prodotto in Cina in esclusiva per Accoutrements, sulla scatola ha il disegno di uno spazzolino con una bella fetta di pancetta croccante sdraiata sopra. C’è anche il bagnoschiuma, reclamizzato così: «Porta in modo nuovo l’aroma dell’amata pancetta nella tua routine mattutina!». Da una parte all’altra dell’oceano, la tirannia del gusto invece di allentarsi si fa più stretta. Il desiderio di prolungare il piacere che il sapore del cibo ci procura fa cadere steccati che finora avevano retto bene all’onda d’urto. Neppure quando siamo in bagno riusciamo ad evadere dalla «bolla» del profumo di cucina. Perché?

«L’alimentazione è uno dei grandi scenari dell’antropologia del nuovo millennio», scriveva il filosofo Paolo Rossi nel volumetto Mangiare, il cui sottotitolo «Bisogno, desiderio, ossessione» descrive in tre parole la parabola degli ultimi decenni.

Sul fatto che il cibo vada preso sul serio siamo tutti d’accordo: la gastronomia, piaccia o no, fa ormai parte di una sorta di «spirito del tempo» e l’alimentazione è diventata il punto nodale di una serie di tematiche ecologiche, economiche, sociali e politiche centrali per la nostra esistenza. Forse però stiamo esagerando: qua e là emergono forme diresistenza organizzata. Capofila di quelli che vorrebbero mettere un freno allo strapotere del cibo è l’inglese Steven Poole, che dalle colonne delGuardian chiamava alla rivolta al grido:

«La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Non faremmo meglio a preoccuparci di quello che mettiamo nella testa invece che di ciò che mettiamo nel piatto?». E continuava: «Di questi tempi non è giudicato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire che l’aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adrià “mi ha fatto piangere”».

Alla vigilia del crollo della Borsa dell’87 a New York girava la battuta: «Quando anche i baristi discutono di Dow Jones è il momento di vendere». Tutti possono discutere di cibo, come di sport o di previsioni del tempo, ma ancora in pochi decidono di «vendere». La maggioranza va in un’altra direzione: l’entusiasmo, anche intellettuale, non è mai stato tanto alto. Il cibo è dappertutto, anche dove non c’è. È «social currency», moneta da spendere in società: insieme alla tecnologia, è vissuto come il settore più innovativo (con gli chef trasformati in brand multipiattaforma).

«Non c’è niente di più identitario del cibo — dice Gianfranco Marrone, semiologo, che cura per Mimesis una collana di filosofia e cucina —. Prendiamo il caso delle ricette: secondo il senso comune si tratta di semplici istruzioni per l’uso, come quelle delle lavatrici e dei telefonini.Testi per imparare a cucinare. Ma non è affatto così. Sono testi ricchissimi, letterariamente rilevanti, che parlando del cibo parlano di noi, dei nostri valori profondi, della nostra intimità. Leggere un ricettario è come godere un romanzo, un sapere con in più un sapore». Esagerato? «L’Artusi è il secondo libro italiano più venduto nel mondo dopo Pinocchio», risponde lui, che per Bompiani ha in uscita un nuovo volume dal titolo scontato: Gastromania.

Così il gusto è diventato, insieme all’olfatto — che comunque sta in posizione ancillare — non solo la nostra fonte principale del piacere, ma anche veicolo di conoscenza e potente motore della comunicazione linguistica. «L’importanza attribuita oggi al cibo è forse comprensibile nei termini di una crisi del fare esperienza, cui nessun ambito della vita umana è sottratto — sostiene Nicola Perullo nel suo Per un’estetica del cibo —. L’esperienza del cibo potrebbe rivelarsi un volano per recuperare parte dellaframmentazione cui il nostro sentire è sottoposto».

In crisi d’identità, ci affidiamo dunque alla tavola. «Gustare è un gesto estremo, il gesto più incarnato, un atto fortemente radicato nell’esperienza corporea», riassume Rosalia Cavalieri, che ha appena dato alle stampe per il Mulino E l’uomo inventò i sapori. Poole, riallacciandosi al discorso sulla corporeità, dà una sua interpretazione (e forse, per una volta, potremmo essere tutti d’accordo):

«Mangiare è senza dubbio un piacere più affidabile del sesso, capita più spesso e, secondo i costumi moderni, è più normale goderne in gruppo».

