Siamo nell’era di Internet 2.0 dove la comunicazione ormai è “glocal”, globale e locale allo stesso tempo, la mobilità e le app (applicazioni per smartphone e tablet) ci permettono di ricevere e trasmettere informazioni praticamente da ogni luogo. Siamo in un’era dove il business cambia velocemente e la tecnologia è fondamentale per rimanervi. E siamo anche in un periodo di grande difficoltà economica per le imprese e per le famiglie. Ma ogni crisi può diventare un’opportunità come ci spiega la filosofia orientale che utilizza lo stesso ideogramma per rappresentare questa situazione.
Cambiano le regole ugualmente nell’offerta enogastronomia e così molti ristoranti, anche quotati, hanno deciso da tempo di proporsi sulle piattaforme di “gruppi di acquisto” tipo Groupon il più famoso, Groupalia, Bazarcoupon, ecc., con offerte veramente speciali. In momenti di crisi dove si taglia sul superfluo e dove pure le pizzerie sono in difficoltà, è sempre più faticoso attirare clienti e garantire un numero di coperti costante. Soprattutto se un ristorante è “griffato” e magari decentrato rispetto alle grandi città. Come si dice quindi si fa di necessità virtù e è spinti a provare formule nuove e strade impensabili qualche anno fa.
Mi è capitato così che curiosando nella rete abbia incrociato un’offerta anche del nostro San Domenico ad Imola. Ristorante con 2 stelle sulla guida Michelin. L’offerta era “ghiotta” in tutti i sensi: 119 Euro per un menù di coppia che comprendeva un flùte di Franciacorta come aperitivo, un’entrèe, un antipasto, un primo, un secondo, il dolce e la (famosa) piccola pasticceria del San Domenico. Vino escluso ma con il 15% di sconto sull’eventuale bottiglia scelta.
Ci ho pensato un poco se provare quest’esperienza perché avevo letto su alcuni blog molte critiche su queste formule. La disapprovazione che generalmente viene mossa ai ristoratori, dopo aver fatto la visita “in offerta”, è quella che faticano a capire che non dovrebbero esserci disparità di trattamento tra chi paga il prezzo pieno e chi compra il coupon scontato su internet. Ai Portali che offrono questo servizio invece viene imputata leggerezza e scarso controllo sulle proposte. Vero è che piattaforme d’acquisto come Groupon non servono a riempire dei tavoli e neppure ad aggiustare i conti. Sono un vero e proprio investimento, un efficace mezzo per farsi pubblicità, per far conoscere la bontà della propria cucina e per provare a conquistare nuova clientela. Non tutti quelli che usufruiscono delle offerte di Groupon sono persone che cercano sempre e solo l’affare.
Un po’ perché sono un curioso delle nuove tecnologie un po’ per gusto della sperimentazione mi sono deciso e ho aderito alla proposta pagando con carta di credito l’importo. Mi è arrivata immediatamente una prima email dove mi confermavano l’operazione e il giorno dopo ne ho ricevuta un’altra che mi avvertiva che potevo contattare il partner, il ristorante, per fissare la data. Così ho fatto e mi sono presentato nel giorno stabilito.
Nonostante Groupon non sia stato molto chiaro nell’illustrare gli step da seguire per la prenotazione e il menù previsto, Natale Mercatilli vero maestro di sala non ha fatto alcun problema sfoderando tutta la professionalità e il servizio che si possono avere in questo ristorante. Scelti i piatti si è iniziato: flùte di aperitivo e una piccola insalatina d’asparagi con guanciale croccante; il famoso Uovo Mollè, famoso come l’altro Uovo in Raviolo (entrambi i piatti provengono dalle segrete ricette di Nino Bergese il famoso cuoco dell’aristocrazia che ruotava intorno a casa Savoia); Gnocchi di “Patata Rossa” di Imola al lardo di Arnad, fave novelle e pomodorini confit al timo; Guancialino di vitello brasato con polentina gratinata al formaggio di fossa; tris di dolci fantastici accompagnati dalla piccola pasticceria e caffè finale.
Il test è stato veramente positivo e sono rimasto molto soddisfatto. Nessun trattamento diverso né atteggiamenti sgraditi. Tutt’altro. Non voglio dubitare sulla veridicità dei commenti che ho letto in Rete, ma come tutte le cose di questo mondo la ricetta giusta la fanno gli uomini. Se il ristoratore ha ben inquadrato l’utilità e l’obiettivo che si pone con questo tipo di iniziative e il cliente non si avvicina in modo prevenuto o diffidente, ritengo che non si corrono rischi di brutte sorprese. Naturalmente l’eccezione non fa la regola.
Pierangelo Raffini per Leggilanotizia
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domenica 9 settembre 2012
lunedì 14 maggio 2012
Come avere successo ? Pensare da impresa
Diventare il Ceo della tua vita, una versione beta permanente di te stesso, acquisire la mentalità dello startupper per farsi strada nella vita. Il consiglio è di Ben Casnocha, imprenditore prodigio della Silicon Valley, che insieme a Reid Hoffman (co-fondatore e attuale presidente di LinkedIn) hanno dato alle stampe «Start-up of You» (in Italia è stato tradotto da Egea col titolo «Teniamoci in contatto», sottotitolo: la vita come impresa).
Un manuale assertivo, in stile Power Point, motivazionale come sanno essere solo alcuni manager americani. L'idea suggestiva (e molto di moda in questi tempi di startup fever) è quella di resettare il nostro approccio al lavoro. Imparare a gestire la nostra carriera con la mentalità dell'imprenditore. Anzi no, con la mentalità di chi nella vita decide di fondare una startup. Il ragionamento di partenza è lineare: l'ascensore sociale è bloccato, non sale più come nel passato, i tassi di disoccupazione sono alle stelle (in Italia si è toccato a marzo il record del 9,8% ndr.), la distruzione creatrice di schumpeteriana memoria sta colpendo le imprese di qualsiasi settore e, non ultimo, la globalizzazione ha reso in Occidente il mercato del lavoro drammaticamente competitivo.
La chiave di volta è tutta nella nostra testa, cambiare mentalità. «Chi fonda un'impresa - si legge nell'introduzione del libro - prende una serie di decisioni in un contesto caratterizzato da poche informazioni, poco tempo e poche risorse. Non ha garanzie né reti di sicurezza, così assume rischi di una certa entità...Il mondo sta cambiando. E il periodo di tempo in cui mantieni lo stesso impiego è sempre più breve. Di conseguenza devi adattarti continuamente. E se non riesci nessuno - né il tuo datore di lavoro, né lo Stato - ti salverà».
Insomma, siamo tutti work in progress. Ogni giorno, affermano i due autori, ci offre l'opportunità di imparare di più, di fare di più. Essere di più, crescere di più nella vita privata e in quella professionale. «Ripensare alla carriera come una fase beta permanente, aiuta a non sederti, ti obbliga a riconoscere che hai dei bug, che hai ancora un'opera di sviluppo da compiere su te stesso, che dovrai sempre adattarti ed evolverti».
Le pagine del libro traboccano della mistica che anima la Silicon Valley: il fallimento come "plus" da mettere sul curriculum, la costante valutazione degli sbocchi sul mercato, la flessibilità come strumento per rivedere e rigenerare i propri asset, i social network come bacino informativo attraverso cui cogliere opportunità di crescita e di lavoro. Tutto giusto in teoria ma l'Italia, va da sè, non è la Silicon Valley. Forse non lo è ancora, o forse non lo sarà mai. Il nostro mercato del lavoro non è quello americano, la struttura delle nostre piccole imprese è poco hi-tech e quasi per nulla flessibile come in California.
Eppure, molti dei consigli presenti nel libro non sono da buttare. Soprattutto per un Paese come il nostro che lamenta una bassa propensione al rischio. Più convincente il capitolo sui social network. L'utilizzo dei social media, sostiene Casnocha, favorisce lo scambio, allarga gli orizzonti, contribuisce a creare contatti e potenzia le prospettive. In sostanza, aiuta a crescere.
Luca Tremolada - Nova 24
Un manuale assertivo, in stile Power Point, motivazionale come sanno essere solo alcuni manager americani. L'idea suggestiva (e molto di moda in questi tempi di startup fever) è quella di resettare il nostro approccio al lavoro. Imparare a gestire la nostra carriera con la mentalità dell'imprenditore. Anzi no, con la mentalità di chi nella vita decide di fondare una startup. Il ragionamento di partenza è lineare: l'ascensore sociale è bloccato, non sale più come nel passato, i tassi di disoccupazione sono alle stelle (in Italia si è toccato a marzo il record del 9,8% ndr.), la distruzione creatrice di schumpeteriana memoria sta colpendo le imprese di qualsiasi settore e, non ultimo, la globalizzazione ha reso in Occidente il mercato del lavoro drammaticamente competitivo.
