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sabato 22 agosto 2015

I primi 7 secondi sono fondamentali...

Nel lavoro, ma anche nel privato, quando vi presentate a una persona, questa nei primi 7 secondi si fa un'opinione su di voi. 
Se è quella sbagliata occorrerà molto tempo perché la modifichi.
Per questo motivo forse "l'abito non fa il monaco", ma lo aiuta parecchio. La prima impressione si basa quasi esclusivamente sul potere della comunicazione non verbale: abbigliamento, stretta di mano, sguardo, tono di voce, postura e cura del corpo sono fondamentali.
Scegliere l'abbigliamento adeguato aiuta sia nei colloqui di lavoro, ci sono testimonianze infinite su questo, sia per farsi accettare nell'ambiente dai colleghi o dai superiori oltre a migliorare le prestazioni. Una persona ben vestita naturalmente ispira più fiducia e non è da intendersi sempre giacca e cravatta per gli uomini o tailleur per le donne. 
L'abbigliamento è uno strumento di comunicazione efficace perché trasmette il modo in cui altre persone ci vedono, ma anche cosa pensiamo di noi stessi e cosa vogliamo esprimere. Si tratta di quella che viene chiamata "coscienza dell’abito" rappresentata dall'importanza simbolica che diamo ai nostri vestiti e sull'esperienza fisica di indossarli. 
Oggi grazie all’avvento degli outlet è possibile farsi un guardaroba discreto senza rovinarsi. Le donne sono più brave di solito e hanno maggiori opportunità di miscelare capi importanti con altri più abbordabili. Ricordate comunque che è la cura dei particolari a fare la differenza. Una certa ricerca per capire l'abbigliamento più giusto o che soddisfa maggiormente può essere un passatempo interessante. 
La cosa migliore è usare il buon senso e indossare sempre e solo abiti che fanno sentire a proprio agio. Dipende dalla professione che abbiamo intrapreso o intendiamo intraprendere.  Nei diversi ambienti ci sono sempre regole non scritte, ma che la maggioranza si aspetta che vengano rispettate. Si possono disattendere, ma generalmente chi lo fa se lo può permettere per ragioni differenti. Steve Jobs per esempio vestiva sempre in jeans e dolcevita nero (fatti però su misura appositamente per lui) per concentrarsi sulle cose che lui riteneva importanti. Ma era Jobs...
Non dimenticate infine che con il vostro abbigliamento non dovete sentirvi a mai disagio in qualsiasi situazione e che l'atteggiamento del corpo in un abito inadatto dice molto più di chi lo indossa di qualsiasi altra cosa.

sabato 20 giugno 2015

Se sei felice la pioggia non ti bagna

"Dimentichiamo/
che siamo soprattutto acqua/
finché non piove/
e ogni atomo/
del nostro corpo/
comincia a tornare a casa"
(Albert Huffstickler)

"Dopotutto, la grande lezione è che nessuno spettacolo naturale - né le Alpi, né il Niagara, né lo Yosemite, o qualsiasi altro - è più grandioso e più bello del normale sorgere e tramontare del sole, più bello della terra o del cielo, degli alberi o dell'erba" (Walt Whitman)

"Centinaia di fiori in primavera, la luna in autunno/
la brezza fresca d'estate, la neve d'inverno./
Se non occupi la tua mente in inutili cose,/
ogni stagione è per te una buona stagione.
(Wu-men)


venerdì 27 febbraio 2015

Lavoro, le ore più produttive? Il mattino presto


Gli italiani? Poco mattinieri, ma il 35% di manager, professionisti e impiegati gestisce la maggior parte delle pratiche nelle prime ore, lontano dall’ufficio tradizionale

Smartphone, tablet e connessioni in rete consentono di essere sempre operativi e collegati con il mondo del lavoro, con una sempre più crescente integrazione tra vita privata e attività professionale; di conseguenza i tradizionali orari d'ufficio (9-17) sono di fatto superati. Anche per questo, in una recente indagine Regus su 22 mila manager e professionisti a livello internazionale, il mattino presto viene indicato come la fascia oraria più produttiva della giornata.
UN ITALIANO SU DUE LEGATO ALL’ORARIO 9-17. Il 35% di manager, professionisti e impiegati (il 45% a livello globale) raggiungono la massima produttività e riescono a gestire una considerevole parte del lavoro al mattino presto, spesso lontano dall'ufficio tradizionale, prima dell'assalto di e-mail e telefonate che interrompono il flusso del lavoro e la concentrazione. La percentuale registrata nel nostro Paese è sensibilmente inferiore rispetto ai principali paesi europei (Spagna 50%, Francia 44%, Germania 39%, Regno Unito 49%); mentre il 48% degli italiani è ancora legato al tradizionale orario d'ufficio 9-17.
LE ORE PIÙ PRODUTTIVE. Gli orari dove la maggioranza dei rispondenti si ritiene meno produttiva viene indicata in tarda serata (Italia 15%) e durante la notte (Italia 2%). Percentuali più o meno allineate alla media globale e a quelle dei principali paesi europei con l'eccezione della Germania dove viene registrata una percentuale del 22%, quindi circa un quarto dei manager tedeschi, affermano di essere maggiormente produttivi nelle ore serali.
TRA CONCENTRAZIONE E PAUSA CAFFÈ. Anche il tempo durante il quale si riesce a mantenere la concentrazione svolge un importante ruolo nel determinare la produttività delle persone durante l'attività lavorativa. In media circa il 70% mantiene la concentrazione entro le tre (4% meno di un'ora, 31% tra una e due ore, 34% tra le due e le tre ore), solo un 30% dichiara di riuscire a rimanere concentrato sul lavoro senza interrompersi oltre le tre ore.
Brevi break, inoltre, sono necessari durante la lunga giornata lavorativa per mantenere il benessere psico-fisico, recuperare le energie e la capacità di rimanere concentrati. La pausa caffè rappresenta in Italia, ma anche negli altri paesi, un must delle interruzioni di relax sul lavoro, (29% Italia; 28% media globale); anche piccole passeggiate (all'interno o all'esterno degli uffici) costituiscono un'attività fisica per sgranchirsi un po' le gambe dopo essere rimasti seduti alla scrivania per molto tempo. Questa attività è più frequente all'estero (24% media globale, 21% Italia). Seguono poi il cambio di attività, passando a svolgere altri impegni e incombenze per poi riprendere (17% Italia, 14% globale) e brevi conversazioni con i colleghi (14% Italia, 11% media globale); anche guardare le notizie o navigare in rete (11% Italia e media globale) costituisce un momento di svago e relax.

