giovedì 26 dicembre 2013

Guida breve al nodo della cravatta perfetto

Una cravatta bene annodata è il primo passo serio della vita, diceva Oscar Wilde.

Non c’è niente che definisce meglio un uomo della sua cravatta. Non è solo una questione di colore e di fantasia, ma di personalità. Ma soprattutto, come diceva Oscar Wilde «una cravatta bene annodata è il primo passo serio della vita». Ci vuole un po’ di originalità per superare il “solito” nodo e allora eccovi i principali, selezionati e spiegati per voi.

 

 

 

nodo-semplice

Il nodo “semplice”. Il più veloce ed efficace. Ha un aspetto un filo asimmetrico e funziona con tutti i colli di camicia. Per gli inglesi si chiama “four in hand”, perché riprende lo stesso nodo che utilizzavano i cavalieri per attaccare le redini di un quattro cavalli, o di un celebre club di Londra, che si chiamava, appunto- “four in hand” . Per portarlo con classe l'ideale sarebbe di fare una piccola fossetta mentre si piega la cravatta, prima di farla risalire.

 

nodo onassis

Il nodo Onassis: bello, semplice e richiede una pinza da mettere sotto al nodo, che dona l’effetto giusto. Se non si trova la “pinza Onassis”, che è molto complicata da individuare (anche perché lo stesso Onassis la cambiava), una qualsiasi può fare al caso vostro.

 

nodo pratt

Il nodo Pratt. Simile al Windsor ma meno largo, è diventato popolare grazie a un celebre conduttore della televisione americano. Lo ha inventato Jerry Pratt negli anni ’80 si porta con le camicie a collo aperto, con una cravatta non troppo fine e non troppo spessa (il trucco è cominciare con la cravatta al contrario).

 

nodo-semplice

Il nodo piccolo. Basic, per tutti i giorni, molto semplice. Come dice il nome, è molto piccolo, adatto a colletti abbottonati e chiusi (da vietare il collo all’italiana), perfetto per le cravatte spesse (ad esempio quelle di seta). Il suo difetto è di piegare troppo il tessuto della cravatta.

 

nodo-italiano

Il nodo all’italiana, originale e diviso in due parti. Molto italiano, non centrato e rilassato. Risulterà meno opprimente e mantiene comunque un tocco elegante.

 

nodo-doppio-semplice

Il nodo doppio semplice: per tutti i giorni, facile da realizzare e molto elegante. È uguale al nodo semplice (o “four in hand”) ma con un giro in più. Il suo aspetto asimmetrico permette di apparire meno contratti. Funziona con tutti i colletti di camicia ed è raccomandato per cravatte sottili.

 

nodo-windsor

Il nodo Windsor, ossia il nodo per eccellenza: è molto spesso, grosso e triangolare. È il nodo perfetto per le grandi occasioni, si porta bene con le camicie a collo italiano o aperte. Meglio evitare cravatte con tessuti spessi (già lo è il nodo, sarebbe troppo), meglio invece se lunghe, accompagnate da un gilet. C'è chi lo ama e chi lo odia, in molti lo disprezzano. Ma qualcuno lo trova il più bello.

Linkiesta - http://www.linkiesta.it/nodo-cravatte


mercoledì 25 dicembre 2013

Sulla Democrazia

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

 

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

 

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

 

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

 

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

 

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

 

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

 

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

 

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.


domenica 22 dicembre 2013

Statali infedeli e finti poveri Il patto etico rotto dagli Italiani

Noi che paghiamo ogni multa mentre i truffatori restano impuniti.

La notizia dei tre miliardi sottratti allo Stato da parte di 5.000 dipendenti pubblici, che si aggiunge a quella dei finti poveri, dei falsi ciechi o dei turlupinatori di pensioni che ogni giorno vengono «scoperti» dalla Guardia di Finanza, non può che turbare - dove «turbare» è un eufemismo - le tante persone oneste di questo Paese, sempre più perseguitate da un Fisco che li ritiene gli unici «privilegiati» interlocutori.

Non è populismo affermare che molti dei nostri problemi economici sarebbero in parte risolvibili con una bella e definitiva pulizia degli sprechi e degli assurdi privilegi che l’apparato statale permette e concede a tutti coloro che sono riusciti a infilarsi sotto le sue ali mafiosamente protettive. Com’è possibile, infatti, ci chiediamo noi contribuenti, che per dieci, venti, trent’anni una persona percepisca una pensione di invalidità come cieco pur essendo perfettamente vedente, mentre una nostra qualsiasi minima mancanza, che sia una multa o un mancato pagamento di un contributo, viene immediatamente sanzionata e punita con severità? Quanti ciechi ci vogliono per non vedere un finto cieco? Come ci interroghiamo anche - e purtroppo sappiamo già la risposta - su quanti di questi 5.073 dipendenti dello Stato che hanno rubato, truffato, corrotto avranno come conseguenza la perdita del loro posto di lavoro. Non sono un’esperta di amministrazione statale, ma temo che la risposta sia «nessuno». 

Questi uomini e donne che hanno tradito il patto di fiducia etico su cui si regge la società, hanno anche danneggiato i loro colleghi che lavorano con serietà e dedizione. Quali conseguenze avrà questo tradimento? Forse soltanto una multa o il trascinarsi in un processo che durerà anni e che finirà in una bolla di sapone. 