La chiave di volta è tutta nella nostra testa, cambiare mentalità. «Chi fonda un'impresa - si legge nell'introduzione del libro - prende una serie di decisioni in un contesto caratterizzato da poche informazioni, poco tempo e poche risorse. Non ha garanzie né reti di sicurezza, così assume rischi di una certa entità...Il mondo sta cambiando. E il periodo di tempo in cui mantieni lo stesso impiego è sempre più breve. Di conseguenza devi adattarti continuamente. E se non riesci nessuno - né il tuo datore di lavoro, né lo Stato - ti salverà».
Insomma, siamo tutti work in progress. Ogni giorno, affermano i due autori, ci offre l'opportunità di imparare di più, di fare di più. Essere di più, crescere di più nella vita privata e in quella professionale. «Ripensare alla carriera come una fase beta permanente, aiuta a non sederti, ti obbliga a riconoscere che hai dei bug, che hai ancora un'opera di sviluppo da compiere su te stesso, che dovrai sempre adattarti ed evolverti».
Le pagine del libro traboccano della mistica che anima la Silicon Valley: il fallimento come "plus" da mettere sul curriculum, la costante valutazione degli sbocchi sul mercato, la flessibilità come strumento per rivedere e rigenerare i propri asset, i social network come bacino informativo attraverso cui cogliere opportunità di crescita e di lavoro. Tutto giusto in teoria ma l'Italia, va da sè, non è la Silicon Valley. Forse non lo è ancora, o forse non lo sarà mai. Il nostro mercato del lavoro non è quello americano, la struttura delle nostre piccole imprese è poco hi-tech e quasi per nulla flessibile come in California.
Eppure, molti dei consigli presenti nel libro non sono da buttare. Soprattutto per un Paese come il nostro che lamenta una bassa propensione al rischio. Più convincente il capitolo sui social network. L'utilizzo dei social media, sostiene Casnocha, favorisce lo scambio, allarga gli orizzonti, contribuisce a creare contatti e potenzia le prospettive. In sostanza, aiuta a crescere.
Luca Tremolada - Nova 24

lunedì 1 agosto 2011
Open di Agassi
Consiglio la lettura di questo libro a tutti gli appassionati di tennis, come me, e concordo pienamente con la bella recensione di Alessandro Piperno che riporto di seguito.
Le periferie del Nevada, un padre crudele, glorie e dolori: la propria vita raccontata con stile. Che romanziere questo tennista. Ho letto Open, l' autobiografia di Andre Agassi, su consiglio di un amico (Einaudi Stile libero). Mi sono bastati un paio di capoversi per capire che mi ero imbattuto in un libro importante. Ora, che Agassi avesse un mondo - variegato, seducente, croccante, inimitabile - non mi ha colto impreparato. Il dato sconcertante è che un atleta il cui stile tennistico ho sempre detestato scriva in un modo così incantevole. E così incisivo. «Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l' ho sempre odiato. Quando quest'ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in un sussulto dico: fa' che finisca presto». Non è che un assaggio dello «stile Agassi»: cocktail di ironia, consapevolezza, umiltà, melanconia, chiaroveggenza, savoir vivre. Alla fine del libro Agassi ringrazia J.R. Moehringer, un premio Pulitzer, un virtuoso. Tra le righe si evince che Moehringer gli abbia fatto da ghostwriter. Il che spiega una tale spavalderia stilistica. Eppure, nonostante si senta (e come) la mano di Moehringer, leggendo, non dimentica mai che il punto di vista è di Agassi. I ricordi gli appartengono, così come il sentimento dominante, il giudizio caustico su di sé e sugli altri. Come in un film hollywoodiano, Agassi inizia la sua rievocazione dalla fine: la penultima partita della sua carriera, U.S. Open 2006. Che atmosfera! Che pathos! Il risveglio di un campione di mezza età nella suite del Four Seasons di New York. Le voci dei figli piccoli e della moglie (Steffi Graf) che fanno colazione nel salottino attiguo. Una doccia eterna, panacea (coadiuvata da dosi massicce di cortisone) per rianimare un corpo devastato da un trentennio di atroci sollecitazioni: «Sotto il getto d' acqua calda mugolo e grido. Mi piego lentamente toccandomi i quadricipiti. (...). Sento che qualcosa comincia a risvegliarsi. La vita. La speranza. Le ultime gocce di gioventù». Il modo con cui Agassi racconta gli strazi del corpo, e le sue rare voluttà, è inarrivabile. Così come inarrivabili sono le pagine sulla preparazione dell' ultimo match contro Baghdatis - così simile e così diverso dalle migliaia di match che l' hanno preceduto. Agitazione, dolore, terrore, panico. Tutto restituito con una tale vividezza che ti pare di capire finalmente cosa diavolo significa essere un campione. E cosa si prova a esibirsi in una disciplina seguita da milioni di persone. Ebbene, questo match epico, all' ultimo sangue, dal quale il vecchio leone esce vincente per l' ultima volta, è l' epifania che apre il sipario sull' infanzia di Agassi. Las Vegas. Deserto del Nevada. Metà anni 70. Una villetta in mezzo al niente con un campo da tennis. «A mio padre piace sparare ai falchi. La nostra casa è ammantata delle sue vittime, uccelli morti che coprono il tetto come le palle da tennis coprono il campo». Mike Agassi, il padre. Il ferocissimo padre. Un iraniano taciturno, coriaceo, ingegnoso che non risparmia niente al figlio di sette anni: «Papà dice che se colpisco 2.500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all' anno sarà imbattibile». Il padre, da bravo torturatore, ha costruito una macchina degna della sua malvagità. Quella che il piccolo Agassi chiama il «drago»: «Nero come la pece, montato su grosse ruote di gomma e con la parola PRINCE dipinta in bianche lettere maiuscole lungo la base, il drago assomiglia a una qualunque macchina lanciapalle di un qualsiasi circolo sportivo americano. In realtà, però, è una creatura vivente uscita da uno dei miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero - e una voce terrificante». Il padre e il drago sono in combutta per rendere il piccolo Agassi il tennista più forte della galassia. Sono due contro uno. Perché dall' altra parte c' è lui, il protagonista, disperato e inerme. Il bambino che non sa dire di no a un' autorità così silenziosa e determinata. «Questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l' essenza della mia vita». Il problema con i libri che ami è che non smetteresti mai di citarli. Per farvi capire quanto Open mi sia piaciuto avrei la tentazione di fare un gigantesco copia/incolla. Ma credo sia più pratico limitarmi a consigliarvene l' acquisto. È raro imbattersi in un così stimolante compendio di personaggi e situazioni: Jil, il paterno trainer di Agassi. Nick Bollettieri, il mitico coach che negli anni 80 sfornò una colonia di giovani tennisti-picchiatori (Courier, Agassi, Seles...). Così descritto dal suo allievo più famoso: «Ha preso così tanto sole, si è arrostito così in profondità sotto un numero infinito di lampade ultraviolette, che la sua pigmentazione ne è rimasta alterata in maniera permanente». Inoltre, non stupisce che Agassi abbia sposato prima Brooke Shields e poi Steffi Graf. Evidentemente il destino dei bambini prodigio - con le loro infanzie sacrificate sugli altari eretti da genitori mitomani - è di finire l' uno nelle braccia dell' altro! Eppure la cosa che più mi ha colpito in questo libro è la smania del suo autore-protagonista di decifrare il mistero inattingibile dell' umana insoddisfazione. Come ogni libro americano che si rispetti è un' opera sulla caduta e sulla redenzione. Ma, a ben vedere, non è questo il dato più significativo. Ciò che Agassi sa raccontare meglio è il senso di tedio e gratuità che non smette di assediarci. E che, paradossalmente, rende amare sia le vittorie che le sconfitte. Una vacuità descritta con la grazia di Sophia Coppola. Un vuoto che può essere colmato solo da ciò che Agassi romanticamente chiama l' «ispirazione». Il primo successo a Wimbledon - il primo agognatissimo Grande Slam da lui ottenuto - viene così commentato: «Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant' è dolorosa una sconfitta». Esiste una verità più beffarda e inequivocabile?
Alessandro Piperno
venerdì 29 luglio 2011
Dovresti tornare a guidare il camion Elvis di Sebastiano Zanolli
Arrivato al suo quinto libro, Sebastiano, mi ispira sempre. Forse, complice il fatto di averlo seguito in modo fortunoso fin dall'inizio, vedo una continua evoluzione nelle sue fatiche, che seguono un invisibile filo conduttore. Portare le persone a riflettere per mettersi in gioco continuamente, approcciando i cambiamenti come opportunità e credendo nelle proprie possibilità. In questo libro si concentra sull'importanza che ha puntare sul proprio talento. Per raggiungere il Progetto Futuro, come lo definisce lui. Il nome, probabilmente, di un percorso di crescita di cui ci farà partecipe prossimamente. Puntare sui propri talenti è strategico se si vogliono aumentare le opportunità di riuscita nel lavoro e nella vita. Come sempre un libro sintetico e veloce, ma ricco di spunti e riflessioni, che consiglierei in coppia con il precedente "Io, società a responsabilità illimitata". I libri di Sebastiano finiscono sempre per essere pieni di evidenziature. Molto utili ai giovani, ma anche ai "baby boomers", come me, che lavorano su se stessi. Il messaggio che fa da sfondo a questi libri è racchiuso in una frase contenuta nell'ultimo, che condivido pienamente perchè sintetizza bene il concetto: "non morire con la tua musica ancora dentro" (W.Dyer).