lunedì 12 gennaio 2015

"Non incolpare nessuno", di Pablo Neruda


Non incolpare nessuno,
non lamentarti mai di nessuno, di niente,
perché in fondo
Tu hai fatto quello che volevi nella vita.
Accetta la difficoltà di costruire te stesso
ed il valore di cominciare a correggerti.
Il trionfo del vero uomo
proviene delle ceneri del suo errore.
Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte,
affrontala con valore e accettala.
In un modo o in un altro
è il risultato delle tue azioni e la prova
che Tu sempre devi vincere.
Non amareggiarti del tuo fallimento
né attribuirlo agli altri.
Accettati adesso
o continuerai a giustificarti come un bimbo.
Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare
e che nessuno è così terribile per cedere.
Non dimenticare
che la causa del tuo presente è il tuo passato,
come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.
Apprendi dagli audaci,
dai forti
da chi non accetta compromessi,
da chi vivrà malgrado tutto
pensa meno ai tuoi problemi
e più al tuo lavoro.
I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno.
Impara a nascere dal dolore
e ad essere più grande, che è
il più grande degli ostacoli.
Guarda te stesso allo specchio
e sarai libero e forte
e finirai di essere una marionetta delle circostanze,
perché tu stesso sei il tuo destino.
Alzati e guarda il sole nelle mattine
e respira la luce dell'alba.
Tu sei la parte della forza della tua vita.
Adesso svegliati, combatti, cammina,
deciditi e trionferai nella vita;
Non pensare mai al destino,
perché il destino
è il pretesto dei falliti.
( Non è certo che sia di Neruda, ma è molto intensa )

Un grande Amico, un grande Professionista

domenica 29 giugno 2014

Al mattino Comincia bene la giornata, alzati abbastanza presto...



Al mattino

Comincia bene la giornata, alzati abbastanza presto per riempire i primi minuti con qualche buona lettura ispiratrice, magari ascoltando musica.

Rifletti sulle cose, al mattino tanti pensieri e idee nascono così come il giorno. Trovi le soluzioni e tutto appare più chiaro e affrontabile.

Esci all’aperto e guarda sorgere il sole, soprattutto in queste stagioni.

È fonte di energia e ispirazione.


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sabato 14 giugno 2014

Agire. Magica parola. Muoversi.



Agire. Magica parola.

Muoversi.

Le azioni sono l’unico modo per coniugare con successo piani e obiettivi.

Agire anche quando si sbaglia.

Un fallimento è il più grande maestro. Dal più brusco dei risvegli troviamo il terreno fertile per agire concretamente.

Rischiare dovrebbe essere la prima voce per importanza nella propria vita. Cruciale.

Molti non rischiano perchè temono l’ignoto, ma il rischio è di solito la base del successo.

Se si vuol riuscire occorre aver voglia di rischiare. Molto, forse tutto.

Poi è importante tenere lo sguardo sull’obiettivo che ci siamo posti. Mai perdere di vista gli obiettivi, pensateci: sono i nostri sogni con una scadenza.

Il segreto è non farsi distrarre e non aumentare gli impegni, ma toglierne. E’ difficile, ma occorre farlo. Normalmente si è portati ad aggiungere, soprattutto quando si è più giovani e impetuosi.

“Less is more” Dicono gli anglosassoni. Con metodo, con cura. Togliere è il segreto, non aggiungere. Così è possibile affrontare e riuscire nel proprio percorso.

Parallelamente è importante altresì mantenere un equilibrio tra salute fisica, spirituale ed emotiva. Sono di grande supporto per raggiungere le nostre mete.

Così come riflettere e trovare il tempo di creare una sinergia tra i propri obiettivi personali e quelli lavorativi.

Fondamentale è non mollare mai, fino alla vittoria.

Chi fallisce è perchè si arrende troppo presto, un attimo prima degli altri.

Dato l’obiettivo tutto il resto non conta. Determinante è sviluppare e mantenere un atteggiamento sempre positivo, mai diventare cinici, mai vedere il mondo con occhi negativi. Tutto risulta più divertente e stimolante.

