sabato 10 luglio 2010

Ozio addio. Schiavi degli impegni

L’ossessione di riempire tutti gli spazi delle nostre giornate ha molte facce: Internet, i blog, lo zapping alla tv. Invece i «tempi morti» diventano una fatica insopportabile che porta alla depressione: il contrario dell’otium classico, sinonimo di pienezza vitale.

Nel nostro mondo l'ozio è diventato inattività, che è tutt'altra cosa: chi è inattivo è frustrato si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca. La tecnica del "rallentando" è l'estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all'uomo. (M.Kundera)

Non siamo più capaci di oziare. Nel senso buono, nel senso latino del termine: la vita solitaria e contemplativa non fa per noi. Anche il tempo libero finisce per essere un tempo finalizzato a qualcosa. Nel suo primo romanzo in lingua francese, La lentezza, Milan Kundera ricordava un bel proverbio ceco: «Gli oziosi contemplano le finestre del buon Dio». E aggiungeva: «Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca». Per Kundera l’ozio è la sapienza della lentezza, il «conoscere a meraviglia la tecnica del rallentando» e si oppone alla velocità, che è «la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo». L’ozio è una declinazione del tempo. Con il Basso Medioevo, racconta lo storico Jacques Le Goff in un saggio memorabile, al tempo della Chiesa, che segnava con il ritocco delle campane le varie tappe della giornata, si è aggiunto il tempo del mercante: quello scandito dal commercio, lo spazio temporale che divide la promessa di pagamento dal saldo. Al tempo di Dio, dopo il primo millennio, si è aggiunto il tempo dell’uomo. Con la postmodernità fluida, è quest’ultimo il solo tempo che ci è rimasto.

Nella tradizione filosofico-letteraria cristiana, l’ozio aveva connotazioni diverse. Da una parte astenersi da ogni occupazione utile (il lavoro e la preghiera) era sinonimo di pigrizia, uno stato patologico vicino alla malinconia depressiva: ora et labora era il motto della regola benedettina che dovette aver presente Dante quando, nel VII dell’Inferno, condannò gli accidiosi (quelli «co la mente alienata», scrive Jacopone da Todi) a rimanere eternamente immersi nelle acque nere e ribollenti della palude Stigia. Ma soprattutto quando, nel XVIII del Purgatorio, costrinse, per contrappasso, le anime dei pigri a muoversi in continuazione e a correre urlando esempi di sollecitudine. Dante, probabilmente, avrebbe riservato lo stesso destino al buon Oblomov, il trentenne protagonista eponimo di Goncarov, che le prova tutte prima di rassegnarsi a vivere una vita apatica nella sua casa di Pietroburgo, mentre il mondo intorno a lui si agita frenetico.

D’altra parte, invece, c’è l’otium, l’opposto degli affari pubblici, il tempo da dedicare alla meditazione, allo studio, alla cura della mente e dello spirito, quello amato dagli stoici, da Cicerone, da Orazio e da Seneca, che vi scrisse sopra ben due trattatelli: De otio e De tranquillitate animi. Anche Petrarca la pensa così e il suo De vita solitaria è un’esaltazione del tempo liberato dalle occupazioni civili e politiche, purché non diventi inerzia e disimpegno. Un filone che avrà fortuna tra gli illuministi, prima che l’ozio diventi lo spleen dei romantici, mal di vivere da flâneur, e poi nausea esistenzialista e noia moraviana. Ma sarà la rivoluzione industriale a recuperare l’orgoglio della vacanza in senso etimologico, del vuoto creativo, con una serie di pamphlet che vanno dal Diritto all’ozio di Paul Laforgue (1880) all’Elogio dell’ozio di Bertrand Russell (1932), con declinazioni successive in chiave umoristica, come nel pamphlet di Jerome K. Jerome I pensieri oziosi di un ozioso il cui succo è riassunto da questa breve parabola: «Conobbi un uomo che all’ora della sveglia balzava subito dal letto e faceva un bagno freddo. Ma questo eroismo non serviva a nulla perché, dopo il bagno, doveva saltare di nuovo dentro al letto per scaldarsi». In sostanza: «È impossibile godere a fondo dell’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare». Oppure quello stesso orgoglio può assumere un’accezione mistico-ascetica, come nel libretto di Hermann Hesse, L’arte dell’ozio.

Che cosa è rimasto del piacere dell’ozio umanistico nell’era multitasking? Niente o quasi. Perché una delle qualità essenziali del dolce far niente è la gratuità come scelta deliberata e la gratuità, nella nostra epoca, è rara. Tutto deve essere funzionale a qualcosa. Pensate ai bambini e agli adolescenti: il loro tempo libero viene occupato, per lo più, da attività organizzate, programmate da genitori-manager. Così, alla fatica necessaria (quella della scuola) si aggiunge la fatica del tempo liberato, corsi di inglese, corsi di musica, lezioni di ginnastica e di danza, sedute sportive. I ragazzi hanno l’obbligo di scegliere come occupare le proprie ore libere, purché rientrino in uno schema istituzionale e in una socialità regolata e perciò rassicurante (per la famiglia). Quanti genitori rovesciano nei figli la propria ansia di prestazione e/o la propria paura del vuoto?

Non avete mai visto quelle madri e quei padri che nel pomeriggio si trascinano dietro per un braccio i loro figli per caricarli in auto e consegnarli puntuali in palestra o in piscina? Oppure aspettare il week end per abbandonarli qualche ora dalla maestra di pianoforte o al corso di karate? Che noia, anzi che stress! Magari fosse noia: quel bel momento di solitudine in cui si sbuffa, non si sa che cosa inventarsi e magari per inventarselo bisogna lavorare di fantasia e aguzzare l’ingegno. Invece no, è il proseguimento della routine quotidiana, anzi dello stress scolastico: la noia, per certi genitori, va evitata come il diavolo perché la nostra società ci insegna a essere attivi ed efficienti 24 ore su 24. Altro che il vivere al 5 per cento di montaliana memoria: bisogna vivere al centodieci per cento, e se possibile anche di più, ed è meglio che i ragazzi lo sappiano subito. E il gioco? Il gioco spontaneo, come rottura e capovolgimento di quella routine, divertimento puro, rovesciamento carnevalesco, ne viene fatalmente sacrificato.

Del resto, come fa notare Fabio Massimo Lo Verde, nel suo recente saggio Sociologia del tempo libero: «È attorno al lavoro e alla sua etica che si è organizzata la modernità e dunque il suo contrario ha assunto soprattutto un significato residuale». È così che il leisure facendosi fenomeno di consumo di massa ha prodotto un vero e proprio business, un settore merceologico ad hoc, per giovani, per adulti e per anziani, in costante crescita fino a configurare una colossale industria dell’entertainment capace di assicurare felicità, benessere, divertimento a orari fissi da segnarsi bene sull’agenda.

C’è un’apparente contraddizione di cui bisogna tener conto e che si può riassumere in una domanda: lo sviluppo riduce o fa aumentare il tempo libero? Ci sono i pessimisti e gli ottimisti. Chi considera il leisure come uno spazio confinato tra le attività di consumo, una specie di libertà obbligatoria, per usare le parole di una celebre canzone di Giorgio Gaber («si può occuparsi di spiritismo / si può far dibattiti sull’orgasmo / si può far politica alternativa / si può siamo pieni di iniziativa / si può...») dove tutto viene ironicamente ridotto a hobby per nevrotici e frustrati. Una specie di scarico nervoso indispensabile al dopo lavoro, come se l’organizzazione produttiva finisse per invadere anche il tempo dello svago. D’altra parte, mentre in passato i paletti tra lavoro fisico e «tempo perso » erano più netti, oggi la crescita del lavoro immateriale, nelle sue varie forme, rende quasi inavvertibile lo sconfinamento nell’ozio fino a farne un tempo apparentemente senza limiti imposti.

Bisogna vedere, insomma, se questo sconfinamento è davvero riposo o coazione dissipativa: a cominciare dalla ossessione compulsiva di occupare gli spazi interstiziali della propria giornata navigando in Internet, consultando i blog di riferimento, concedendosi allo zapping sincopato della tv. Senza dire che l’epoca della flessibilità e del precariato rischia di dilatare ad libitum i tempi morti, rendendo paradossalmente il «dolce far nulla» una fatica insopportabile, frustrante e alla fine depressiva. Perché, ha ragione il già citato Jerome K. Jerome, non c’è vero ozio senza lavoro. Comunque lo si veda - quale prolungamento dell’abitudine al consumo, spazio organizzato per finalità didattiche o pseudoformative, forma di intrattenimento dei tempi morti, sfogo o decompressione del lavoro immateriale, unica alternativa al vuoto di una quasi disoccupazione - l’ozio, nella dimensione umanistica di una rilassata e rilassante gratuità, sembrerebbe incompatibile con la nostra epoca, dove risulterebbe ridicolo fondare un’Accademia degli Oziosi, come avvenne a Napoli nel 1611.

Semmai, nell’era della velocità, dell’iperattività realizzativa e dei risultati da esibire al cospetto della società, anche il minimo vuoto può essere causa di immotivati sensi di colpa. Senza sapere che è solo il tempo vuoto a scongiurare l’oblio. Lo dice magnificamente Kundera nel libro citato: «C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio». È più omeno ciò che pensa Virginia Woolf quando afferma che «nell’ozio la verità sommersa viene qualche volta a galla». Ha ragione, Virginia Woolf. Intanto perché - lo dice Domenico De Masi in un libro intervista con Paria Serena Palieri, l’«ozio creativo» è un girare apparentemente a vuoto, in attesa dell’idea, dell’estro, della voglia, della cosiddetta ispirazione che può produrre capolavori. «Oziare - aggiunge De Masi - non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non avere l’assillo del cronometro, non seguire i percorsi angusti della razionalità, tutte quelle cose che Taylor e Ford si erano inventati per imbrigliare il lavoro esecutivo e renderlo efficiente».

Nella letteratura del Novecento è spesso la flânerie a far emergere la verità sommersa: il principe di Salina, nel Gattopardo, si dedicava all’astronomia. Ma l’ozio, nelle sue varie coloriture che vanno dall’accidia all’inerzia, dalla pigrizia colpevole alla fannulloneria deliberata, non è più solo prerogativa aristocratica. In una giornata di giugno l’agente pubblicitario Leopold Bloom vagabonda per le strade, per le librerie, per i locali e per i bordelli di Dublino costruendo via via la propria identità. L’inattività è molto più produttiva dell’azione. Basti pensare a Ulrich, l’uomo senza qualità (e inconcludente) di Musil, agli inetti di Svevo (autore di pagine, intitolate Il mio ozio, che dovevano appartenere a un romanzo rimasto incompiuto) perennemente a passeggio per la città, ai tempi perduti e ritrovati di Proust: dove la memoria, il sapore della vita e della morte emergono nel momento massimo del relax, inzuppando una madeleine in una tazza di tè. Per non dire di quel che affiora nell’ozio più paradossale, angoscioso e assurdo della letteratura, quello di Vladimiro ed Estragone, in Aspettando Godot.