Il messaggio che ci viene costantemente dato dallo Stato è che in fondo le nostre azioni non sono influenti, che il comportarsi bene o male non cambia nulla, se si ha un posto garantito. Il messaggio che quindi passa alle generazioni future è quello che il merito e l’etica in Italia non hanno alcun peso, cosa che peraltro viene confermata in ogni ambito della nostra società, dall’università alla pubblica amministrazione. 
A volte, quando guardo i politici immersi nelle loro costanti e sterili polemiche televisive, mi domando: si rendono veramente conto dello stato di esasperazione della parte sana del nostro Paese? Credo proprio di no. Se si rendessero conto, infatti, agirebbero di conseguenza, senza timore dell’impopolarità, sfrondando, pulendo, liberandoci da tutto ciò che è inutile, offensivo e dannoso.

È la mancanza di questa semplice azione a spingere sempre più italiani verso l’indifferenza, il cinismo, il disinteresse o tra le braccia dei movimenti che afferrano le viscere e le torcono, perché è lì che, alla fine, si annida la disperazione degli onesti. 
È su questo che riflettevo, andando in bicicletta per le colline umbre, desolata dallo spettacolo che ormai accompagna ogni mia escursione. Avevo appena superato la carcassa di un televisore abbandonato in mezzo ai rovi; doveva essere un lancio recente, dato che la settimana scorsa non c’era, come non c’era neppure il water di porcellana rovesciato in un fosso, sulla via del ritorno. Anche lui una new entry nel mio paesaggio ciclistico.

Chi, come i nostri politici, viaggia sempre in automobile forse non sa che quasi la totalità dei bordi delle nostre strade e autostrade è costellato di rifiuti e spazzatura. Ogni metro quadrato è invaso da bottiglie di acqua minerale, lattine, scatole di sigarette, pannolini, preservativi, batterie di automobili, plastiche: tutto viene allegramente scaraventato fuori dai finestrini. Se poi si abbandonano le strade asfaltate e si imboccano quelle bianche, il panorama diventa ancora più orrendamente variegato: frigoriferi, lavatrici, pneumatici di tutte le dimensioni, reti da letto sfondate, materassi, divani, poltrone, computer, bidet, carcasse di biciclette o di motorino e spesso anche automobili senza targa, per non parlare delle lastre di amianto, residui di pollai e di stalle, maldestramente nascosti sotto pochi centimetri di terra. E tutto questo non accade soltanto nella terra dei fuochi, ma anche nella verde e felice Umbria. 

Bisogna aver il coraggio di dirlo apertamente: il nostro Paese - il meraviglioso giardino d’Europa - è una discarica a cielo aperto, di cui la «Terra dei fuochi» non è che la punta di un iceberg. 

Questo disprezzo per il luogo in cui viviamo, oltre a provocare un enorme danno all’ambiente e al turismo, è uno specchio fedele dell’assenza di senso civico che permea ormai tutto il Paese e di cui la classe politica è stata, fino ad ora, la garante. Dopo di me il diluvio, potrebbe assurgere a nostro motto nazionale. Il fatto che esistano, in ogni comune, delle isole ecologiche in cui smaltire ciò che non serve più cambia solo in parte le cose, perché questi luoghi hanno orari e leggi da rispettare, e perché mai dovrei rispettare un orario e una legge, se posso non farlo? 

Per anni, camminando in montagna, mi sono arrabbiata vedendo tutto quello che veniva abbandonato lungo i sentieri. Poi ho capito che quello sporco riguardava anche me, che arrabbiarsi e non fare niente mi rendeva complice del degrado. Così ho cominciato a raccogliere bottigliette di plastica, rifiuti e lattine come fossero fiori, riportandoli a valle con me. È questo che tutti noi dovremmo fare. Ciò che è fuori è sempre lo specchio di ciò che è dentro. L’immondizia che devasta il nostro Paese non è che la manifestazione del degrado etico che pervade ogni ambito della nostra società. 

Così, pedalando desolata, pensavo: come sarebbe se ogni comune, ogni quartiere di città, mettesse a disposizione di noi cittadini dei mezzi per permetterci di raccogliere in prima persona i rifiuti abbandonati criminalmente per strada o nei boschi. E poi sarebbe anche bello che tutta questa spazzatura, invece di venir immediatamente smaltita e dimenticata, lasciando spazio all’arrivo di nuova, venisse portata nelle piazze principali dei paesi e dei quartieri e affidata alle mani esperte di ragazzi diplomati alle varie Accademie di belle arti, per venir trasformata, grazie alla loro creatività, in temporanei monumenti alla nostra inciviltà. Così, durante la passeggiata domenicale, prendendo un caffè o conversando con gli amici, tutti noi potremmo ammirare per un anno gli oggetti che abbiamo abbandonato: guarda, la mia vecchia lavatrice, il mio bidet, il televisore della nonna! Sarebbe istruttivo che poi tutti questi precari monumenti al nostro degrado venissero fotografati e raccolti in un delizioso libretto dal titolo: «Ciò che eravamo, ciò che non vogliamo più essere». 

