domenica 12 aprile 2009

Il capitalismo egoista

Da La Repubblica a cura di Federico Rampini: PROCESSO AL CAPITALE - Se i mercati cancellano l' etica (sezione CULTURA )
Ci sono idee che aspettano il loro momento per essere riscoperte. Di colpo vengono baciate dal successo perché degli eventi traumatici ci costringono a cambiare la nostra percezione del mondo. È il caso del lavoro di Oliver James, psicoterapeuta inglese che da anni elabora una diagnosi "clinica" sul capitalismo contemporaneo. Nel suo ultimo saggio, Il capitalista egoista James perfeziona la sua tesi.
In ogni nazione dove è stata introdotta la versione più avanzata del capitalismo, osserva, la maggioranza dei lavoratori ha visto diminuire la propria quota del reddito nazionale mentre una minoranza di privilegiati si è arricchita enormemente. La sicurezza del posto di lavoro è calata. Un progresso nel reddito dei ceti medio-bassi, quando c' è stato, è dovuto all' aumento delle donne che lavorano: ma non è priva di costi psicologici la pressione esercitata su entrambi i genitori affinché svolgano un lavoro retribuito quando i figli sono ancora piccoli. In parallelo con l' innalzamento dei consumi individuali c' è una crisi del risparmio, l' accesso alla proprietà della casa è difficile, la vita personale è stata colonizzata dal lavoro.
Questi danni non sono nuovi ma James ritiene che siano aumentati con l' avvento del "capitalismo egoista": una forma patogena, con effetti distruttivi sul nostro equilibrio mentale. Per "capitalismo egoista" James intende quel sistema d' ispirazione angloamericana che altri hanno chiamato supercapitalismo, turbo-capitalismo, iperliberismo, mercatismo.
James definisce così i suoi tratti distintivi: «Il primo è che il successo di un' azienda è giudicato dalla sua quotazione in Borsa, invece che dalla sua forza intrinseca o dal contributo che può offrire alla società. Il secondo è una forte spinta a privatizzare i beni e i servizi della collettività. Il terzo è una regolamentazione minima dei servizi finanziari e del mercato del lavoro, tesa a favorire i datori di lavoro rendendo più semplici i licenziamenti. Inoltre l' imposizione delle tasse non punta a redistribuire la ricchezza: per le grandi aziende e per i ricchi è più facile evitarle e rifugiarsi nei paradisi fiscali».
Il capitalismo egoista è ansiogeno non solo per la pressione sulla produttività del lavoro e lo stress da competizione, ma anche perché alimenta aspirazioni malsane. «Nella società del Grande Fratello molte persone pensano che anche loro un giorno potranno essere famose. Le tossine più velenose per il benessere sono racchiuse nell' idea che la ricchezza materiale è la chiave del successo, solo i ricchi sono vincenti e l' accesso alle sfere più alte della società è consentito a chiunque; se non ci riuscite c' è solo una persona cui potete dare la colpa: voi stessi». La pressione sull' individuo viene aumentata dal diffondersi di un darwinismo sociale che giustifica le politiche economiche neoliberiste. L' espressione "sopravvivenza del più forte" giustifica crescenti disparità di ricchezza. Chi sta in fondo ansima e soffre in silenzio, o si sfoga su chi gli sta vicino.
L' opera di James s' inserisce in una tradizione illustre. Alcune fra le pagine più durevoli di Karl Marx riguardano l' alienazione nella società capitalista. L' analisi dell' ingranaggio consumista ha sedotto l' economista John Kenneth Galbraith con La società opulenta e il sociologo Vance Packard con I persuasori occulti, due saggi che alla fine degli anni Cinquanta illuminarono i "bisogni indotti". James ha due autori di riferimento importanti. Il francese Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia moderna, che con il suo studio sui suicidi nell' Europa del XIX secolo mise in evidenza i costi umani prodotti da industrializzazione e urbanizzazione. Il secondo autore è lo psicanalista Erich Fromm, tedesco emigrato negli Stati Uniti. La sua critica del materialismo formulata oltre mezzo secolo fa ( Psicoanalisi della società contemporanea, 1955), secondo James contiene tutti gli elementi di una diagnosi attuale.
«Abbiamo - scriveva Fromm - un' alfabetizzazione superiore al 90 per cento, abbiamo radio, tv, cinema, un quotidiano per tutti. Ma invece di concederci il meglio della letteratura e della musica passate e presenti, questi mezzi di comunicazione, coadiuvati dalla pubblicità, riempiono le menti con la peggior spazzatura, priva di qualunque senso di realtà».
Sempre Fromm sosteneva che fossimo divenuti caratteri mercantili: «Il valore dell' individuo dipende dalla sua vendibilità. L' abilità e le competenze non sono sufficienti: bisogna anche essere capaci di "comunicare la propria personalità" nella competizione con gli altri. Buona parte di ciò che viene chiamato amore è ricerca di approvazione. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, non solo alle quattro del pomeriggio ma anche alle dieci e a mezzanotte: sei in gamba, vai bene».
Una società che promuove machiavellismo e camaleontismo, che accentua le diseguaglianze sociali ed esaspera l' inseguimento di ogni status-symbol, che esalta la selezione del più forte e umilia gli sconfitti, merita la severa denuncia che fu fatta da Fromm e che James attualizza. Il lavoro dello psicologo inglese convince meno quando individua negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna una patologia molto più grave che negli altri paesi; e ritiene che i livelli di "stress emotivo" nel capitalismo angloamericano sono di gran lunga superiori. James si limita alla sindrome dello stress emotivo definita dall' Organizzazione mondiale della sanità. Dalle ricerche dell' Oms trae il principale sostegno alla sua tesi: lo stress emotivo nei paesi anglosassoni risulterebbe molto superiore all' Europa continentale, al Giappone, ai paesi emergenti. James riconosce uno dei rischi di queste statistiche: le indagini sul terreno possono dare risposte viziate da culture diverse. Stupisce il fatto che lo stress emotivo risulti bassissimo in Cina, dove il "darwinismo sociale" è forte, la selezione nel sistema scolastico è spietata, la competizione sul mercato del lavoro raggiunge punte estreme. Resta il fatto che Il capitalista egoista ha il dono della tempestività. Coglie l' aria del tempo che viviamo. Interpreta la traumatica delusione verso le promesse di un modello economico, oggi imploso per le sue contraddizioni. E nella saggezza dello psicologo c' è anche spazio per uno squarcio di speranza:
«È possibile che un' alternativa migliore sia proprio dietro l' angolo e che, per quanto pazzi possiamo essere, alla fine riusciremo a far prevalere il buonsenso».

Riflessione pasquale

Ad un certo punto ti rendi conto che non ti interessa più relazionarti con chi persegue solo il proprio interesse, con chi è estremamente critico su ogni cosa o pensa di avere sempre la verità, di capire sempre - dopo - come andranno le cose. Tutti noi siamo circondati da qualcuno "che te l'aveva detto prima...", che in ogni situazione riesce prima di tutto a mettere in evidenza ciò che non funziona, che non è mai positivo nelle sua visione o che ti fa notare come poteva essere fatto meglio. Per tanto tempo magari lasci correre poi, piano piano, avverti un fastidio sempre maggiore che ti assale dentro fino a renderti sempre più insofferente. Cerchi di tollerare per un , ti racconti che la vita è fatta in questo modo, pensi che ci sia qualcosa che non funziona nel tuo modo di pensare, valuti tutte le possibilità. Alla fine, può essere per merito di un viaggio o di un periodo di concentrata riflessione, comprendi la realtà e tutto diviene estremamente chiaro. Quel momento lo avverti bene, perchè ti senti sollevato, respiri meglio, comprendi di essere più libero e felice. Quello "è il momento" per diventare completamente te stesso. Senza paure, inibizioni, forzature e condizionamenti.

lunedì 6 aprile 2009

Le Bistrot, sempre meglio

I cambiamenti sono sempre salutari. Solitamente danno nuove energie, portano creatività e voglia di fare. Il ristorante Le Bistrot non ha fatto eccezzione. Da quando si è spostato da Dozza per aprire all'inizio della via Sellustra ho notato un ulteriore salto di qualità. Innanzi tutto nonostante il locale si trovi collocato in un immobile industriale dove sono presenti attività di produzione, l'architettura interna e l'arredamento risultano molto piacevoli e caldi, sebbene ci siano soffitti molto alti. L'uso del legno, dei colori giusti e un piano rialzato che lascia però uno spazio di fuga verso l'alto di una parte di sala, risultano in perfetto equilibrio e ci si dimentica velocemente della collocazione esterna. Anche la cucina è migliorata nella nuova "location", in precedenza non mi dispiaceva ma la trovavo un pò troppo "barocca" nella sua composizione, con piatti pieni anche di sapori importanti. Oggi la trovo più equilibrata, più mirata, meglio focalizzata sul piatto proposto, con un tocco sfizioso che prima veniva a mancare perché troppo opulenta. I titolari sono Angelo Costa e Daniele Sangiorgi - quest'ultimo è il Maestro di Cucina - e normalmente rimangono in "sala di comando", le uniche volte che li ho visti in sala è stato in occasioni di cerimonie o cene importanti. La gestione del servizio è lasciato ad alcune ragazze che ho sempre trovato premurose e attente. La carta vede una generosa presenza di piatti di pesce anche se non vengono tralasciati quelli del territorio. A conferma dell'attenzione posta per i prodotti locali viene presentato anche un bel "menù del paniere", ottimo, anche se di un'abbondanza di ormai antica memoria, come ho potuto valutare di persona. In realtà tutti i piatti sono generosi e il consiglio è di non esagerare subito nel numero di portate, ne va a discapito della soddisfazione dei sensi. Tra i piatti mi piace evidenziare l'insalata di calamari croccanti con aceto balsamico, la zuppetta di moscardini e ceci e lo sformatino di baccalà negli antipasti, degli ottimi maccheroni artigianali, la vellutata di porri e patate e la lasagnetta gratinata nei primi, grande - in tutti sensi - la fantasia di formaggi con confetture come secondo, oltre ad esempio al cartoccio di mazzancolle con verdure fritte e vari tipi di carne. Finale da "grandeur" con i dolci, specialmente il tris.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani-L'Informazione di domenica 5 aprile 2009
Ristorante LE BISTROT - Via Valsellustra 18 - 40060 DOZZA (BO) - ITALY - chiuso il martedi - Tel 0542 672122