Consiglio vivamente entrambi i libri.
"Dovresti tornare a guidare il camion Elvis di Sebastiano Zanolli" - Sebastiano Zanolli - Franco Angeli su IBS
sabato 9 luglio 2011
L'anima mi sussurra
Poesie di Eleonora Laudisa.
Questa giovane ragazza dimostra, già con questo primo lavoro del 2002, una grande sensibilità e maturità; per la vita, per i fatti che accadono nel mondo, ma anche per le cose che ci circondano quotidianamente, cogliendone sfumatore che emozionano. Brava. A mio parere forte talento, che spero coltivi.
Essere libero
Essere libero significa sfuggire dall'orrizonte
del mare che ti limita lo sguardo,
essere libero significa correre spensierato su
un prato verde interminabile,
essere libero significa non aver timore,
essere libero significa non nascondersi,
essere libero significa essere quel che sei
veramente,
essere libero significa sfidare il futuro che
ma potrà fermare i tuoi sogni.
domenica 1 maggio 2011
Poveri noi
Tema del libro è il bilancio di un Paese fragile, che non ammette di esserlo. Fragile socialmente, in primo luogo, segnato da forme sommerse di deprivazione, di vera e propria povertà, e soprattutto d’impoverimento.
Ma fragile anche moralmente, nella tenuta dei suoi sentimenti collettivi, dei valori condivisi, nell’atteggiarsi delle relazioni, sempre più spesso attraversate da venature di rancore. E, naturalmente, fragile politicamente, nell’assetto «liquido» delle sue istituzioni, nei processi in cui si esprime una cittadinanza in larga misura lesionata.
Un Paese abissalmente distante dall’immagine che offre di sé, dal racconto apologetico che monopolizza il discorso pubblico sovrapponendosi alla realtà fino a renderla irriconoscibile ai propri stessi protagonisti.
Da quando la crisi economica ha cominciato a mordere anche sulle fasce finora considerate relativamente «forti» del mercato del lavoro (titolari di posto fisso, lavoratori autonomi....), molti italiani si trovano a vivere «in bilico» tra standard alti di consumo e il baratro dell’indigenza. Gli italiani impoveriti oscillano tra paura e rancore, tra depressione e aggressività, tra il senso del proprio fallimento personale e la tentazione di trovare un capro espiatorio. La middle class che strutturava la propria autostima sulla distanza dagli «ultimi» tende a resistere con le unghie e con i denti facendo prevalere l’atomizzazione egoistica del «si salvi chi può» e del «mors tua vita mea», in una tendenziale guerra dei penultimi contro gli ultimi, esemplificata dal grido sempre più diffuso: «perché a loro sì e a noi no?».
Viviamo sempre piú in una società sfarinata, segnata dalla dissipazione dei legami, dei nessi comunitari. Ma la questione della povertà («relativa» o «assoluta») in Italia va affrontata con coraggio, organicità e sistematicità. Perché lottare contro la povertà non può certo significare rimuovere i poveri dalla società e farli scomparire dalla scena mediatica.
Dal 2007 a capo della Commissione d'indagine sull'esclusione sociale, Marco Revelli scava tra le pieghe del processo di «modernizzazione regressiva» che sta caratterizzando il nostro Paese, che ha creduto di crescere declinando, di guadagnare posizioni perdendo in realtà terreno.
Tra il 1998 e il 2009, fatta 100 la media annuale del Prodotto Interno Lordo pro capite di tutti gli Stati dell'Unione Europea, l'Italia è letteralmente crollata, perdendo in un decennio ben 18 punti. Occupava la parte alta della classifica nel 1998, 20 punti sopra la media europea. Nel 2009 era finita a quota 102, appena sopra la linea di galleggiamento. E' in assoluto il Paese che ha perduto più posizioni in Europa.
Una Vela che esplora le fragilità - economiche, morali e politiche - di un'Italia «abissalmente distante dall'immagine che offre di sé»: un'argomentazione sostenuta da dati statistici e dall'analisi del linguaggio del potere e della comunicazione mediatica - dai messaggi rassicuranti all'opulenza ostentata. Emerge il ritratto di una nazione dal profilo piatto, che ha liquidato i vecchi punti di forza senza crearne di nuovi e dove ci si ritrova, «se non più poveri tecnicamente, certamente più vulnerabili e arretrati», nel mezzo di una terra di nessuno in cui maturano, o trovano terreno fertile, le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali e i fallimenti materiali. Solitudini e crisi d'identità in grado di sfregiare l'antropologia del nostro paese, tra intolleranza per i deboli e il simmetrico eccesso di tolleranza per i vizi dei potenti.
Al centro della forbice sempre più ampia tra ricchezza e povertà, i temi cruciali dell'eguaglianza sociale, della qualità della democrazia, dell'indebolimento dei diritti e del concetto di cittadinanza.
martedì 26 aprile 2011
L'identità italiana in cucina
Un bel libro in onore dei 150 anni dell'unità d'Italia, quello scritto da Massimo Montanari, professore di storia medievale e storia dell'alimentazione all'Università di Bologna, dove è anche direttore del Master "Storia e cultura dell'alimentazione".
Consiglio la lettura di questo volumetto di 84 pagine, facile e molto interessante per capire come la cucina del nostro Paese è, in realtà, il vero stile culinario italiano esistente fin dal Medioevo.
Una cucina, quella italiana, non identificabile nelle identità regionali, invenzione che risponde ad esigenze politiche, commerciali, turistiche, non culturali. Ma tante cucine identificabili come "locali", "territoriali", "cittadine", dove un circuito nazionale che, declinandosi in modalità a rete, le integra.
domenica 10 aprile 2011
Verso l'Unità d'Italia passando dalla Romagna. Breve storia del periodo risorgimentale imolese.
Nel mio ruolo di Coordinatore del Centro Studi "Luigi Einaudi" ho ritenuto importante celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia con un libretto che potesse rimanere a testimonianza di questa importante celebrazione.
Introduzione dell'Autore: Dott. Alessio Guidotti*
Questo mio breve lavoro altro non vuol essere che un piccolo omaggio, non retorico riconoscimento ad una città, Imola, ed alla sua provincia la quale ha attivamente partecipato al Risorgimento Italiano, pagando un alto tributo non solo in mezzi ma soprattutto in uomini. Questo vuol essere un sintetico, ma spero esaustivo viaggio che ci porterà dal tentativo di Restaurazione effettuato dalle grandi potenze nel 1815 sino al compimento dell’Unità nazionale nel marzo 1861.