Susanna Tamaro - Corriere della Sera



mercoledì 18 dicembre 2013

La carica delle App Made in Italy

MAPPE, GIOCHI, NOTIZIE, EDICOLE DIGITALI: IN UN SOLO ANNO LE APPLICAZIONI SCARICATE SONO PASSATE NEL NOSTRO PAESE DA 500 A 800 MILIONI. IL MERCATO SUPERA I 100 MILIONI DI EURO, UNA FETTA SEMPRE PIÙ CONSISTENTE DI TUTTI I SERVIZI OFFERTI ONLINE

Continua inarrestabile il boom delle app, le applicazioni per smartphone, dal costo contenuto e dal rapido scaricamento, che stanno rivoluzionando il software nel mondo e in Italia. A livello mondiale si assiste a una crescita poderosa del fenomeno: e l’Italia non è seconda a nessuno perché vede uno straordinario incremento della popolarità della app. Secondo i dati degli Osservatori Ict del Politecnico di Milano, il comparto è passato da 500 milioni di applicazioni scaricate nel 2011 a più di 800 milioni nel 2012, e per quest’anno si stima che il mercato superi il valore dei 100 milioni di euro, una fetta sempre più consistente degli oltre 600 milioni di mercato dei servizi online mobili. Una torta ricca, di cui non è facile accaparrarsi una fetta: essendo un mercato di fatto globale, la concorrenza – soprattutto internazionale – è molto alta, e la presenza di app italiane è ancora contenuta: fra le 50 più redditizie, quelle italiane sono appena il 10%. Questo non vuol dire che non ci siano casi di successo nostrani, da attribuire agli ormai oltre 700 sviluppatori che vivono e lavorano in Italia. I buoni risultati sono numerosi. Fra le app made in Italy di successo, MyWind, l’applicazione per smartphone e tablet di Wind che a meno di 2 anni di lancio ha superato i 3 milioni di download. Un successo che – sottolineano alla compagnia telefonica – dimostra “come l’app sia diventata lo strumento preferito dai clienti per tenere sotto controllo i propri consumi e gestire le linee telefoniche”. 

Le app che raccolgono il maggiore successo sono quelle in grado di offrire agli utenti un’utilità di servizio: con l’ultimo aggiornamento, gli sviluppatori hanno allargato l’offerta di servizi di MyWind dalla gestione delle linee fisse fino alla possibilità di effettuare ricariche, passando per la possibilità di acquistare biglietti del bus in diverse città italiane tramite il servizio Mobile Pay. Va forte anche l’app di Rai.Tt, che ripropone in streaming i contenuti delle reti pubbliche italiane, e che si è classificata all’ottavo posto nelle preferenze degli italiani, stando ai dati diffusi da Apple. Punta sull’utilità AroundMe, una app che trasforma lo smartphone in una mappa digitale del territorio, dove gli utenti possono scoprire punti di interesse nelle vicinanze, dai ristoranti e bar fino agli impianti carburanti. CircleMe, invece, è una app lanciata dall’omonimo network italiano di condivisione di interessi, che porta su sistemi android un principio simile: ma basato sugli interessi e le opinioni degli utenti, per approfondire e scoprire nuove canzoni, film, libri e attori. 

Diverso obiettivo, ma sempre con un accento sul servizio, ApPoint di Wolters Kluwer Italia, la filiale italiana del Gruppo Wolters Kluver, ideata per permettere agli studi professionali di accedere da tablet in mobilità a dati contabili, fiscali e paghe dei clienti. Successo anche per la più “frivola” Cinetrail, guida in formato app per poter vedere gli ultimi trailer cinematografici e per essere aggiornati sulla programmazione dei film: i download hanno superato i 2 milioni. A metà fra utility e intrattenimento, c’è Movym App, l’applicazione di una startup milanese basata su un’idea estremamente innovativa: il software, infatti, permette di riconoscere i capi indossati in una serie tv o in uno show da conduttori o attori. E permette, subito dopo, di acquistarli con un click grazie alle partnership con diversi retailer e siti di eCommerce: un meccanismo che ha permesso ai ragazzi milanesi di aggiudicarsi il premio Smau per il settore ‘Mobile Commerce & Payment’. Grande successo anche per Lyrics, un’app italiana – disponibile su tutte le piattaforme mobili - che si contrappone frontalmente a Shazam e permette di riconoscere i brani musicali e trovarne automaticamente il testo: una funzione che ha già convinto 10 milioni di utenti. Più orientata ai contenuti è Flywers che, spiega il creatore Edoardo Narduzzi, permette di creare “un’edicola digitale per editori vecchi e nuovi attivi sui social media, dove vendere i propri contenuti in payperview o con un abbonamento di cui scelgono la periodicità”. L’app è ancora in beta ma ha già convinto 50 publisher ad aderire alla piattaforma, disponibile per Android e iOs. E’ per Windows 8, invece, ma presto arriveranno anche versioni Android e Apple, Skiddy The Slippery Puzzle, app-gioco sviluppata dal team italiano Big Bang Pixels, formato da Christian Costanza e Andrea Baldiraghi, due giovani creativi. Il gioco – un puzzle game con 120 livelli da risolvere – ha vinto la categoria Intrattenimento del Mob App Award, il premio Smau per le migliori App del 2013, e ha raccolto oltre 150mila download in tutto il mondo in pochissimo tempo. Un altro team molto ridotto, ma efficace, è quello formato dal giovane sviluppatore indipendente di App Luca Micheli. Che con la sua QuizPatente ha totalizzato 640mila download in meno di nove mesi, realizzando su base settimanale oltre un milione di impressioni pubblicitarie. 