Quando si è positivi, preparati, disciplinati e fiduciosi in se stessi, responsabili, si è pronti per raggiungere le mete ambite. E ci si riesce.


"…non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre…" (G. D’Annunzio)

venerdì 13 giugno 2014

Per ottenere risultati

P

Per ottenere risultati

Concentrarsi sull’obiettivo a lungo termine, che sia ancorato alla realtà, ma che sia ambizioso.

Non preoccuparsi troppo della prossima battaglia, ma avere sempre lo sguardo sul risultato finale che si vuole ottenere.

Per fare questo occorre elevarsi, allargare la prospettiva e avere una visione d’insieme. Mai dimenticare di vedere il mondo anche con gli occhi degli altri.

Andare sempre alla radice del problema. Alcuni conflitti si trascinano troppo a lungo perché nessuno è in grado di farlo. Fondamentale è scoprire il problema ed eliminarlo.

Raggiungere l’obiettivo non sempre passa per la via più breve.

La chiave di volta è pianificare in anticipo e allo stesso impedire ai concorrenti di comprendere subito il motivo delle tue azioni e dove hai intenzione di arrivare.

Non dimenticare mai: mantenere sempre un comportamento comunque etico, aperto, “viso allegro e cuor leggero” come si dice.

Accettare le sconfitte momentanee e non abbattersi né mollare mai.

"Nessun vincitore crede ala caso" (F. Nietzsche)




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mercoledì 11 giugno 2014

Accettarsi. Anche quando si commettono errori. La vera partita...





Accettarsi. Anche quando si commettono errori.

La vera partita nella vita è sapere che noi non siamo i nostri pensieri. Quando, ad esempio, arriva un fallimento nel lavoro o negli affari, spesso non accettiamo che le cose siano andate in questo modo. Pensiamo che ciò che è accaduto non è il nostro vero destino, che dovevamo certamente vincere.

Invece non dovremmo pensare a questo, ma accettare ciò che accade. Accettare e accettarsi quando si sbaglia, senza rimproveri, meditando si, ma senza punirsi, è il primo passo verso la propria autoguarigione e verso la gioia di vivere.

E sia quel che sia. Accettare che le cose vadano come vanno aiuta a vivere più sereno. Non occorre accusarsi di tutte le cose che accadono perchè c’è una legge universale che guida il “tutto”, e mentre lo fa compie una grande opera.

Normalmente a ciascuno viene pagato quanto gli è stato promesso. Il Destino fa la sua strada e non aggiunge e non toglie nulla di quanto ha promesso.


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sabato 7 giugno 2014

Di fronte ai problemi

Di fronte ai problemi è molto importante pensare a se stessi come risolutori, non come vittime della vita o sfortunati. 
Quando troviamo un ostacolo, indietreggiamo un attimo, studiamo una soluzione per superare la difficoltà o aggirarla. Ci sono sempre più opzioni, riflettere e cercarle è quello che fa la differenza. 

Imparare a prevedere, per quanto possibile, i problemi, le situazioni negative è un altro elemento che porta sulla strada di un vita felice e piena. Quante volte le nostre azioni ci fanno intuire o ci rendono consapevoli che potranno potranno portarci dei problemi, ma speriamo che ciò non avvenga aggrappandoci a una mera speranza che si rivela tale. 
Prendere consapevolezza che le cose possono andare male è essenziale. 

Questa è la vita. 
Fatta di momenti felici e di tristezza. 
Anche la tristezza è uno stato d'animo salutare se non "coltivata" nel tempo a giustificazione o cronicizzata fino a divenire depressione. Impariamo a parlare dei sentimenti negativi e dei nostri problemi, condividere un dolore lo dimezza nel nostro spirito, così come condividere una gioia la raddoppia in noi. 
Anche le lacrime non devono spaventare. Sono anch'esse un dono di Dio e esprimono in  inequivocabile il nostro sentimento.

domenica 4 maggio 2014

5 cose da sapere sul sacrificio nel lavoro per avviare la vostra impresa o startup

Non si può evitare un certo sacrificio di tempo, a scapito di tutto il resto, durante la partenza e l'espansione di una società. Tuttavia, si può essere più intelligente di come ci si comporta solitamente ed evitare privazioni inutili che finiscono per portare stress negativo. 

Di seguito cinque punti da tenere presente per mantenere un certo equilibrio psico-fisico:

Impostare un numero di ore normali (se possibile).

La gestione di un'impresa, sia nuova ma anche già sul mercato, può significare dedicare ad essa lunghe ore. Ma non dovrebbe trasformarsi in una serie infinita di giornate da 16/18 ore o di nottate. Si finisce per bruciarsi mentalmente e fisicamente. E' importante prendersi dei periodi di pausa per ricaricarsi, per mantenere il pensiero chiaro ed elastico. Adottare questa strategia aiuta moltissimo e si torna più carichi e aumentano le possibilità di avere successo. Impostate orari, per quanto possibili, normali. Ci saranno certamente momenti in cui non si può lasciare quando si è pianificato, ma fate del vostro meglio per mantenere questa regola.