Il tempo della vita viene annullato e la verità la si cerca altrove. Quando l’ozio aveva un valore esistenziale, anche i narratori ne tenevano conto e condivano i loro romanzi di dilatazioni, rallentamenti, digressioni e descrizioni, al punto che nel secolo scorso queste hanno preso il sopravvento fino a diventare il cuore della narrazione. Le cose importanti accadevano nei tempi morti anche in letteratura. Ma la fretta incalzante delle nostre «vite di corsa» (titolo di un libretto del sociologo Zygmunt Bauman) ha prodotto, negli ultimi anni, romanzi di corsa: il trionfo della trama non è altro che il riflesso (automatico?) narrativo di un mondo che si regge sulla velocità-tutta-cose, sull’iperattività (una sindrome di cui, non a caso, sempre più soffrono i nostri figli sin dall’infanzia). Non è ammesso ozio neanche nei romanzi: il genere - giallo, noir, eccetera - va subito al sodo, è il trionfo del ritmo, dell’azione senza tanti giri, senza perdite di tempo. È probabile che un nuovo Proust oggi scriverebbe «Alla ricerca del tempo perso perduto». Sì, il tempo perso perduto.

Paolo Di Stefano

L’autore
Paolo Di Stefano (Avola 1956) è inviato del «Corriere della Sera» e scrittore. Tra i suoi romanzi: «Baci da non ripetere» (Feltrinelli 1994), «Tutti contenti» (Feltrinelli 2003), «Nel cuore che ti cerca» (Rizzoli 2008). Un mese fa ha pubblicato «Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori» (Rizzoli)

venerdì 9 luglio 2010

Perché il merito da noi non vince. Il Bel Paese del «familismo amorale»

Ognuno di noi è quello che riesce a diventare. È così da quando la rivoluzione francese e quella americana posero le basi di una cultura che «cambiò» un futuro fino allora preordinato dalla nascita. Il diritto al merito sembra una certezza acquisita nelle società occidentali mature; eppure, all’interno di questo percorso storico, c’è anche un Paese come l’Italia, che vive in cronica «asfissia» di merito. Cosa denunciata da molti e oggetto di lamentele ricorrenti: la fuga dei cervelli (ora si chiama, più modernamente, brain drain, ma è la stessa storia), l’innovazione che non viene premiata, l’università vecchia e governata da baroni, le scarse opportunità di lavoro, la mediocrità dilagante. Come sintetizza Roger Abravanel in Meritocrazia (Garzanti editore): «La società italiana è profondamente disuguale e statica. Il destino dei figli è legato a quello dei genitori; molto di più di quanto avvenga in altri Paesi. La disuguaglianza fra ricchi e poveri continua ineluttabile». Ma se il merito inteso come risultato di un’alchimia riuscita fra talento e impegno (così lo definì alla fine degli anni Cinquanta il sociologo inglese Michael Young, inventore del termine meritocrazia) si è affermato nelle società anglosassoni, nei Paesi del Nord Europa, in Francia e in Germania, resta un sogno nel cassetto (di pochi) nel nostro Paese. Nonostante che la sua negazione, nelle grandi scelte sociali come nella vita quotidiana, sembri a molti (quasi a tutti) la causa della decadenza italiana. Ovvero della sua scarsa capacità di ideazione, delle misere opportunità di formazione e di lavoro; alla fine, della infelicità stessa degli italiani, visto che la strada sbarrata al merito genera povertà, incertezza del futuro, pessimismo, bassa fecondità, poca voglia di vivere.

Una così ostinata assenza della cultura del merito, impenetrabile ad ogni stimolo venga da un altrove, regge alla crisi e alle critiche. Perché? Probabilmente quell’assenza è riempita da riferimenti culturali differenti, altrettanto strutturati e a loro modo vincenti, una vera e propria «cultura del demerito». Basata in primo luogo sull’enorme forza della famiglia in Italia e sulla sua capacità di far prevalere la logica dell’appartenenza che detta regole spesso in contrasto con quelle della comunità, di cui cerca di limitare riconoscimenti, sia economici sia di prestigio. E il talento senza riconoscimento non vale. Come sottolinea Cristina Palumbo Crocco in Meritocrazia (Rubbettino editore): «Un talento che si esplica senza esercizio e applicazione sembra perdere il suo reale valore. Ad esempio, si può cantare sotto la doccia per diletto. Tuttavia, si merita di essere definito un cantante se si corrisponde a determinati criteri di valutazione sociale. Il talento di per sé è la possibilità che un individuo ha per caratterizzarsi, per esprimersi. Ma per avere merito occorre competere nell’agone sociale, misurarsi con le sfide del proprio tempo».

Sfide bloccate dal familismo che diventa «amorale», per Abravanel, quando «gli individui tentano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo famigliare». Nucleo famigliare che è anche cordata, appartenenza ad un’isola di potere, come denuncia Nicola Gardini, approdato ad una cattedra di Letteratura italiana all’Università di Oxford dopo un percorso ad ostacoli frustrante nell’università italiana, in Baroni (Serie bianca Feltrinelli): «Preoccupati di promuovere solo le loro cause personali, incuranti dello sviluppo del sapere e delle coscienze, i baroni provocano ogni giorno, nella più arrogante certezza dell’impunità, danni incalcolabili al patrimonio umano e intellettuale dell’intero Paese».

Ma il familismo prospera e regge nel tempo anche perché rappresenta una rete di protezione, un paracadute, contro una «sana» competizione che nessuno vuole perché viene considerata utopistica, irrealizzabile. Così come sembra impossibile ridurre le rendite di posizione e il potere delle caste, anche se pare giusto denunciarle (il successo della Casta di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo è una buona cartina di tornasole di questo comune sentire). «Non dimentichiamo che a questo immobilismo contribuisce la nostra tradizione accademica che conserva ancora oggi un concetto di cultura elitario: non crede nel confronto con il grande pubblico, e di conseguenza non lo vuole, a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone» aggiunge Luca Formenton, presidente del gruppo editoriale il Saggiatore, e vicepresidente della fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. «Difficilmente - prosegue - un editore riesce in Italia a semplificare, a tradurre in un linguaggio comprensibile a tutti, i volumi prodotti da storici o letterati. Il "sapere" deve restare un privilegio».

Sta di fatto che in Italia regna la sfiducia del merito. E nessuno sembra riuscire ad essere diverso. Perché? C’è senz’altro la paura di restare fuori, di perdere anche quel minimo di garantito che la nostra società, grande alfiere della mediocrità come unico punto di arrivo, sembra distribuire, alla fine, a tutti, o per lo meno, a molti. Basta accontentarsi e non aspirare al meglio. Una paura che ha origini complesse e antiche: qualcuno è convinto che affondi le radici addirittura nelle corporazioni medievali con i loro monopoli di arti e mestieri; altri sostengono che la cultura cattolica abbia tradizionalmente enfatizzato i valori di solidarietà a scapito dell’individualità e del merito, più vicini al mondo anglosassone.

Giovanni Floris, in Mal di merito (Rizzoli editore) mette in evidenza un altro elemento: «La tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitaria, tende a leggere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio». Non a caso i vari sondaggi condotti, anche da enti internazionali, confermano che per gli italiani il valore più importante per arrivare ad una certa posizione è ancora oggi la rete di conoscenze e non il talento, l’impegno, la capacità professionale.

D’altro canto qualche «seme» di merito, come lo chiama Abravanel, c’è anche in Italia. Un esempio per tutti la scuola Normale di Pisa, che dalla sua nascita, voluta nel 1810 da Napoleone, ad oggi mantiene «miracolosamente» la capacità di premiare i migliori. Con quale formula? Spiega il direttore, Salvatore Settis, archeologo, che di merito ha parlato in Quale eccellenza? (Laterza editore): «Se dovessi rispondere con una parola, direi selezione. L’accesso alla Normale è condizionato da esami scritti e orali approfonditi. E può succedere che gli ammessi non coprano tutta la disponibilità di posti. È accaduto anche alla penultima selezione: sono rimasti vacanti 4 posti su 60, nonostante avessero partecipato più di mille studenti». E i docenti? Come è possibile sceglierli senza essere condizionati dai vizi del sistema universitario italiano? «Li prendiamo "dal mercato", evitando i concorsi, perché si tratta di cattedre per trasferimento - risponde Settis -. Quando vogliamo coprire un posto, il docente viene scelto in base a lettere di referenze di colleghi di tutto il mondo, pubblicazioni, ricerche». Un altro pianeta? No, avviene in Italia...

Franca Porciani

Vivi oggi

Fra speranza e affanni, fra timori e rabbia, immagina che l'albanese di ogni giorno sia l'ultima per te: le ore che seguiranno e non speravi più saranno tutte un incanto.

Orazio Flacco

mercoledì 7 luglio 2010

Modello Canada

Il cane da guardia delle banche del Canada è una signora bionda, con gli occhi azzurri e un bel sorriso. Quando ti guarda negli occhi ha un'aria così decisa che chiunque capisce che è meglio non contraddirla o raccontarle qualche storia poco credibile. Dal 1999 Julie Dickson lavora nell'ufficio del Superintendent of Financial Institutions, l'ente che controlla le attività delle banche, e dal 2007 ne è il numero uno. È lei che interviene ogni volta che una banca fa un'acquisizione, è lei che controlla se l'esposizione debitoria si mantiene nei livelli della legge che regola il rapporto capitali-prestiti, è lei che analizza se una banca sta giocando pericolosamente con strumenti finanziari ad alto rischio.

Julie Dickson è di fatto la bandiera del Canada in fatto di prudenza e responsabilità di fronte ai premier e ai ministri delle Finanze del G8 e del G20 giunti ad Huntsville, sul turistico lago Muskoka, e a Toronto. Per dire che le regole che i canadesi si sono dati a metà degli anni Novanta hanno impedito che la recessione cominciata nel 2008 e non ancora del tutto sconfitta mettesse in ginocchio il sistema bancario del Paese. 'Molta parte della crisi che ha colpito i paesi del G8 è derivata dalla qualità dei capitali in circolazione e dai controlli', dice la Dickson: 'E mentre nel resto del mondo i controllori non avevano il potere di intervenire, qui abbiamo sempre potuto verificare il comportamento delle banche e correggere quello che non andava'.

Le regole che ci sono e che sono fatte osservare sono il ritornello che ha accompagnato il periodo precedente all'apertura del G8 e del G20. E sono quelle che, a leggere una lettera del primo ministro canadese, il conservatore Stephen Harper, obbligano i grandi del Mondo a evitare 'l'errore di non trovare soluzioni'. Il ministro delle Finanze James Flaherty rivendica come in Canada 'neanche un soldo proveniente dalle tasse dei cittadini è stato dato alle banche per aiutarle a uscire dai guai'. L'ex ministro delle Finanze di un governo liberale John Manley, oggi a capo di una potente associazione che riunisce i Ceo delle grandi aziende canadesi e ha organizzato in contemporanea con quello politico un G20 del business, sottolinea come il governo per combattere la recessione 'ha messo in campo un piano di stimolo per l'economia che vale il 2,5 per cento del prodotto interno lordo senza che un soldo fosse dato alle banche'. Ci sono gli uomini al vertice della Banca centrale del Canada che ripetono con un sorriso compiaciuto che il loro modello 'è il contrario di ciò che gli Stati Uniti hanno fatto'.