Ottimo riscontro internazionale anche per MusicXmatch, un applicazione che sincronizza l’archivio musicale digitale degli utenti con i testi, mostrandoli non solo durante l’esecuzione dei file musicali ma anche mentre si utilizza il sistema di streaming Spotify. L’app, da Bologna, ha mosso alla conquista di tutte le piattaforme (da iOs a Android, passando per Windows 8) ed è arrivata sui dispositivi di circa 20 milioni di utenti, negli Stati Uniti, in Giappone come in Italia. La dimostrazione che il made in Italy non riguarda solo l’industria alimentare o la moda: quello delle app non solo esiste, ma è vitale e può avere un successo globale.


Valerio Maccari - Affari & Finanza de La Repubblica 


Le passeggiate al termine della notte

Nelle mie passeggiate al termine della notte, quando la luna illumina l'ombra del mio cammino e gli scarponi scricchiolano sotto la rugiada ghiacciata, trovo gocce di felicità pura che non so spiegare ma che mi donano una grande serenità.

Il silenzio che tutto avvolge con la semi oscurità, dona grande lucidità di pensiero e tutto mi appare per quello che é veramente.

lunedì 16 dicembre 2013

Startup

La voglia di fare. La capacità di rischiare. E di innovare. È la forza delle start up. E un valore per il sistema economico quando diventano imprese. Tutti possono fare start up, ma la vera sfida che bisogna affrontare in Italia è trasformare una start up in un’azienda. La start up da sola è solo una premessa necessaria. Esprime il suo valore per un sistema economico quando diventa un’azienda di successo

di Fabio Cannavale, Founder ed executive chairman di Bravo FlyRumbo Group

Fabio Cannavale, Founder ed executive chairman di Bravo FlyRumbo GroupFabio Cannavale, Founder ed executive chairman di Bravo FlyRumbo GroupLa start up è quella cosa in cui devi rimboccarti le maniche, fare tutto, lavorare senza orari. Tutti sono alla pari, c’è un forte sentimento pionieristico, direi quasi eroico, e hai la sensazione di fare qualcosa di unico. Tutti possono fare start up. Basta avere una forte motivazione, una buona idea, qualche capacità. Ed è importante fare start up perché produci innovazione. Puoi pensare a cose impossibili, creare business che non esistevano, rischiare tutto perché non hai nulla da perdere.

Ma la vera sfida che bisogna affrontare, in Italia, è trasformare una start up in un’azienda. A fare la differenza è il salto da un piccolo gruppo di persone coeso e fortemente motivato a un’azienda strutturata, con competenze precise e ben distribuite. Ti servono cose diverse se sei in 20 o in 50: noi abbiamo fatto il nostro primo organigramma quando siamo diventati più di 100. Non è una questione di capitali, ma di cultura manageriale.

La start up da sola è solo una premessa necessaria. Esprime il suo valore per un sistema economico quando diventa un’azienda di successo. Come è successo negli Stati Uniti dove una parte importante del pil e della capitalizzazione di Borsa è costituita da imprese nate negli ultimi 10 o 20 anni.

Ecomyup

mercoledì 11 dicembre 2013

L'ossessione di essere perfetti. Meglio sbagliare e vivere felici.

Da Flaubert a Steve Jobs, chi sono i «maniaci» celebri Non esistono genitori a prova di errore: quel che conta è aiutare i figli ad affrontare la vitaPretendono troppo da sé ma soprattutto dai dipendenti. E alla fine i risultati ne risentonoLa star «Precisini si nasce, non si diventa. E la colpa è di mamma e papà», dice Gwyneth Paltrow.

Che cosa accomuna Jan Vermeer, un mago di colori e luci, Gustav Flaubert, cultore degli aggettivi mentre scriveva Madame Bovary e Arturo Toscanini, le cui urlate prove d'orchestra erano uno show a parte? L'attitudine, al di là dell?essere diversamente grandi, al perfezionismo. Attenzione però, soprattutto in mancanza di quel talento, a non esagerare. Mica sempre funziona. Senz'altro non nel privato, perché chi fa parte di quel «club» è portato a intervenire fallosamente su qualsiasi argomento alla sua portata: ricette, film, vacanze, percorrenze autostradali. Con il perfezionista, granitico macigno sulla leggerezza conviviale, nulla resta impunito. Chiaro che il suo nome venga sfrattato da molte agende, se mai sia entrato. Ma nemmeno, a quanto pare, funziona sulla riva professionale.

Il perfezionismo negli ambienti di lavoro semina una specie di spiacevole ansia da prestazione in senso lato: sì, pure i risultati economici fanno cilecca. L'ultimo ammonimento viene dal Financial Times , che con un articolo della psicoterapeuta Naomi Shragai, assicura quanto sia meglio imbrigliare in buone redini la nostra eventuale propensione alla perfezione. «Non è un caso ? conferma Shragai ? che anche verso quei genitori che si sentono inadeguati s'insista sulla necessità d'accettare limiti e possibilità di sbagliare. È inutile cercare d'essere perfetti, basta essere abbastanza bravi nell?aiutare i figli ad affrontare la vita». 