Mantenere il giusto equilibrio.
Una delle idee che spingono gli imprenditori a passare tutto il loro tempo al lavoro è il pensiero che questo sia indispensabile se si vuole che l'azienda proceda. Spesso questo è vero fino ad un certo punto. Si concentrano su ogni singolo particolare perdendo di vista un disegno più grande. Di solito soddisfano un bisogno interiore che li spinge a pensare di essere gli unici che possono fare bene determinate cose. 
Per combattere questa "mania" e mantenere il giusto rapporto con il lavoro è una sana abitudine dedicare il tempo libero a qualche hobby e alle persone che si amano, vivendo con loro il tempo per mantenere contatto con la realtà quotidiana e mantenere un certo equilibrio di giudizio e di tolleranza. A volte, attraverso i particolari della vita quotidiana, si sviluppano riflessioni utili per un giusto atteggiamento sul lavoro.
Non vivere nel pensiero negativo costante.
Comprendo che a volte è difficile, soprattutto quando si parte con una startup o si cerca di risollevarsi da una situazione di mercato difficile. Ma affrontare la vita d'impresa con una visione costantemente negativa, con la paura che qualsiasi notizia non positiva sia il preludio della fine, non giova né all'imprenditore, né alla società. Un clima di continua fibrillazione per ogni minima notizia alla lunga destabilizza la mente del boss, ma anche quella dei dipendenti. Creano spesso una inutile confusione nel lavoro e sugli obiettivi. La riflessione e la meditazione vengono in aiuto di questi atteggiamenti non produttivi. E' utile fare ogni tanto delle passeggiate quando arrivano notizie di cui avremmo fatto volentieri a meno. Servono a decomprimere e aiutano a ristabilire un atteggiamento positivo e di reazione corretta alle notizie. Mai essere impulsivi.
Non occorre essere sempre l'eroe.
Molti imprenditori vogliono essere visti sempre come gli unici che possono risolvere un problema. Purtroppo, questo è qualcosa che alimenta il loro ego, ma non aiuta ad espandere il business. Molte volte si deve essere quello che prende l'ultima decisione o che lavora su un progetto particolarmente importante. Altre volte però altre persone possono essere più adatte a fare ciò che deve essere fatto. Bisognerebbe non dimenticarsi di dare anche ai dipendenti, familiari, o chi collabora, la possibilità di "brillare" qualche volta sotto i riflettori. Le persone non rimangono in una società solo per i soldi.
Ricordare sempre che le cose cambiano.
Questa può essere una delle cose più difficili da attuare. Appena l'azienda inizia ad avviarsi, è facile cadere nelle abitudini su come deve funzionare la società e che cosa può o non può permettersi l'imprenditore. Ad esempio a volte pensare di prendersi una settimana di vacanza, o anche due, diventa difficile perché si pensa di mettere in pericolo il business. Invece occorre mantenere sempre a mente i punti precedenti per essere sempre freschi, efficaci ed efficienti. Niente è immutabile. Ricordarsi sempre che i sacrifici personali sono necessari in certi momenti, ma non devono diventare la regola se si vuole crescere.

venerdì 11 aprile 2014

5 riflessioni sulla Leadership

1. Le persone con carisma trasudano di positività. È la prima cosa che noti, avverti la scintilla della vita che c'è in loro. Stare con queste persone scatena forti emozioni. Entusiasmo, felicità, rabbia, piacere per le esperienze che si stanno vivendo. Invitano gli altri a condividere le proprie passioni e li aiutano a far fiorire le loro. 

2. Le persone con carisma ispirano fiducia. Pare che abbiano il mondo sotto controllo. Possiedono grande autostima e appaiono forti e calmi anche quando non lo sono. Hanno fede nelle proprie capacità le loro conoscenze e il loro valore. Non screditano chi hanno attorno, chi collabora con loro. Non le respingono. Se condividi la tua fiducia con altri, essi si sentiranno più forti e saranno con te nella lotta.

3. Le persone carismatiche condividono le loro convinzioni con altre. Credono in qualcosa di potente e per questo lo condividono. Le loro convinzioni e le conseguenti azioni coerenti influenzano gli altri, che li seguono. Ispirano. Non sono mai apatici, sempre in azione, pronti a motivare.

4. Le persone carismatiche sono grandi e potenti narratori. Le persone seguono il coraggio e la passione. Attraverso il racconto sono in grado di influenzare e motivare le persone. Utilizzano la narrazione per farsi comprendere velocemente da tutti, arrivando direttamente alla parte emotiva di ognuno. Pongono attenzione al tono della voce, all'inflessione, alle pause, alla modalità con cui raccontano. Sanno esprimersi chiaramente entrando immediatamente in sintonia con chi li circonda. Usano l'umorismo, la metafora e il simbolismo per informare e coinvolgere.

5. Le persone carismatiche sono empatiche. Sanno metterti al centro dell'attenzione, ti fanno sentire unico. Si concentrano totalmente su di voi. Anche con il corpo. Ti fanno sentire speciale e unico in qualche modo. Concentrano la loro energia su chi gli sta di fronte. Si isolano interiormente e si pongono in ascolto per cogliere, a loro volta, l'energia di chi gli sta di fronte.



giovedì 27 marzo 2014

Applicare l'etica del Guerriero ricercatore

Un Guerriero ricercatore della verità è colui che prova a non escludere nulla di quello che gli viene proposto, che non ha alcun tipo di pregiudizio sugli altri esseri umani e sulle altre tradizioni e che, oltre alla lotta fisica, conduce una battaglia continua contro le proprie incertezze, paure ed egoismi, rifiutando sempre la menzogna.