 

Daniela Monti - Tempi liberi - Corriere della Sera - @danicor



sabato 8 febbraio 2014

Ascolta, è il suono di un acino d'uva

Mindfulness significa pienezza mentale o consapevolezza intenzionale. È una forma di meditazione che può avere applicazioni cliniche contro stati di ansia, stress e depressione


Il 7 luglio 2013 a Wimbledon c’era un sole da quelle parti inusuale. Nel pomeriggio Novak Djokovic avrebbe giocato la finale con Andy Murray — per la cronaca: vincerà Murray, per la gloria della regina, ma questa è un’altra storia —. Che cosa avrà fatto Djokovic la mattina della finale di un torneo del Grande Slam? Allenarsi, studiare l’avversario? Probabilmente. Ma è certo che si è recato al tempio Buddhapadipa. C’è un bel giardino. Lì, tra le foglie, nel silenzio, ha passato un po’ di tempo, un’ora o giù di lì. A fare cosa? Assolutamente niente. Se non stare fermo, occhi chiusi e portare l’attenzione sul respiro.

La meditazion è una roba così. Vi sedete abbastanza comodi, non immaginate contorsioni yoga dolorosissime, chiudete gli occhi e aspettate che i pensieri vi passino per la testa. Non ci vuole molto, ne arrivano a sciami. E voi li osservate, notate che vi passano per la mente e li lasciate scivolare via, dicendovi «non ora». E riportate l’attenzione al semplice dato primordiale che state respirando.

Perché Djokovic, uno che per inciso di tornei dello Slam ne ha vinti sette, invece di dedicarsi completamente al tennis, in un giorno così importante passa del tempo ad accorgersi che respira? E non è il solo. Ricky Martin, sì quello di Livin’ la vida loca , bello da fare impazzire o morire di invidia, tutta una questione di punti di vista. Un successo senza limiti. Lo immaginate uno che la vida loca la vive veramente. Eppure anche Ricky Martin, tutti i giorni, medita. Sì, quella cosa del respiro. Lo fanno anche The Edge, Oprah Winfrey, Kobe Bryant. E molti altri.

Perché?

Perché quest’arte del non fare niente, ma con dedizione assoluta, come dicono alcuni dei maestri che ho ascoltato, è arrivata sulla copertina di «Time»? Moda? Forse. Ma è una spiegazione insufficiente. Può essere si tratti di qualcosa che cambia la vita. Muove la mente. Modifica il funzionamento del cervello. In meglio. Entro certi limiti naturalmente. 
Di che si tratta? Molti dei moderni meditanti occidentali ne praticano una forma — derivata dal tipo buddhista chiamato Vipassana — definita mindfulness. In italiano tendiamo a non tradurla, ma significa consapevolezza intenzionale , attenzione consapevole , pienezza mentale.

Avete mai pensato che suono fa un acino di uva passa ? No, non sapore, forma, consistenza. Quelle sono cose che più o meno pensate di sapere. Ma, il suono, quello non vi viene in mente. Un tipico esercizio di mindfulness è portare l’acino d’uva presso l’orecchio. Poi lo si sfrega dolcemente tra le dita. E si ascolta. Emette un suono tutto suo. Fatelo. Vi verranno parole per descriverlo, non le avreste immaginate mai. 
Ma quelle parole si formeranno nella vostra mente solo se staccate l’attenzione via da tutto il resto. E vi rendete conto che in quel momento esistete voi, l’acino e i vostri polpastrelli che gentili lo sfregano.