Ma quali sono, per esempio, i motivi per cui un capo perfezionista riesce a ottenere meno risultati di uno con qualche parvenza d'umanità ? Primo: pretendono molto da sé, e sono iper-autocritici ma con gli altri vanno giù anche più pesante e questo non è zucchero per il morale della truppa.Secondo: non amano delegare ma se temono ci sia il rischio-errore s'intromettono e non sono bei momenti. Terzo: l'ossessione del dettaglio impedisce loro d'avere una visione più alta di tutto il lavoro. Quarto: la paura che le cose non meritino il dieci e lode gli fa procrastinare le scadenze, aumentando l'altrui frustrazione. Quinto: il fatto di concentrarsi sui risultati in modo integralista, tralasciando qualche tonico anti-tensione, li rende francamente odiosi.

Sono ufficiali per cui attaccheremmo all'arma bianca contro l'artiglieria nemica ? Difficile. In ogni caso, come si diceva, il perfezionismo non è necessariamente antagonista del talento. Quando vediamo negli studios dei Beatles in Abbey Road, Paul McCartney spiegare per la sesta volta a George Harrison come deve fare l'assolo di Hey Jude, si capisce che lui è lì lì per mettergli le mani nel collo, ma a un genio come Paul questo non si fa. Vogliamo parlare di Robert De Niro e delle sue trasformazioni fisiche tipo sosia del pugile Jake LaMotta in Toro scatenato ? Anche Steve Jobs, caratterino di carta vetrata ad alto ingegno, faceva parte della congrega, visto che investiva montagne di dollari perché i suoi oggetti fossero (accademicamente) belli perfino all'interno. Il perfezionismo non è legato soltanto alle occasioni maiuscole: lo chef-star Carlo Cracco lo applica anche a una cosa casalinga come le verdure all'olio. 

Ma la cipolla di Tropea deve essere tagliata in quattro parti a X e le carote di traverso, se no s'incupisce senza rimedio.Le motivazioni possono essere le più disparate. Margherita Buy, ultrarigorosa nella preparazione d?un copione, fa riferimento all?ansia e al senso del dovere. Per Giorgio Armani, che va a controllare (senza farsi vedere) le vetrine dei suoi nuovi negozi, è una condizione irrinunciabile per il successo. E che dire del grande pianista Glenn Gould che considerava il pianoforte un'appendice del suo corpo? Ad ascoltare però due star hollywoodiane come Gwyneth Paltrow ed Emma Watson, la «colpa» sarebbe invece tutta di mamma e papà: perfezioniste si nasce, non si diventa. Caso mai ci si può (parzialmente) pentire .

Paracchini Gian Luigi (07 dicembre 2013) - Corriere della Sera




Quando lasciare il lavoro per fare una start up

La vita imprenditoriale non è per tutti, ma per chi vuole diventare padrone di se stesso la chiave per il successo è semplice: quando ci si butta, assicurarsi di avere un paracadute. Parola del patron di Virgin Richard Branson, che spiega quando lasciare un impiego per inseguire un sogno

di Concetta Desando

Richard Branson, patron di VirginRichard Branson, patron di Virgin"Quasi chiunque ha almeno un po' di spirito imprenditoriale, ma anche il potenziale di distruggere il proprio business. La vita da imprenditore, quindi, non è per tutti: alcune persone decidono di mettere il proprio talento al servizio dell'azienda di qualcun altro, mentre per alcuni lavorare per un altro non può essere un'opzione". Parola di uno dei simboli dell'imprenditoria moderna, il patron di Virgin Richard Branson. Secondo il quale in mezzo a questi due estremi ci sono coloro che devono decidere da che parte stare: lasciare un lavoro "sicuro" e buttarsi nel proprio progetto, o lasciare che i sogni restino tali e continuare ad avere la sicurezza?

Secondo Branson, per chi è davvero convinto che la propria idea possa avere successo il passo naturale è quello, prima o poi, di cercare di realizzarla poiché, in caso contrario, si passerebbe tutta la vita con il rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.

Così, rispondendo alla lettera di un lettore, il padre di Virgin spiega al sito entrepreneur.com qual è il momento giusto per lasciare il lavoro e buttarsi a capofitto nel proprio progetto. Avvertendo che, comunque, la chiave per il successo è semplice: "quando ci si butta, bisogna assicurarsi di avere un paracadute".

Una volta presa la decisione, per Branson il primo passo per preparare l'addio al lavoro dipendente è quella di pianificare il lancio della propria attività, pensando "a qualsiasi cosa, dalla località nella quale stabilire la sede a come dovrà apparire il prodotto sugli scaffali dei negozi. E per quanto possibile bisogna tentare di risolvere ogni eventuale problema prima di iniziare, tenendo però d'occhio l'orologio: se ci si mette troppo, le condizioni possono cambiare. Alterando il mercato e rendendo di fatto impossibile l'avvio del vostro business".