Non è un caso che proprio in questi giorni, ma in realtà già da alcuni mesi, hanno preso il via, senza non poche polemiche, le celebrazioni per il 150° anniversario della suddetta Unità d’Italia. Celebrazioni troppo spesso caricate ed esasperate da contrasti a mio parere non del tutto ingiustificati, ma che hanno prestato il fianco ad un facile processo di strumentalizzazione politica. E’ vero infatti che il processo Risorgimentale italiano non ha certo visto la piena partecipazione popolare, anche se non sono totalmente d’accordo quando leggo o sento parlare di un processo unitario unidirezionale, imposto dall’alto e gestito esclusivamente da una ristretta minoranza. D’altronde, a differenza dei primi moti carbonari esplosi nel 1820-21 e nel 1830-31, che
avevano visto una scarsa partecipazione popolare e principalmente a tale fattore, ma certamente non solo ad esso, va attribuito il loro totale fallimento, nel 1848 e nelle successive guerre per l’Indipendenza nazionale e soprattutto nel corso dell’ "impresa"dei mille non credo si possa parlare apertamente di generale passività ed attendismo delle masse popolari. E’ comprovato il fatto che moltissimi volontari, seppur per svariati motivi, si unirono al generale Garibaldi nella sua trionfale cavalcata che lo avrebbe portato in brevissimo tempo a "liberare" il sud del paese dal dominio borbonico per consegnarlo nelle mani del futuro primo re d’Italia Vittorio Emanuele II. Lo stesso Cavour, autentico regista del processo di unificazione ed inizialmente contrario alla spedizione, mutò atteggiamento favorendo decisamente l’invio di uomini ed armi dopo le prime esaltanti vittorie delle camicie rosse garibaldine. Naturalmente il suo scopo era di controllare gli avvenimenti nel timore di un eccessivo rafforzamento della corrente democratica, che avrebbe gravemente ostacolato il progetto di un’Italia unita sotto la monarchia sabauda, visto che non pochi democratici erano poi accorsi in massa ad aiutare il generale nizzardo nella sua impresa, convinti di poter riuscire a proclamare un governo repubblicano nei territori meridionali. Altrettanto comprovata fu però la delusione provata da tanti contadini siciliani quando i liberatori si schierarono a difesa dei vecchi rapporti di proprietà e introdussero la coscrizione obbligatoria, non prevista dal precedente governo borbonico. Il malcontento non di rado sfociò in aperta ribellione e lo stesso Nino Bixio, uno dei fedelissimi di Garibaldi, intervenne duramente a Bronte, cittadina ai piedi dell’Etna, ordinando numerose fucilazioni per tutti coloro che vennero troppo semplicisticamente etichettati come pericolosi briganti solo per il fatto di aver reclamato una migliore condizione di vita. Altro esempio con due opposti risvolti è quello dei plebisciti: su proposta dello stesso Cavour, nei territori insorti e liberati si tennero plebisciti a suffragio universale maschile (evento inedito per quell’epoca in Italia dove vigeva un suffragio ristrettissimo) affinchè gli siti ne ricevessero maggiore legittimità (avevano diritto al voto gli uomini che avevano compiuto i 21 anni). In realtà, la popolazione si trovò davanti ad una non scelta: difatti si votava per essere annessi al nuovo regno d’Italia o per rimanere in una sorta di stato non ben definito. Inoltre il timore di un forte astensionismo specialmente tra i contadini era alto e i governi provvisori dovettero utilizzare ogni mezzo per scongiurare un fallimento. I due esempi appena riportati risultano di notevole utilità per rimarcare ancora una volta quanto la storia del Risorgimento italiano (ma, potremmo sostenere, un po’ tutta la storia dell’Italia almeno dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente) è stata costellata da intense divisioni. Era oggettivamente difficile poter arrivare a mettere tutti d’accordo in un paese che del particolarismo regionale e provinciale aveva fatto la sua caratteristica principale, diventando proprio a causa della sua mancata unità e compattezza per secoli e secoli terra di conquista e campo di battaglia per i già consolidati stati nazionali europei (basti pensare allo scontro tra l’impero spagnolo di Carlo V e i francesi di Francesco I che vide proprio, per tutta la prima metà del XVI secolo, come teatro delle battaglie e oggetto della contesa il plurifrazionato e fragile territorio italiano).
Soffermiamoci allora un attimo sulla parola Risorgimento e analizziamone poi le differenti anime presenti al suo interno. Con tale termine si è soliti denominare il periodo di storia italiana nel quale si crearono le condizioni per l’affermazione di un movimento teso a realizzare uno stato indipendente ed unitario. Il termine si diffuse rapidamente negli anni dell’unificazione nazionale proprio per significare l’auspicata necessità che la nazione italiana "risorgesse" dalla cosiddetta decadenza. Decadenza dovuta soprattutto alla sua divisione in tanti territori e all’influenza esercitata da potenze straniere su di essa. Ciò che doveva rinascere (o forse nascere?) era anche un autentico sentimento di Patria e Nazione, fratellanza e libertà che alcuni sfortunati pensatori e rivoluzionari, in primis Giuseppe Mazzini, avevano cercato di far sorgere ed inculcare nelle masse. Erano proprio gli stessi ideali propugnati e diffusi dai philosophes illuministi e che avevano ispirato la grande Rivoluzione esplosa in Francia, destinata ad abbattere quell’ ancien regime che poggiava le sue basi sullo sfruttamento e su una serie di scandalosi privilegi a favore dei ceti aristocratici e dell’alto clero tenendo per troppo tempo soggiogata la popolazione. Possiamo allora sicuramente sostenere che l’iniziativa fu presa da una ristretta minoranza, ma ciò non toglie che nel corso degli eventi la partecipazione delle masse crebbe costantemente. Tuttavia, come accennavo in precedenza, neanche questa minoranza era compatta al proprio interno e ciò fu un altro fattore di non secondaria importanza che contribuì decisamente al fallimento dei primi moti del 1820 e del 1830-31. Difatti essa era frazionata in varie anime che possiamo però con qualche piccola semplificazione ridurre prevalentemente a due: liberali (o moderati) e democratici.
Il liberale credeva che uno stato si dovesse fondare su una costituzione che funga da regola suprema della vita politica e civile. La costituzione ha il ruolo fondamentale di limitare l’esercizio del potere e di garantire la libertà individuale, in particolare quella di opinione. I liberali si riconoscevano nell’istituto monarchico e ritenevano il voto non un diritto naturale, ma una funzione riservata a cittadini particolarmente affidabili (i notabili) per equilibrio, competenze e ricchezza; auspicavano l’articolazione del parlamento in una camera bassa e in una camera alta e sul piano economico avevano una fiducia incondizionata nella funzione auto regolatrice del mercato. Diversa era la figura del democratico, che aveva compreso che nella lotta delle forze
borghesi contro il ritorno del vecchio regime, l’appoggio delle classi popolari diveniva sempre più importante. Del liberalismo il democratico condivide la difesa dei diritti dell’individuo, per estenderli e potenziarli verso una totale eguaglianza. Si battevano per introdurre il suffragio universale e al concetto di sovranità nazionale, tanto caro al liberale, sostituivano quello di sovranità popolare. L’obiettivo era almeno la gestione pubblica della scolarità, sottratta agli enti religiosi e la richiesta di maggiore giustizia in ambito sociale e fiscale.
Il "conto da pagare" per un processo di unificazione nazionale come era stato quello italiano, potremmo dire che si presentò proprio nell’immediato periodo post-unitario. Il 17 marzo 1861 la prima assemblea nazionale, eletta su base censitaria, proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia "per grazia di Dio e volontà della nazione". L’unificazione dell’Italia era in gran parte conclusa (mancavano ancora il Trentino, l’Alto Adige, Trieste, parte del Lazio e il Veneto): in pochi anni aveva trionfato, grazie all’intreccio di vari fattori la strategia piemontese mentre i democratici, pur avendo dato un contributo determinante, erano di fatto sconfitti dai moderati. Il nuovo Stato unitario nasceva come semplice espansione del regno sabaudo; una continuità espressa anche dal fatto che il sovrano conservava il titolo di Vittorio Emanuele II. Al momento dell’unificazione l’Italia era un paese ancora molto arretrato e profondamente diviso. I tempi dell’unificazione erano stati veloci e non avevano permesso di affrontare alcuna delle ragioni di un’arretratezza che diveniva sempre più allarmante a mano a mano che si procedeva da Nord a Sud. Il settore agricolo assorbiva ancora il 70% della forza lavoro e solo il 18% della manodopera era occupata nel settore industriale. Mentre in alcune regioni settentrionali erano diffuse aziende agricole gestite con metodi di produzione capitalistici ed impiego di manodopera salariata, nelle regioni meridionali persisteva la piaga del latifondo e in quelle centrali dominavano i rapporti di mezzadria. Su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, il tasso medio di analfabetismo era del 78%, ma con evidenti dislivelli: nel meridione e nelle isole raggiungeva punte del 90% mentre era del 54% in Lombardia, Piemonte e Liguria. Solo una piccola minoranza parlava la lingua italiana correntemente, mentre nel resto della penisola lo strumento principe per la comunicazione rimaneva il dialetto e lo rimarrà ancora per un lungo periodo.
"Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani". La frase di Massimo d’Azeglio riassume felicemente il nostro problema: l’unificazione politica del paese, che nei decenni precedenti era stato l’ideale di alcune minoranze di patrioti di vario orientamento, si realizzò nel 1861 nel precipitare di una serie fortunata di eventi politico-militari più che per il concorso di robuste forze culturali, sociali ed economiche convergenti. Lo Stato unitario era stato dichiarato, ma un’Italia unita ancora non esisteva. Ai governanti del nuovo regno toccò dunque un compito per certi versi immane: quello di dare fondamenta solide al nuovo Stato Nazionale, che conformemente ai loro orientamenti doveva essere uno Stato liberale. Si trattava dunque di sviluppare la nuova intelaiatura dello Stato amministrativo, un’identità ed una cultura comuni ed infine, non certo per ordine di importanza, di dare al neonato paese una collocazione internazionale. In questo senso, la frase attribuita a d’Azeglio sintetizza egregiamente il grave compito che spettava alle classi dirigenti di quel periodo. Tale frase in questi ultimi anni è sempre più menzionata da vari storici, che si sono via via convinti che gli stati nazionali dell’Ottocento non costituivano tanto l’affermazione di identità nazionali che reclamavano il proprio riconoscimento, quanto una costruzione politica e culturale, strumento allora necessario per lo sviluppo di società moderne (il caso dell’unificazione tedesca presenta molte analogie con quello italiano). Cosa che, ribadisco ancora con forza, mi appare tanto più vera per l’Italia del 1860, che probabilmente in maniera ancor maggiore rispetto ad altri paesi europei del tempo, mancava di un vero passato storico, di un’identità, di ordinamenti civili ed economici unitari. L’unificazione era stata raggiunta, anche se voluta fortemente da alcune minoranze, in maniera fortunosa grazie al compromesso tra manovre diplomatiche, spinte dinastiche ed insorgenza patriottica. Adesso però oltre che unitaria, l’Italia doveva essere liberale e borghese, inserita nel sistema internazionale di mercato allora vigente, basato sulla concorrenza e sulla specializzazione produttiva, ma anche ispirata a un insieme di valori propri dell’epoca, laici e moderati, fiduciosi nei diritti dei singoli, nel mantenimento di una gerarchia sociale stabile e nel progresso. Sul fatto che questi obiettivi siano stati realizzati e se si, con quali limiti e quali caratteristiche i pareri tra gli storici sono assai discordanti. Non potendo in tale contesto approfondire anche questa tematica, ci concentreremo inizialmente sul quadro cronologico che fa appunto da cornice e sfondo ai singoli eventi che più ci interessano e che ovviamente tratteremo in seguito maniera più articolata ed approfondita nei singoli capitoli.