Tenta di abbinare il combattimento - della vita quotidiana - alla ricerca di se stesso, cerca di trovare il giusto equilibrio in ogni azione e studia incessantemente la via iniziatica per sviluppare la capacità di meditare e concentrarsi su ciò che fa. Sente di essere tutt'uno con la spada che simbolicamente lo affianca quale unione tra la spirito e la materia nella difesa dei Valori. Lavora costantemente su se stesso e spesso il suo metodo di combattimento è quello del "non combattere", per far abbassare l'aggressività degli altri tramite la sua calma interiore. Non mira all'eliminazione fisica del nemico, cerca di bloccarne l'azione aggressiva, negativa, cerca quindi di rendere positivo ciò che è negativo. Solo così interpreta la vittoria. 

Vincitore non è colui che abbatte il nemico, ma chi riesce a ricavare dal combattimento un insegnamento. Rispetta alcune regole etiche interiori, non vissute come imposizioni, ma come parte integrante della propria sensibilità nella ricerca del vero.
Cerca di essere onesto, aperto, combatte le ingiustizie -prima di tutto le proprie - sapendo che per combattere per il miglioramento della vita altrui deve innanzi tutto migliorare la propria, iniziando dalla propria etica oltre che dal proprio fisico. 

Non ha dogmi,  segue dogmi di altri, vuole essere un uomo libero con una continua voglia di crescere e conoscere che lo deve portare ad accettare tutto e diffidare di tutto cercando conferma di ciò che gli è stato detto e, solo dopo averlo scoperto personalmente, esprimere il proprio parere. 

Le sue regole sono semplici: non mentire mai e per nessun motivo, essere onesto verso se stesso e gli altri, avere la giusta ed eguale considerazione delle persone senza fare alcuna distinzione di razza, età, sesso, convincimenti o status economico.



venerdì 21 marzo 2014

4 modi bizzarri per aumentare la tua creatività

Vuoi aumentare la tua creatività? Metti in disordine la tua stanza: è una strategia che fa bene al cervello e libera i flussi creativi. Ecco quattro modi bizzarri per aumentare la tua creatività secondo il sito di business americano Inc.com.

1. Il disordine sul luogo di lavoro ti rende più creativo

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Una ricerca dell’Università del Minnesota dimostra che le persone che vivono in una stanza disordinata sono più creative di quelle che hanno appartamenti ordinati con ogni cosa al suo posto.  Questo accade, sempre secondo la ricerca, perché un ambiente disordinato ti aiuta a vedere le cose in un modo nuovo. Per questo, non perdere troppo tempo a lucidare la tua scrivania.

 

2. Il colore dei creativi? È il blu!

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Sappiamo che i colori influenzano lo stato d’animo di una persona. Questo avviene anche per la creatività? Ebbene, sì! Uno studio dell’Università della Columbia  si è occupato dell’impatto sulla mente umana di due colore: il rosso e il blu. La conclusione è che mentre il rosso aiuta a focalizzare l’attenzione su un dettaglio, il blu è il colore di cui hai bisogno per arricchire la tua creatività. Ciò avviene perché la mente lo associa ad ambienti che danno pace come l’oceano e il cielo e che spingono la voglia di esplorare.

3. Sei stanco o distratto? È il momento per essere creativo!

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Se punti alla produttività allora ti conviene lavorare alle prime ore del mattino quando sei sveglio e vigile. Per la creatività avviene il contrario. Secondo alcune ricerche, pubblicate su una rivista scientifica americana stanchezza e distrazione rappresentano un’ottima combinazione per una mente creativa,che è più recettiva quando è piena di informazioni. In altre, parole più la tua mente è sovraccarica più aumentano le tue chance di imbatterti in una grande idea.

4. Mente creativa in corpo sano

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Una ricerca dell’Università del Rhode Island dimostra che l’esercizio fisico è l’ideale per chi aspira a una mente creativa. Lo studio ha messo a confronto due file di partecipanti: sedentari e reduci da un intensa attività fisica. Entrambi sono stati sottoposti a un test sulla creatività. Risultati: i partecipanti reduci dall’allenamento fisico hanno conseguito risultati migliori di chi ha trascorso il suo tempo sul divano o su una sedia.

Redazione Millionaire.it (http://millionaire.it/4-modi-bizzarri-per-aumentare-la-tua-creativita/)

domenica 16 marzo 2014

(C’era una volta) il #multitasking

C'è stata un'epoca in cui dire multitasking faceva figo. Andava di moda. Come il minimal negli anni '90, come la rucola sulla tagliata o come il pomodoro pachino agli aperitivi.

Le aziende cercavano candidati dai profili "multitasking", e potersi fregiare del suddetto aggettivo era per tali candidati (leggi: disoccupati), un indubitabile motivo di orgoglio.

In molti cv si parla di multitasking. Ma da dove deriva questo termine?

Risale agli anni Sessanta, quando veniva utilizzato per descrivere il computer. All’epoca, il multitasking riguardava compiti multipli che condividevano alternativamente una stessa risorsa (la CPU, il cervello del computer), ma con il tempo questa sfumatura si è persa e il significato è diventato quello di compiti multipli eseguiti simultaneamente da una risorsa (una persona). Inutile dire che è stato un cambiamento fuorviante, perché persino i computer processano una sola stringa di codice alla volta: quando sono in modalità multitasking alternano  velocemente un compito all’altro fino a portare a termine entrambi. Gli esseri umani effettivamente possono fare due o più cose insieme, per esempio camminare e parlare, ma come i computer non possiamo concentrarcisu due cose contemporaneamente. La nostra attenzione rimbalza da una cosa all’altra e questo provoca serie ripercussioni sia sulla nostra produttività che, quel che è peggio, sul nostro stato di salute psicofisica.