La mindfulness è l’esercizio del momento presente, del qui e ora. Seduti comodi. Chiudete gli occhi. Respirate. L’aria entra nel naso, attraversa la trachea, riempie i polmoni, il diaframma si solleva e si abbassa. È il vostro corpo vivo, attivo, funzionante. In quel momento lo sentite. Ma la mente non dà scampo. Arriva l’angoscia, la litigata col coniuge, una multa da pagare, controllare l’email, la riunione che vorremmo evitare, controllare ancora l’email, Facebook, Twitter, Facebook, non valgo niente, non mi amano. Rabbia, rancore, angoscia, lo stomaco si stringe, il cuore batte più forte. Mentre voi siete lì seduti, a badare al respiro, di pensieri come questi ne arrivano a frotte, stormi agguerriti di caccia. Ma voi non vi muovete. Lasciate scorrere il pensiero, senza combatterlo. Vi dite: «Penso all’abbandono. C’è dell’ansia dentro di me». La osservate allontanarsi finché ne resta l’eco. E tornate a concentrarvi sul respiro.

Tutto qui? Quasi. Più altri esercizi. La meditazione camminata: badate al piede che si solleva, al tallone che poggia a terra, alla pianta che morbida tocca il pavimento. Immaginate di essere avvolti da una nube di gentilezza. Già a nominarla fa sentir bene. Che senso ha? Che effetto fa? Ci vuole pratica, esercizio, allenamento.

A un certo punto fate scoperte. La principale è che i pensieri non sono oggetti; descrivono la realtà, ma fino a un certo punto. Che il timore che vi attanagliava fino a un minuto fa, ora non è più nella vostra mente. Al suo posto l’ombra di un olmo in un giorno in cui passeggiavate in campagna d’estate. E un attimo dopo anche quel ricordo è andato via. I pensieri li prendete sul serio. Ci credete, possono avvelenarvi l’esistenza. La mindfulness mai li combatte. Li accompagna gentilmente verso le periferie della coscienza, toglie loro le luci della ribalta, li fa scivolare via.

L’impazienza del lettore ora si affaccia. E una volta che abbiamo privato i pensieri della luce per cui si dibattevano come trote in un lago di pesca artificiale, che succede di così buono? Molte cose a quanto pare. La mindfulness, soprattutto nella forma iniziata da Jon Kabat-Zinn, si è mostrata efficace nel ridurre ansia, stress, dolore cronico, nel prevenire le ricadute della depressione, migliorare la risposta immunitaria e via dicendo. Le applicazioni cliniche sono in aumento. E fa davvero effetto sul cervello.

Un esempio: Véronique Taylor, del Centre de Recherche en Neuropsychologie et Cognition di Montréal, ha pubblicato una ricerca su «Social Cognitive and Affective Neuroscience» che mostrava come nei meditatori esperti rispetto ai novizi si disattivassero quelle aree cerebrali (per amor di rigore: il Default Mode Network che portano il cervello a riposo a focalizzarsi automaticamente su di sé. Se iper-attivate non ci si stacca mai dal proprio ombelico. Grazie alla mindfulness, la mente si allena a smorzarne l’azione e di conseguenza riprende a guardare il mondo. A vederlo davvero.

Studi simili di neuro-immagini mostrano come la pratica mindfulness aiuti a calmare le emozioni negative e migliori l’empatia.  Una moda? Forse. Una panacea? No. Molti non ne saranno incuriositi o, semplicemente, non ne beneficerebbero se la praticassero. È un sostituto della psicoterapia? Non lo è. È un’alternativa. Un complemento. Una sua declinazione. Ma, di solito, quelli che la praticano provano gratitudine.

Ero con il mio amico Edoardo. I piedi immersi nell’acqua del torrente che delimita il suo casale nelle campagne della Sabina. Lui medita da decenni. In quei giorni era affannato dalla ristrutturazione. Muratori, piastrelle, il tagliaerba si era rotto, i costi lievitavano.

Ci ha meditato su. L’acqua scorreva vivace, portandosi foglie che sembravano animate. Rami di nocciolo sporgevano dalle rive. Edoardo mi dice: «Ho capito. Io di questo luogo non sono il proprietario. Sono il custode. Ora lo vivo con più serenità».

Guardo il sole che filtra tra una vegetazione che era lì milioni di anni prima di noi e sarà lì molto dopo che noi non ci saremo più. Ha ragione. Respiro. Sento l’acqua che scorre sulle caviglie. È fresca.