Nei palazzi del potere della piccola, pulita e ordinata capitale Ottawa brucia ancora come una ferita aperta l'esperienza della metà degli anni Novanta, quando il Paese fu colpito duramente da una recessione economica. Chi allora era al potere, si trovò davanti il dinosauro famelico e arrabbiato di un debito pubblico pari al 67 per cento del prodotto interno lordo e il 35 per cento delle entrate solo per ripagarlo. Tra liberali, allora al potere, e conservatori ci fu un intenso dibattito sul che fare. Ci furono proposte diverse, ma entrambi gli schieramenti (a livello nazionale i due partiti maggiori sono di indole centrista e a loro si aggiungono l'Ndp di ispirazione socialdemocratica, il Blocco del Quebec che governa nell'omonima provincia e una formazione verde che vale tra i 3 e i 4 punti percentuali) convennero sul fatto che i nemici da combattere erano debito e deficit. Ricorda così i termini politico-filosofici della discussione di allora Jocelyn Bourgon, presidentessa emerita della Canada School of Public Service: 'Con debito e deficit fuori controllo in pericolo c'era una sola cosa, la sovranità del Canada. E in una situazione del genere, la qualità e l'entità dei tagli da fare dipendono esclusivamente da quanto uno tiene al proprio Paese'.

La scelta fu non il bisturi, ma l'accetta. Ci furono nove mesi di discussione per preparare un piano in cui ognuno dei ministri aveva una precisa responsabilità e quando fu portato al voto e approvato non ci furono prese di distanze, giochetti a smarcarsi, primi della classe che dicevano di contare più degli altri e di voler pagare qualcosa in meno. In termini reali ci fu un taglio del 10 per cento della spesa pubblica, con l'eccezione del pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico in modo da non esporre il Paese a una crisi internazionale (come avvenne nello stesso periodo in Messico con la crisi della valuta locale). Nulla sfuggì ai tagli, compreso il piano nazionale delle pensioni, uno dei pilastri del welfare canadese: furono ridotti gli assegni e aumentati i contributi. 'Ci fu una presa di coscienza sul rischio che a pagare sarebbero state solo le generazioni future', spiega David Denison, amministratore delegato della società di investimento del Canada Pension Fund: 'I sacrifici furono possibili con l'accordo pressoché totale dei cittadini sulla base di un principio che non si prestava ad equivoci: da quel momento in poi i soldi delle pensioni dei canadesi sarebbero sempre state lontano dalle mani della politica e del governo. Ed ogni scelta legata unicamente a mantenere i conti in equilibrio'.

Risultato? Dieci anni di seguito, dalla fine degli anni Novanta a tutto il primo decennio del Ventunesimo secolo, di surplus di bilancio, denaro in cassaforte per sviluppare il Paese, ammodernare le infrastrutture, finanziare il welfare che in Canada prevede una sanità pubblica di qualità, scuole e università di livello internazionale e investimenti in ricerca e sviluppo che pongono il Canada al nono posto nel mondo (della somma totale, più di 25 miliardi di dollari, stanziata nel 2010, il 54 per cento va alle imprese e il 35 all'educazione). Così, salute finanziaria e regole chiare hanno attutito l'impatto della crisi del 2008. Spiega Gordon Nixon, l'amministratore delegato della Royal Bank of Canada, il più grande dei sei istituti di credito di portata nazionale: 'Negli ultimi 15 anni c'è stato un accordo tra industria, politica, regolatori e banca centrale sul modo di fare business che ha evitato esagerazioni, storture e squilibri'. A guardare la fotografia di oggi, si capisce perché i canadesi si sono presentati al G8 e al G20 con l'aria dei primi della classe: la contrazione più bassa del Pil fra tutti i paesi del G7 con un meno 3,4 (Usa meno 3,8, Italia meno 6,8), la ripresa più forte nel 2010 e 2011 con il Pil che dovrebbe segnare più 3,6 e più 3,2, il debito pubblico più basso che arriverà nel 2015 quasi al 30 per cento del Pil (Usa oltre l'80 per cento, Italia oltre il 120 per cento), il ritorno sempre nel 2015 al surplus di bilancio che vorrà dire rimettere il Paese, unico nel G7, al riparo dalle prossime turbolenze. Un solo dato sembra rendere più sfuocata la fotografia: anche se il governo sostiene che il 75 per cento dei posti di lavoro persi sono stati già recuperati, la disoccupazione continua ad essere troppo alta con un tasso superiore all'8 per cento.

In Canada, però, dimenticano due elementi chiave del loro sviluppo e che sono indipendenti dalle scelte politiche e sociali e che attengono a quell'imprevedibile evento della vita che si chiama fortuna: il Paese conta poco più di 34 milioni di abitanti che vivono su un territorio che è 33 volte l'Italia, dotato di ricchezze naturali immense. In più i canadesi hanno al confine la superpotenza Stati Uniti la quale, tra mille contraddizioni, è sempre stata la locomotiva che ha trainato la loro economia visto che il 73 per cento delle esportazioni vanno proprio verso gli Usa mentre solo il 9 per cento prende la via dell'Europa. Il rapporto tra Ottawa e Washington deve essere per definizione buono. I canadesi hanno sempre difeso il loro territorio dall'invadenza economica americana: per esempio, fino all'entrata in vigore del Nafta (patto di libera circolazione delle merci tra Usa, Canada e Messico), se un'azienda americana voleva vendere i suoi prodotti a nord dei grandi laghi doveva installarvi uno stabilimento; Ottawa da parte sua ha resistito al canto della sirena di Wall Street, che invitava a smontare regole e controlli, senza perdere in competitività visto che Toronto è la terza piazza finanziaria del Nord America dopo New York e Chicago.

I canadesi guardano con ammirazione agli Stati Uniti come a un fratello maggiore di successo, ma hanno capito che quello sviluppo può avere costi sociali troppo elevati che loro non hanno nessuna voglia di affrontare. Per questo hanno costruito una politica dell'immigrazione per la quale il 60 per cento dei nuovi canadesi ha una laurea e trova porte aperte perché, come spiega il responsabile dell'agenzia Invest Toronto, Renato Discenza, 'il dibattito non si è mai svolto sul filo della contrapposizione noi canadesi e loro stranieri'. È stato messo a punto anche un sistema di protezione che i conservatori made in Usa prendono a bersaglio tacciando Ottawa di socialismo ogni volta che a Washington vengono avanzate proposte di riforma sociale, come ad esempio la riforma sanitaria che Barack Obama è riuscito a far approvare con la dura opposizione dei repubblicani. Come reagiscono in Canada? 'Quando mi danno del socialista lo prendo solo e sempre come un complimento', è la risposta ironica di David Miller, il sindaco di Toronto eletto senza bandiere di partito, ma al quale viene attribuita una vicinanza al New Democratic Party e che governa la città a colpi di voti all'unanimità specialmente su grandi questioni come sviluppo e ambiente.

Adesso il Canada ha aperto le sue porte ai grandi del Mondo e vuole mostrarsi come una società ordinata, che cresce e funziona. Ed anche le polemiche sui costi del G8 e del G20 fatte dall'opposizione sono state misurate e improntate al fair play politico, nonostante il conto finale superi il miliardo di dollari. Con la sola eccezione della protesta fatta dal leader dell'opposizione Michael Ignatieff per i 57 mila dollari spesi per costruire un finto scenario del lago Muskoka, uno dei posti più belli del Canada, dove andranno solo i leader del G8. Un artifizio teatrale da mostrare ai leader del G20 che non potranno vedere l'originale e si riuniranno solo a Toronto.
 
di Antonio Carlucci

sabato 3 luglio 2010

E' qui la felicità

Chiedetelo ai turisti ipnotizzati dalle canzoni struggenti dei mariachi o dai ritmi travolgenti di merengue e di calipso. Agli italiani che ogni anno ripartono sedotti da Cancun, o che da Puerto Escondido non sono più tornati. A chi arriva da mezzo mondo, incapace di spiegare l'incantesimo della Selva del Chiapas e della Ruta Maya. E da tutti avrete la conferma: la felicità si incrocia tra il 31 parallelo nord e il 13 parallelo sud.

Non è solo un'impressione da stranieri: il Messico è davvero il Paese più felice del mondo. Lo dichiarano i messicani stessi, in un'indagine intitolata 'Global Happiness' che Coca-Cola ha appena realizzato insieme con l'Università Complutense di Madrid: una ricerca su 16 nazioni, dall'Italia alla Cina, dal Sudafrica alle Filippine, per indagare i livelli di felicità nelle diverse culture.

Per stilare la classifica dei popoli più felici, i ricercatori hanno elaborato un Happiness Index, a partire da una scala di valori sviluppata dallo psicologo americano Ed Diener: un indice, da 1 a 100, risultante dalla somma di indicatori come la soddisfazione personale, l'ottimismo e l'energia, il senso di orgoglio, di utilità, le relazioni sociali, ma anche le percezioni negative e le emozioni peggiori indotte da una società. In base a questo indice, i livelli più alti di felicità si riscontrano in quel cocktail multietnico che compone la popolazione messicana: con un punteggio di 87,7, la felicità sembra pervaderla tutta, senza distinzioni di sesso, di età, di posizione sociale. A confronto coi latinos, crolla, insomma, la proverbiale 'hygge' dei danesi: quel sentimento di convivialità e di soddisfazione sociale che ha fatto per anni piazzare la Danimarca al primo posto nelle classifiche sulla qualità della vita. Ed è una sorpresa anche la seconda posizione dei filippini, con un punteggio di 86,4. Al terzo posto si piazzano gli argentini e i sudafricani (entrambi con 80 punti). L'Italia risulta a metà della classifica (76), chiusa da Bulgaria (73,9) e Francia (72,3): la nazione più infelice in assoluto. Fonti di felicità? Per tutti, i legami profondi con la famiglia e una gratificante relazione con un partner. A seguire i soldi, che, fuori scena in altre indagini, tornano qui disinvoltamente a esercitare il loro fascino. E se il Paese nel quale sembrano contare di più è la Russia, anche gli italiani si fanno notare: per uno su tre degli intervistati, vincere alla lotteria sarebbe in assoluto la più grande fonte di felicità. Ma c'è anche la possibilità di viaggiare, tra le situazioni che danno felicità. E di fare del bene agli altri: il volontariato è visto come occasione di gioia e di benessere dal 17 per cento degli italiani. 'Ciò che di gran lunga rende felici le persone è stare insieme agli altri', spiega Richard Stevens, psicologo sociale e tra i guru internazionali del pensiero sulla felicità: 'Il denaro è importante, ma non rende le persone felici. Soprattutto, superata una certa soglia di reddito, diventa piuttosto irrilevante. Senza relazioni sociali, senza l'amore, la famiglia e le amicizie, la maggior parte delle persone non sarebbe affatto felice'.

'A dispetto di fenomeni forti di virtualità, questa ricerca ribadisce l'importanza dei legami fisici, dei momenti di convivialità, del piacere di stare insieme', aggiunge Sara Ranzini, direttore Comunicazione di Coca-Cola Italia, che annuncia per il 20 e 21 giugno una tappa a Roma di Expedition206 (www.expedition206.com), progetto complementare di Coca-Cola con il quale tre giovani 'ambasciatori della felicità' stanno girando il mondo per scoprire cosa rende davvero felice la gente: 'Basta guardare ai momenti migliori della giornata, a livello globale: nel 39 per cento dei casi la sera, quando ci si ritrova con amici e parenti; poi quando si mangia; mentre si chiacchiera'.