* Alessio Guidotti, docente di storia e filosofia, laureato in Storia (inidirizzo contemporaneo) presso l'Università degli Studi di Bologna. Ha conseguito due abilitazioni all'insegnamento secondario di secondo grado. Tra le sue specializzazioni si possono indicare il titolo di Master in beni culturali ecclesiastici, indirizzo archivistico-bibliotecario, presso l'Università degli Studi di Bologna, sede di Ravenna (dove ha inoltre ottenuto una borsa di studio per i risultati conseguiti), e il Diploma di perfezionamento in La ricerca storica: strumenti e metodi, presso il consorzio interuniversitario For.Com.
Laureando in Lettere, indirizzo moderno, presso l'Università degli Studi di Bologna. Attualmente collabora con il gruppo Cesd, preparazione scolastica ed universitaria.
Pierangelo Raffini
sabato 22 gennaio 2011
Cari antisionisti ascoltate Luther King
Consiglio la lettura di questo libro, unitamente a quello di Sergio Romano "Lettera ad un amico ebreo".
Per inciso nel fine anno sono andato in Israele e il timbro l'ho voluto assolutamente.
Il libro di Battista per chi non riconosce la legittimità dello Stato di Israele
Reduce da un indisponente interrogatorio ai controlli di sicurezza in partenza, il viaggiatore appena sbarcato si presenta allo sportello doganale dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, e si sente formulare un’altra domanda spiazzante. «Il timbro lo vuole sul passaporto o a parte?». La maggior parte dei Paesi arabi, infatti, anche quelli lontani e niente affatto belligeranti, nega l’ingresso a chi porta il timbro d’Israele marchiato sul documento, a prescindere dalla sua nazionalità. È una forma di negazione bislacca, in fondo innocua e facilmente aggirabile: chi non esclude di recarsi nell’universo islamico si fa timbrare un foglio da restituire all’uscita da Israele, lasciando intonso il passaporto. Questa limitazione è dunque una nota quasi folkloristica, ma carica di un significato storico pregnante. Prima ancora che un nemico da combattere, Israele è da sempre per il fronte arabo una realtà da negare, mentalmente e materialmente. Nelle sue invettive, Ahmadinejad non menziona mai per nome il suo destinatario: è «l’entità sionista», un’ombra vaga e fragile, senza consistenza.
Questa negazione «esistenziale» del nemico non è solo un radicalizzare il conflitto, non è solo o necessariamente la spia di una volontà di annientamento. Prima ancora che ostilità assoluta, indica un modo di pensare. È una caratteristica di quel conflitto che da decenni sta alla ribalta della cronaca mondiale, è l’espressione, magari subliminale, del rifiuto di considerare Israele e gli ebrei come una realtà normale o normalizzabile. Il sionismo e lo Stato d’Israele sarebbero una contraddizione in termini, un’esistenza fasulla. A colui che, in modi più o meno obliqui e confessi, non è disposto a riconoscere la legittimità dello Stato ebraico, il diritto degli ebrei a esercitare l’autodeterminazione storica prima ancora che politica, è dedicato il nuovo libro di Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista (Rizzoli, pp. 120, euro 17,50). Non un pamphlet ma decisamente di più, come attesta un illustre precedente, di pari titolo: «Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei… E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio».
Non sono parole di un falco colonial-imperialista, ma nientemeno che di Martin Luther King, scritte nel 1967, subito dopo la guerra dei Sei Giorni. Battista, che si collega indirettamente, per contro, anche alla Lettera a un amico ebreo di Sergio Romano, ripercorre in questo suo nuovo libro gli eventi successivi, focalizza lo sguardo attento sulle costanti (molte, purtroppo) e sui cambiamenti che delimitano ora la questione israelo-palestinese. Ribadisce l’ovvia legittimità delle critiche alle politiche di governo, spiega qual è la differenza tra questo esercizio e l’«ostilità esistenziale». Illustra la particolarità di questo conflitto: la tragedia di rappresentare un simbolo, oltre alla tragedia stessa - guerre, vittime, morti. La «sublimazione» del conflitto, che è la causa della «dismisura» di visibilità e mobilitazione di cui Battista fornisce un’ampia disamina, è tra le cause del suo stallo.
Il sacrosanto diritto dei palestinesi all’autodeterminazione (negata peraltro dal fronte arabo che rifiutò la risoluzione Onu del novembre 1947 con cui si sanciva la nascita di due Stati palestinesi - uno arabo e uno ebraico) confligge, oltre che con il triste presente politico, anche con la «trascendenza» che le hanno assegnato i filopalestinesi e antisionisti (ma perché le due cose devono necessariamente negarsi a vicenda?). Diventata bandiera universale, la questione palestinese si scolla dalla realtà e stagna nel pantano di un presente un po’ rabbioso e un po’ rassegnato, per colpa non solo di un Israele aggressivo o di un’autonomia palestinese passiva, ma anche di quella schiera di amici che l’hanno imbalsamata nell’«incarnazione, il paradigma, il simbolo della Vittima».
Elena Loewenthal - La Stampa
martedì 18 gennaio 2011
Essere Steve Jobs
Mi è piaciuto molto. Come al solito un Steve Jobs si conferma essere un genio anche nella comunicazione. Consiglio la lettura a chi vuol migliorare l'efficacia dei suoi interventi con Power Point o Keynote.
I segreti del più grande venditore di idee dei nostri tempi. D'ora in avanti anche tu potrai stupire il tuo pubblico come Steve Jobs.
Fin dal lancio del primo Macintosh ogni intervento pubblico di Steve Jobs si trasforma in un evento memorabile. Che stia presentando il nuovo iPhone o tenendo un discorso a un gruppo di neolaureati, il genio di Apple riesce a elettrizzare la platea grazie a uno stile unico. Jobs non si limita a dare informazioni ma racconta una storia, pennella un'immagine, trasmette una visione, offrendo ai propri ascoltatori un'esperienza coinvolgente e indimenticabile. Non è un segreto per nessuno che il grande successo dell'azienda di Cupertino si debba anche (qualcuno dice soprattutto¿) alla straordinaria abilità comunicativa del suo capo .Ma il carisma è un talento innato? Assolutamente no. Le abilità e le tecniche di Steve Jobs si possono imparare. In queste pagine l'autore, un esperto communication coach che da anni si dedica all'analisi delle sue presentazioni, illustra tutti i segreti che hanno fatto di Jobs il comunicatore più convincente dei nostri tempi. Grazie agli esempi dettagliati e alle strategie illustrate in questo libro, da oggi anche tu potrai esporre le tue idee, trasmettere il tuo entusiasmo e stupire il pubblico proprio come Steve.Uno strumento indispensabile per chiunque desideri migliorare le proprie doti comunicative - dal CEO impegnato nel lancio di un nuovo prodotto, all'insegnante che voglia coinvolgere i propri studenti, a chi sia semplicemente interessato a "vendere bene" se stesso - e una lettura imperdibile per tutti i fan della mela morsicata e del suo guru.
venerdì 14 gennaio 2011
L'Hagakure: un libro fondamentale
Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose.
Hagakure (1, 79)
L’autore
Yamamoto Tsunetomo vissuto tra il 1659 ed il 1721 è stato un militare e filosofo giapponese, ma è stato soprattutto un vero e proprio Samurai della prefettura di Saga nella provincia di Hizen, al servizio del Daimyo Mitsushige Nabeshima, al cui servizio era entrato all’età di soli 9 anni.
A vent’anni conobbe prima Tannen, un monaco Zen che aveva lasciato il tempio locale in segno di protesta per la condanna di un altro monaco, e Ishida Ittei, un letterato confuciano consigliere di Nabeshima esiliato per più di 8 anni per essersi opposto alla decisione di un daimyo. Quando il suo patrono morì nel 1700, Tsunetomo ebbe alcuni screzi con il successore di Nabeshima e decise pertanto di prendere i voti buddhisti con il nome Jōchō e di ritirarsi in un eremo sulle montagne.