sabato 4 aprile 2009

I particolari che fanno le differenze


Eleganza, understatement, contro incuria e mediocrità, nel vestire. A volte basta poco, la sottile differenza tra l'apparire dignitoso nell'abbigliamento - non è necessario essere campioni di eleganza - e trasandato o poco curato. Normalmente questi ultimi si difendono affermando di non essere interessata alla cosa, in qualche caso è vero ma i più sono disattenti o, banalmente, poco curiosi di conoscere le poche regole basiche del buon vestire. Così mi piacerebbe che le persone che vedo con l'etichetta sulla manica della giacca o del cappotto, ancora puntata - non cucita, perché il produttore vuole mettere in evidenza il materiale di pregio utilizzato - le togliessero appena acquistato il capo e non le tenessero pensando che sia così il confezionamento... Oppure anche se compriamo in saldo, o al mercato una giacca (non c'è nulla di disonorevole, ognuno si gestisce come preferisce), utilizziamo una sarta o un "taglia & cuci" per far accorciare la manica, in modo che non copra metà del palmo. Stessa cosa per i pantaloni, non dovrebbero vedersi dieci centimetri "di abbondanza" sulla scarpa effetto sacco sgonfio, tanto l'età della crescita è superata e comunque vi stancherete prima. O ancora l'utilizzo di capi spalla che riuscivamo a chiudersi in tempi giovanili, camicie lise nei colletti o nei polsini (c'è una catena di franchising che per 99 € vi da 3 camicie...), cravatte stropicciate o allentate al collo (i ragazzi ribelli anni '70 sono finiti), piuttosto non utilizzatela, non si richiede più questo formalismo dal momento che anche Marchionne si presenta in - elegante - maglione blu. Orribile poi la mai tramontata, purtroppo, giacca blu/blazer con i jeans o un bell'abito a cui vengono abbinate scarpe che hanno visto l'ultima lucidatura dal produttore... Che dire poi dell'ostinatezza con cui persone sovrappeso continuano a indossare maglioni a righe orrizontali con il risultato di aumentare le proprie dimensioni alla vista (ricordarsi che il blu e il grigio snelliscono o un bel giallo "caldo" vi rende più armoniosi). Insomma dettagli - o forse no - che permettono di fare la differenza...

giovedì 2 aprile 2009

L'ultima beffa: aranciata senza arance

Sì del Senato alla legge Ue: bastano aromi e coloranti. Coldiretti: la vittoria dei cibi finti
di Lucia Granello
E venne l'ora delle aranciate senza arance. Con l'approvazione dell'articolo 21 della annuale Legge Comunitaria, ieri il Senato ha dato il via libera alla commercializzazione di bibite con colore e aroma d'arancia. Dell'agrume mediterraneo, nemmeno l'ombra, visto che la norma spazza via l'obbligo del già misero 12%, percentuale minima ammessa finora.Tutte sul piede di guerra, le associazioni di categoria, dai consumatori dell'Adoc («Una legge che mette a rischio la salute e la qualità dell'alimentazione dei cittadini, e crea un danno di centinaia di milioni di euro ai produttori di arancee al made in Italy»), ai commercianti della Fipe («Un inganno per i consumatori e un danno di immagine ai pubblici esercizi»).Si calcola che grazie alla normativa approvata ieri, in un anno verranno azzerati circa 7 milioni di litri di succo destinato ai consumatori, pari a 235 mila quintali di arance. Destinate, in mancanza di altri sbocchi, al macero. Il tutto, senza dimenticare che l'Italia è uno delle nazionali a più alto tasso di sovrappeso infantile. Se per un bambino su tre (uno sue due da Roma in giù) esiste un problema di disciplina alimentare, l'irrompere sul mercato di bibite sempre meno valide e sempre più "vuote" dal punto di vista nutrizionale può avere soltanto effetti deleteri. In realtà, la scomparsa delle arance dalle bibite che ne portano il nome è solo l'ultimo - e sicuramente non definitivo - anello di una catena viziosa destinata a spolpare gli alimenti migliori della loro stessa essenza, in nome dell'omologazione del gusto e delle produzioni. Un mix nefasto di interessi industriali, ignoranza e menefreghismo sta facendo terra bruciata di tradizioni e qualità.La Coldiretti ha stilato un elenco di cibi che formano da secoli il nostro miglior mangiare quotidiano - vini, cioccolato, formaggi - oggi tradotti in prodotti truffaldini, anche grazie alle etichette-fantasma, dove dettagli di irridente inutilità tolgono spazio a quelli basilari. Del resto, l'Unione Europea ha regolamentato la proporzione tra ingombro delle confezioni e dimensione delle etichette, evitando accuratamente di andare oltre il minimo indispensabile in materia di informazioni: marchio, peso e pochissimo altro.Così, sono passati i vini senza uva - da fermentazione di frutti rossi, per compiacere i Paesi nordici - i formaggi senza latte (economicissimi caseinati per filare le mozzarelle), il cioccolato impastato con l'olio di palma (il burro di cacao vale molto di più se venduto all'industria cosmetica). E fino a luglio - ammesso e non concesso che la legge voluta dal governo Prodi diventi finalmente esecutiva - è a tutti gli effetti italiano l'olio da olive albanesi o greche, purché italiana sia la fabbrica che lo imbottiglia. In attesa del prossimo scempio, chissà chi avrà voglia di brindare con una bella aranciata, rigorosamente finta.
PER SAPERNE DI PIÙ:

martedì 31 marzo 2009

I miei pensieri

Guardo con dolcezza i miei pensieri, belli o brutti che siano, perché non sono altro che energia sedimentata, modelli che prendono il sopravvento sulla mia essenza, sul mio Io. In particolar modo quelli negativi. Li guardo e basta, non li commento, so che se ne andranno da soli. E' questo il potere della consapevolezza, dello sguardo libero che disintegra tutto l'inutile che ci sovrasta. Continuare a pensarci e a ripensarci, cercare di capire, di spiegare, di compenetrarli, contribuirà solo a far si che mi si appiccicheranno addosso ancora di più.
I pensieri possono essere pesanti come il fango e trascinarti a fondo.

lunedì 30 marzo 2009

L'Osteria Da Noi

Sono sinceramente felice che i locali che ospitarono a suo tempo L’Osteria dell’Angelo – di fronte all’Ospedale Civile vecchio – siano tornati, dopo alcuni anni di traversie, ad essere un luogo dove si fa della buona cucina. Avendo molti ricordi piacevoli legati a questo posto, ero profondamente dispiaciuto che dopo quella bella gestione, nessuno fosse più stato in grado di riproporre – anche minimamente – una gastronomia che valorizzasse questi spazi. Il ristorante esalta una caratteristica peculiare della città di Imola, quella di avere una metratura di cantine tra le più elevate in Italia in rapporto alle unità immobiliari presenti. Tutte le stanze sono infatti a pietra vista, ottimamente tenute, con i soffitti a volta tipici di questi scantinati; naturalmente quando il locale è affollato si crea un certo rumore che si veicola meglio con questa architettura, ma non risulta comunque fastidioso. Le luci sono poi ben calibrate e, soprattutto alla sera, aiutano a “scivolare” verso la fine della giornata in compagnia di una buona proposta enogastronomica. Gli spazi tra i tavoli sono adeguati e le sale – fortunatamente – non sono state riempite dei soliti ninnoli o falsi arredi che finiscono per falsare, spesso, questi luoghi. Un equilibrio che l’attuale gestione, come già anticipato, esprime pure nel menù con una carta a mio parere ben calibrata, un buon numero di piatti, ma non eccessivo, una bella scelta di vini e un servizio attento e curato in tutti i suoi aspetti. Oltre alle “classiche” voci, molto gradevole la proposta della stuzzicheria che in una osteria non dovrebbe mai mancare. Tra gli antipasti segnalo il Culatello con saba, fichi e piadina romagnola, Zuppa di cipolla di Medicina con crostini al parmigiano e i calamari scottati al vapore su purea di ceci e pomodoro. Tra i primi i raviolotti verdi di ricotta, miele, pere e pecorino, i tortelli di bufala su crema di melanzane e concassea di pomodoro e gli originali Strozzapreti caserecci broccoli e salsiccia. Tra i secondi troviamo dall’Ossobuco al Baccalà fino ad arrivare alla Catalana e ugualmente sfiziosi risultano alcune proposte di dolci. Anche l’Osteria da Noi si è adeguata proponendo “menù di lavoro” nei giorni feriali, come interessante risultano le proposte di “menù degustazione”. Il mio giudizio: da tenere sempre presente.
Ristorante Osteria Da Noi - Viale amendola, 63 - 40026 - Imola (BO) - Tel. 0542.24045 - Chiuso sabato e festivi a pranzo e domenica
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani-L'Informazione di domenica 29 marzo 2009

domenica 29 marzo 2009

Il cambiamento

Il cambiamento spesso ha come origine la propria insoddisfazione, il fatto di sentirsi poco o tanto fuori luogo, di comprendere di essere ad un capolinea. A volte tanto tempo passato pare invano, si ha la sensazione che si stia rivivendo continuamente la stessa situazione in una sorta di "deja vu" senza fine. E' allora, proprio nei momenti di insofferenza che capita di ritrovare il gusto per la curiosità, la voglia di comprendere ciò che sta accadendo alla propria vita, al proprio percorso personale e professionale, nasce il desiderio di guardare oltre il perimetro degli avvenimenti e provare di individuare altre soluzioni. La volontà, il destino, la fortuna e le capacità faranno il resto.

martedì 24 marzo 2009

Mangiare con le mani (Finger Food)