Ho scoperto tutto questo leggendo “Una cosa sola”, manuale scritto a quattro mani da Gary Keller e Jay Papasan (imprenditore nel settore immobiliare esperto di business l’uno e trainer/formatore/autore l’altro), uscito da meno di un mese per tre60 edizioni e che promette di insegnarci qualcosa di cui, ammettiamolo, tutti sentiamo un gran bisogno: definire le proprie priorità.

Stop al multitasking: "Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60) spiega come fissare le priorità.
"Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60), il manuale che spiega come fissare le priorità nel lavoro e nella vita.

Non capita anche a voi di aprire Twitter e andare in ansia per la quantità di informazione disparata che compare nel newsfeed?

Fino a non molti anni fa c'erano i quotidiani e c'erano i tg, al massimo la radio e i settimanali di approfondimento.

Oggi, le informazioni ci sommergono. Letteralmente: ci perseguitano.

E al contempo la capacità di approfondire, di concentrarsi e di selezionare diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla mole di informazione che invade le nostre giornate.

Io stessa prima ero una lettrice vorace, adesso accumulo libri sul comodino e dopo trenta pagine cambio. Ok, è vero che quando il proposito è leggere La Recherche di Proust ci si può anche sentire giustificati ad alzare bandiera bianca, ma il punto è un altro: siamo sempre più incapaci di concentrarci, nel lavoro come nella vita.

Prima, almeno il treno era uno spazio fuori dal tempo in cui riuscivo a leggere: adesso, questa terrificante incapacità di concentrarmi mi perseguita anche lì.

Dovrei provare a fare letture diverse, forse?

E' che non accetto la sconfitta, tutto qua.

Siamo sempre più connessi e più schizofrenici: e non dite di no, perché lo so che non sono la sola.

Abbiamo in mano tutto ma non possediamo niente, sappiamo un po' di tutto ma non approfondiamo niente, o comunque poco. L'agenda setting adesso la fanno i social network, non a caso Facebook sta per lanciare il suo progetto legato alle news, Paper.

La verità è che il multitasking è una grandissima bufala. Un po' come la laurea in scienze della comunicazione: una di quelle cose che hanno fatto moderatamente figo per un po', per poi diventare inutili o peggio obsolete.

Continuando come mosche impazzite a stare dietro a tutto, a voler sapere di tutto, a ostinarci ad infilare sempre più cose nelle nostre giornate sempre più piene, compilando e spuntando liste, riusciremo solo a rimanere incastrati come il criceto nella ruota, avvolgendoci su noi stessi e rincorrendo il tempo.

E' giunto il momento di fermarsi.

Sapete perché non abbiamo mai tempo per fare tutto?

Non perché il tempo sia poco, semplicemente perché siamo noi che vogliamo fare troppo.

Semplice, banale. Vero.

Solo recuperando l'essenziale potremo sperare di arrivare da qualche parte e di raggiungere una qualche soddisfazione, la nostra personalissima definizione di successo.

E con recuperare l'essenziale non intendo andare in ritiro spirituale, ma semplicemente fare quello che giorno dopo giorno ci è realmente utile, che ci fa stare bene, sentire realizzati e che ci fa fare un passo avanti nel nostro personale progresso.

Gary Keller e Jay Papasan ci danno qualche dritta al riguardo:

  1. Riducetevi: non dovete concentrarvi sulle cose da fare, bensì sull’essere produttivi. Fate in modo che quello che conta davvero guidi la vostra giornata.
  2. Siate estremi: una volta individuato quello che conta davvero, continuate a chiedervi che cosa importa di più, finchè vi resterà una cosa soltanto. Tale elemento prenderà il primo posto nella vostra lista del successo.
  3. Dite di no a qualunque altra cosa potreste fare finchè non avrete terminato il lavoro più importante.
  4. Non fatevi intrappolare dal gioco della spunta: non possiamo cadere vittima del principio che tutto va fatto. Non tutte le cose hanno la stessa importanza e il successo si basa sul fare ciò che conta di più.

 Silvia Novelli - Linkiesta ( http://www.linkiesta.it/blogs/nei-panni-di-una-rossa/c-era-una-volta-il-multitasking)  

mercoledì 19 febbraio 2014

Acquisire la capacità di Vision

Ritengo che possedere una visione sia la capacità di fare sintesi sui propri desideri più veri e profondi e dargli un percorso che non ostaccoli il fiume della vita, ma ne segua consapevolmente il corso.
Avendo una "vision" riesci a trovare anche la tua missione e, di conseguenza, la tua serenità, il tuo benessere interiore.
La propria missione cambia nel tempo, perchè normalmente si evolve durante la propria esistenza. Non è un voltafaccia. Si può cambiare missione restando fedele a se stessi, ai propri principi, ai propri Valori.

Significa applicare quello che qualcuno definisce "coerenza dinamica" e non "statica", cambiando appunto come cambia il mondo e come mutano i propri Valori nel tempo. Se così non fosse si rimmarrebbe sempre uguali senza cogliere i mutamenti attorno a noi.



martedì 18 febbraio 2014

Cosa si dovrebbe sapere sul Personal Branding, di Sebastiano Zanolli

Riprendo e pubblico questo post di Sebastiano Zanolli, grande amico e fantastico ispiratore.

Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
• Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
• Network. Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
• Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
• Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
• Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. 
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.

Da V+:

Cosa si dovrebbe sapere sul Personal Branding.

Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
• Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
• Network. Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
• Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
• Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
• Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. 
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende  meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente  e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.
www.sebastianozanolli.com - www.venderedipiu.it 

Lo sport come paradigma della vita

Ho sempre visto e vissuto lo sport come una realtà simbolica della vita: che è guerra, è lotta, è sofferenza, disperazione, rabbia, gioia, a volte ingiustizia, soddisfazione e felicità.
Quando pratichi uno sport, soprattutto a livello agonistico, ogni partita è una battaglia: se vinci vivi, se perdi muori sempre un poco. La grandezza dello sport sta però nel fatto che subito dopo rinasci. Ed ogni sconfitta non è mai definitiva, puoi trovare sempre la forza per un'altra battaglia, per un'altra occasione.
La capacità di competere, di vincere o perdere, di elaborare la sconfitta per poi tornare a confrontarsi è il fondamento anche della nostra vita. Ogni giorno.

Metodo, preparazione, studio, tenacia, ricerca dell'eccellenza, ripetizione, rivisitare continuamente il proprio modulo o stile di gioco al fine di rivederlo, ripensarlo, aggiornarlo, perfezionarlo. Così nello sport, ma anche nella vita vissuta, nel lavoro. 
Con un unico obiettivo: arrivare a "giocare la finale", il maggior numero di finali possibili per avere più occasioni. Alcune si perdono e ci si sente morire, altre si vincono e ci si sente immortali.
Questo è il gioco, questa è la vita e bisogna accettarlo.

By Pierangelo Raffini

lunedì 17 febbraio 2014

Riflessioni sulla Leadership

La leadership è un atteggiamento, un modo di vivere. Diventare leader è un'impresa che non arriva mai a compimento, ma è in continuo divenire e richiede assiduo perfezionamento, è un lavoro continuo e comporta un costante processo di maturazione e di autoconoscenza. Si costruisce attraverso la qualità della nostra vita e delle risposte che riusciamo a dare alle difficoltà che incontriamo.

Lo strumento primario per esercitarla è costituita dal sapere bene cosa si vuole e cosa ha veramente valore nella propria esistenza, essere ancorati a saldi principi e valori, avere una visione coerente del mondo. La forza più grande di un leader sta nella capacità di trasmettere agli altri la propria visione personale, anche attraverso l'esempio della propria vita. 

Sviluppare una propria "vision" è qualcosa di profondamente privato, un prodotto generato attraverso un importante processo di autoanalisi. Cosa ci sta veramente a cuore ? Che cosa si desidera davvero ? In che modo apporto qualcosa al mondo e dove trovo la mia collocazione ? Dove voglio giungere ? La grande capacità di un leader consiste nell'apprezzare fino in fondo la possibilità di continuare ad apprendere cose nuove: su di sé, sugli altri, sul mondo, senza smettere mai di guardare avanti alla ricerca di nuove scoperte e nuovi interessi. 

Un leader ha l'esatta conoscenza dei propri punti di forza, di debolezza, dei propri valori e della visione del mondo. Possiede una coraggiosa accettazione dell'innovazione e la capacità di adattarsi a un mondo in continuo cambiamento. E' in grado di coinvolgere gli altri attraverso un atteggiamento positivo ed empatico. Ha la capacità di trovare sempre nuove energie per sé e per gli altri, coltivando ambizioni eroiche che gli permettono di non mollare mai.

by Pierangelo Raffini
February 17, 2014 at 07:21AM
from Facebook

domenica 9 febbraio 2014

Le 10 facce del leader

CONTAGIOSO (NELL'ENTUSIASMO), CREATIVO (PER RISOLVERE I PROBLEMI), RESPONSABILE (CIOÈ ABILE A DARE DELLE RISPOSTE). I REQUISITI DI CHI CONDUCE LA VENDITA, PER ESSERE GUIDE "DIVERSE", FUORI DAL MUCCHIO

Puoi condurre altri colleghi, o essere un "battitore libero", ma hai sempre a che fare con altri venditori. Quindi possedere doti di leadership è importante.
La leadership viene studiata, insegnata e imparata ovunque, purtroppo, però, non è altrettanto praticata. Ai corsi ci sono sempre persone affamate di sapere, il mio audiolibro a riguardo è un best seller. Il buon senso ci aiuta a sapere cosa fare e cosa non fare, ma, nonostante questo, ci sono molte persone che continuano a sbagliare. Ecco una piccola check-list, una lista di dieci qualità e comportamenti che possono aiutarti a essere un leader migliore.

1. La leadership deriva da quello che fai e come lo fai, non dal titolo che hai
Capita spesso nelle aziende di vedere capi poco leader e collaboratori più solidi di loro. Come dico nel mio audio libro, la leadership è un verbo, un'azione. Chi la esercita motiva, guida, incoraggia, supporta, fa crescere, mostra soluzioni. Se chi comanda, grida, è un capo. Quella non è leadership.