Giancarlo Dimaggio - La lettura 


venerdì 24 gennaio 2014

Nuove dittature: il simbolicamente corretto

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Puoi fare ben poco stando al governo oppure operando dall’opposizione? Male, ma puoi sempre scegliere una strada sostitutiva: «Mandare un segnale». È l’apoteosi del gesto carico di significati, è il predominio del simbolico sul concreto. Che cosa può fare Obama per contrastare lo strapotere di Putin, che comprime e mortifica i diritti umani e civili in Russia? Niente, non può fare praticamente niente. Però può sempre mandare un segnale e nominare come portabandiera degli Stati Uniti alla prossima Olimpiade invernale russa di Sochi due icone della battaglia gay. A Mosca gli omosessuali continueranno ad essere discriminati, ma il mondo avrà certamente ricevuto un segnale simbolico molto forte.

È la dittatura del simbolico. Che compensa il collasso della realtà, semplicemente surrogandola. La tragedia dell’impotenza politica che, in un mondo sempre più interconnesso e regolato da leggi non scritte, cerca di riscattarsi trasfigurandosi in pura gestualità, in atto spettacolare. I politici dei governi e delle opposizioni, delle maggioranze e delle minoranze, di destra e di sinistra, hanno del resto ricevuto da una figura carismatica come papa Francesco un formidabile repertorio di simbolismo gestuale: il semplice e colloquiale «buona sera» dal balcone di piazza San Pietro, il bagaglio a mano sull’aereo, le scarpe sformate, il piccolo alloggio a Santa Marta anziché gli sfarzosi appartamenti papali, la bibita sorseggiata in Brasile, eccetera. Ma il Vaticano, per quanto titolare di una potentissima valenza politica, non ha in mano concretamente le redini di un governo democratico. Gli eletti invece hanno ricevuto un mandato dai loro elettori, ma, non sapendo destreggiarsi in una sfera politica sempre più complessa e paralizzata da procedure farraginose, si rifugiano nella retorica del gesto squillante.

A Roma il sindaco sembra totalmente privo di qualunque efficacia, mentre l’immondizia deborda e rischia di sommergere la città. In compenso il sindaco Marino manda un segnale: pedonalizza (o quasi, perché i pullman turistici e le macchine a noleggio invadono la strada) qualche centinaio di metri dei Fori Imperiali. I trasporti pubblici a Roma versano in una condizione catastrofica e desolante per un Paese civile. In compenso arriva un segnale simbolico: il sindaco si muove in bicicletta.

Basta fare attenzione alle ripetute risse sulla toponomastica, che impegnano con un fervore davvero inusitato le amministrazioni locali. Si manda un segnale intestando una via a qualche illustre esponente della parte politica vincente, oppure si monta un caso se viene intestata una piazza a un illustre esponente della parte politica opposta. E le condizioni delle strade, dei trasporti, degli asili nido, delle scuole, della viabilità, della pulizia, degli appalti, della manutenzione, insomma che ne è della politica concreta che opera scelte, impone soluzioni, dà una risposta alla cittadinanza? Tutto in secondo piano. Bisogna sottomettersi alla dittatura del simbolico. Bisogna pur mandare un segnale.

Beninteso, da sempre il potere predilige l’ostentazione dei simboli, il legare un nome a un gesto, un appuntamento, una data da celebrare, una retorica da rispettare. Il simbolico è strettamente connesso al politico, deve mandare segnali, offrire un orientamento, riempire di senso e di significati la vita dei popoli, vivificando il loro spirito di appartenenza e di devozione. Da sempre gli statisti e i condottieri hanno voluto intestarsi il prestigio di una grande opera come simbolo di grandezza e di gloria: strade, ponti, acquedotti, biblioteche, stadi o la piramide che Mitterrand ha voluto al Louvre per celebrare una nuova grandeur. I simboli della regalità, della maestà. Oppure i simboli del rinnovamento. Ma i simboli hanno un valore se accompagnano misure politiche, provvedimenti concreti, non se sostituiscono la decisione (impossibile) con la rappresentazione. E invece è proprio come se nel villaggio mediatico ci fosse fame insaziabile di simboli come vetrina della nuova politica.