Ormai vecchio, tra il 1709 e 1716 raccontò i suoi pensieri a un altro samurai, Tsuramoto Tashiro; molti di questi riguardavano il padre e il nonno del suo patrono, il bushidō e la decadenza della casta samurai nel pacifico periodo Edo. Tashiro non pubblicò il contenuto delle conversazioni avute con Tsunetomo che molti anni più tardi, con il nome collettivo di Hagakure (葉隱 o 葉隠, Hagakure, ovvero “All’ombra delle foglie”).
Pubblicato per la prima volta nel 1906, ma composto due secoli prima, Hagakure è una delle opere più famose e controverse tramandateci dalla letteratura giapponese. Esso racchiude l’antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi. L’autore, Yamamoto Tsunetomo, vissuto in un’epoca di pace e di conseguente decadenza della figura del samurai, si chiuse in un monastero buddhista, dove per sette anni ammaestrò all’antico codice d’onore il giovane Tashiro Tsuramoto. L’allievo trascrisse le conversazioni avute con il maestro e le raccolse negli undici volumi che compongono “Hagakure”, preziosa testimonianza di un pensiero complesso e positivo, ben diverso dallo stereotipo del kamikaze votato all’annullamento di sé ancora vivo nell’immaginario occidentale. La scelta di aforismi operata dalle curatrici di questo volume mira a far conoscere al pubblico italiano l’attualità e l’universalità dell’etica samurai, e vuole essere un invito alla riflessione e uno strumento per la ricerca interiore.
lunedì 6 settembre 2010
La civiltà dell'empatia
di Jeremy Rifkin, Mondadori, Milano 2010
Ci hanno detto che la vita è lotta. Votata alla competizione. Che vince il più forte, quello più capace di imporsi. “Homo homini lupus”, ci hanno detto che lo stato di natura era una guerra di tutti contro tutti, dove è fondamentale curare, tutelare e proteggere i propri confini. Dagli altri. Ci hanno detto che l’uomo è pura razionalità. Quanto c’è di vero? Gli altri sono davvero così pericolosi? Vale ancora il “cogito ergo sum”? O ci stiamo avvalendo di modelli ormai inattuali?
Ci hanno detto che la vita è lotta. Votata alla competizione. Che vince il più forte, quello più capace di imporsi. “Homo homini lupus”, ci hanno detto che lo stato di natura era una guerra di tutti contro tutti, dove è fondamentale curare, tutelare e proteggere i propri confini. Dagli altri. Ci hanno detto che l’uomo è pura razionalità. Quanto c’è di vero? Gli altri sono davvero così pericolosi? Vale ancora il “cogito ergo sum”? O ci stiamo avvalendo di modelli ormai inattuali?
Studi scientifici biologici e neurocognitivi hanno dimostrato che l’uomo non nasce per natura cattivo. Anzi, nasce pronto a condividere, a sentire e ad immedesimarsi nello stato d’animo di altri uomini, a compartecipare con i propri simili.
Proprio sulla scorta di queste recenti scoperte, l’economista e guru della green economy Jeremy Rifkin offre la sua ricostruzione storica e sociologica della società attraverso l’affermarsi dell’empatia nell’uomo, in movimenti non sempre fluidi, antitetici a quelli dell’entropia: “Pur colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del pianeta”.
Nella civiltà dell’empatia ci sono inediti strumenti di condivisione e di interconnessione, che Rifkin ravvisa come la vera forza e il vero motore della Terza Rivoluzione Industriale, che porterà al superamento delle crisi.
La convergenza tra le nuove tecnologie e le energie rinnovabili ridiede proprio nella diffusione e della condivisione. Twitter, Facebook, Wikipedia e le diverse applicazioni di Internet in genere sono nate dal basso, con sistemi basati sulla diffusione, sulla condivisione, sulla partecipazione, sull’annullamento delle distanze. E allora perché non applicare questo modello anche alle fonti rinnovabili? Secondo l’autore ogni casa diventerà una piccola centrale produttrice di energia attraverso il sole, il vento, il calore, l’immondizia. Il surplus non consumato dalla singola abitazione verrà messo a disposizione e condiviso secondo il modello di sharing tanto caro a Internet. Anche in campo energetico avrà successo il modello della “politica della biosfera”, che al contrario della geopolitica “si fonda sull’idea che la terra è come un organismo vivente, fatto di relazioni interdipendenti, e che ciascuno di noi può sopravvivere solo mettendosi al servizio della più vasta comunità di cui fa parte”.
Un saggio lucido e interessante, che con stile divulgativo offre un’osservazione storico-psicologica e culturale della nostra società, con frequenti richiami alla vita sociale di tutti i giorni. Il vero pregio di questo libro (librone, sono 570 pagine) è di fare sentire protagonisti, chiamati in causa, volenti o nolenti nel salvare la terra: “a un certo punto ci renderemo conto che condividiamo lo stesso pianeta, che siamo tutti coinvolti e che le sofferenze dei nostri vicini, non sono diverse dalle nostre”. La domanda finale è questa: “possiamo raggiungere l’empatia globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e salvare la terra?". Possiamo?
domenica 15 agosto 2010
CADUTA LIBERA
Leggendo questo libro scritto da Nicolai Lilin, mi sono tornati alla mente i romanzi di guerra di Swen Hassel ( Maledetti da Dio,...) letti a fine anni '60 primi '70, probabilmente per un certo stile diretto, crudo, tagliente e disincantato nel raccontare la guerra. Hassel combatteva forzatamente nella Wehrmacht contro i russi, Lilin è un ragazzo siberiano, allora diciottenne, arruolato e costretto a combattere anche lui in uno dei reparti più pericolosi, quello dei sabotatori, con il compito "di fare il cecchino", durante il servizio di leva obbligatorio di due anni. Destino che ha accomunato molti giovani soldati russi al tempo della seconda guerra cecena dal 1999-2006. Scrive della sua esperienza in quella guerra e descrive in modo molto realistico quello che accade in guerra, soprattutto in quelle "non troppo convenzionali" dove il nemico spesso adotta tattiche di guerriglia e sfrutta i boschi e le città. Un libro che ho letto a "spron battuto" perchè la tecnica descrittiva ti porta a leggere al ritmo delle azioni descritte. E' stata certamente, come tutte le guerre, un'esperienza durissima che ha segnato Lilin e lo ha quasi condotto all'emarginazione sociale al suo ritorno. E' un'esperienza forte anche per il lettore. A me il libro è piaciuto.
lunedì 9 agosto 2010
Venuto al mondo

Un romanzo duro e commovente che attraversa fatti storici a noi vicini, la guerra nella ex Yugoslavia e l'assedio di Sarajevo, ma lontani nella capacità di coglierne tutta la brutalità e i controsensi. La Mazzantini è bravissima, molto documentata sui fatti accaduti, è riuscita a scrivere, tra l'altro in modo stupendo, un romanzo ricco fino alla fine di colpi di scena con intrecci di storie incredibili che rivelano una mente ed una capacità incredibile. Non mi vergogno a confessare che mi sono commosso e ho pianto in molti punti. Ho letto molto su quella guerra e lei riesce a trasferire bene al lettore le situazioni, i sentimenti e le emozioni. Brava comunque in tutto il romanzo nella descrizione delle diverse situazioni e dei profili dei personaggi. Buon sangue non mente, avevo già letto i libri di suo padre (il primo fu "A cercar la bella morte"), ma la figlia Margaret è veramente straordinaria.
Consiglio assolutamente la lettura.
domenica 1 agosto 2010
ADESSO BASTA di Simone Perotti
"Un uomo libero che non sappia cosa fare della sua libertà e' schiavo e disperato tanto quanto un uomo che non possa mettere in pratica i suoi progetti, i suoi sogni."
Ho appena terminato di leggere il libro "Adesso basta" di Simone Perotti e mi e' piaciuto. Un libro indirizzato in particolar modo a professionisti, manager e imprenditori che svolgono normalmente un'attività molto frenetica. Pertanto mi ci sono ritrovato. Penso che chi vive in una grande città, soprattutto al nord, sia in grado di godere ogni momento del libro. Per me che mi muovo sull'asse Milano-Roma per lavoro, ma vivo in provincia e nella fattispecie in Emilia Romagna, la qualità di vita e' decisamente superiore. Questo pero' non toglie nulla al tema trattato nel libro, veramente interessante e ricco di spunti di riflessione. Ho condiviso la grande parte delle considerazioni fatte, sia sul tema del lavoro, della vita e della società. Ho trovato nel libro anche una "segreta funzione", la trattazione e' svolta con un incedere che e' propedeutica al messaggio contenuto nel libro stesso di riappropriarsi del tempo e della propria vita. Ci sono parti intere da incorniciare e tenere sul comodino per rileggerle. Consiglio assolutamente.
mercoledì 9 giugno 2010
Chiesa e Capitalismo
Ho letto con molto interesse questo libretto e l'ho trovato ricoo di spunti e riflessioni. Trovando un'ottima recensione sul Corriere della Sera, che rispecchia il mio pensiero, a cura del bravo Claudio Magris, la riporto di seguito.