Altra cosa da considerare sono i fondi: "Prima che la nuova attività sia in grado di mantenervi - spiega Branson - ci vorrà tempo. E in questo tempo dovete essere sicuri di non restare al verde: quindi è una buona idea assicurarsi l'appoggio di investitori, o magari di soci che dispongano di capitali. Qualsiasi sia la vostra idea, dovete anche pensare che potrebbe stentare a decollare, o che potrebbe addirittura fallire. In quel caso, bisogna essere preparati e avere un piano di riserva, che vi consenta di minimizzare le possibilità di insuccesso e di procedere".

In ogni caso, conclude Branson, bisogna considerare "che la finestra di opportunità per lanciare una nuova azienda prima o poi si chiuderà, e semplicemente non avrete più scelta: capirete che vi dovete licenziare per diventare il capo di voi stessi. Siate coraggiosi: dopo tutto quel pianificare, è ora di credere nella vostra idea e in voi stessi".

Economyup 

Fiducia e condivisione: saranno le parole del 2014

Per Francesco Morace, presidente dell’istituto di ricerca Future Concept Lab, l’italian factory è ancora molto forte. Ma il Paese deve rialzarsi e puntare su un’economia collaborativa, basata su trust & sharing. Perché questi saranno i trend social del nuovo anno

di Maurizio Di Lucchio

Francesco Morace, sociologo e presidente dell’istituto di ricerca Future Concept LabFrancesco Morace, sociologo e presidente dell’istituto di ricerca Future Concept Lab“Puntare su fiducia e unicità: sarà questo l’approccio più seguito dalle imprese che faranno successo nella sfida globale”. A dirlo è il sociologo e presidente dell’istituto di ricerca Future Concept Lab, Francesco MoraceChe dalla platea di Social2Business, evento di business matching organizzato dal gruppo Giovani Imprenditori di Assolombarda, ha ricordato a imprenditori e manager che l’Italia, per quanto in fondo alle classifiche di competitività, mantiene un fortissimo appeal sul resto del mondo in termini di qualità della vita. “Nonostante tutto, siamo i più invidiati: l’italian factor è ancora molto forte”, ha detto Morace. Per rialzarsi, però, il Paese ha bisogno di compiere uno scatto dal punto di vista culturale: “Dobbiamo sconfiggere l’invidia competitiva che non ci spinge a metterci insieme e ad avere visione strategica”. Insomma, fare network e costruire relazioni più solide, anche tra imprenditori, è la chiave per moltiplicare il valore del sistema Paese. Perché la creazione di comunità basate sulla fiducia reciproca e sull’autenticità è una delle tendenze che più caratterizzerà il prossimo futuro.       

Quali saranno i trend in ambito social del 2014 e, più in generale, dei prossimi anni?
“Un primo paradigma decisivo sarà quello del trust & sharing, ovvero fiducia e condivisione. Negli approcci di economia collaborativa, per essere credibili è e sarà necessario puntare sulla fiducia e sulla reputazione, sia personale che aziendale. Si sta formando di nuovo una logica delle affinità, che porta alla creazione di comunità”.

Anche in Italia l’economia può ricevere una spinta dalla fiducia?
“Sarebbe importante per una realtà come la nostra. Il problema è che in Italia non abbiamo un sistema trasparente. C’è sempre un detto, un retropensiero che rallenta questa dimensione di trust che può facilitare la condivisione. Molti imprenditori non fanno sistema e non aiutano la nostra economia a essere più competitiva semplicemente perché non si fidano gli uni degli altri”.

Quali altre macrotendenze possono trasformarsi in opportunità da cogliere per le imprese?
“La logica unique & universal può essere quella giusta per fare il salto di qualità. È l’esatto opposto del modello di globalizzazione che abbiamo conosciuto finora. Il motto era ‘think globally, act locally’: pensa global, agisci localmente. Ora è in atto una controtendenza, quella di proporre la propria unicità, anche molto locale, non in chiave difensiva e cercare di espanderla a livello globale. Che poi, se ci pensiamo, è quello che hanno fatto e stanno facendo i nostri migliori imprenditori con l’internazionalizzazione delle proprie aziende. Gente come Armani, Farinetti e tanti altri hanno universalizzato la propria identità, la propria ‘lombardità’, ‘piemontesità’, ‘campanità’ e così via. Hanno trasformato il locale in una ricchezza. Per sintetizzare, quindi, la tendenza che verrà premiata anche in chiave social è l’essere ciò che siamo, senza il bisogno di imitare altri modelli. E sarà apprezzato sempre di più lo human touch, il tocco umano. Credevamo che la pervasività della tecnologia l’avesse sostituito e invece no: i robot non hanno vinto”.

EconomyUp

Ottimismo

Dentro la crisi economica c’è anche una crisi psicologica. Pensare positivo è un passo necessario per la crescita. L’ottimismo è la consapevolezza, terribile e spaventosa, che possiamo prendere in mano la nostra vita. Non importa che desideriate scoprire luoghi inesplorati, o cambiare la storia dello sport. Siate ottimisti. Alzatevi presto, e correte dietro all’unico sole che conta: il vostro talento

di Federico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie Grom

Federico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie GromFederico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie GromTalvolta, c’è confusione. Talvolta, confondiamo l’ottimismo con la fortuna. Invece no: l’ottimismo è fatica, determinazione, lavoro.

In natura c’è un bell’esempio di ottimismo: semplice, pulito, profondo. Il girasole, innamorato del sole, lo segue attraverso il giorno e i giorni, voltando instancabilmente il capo verso di lui.