'Dipende però dai contesti culturali', obietta l'antropologo Duccio Canestrini: 'C'è una socialità che è ingerenza, controllo, che genera stress e induce a mascherarsi dietro avatar. E la famiglia è, in casi neanche troppo rari, fonte di dissidi e di infelicità. Evitiamo di incorrere nell'imperativo statunitense della felicità a tutti i costi'.
Su una cosa Canestrini non ha dubbi: esistono davvero popoli con una propensione alla felicità più spiccata di altri. 'Il Sudamerica ha una disposizione d'animo più incline all'ironia e alla goliardia. Se Maya e Aztechi, cupi ed angosciati, placavano le loro ansie con sacrifici umani, i latinos sono generalmente allegri, facili al sorriso. Un classico dell'antropologia è un libro di Jacques Lizot sugli Yanomami del Brasile: che passavano le serate a raccontarsi storielle e a sbellicarsi dalle risate, tanto da cadere dalle amache. E anche ai Taino, civiltà precolombiana decimata dai conquistatori, la letteratura attribuisce doti di grande ironia e capacità di godersi la vita. Al contrario, i Vedda, aborigeni dello Sri Lanka, sono stati tradizionalmente considerati un popolo che non sapeva sorridere'. E che dire dei sorrisi indiani, misteriosi emblemi di un modo di essere, più che di forme di avere: 'Forse non è felicità, ma è un distacco dalle cose della vita che le somiglia molto', continua Canestrini: 'Felicità è anche sapersi accontentare: avere un salario adeguato, spedire lontano dei soldi con la speranza che la vita futura possa essere migliore per sé e per la propria famiglia, genera un atteggiamento positivo: in questo senso comprendo bene la seconda posizione in classifica dei filippini'.

Ridono, si salutano, scherzano, fanno le dog sitter e le baby sitter, le custodi e le colf, portano una ventata di ottimismo nelle case in cui lavorano: le domestiche filippine sono da anni oggetto di osservazione di sociologi, psicologi ed economisti, se non altro per dimostrare che la gente non è più contenta quando è più ricca. 'Sono felice perché anche questo mese ho spedito a casa dei soldi che permetteranno a mia sorella di studiare e ai miei quattro fratelli di aiutare i loro bambini', dice Themz, che lavora a Roma, e viene da Batangas. E il suo è un discorso analogo a quello di tutte: il lavoro, la solitudine, la lontananza mitigati dal senso di comunità, da una causa eroica. Non a caso, tra di loro, e nelle directory on line che si intrecciano in Rete, si chiamano 'bayani': eroine. E non è una sorpresa assoluta: sul sito della società americana di ricerche Gallup si monitora costantemente la felicità dei popoli. Il saggio del giornalista Donato Speroni (in uscita per Cooper), 'I numeri della felicità. Dal Pil alla misura del benessere', evidenzia la felicità dei Paesi latini: in Colombia, cultura e tolleranza guidano l'ascesa di un appagamento sociale, nonostante criminalità e insicurezza. E se il reddito pro capite è basso, se il tasso di analfabetismo è pari al 94 per cento, turismo in crescita e sviluppo economico stanno alzando i livelli di spensieratezza e soddisfazione. Nettamente più infelici si confermano i popoli baltici. Dell'Europa colpisce il regresso: la Spagna perde posizioni, la Francia precipita.

'È relazionale il cuore del problema', sostiene l'economista Stefano Bartolini nel recente 'Manifesto per la felicità' (Donzelli): i redditi sono cresciuti, ma non in misura tale da compensare il deterioramento delle relazioni familiari. 'Aumento della solitudine, della paura, del senso di isolamento, della diffidenza, dell'instabilità delle famiglie, delle fratture generazionali', tutto ciò allontana la felicità. E gli italiani sarebbero tra i più scettici sulla possibilità di cambiare le cose. Ma si può rimediare? Mentre la felicità diventa obiettivo dell'azione politica, Bartolini suggerisce di cominciare a 'cambiare l'anima degli spazi urbani, per orientarli a fini relazionali': sarà un caso, ma proprio a Città del Messico ('el Monstruo'), l'amministrazione ha investito in spiagge urbane, piste ciclabili, nuovi spazi di aggregazione. E il movimento per le città felici si muove ormai in tutto il mondo: da 'Forbes' l'ultima classifica 'The World's Happiest Cities' mette al top Rio de Janeiro.

'Nella comunità c'è la bussola della vita. Senza comunità si smarrisce la direzione', ribadisce Luciano Stella, ideatore del festival L'arte della felicità (www.artedellafelicita.com), incontri e conversazioni sul tema, da seu anni a Napoli: 'C'è in questi immigrati una capacità di intravedere un'evoluzione sociale e personale. C'è senso del futuro: i sacrifici estendono le proprie possibilità. La condizione che oscura gli occidentali è non capire che la nostra gioia è correlata agli altri. Ed è il risultato di un alto 'artigianato' personale: si può essere felici solo a patto di stare nel flusso della vita, di accettare che la felicità non è mai assoluta o per sempre. E ha bisogno di uno sguardo largo, di una prospettiva decentrata: in questo modo, la mia infelicità non sarà mai schiacciante'. Certo è che dopo anni di slogan e di pressioni su una felicità a tutti i costi, sembra arrivato il tempo di ridefinirne la nozione. Di lanciarne una nuova versione, più ancorata a valori spirituali o all'impegno sociale, meno a obiettivi materiali. Ed è il sempre invocato Buthan, che ha sostituito al Pil la Gross National Happiness, la Felicità nazionale lorda, a indicarne la traiettoria. Lo ha appena spiegato il primo ministro del minuscolo Stato himalayano Jigmi Y. Thinley, al Festival dell'Economia di Trento: 'Volete una nazione felice? La felicità poggia su quattro parametri: sviluppo equo, sostenibilità ambientale, promozione della cultura e delle relazioni, buongoverno'. È la felicità 2.0.
 
di Sabina Minardi

venerdì 2 luglio 2010

Sulle decisioni

Molti non sanno esattamente cosa vogliono e neppure dove stanno andando. In questi casi e' meglio prenderne atto, capire che si può essere attratti da modelli differenti, ma che tutto ciò ci rende più responsabili. Le decisioni verranno, magari non verranno prese dalla persona ma dalla sua anima. In tante occasioni sa decidere meglio. Più "saggio" abbandonarsi all'ignoto e lasciarsi guidare da esso per comprendere come procedere.
Quanti incontri misteriosi si fanno dietro l'angolo ?

mercoledì 30 giugno 2010

Il possesso

Nella vita non possiamo afferrare e possedere ogni cosa, dobbiamo lasciare e rinunciare a innumerevoli altre. Diversamente, volendo tutto possedere, si trasforma la propria linea di vita in una superficie fatua.

lunedì 28 giugno 2010

La mente, il pensiero

Quando riusciamo a dominare la nostra paura o la nostra stanchezza, il nostro cervello attiva altre risorse che sospendono l'impulso di agire per esaminare la situazione anche da altri punti di vista. La mente focalizza, a questo punto, un obiettivo desiderabile e ci spinge ad operare delle scelte consapevoli per raggiungerlo.
Diventa dunque importante esercitare il proprio pensiero strategico tutti i giorni. Controllare la paura perchè le persone spaventate, spaventano gli altri.
Imparare a calmarsi quando si è agitati, a riposarsi quando si è stanchi, ricordando che quando si è stanchi si diventa nervosi facilmente.

domenica 27 giugno 2010

Al tramonto un giorno di fine giugno

Tornare a casa al tramonto in una giornata di fine giugno è un'esperienza che ti riempie di felicità. Seppure capiti centinaia di volte durante una vita, solo in alcuni momenti si riesce a coglierne tutta la pienezza e il significato. Succede in quelle serate in cui il sole si intreccia con le nuvole striate generando un colore che riempe l'anima, gli odori della campagna, l'erba appena tagliata, quell'aria più frizzantina dopo una calda giornata, quel taglio di luce creato dal sole al Nadir,,, ogni cosa contribuisce a farti cogliere la potenza della vita, la bellezza di ciò che ti circonda. In queste serate anche il mondo appare migliore...

I pericoli per la Democrazia: potere per il potere

In Italia le leggi ad personam e gli strappi continui del governo Berlusconi sembrano svuotare di senso la Costituzione. Eppure le istituzioni non vengono formalmente toccate e gli italiani continuano a votare ogni anno. La sovranità appartiene al popolo: ma possiamo smettere di essere una democrazia senza neppure accorgercene?

"Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall'interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì", afferma Gustavo Zagrebelsky, docente di Diritto costituzionale a Torino, già presidente della Consulta, che da anni dedica appassionati interventi a questo tema. "Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l'aspirazione di chi voleva essere incluso: l'obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall'astensionismo a quell'atteggiamento, "tanto sono tutti uguali!", che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia".

Perché questo capovolgimento?

"Perché la democrazia possiede una caratteristica meravigliosa, dal punto di vista dei governanti. Prima delle rivoluzioni liberali il re non governava in nome suo ma in nome di Dio. La legittimazione del suo potere era trascendente. Con la secolarizzazione della politica, il potere è stato reso del tutto immanente e chi governa ha dovuto trovare una nuova forma di legittimazione. Chi governa, in democrazia deve giurare di farlo in nome del popolo. Una volta si sarebbe detto: "Non lo faccio per amore mio, ma per amore di Dio". Oggi la formula è stata corretta dai governanti: ciò che essi fanno, lo fanno "per amore del popolo". Anche le leggi ad personam sono proposte e sostenute in nome di interessi generali, non del proprio: la "governabilità", la privacy dei cittadini, la rapidità della giustizia, ecc. Non sono io che lo voglio. Sono i cittadini che lo chiedono. Proclamarsi democratici conviene".

Come si può definire questo nuovo sistema se la regola della democrazia si è invertita?

"La scienza costituzionale e politologica meno ingenua ha preso atto che le difficoltà odierne della democrazia non sono più interpretabili semplicemente alla stregua di "promesse non mantenute", secondo una celebre espressione di Norberto Bobbio: non mantenute ma che rientrano pur sempre nell'orizzonte del possibile, secondo le categorie classiche della democrazia. Bobbio, concludeva la sua analisi amara con un "ciononostante": cioè, malgrado tutto le difficoltà non contraddicono il paradigma, che resta sempre nell'ambito del possibile. Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C'è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l'esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola "democratura", che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche. Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in "teatrocrazia". Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte".

L'Italia di Berlusconi è un laboratorio?