Lo disse a suo tempo anche Guccini, durante un concerto, che l'inglese ci frega con la lingua, volete mettere parlare di "Finger Food" invece che di "cibo da mangiare con le dita" ? E' tutta un'altra cosa. Comunque sia, sono sempre stato un sostenitore di questo modalità che prevede di consumare il cibo rigorosamente con le mani, ancora prima che diventasse una moda. Da tempo ormai tutte le pietanze ci vengono proposte con le posate, non tanto per motivi legati al galateo della tavola - che prevede altresì diverse eccezioni - ma soprattutto per un cambiamento della cultura e delle abitudini ormai insite nella nostra società. Invece avere ogni tanto la possibilità di tornare a mangiare con le mani, ci permette di recuperare sensazioni altrimenti perdute. Toccare il cibo, sentirne il calore, coglierne la consistenza già sulle dita, riscoprirne gli odori mentre lo si porta alla bocca senza imbarazzi, la trovo un'esperienza molto stuzzicante che lascia un ricordo duraturo. Mangiare con le mani è, in un certo senso, un modo di cogliere l’anima dei cibi. Non dimentichiamo che la maggior parte del genere umano ancora oggi mangia con le mani e, anche in Europa, se ne è fatto largo uso per secoli. In epoca romana, durante i banchetti e convivi dell’epoca imperiale, penso che tutti sappaino che si usava mangiare sdraiati poggiandosi al gomito sinistro e piluccando il cibo con la mano destra, in una posizione che oggi troveremmo scomodissima, ma che per loro presentava un duplice vantaggio: permetteva di ingerire una quantità maggiore di cibo e consentiva ai convitati, sazi oltre misura, di assopirsi tra una portata e l’altra. L’uso delle posate in generale risale alla nascita della cosiddetta “civiltà”, la forchetta in realtà è ricollegabile al Medioevo quando compare per gli arrosti in particolare, ma è soltanto a partire dalla metà del '700 - con le suntose e opulente tavole reali - che il loro utilizzo si diffuse in maniera massiccia e, contemporaneamnete, il galateo codificò le sue regole. Sono un "assoluto e ortodosso" estimatore delle buone maniere, anche a tavola, ma trovo comunque che il mantenimento di questa conoscenza rientri nell’alveo della memoria che occorre salvare dei nostri usi e delle nostre tradizioni. Le mani sono ideali per gustare completamente il cibo, grazie alla capacità tattile delle dita; questa esperienza può piacere oppure non convincere, ma alla prova dei fatti ho potuto notare che la maggioranza delle persone gradisce. La formula, quando è eseguita in un rito collettivo, in un convivio, crea un’atmosfera di complicità particolare tra le persone che partecipano e la situazione induce, dopo un primo imbarazzo, ad un senso di confidenza non comune. E’ ovvio che il tutto si deve basare su cibi che siano buoni, genuini e gustosi, con una preparazione curata della tavola. Risukta fondamentale impiegare eccellenti prodotti di base, porre attenzione nella preparazione e cura nella presentazione. Una bella tavola preparata in "modalità Finger Food”, utilizzando i nostri prodotti, vedrà ad esempio: il pollo in tutte le sue declinazioni, il coniglio al forno, polpette impanate, frittura di pesce e all’italiana, salumi e insaccati, formaggi stagionati, olive, piada al testo e fritta, pane caldo. Delle vaschette con l'acqua accanto ad ogni posto consentiranno ad ogni convitato di sentirsi "pulito" e a proprio agio.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 21 marzo 2009

lunedì 23 marzo 2009

Scoprire Toddy a Linaro

Conosco da molto tempo Stefano Falzoni, maestro di cucina del Ristorante Toddy che si trova a Linaro, sulla Montanara, tra Imola e Ponticelli. Direi che ho seguito quasi tutto il suo percorso professionale, da barman a chef, e lo giudico una persona molto valida nel "far da mangiare". In grado di stupire, anche con pochi prodotti a disposizione, preparando composizioni e manicaretti che mai ti aspetteresti da questa figura un pò guascona che ama profondamente la sua professione. Il locale - nato come bar - non rende merito alla cucina che vi viene espressa anche se i proprietari si sono impegnati nel rendere maggiormente riservata e accogliente la parte dedicata alla ristorazione. Già Paolo, scomparso purtroppo poco tempo fa troppo prematuramente - notevole esperto di vini - aveva compreso questa necessità e la sorella Mirella, già presente nella gestione, continua nell'opera. Forse non è così conosciuto il fatto che il locale proponga, oltre i "tradizionali" momenti legati al rito dell'aperitivo e alla ristorazione, una buona offerta di serate a tema - il martedì - che spaziano da menù di caccia a quelli di terra e di mare. Consiglio comunque di andarci di tanto in tanto per gustarsi un bicchiere di buon vino e verificare le continue proposte di questi menù, che cambiano ogni mese. Il pesce è sempre presente anche nella carta per il motivo che Stefano ha sempre amato lavorare questo prodotto, anche in tempi non sospetti in cui i piatti a base ittica non erano proposti in qualsiasi locale. Vengono organizzate altresì degustazioni di vino con la presenza degli stessi produttori, in diversi periodo dell'anno. La carta poi viene aggiornata stagionalmente e prevede una selezione mirata di piatti, a garanzia di un'ottima qualità. Meritano comunque di essere citati dal menù: l'Arlecchino di verdure con ombrina arrosto alla tropea o l'uovo al tegame con purea di zucca e prosciutto croccante negli antipasti, i tagliolini agli scampi, carciofi e zafferano nei primi - oltre alla tradizionali paste romagnole fatte in casa - delizioso inoltre lo spiedo di gamberi imperiali con salsa di sedano e olio al lime, come pure il maialino arrostito su letto di patate al profumo di rosmarino. Assolutamente da non perdere, quindi lasciate "un buco" se andate, l'esperienza della sfogliatina con mascarpone e frutti di bosco.
Ristorante Toddy - Via Linaro,3/A - 40026 - Imola (Bo) - Tel.: (+39) 0542680885 - Chiuso la domenica


Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani-L'Informazione di domenica 22 marzo 2009

venerdì 20 marzo 2009

Dall’America di Madoff all’Italia dei furti autorizzati

DI ALBERTO STATERA
Quando giovedì scorso l'avvocato Ira Sorkin ha chiesto alla Corte distrettuale di Manhattan di confermare a Bernard Madoff, il finanziere che col sistema Ponzi ha frodato 50 miliardi di dollari, gli arresti domiciliari nel suo attico da 7 milioni di dollari, nell'aula si sono levate sonore risate dal pubblico dei risparmiatori truffati. Seguite da scroscianti applausi quando il giudice Denny Chin ha annunciato la decisione di spedirlo in cella nel Metropolitan Correctional Center.A una scena del genere state certi che in Italia non assisteremo mai, come ben sanno, ad esempio, i sottoscrittori dei bond Parmalat. Il loro Bernard, che si chiama Callisto Tanzi, dopo due mesi di carcerazione preventiva, risiede tranquillamente in villa e, dati i tempi della giustizia italiana, ha ottime probabilità, anche a causa dell'età che non è valsa per Madoff, di cavarsela così, definitivamente, in un processo che non arriverà mai a sentenza, visto che la legge Cirielli ha fissato in sette anni e mezzo i termini della prescrizione. Da noi, del resto, uno come Madoff non avrebbe potuto neanche essere arrestato perché la pena massima per appropriazione indebita e truffa è di tre anni ed è una pena che non prevede l'arresto.Per i delinquenti dal colletto bianco l'Italia è così diventata un paradiso in terra, perché il rischio di finire anche per poco tempo in una cella di cinque metri per cinque con assassini e stupratori, come è capitato a Madoff che ci resterà a lungo, è praticamente inesistente. Effetti di un sistema giudiziario che è una via di mezzo tra una comica finale e un incubo, come ha scritto la scorsa settimana l'"Economist" in un articolo intitolato: "Silvio, the actress and the law"."Intrusivo ma lento, costoso e imprevedibile", il funzionamento della giustizia è una delle ragioni per cui l'Italia attira una quota di investimenti così bassa dall'estero, secondo l'"Economist". Gli investitori sono protetti meno da noi che in Mozambico e il rispetto dei contratti è meno garantito che in Colombia, come rivela una classifica stilata dalla Banca Mondiale.Dalla finanza agli appalti in ogni settore, tutte le scorrerie valgono insomma da noi la candela rispetto al rischio di finire in galera. Lo ha scolpito inconsapevolmente ma magistralmente Roberto Petrassi, un imprenditore di appalti pubblici di costruzione coinvolto in varie inchieste, che in una telefonata intercettata dalla procura di Potenza enuncia l'epitaffio della giustizia italiana: "O ti chiami ladro o ti chiami poveraccio, sono due le cose. Noi abbiamo una forma di rubare che è autorizzata sotto certi casi e quegli altri invece sono ladri perché rubano le mele al mercato e vanno in galera".Qualcuno dica all'"Economist" e alla Banca Mondiale che da noi vige il "furto autorizzato", non previsto dai codici in Mozambico e in Colombia.

Mai guardarci indietro

Mai guardarci indietro. Pensare sempre che c'è talmente tanto da fare e che ci aspetta, che non ha alcun senso soffermarci su quello che sarebbe potuto essere. Non è la storia quella, non cambia nulla. Si deve guardare solo avanti una volta presa la decisone o una strada. Non bisogna concentrarsi mai troppo sui propri errori, non più del necessario per capirli e trarre un utile insegnamento per il futuro che ci attende. Arricchirci con queste informazioni ci sarà utile per applicare queste lezioni della vita ai problemi che dovremo affrontare giorno per giorno, da quel momento in poi. In una successione, in una progressione dinamica di crescita che deve stimolare la nostra attenzione per evitare nuovi errori mentre si agisce e individuare - il più possibile - quelli che, inevitabilmente si pareranno davanti alla strada che si sta percorrendo.

martedì 17 marzo 2009

Riflessioni disordinate

Penso che la vita non sia una corsa, ma più un tiro al bersaglio. Non è il risparmio di tempo che conta veramente, ma la capacità di trovare un centro, senza disperdersi.
I nostri cambiamenti tante volte si accumulano in sordina, lentamente, poi ad un certo punto esplodono, ci si rende conto che non riesci più a stare in quel cerchio, in quella matrice, in quel ruolo che si è disegnato e decidi di essere diverso, di imporre una svolta nella tua vita. La decisione sarà giusta o sbagliata ? Tutte le decisioni nel momento in cui vengono prese, tengono in considerazione la situazione di quel momento e la realtà delle cose così come le viviamo. Vada come vada tutte le decisioni sono giuste, con il passare del tempo, modificando e ampliando le conoscenze "sarebbe" forse stato più facile scegliere. Ma è la vita che è fatta in questo modo. Come diceva un mio conoscente: "il lunedì si fa sempre tredici alla schedina".
Quando davanti a noi si aprono più strade e non sappiamo quale prendere, non bisogna imboccarne però una a caso. Ascoltiamo il nostro Cuore, la nostra Anima. Riflettiamo attentamente, prendiamoci del tempo, camminiamo a lungo e in solitudine, aiutiamoci con il silenzio. Normalmente dal profondo di noi sale il nostro istinto primordiale, ciò che ci accompagna dalla notte dei tempi, un misto di sensazioni ancestrali che ci parla, che si rivela e ci indica dove andare. Lo sappiamo tutti, lo abbiamo provato tutti, alcune volte - trascinati dalla fretta, dal rumore di questa società - non abbiamo voluto dargli ascolto, ma ce ne siamo pentiti. Fermarsi nel silenzio e saper ascoltare "dentro": la scelta sarà precisa.