L’ottimismo è il girasole e il suo girare. L’ottimismo è l’incrollabile voglia di fare. E’ quello di Ernest Shackelton, il primo uomo ad attraversare l’Antartide, che nel 1914 pubblicò sul New York Times questo annuncio: “Cerchiamo uomini per spedizioni all'avventura. Bassa paga. Freddo estremo. Lunghi mesi di oscurità totale. Pericolo costante. Ritorno a casa non assicurato. Onori e riconoscimenti in caso di successo.”  L’ottimismo è quello del grande Michael Jordan: “…ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

L’ottimismo è la consapevolezza, terribile e spaventosa, che possiamo prendere in mano la nostra vita. Non importa che desideriate scoprire luoghi inesplorati, o cambiare la storia dello sport. Siate ottimisti. Alzatevi presto, e correte dietro all’unico sole che conta: il vostro talento. La vita.  Il resto, sono palle.

 

Economyup 

Made in Italy

Siamo un Paese che è un brand internazionale apprezzato in tutto il mondo. Cibo, moda, arredamento ma anche meccanica e…creatività. Ma dobbiamo avere il coraggio di rinascere, restituendo dignità morale ed economica al lavoro fatto con le mani, all’artigianato. E iniziare a capire che alcuni lavori vanno remunerati più di altri perché contengono una sapienza e una capacità manuale che rende il nostro Made in Italy unico

di Brunello Cucinelli, presidente e amministratore delegato della Brunello Cucinelli

Brunello Cucinelli, presidente e amministratore delegato della Brunello Cucinelli Brunello Cucinelli, presidente e amministratore delegato della Brunello CucinelliIl Made in Italy per me è lusso, qualità, unicità. Paesi come l’India, la Cina, aree come il Sudamerica sono affascinati dai nostri prodotti. Che cosa vogliono da noi? Vogliono cose speciali, manufatti di grande qualità. L’Europa ha un valore altissimo e io credo moltissimo agli Stati Uniti d’Europa. E anche l’Italia ha un ruolo importante. Chi è che non vuole uno champagne francese, un orologio svizzero o un mobile italiano? Ma dobbiamo anche capire che la mappa mondiale del lavoro e dei consumi sta cambiando. Ci sono prodotti che non sono più di nostra competenza e non dobbiamo vergognarci se per 30 anni o 40 abbiamo fatto una cosa che adesso non funziona più. Dobbiamo avere il coraggio di rinascere. In questo possono aiutarci i nostri collaboratori, soprattutto quelli più giovani.

Per rinascere dobbiamo soprattutto restituire dignità morale ed economica al lavoro fatto con le mani, all’artigianato. Lorenzo Magnifico la considerava un’attività vicina alle grandi arti. Negli ultimi 30 anni così non è stato. Ma le cose stanno cambiando, si comincia a capire che alcuni lavori vanno remunerati più di altri perché contengono una sapienza e una capacità manuale che rende il nostro Made in Italy unico. Se crediamo nel manufatto italiano di grande pregio, dobbiamo investire sui giovani e valorizzare il lavoro manuale.