"La particolarità italiana è che questa tendenza politica si è innestata su una concentrazione di potere economico e mediatico che l'espressione "conflitto di interessi" non registra. Proporrei di cambiarla con "sommatoria di interessi" che convergono in una concentrazione personale che nessuna democrazia effettiva potrebbe tollerare. L'Italia di oggi è un sistema oligarchico accentuatamente personalizzato. Non c'è solo Berlusconi. Sarebbe un errore non considerare che attorno a lui si è formato un sistema d'interessi, di gruppi di potere che per ora lo sorreggono ma lo limitano anche. Ma tutto dietro le quinte".
Fatichiamo a usare parole come dittatura e regime, si rischia di banalizzarle. Ma si può fare un paragone tra l'Italia berlusconiana e altri recenti sistemi autoritari? Lo stesso Berlusconi ha evocato la sua somiglianza con Mussolini...

"Rispetto al fascismo ci sono differenze enormi. Non c'è, per fortuna, l'uso della violenza contro gli avversari politici, non c'è il mito della razza né la grandeur nazionalista, non ci sono una politica estera espansionistica e l'idea della guerra come strumento di politica interna. E soprattutto non si vede un progetto, paragonabile non dico per contenuto, ma nemmeno per organicità, a quelli dei regimi quali quelli che lei ha evocato dal passato".

Eppure del berlusconismo si dice che è una visione del mondo. Qual è la sua ideologia?

"Nell'insieme, il berlusconismo a me pare un cortocircuito tra mezzi e fini. Il potere per il potere, il mezzo che diventa un fine. Non c'è un progetto diverso da quello di restare sempre con le vele spiegate al vento, cioè sempre al potere. Il rapporto tra consenso e politiche si è corrotto. Non si cerca consenso per un progetto, ma il progetto è avere consenso. I sondaggi hanno fatto irruzione nella politica. Non è un fatto marginale, ma è un mutamento d'essenza. Sono lo strumento di chi, come una banderuola al vento, cerca di stare comunque nella corrente. Sarebbero il segreto del potere in eterno, se poi non ci fosse la dura replica dei fatti e dei problemi, come quelli che nascono da una crisi economica e sociale, che chiedono ai governanti non di seguire i sondaggi ma di produrre politiche".

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?

"La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall'interno".

Come sta reagendo la società civile: gli intellettuali, le forze sociali, le categorie economiche?

"Una società democratica è quella in cui ci sia una tendenziale uguaglianza. Il contrario di quella in cui, diceva Rousseau, c'è chi è così povero da essere costretto a vendersi e chi è così ricco da potersi permettere di comprarlo. Una società democratica è quella in cui la cittadinanza è attiva: cittadini istruiti e informati. Se la società non è democratica, le procedure smettono di produrre democrazia. Più che la casta o la cricca, a preoccupare ci sono i giri di potere in cui bisogna entrare per sentirsi inclusi: protezione in cambio di servigi. Oggi, per difendere la democrazia, è urgente l'istruzione pubblica, contro l'incretinimento di massa. La scuola è trattata come un'appendice, i figli della classe dirigente che vanno a studiare all'estero sono la prova del tradimento che i governanti si assumono, su questo punto, davanti al loro Paese".

Perché un potere che si concepisce senza limiti attacca istituzioni di controllo come magistratura e stampa e risparmia l'opposizione politica?

"Perché, in fondo, anche l'opposizione, volente o nolente, è coinvolta nella stessa logica della maggioranza. Ci sono metodi che, una volta adottati da qualcuno, diventano omnipervasivi. Per esempio, fare politica consultando i sondaggi, significa correre tutti nella stessa direzione. Sono semmai i poteri di controllo quelli che possono andare contro corrente. Per questo, sono quelli più attaccati".

Come finirà la legge sulle intercettazioni?

"Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di "parole messe per iscritto", quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare".

Qual è il principio in gioco, in questo caso?

"La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia".
 
di Marco Damilano

venerdì 25 giugno 2010

Il sapere non è un dono, ma una faticosa conquista

Insegnare vuol dire sedurre. Il docente deve trasmetterci la passione.

«C’è più da fare a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri sui libri che su altri argomenti: non facciamo che commentarci a vicenda. Tutto pullula di commenti; di autori, c’è grande penuria»: adesso più che mai le parole di Montaigne, nella splendida e ormai storica traduzione di Fausta Garavini, suonano di grande attualità. Proprio in questi ultimi anni, a causa di una serie di insensate e sciagurate riforme, i classici della filosofia e della letteratura occupano un posto sempre più marginale nelle scuole e nelle università. Gli studenti percorrono le tappe della loro carriera nutrendosi di manuali, commenti, antologie, bignamini di ogni genere. Sentono parlare e leggono notizie di oggetti, i classici, di cui, nei casi migliori, conoscono solo qualche pagina presente nei numerosi «florilegi» che hanno invaso il mercato dell’editoria scolastica e universitaria.

Purtroppo questa tendenza non nasce dal nulla. Al contrario: diventa espressione di una società sempre più stregata dal mercato e dalle sue leggi. La scuola e le università sono state equiparate alle aziende. I presidi e i rettori, spogliati dei loro panni abituali di professori, vestono gli abiti di manager. Spetta a loro far tornare i conti, rendere competitive le imprese di cui sono a capo. Innanzitutto il «profitto»: bisogna rispettare i tempi nei parametri previsti dai nuovi protocolli ministeriali.

Ma allora che fare? Invitare gli studenti a lavorare di più per compiere il loro itinerario nei tempi e nei modi migliori? Oppure ridurre le difficoltà per rendere più agevole il raggiungimento del traguardo? Questi anni di applicazione della riforma hanno ormai rivelato con chiarezza che è stata la scelta della semplificazione, per non dire della banalizzazione, a dettare legge negli atenei. Fatta salva qualche piccola isola, ormai la pedagogia edonistica ha incancrenito i gangli vitali dell’insegnamento. Pensare di inserire la lettura integrale dei «Saggi» di Montaigne o di qualche dialogo di Platone potrebbe essere considerato come una seria minaccia alla prosperità dell’azienda e l’incauto professore potrebbe finire anche sotto «processo».

Eppure, come ricorda George Steiner, sembra impossibile concepire qualsiasi forma di insegnamento senza i classici. L’incontro tra un docente e un discente presuppone sempre un «testo» da cui partire. Senza questo contatto diretto sarà difficile che gli studenti possano amare la filosofia o la letteratura e, nello stesso tempo, sarà molto improbabile che i professori possano esprimere al meglio le loro qualità per stimolare passione e entusiasmo nei loro allievi. Si finirà per spezzare definitivamente quel filo che aveva tenuto assieme la parola scritta e la vita, quel circolo che ha consentito a giovani lettori di imparare dai classici ad ascoltare la voce dell’umanità e, poi col tempo, dalla vita a comprendere meglio i libri di cui ci si è nutriti. Gli assaggi di brani selezionati non bastano. Un’antologia non avrà mai la forza di suscitare reazioni che solo la lettura integrale di un’opera può provocare.

E all’interno del processo di avvicinamento ai classici, anche il professore può svolgere un ruolo importantissimo. Basta leggere le biografie o le autobiografie di grandi studiosi per trovare quasi sempre un riferimento a un docente che durante gli studi liceali o universitari è stato decisivo per orientare gli interessi verso questa o quella disciplina. Ognuno di noi ha potuto sperimentare quanto l’inclinazione per una specifica materia sia stata, molto spesso, determinata dal fascino e dall’abilità dell’insegnante.

Le lezioni tenute da alcuni grandi maestri nei saloni di Palazzo Serra di Cassano a Napoli testimoniano l’importanza dell’insegnamento nella trasmissione del sapere. Migliaia di giovani—nel corso dei decenni in cui Gerardo Marotta ha trasformato la sede storica dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in una palestra per formare le nuove generazioni —hanno avuto l’opportunità e il privilegio di ascoltare direttamente la parola di studiosi straordinari come Hans George Gadamer, Giovanni Pugliese Carratelli, Paul Ricoeur, Jean Starobinski, Eugenio Garin e tanti altri invitati di fama internazionale. La serie di dvd proposta dal «Corriere della Sera» permette oggi a un pubblico più vasto di rivivere momenti eccezionali di un’esperienza straordinaria. E, soprattutto, consente ai più giovani di incontrare alcuni grandi maestri che purtroppo ci hanno lasciato.

Attraverso molti di questi dvd è possibile capire che l’insegnamento implica sempre una forma di seduzione. Si tratta, infatti, di un’attività che non può essere considerata un «mestiere», ma che nelle sue forme più nobili e più autentiche presuppone una vera e propria vocazione. «Una lezione di cattiva qualità — ammonisce George Steiner—è quasi letteralmente un assassinio e, metaforicamente, un peccato». L’incontro autentico tra un maestro e un allievo non può prescindere dalla passione e dall’amore. «Non si impara a conoscere — ricorda Max Scheler citando le parole da lui attribuite a Goethe — se non ciò che si ama, e quanto più profonda e completa ha da essere la conoscenza, tanto più forte, energico e vivo deve essere l’amore, anzi la passione».

Oggi purtroppo le aziende dell’istruzione, più attente alla quantitas che alla qualitas, chiedono ben altro ai loro docenti. Il processo di burocratizzazione che ha pervaso scuole e università prevede per prima cosa la partecipazione attiva alla cosiddetta vita amministrativa. Lo studio e la ricerca sembrano un lusso da negoziare con le autorità accademiche. Quel fenomeno che aveva tenuto assieme, fino a non molti anni fa, insegnamento e lavoro scientifico nelle università italiane appare sempre più un miracolo improbabile.

Non è impossibile immaginare che le stesse biblioteche — quei «granai pubblici », come ricordava l’Adriano della Yourcenar, in grado di «ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire » — finiranno, a poco a poco, per trasformarsi in polverosi musei. All’interno di questo contesto sarà difficile immaginare un docente che insegni con amore e passione e studenti pronti a lasciarsi infiammare. «La gente —annotava Rilke—(con l’aiuto di convenzioni) ha dissoluto tutto in facilità e dalla facilità nella più facile china; ma è chiaro che noi ci dobbiamo tenere al difficile ». Il sapere, come ricordava Giordano Bruno e come ricordano tanti classici della filosofia e della letteratura, non è un dono ma una faticosa conquista.