I limiti (e i pregi) del capitalismo: proposte per correggere i difetti
Nuove regole e mentalità contro la speculazione selvaggia.
Nella Famiglia Moskat di Singer, un personaggio crede nel capitalismo, perché lo considera fondato su leggi di natura e sulla stessa natura umana. È facile obiettare che esso è una realtà storica, mutevole e transeunte come ogni altra; non per questo è meno «naturale», in quanto la Natura è l’incessante nascere e perire di tutte le cose, continenti che emergono, specie che si estinguono, imperi che dominano e si dissolvono, società che decadono, in tempi ora lunghi ora brevi. D’altronde la natura e la vita—e dunque pure un sistema economico — non vanno assecondati in ogni loro manifestazione: cerchiamo di combattere i terremoti, gli tsunami, le malattie e ciò che le provoca, la fame e le condizioni politiche e sociali che ne sono causa.
I DISASTRI DEL CAPITALISMO L’odierna crisi economica mondiale, che tamponata da una parte riesplode da un’altra come le fognature intasate fanno saltare ora l’uno ora l’altro tombino, non induce a contestare ideologicamente il capitalismo, ma a cercar di capire il perché di questi suoi disastri e come porvi rimedio. Nel suo saggio Chiesa e capitalismo—non un’endiadi né una contrapposizione, ma un dialogo alla ricerca di correttivi a quei disastri—Giovanni Bazoli sottolinea come all’espansione capitalista sia legato il progresso del tenore di vita di tante persone e regioni del mondo, mettendo altresì in evidenza la cresciuta diseguaglianza fra chi vive dignitosamente e gli innumerevoli dannati della terra. Cercare di correggere i difetti di un sistema non significa misconoscere i suoi pregi e tantomeno dichiararlo «fallito», nemmeno quando un suo determinato assetto storico appare inadeguato alla nuova realtà. C’è un diffuso compiacimento di dichiarare il fallimento di un movimento (politico, sociale o economico) quando la sua fase progressiva appare conclusa o declinante. Tutti, alla fine, perdono. Anche Luigi XIV, alla fine del suo regno, lascia una Francia spossata, pure Napoleone viene sconfitto a Waterloo ed esiliato. Dobbiamo considerare perdenti e fallimentari la politica del Re Sole o l’impero napoleonico che col suo codice ha propagato i diritti civili in quasi tutta Europa? Oggi c’è chi si sciacqua la bocca col fallimento —o l’eclissi—del socialismo, dimenticando, con un piccino risentimento ideologico, ciò che ha fatto e ciò che significa il socialismo nella sua storia, che cosa saremmo senza le sue conquiste, oggi premessa pure della possibilità di rivederle.
CHE FARE? Ma Bazoli si sofferma soprattutto sui mali prodotti da un capitalismo allegramente selvaggio, che si è nutrito e gonfiato di bolle d’aria più che di economia reale e rischia la rovina, perseguendo con miope avidità un profitto immediato, che alla fine si rivela controproducente per tutti. Anche il capitalismo pone dunque alla sua classe dirigente la domanda che a suo tempo il comunismo poneva alla propria: Che fare? Così s’intitola infatti il saggio di Lenin del 1902, derivato da un romanzo di Cernyševskij. Bazoli invoca sostanzialmente due cose: nuove regole e una trasformazione della mentalità di imprenditori e operatori economici. Il suo cattolicesimo lo induce a porre un forte accento sull’autorinnovamento spirituale e sull’impegno personale; il cristianesimo è essenzialmente «metanoia», radicale rinascita a nuova vita che comprende tutto l’uomo, in tutti gli ambiti della sua esistenza e dunque pure in quello del suo operare economico. Ma in questo caso la situazione è particolarmente complicata. Il singolo individuo può scegliere un modo più saggio e più umano, e alla lunga più soddisfacente, di condurre la propria vita e dunque pure i suoi affari, anche accettando un minore profitto immediato in cambio di prospettive più sicure e tranquille; per quel che lo riguarda personalmente, può fare questa scelta anche se gli altri si comportano diversamente. Ma se un imprenditore — dal cui guadagno dipende pure quello dei suoi dipendenti —opera in una situazione in cui domina una brada corsa al guadagno immediato anche a costo di pericolosi squilibri, difficilmente può permettersi di restare anche solo per un breve periodo indietro, col rischio di danneggiare irreparabilmente la sua azienda e coloro che da essa traggono lavoro e sostentamento.
VOLATA SELVAGGIA È come se in un cinema tutti si alzassero in piedi: è una stupidaggine, ma non si può restare seduti, se si vuole vedere il film. La frenetica assurdità di alzarsi in piedi al cinema è del resto un simbolo di tutto il nostro vivere e operare. Anche nella promozione culturale la necessità di apparire, di mettersi in mostra e di «partecipare» è di per sé una calamità—rovina la vita e i suoi piaceri legati all’ozio e alla libertà zingaresca, costringe a usare quasi tutto il tempo per parlare di ciò che si è e che si è già fatto, ostacolando l’invenzione e la ricerca di esperienze nuove. Ma questa calamità è inevitabile, perché un artista che resta seduto mentre tutti si alzano non solo non vede, ma, cosa ben peggiore, non viene visto. Il profitto selvaggio e immediato, perseguito con vantaggio a breve e svantaggio a lungo termine, non caratterizza solo il campo specificamente economico, ma impera in tutti gli altri e in particolare in quello, anch’esso economico, che è la produzione e il consumo culturale. Ormai la volata è così selvaggia, disordinata e spudorata, che è difficile sopravvivere, almeno provvisoriamente, senza stare al suo passo. È difficile saltar giù dal treno in corsa, specie per chi in tal modo ne trascinerebbe altri, anche se si sa che prima o dopo il treno deraglierà disastrosamente per tutti.
QUALI REGOLE? È dunque arduo affidarsi a quel pur auspicabile cambiamento di mentalità, di cultura e di etica per correggere la legge della jungla sempre più e sempre più dissennatamente sfrenata. Inoltre la crisi che investe—sembra alle radici—la nostra realtà economica, con tutte le conseguenze sociali e politiche immaginabili, rischia di rendere patetiche o almeno nobilmente astratte e retoriche le discussioni sul rinnovamento morale e spirituale. Restano, allora, le regole, quei meccanismi generali e freddi necessari alla società civile affinché ognuno, rispettandoli e venendone tutelato, possa vivere serenamente la sua calda vita, come la chiamava Saba. È un problema sempre più assillante, come hanno mostrato la recente discussione fra Guido Rossi e Giulio Tremonti sul libro di Michele Salvati e tanti dibattiti e interventi che continuano a susseguirsi. Ma quali regole, precisamente? E garantite da quale forza in grado di farle veramente rispettare? Le regole devono avere una loro almeno relativa stabilità e come possono fronteggiare i vertiginosi cambiamenti della crisi, come notava di recente sul «Sole 24 Ore» Giuliano Amato a proposito dell’atteggiamento europeo, mutato così rapidamente, nei confronti dei mercati finanziari? Un ignorante di economia come me, quando legge che occorrono misure di austerità, ma che un Premio Nobel dell’economia come Stiglitz, già consigliere di Clinton e ai vertici della Banca mondiale, le ritiene un disastro, ha l’impressione di una nave senza nocchiere in gran tempesta.
DOMANDE A parte tutto questo, il nuovo capitalismo, che così spesso si è sciacquato la bocca con la «deregulation », può accettare, senza incepparsi con rovina di tutti, regole forti e neutrali ossia limiti alla sua espansione, oppure è già andato troppo oltre per potersi fermare o anche per poter moderare la velocità della sua spirale? Può correggersi al fine di offrire delle possibilità a tutti, affinché non accada, come nella parabola evangelica degli operai della vigna, che alcuni, anzi molti non abbiano nessuna opportunità? Nella parabola evangelica, sottolinea Bazoli, gli operai che arrivano all’ultima ora vengono pagati come gli altri operai che hanno lavorato l’intera giornata, perché prima di quell’ora nessuno aveva dato loro la possibilità di lavorare. Ma come fa un imprenditore, anche il più onesto, a comportarsi da giusto come il Signore? Domande, domande, domande, diceva Brecht.
sabato 9 gennaio 2010
Volare alto
Sono un appassionato di autobiografie. In Italia, diversamente dagli Stati Uniti non ce ne sono molte e l'annuncio di quella di Matteo Marzotto mi ha incuriosito e interessato. So che è facile dire questo, ma sono un ammiratore di Matteo per il suo modo di essere, così "stiloso" e attento alla sua immagine, ma anche concreto e attento ai problemi della società e del Paese. Con tutte le differenze del caso incarna il mio modo di essere e, dopo aver letto il libro, dico anche il mio modo di vedere le cose.