sabato 14 marzo 2009

Consapevolezza di sé

Consapevolezza di sé significa mettere ordine nella propria vita. Ripensare a chi si è e a quali valori ci si ispira e ci si attiene, comprendere pienamente i propri punti ciechi e pericolosi, le proprie debolezze, tutte cose che possono sviare il proprio cammino, la strada intrapresa.
Coltivare l'abitudine di riflettere su se stessi e approfondire le proprie conoscenze. Solo sapendo con chiarezza cosa si vuole, si può puntare a realizzare i propri obiettivi infondendovi il massimo delle energie. Solo individuando le proprie debolezza si è in grado di vincerle. Conoscere - onestamente - se stessi, non è un modo di dire, è la chiave per realizzare ciò che più ci sta a cuore. Il quoziente intellettivo e le capacità tecniche sono assai meno fondamentali di una matura consapevolezza di se stessi.

giovedì 12 marzo 2009

A tavola il falso è servito così si uccide la nostra cucina


Lasagne con panna e carbonara con pancetta, i gourmand dell'Accademia e i Nas hanno scoperto 360 ricette inventate.

di ENZO VIZZARI


Il "falso culinario" non prospera soltanto all'estero ma guadagna spazio anche nelle cucine dei ristoranti italiani. Si sa che il Parmesao brasiliano, il Regianito argentino, il Parma Ham e il Daniele Prosciutto americani, l'Asiago del Wisconsin, la Mozzarella di Dallas e il Danish Grana danese hanno conquistato i mercati tanto da valere, i "falsi", 50 miliardi di euro rispetto ai 20 miliardi dell'export agroalimentare autenticamente italiano. Ma adesso si scopre che il "falso" tocca pure le ricette tipiche del nostro patrimonio gastronomico. Una ricerca promossa dall'Accademia Italiana della Cucina in collaborazione con il Comando carabinieri della salute (i Nas) rivela che su 530 segnalazioni di veri e propri "falsi culinari" - piatti che hanno un nome preciso ma sono preparati secondo ingredienti e procedimenti non canonici - ben 360, oltre il 70%, sono realizzati in Italia. Le ricette canoniche, invece, sono le 2000 catalogate nel ricettario nazionale dell'Accademia Italiana della Cucina. È vero che il filtro degli accademici è piuttosto severo, tanto da bollare come eterodossa parte delle esperienze della "nuova cucina italiana", quella degli Alajmo, dei Bottura, degli Scabin o dello stesso Vissani. Ma è indispensabile ricordare che, per esempio, la carbonara e l'amatriciana richiedono il guanciale e non la pancetta (peggio se affumicata), né il prosciutto o la salsiccia, che il pesto non è pesto senza pinoli, che le lasagne alla bolognese escludono le sottilette, la mozzarella e la panna, che la cotoletta alla milanese non si deve fare con la carne di maiale né con quella di tacchino e si cuoce nel burro, che un vero risotto non si potrà mai confezionare con un riso cinese e nemmeno con un riso parboiled e non prevede la presenza della panna.

E invece nel volumetto "Il falso in tavola. Una mistificazione da conoscere e contrastare", tutte queste deviazioni sono documentate. "Non vogliamo suscitare allarmismo e un piatto frutto di una ricetta falsificata non è pericoloso per la salute ma può esserlo per quella della gastronomia nazionale", sostiene Giovanni Ballarini, presidente dell'Accademia Italiana della Cucina. Certo, applicata alla lettera, la "lezione" dell'Accademia sarebbe vissuta come una camicia di forza dagli eccellenti cuochi innovatori, dai cultori della "fusion" intelligente. In realtà è un richiamo, che fa bene a tutti, alla verità e all'identità dei piatti regionali. Aggiunge Ballarini: "Definito il "modello" di un piatto attraverso i prodotti e i procedimenti, di questo piatto sono lecite diverse interpretazioni, secondo la fantasia e la sensibilità di chi lo realizza. Ma sui fondamentali non ci possono essere equivoci e inganni".

martedì 10 marzo 2009

La repubblica dei Banana vince il potere di dire no a tutto

Il male dell'Italia di questi ultimi anni, l'ostruzionismo a qualsiasi innovazione, a qualsiasi costo, pura demagogia che ci costa in sviluppo, posti di lavoro e modernità. Purtroppo. Quello descritto da Statera è solo un esempio, ma ce ne sono molti altri.
Non c'è crisi economica, cassa integrazione e disoccupazione che tengano. Nonostante la necessità di creare nuovi posti di lavoro e innovazione tecnologica per rilanciare le imprese, la sindrome Nimby, «Not in my back yard», non nel mio cortile, tende a dilagare. Anzi sempre più spesso diventa sindrome Banana, Build absolutely nothing anywhere near anything, cioè costruire assolutamente niente in alcun luogo vicino a niente. Ne ha appena fatto le spese Francesco Merloni con un gruppo di suoi colleghi imprenditori marchigiani i quali, con la startup Ned Silicon, hanno avviato un progetto per sviluppare un nuovo metodo industriale per produrre silicio di grado solare ad uso fotovoltaico, sulla base degli studi del professor Sergio Pizzini, titolare della cattedra di Scienze dei materiali all'Università Bicocca di Milano. Con il silicio fotovoltaico, che si ricava da minerali di quarzo e deve essere purissimo, si fanno i pannelli per produrre energia elettrica dal sole. Il progetto marchigiano punta a ridurre della metà il costo del silicio, che incide tra il 30 e il 50% su quello dei pannelli, il che consentirebbe di produrre energia solare a costi competitivi. Se questo avvenisse, nel momento in cui tutti nel mondo lavorano allo sviluppo delle fonti alternative di energia e in Italia si torna ai progetti per nuove centrali nucleari, sarebbe una rivoluzione non da poco.Per la nuova iniziativa è stata identificata una location nelle Marche, a Fermo, dove ha chiuso lo zuccherificio dell'Eridania, con la quale è stato siglato un accordo che prevede il riassorbimento del personale tecnico oggi in mobilità, con la prospettiva della creazione di 400 nuovi posti di lavoro, di cui buona parte per laureati e diplomati in materie tecnico scientifiche. In più, è previsto l'uso dei capannoni riadattati e la produzione di energia elettrica con la costruzione di una nuova centrale ad olio vegetale. Nulla di inquinante, se è vero, come sostengono i tecnici, che le emissioni dell'impianto equivalgono a poco più di quelle di una Vokswagen Golf.Ma quando tutto sembrava pronto per partire, si sono scatenati i veti incrociati di comitati locali di protesta, che hanno subito trovato la sponda della politica. Il sindaco di Fermo Saturnino Di Ruscio, eletto in una lista indipendente collegata a Forza Italia, che inizialmente si era dichiarato molto soddisfatto dell'iniziativa che avrebbe ridotto la disoccupazione, ha fatto un'improvvisa marcia indietro. Nel prossimo giugno sarà candidato alla presidenza della neocostituita provincia (tutti dicono che le province andrebbero abolite, ma continuano a nascerne) e non vuole rischiare gli attacchi dei professionisti della protesta ambientale. E forse di qualche altro interesse, visto che molti terreni intorno ai capannoni Eridania sono recentemente passati di mano in vista di progetti per investimenti edilizi.Il caso di Fermo è significativo non solo perché il progetto industriale è un possibile paracadute sociale in una fase in cui la cassa integrazione ha tassi d'incremento del 500%, ma anche perché è una sfida innovativa, quando tutti sostengono che il rilancio dell'industria italiana passa attraverso la ricerca e l'innovazione. Ma non è certo l'unico. Il Nimby Forum, che cura un osservatorio e il 12 marzo terrà un convegno a Milano sul tema, ha censito 171 progetti industriali o di opere pubbliche contestati certamente alcuni con buone ragioni in tutta Italia, di cui la maggior parte in Lombardia, Veneto e Toscana. Di questi, dopo le contestazioni, 89 si sono fermati o sono stati cancellati.Soltanto 22 sono andati in porto.Stando ai numeri, è forse arrivato il momento di costituire un Banana Forum.
DI ALBERTO STATERA - Affari & Finanza 9 marzo 2009

TEMPI MODERNI - Da manager a consulente "La mia precarietà di lusso"