Nuccio Ordine
 
"... In un momento storico sempre più segnato dal prevalere dell'apparenza sulla sostanza, dell'egoismo sull'altruismo, dell'interesse personale su quello universale, della xenofobia sulla solidarietà, rileggere le pagine di Giordano Bruno potrebbe essere molto utile, soprattutto nelle scuole e negli atenei, per riflettere sui grandi valori universali. E, soprattutto, per capire la rozza deriva dei localismi: rivendicare le proprie radici (Bruno firmava le sue opere con il toponimo di Nolano) non significa rinchiudersi in un ristretto perimetro rinunciando alla vitale esperienza europea..."
 

giovedì 24 giugno 2010

L'intelligenza emotiva

Cosa si intende per intelligenza emotiva ? Tante cose. Una prima è avere consapevolezza di sè, capacità di riconoscere e comprendere i propri stati d'animo, le emozioni, le pulsioni. Possedere autocontrollo sugli impulsi e gli stati d'animo dirompenti, riuscire a sospendere un giudizio riflettendo a lungo prima di agire. Un approccio alla vita privo di riflessione sull'esistenza stessa, non ha valore. Grande motivazione per il proprio lavoro, una passione che va al di là del semplice prestigio sociale o dei possibili vantaggi economici. Empatia: viviamo ormai in una società dove l'empatia è fondamentale, la capacità di comprendere il comportamento emotivo degli altri è un grande "asset" personale. Attitudini sociali per gestire con abilità i rapporti interpersonali e creare reti di lavoro, cogliere gli spazi di un terreno comune su cui costruire il dialogo e il rapporto con gli altri. Possedere infine una certa "indifferenza" alle cose come il denaro, ogni attaccamento eccessivo alle cose annebbia la nostra visione e la nostra intelligenza.
Infine ogni mattina e ogni sera è importante richiamare alla mente gli eventi della giornata o delle giornate precedenti, le opportunità, le sfide, le sconfitte e le vittorie che si sono susseguite, riflettendo su come si è reagito, l'atteggiamento avuto e le scelte che sono state fatte. Riavvolgere il "film" della giornata, concentrarsi su di esso, aiuta a capire se ci siamo allontanati o avvicinati ai nostri obiettivi, al modo di essere che abbiamo scelto. Aiuta a crescere.

domenica 20 giugno 2010

Sulla Democrazia

La Democrazia è un regime difficile, ha bisogno come tutti gli altri regimi, di una pedagogia, di un'Etica conforme alla propria natura. In Italia, putroppo, oggi l'educazione civica è merce rara, è stata abbandonata alla spontainetà, ma non è sufficiente.
Le democrazie sono erose quotidianamente al loro interno. In ogni forma di governo ufficiale, dietro alle sue regole formali, partiti, elezioni, attività legislativa, si nasconde un nucleo di potere segreto con i suoi riti formalizzati sconosciuti ai più: il potere oligarchico. Il vero nemico della Democrazia è l'oligarchia. La creazione di centri di potere invisibili che erodono i poteri fondamentali. Ad esempio i poteri finanziari oggi globalizzati. Sono difficili da collocare, come possiamo ancora vedere oggi, in uno spazio fisico, definito e capire come e da chi viene gestito. La Democrazia dovrebbe essere lo strumento degli esclusi da quel potere, la sede delle Istituzioni che fungono da bilanciamento.
La Democrazia vede i cittadini come capaci di agire da sè, al contrario della demagogia che vede invece il popolo "agito", cioè il popolo inerte che viene messo in moto. Nel potere demagogico, ad esempio i sondaggi, il popolo viene invitato solo ad esprimere un parere postivo o negativo. E' un tipico potere che procede dall'alto. Non è Democrazia. In Democrazia inoltre i partiti, che sono parte fondamentale di essa, non dovrebbero destrutturarsi come accade spesso oggi, perchè si passa normalmente dalla fedeltà alle idee alla fedeltà alla persona rischiando di diventare pertinenze personali.

martedì 15 giugno 2010

Economisti egoisti

Riprendo questo interessante articolo di Luigi Zingales sull'Etica, aggiungendo che le considerazioni esposte sarebbero da applicare a tutte le professioni e alle nuove generazioni, se speriamo in un Paese migliore in futuro. 

Ad Harvard esistono corsi di etica. Ma è necessario che sia un bene condiviso da tutti.

Molte scienze sociali nacquero separandosi dall'etica. La scienza politica fu creata da Machiavelli che distinse l'analisi politica da quella morale. Allo stesso modo Adam Smith, filosofo morale, fondò la scienza economia. Ma se l'analisi economica, come analisi del comportamento degli agenti economici, deve essere amorale (ovvero non influenzata da considerazioni morali), la pratica e l'insegnamento dell'economia non debbono esserlo, come non lo debbono essere la pratica e l'insegnamento di qualsiasi altra scienza. L'analisi di come funziona una cellula umana e di come possa essere modificata non deve essere influenzata da considerazioni morali, ma la decisione se modificare tale cellula non può non essere influenzata da considerazioni morali.

Purtroppo noi economisti siamo i primi responsabili di questa confusione tra aspetto positivo della scienza (lo studio di come si comportano gli agenti economici) e l'analisi normativa (su come dovrebbero comportarsi). Ci difendiamo dietro il pretesto che la nostra è solo un'analisi positiva, dimenticandoci (o fingendo di dimenticarci) che il modo in cui presentiamo questa analisi trasmette in maniera sottile dei giudizi di valore e quindi si trasforma spesso in analisi normativa. La scienza economica, per esempio, assume che gli individui massimizzino la propria utilità individuale. Da un punto di vista metodologico questa ipotesi si è dimostrata utile per produrre modelli che hanno validità predittiva. Ma in nessun modo questa ipotesi deve essere considerata una norma di comportamento da seguire. Non a caso quando una persona massimizza solo la propria utilità personale viene considerata egoista e subisce la condanna morale di colleghi ed amici. Non è quindi un comportamento che vogliamo insegnare ai nostri figli ed allievi. Ciononostante degli studi sperimentali fatti all'Università di Cornell dimostrano che non solo gli economisti tendono ad essere egoisti, ma diventano maggiormente egoisti dopo aver seguito i corsi di economia. Forse anche per questo motivo l'idea che l'etica debba essere parte dell'insegnamento nelle business school sta sempre più prendendo piede. Alla Harvard Business School non solo esistono dei corsi di etica, ma gli studenti sono anche invitati a prestare un giuramento, che vorrebbe essere quello che il giuramento di Ippocrate è per i medici. Il testo del giuramento del buon manager, però, afferma tutti valori assoluti, non riconoscendo gli inevitabili trade-off presenti nelle decisioni. I neo manager promettono di salvaguardare l'interesse degli "azionisti, lavoratori, clienti, e la comunità in cui lavorano". Significa forse che i neo manager si impegnano a non aumentare mai i prezzi dei propri prodotti e non licenziare mai dei dipendenti?

Invece che dei corsi dedicati all'etica sarebbe necessario introdurre delle norme etiche nei normali corsi di business. Innanzitutto agli studenti dovrebbe essere insegnata quella che molto pomposamente si chiama "business ethic", ma che altro non è che una visione di lungo periodo. Come il pescatore sa che non può prosperare a lungo vendendo pesce avariato, così tutti gli operatori di mercato intelligenti sanno che nulla vale di più della propria reputazione. Comportamenti opportunistici possono produrre profitti di breve periodo, ma non pagano nel lungo periodo. Si tratta di banalità, che però vengono spesso dimenticate anche dalle migliori aziende: basta leggere le e-mail di Fabrice Tourre, dipendente di Goldman Sachs, che si vantava con la fidanzata di vendere bidoni ai clienti.

La business ethic non basta. Bisogna insegnare agli studenti anche il senso civico. Precipitarsi all'uscita di un cinema in fiamme, scavalcando tutti, è una scelta "razionale" dal punto di vista individuale, ma dannosa dal punto di vista sociale: nella ressa meno persone riescono a salvarsi. La visione di lungo periodo qui non basta. Primo, se muoio il lungo periodo non esiste. Secondo, è un evento sufficientemente raro che la probabilità che mi ritrovi nella stessa situazione con le stesse persone è pressoché nulla. Per sostenere queste norme che migliorano il vivere civile è necessaria una sanzione sociale. L'esploratore Nobile che si salvò prima del suo equipaggio fu tormentato per tutta la vita dalla reputazione del codardo. Questa sanzione, però, esiste solo nella misura in cui questo valore è condiviso dalla maggioranza della popolazione. Di qui la necessità di farne un valore insegnato a scuola. Nella speranza che poi rimanga per il resto della vita.

giovedì 10 giugno 2010

Cambiare uscendo dalle proprie "trappole"

Uscire dalle proprie "trappole", come si definiscono gli schemi mentali abituali, le abitudini, inconscie e tutto il resto, non è semplice. In ognuno di noi c'è una parte che desidera essere felice e appagata. Cambiare comporta il risveglio della parte sana e la capacità di darle credito e speranza. Viene naturale a ognuno di noi opporsi al cambiamento, soprattutto se questo è profondo. Si ottengono risultati solo se si è veramente convinti e consapevoli. Di norma vogliamo evitare la sofferenza in generale e quindi tanti buoni propositi finiscono presto in un nulla di fatto o in un generico rimando ad altri momenti. Un pò come quando si decide di stare a dieta. Occorre essere sorretti da una volontà ferrea. In più non c'è una ricetta uguale per tutti, ognuno deve scoprire la propria strada e percorrerla incessantemente.

Cambiare significa anche scoprire che persona si desidera essere e pensare a cosa si vuole veramente dalla vita, se si hanno obiettivi e interessi veri. Importante quindi avere chiara la direzione da seguire prima di procedere. Questo ci permetterà di guardare oltre alle nostre trappole e immaginare cosa ci porterà finalmente a sentirci felici, appagati e realizzati. Per raggiungere lo scopo, trovare la "rotta", è necessario scoprire le proprie inclinazioni naturali: relazioni, interessi, attività, tutto ciò che ci fa sentire realizzati. Ci aiuta in questo porre molta attenzione alle proprie emozioni e sensazioni. Scoprire insomma veramente chi siamo e cosa ci rende felici, riflettendo con se stessi e interrogando la propria anima. Meditare alle relazioni che vogliamo avere, alle persone che vogliamo frequentare, quanta libertà e autonomia intendiamo conquistarci nella vita. L'autonomia è indispensabile per dedicarsi alle proprie inclinazioni naturali. Comporta lo sviluppo di un preciso senso di identità, sono le vostre radici, vi caratterizza e vi rende unici. E' questa l'importanza di essere veramente se stessi, liberandosi dalle servitù psicologiche e di comodità mentale. Quando ci sente uomini liberi si accresce di conseguenza la propria autostima che è l'altra parte fondamentale per perseguire il cambiamento. 

A quel punto si è pronti per analizzare serenamente i propri punti di debolezza e quelli di forza, cercando di evitare i primi e concentrandosi sugli ultimi, coltivandoli. Ci si avvia in tal modo al cambiamento, si superano così le proprie trappole mentali, ci si scopre liberi da condizionamenti esprimendo, finalmente, tutto noi stessi. Grazie a questa capacità di affermazione di sè stessi è possibile poi seguire le proprie inclinazioni naturali e gustarsi appieno la vita.

mercoledì 9 giugno 2010

Chiesa e Capitalismo

Ho letto con molto interesse questo libretto e l'ho trovato ricoo di spunti e riflessioni. Trovando un'ottima recensione sul Corriere della Sera, che rispecchia il mio pensiero, a cura del bravo Claudio Magris, la riporto di seguito.

I limiti (e i pregi) del capitalismo: proposte per correggere i difetti
Nuove regole e mentalità contro la speculazione selvaggia.
 
Nella Famiglia Moskat di Singer, un personaggio crede nel capitalismo, perché lo considera fondato su leggi di natura e sulla stessa natura umana. È facile obiettare che esso è una realtà storica, mutevole e transeunte come ogni altra; non per questo è meno «naturale», in quanto la Natura è l’incessante nascere e perire di tutte le cose, continenti che emergono, specie che si estinguono, imperi che dominano e si dissolvono, società che decadono, in tempi ora lunghi ora brevi. D’altronde la natura e la vita—e dunque pure un sistema economico — non vanno assecondati in ogni loro manifestazione: cerchiamo di combattere i terremoti, gli tsunami, le malattie e ciò che le provoca, la fame e le condizioni politiche e sociali che ne sono causa.