In contrapposizione ai fasti delle «cene eleganti» berlusconiane, Mario Monti volle mandare un segnale presentandosi con un sobrio loden alla stazione per prendere il treno che da Milano lo avrebbe portato a Palazzo Chigi (e anche Enrico Letta si è presentato alla convocazione del Quirinale con la sua automobile privata: doveva mandare un segnale di normalità). Per mostrarsi un benevolo padrone del mondo, severo ma capace di gesti caritatevoli, Putin ha mandato un segnale di moderazione liberando l’oligarca dissidente Khodorkovskij proprio alla vigilia dei Giochi olimpici (e anche pochi giorni prima, ma questo non lo poteva sapere, della recrudescenza terroristica a Volgograd). Per mandare un segnale, i maggiorenti del Partito comunista cinese hanno formalmente aperto al libero mercato, quando tutti sanno già che in Cina il capital-comunismo non è esattamente l’applicazione di un programma economico marxista-leninista puro. Per dimostrare sensibilità al «diverso» il sindaco democratico di New York Bill de Blasio si è presentato con la sua multicolore e multiforme famiglia come simbolo di multiculturalità. E poi, grazie a una colossale nevicata che ha coperto la grande metropoli, si è offerto ai fotografi di tutto il mondo spazzando con una pala i cumuli bianchi e gelidi. Fanno oramai così i sindaci sotto la neve, anche Gianni Alemanno si fece immortalare con una pala per mandare un segnale di fattività: anche se la città era completamente paralizzata, il simbolo rischiava di funzionare come compensazione dei disagi patiti dalla cittadinanza.

In Italia la «casta» politica per mandare un segnale gira a piedi, compra il biglietto delle partite, fa la fila al cinema, si slaccia il colletto della camicia rigorosamente senza cravatta per mostrarsi alla mano e alla portata dei cittadini normali. Peccato che la stessa casta non riesca a rinunciare concretamente nemmeno a una manciata di quattrini del finanziamento pubblico. Fanno una legge sull’omofobia che concretamente non raggiunge nessun risultato (fortunatamente in Italia l’aggressione e il pestaggio sono già reati perseguibili per legge), ma manda il segnale che gli omosessuali potrebbero finalmente sentirsi protetti. Purtroppo, grazie ai veti contrapposti e a un eccesso di subalternità della politica ai (presunti) desiderata del Vaticano, le coppie gay non possono contrarre matrimonio e almeno godere dei diritti che spetterebbero loro attraverso una ragionevole disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. In compenso, per mandare il solito segnale, si escogitano cervellotiche formule burocratiche su un asessuato genitore, pur di non nominare il padre e la madre. Per la stessa ragione, in mancanza di diritti concreti e di un riconoscimento legale che oramai è acquisizione irreversibile di tutte le nazioni liberaldemocratiche, si scatena la guerra santa del boicottaggio contro Guido Barilla, reo di aver rilasciato dichiarazioni non proprio brillanti circa il tipo di marketing sulla famiglia tradizionale attuata dalla sua stranota azienda di pasta e biscotti.

Nel Mezzogiorno, si spreca la retorica sulle risorse del meraviglioso Meridione e per mandare un segnale si creano a getto continuo fantasmagorici «partiti del Sud». In compenso, nella realtà e non nell’atmosfera colorata e gratificante dei simboli, nel Mezzogiorno i treni non funzionano, le strade crollano, le autostrade non si finiscono mai. I sindaci si adeguano. La Napoli di Bassolino non è stata un gioiello di favolosa amministrazione (anche se una sentenza ha scagionato l’ex sindaco da tutte le accuse con cui la magistratura lo aveva bersagliato), ma tutti ricordano la grande bolla (e la grande balla) del «Rinascimento napoletano» perché Bassolino aveva ripulito piazza del Plebiscito, facendone un vanto per tutta l’Italia: sul piano simbolico, almeno.