di ROBERTO MANIA - 9 marzo 2009

MILANO - All'appuntamento arriva in motorino, puntualissima. Si porta dietro, come sempre, tutto il suo ufficio: personal computer e telefono cellulare. Ufficio minimalista e itinerante, da partita Iva o da capitalismo individuale in recessione. Fino a poco più di un anno fa, però, Paola Vassellatti, milanese, 43 anni, era un manager di una multinazionale: direttore del marketing per l'Italia. Rispondeva al presidente della sua area e comandava direttamente su un gruppo di dieci persone. Insomma, un posto di potere. E anche un posto ambito, tanto più al femminile in un Paese che lascia alle donne non più del 3-5% delle poltrone nei consigli di amministrazione, contro una media dell'8% in Europa e del 15% negli Stati Uniti. Posto fisso, dunque, sicuro e stabile. Soldi, benefits e status sociale. Poi, nell'ottobre del 2007, la svolta. Perché la grandi corporation, spesso, non ti cacciano ma ti mettono nelle condizioni di andartene. Quando succede non è difficile capirlo. Più o meno è quello che è accaduto a Paola Vassellatti. Che, allora, accetta di cambiare lavoro e vita. D'altra parte dopo i quaranta è difficile ricollocarsi in un'altra azienda. Perché questo sembra l'unico ambito in cui l'età gioca davvero a favore dei giovani rampanti contro i cinquantenni spremuti e ormai ingombranti. Vassellatti diventa consulente. Un percorso praticamente obbligato per i manager che vengono licenziati o se ne vanno dalle imprese. E la crisi sta colpendo duramente anche i dirigenti: Manageritalia, il sindacato dei manager del terziario, calcola che solo a gennaio in questo settore ne sono stati licenziati più di trecento, tre volte tanto quelli di gennaio 2007, e stima che nell'industria privata siano rimasti senza lavoro circa un migliaio.
OAS_RICH('Middle');
Così anche Vassellatti entra nel mercato del lavoro di serie B: dalla sicurezza, a cominciare dalla busta paga ogni fine mese, alla precarietà della consulenza per le aziende. Dove tutto dipende dalla propria capacità di "vendersi" sul mercato. Va da sé che sarebbe improprio qualsiasi paragone con il mondo degli addetti ai call center o dei ricercatori a contratto o, ancora, dei lavoratori interinali nelle imprese industriali. Riconosce Vassellatti: "La mia è una precarietà di lusso. Comunque meglio del lavoro frustrante nel quale non c'è spazio per decidere nulla". Insomma, un'altra precarietà. Perché precario non è solo il lavoro poco qualificato e a basso salario. A 35 anni, la Vassellatti, diventa dirigente. La formazione è quella classica per una figlia della piccola borghesia meneghina. Micro imprenditore il padre, insegnante la madre, una sorella che diventerà biologa. La scuola dell'obbligo dalle suore e poi la Bocconi, laurea (110/110) in Economia aziendale con specializzazione in marketing. "Io sono stata molto fortuna", dice. "Non ho avuto difficoltà a trovare lavoro. Mi hanno sempre chiamata. E all'epoca era facilissimo: venivi cercato ancor prima di laurearti". Certo, l'epoca è quella del secolo scorso, ma di anni ne sono comunque trascorsi pochi. Sufficienti però per cambiare in profondità le regole del mercato del lavoro. Vassellatti passa da una multinazionale europea che produce birra, dove sale tutti gli scalini di prammatica, product manager, brand manager, group brand manager, alla multinazionale americana per antonomasia: la Coca-Cola. Poi di nuovo nel settore della birra con il più grande produttore del mondo (l'InBev). Dalle multinazionali si vede anche l'Italia, il suo declino, la sua marginalità economica in tanti casi. "Precaria appare l'Italia", sostiene Vassellatti, perché quando c'è da tagliare posti di lavoro o programmi di investimenti, uno dei primi paesi a subire le decisioni è proprio il nostro per le sue lungaggini burocratiche, per le sue incertezze giudiziarie, per la carenza di infrastrutture, per l'alto costo del lavoro. Insomma non basta raggiungere sempre i target per essere apprezzati o garantiti nel posto. "Tutte le strategie delle multinazionali vengono fissate dagli head quarter. E frustrante lavorare così. Peggio della precarietà". Da manager dipendente, Vassellatti lavorava le sue "classiche" dieci e più ore al giorno, weekend compresi. Alzatacce per le conference call, per rispondere alle e-mail, o per prendere un aereo. Perché nella politica di riduzione dei costi delle grandi aziende c'è anche quella di far viaggiare andata e ritorno i propri manager in giornata, risparmiando sulle spese per l'alloggio. "Cosa mi manca? Poco. Forse il budget da poter gestire, gli eventi, le grandi sponsorizzazioni". Dopo l'uscita dalla multinazionale, c'è l'ingresso nell'instabilità. "Ho sempre voluto fare un lavoro che mi piacesse. Per questo, dopo una pausa, ho deciso di restare nel mondo del marketing. E questo il mio ambiente, ho il mio network e qui a Milano ci si conosce tutti. Lavoro su progetti per le aziende. Guadagno meno, certo, ma non ho spese e non pago più il 50% del mio reddito in tasse. Non ho più l'Audi, giro in motorino o con la Smart che poi è un motorino coperto. Ma quello dell'auto è un problema che hanno soltanto gli uomini". La precarietà, ancorché "di lusso", permette di sperimentare nuove strade. Per esempio quella che Vassellatti chiama del "legal marketing" che, per i non addetti ai lavori, è più o meno la promozione degli uffici legali. In Italia pochi avvocati fanno pubblicità anche perché prima della "lenzuolata" di Bersani era vietato. Ora si può fare "ma convincere gli avvocati, che ti guardano con sospetto e distacco, non è facile". Vassellatti insiste nel dire che la qualità della sua vita è migliorata, ma non esita a rimarcare che non sarebbe così se solo avesse un figlio e una famiglia da mantenere. "La crisi comincia a sentirsi. Le aziende tagliano i budget. Bisogna moltiplicare gli sforzi. Ma posso organizzare il mio lavoro calibrandolo su me stessa". Sì, d'accordo, ma il suo futuro? "Precario, ma a modo mio". E la pensione? "Boh!".

venerdì 6 marzo 2009

OBAMA - la politica nell'era di Facebook

Consiglio a tutti la lettura di questo agevole libro di Giuliano da Empoli, edito da Marsilio TEMPI, in cui si racconta in modo chiaro e ben comprensibile come nasce un leader nel terzo millennio. Giustamente l'autore suggerisce che tutto questo può essere una lezione anche per il mondo politico italiano, fornendo una chiara e sintetica disamina nel confronto tra gli Stati Uniti e il nostro Paese, dando alcune - per me - preziose indicazioni. Il rammarico è che molto probabilmente i nostri politici non lo leggeranno...
E' bravo a evidenziare l'importanza del WEB 2.0 che avanza - ma qui in Italia pochi se ne stanno accorgendo - e come la comunicazione sta cambiando anche con strumenti di "Social Networking" come Facebook. Che non bisogna idolatrare come la soluzione di tutto, ma nemmeno scartare totalmente perchè Soru ha perso le elezioni in Sardegna, utilizzando questi strumenti. Il WEB 2.0 è un canale in più di comunicazione da tenere in giusta considerazione e occorre attrezzarsi per gestirlo.
Il mai e per sempre nella storia non esistono. Come un presidente di colore sarebbe stato impensabile anni fa, alla Casa Bianca, anche in Italia non è detto che tutto possa funzionare solo distribuendo volantini o organizzando riunioni politiche serali.

mercoledì 4 marzo 2009

Grameen, la banca dei poveri, sbarcherà anche in Italia

Grameen Bank, l'istituto che pratica il microcredito fondato nel 1977 dal premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus e diffuso oggi in 57 Paesi, sbarcherà presto anche in Italia, in collaborazione con Unicredit e l'Università di Bologna. Lo ha annunciato lo stesso Yunus, nel corso di un incontro pubblico con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, davanti a una attenta ed entusiasta platea di giovani e studenti, accorsi per ascoltare il rivoluzionario 'banchiere dei poveri'. L'esperienza del microcredito, che eroga prestiti senza garanzie ai più poveri per permettere loro di avviare micro attività, approda così anche in Italia, dopo aver preso il via già in altri Paesi industrializzati, come Stati Uniti ("in una zona povera del Queens, con risultati eccellenti", ha spiegato Yunus) e Spagna. "L'iniziativa è in stato avanzato, siamo alle fasi finali degli accordi - ha spiegato il professore di economia natio del Bangladesh - collaboreremo con Unicredit e con l'Università di Bologna e, assieme a Grameen Trust, riusciremo a mettere assieme il progetto e far partire Grameen in Italia". Sulla possibilità di coinvolgere nell'iniziativa anche altri istituti, Guzzetti ha affermato che "più banche danno una mano e meglio è", auspicando che anche Intesa Sanpaolo, di cui la Fondazione è azionista, possa prenderne parte. L'auspicio è che il progetto possa prendere il via entro l'anno. "Non sarebbe proprio una vera banca ma un organizzazione di prestito, una Ong senza una licenza bancaria", ha spiegato Yunus. "Sarà un progetto che porterà credito a quelle persone che non possono averlo dalle banche tradizionali, se non dagli usurai e dagli strozzini. Ci rivolgeremo a queste persone dando denaro a tassi di interesse molto bassi per garantire loro la possibilità di avere un lavoro indipendente, autogestito". Oggi la Grameen Bank (la banca del villaggio) eroga prestiti a oltre 7,6 milioni di persone, il 97% delle quali sono donne, in 83.566 villaggi del Bangladesh. Yunus è in tour in questi giorni in Italia per promuovere il suo progetto di business sociale, che possa coinvolgere fondazioni, banche, imprese e multinazionali. Con il libro "Il banchiere dei poveri' ha raccontato la storia straordinaria della nascita della Grameen Bank e del sistema del microcredito. Oggi Yunus è pronto per una nuova sfida: proporre quell'esperienza come un modello per riuscire a estirpare la piaga della povertà. "E' tempo che la nuova idea del business sociale guidi la prossima grande trasformazione del mondo - ha spiegato Yunus, presentando il nuovo libro 'Un mondo senza povertà' - La sfida si può vincere con lo sviluppo e la diffusione del business sociale, un nuovo tipo di attività economica che ha di mira la realizzazzione di obiettivi sociali e non la massimizzazione del profitto. Non elemosina nè aiuti pubblici a pioggia bensì una forma di iniziativa economica capace di attivare le dinamiche migliori del libero mercato conciliandole con l'aspirazione a un mondo più umano e giusto".

martedì 3 marzo 2009

Il 2 per cento del Pil finisce nella pattumiera Ma c’è un modo per evitarlo

DI GIAMPAOLO FABRIS su Affari & Finanza del 2 marzo 2009
In periodi di congiuntura tanto difficile la lotta allo spreco diviene assolutamente prioritaria. Spreco significa infatti distruzione di risorse senza che sia nessuno a trarne vantaggio proprio quando, in momenti come l’attuale, dovrebbero essere invece valorizzate al massimo. Di tutte le forma di spreco quella alimentare è quella più imbarazzante. Anche per i significati culturali e simbolici del cibo. Si calcola è una valutazione abbastanza attendibile perché in molti Paesi il controllo delle immondizie è un codificato, anche se maleodorante, strumento di ricerca di mercato (dusbin check) – che circa un quinto della spesa alimentare finisca nelle immondizie. Una media di circa 600 euro annue per famiglia. Un dato davvero impressionate: pari al 2% del Pil. Uno spreco per via di confezioni scadute, acquisti in eccesso, deterioramento del fresco cui certamente contribuisce l’abitudine di fare la spesa una volta la settimana. La contrazione nella spesa alimentare registrata nell’ultimo anno è anche dovuta ad una forte riduzione degli sprechi domestici: in questi casi un effetto virtuoso della crisi in atto.Gli sprechi sono ancora più patologici e davvero incomprensibili nel settore della distribuzione. Laddove le eccedenze di cibo destinate ad essere gettate via sono ingentissime: perché si approssima la data di scadenza o perché stanno per deteriorarsi. Alimenti ancora commestibili: la data di scadenza è imposta dalla legge ma non è che il giorno dopo non siano più edibili, semplicemente non possono essere più venduti. Un esempio per tutti: nei giorni immediatamente successivi alla data di scadenza uno yogurt non diviene non commestibile, perde soltanto una parte del suo patrimonio di fermenti lattici. Capita così, per una miope lettura della normativa, che volumi davvero impressionanti di cibo vengano, cinicamente e colpevolmente, dirottati verso gli inceneritori. Sarebbe sufficiente l’indicazione di due diverse date di scadenza – una per chi vende, una per il consumatore – per arginare il fenomeno. Un impiego che va diffondendosi è la trasformazione di alimenti scaduti in mangimi per animali, soprattutto suini, o in biocarburanti. Certo meglio che niente, almeno lo spreco non è totale. Da poco si è aperto un canale di vendita per questi prodotti su Internet ma forse il rimedio è peggiore del male perché non si ha nessuna garanzia sulla non nocività dei prodotti, nessuna protezione per il consumatore. Eppure l’estensione di una pratica, ancora limitata ma di grande rilievo, consentirebbe una reale soluzione del problema. Nel senso di ovviare allo spreco e di aprire un canale privilegiato per gli strati meno abbienti della popolazione. Può darsi che esistano esperienze simili (fra queste certamente il Banco Alimentare) in Italia. Quella davvero esemplare, a cui faccio riferimento, è stata promossa da qualche anno da Andrea Segre preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna. Segre è un intellettuale scomodo, certamente un professore universitario atipico: ricordo le sue analisi, e denunce, su dove andavano a finire i soldi degli aiuti pubblici allo sviluppo. Il suo punto di partenza è stato proprio la dissipazione di un capitale tanto importante. La consapevolezza della diffusa realtà della distruzione di cibi "rapidamente deperibili dal punto di vista microbiologico e che possono costituire un pericolo per la salute" (come recita la legge sull’etichettatura) prima però che ciò avvenga, anche se la data è scaduta. Segre ha iniziato dieci anni fa con la sua città a fare da trait d’union tra i supermercati e gli enti di volontariato e di assistenza. Consentendo a questi di essere tempestivamente informati sulla disponibilità di alimenti altrimenti destinati alla discarica, di ritirarli e di consegnarli ai propri assistiti. Per i prodotti freschi il processo si conclude in poche ore. Segre è così riuscito a realizzare oltre 500 mila pasti in un anno per i meno abbienti. Questa esperienza, iniziata in sordina, è oggi presente in 14 città italiane, estesa anche a canali diversi dalla grande distribuzione (ad esempio singoli negozi), ed a tipologie di beni diversi dall’alimentare. Sembra l’uovo di Colombo ma sono stati raggiunti due obiettivi di grande rilievo: uno stop a uno spreco davvero vergognoso e la redistribuzione del cibo a segmenti bisognosi.