I DISASTRI DEL CAPITALISMO L’odierna crisi economica mondiale, che tamponata da una parte riesplode da un’altra come le fognature intasate fanno saltare ora l’uno ora l’altro tombino, non induce a contestare ideologicamente il capitalismo, ma a cercar di capire il perché di questi suoi disastri e come porvi rimedio. Nel suo saggio Chiesa e capitalismo—non un’endiadi né una contrapposizione, ma un dialogo alla ricerca di correttivi a quei disastri—Giovanni Bazoli sottolinea come all’espansione capitalista sia legato il progresso del tenore di vita di tante persone e regioni del mondo, mettendo altresì in evidenza la cresciuta diseguaglianza fra chi vive dignitosamente e gli innumerevoli dannati della terra. Cercare di correggere i difetti di un sistema non significa misconoscere i suoi pregi e tantomeno dichiararlo «fallito», nemmeno quando un suo determinato assetto storico appare inadeguato alla nuova realtà. C’è un diffuso compiacimento di dichiarare il fallimento di un movimento (politico, sociale o economico) quando la sua fase progressiva appare conclusa o declinante. Tutti, alla fine, perdono. Anche Luigi XIV, alla fine del suo regno, lascia una Francia spossata, pure Napoleone viene sconfitto a Waterloo ed esiliato. Dobbiamo considerare perdenti e fallimentari la politica del Re Sole o l’impero napoleonico che col suo codice ha propagato i diritti civili in quasi tutta Europa? Oggi c’è chi si sciacqua la bocca col fallimento —o l’eclissi—del socialismo, dimenticando, con un piccino risentimento ideologico, ciò che ha fatto e ciò che significa il socialismo nella sua storia, che cosa saremmo senza le sue conquiste, oggi premessa pure della possibilità di rivederle.

CHE FARE? Ma Bazoli si sofferma soprattutto sui mali prodotti da un capitalismo allegramente selvaggio, che si è nutrito e gonfiato di bolle d’aria più che di economia reale e rischia la rovina, perseguendo con miope avidità un profitto immediato, che alla fine si rivela controproducente per tutti. Anche il capitalismo pone dunque alla sua classe dirigente la domanda che a suo tempo il comunismo poneva alla propria: Che fare? Così s’intitola infatti il saggio di Lenin del 1902, derivato da un romanzo di Cernyševskij. Bazoli invoca sostanzialmente due cose: nuove regole e una trasformazione della mentalità di imprenditori e operatori economici. Il suo cattolicesimo lo induce a porre un forte accento sull’autorinnovamento spirituale e sull’impegno personale; il cristianesimo è essenzialmente «metanoia», radicale rinascita a nuova vita che comprende tutto l’uomo, in tutti gli ambiti della sua esistenza e dunque pure in quello del suo operare economico. Ma in questo caso la situazione è particolarmente complicata. Il singolo individuo può scegliere un modo più saggio e più umano, e alla lunga più soddisfacente, di condurre la propria vita e dunque pure i suoi affari, anche accettando un minore profitto immediato in cambio di prospettive più sicure e tranquille; per quel che lo riguarda personalmente, può fare questa scelta anche se gli altri si comportano diversamente. Ma se un imprenditore — dal cui guadagno dipende pure quello dei suoi dipendenti —opera in una situazione in cui domina una brada corsa al guadagno immediato anche a costo di pericolosi squilibri, difficilmente può permettersi di restare anche solo per un breve periodo indietro, col rischio di danneggiare irreparabilmente la sua azienda e coloro che da essa traggono lavoro e sostentamento.

VOLATA SELVAGGIA È come se in un cinema tutti si alzassero in piedi: è una stupidaggine, ma non si può restare seduti, se si vuole vedere il film. La frenetica assurdità di alzarsi in piedi al cinema è del resto un simbolo di tutto il nostro vivere e operare. Anche nella promozione culturale la necessità di apparire, di mettersi in mostra e di «partecipare» è di per sé una calamità—rovina la vita e i suoi piaceri legati all’ozio e alla libertà zingaresca, costringe a usare quasi tutto il tempo per parlare di ciò che si è e che si è già fatto, ostacolando l’invenzione e la ricerca di esperienze nuove. Ma questa calamità è inevitabile, perché un artista che resta seduto mentre tutti si alzano non solo non vede, ma, cosa ben peggiore, non viene visto. Il profitto selvaggio e immediato, perseguito con vantaggio a breve e svantaggio a lungo termine, non caratterizza solo il campo specificamente economico, ma impera in tutti gli altri e in particolare in quello, anch’esso economico, che è la produzione e il consumo culturale. Ormai la volata è così selvaggia, disordinata e spudorata, che è difficile sopravvivere, almeno provvisoriamente, senza stare al suo passo. È difficile saltar giù dal treno in corsa, specie per chi in tal modo ne trascinerebbe altri, anche se si sa che prima o dopo il treno deraglierà disastrosamente per tutti.

QUALI REGOLE? È dunque arduo affidarsi a quel pur auspicabile cambiamento di mentalità, di cultura e di etica per correggere la legge della jungla sempre più e sempre più dissennatamente sfrenata. Inoltre la crisi che investe—sembra alle radici—la nostra realtà economica, con tutte le conseguenze sociali e politiche immaginabili, rischia di rendere patetiche o almeno nobilmente astratte e retoriche le discussioni sul rinnovamento morale e spirituale. Restano, allora, le regole, quei meccanismi generali e freddi necessari alla società civile affinché ognuno, rispettandoli e venendone tutelato, possa vivere serenamente la sua calda vita, come la chiamava Saba. È un problema sempre più assillante, come hanno mostrato la recente discussione fra Guido Rossi e Giulio Tremonti sul libro di Michele Salvati e tanti dibattiti e interventi che continuano a susseguirsi. Ma quali regole, precisamente? E garantite da quale forza in grado di farle veramente rispettare? Le regole devono avere una loro almeno relativa stabilità e come possono fronteggiare i vertiginosi cambiamenti della crisi, come notava di recente sul «Sole 24 Ore» Giuliano Amato a proposito dell’atteggiamento europeo, mutato così rapidamente, nei confronti dei mercati finanziari? Un ignorante di economia come me, quando legge che occorrono misure di austerità, ma che un Premio Nobel dell’economia come Stiglitz, già consigliere di Clinton e ai vertici della Banca mondiale, le ritiene un disastro, ha l’impressione di una nave senza nocchiere in gran tempesta.

DOMANDE A parte tutto questo, il nuovo capitalismo, che così spesso si è sciacquato la bocca con la «deregulation », può accettare, senza incepparsi con rovina di tutti, regole forti e neutrali ossia limiti alla sua espansione, oppure è già andato troppo oltre per potersi fermare o anche per poter moderare la velocità della sua spirale? Può correggersi al fine di offrire delle possibilità a tutti, affinché non accada, come nella parabola evangelica degli operai della vigna, che alcuni, anzi molti non abbiano nessuna opportunità? Nella parabola evangelica, sottolinea Bazoli, gli operai che arrivano all’ultima ora vengono pagati come gli altri operai che hanno lavorato l’intera giornata, perché prima di quell’ora nessuno aveva dato loro la possibilità di lavorare. Ma come fa un imprenditore, anche il più onesto, a comportarsi da giusto come il Signore? Domande, domande, domande, diceva Brecht.

martedì 8 giugno 2010

L'Uomo Politico - parte due

Ascoltare la gente, capirla, motivarla, rispondendo ai loro bisogni e aspirazioni. Non essere restio a condividere le opinioni, penetrando così le proprie idee e migliorandole. Circondarsi di persone più intelligenti, ma che siano complentari al suo modo di essere e al suo pensiero, pensare e agire con intelligenza e coerenza rispetto agli obiettivi prefissati e dichiarati.
Essere integri, dedicando ogni giorno tempo all'analisi e alla riflessione, ritirarsi ogni tanto "sulla montagna" per periodi di intensa meditazione e riflessione. Essere aperti al cambiamento dentro di se e verso il mondo esterno con la curiosità per il nuovo e l'innovazione. Avere quel buon grado di empatia e sensibilità nel cogliere i sentimenti, gli umori, le storie e gli avvenimenti intorno a se. Sviluppare flessibilità nel presentare i propri temi essenziali, le proprie idee, i propri programmi con profonda dedizione alla causa, ma con grande modestia rispetto al ruolo. Ci sono cose che persistono nel tempo. E' importante perseverare nel duro lavoro, essere leali e possedere grande senso di responsabilità. La gente segue gli uomini che hanno coraggio e passione in ciò che fanno e la loro adesione ad una causa sarà tanto più forte e di difficile abbandono, tanto più sarà connotata emotivamente.

domenica 6 giugno 2010

Chi evade fa male anche a te: digli di smettere

Chi evade le tasse mette le mani nelle tue tasche. Occorre farlo smettere. Lo stesso vale per chi quel comportamento permette, avendo invece i poteri tecnici e il dovere politico per fermarlo. Tanto più che i danni provocati dall'evasione sono ben più ampi di quelli contabilizzabili come minori entrate nel bilancio pubblico. L'evasione fiscale, infatti, sintetizza e aggrava mali italiani antichi e nuovi. Mali economici, sociali, istituzionali, civili.
Tra i mali economici, l'evasione produce aliquote più elevate e per questa via contribuisce a diminuire il dinamismo dell'economia italiana. Aliquote più alte, infatti, penalizzano le imprese che crescono, si internazionalizzano e si dotano di un patrimonio adeguato (in ciò l'evasione favorisce il nanismo aziendale). Sottraggono potere d'acquisto alle famiglie dei lavoratori di quelle imprese, i più produttivi, che così si ritrovano sottopagati, con misere retribuzioni nette, giacché il costo del loro lavoro è il doppio di quanto si portino a casa. Scoraggiano gli investimenti, anche dall'estero. L'evasione è quindi nemica della produttività e della competitività.

Tra i mali sociali spicca il premio alla scorrettezza anziché al merito: non è un caso che in Italia la quota di reddito evaso è massima nelle regioni con più basso capitale sociale. Inoltre, l'evasione impedisce di calibrare gli interventi di welfare a favore dei più deboli, interventi che spesso finiscono per beneficiare chi non assolve ai doveri di cittadino (altro furto odioso); basta pensare alle tasse universitarie o alle graduatorie per i posti all'asilo nido, stabilite in base al reddito dichiarato. Tra i mali istituzionali esaltati dall'evasione c'è l'inefficienza della burocrazia: solo una macchina amministrativa ben organizzata e guidata può individuare gli evasori senza perseguitare stoltamente i contribuenti onesti. Tra i mali civili c'è un rapporto cittadino-stato che, da entrambi i lati, è improntato alla diffidenza, se non all'aperta inimicizia; e ci sono un individualismo esasperato e una sfiducia nel prossimo che si traducono in opportunismo a scapito del vantaggio collettivo, cioè di tutti e quindi di ciascuno.
Estirpare l'evasione, o almeno ricondurla ai livelli fisiologici degli altri paesi, significa curare quei mali e guarirne. Così inquadrata l'impresa appare lunga. Troppo rispetto all'urgenza di rilanciare la crescita. Eppure nessuno può più eluderla, così come non è più tollerabile la corruzione.