Il libro mi è piaciuto molto soprattutto nei capitoli Vivere e Lavorare oltre all'Introduzione, quest'ultima una fotografia esatta del mio pensiero. Sono sempre assetato e curioso della visione della vita e del metodo applicato nel lavoro delle persone che, in qualche modo, si possono definire di successo nei loro campi. Ci sono sempre spunti e particolari che ti possono aiutare o far riflettere sulla tua vita e su ciò che fai. Non nascondo che avrei gradito un maggiore approfondimento sulla parte del lavoro, sul modo in cui si organizza, come gestisce i problemi, ecc., ma in fondo il sotto titolo recita "quel che ho imparato fin qui dalla vita". Vista l'età ha ulteriori opportunità per scrivere di questo.
Un libro che si legge bene, volentieri e che consiglio. In tutti i casi date un piccolo, ma sempre importante, contributo alla ricerca sulla Fibrosi Cistica. Infatti i diritti d'autore del libro saranno interamente devoluti alla Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica. Anche questo è un modo per far capire che il mondo molte volte si muove per luoghi comuni e la società è portata a giudicare le persone senza conoscerle fino in fondo. Il fatto di tenere alla propria persona, avere passioni, voler continuamente mettersi alla prova e cercare di "volare alto", non è sinonimo di superficialità, arroganza o presuntuosità.
domenica 8 novembre 2009
La grande baldoria
Ho appena terminato di leggere questo libro e trovando su "La pagina aubertiana" (un Blog di una libreria di Aosta), una recensione che combacia perfettamente con ciò che penso del libro, la pubblico perchè molto completa e esaustiva.
La Grande Baldoria è un incredibile affresco del capitalismo finanziario qui incarnato dal Miglio Quadrato (una dei nomignoli più ricorrenti assieme a quello di "City" per evocare l'epicentro borsistico di Londra), specchio di una società e di una mentalità che con la globalizzazione sembrano ormai invasivi a livello mondiale.
Attraverso una prosa sciolta, fresca e giovane Freedman rievoca i suoi trascorsi da broker e raccoglie un'enorme quantità di materiale documentario catturando accattivanti interviste ai protagonisti della City. Introducendoci ai termini tecnici (broker, dealer, headge fund, DCO, Subprime, ecc.) in maniera vivace e colorita Freedman cattura una serie di istantanee per larghi tratti impietose, dipingendo una classe dirigente completamente fuori dalla realtà nonchè priva della benchè minima moralità. Nient'altro che un ammasso di esseri poco meno che automatici il cui unico fine è far soldi per fare altri soldi, con modalità che lo stesso autore accomuna in maniera pericolosa al gioco d'azzardo e ad una mentalità al limite della schizofrenia collettiva. La cosa sorprendente è che Freedman ottiene tutto ciò con un linguaggio semplice e diretto, sempre alla portata di un lettore tendenzialmente ignorante e avulso da nozioni economiche e finanziarie.
Altro dato interessante è il carattere essenzialmente descrittivo della narrazione, quasi a sfondo documentario., lasciando al lettore il compito di formulare un giudizio complessivo sulle varie vicende. L'autore si astiene infatti dal condannare il comportamento dei suoi ex colleghi, anzi tende a difenderli, come una categoria che lungi dall'essere un'accozzaglia di banditi e truffatori appare nient'altro che un riflesso estremo di una società e del suo sistema di valori. Sono questi, ed altri attori ipocriti (duri gli attacchi verso Gordon Brown e la mentalità progressista laburista e democratica) ad essere i veri protagonisti di fondo della crisi finanziaria del 2008. Una crisi che affonda quindi le sue radici nei presupposti di un sistema malato all'origine, non nelle sue propaggini più macabramente estetiche (il settore finanziario).
Attraverso una prosa sciolta, fresca e giovane Freedman rievoca i suoi trascorsi da broker e raccoglie un'enorme quantità di materiale documentario catturando accattivanti interviste ai protagonisti della City. Introducendoci ai termini tecnici (broker, dealer, headge fund, DCO, Subprime, ecc.) in maniera vivace e colorita Freedman cattura una serie di istantanee per larghi tratti impietose, dipingendo una classe dirigente completamente fuori dalla realtà nonchè priva della benchè minima moralità. Nient'altro che un ammasso di esseri poco meno che automatici il cui unico fine è far soldi per fare altri soldi, con modalità che lo stesso autore accomuna in maniera pericolosa al gioco d'azzardo e ad una mentalità al limite della schizofrenia collettiva. La cosa sorprendente è che Freedman ottiene tutto ciò con un linguaggio semplice e diretto, sempre alla portata di un lettore tendenzialmente ignorante e avulso da nozioni economiche e finanziarie.
Altro dato interessante è il carattere essenzialmente descrittivo della narrazione, quasi a sfondo documentario., lasciando al lettore il compito di formulare un giudizio complessivo sulle varie vicende. L'autore si astiene infatti dal condannare il comportamento dei suoi ex colleghi, anzi tende a difenderli, come una categoria che lungi dall'essere un'accozzaglia di banditi e truffatori appare nient'altro che un riflesso estremo di una società e del suo sistema di valori. Sono questi, ed altri attori ipocriti (duri gli attacchi verso Gordon Brown e la mentalità progressista laburista e democratica) ad essere i veri protagonisti di fondo della crisi finanziaria del 2008. Una crisi che affonda quindi le sue radici nei presupposti di un sistema malato all'origine, non nelle sue propaggini più macabramente estetiche (il settore finanziario).
Quasi in maniera inconsapevole Seth Freedman traccia di fatto un atto d'accusa enorme verso il capitalismo e il liberismo sfrenato, intesi soprattutto come sistemi incapaci di garantire un'adeguato livello di vita psicofisica all'individuo medio, facendolo invece entrare in una spirale in cui ciò che conta viene ad essere esclusivamente il profitto.
Seth Freedman, giornalista e scrittore, vive a Gerusalemme. Collabora con il Guardian, dove i suoi articoli hanno suscitato il record di risposte da parte dei lettori. Prima di trasferirsi in Israele ha lavorato come agente di borsa nella City per sei anni. Il suo primo libro, Can I bring my own gun? è uscito nel gennaio 2009
giovedì 15 ottobre 2009
Onora il Padre
Alcuni giorni fa è stata data la notizia della morte di Tommy Berger, di cui avevo letto il suo libro "Onora il padre". Mi aveva colpito molto il racconto della sua storia, tanto che al termine della lettura, gli avevo anche scritto esternandogli le mie emozioni. Una storia che spesso si ripete, soprattutto quando ci sono dei soldi, molti soldi. La sua testimonianza riporta il susseguirsi di eventi che portano, i figli, ad appropriarsi del capitale creato dallo stesso Berger nella sua vita. Una vita non semplice, ma di un uomo dalle grandi intuizioni ed enorme tenacia nel perseguire globiettivi. Lui dichiarava di aver scritto il libro per far conoscere a tutti ciò che gli era accaduto e aveva disposto che fosse regalata una copia del libro, al compimento del 18 compleanno, ad ogni nipote perchè potessero giudicare l'operato dei propri genitori. In tutti i casi, una storia molto triste.
Hag, Faemino, Digerselz, Fonti Levissima. Sono i grandi marchi che si legano a Tommaso Berger, imprenditore di origini austriache e morto all'eta' di 80 anni mentre si trovava a Rio De Janeiro. Negli Anni 50 e 60 fu proprietario dello stabilimento della 'Crippa&Berger-Fonti Levissima' di Cepina (Sondrio) decretando il salto di qualita' del marchio tanto che nei primi anni '90 la maggior parte dei 300 miliardi di lire di fatturato medio annuo proveniva proprio dallo stabilimento della Valtellina, gia' all'epoca considerato asset strategico. Bergher era nato a Vienna da una ricca famiglia ma era sostanzialmente cresciuto a Milano dove il padre dirigeva la branca italiana dell'azienda ereditata dal nonno. Le leggi razziali lo indussero, nel 1938, a fuggire in Svizzera. Torno' nel capoluogo meneghino con la Liberazione. E' il 1951 quando assume la guida dell'azienda in concomitanza con la morte del padre. Ed e' qui che crea uno dei piu' grossi imperi industriali nel settore alimentare italiano: dal caffe' Hag (marchio rilevato nel '50 da un industriale tedesco), alle acque minerali Sangemini e Fiuggi, oltre a Levissima. Berger ha sempre creduto nella pubblicita' sin dai tempi di Carosello. In anni successivi passo' anche a prodotti non alimentari: la pomata Vegetallumina inventata dal padre e lanciata definitivamente sul mercato da Tommaso Berger e il lucido per scarpe Guttalin. Tutti i marchi da lui detenuti furono venduti nel 1992 alla Garma di Raoul Gardini.
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