lunedì 2 marzo 2009

Salutiamo la primavera con i Lòm a merz

La Romagna è una terra storicamente votata all'agricoltura, attività soggetta alle avversità metereologiche. Per questo motivo la tradizione contadina del passato voleva che - per scongiurare la malasorte - venissero eseguiti dei riti propiziatori come i fuochi magici, in queste terre chiamati appunto i "Lòm a merz" (i lumi di marzo). L'accensione di falò propiziatori celebrava, e celebra ancora in tante zone di campagna, l'arrivo della primavera e invocava contemporaneamente un'annata favorevole per il raccolto dei campi e la fine del freddo e del rigore invernale. I fuochi che bruciano rami secchi e resti delle potature, fungono da una parte da elemento purificatore, dall'altro evocano ed invocano il calore e la luce della primavera in arrivo che porterà la rinascita della vegetazione. In questa occasione era tipico radunarsi nelle aie per uno dei pochi momenti di festa e socializzazione. Si cantava, si ballava e si mangiava. Predominante era la presenza di focacce dolci e ciambella, ma non era raro abbrustolire del pane "spazzato" con aglio, l'olio era prezioso, da accompagnare con zuppe condite con i prodotti disponibili al momento. Era certamente un momento di grande festa, e di inizio di qualche amore, accompagnato generosamente dal vino. Queste tradizioni si sono protratte in Romagna fino allo scoppio della II guerra mondiale, ripresi nel dopo guerra hanno perso il carattere più ludico. Vi capiterà in questi giorni, transitando in campagna al tramonto, di vedere ancora dei falò che, nell'incedere delle tenebre, assumono una valenza quasi magica e per un pò attraggono il nostro sguardo e la nostra mente. In questo periodo era particolarmente importante la festa dedicata a San Giuseppe che vedeva feste paesane e gite con pranzi e merende nei boschi, sui prati, nelle pinete. Un rito di buon auspicio - di origine celtica - per l'arrivo della bella stagione. In questi "pic-nic" del tempo si mangiavano uova sode, insalate di campo (crespini, pimpinelle, radicchi, valeriana), magari arricchita con i bruciatini e accompagnato da quel buon pane bianco fatto in casa o con della focaccia. Il tutto annaffiato con bottiglie di vino nero. Una particolarità di questa festa, poco nota, consisteva nell'usanza da parte delle ragazze "da marito", di osservare la vigilia il giorno antecedente la festa del santo, invocandolo con una curiosa filastrocca "San Jusef, San Jusef, fa si che a feza e pet".
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani-L'Informazione di domenica 1 marzo 2009

domenica 1 marzo 2009

Costituzione, i diritti che non invecchiano

La costituzione è la legge suprema, la carta fondamentale e fondante dello Stato di diritto, dello Stato regolato dal diritto.La parola «costituzione» è moderna, non discende dalla constitutio e le constitutiones dei romani, e non si afferma nel suo significato attuale fino alla seconda metà del Settecento. I puritani inglesi, che pur furono i primi estensori di testi che noi diremmo «costituzionali», non li designarono mai così. Furono i costituenti americani, a cominciare dal 1776 in Pennsylvania e poi nel 1787 a Philadelphia per il nuovo Stato federale, ad adottare «costituzione» intesa come suprema legge. Li seguirono i rivoluzionari francesi del 1789. E la dizione si affermò un po’ dovunque, in Europa, nel corso dell’Ottocento. Fece eccezione Carlo Alberto di Savoia, che nel 1848 concesse al Piemonte uno «statuto», così detto perché era «ottriato», e cioè unilateralmente concesso dal sovrano. Ma lo statuto albertino ricalcava la costituzione belga del 1831, ed era una costituzione alla stessa stregua del suo modello.Il punto è, allora, che sin dalla fine del Settecento alla fine della Prima guerra mondiale il significato di costituzione era «garantista»: non designava qualsiasi forma, qualsiasi struttura dello Stato, ma specificamente quella organizzazione del potere che garantiva la «libertà da», la libertà dei cittadini dallo Stato, nei confronti dello Stato. Paine lo disse concisamente nel 1791: «Un governo senza una costituzione è potere senza diritto ». E nella Dichiarazione francese dei diritti del 1789 si legge: «Una società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata e la separazione dei poteri non è definitivamente determinata non ha costituzione».Questa accezione garantista di costituzione viene travolta, o comunque respinta, dalla teoria pura del diritto di Kelsen e, più in generale, dal «formalismo giuridico» che si afferma tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Questo formalismo, attentissimo alla forma e alla coerenza del diritto, è però molto, anzi troppo disattento alla sostanza dei problemi. Resta il fatto che tuttora impera nell’insegnamento delle facoltà di giurisprudenza e nella forma mentis della nostra magistratura. E si capisce perché. Al giurista piace, così come piace e conviene a quasi tutte le specializzazioni, chiudersi in un proprio orto inespugnabile. Il che è bene per la sistematica deduttiva del diritto, ma male per il problema del potere politico. [...] Comunque sia, i nostri costituenti del 1948 uscivano dalla esperienza della dittatura fascista, e i cattolici e i comunisti di quegli anni si temevano e non si fidavano gli uni degli altri. Pertanto si impegnarono nella progettazione di uno Stato il più garantista possibile. Forse anche troppo garantista (a scapito della governabilità); ma che ci ha pur sempre garantiti per più di mezzo secolo.Le costituzioni non sono, e nemmeno dovrebbero essere, immodificabili. Sono, ovviamente, figlie del loro tempo. Però è importante che durino, che siano longeve. Infatti sono, per lo più, costituzioni rigide, e cioè sottoposte a speciali procedure di modifica. Lo è — rigida — anche la nostra. Ma mentre la costituzione degli Stati Uniti è stata modificata in piccolo, per dire con emendamenti di singoli articoli che ne lasciano invariata la struttura portante, noi abbiamo cominciato sin dal 1983 a vagheggiare riforme di interi blocchi della Carta originaria. Nessuna di queste riforme a blocchi è mai andata in porto fino al 2001, quando il governo Amato di centrosinistra varòin extremis un grosso pacchetto di riforme di tipo federalista (vedi, nel Titolo V su Regioni, Province e Comuni, specialmente i nuovi articoli 114-120). Questa riforma fu frettolosa, anche perché ispirata da interessi elettorali contingenti, e incompleta, nel senso che rinviava la riforma del bicameralismo paritario alla futura creazione di un Senato che fosse espressione di rappresentanza territoriale.Al momento abbiamo dunque una costituzione incompleta (e anche controversa) nel suo assetto federalista, mentre siamo assurdamente fermi sulle piccole riforme intese a rafforzare la capacità di governo — e così a correggere l’eccesso di parlamentarismo della Carta del ‘48 — attribuendo al capo del governo il diritto di scegliere e revocare i suoi ministri, e assicurando ai governi una maggiore stabilità introducendo l’istituto tedesco della sfiducia costruttiva. Su queste piccole riforme, che non toccano la struttura del sistema parlamentare, quasi tutti i costituzionalisti sono d’accordo. Eppure non si fanno.Berlusconi e Bossi hanno invece perseguito l’intento di disegnare una nuova costituzione — la cosiddetta costituzione di Lorenzago — che cambiava più di cinquanta articoli della costituzione vigente. Ma il progetto di Lorenzago è stato massicciamente respinto dal referendum del giugno 2006. Nonostante questo secco colpo di arresto, agli addetti ai lavori continua a piacere di ripensare la costituzione in grande. Così la questione più discussa oggi è se la prima parte del testo del ‘48 non sia largamente obsoleta e da rifare.Come già dicevo, è importante che le costituzioni durino e che diano «certezze» durevoli. È vero che alcuni articoli, o anche molti articoli, del testo elaborato sessant’anni fa esibiscono principii «datati». Per esempio, l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro » (che nella formulazione proposta da Togliatti diceva «fondata sui lavoratori»). Ma la importante distinzione tra norme programmatiche (che sono soltanto «indirizzi», norme virtuali e latenti) e norme precettive (le vere norme cogenti) consente di mantenere in vita senza danno norme che sono, appunto, datate. Io lascerei al tempo il compito di rendere desuete le norme programmatiche che sono diventate tali e non me ne preoccuperei più di tanto. Le vere urgenze investono semmai le norme precettive sulla governabilità che ho richiamato poc’anzi.Concludo sottolineando la grande utilità di questo testo, e di un chiaro e sistematico aggiornamento di una costituzione che è già stata abbondantemente modificata e che molti citano ancora nella versione originaria e superata.

Giovanni Sartori - Corriere della Sera, 27 febbraio 2009

venerdì 27 febbraio 2009

L’Ala d’Oro, dove le “sfogline” sono di casa.