Il governatore della Sicilia Crocetta ha portato, per mandare un segnale di discontinuità, una ventata di novità e di informalità: nella realtà tutti i portaborse dei politici sono stati assunti stabilmente dalla pubblica amministrazione, altro che discontinuità. Il sindaco di Genova Doria si è presentato come «uno di noi»: simbolicamente il segnale è arrivato forte e chiaro, in compenso nella realtà il trasporto locale si è bloccato e le corporazioni (vincenti) hanno messo in ginocchio la città. Per mandare un segnale il neoleader della Lega Salvini si presenta in tuta, per dare un’immagine di disponibilità informale e di predisposizione alla battaglia. Ma nella realtà, oltre al segnale da spedire all’opinione pubblica, cosa c’è di rilevante e di importante che la Lega può fare? Per mandare un segnale, la Lega aveva già imposto la devolution, con gli splendidi risultati che conosciamo.

Per dare un segnale di ritrovato patriottismo e di coesione nazionale attorno alla bandiera e ai suoi simboli, abbiamo reintrodotto in Italia l’esibizione militare ai Fori Imperiali per il 2 giugno: ma ogni anno c’è una contestazione. Per dare un segnale di compunta e inflessibile severità, si sono predisposte sanzioni draconiane contro le curve che durante le partite si abbandonano a biechi cori razzisti o, come si dice con espressione della neolingua burocratica, a manifestazioni di «discriminazione territoriale». Questo nella sfera simbolica, perché nella sfera pratica l’impossibilità di dar seguito a quelle sanzioni ha vieppiù rafforzato l’inclinazione barbarica delle tifoserie scatenate al dileggio razziale o al linciaggio «territoriale».

La dittatura del simbolico si impone nelle piccole realtà e sulla grande scena mondiale. In Siria Assad continua a massacrare il popolo siriano, ma l’Onu manda un segnale contro l’uso di armi chimiche. Un richiamo puramente simbolico che non risolve niente nella realtà, ma appaga il desiderio di un gesto, bello o brutto che sia, purché sia un gesto dal forte impatto sul piano della comunicazione. Oppure si prendono i funerali di Mandela in Sudafrica per dare l’occasione ai leader del mondo di scambiarsi gesti, strette di mano, o persino giochi un po’ infantili con i telefoni cellulari. Solo un segnale, come omaggio non a un vero grande simbolo come Mandela, ma ai tanti simboli che hanno sostituito la realtà sul palcoscenico mediatico.

Puoi fare ben poco stando al governo oppure operando dall’opposizione? Male, ma puoi sempre scegliere una strada sostitutiva: «Mandare un segnale». È l’apoteosi del gesto carico di significati, è il predominio del simbolico sul concreto. Che cosa può fare Obama per contrastare lo strapotere di Putin, che comprime e mortifica i diritti umani e civili in Russia? Niente, non può fare praticamente niente. Però può sempre mandare un segnale e nominare come portabandiera degli Stati Uniti alla prossima Olimpiade invernale russa di Sochi due icone della battaglia gay. A Mosca gli omosessuali continueranno ad essere discriminati, ma il mondo avrà certamente ricevuto un segnale simbolico molto forte.

È la dittatura del simbolico. Che compensa il collasso della realtà, semplicemente surrogandola. La tragedia dell’impotenza politica che, in un mondo sempre più interconnesso e regolato da leggi non scritte, cerca di riscattarsi trasfigurandosi in pura gestualità, in atto spettacolare. I politici dei governi e delle opposizioni, delle maggioranze e delle minoranze, di destra e di sinistra, hanno del resto ricevuto da una figura carismatica come papa Francesco un formidabile repertorio di simbolismo gestuale: il semplice e colloquiale «buona sera» dal balcone di piazza San Pietro, il bagaglio a mano sull’aereo, le scarpe sformate, il piccolo alloggio a Santa Marta anziché gli sfarzosi appartamenti papali, la bibita sorseggiata in Brasile, eccetera. Ma il Vaticano, per quanto titolare di una potentissima valenza politica, non ha in mano concretamente le redini di un governo democratico. Gli eletti invece hanno ricevuto un mandato dai loro elettori, ma, non sapendo destreggiarsi in una sfera politica sempre più complessa e paralizzata da procedure farraginose, si rifugiano nella retorica del gesto squillante.

A Roma il sindaco sembra totalmente privo di qualunque efficacia, mentre l’immondizia deborda e rischia di sommergere la città. In compenso il sindaco Marino manda un segnale: pedonalizza (o quasi, perché i pullman turistici e le macchine a noleggio invadono la strada) qualche centinaio di metri dei Fori Imperiali. I trasporti pubblici a Roma versano in una condizione catastrofica e desolante per un Paese civile. In compenso arriva un segnale simbolico: il sindaco si muove in bicicletta.