La crisi catalizza cambiamenti strutturali, perché le enormi difficoltà costringono a prendere coscienza e sbarazzarsi degli ostacoli, ideologici o di bassa bottega, che si frappongono alla modernizzazione. E coagula nuove maggioranze. In questo contesto, i risultati arrivano molto rapidamente, addirittura con un rovesciamento della relazione causa-effetto: la riduzione dell'evasione passa attraverso le sanzioni certe ai comportamenti degli evasori e perciò conduce alla rimozione di quegli ostacoli, anziché esserne il frutto.
Lo fa con una forza e una velocità ben maggiori di quelli ottenibili con le pur sacrosante esortazioni morali che andavano di moda un tre anni fa (dopo molto meno). «Pagare le tasse è bellissimo», affermò l'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. «Non pagare le tasse è un peccato grave, è rubare», l'aveva preceduto il vescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte. Settimo: non evadere.

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha ripreso il filo spezzato della condanna etica al mancato pagamento delle imposte, associandolo alla criminalità. E ha voluto dare un importante contributo a formare l'opposizione politica contro l'evasione, additando i suoi protagonisti come responsabili della "macelleria sociale", cioè dei tagli al welfare, e dell'accumulo dell'enorme debito pubblico.
La lotta all'evasione non può, però, portare all'aumento della pressione fiscale. Non deve servire a ridurre il deficit pubblico e piegare il debito (come invece accade con la finanziaria appena varata). Il risanamento dei conti pubblici, per non avvilire ancora una volta le enormi potenzialità di sviluppo dell'Italia, può far perno solo sulla riduzione della spesa.

Se vuole rilanciare la crescita, anche attraverso la maggior fiducia che viene dalla percezione dell'equità e dal rinnovo del contratto sociale che lega i cittadini all'interno di uno stato e li fa sentire comunità, la diminuzione dell'evasione deve risolversi in una restituzione. Via riduzione delle aliquote sui lavoratori e sulle imprese che le imposte le pagano.
Facciamo due conti, aiutati da alcune analisi condotte da Alessandro Fontana e Lorena Scaperrotta del Centro studi Confindustria e di prossima pubblicazione. Se consideriamo il Pil al netto del sommerso, cioè di quella parte dell'economia che viola gli obblighi fiscali e che quindi non dà il suo contributo al bilancio pubblico (pur godendo dei servizi pubblici: terzo furto), la pressione fiscale media effettiva calcolata sui dati 2009 è del 51,8%, contro il 43,2% ufficiale ma solo apparente perché viene dall'aritmetica divisione tra gli incassi tributari e contributivi e il Pil. Sconfiggere l'evasione senza abbattere le tasse per chi le paga vorrebbe dire avere una fiscalità svedese con servizi pubblici greci.

C'è chi ritiene che in realtà siamo tutti avvantaggiati dall'evasione, perché questa direttamente e indirettamente tiene più bassi i prezzi dei beni che acquistiamo. Perciò nemmeno se fosse accompagnata dall'abbattimento delle aliquote la sconfitta dell'evasione si risolverebbe in un miglioramento per gli onesti perché farebbe lievitare il costo della vita.
Ammesso, e per nulla concesso che ciò accada (la traslazione delle maggiori tasse pagate dipende da condizioni che non paiono far parte della realtà), comunque «l'eliminazione dell'evasione-più aliquote minori» farebbe cadere la distorsione nelle scelte dei contribuenti, livellando il terreno competitivo tra imprese tartassate ed evasori e rimettendo nel bilancio delle famiglie fiscalmente corrette il maltolto.
Di quanto potrebbero essere diminuite le aliquote? In media di quasi il 17 per cento. Ciò significa che a un lavoratore con una retribuzione-tipo resterebbero in busta paga quasi 1.300 euro in più all'anno, quasi una mensilità; mentre il costo per l'impresa di quello stesso lavoratore, tenuto conto anche dell'Irap, diminuirebbe di oltre 1.600 euro l'anno.
Con tutte le positive conseguenze in termini di potere d'acquisto, competitività, occupazione. Senza contare che anche le aliquote Iva e le accise, come tutte le altre imposte, potrebbero essere abbassate del 17% e ciò porterebbe una proporzionale diminuzione del costo della vita.
Una famiglia standard italiana (marito e moglie che lavorano e un figlio) risparmierebbe quasi settemila euro l'anno di pagamenti a vario titolo al fisco, incluse le imposte indirette. Perciò, anche se gli evasori cercassero di rifarsi sui loro clienti, aumentando i prezzi, l'effetto netto per i tartassati difficilmente potrebbe risultare nullo.
L'evasione è un gioco a somma negativa. Una furbizia perdente. Vincerla conviene all'economia e ai cittadini italiani. A lungo andare, perfino a chi la pratica. Le misure della finanziaria non sono che un primo timido passo.

di Luca Paolazzi

Grande FRANCESCA ! Orgogliosa di essere Italiana !

Trionfo tricolore al Roland Garros, Francesca Schiavone entra nella storia. Per la prima volta una tennista italiana vince una gara del Grande Slam.
Anche Napolitano le telefona.

PARIGI - Francesca Schiavone è entrata nella storia. Sconfiggendo per due set a zero l'australiana Samantha Stosur (6-4 7-6 con tie break finito 7-2) la tennista milanese diventa la prima italiana a vincere una gara del Grande Slam. Incontenibile la sua gioia alla fine del tie break, quando l'errore della sua avversaria le consegnava la vittoria: Francesca si è accasciata a terra incurante della terra rossa che si appiccicava al completino immacolato. Grandi lacrime. E poi grandi sorrisi. Sul podio ha cantato dall'inizio alla fine l'inno di Mameli. E il suo sorriso ha contagiato tutti nel campo centrale del mitico impianto parigino, dove un tifo da curva sud - molti suoi fan indossavano una maglietta nera con la scritta: «Schiavo, nothing is impossible», nulla è impossibile - ha accompagnato la sua impresa. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si trovava a Torino per una serie di viaggi in vista delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, informato della vittoria ha voluto telefonare alla tennista per complimentarsi di persona con lei.

È dunque la prima volta che una italiana vince al Roland Garros. Le nostre tenniste, fino a questo momento, non erano andate oltre la semifinale e per quel risultato bisogna tornare indietro nel tempo fino al 1954. L'italiana ha dominato l'intera gara (guarda la cronaca via sms dell'inviata del Corriere della Sera), anche se in alcuni momenti la Stosur si è fatta insidiosa riuscendo anche ad andare in vantaggio nel secondo set. Francesca Schiavone avrebbe potuto demoralizzarsi e perdere la concentrazione. Non è stato così. Ha ripreso il controllo della situazione, è andata al pareggio ed è arrivata al tie break finale che l'azzurra ha nettamente dominato.

«Mi sento una vera campionessa, mi sento fantastica» ha commentato a caldo la tennista milanese. «Devo dire qualcosa... non ho preparato niente... Ho visto tutte le finali di questo torneo», ha detto con grande emozione dopo aver ricevuto il trofeo dalle mani di Mary Pierce, ex fuoriclasse franco-canadese. L'azzurra non ha tralasciato di rendere omaggio all'avversaria di oggi: «Samantha è una grande atleta, una grande persona», ha detto in inglese prima di parlare direttamente alla 26enne di Brisbane: «Meriti di essere qui la prossima volta, sei ancora molto giovane». In italiano, si è poi rivolta al suo entourage e ai suoi tifosi: «Penso che senza il vostro supporto non sarei quello che sono e non avrei fatto quello che ho fatto. Siete nel mio cuore». Con la vittoria di Parigi, Francesca Schiavone stabilisce un altro record per il tennis femminile italiano. Da lunedì infatti, quando sarà stilata la nuova classifica mondiale, la tennista azzurra occuperà la sesta posizione, un record per le giocatrici italiane.

Grande l'entusiasmo del presidente del Coni, Gianni Petrucci: «Oggi Francesca Schiavone entra di diritto nella storia dello sport italiano. Il successo al Roland Garros la incorona nel gotha del tennis mondiale». «Francesca ci ha regalato emozioni indescrivibili - ha detto ancora Petrucci -, è stata brava durante tutto il match e per questo voglio manifestarle i sentimenti di orgoglio e di sincera riconoscenza dell'intero sport italiano per il raggiungimento di un traguardo costruito con serietà, talento e abnegazione. La Schiavone rappresenta l'emblema della crescita e della forza del nostro movimento femminile e merita questo successo perchè ha dimostrato di credere nelle sue qualità, a testimonianza anche della lungimirante programmazione della Federazione che ora può giustamente celebrare questo trionfo, 34 anni dopo quello di Panatta, e 50 anni dopo quelli di Pietrangeli». Petrucci ha poi sottolineato che «nessun risultato nella vita si ottiene senza sacrificio. E poi, per noi italiani, vincere in terra francese dà sempre un gusto particolare alle nostre vittorie: basti pensare ai tanti epici risultati dello sport azzurro ottenuti in Francia, come l'Italia di Pozzo nel '38, i Tour de France di Coppi e Bartali e i due europei dell'Italbasket, per citare alcuni significativi esempi».

Sul nostro essere

Solo con l'esperienza impariamo ciò che vogliamo e ciò che posiamo, fino a quel momento siamo senza carattere e spesso siamo buttati con duri colpi all'esterno della nostra vita.

Indagando continuamente sulle nostre forze e sulle debolezza noi possiamo educarci, modificarci, cercando di utilizzare al meglio le nostre spiccate attitudini naturali, utilizzandole sempre dove esse servano, valgano e siano comprese. Evitando quelle di cui abbiamo scarsa attitudine non ci lasceremo tentare da cose in cui non riusciamo. Ognuno di noi è la manifestazione della propria volontà. Non bisogna mai abbandonare la riflessione su chi siamo e ciò che veramente vogliamo. Diversamente ci capiterà spesso di essere in continua contraddizione nella vita e, di conseguenza, esprimeremo una volontà fine a se stessa, vuota, priva di una visione.

Qunado si perde qualcosa o si prova un dolore il nostro umore, dopo i primi momenti, non risulta poi molto differente da quello di prima. Gli uomini hanno una grande capacità di assorbire e cicatrizzare le ferite anche dell'animo. Ma anche ogni stato di gioia, in cui ci sentiamo esplodere dentro, non dura molto. Noi vorremmo trattenerlo il più a lungo possibile, ma il nostro spirito si abitua all'ampliamento dei nostri desideri e si assuefà velocemente al possesso corrispondente. Altresì accade quando una grande preoccupazione che ci angoscia ci viene tolta dal cuore con esito positivo. La maggioranza degli uomini la sostituisce subito con un'altra che esisteva anche prima, magari non così importante da poter penetrare con preoccupazione nella coscienza perchè non trovava più spazio. Imparare a meditare su questi stati d'animo può servire a divenire un poco più saggi e cercare di assaporare più a lungo le gioie o l'evoluzioni di eventi positivi.

giovedì 3 giugno 2010

Quando si invecchia

Nessuno si invecchia unicamente per essere vissuto un certo numero di anni, la gente invecchia perchè abbandona i propri ideali.

Samuel Ullman