L'albergo e Ristorante ALA D'ORO è situato nel cuore del centro storico di Lugo ed è ricavato dal palazzo nobiliare dei Conti Rossi, una importante famiglia aristocratica della città. Dal 1998 fa parte del network di "Dimore d'Epoca", un’associazione di piccoli alberghi indipendenti ricavati da edifici storici. Il Ristorante è collocato all’interno dell’edifico e ne è parte integrante anche se, di fatto, è un esercizio aperto al pubblico indipendente dall’albergo sebbene gestito dalla stessa proprietà. La signora Nadia Montuschi, che si occupa personalmente della gestione del ristorante, è molto brava, attenta, curiosa e sensibile sia verso i cambiamenti del gusto, che verso la clientela. A dimostrazione di ciò, da alcuni mesi è stata inserita stabilmente nel menù anche pasta – rigorosamente fatta in casa - per i “celiaci” (persone che soffrono di un’intolleranza permanente al glutine). Il personale è molto professionale e di esperienza – ben guidato dal Maitre Eglio Geminiani - capace di far sentire a proprio agio il cliente. La percezione che ne ho sempre ricavata è quella di “sentirmi a casa”, tra amici. Il ristorante si presenta con due sale: la prima è la sala ristorante vera e propria, molto accogliente, mentre il salone è, diciamo, in aggiunta e capace di contenere un paio di centinaia di persone. Viene utilizzato per cene numerose, banchetti, matrimoni, ma anche momenti di cultura (ad esempio Caffè Letterario, una chicca della città di Lugo guidata in modo sapiente e capace da Claudio Nostri - socio insieme alla signora Nadia – che si occupa maggiormente della gestione alberghiera, tra l’altro schivo ma ottimo fotografo del bianco e nero). Costantemente gli avventori del ristorante possono godere della vista altresì di mostre di pittura e fotografiche di artisti noti od emergenti. Per me il ristorante è stata una piacevolissima scoperta perché vi ho trovato una cura e un’attenzione verso la cucina e la gastronomia veramente importanti. Personalmente ritengo che l’Ala d’Oro “paghi” un poco, paradossalmente, il fatto che sia uno dei ristoranti più antichi di Lugo, ma in realtà non lo dimostra affatto e la qualità dei cibi unitamente allo svolgimento in chiave attuale dei piatti del territorio ne fanno un locale da provare assolutamente. Più volte, infatti, mi è capitato di evidenziare, durante un confronto dei “siti culinari” tra amici, le eccellenze di questo ristorante annoverato mentalmente – ed erroneamente - solo tra gli alberghi. Segnalo, tra le altre cose, che sono presenti anche sul web con il loro sito (www.aladoro.it), sempre aggiornato nelle proposte e nelle offerte. In particolare ho un debole per la loro pasta perché le “sfogline”, che fanno parte permanente della brigata di cucina, sono delle “arzdore” nostrane e vero punto di eccellenza per il piatto principe della cucina romagnola. All’Ala d’Oro si potrebbe pranzare o cenare solo con le “minestre”, questo è un locale in cui si possono (ri)scoprire e apprezzare, oltre ai “mitici” (credetemi) cappelletti in brodo di cappone, tutte le paste - fatte rigorosamente a mano e tirate al matterello - quali le tagliatelle, i garganelli, gli strichetti, gli strozzapreti, la spoja lorda, i tortelli, ecc. Un merito a cui plaudo – e vorrei trovare in tutti i ristoranti - è quello di avere un menù contenuto, che varia in base alle stagioni, ma molto curato. Essendo appunto tutta la cucina oggetto di grande attenzione, come già scritto, segnalo da provare in ogni caso altri piatti, soprattutto in questa stagione, quali il coniglio e le carni in genere con una menzione particolare che riserverei ai fritti di pesce e all’italiana, appetitosi ma leggeri e digeribili. Tra i dolci ottimi il semifreddo all’amaretto o al torroncino con zabaione e la zuppa inglese. Nella scelta dei vini potrete trovare una bella selezione dei migliori vini locali e quelli più importanti di varie regioni italiani. indico infine, cosa non di poco conto per questi tempi, l’ottimo rapporto prezzo/qualità.
Ristorante Ala d'Oro - Corso Matteotti, 56 - 48022 - Lugo (Ra) - Tel. 0545.22388 - Chiuso sabato a mezzogiorno

giovedì 26 febbraio 2009

Osteria San Martino: la tradizione e l’innovazione a braccetto in cucina.

Chi sostiene che i giovani non sono attenti alle tradizioni potrà ricredersi andando all’Osteria di San Martino in centro a Lugo in Via Magnapassi 22. Il Maestro di cucina Emiliano Bucci, insieme ai due titolari Massimo Seganti e Willi Dalpozzo, sono tre ragazzi che in grado di smentire questo luogo comune.
L’Osteria sita nel centro di Lugo, si raggiunge attraverso una scala che riporta immediatamente a sensazioni d’altri tempi, in questi casi le scale sia in salita che in discesa (l’Osteria dei Poeti di gucciniana memoria) le associo ad un tempo che fu. Il luogo è gradevole, accogliente, il lungo tavolo all’ingresso, le sale contigue una all’altra che formano una specie di ferro di cavallo intorno alla cucina, i soffitti ampi a volte caratterizzano il luogo unitamente ad un grande camino centrale e ricorda immediatamente le antiche osterie medioevali. Tutto qui si alterna in un costante equilibrio tra la tradizione e l’innovazione, il luogo si diceva si contrappone all’età degli esercenti e del cuoco; il recupero di certe ricette tipiche della Romagna - ad esempio i curzul (letteralmente i lacci delle scarpe) al sugo di scalogno - a piatti innovativi che legano però le ricette ai sapori del territorio. Una ulteriore testimonianza di questo continuo altalenarsi è fornita anche dalla duplice locazione dell’osteria inverno-estate: dal 1 giugno infatti, da alcuni anni, viene sospesa l’attività nel luogo “storico” e si ripropone nella suggestiva locazione del giardino pensile, all’interno della rocca di Lugo – Piazza dei Martiri della Libertà 1 - da cui si gode la vista del Pavaglione e della piazza del monumento di Baracca rimanendo al fresco fornito della fitta vegetazione. Ovviamente si modifica anche la proposta gastronomica rendendola più attinente e rispondente al periodo estivo.
Si nota in molti particolari il gusto della ricerca sia per ciò che è stato e ciò che è, nella lettura del menù, nel recupero di vecchie ricette, nella proposizione di una notevole varietà di formaggi accompagnati da miele e marmellate anche molto casarecce e familiari, nell’offerta delle paste “ripensate” con gli elementi del territorio, nella proposizione dell’agnello difficilmente reperibile nelle proposte di un ristorante perché carne difficile che incontra il gusto di pochi ormai. In estate, in rocca, il menù si arricchisce di numerose proposte a base di pesce, dalle fragranti e delicate fritture al filetto di tonno appena scottato per citarne alcuni. Ottima sempre la scelta di dolci e la carta dei vini.
Rimanendo negli “equilibri” segnalo l’ottimo rapporto dell’Osteria San Martino in qualità/prezzo, che oggi è – e deve essere - un elemento assolutamente importante nel giudizio di un ristorante a fronte anche di proposte non sempre all’altezza e di una sempre maggiore attenzione della gente alla scelta del ristorante dovuta alle minori possibilità di spesa di un tempo.
L’unico appunto che mi sento di fare, molto bonariamente, è sulla scelta degli artisti che espongono all’interno dell’Osteria. Personalmente sono aperto a tutto ciò che è cultura in generale e arte in particolare, ma nel rispetto e nell’attenzione che un gestore deve riporre verso tutta la sua Clientela – di ogni ordine, età e grado – vale la pena valutare con una certa cura l’opportunità di certe opere in un luogo deputato alla Civiltà della Tavola. A non tutti garba avere di fronte determinati quadri mentre si porta una posata con il cibo alla bocca...
Osteria San Martino - Via Magnapassi, 22 - 48022 - Lugo - Tel. 0545 281928

mercoledì 25 febbraio 2009

Quel buon ragù oramai introvabile con più di cento anni di storia.

Quando ho attraversato per la prima volta il ponte vecchio ad Alfonsine immettendomi di fatto sulla “Viulèna” – la strada che gli abitanti identificano dal secolo XIX in quel tratto che dal ponte passa dalla piazza Monti - non mi aspettavo di compiere un viaggio di sapori legati, nella memoria, alla cucina di mia nonna “Gianina” (Domenica all’anagrafe).

La segnalazione della trattoria “Al Gallo” mi era arrivata, e caldeggiata, da Giovanni Barberini, allora Assessore alla Cultura del Comune di Lugo, che mi aveva riferito come questo locale fosse molto conosciuto nel territorio sia per la genuina qualità della sua cucina, sia per la storia. Posso confermare assolutamente questo giudizio.
La trattoria “Al Gallo” venne aperta nel 1872 da Caterina Pagani detta “la Biastmèna” (come da “buona” tradizione romagnola, mangiapreti e anche bestemmiatrice) nel luogo dove si trova ora e ottenne in seguito aiuto nella gestione dalla nipote Maria Faccani. Quest’ultima, oltre a ereditare la trattoria-locanda ne ereditò... anche il soprannome. Il locale venne distrutto durante i feroci combattimenti e bombardamenti avvenuti proprio in questa zona nella II guerra mondiale dove il Senio divenne di fatto “un fronte” molto caldo (testimone ne è la stessa Alfonsine praticamente cancellata nella sua parte storica). La Faccani, a guerra conclusa ricostruì la trattoria e l’albergo esattamente nello stesso luogo. Dal 1968 Gigiò e la Tina (Luigi Matulli e Tina Chiari) assieme alla figlia Iris subentrano alla gestione iniziale e da allora continuano a preparare i piatti tipici del territorio con passione ad una clientela molto affezionata. In questo locale che lavora tutti i giorni mattino e sera, domenica esclusa, è sempre meglio prenotare perché non è affatto scontato trovare il posto presentandosi semplicemente all’ingresso.

Entrando, soprattutto la sera, ci si immerge nel tipico ambiente della trattoria costituito dal bancone di fronte alla porta e due ampie sale perennemente gremite di persone e di quella allegra confusione data tipicamente dalla buona cucina miscelata generosamente con il vino e l’ambiente informale. Solitamente è la signora Iris che si propone subito, la tipica e semplice “azdora” romagnola che conquista subito la vostra simpatia. Il mio primo consiglio è quello di lasciarvi guidare da lei nella scelta del menù, non ve ne pentirete, il secondo è quello di arrivare preparati al “viaggio” gastronomico: è impegnativo, secondo i parametri che abbiamo oggi delle porzioni, se volete percorrerlo tutto. Il menù, come spesso accade nei ristoranti migliori, non è vastissimo, ma tutto questo va a vantaggio della qualità. Voglio segnalare comunque in particolare gli antipasti con ciccioli secchi e la selezione dei salumi romagnoli, i cappelletti e le tagliatelle al ragù, il coniglio e il pollo, ai ferri o alla cacciatora, e la zuppa inglese. Una cosa simpaticissima di sera è data dal fatto che alcune volte, ad un certo orario, esce la mamma della Sig.ra Iris con una della ciambella calda appena sfornata che offre a tutti i presenti e, vi assicuro, trova sempre spazio nello stomaco anche dopo una così abbondante cena.