Basta fare attenzione alle ripetute risse sulla toponomastica, che impegnano con un fervore davvero inusitato le amministrazioni locali. Si manda un segnale intestando una via a qualche illustre esponente della parte politica vincente, oppure si monta un caso se viene intestata una piazza a un illustre esponente della parte politica opposta. E le condizioni delle strade, dei trasporti, degli asili nido, delle scuole, della viabilità, della pulizia, degli appalti, della manutenzione, insomma che ne è della politica concreta che opera scelte, impone soluzioni, dà una risposta alla cittadinanza? Tutto in secondo piano. Bisogna sottomettersi alla dittatura del simbolico. Bisogna pur mandare un segnale.

Beninteso, da sempre il potere predilige l’ostentazione dei simboli, il legare un nome a un gesto, un appuntamento, una data da celebrare, una retorica da rispettare. Il simbolico è strettamente connesso al politico, deve mandare segnali, offrire un orientamento, riempire di senso e di significati la vita dei popoli, vivificando il loro spirito di appartenenza e di devozione. Da sempre gli statisti e i condottieri hanno voluto intestarsi il prestigio di una grande opera come simbolo di grandezza e di gloria: strade, ponti, acquedotti, biblioteche, stadi o la piramide che Mitterrand ha voluto al Louvre per celebrare una nuova grandeur. I simboli della regalità, della maestà. Oppure i simboli del rinnovamento. Ma i simboli hanno un valore se accompagnano misure politiche, provvedimenti concreti, non se sostituiscono la decisione (impossibile) con la rappresentazione. E invece è proprio come se nel villaggio mediatico ci fosse fame insaziabile di simboli come vetrina della nuova politica.

In contrapposizione ai fasti delle «cene eleganti» berlusconiane, Mario Monti volle mandare un segnale presentandosi con un sobrio loden alla stazione per prendere il treno che da Milano lo avrebbe portato a Palazzo Chigi (e anche Enrico Letta si è presentato alla convocazione del Quirinale con la sua automobile privata: doveva mandare un segnale di normalità). Per mostrarsi un benevolo padrone del mondo, severo ma capace di gesti caritatevoli, Putin ha mandato un segnale di moderazione liberando l’oligarca dissidente Khodorkovskij proprio alla vigilia dei Giochi olimpici (e anche pochi giorni prima, ma questo non lo poteva sapere, della recrudescenza terroristica a Volgograd). Per mandare un segnale, i maggiorenti del Partito comunista cinese hanno formalmente aperto al libero mercato, quando tutti sanno già che in Cina il capital-comunismo non è esattamente l’applicazione di un programma economico marxista-leninista puro. Per dimostrare sensibilità al «diverso» il sindaco democratico di New York Bill de Blasio si è presentato con la sua multicolore e multiforme famiglia come simbolo di multiculturalità. E poi, grazie a una colossale nevicata che ha coperto la grande metropoli, si è offerto ai fotografi di tutto il mondo spazzando con una pala i cumuli bianchi e gelidi. Fanno oramai così i sindaci sotto la neve, anche Gianni Alemanno si fece immortalare con una pala per mandare un segnale di fattività: anche se la città era completamente paralizzata, il simbolo rischiava di funzionare come compensazione dei disagi patiti dalla cittadinanza.