2. I leader sono al servizio degli altri, non il contrario
Nel mondo animale il leader è scelto dal branco per le sue capacità, oppure si impone perché è il più forte (quindi può proteggere).
Penso sia normale, utile e giusto che chi è al vertice abbia dei privilegi. Chi ha responsabilità più grandi ha bisogno di un ufficio, una scrivania, un'auto e uno stipendio più consistenti. Come dicono alcuni generali, "se il mio letto è più comodo e sono più riposato, le mie decisioni, che influenzano molte persone, saranno più corrette".
Detto questo, il leader fa gli interessi del sistema, non i suoi. Quante volte in un'azienda viene promosso a direttore vendite il miglior venditore, senza che prima siano valutate le sue capacità di gestione delle risorse umane?
Chi è nella stanza dei bottoni deve saper sentire, capire, interpretare, per poi guidare. Se è un egocentrico, meglio lasciarlo sul campo, sarà un ottimo venditore; se lo si lascia dov'è, farà bene il suo lavoro. Se lo si promuove, togli un buon venditore all'azienda e aggiungi un cattivo manager al team.

3. I leader sono responsabili
Cioè sono sempre abili a dare risposte. Difficilmente danno la colpa agli altri, e anche quando non è loro, pensano a cosa possono fare per risolvere la situazione. I buoni venditori si prendono la responsabilità quando il cliente non compra, e danno a quest'ultimo il merito quando l'operazione finisce bene.
In un mondo sempre più complesso, portatore di sfide sempre maggiori, i clienti e i colleghi cercano chi risolve, non chi complica. Chi prende responsabilità, non chi distribuisce colpe. Ci vuole impegno e coraggio. Ecco perché sono in pochi a farlo.

4. I leader vanno oltre
A differenza della massa che fa il necessario, il richiesto, il minimo sindacale, i leader vanno oltre. Questa rivista nasce dall'idea e dall'impegno di tante persone che fanno del loro meglio per portare a te, venditore, il meglio. Non a caso la compri e la leggi.
Cosa porta successo a un prodotto o un servizio? La qualità. E da dove arriva questa qualità? Dall'impegno di tanti.
Cosa rende eccellente un customer service? Quanto ne conosci in Italia? Io purtroppo pochi. Se vuoi eccellere, vai oltre, dai ai tuoi clienti, interni ed esterni, il servizio che nessuno dà loro. Rimarrai nella loro memoria.

5. I leader sanno costruire e trasferire fiducia
Sembra banale, ma se lo fosse davvero, non ci sarebbero così tanti venditori, manager e presunti leader che non seguirei mai. Non ci vuole molto per guadagnarsi la fiducia altrui, basta fare le cose che tu vuoi che facciano con te.
Mantieni le promesse, sii sincero, educato. Le cose private mantienile private, non fare il fenomeno. Rispetta, presta attenzione. Servono impegno e visione a lungo termine.

6. I leader sono creativi
Non vuol dire inventare prodotti o essere pittori d'avanguardia. Devono trovare nuove soluzioni ai problemi, vecchi e non. Quando come business coach sento qualcuno in azienda dire «Abbiamo sempre fatto così, non vedo perché dovremmo cambiare», ogni volta mi si gela il sangue. Ci sono ancora persone che non hanno capito che il mondo è cambiato. Ci sono persone che pensano di essere ancora immersi nella crisi del 2008.

7. I leader hanno integrità
Integro significa "non rotto". I leader sono tali anche perché sono un'unità che non si divide per la convenienza apparente del momento. Se per chiudere il budget di vendite sospendi l'onestà, i tuoi colleghi e clienti se ne accorgeranno.
Se chiedi ad altri di fare una cosa, tu devi essere il primo a farla. Lo so non ci sono tanti esempi da imitare in questo senso, ecco perché se inizi, se ne accorgeranno tutti, sarai una rarità.

8. I leader si divertono (e fanno divertire)
Che differenza c'è tra gioco e lavoro? Quando giochi, ti diverti.
Cosa hanno in comune Steve Jobs, Leonardo Del Vecchio, Anita Roddick e Renzo Rosso? Si divertono e fanno divertire. Hanno passione per quello che fanno e la sanno trasmettere. La passione è contagiosa.

9. I leader sono diversi e valorizzano le differenze
È impossibile essere uguali al mucchio ed essere dei leader. È impossibile essere creativi, se la pensi come gli altri. La diversità è un valore che i leader considerano importante.
Se vedi un capo circondato da "yes man", non è un leader. Chi è forte vuole sentire opinioni diverse dalle sue, vuole stimoli. Come dice il mio caro amico, il generale Franco Angioni, "non si vince una partita con 11 portieri".
Anche in questo caso è più impegnativo comportarsi da leader, ma la storia ci insegna che è anche più produttivo.

10. I leader sono eccellenti comunicatori
Se le tue grandi idee, la tua integrità, la tua passione rimangono incompresi, non sarai un grande leader. Non è un caso che i migliori (Obama, Mourinho, Mandela per citarne alcuni) hanno studiato Pnl e dinamiche a spirale.
Saper comunicare e saper capire le persone è una delle caratteristiche e abilità fondamentali della leadership. Sono molti i casi di persone con poco contenuto ma molta comunicativa che riescono ad avere più attenzione di chi ha contenuti, ma non sa spiegarli.

Gandhi diceva: "Penso che un tempo essere leader significasse avere muscoli forti, ora significa avere buone relazioni con le persone".
Le nuove sfide ci chiedono più e nuovi leader. Spero che tu decida di essere uno di questi.