Devo ammettere che la cosa che mi ha veramente “commosso” (naturalmente è un eufemismo, ma non tanto... ) è ritrovare molte ricette di più di un secolo fa, in particolar modo il ragù originale e immutato nella ricetta dall’apertura della trattoria più di cento anni fa. Nel ragù con le tagliatelle ho trovato la sublimazione della nostra tradizione in cucina, il punto di massima espressione della passione nel fare le cose buone senza tenere in considerazione il parametro tempo. Un ragù che ricordavo, come dicevo all’inizio, solo realizzato da mia nonna che metteva la stessa passione ed esperienza nella realizzazione di questo condimento, che mai sono riuscito a ricondurre ad una ricetta scritta poiché gli ingredienti, il processo e le quantità non quadravano mai, nella trascrizione, due volte di seguito.
A conclusione va detto che questa gestione famigliare della trattoria fa onore ai proprietari anche per i prezzi che vengono praticati che sono ormai veramente oramai – purtroppo -introvabili e fanno inclinare l’ago del rapporto prezzo/prestazione decisamente a favore di questo locale e speriamo che la Signora Iris riesca a mantenersi il più possibile nel tempo. Luoghi come questi bisognerebbe salvaguardarli “per legge”.

Ci vado regolarmente dal 2006 e ha mantenuto intatta sia la qualità che l'ottimo rapporto con il prezzo.
Trattoria Al Gallo - Piazza Vincenzo Monti, 38 - 48011 Alfonsine (Ra) - 0544.81133 - Chiuso la domenica

lunedì 23 febbraio 2009

Osterie delle Callegherie il sapore di New York

Qualcuno probabilmente ha già fatto questa esperienza, ma forse inconsapevolmente e quindi non ha colto tutto il “sapore” di una serata passata all'Osteria delle Callegherie. Per chi non lo sapesse, questo ristorante, nato nel 1999, è la copia di un altro, presente nella Grande Mela, che porta il nome di Viceversa (pronunciato in americano vaisiversa), realizzato dallo stesso architetto - imolese - e gestito da Franco Lazzari, imolese pure lui, ma ormai newyorkese a tutti gli effetti. Io ho avuto il piacere di visitarlo questo locale “fratello” anche recentemente e posso confermarvi che è l'esatta copia, differente solo negli spazi, più ampi e, naturalmente, nella “location”. Leonardo Mantovani, il titolare di Imola non me ne vorrà, ma New York... L'Osteria delle Callegherie, che deve il nome alla strada in cui si trova che fin dal medioevo si caratterizzava per la presenza di botteghe di conciatori di pelle – da qui il nome dal latino - è un locale che possiede un “pedigree” enogastronomico. Non solo perché precedentemente vi era già un'osteria, ma fin dai primi anni '50 era la sede di un circolo ricreativo che faceva cucina e, durante le serate estive, nel cortiletto interno dietro al locale, improvvisava una pista da ballo. Leonardo, per sua stessa ammissione, è un maniaco dell'ordine e della perfezione e appena seduti, se guardate con attenzione il vostro tavolo e l'ambiente che vi circonda, noterete che tutto è al “suo posto”, cito a titolo di esempio le tovaglie con i quattro lati che distano esattamente alla stessa distanza dal pavimento, i bicchieri perfettamente disposti l'uno dall'altro, le bottiglie esposte sugli scaffali con tutte le etichette rivolte ordinatamente verso l'esterno. Mi ha assicurato però che questa sua grande attenzione non sfocia nelle pericolose tendenze visibili nelle scene del film “A letto con il nemico”. La stessa cura e attenzione l'ha posta nel pensare al locale, con il risultato di un sapiente mix di neo-classico e moderno (il termine di moda è cool) che risulta apprezzato anche in una grande città (New York docet). Il suo amore e passione per il dettaglio si manifesta anche nella proposizione del menù, la strategia di una scelta limitata di piatti garantisce una freschezza certa e un'ottima qualità, grazie anche al Maestro di Cucina, Antonio Di Cesare, che ha la buona abitudine di girare tra i tavoli, per cogliere le impressioni e dare delucidazioni sulla genesi dei piatti e il loro processo di preparazione. Viene fatta una certa rotazione nei piatti presenti nel menù - in base alla disponibilità delle materie prime - ma come ho potuto rilevare la clientela più affezionata ed abituale non gradisce troppe novità od esclusioni. Confesso che io stesso, tempo addietro, protestai educatamente quando non trovai nella carta il mio dolce preferito: la cassata ai fichi caramellati - che è tornato nella lista a giusta causa – e che consiglio assolutamente di assaggiare. Sono meritevoli di segnalazione particolare inoltre le cappesante dorate con crema acida allo scalogno negli antipasti, i ravioli farciti alle patate e formaggio faviggiolo nei primi, la tagliata di bisonte al rosmarino per i secondi. Ottima la scelta di vini guidata Ivan il Sommeliers. Molto curata anche la "colazione di lavoro" che viene variata ogni settimana e si può ricevere anche via email ogni lunedì mattina. Complimenti anche per il sito, aggiornato (http://www.callegherie.it/). In ultimo mi preme consigliarvi di leggere anche il libro “Sale grosso e peperoncino” scritto dal giornalista Corrado Peli utilizzando i racconti dati dall'esperienza, di Leonardo Mantovani. Ne è uscito uno scritto piacevole e gustoso, leggero e rapido da leggere, che permette di vivere alcune ore di rilassatezza in questo mondo oggi particolarmente difficile. Il libro è edito dalla casa editrice La Mandragola.
Osteria delle Callegherie - Via callegherie, 13 - 40026 - Imolat - tel. 0542.24443 -riposo sabato a pranzo e domenica Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani-L'Informazione di domenica 22 febbraio 2009

domenica 22 febbraio 2009

Esperienza e qualità al Giardino dei Semplici

Ritengo il Maestro di Cucina nonché titolare, Renzo Depellegrin, una persona che ha trasferito tutta la sua esperienza e conoscenza sia nei piatti che prepara, sia nell'ambiente in cui ti accoglie. L’amore profondo che nutre per quest’arte si coglie molto bene quando si inizia a parlare con lui di cibo. Nel tempo mi sono accorto come sia un uomo sempre attento ai cambiamenti del gusto e delle abitudini della società, tanto da adattare il suo modo di fare cucina a questi mutamenti. Proveniente dall'esperienza dell'ex Palazzo Tesorieri, sempre in Bagnacavallo, nel 2003 ha scelto di continuare il suo lavoro nella sede attuale: un granaio ristrutturato di un antico palazzo nobiliare del '700. Il ristorante si affaccia su un orto botanico – il giardino dei semplici – molto curato, grazie anche alla grande attenzione dell'Amministrazione Comunale per la cura della città in generale, e che, soprattutto in estate, regala tutta l'atmosfera di tranquillità e serenità tipica di questi luoghi.
Depellegrin, nonostante sia un veneto, è fortemente radicato in questa terra di Romagna e la passione per la ricerca storica legata alla gastronomia si evince nella sua cucina che propone. Accanto alle proposte tradizionali che spaziano dalle nostre minestre tipiche alla grigliata tipica romagnola, affianca una sapiente cucina innovativa che mantiene sempre un sottile legame con il territorio grazie al sapiente utilizzo di prodotti locali. Così si spiegano i Passatelli in fonduta con tartufo nero, i Garganelli S.Daniele o gli Gnocchi di patata con guanciale e porro su carbonara leggera. L’attenzione verso le mutate richieste della clientela hanno portato Il Giardino dei Semplici ad allargare al proposta gastronomica anche al pesce. Anche se questa è “una terra di mezzo” schiacciata tra gli Appennini e il mare, dove fino a quindici anni fa non si parlava di menù ittici nei locali, oggi appunto la situazione è cambiata e il cliente vuole trovare il pesce anche senza spostarsi fino in riviera. Con il pesce stessa strategia: una serie limitata di proposte mirate e sfiziose come il cous cous con gamberi e pesci alla mediterranea, gli spaghetti al granchio con peperoni o ancora il millefoglie di salmone con patate alle erbe del giardino, naturalmente dei semplici. Per gli “amanti” anche della quantità – leggi golosi - voglio rassicurarli che i piatti sono sempre generosi, ma mai a scapito della qualità.
Comunque tutta la proposta alla carta di Depellegrin ha un unico filo conduttore, è calibrata, attenta, misurata e vivace in quanto cambia con una certa frequenza seguendo la stagionalità. Non vi troverete mai di fronte un menù con una quantità enorme di voci, al contrario avrete un’offerta semplice, ma interessante, con qualche consiglio sulla proposta del giorno.
Per ciò che riguarda la proposta dei cibi vorrei evidenziare come i dolci mantengano alta la valutazione sulla qualità. Consiglio vivamente i soufflé e gli sformati, ma anche nella cucina del freddo troverete gustose proposte.
Il Giardino dei Semplici è fornito anche di un’ottima cantina in cui i cultori potranno trovare soddisfazione e divertimento accompagnando “sapientemente” i cibi con il nettare degli dei oppure facendosi consigliare, provando magari il locale “Burson” o affidandosi ad etichette più conosciute.
Il locale lo trovo gradevole, accogliente, con quell’aria di familiarità che si conviene a questi luoghi, mantenendo però una certa eleganza data dalla semplicità. Ancora una volta la tradizione romagnola si sposa con tocchi di innovazione e creatività, ad esempio i lampadari creati dallo stesso Depellegrin. In primavera-estate si può godere di un pergolato esterno che vi offre alla vista l’orto botanico e il giardino racchiuso dalle antiche mura della casa nobiliare.
Se dovessi muovere un appunto al locale lo individuerei nella mancanza di una “zona di ingresso”, appena si entra si è già in qualche modo in sala, ma comprendo anche che la logistica del locale non offriva forse grandi opportunità e naturalmente è voler in qualche modo “spaccare il capello in quattro”.
In ultimo il rapporto prezzo-qualità lo trovo adeguato alla proposta e quindi consiglio vivamente il viaggio.
Ristorante Il Giardino dei Semplici - Via Manzoni, 27 - 48012 - Bagnacavallo (RA) Italia
Tel. 0545.61156 - Chiuso giovedì