In Italia la «casta» politica per mandare un segnale gira a piedi, compra il biglietto delle partite, fa la fila al cinema, si slaccia il colletto della camicia rigorosamente senza cravatta per mostrarsi alla mano e alla portata dei cittadini normali. Peccato che la stessa casta non riesca a rinunciare concretamente nemmeno a una manciata di quattrini del finanziamento pubblico. Fanno una legge sull’omofobia che concretamente non raggiunge nessun risultato (fortunatamente in Italia l’aggressione e il pestaggio sono già reati perseguibili per legge), ma manda il segnale che gli omosessuali potrebbero finalmente sentirsi protetti. Purtroppo, grazie ai veti contrapposti e a un eccesso di subalternità della politica ai (presunti) desiderata del Vaticano, le coppie gay non possono contrarre matrimonio e almeno godere dei diritti che spetterebbero loro attraverso una ragionevole disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. In compenso, per mandare il solito segnale, si escogitano cervellotiche formule burocratiche su un asessuato genitore, pur di non nominare il padre e la madre. Per la stessa ragione, in mancanza di diritti concreti e di un riconoscimento legale che oramai è acquisizione irreversibile di tutte le nazioni liberaldemocratiche, si scatena la guerra santa del boicottaggio contro Guido Barilla, reo di aver rilasciato dichiarazioni non proprio brillanti circa il tipo di marketing sulla famiglia tradizionale attuata dalla sua stranota azienda di pasta e biscotti.

Nel Mezzogiorno, si spreca la retorica sulle risorse del meraviglioso Meridione e per mandare un segnale si creano a getto continuo fantasmagorici «partiti del Sud». In compenso, nella realtà e non nell’atmosfera colorata e gratificante dei simboli, nel Mezzogiorno i treni non funzionano, le strade crollano, le autostrade non si finiscono mai. I sindaci si adeguano. La Napoli di Bassolino non è stata un gioiello di favolosa amministrazione (anche se una sentenza ha scagionato l’ex sindaco da tutte le accuse con cui la magistratura lo aveva bersagliato), ma tutti ricordano la grande bolla (e la grande balla) del «Rinascimento napoletano» perché Bassolino aveva ripulito piazza del Plebiscito, facendone un vanto per tutta l’Italia: sul piano simbolico, almeno.

Il governatore della Sicilia Crocetta ha portato, per mandare un segnale di discontinuità, una ventata di novità e di informalità: nella realtà tutti i portaborse dei politici sono stati assunti stabilmente dalla pubblica amministrazione, altro che discontinuità. Il sindaco di Genova Doria si è presentato come «uno di noi»: simbolicamente il segnale è arrivato forte e chiaro, in compenso nella realtà il trasporto locale si è bloccato e le corporazioni (vincenti) hanno messo in ginocchio la città. Per mandare un segnale il neoleader della Lega Salvini si presenta in tuta, per dare un’immagine di disponibilità informale e di predisposizione alla battaglia. Ma nella realtà, oltre al segnale da spedire all’opinione pubblica, cosa c’è di rilevante e di importante che la Lega può fare? Per mandare un segnale, la Lega aveva già imposto la devolution, con gli splendidi risultati che conosciamo.

Per dare un segnale di ritrovato patriottismo e di coesione nazionale attorno alla bandiera e ai suoi simboli, abbiamo reintrodotto in Italia l’esibizione militare ai Fori Imperiali per il 2 giugno: ma ogni anno c’è una contestazione. Per dare un segnale di compunta e inflessibile severità, si sono predisposte sanzioni draconiane contro le curve che durante le partite si abbandonano a biechi cori razzisti o, come si dice con espressione della neolingua burocratica, a manifestazioni di «discriminazione territoriale». Questo nella sfera simbolica, perché nella sfera pratica l’impossibilità di dar seguito a quelle sanzioni ha vieppiù rafforzato l’inclinazione barbarica delle tifoserie scatenate al dileggio razziale o al linciaggio «territoriale».

La dittatura del simbolico si impone nelle piccole realtà e sulla grande scena mondiale. In Siria Assad continua a massacrare il popolo siriano, ma l’Onu manda un segnale contro l’uso di armi chimiche. Un richiamo puramente simbolico che non risolve niente nella realtà, ma appaga il desiderio di un gesto, bello o brutto che sia, purché sia un gesto dal forte impatto sul piano della comunicazione. Oppure si prendono i funerali di Mandela in Sudafrica per dare l’occasione ai leader del mondo di scambiarsi gesti, strette di mano, o persino giochi un po’ infantili con i telefoni cellulari. Solo un segnale, come omaggio non a un vero grande simbolo come Mandela, ma ai tanti simboli che hanno sostituito la realtà sul palcoscenico mediatico.

Pierluigi Battista - La Lettura - Corriere della Sera - 12 gennaio