Economyup 

martedì 3 dicembre 2013

"Startup e Territorio": un occhio sul presente e lo sguardo verso il futuro

“Startup e Territorio. Creare valore per il Paese e per la Comunità” è il titolo del convegno organizzato dal Centro studi “Luigi Einaudi” giovedì 5 dicembre, ore 17, nel salone di Palazzo Sersanti (piazza Matteotti 8) a Imola. L’evento è realizzato in collaborazione con Italia StartUp, gode del patrocinio del Comune di Imola e del contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Imola. Ne parliamo con Pierangelo Raffini, una persona che ha fatto impresa, membro del Centro studi e socio di Italia Startup, business mentoring di Innovami, appassionato del mondo startup e manager responsabile di marketing e comunicazione.
Il convegno del 5 dicembre è organizzato dal Centro studi “Luigi Einaudi” e ha come partner Italia StartUp, intanto mi sembra mi sembra interessante che si possano creare queste convergenze, dopo di che però è necessario capire quali gli obiettivi che ci si pone con questa iniziativa.
“Il Centro studi si pone l’obiettivo generale di sensibilizzare il ‘territorio’ sui temi più importanti che riguardano il lavoro, l’economia, la società. Cerchiamo, attraverso testimonianze e presentazioni, di rappresentare sul piano locale i cambiamenti che riguardano in realtà il Paese e, spesso, il mondo. Si potrebbe anche dire che oltre all’obiettivo generale ce ne possono essere alcuni particolari come quello di far comprendere meglio questi cambiamenti e proporre possibili soluzioni, se interpellati”.
Di convegni ormai sono piene le cronache, forse ciò che manca è la capacità di dare seguito a ciò che emerge da questi incontri. E’ un problema che vi siete posti?
“Certamente. Bisogna premettere che il Centro studi è un’associazione totalmente ‘no profit’ che non ha grandi possibilità e vive sull’entusiasmo e la partecipazione dei singoli. Ciò detto questo evento sulle Startup vorrebbe avere anche queste finalità. Lanciare un segnale di disponibilità, alle forze pubbliche e private che lo vogliano raccogliere, per studiare velocemente le azioni da intraprendere per cogliere quella che, per noi, è un’opportunità anche per il nostro territorio”.
La tecnologia è una componente ormai irrinunciabile per "fare impresa". Sembra però, anche dai vari incubatori esistenti, che se essa non è il cuore del progetto questo non sia degno di cittadinanza. Non crede che una Startup possa e debba svilupparsi nei settori più diversi: penso ad esempio all’agricoltura, al turismo, alla valorizzazione e tutela del territorio, ecc.
“Assolutamente. In alcuni miei recenti interventi ho sempre evidenziato ciò che ha appena detto: la tecnologia non può più prescindere dal ‘fare impresa’, ma non per questo ritengo che Startup sia sinonimo solo di nuove imprese che operano unicamente attraverso la rete e il virtuale. Credo fermamente alla nascita di Startup anche in settori diversi. I casi non mancano in Italia. L’importante per una Startup è che ci siano innovazione e ricerca continua nell’idea proposta. Amo evidenziare come una Startup debba essere sempre in stato di ‘beta permanente’, un modo di dire mutuato dal mondo dell’informatica da cui nasco professionalmente. Cioè non pensare di essere mai arrivati a una soluzione definitiva. Anche per un prodotto. Devi fare ricerca continua per migliorare ciò che proponi. Questo è ciò che può darti il vantaggio competitivo. E questo può essere facilitato grazie alla tecnologia, ma non per forza deve essere l’asset principale di una Startup”.
In base alla sua esperienza nel fare impresa cosa consiglierebbe a  un giovane, un gruppo di persone che hanno un’idea e vorrebbero sperimentarla dal punto di vista imprenditoriale.
“Per prima cosa gli direi di preparare un Business plan. Farsi aiutare se non ci sono le competenze, ma questo documento è fondamentale per capire se si hanno le idee chiare sugli obiettivi, sulle strategie, sui servizi o i prodotti che si intendono sviluppare e tante altre cose. Se si è in grado di realizzare un Business plan, sostenibile, a tre o cinque anni, ci sono buone probabilità di riuscire a trovare sponsor o finanziamenti. Quindi gli farei preparare loro una presentazione sintetica, ma chiara che esponga ciò che hanno appena scritto. Infine gli direi di rivolgersi a un’associazione di categoria o a un incubatore per partire. Questi ultimi hanno di solito dei ‘business mentoring’ che prendono in esame le richieste e le giudicano in base alla loro esperienza. Si può trovare anche un’azienda disponibile ad investire sulla tua idea, ma è più difficile purtroppo. Ultima cosa: avere passione per ciò che si fa”.
Torniamo all’iniziativa del 5 dicembre: ci può illustrare in sintesi gli argomenti che verranno trattati dai vari ospiti.
“I temi trattati riguardano appunto il mondo delle Startup: lo stato dell’arte sul territorio, le possibili evoluzioni e quali benefici si potrebbero trarre per la comunità; la legislazione facilitata e particolare di cui godono, l’impegno del Governo con l’assunzione, per la prima volta in Italia, di un’agenda digitale e del decreto chiamato del ‘FARE 2.0’. Essendoci il segretario generale di Italia Startup, l’associazione che partecipa con il Governo su questi temi, sarà possibile ascoltare in diretta ciò che di concreto sta nascendo per dare un futuro al nostro Paese. Interessante poi sarà la testimonianza di una giovane Startup imolese che ha avuto una modalità ‘give-back’ per partire, da parte di una società radicata da più di trent’anni sul territorio”.

Il programma del convegno
17-17.30: registrazione
17.30-17.40: Pierangelo Raffini - socio di Italia StartUp e membro del Centro studi Luigi Einaudi
17.40-18.00: Daniele Manca, sindaco di Imola
18.00-18.20: Alberto Tonielli - presidente dell'incubatore Innovami
 18.20-18.50: Federico Barilli - segretario di Italia StartUp
18.50-19.20: Luigi Orsi Carbone - consigliere di Italia StartUp e fondatore di Skebby
19.20-19.35: Fabio Poli - Antreem Startup imolese (Testimonianza di un "give-back" sul territorio)
19.35-19.45: Domande dei giornalisti e del pubblico

A tutti i partecipanti verrà dato in omaggio il documento di ricerca "who is who" dell’ecosistema italiano delle Startup, il progetto sviluppato con gli Osservatori del Politecnico di Milano, in collaborazione con Smau e con il supporto istituzionale del ministero dello Sviluppo economico, che ha permesso di fotografare il contesto dell’innovazione italiana e i suoi tanti protagonisti.
Al termine verrà offerto un aperitivo.

ITALIA STARTUP
Associazione che riunisce tutti coloro che credono profondamente nel rilancio del Paese. Italia Startup è formata da imprenditori, investitori, industriali, startupper, enti e aziende che hanno deciso di dare il proprio contributo al processo di cambiamento economico e sociale che l’Italia sta affrontando. Fondata nel 2012, l’Associazione è una piattaforma indipendente e collettiva dove raccogliere i pensieri, i progetti e le strategie per dare vita anche nel Paese a un ecosistema imprenditoriale competitivo, capace di accogliere e alimentare l’innovazione. L’Associazione sviluppa dei progetti concreti che mirano a sostenere e coinvolgere chi sta facendo impresa in Italia.
Italia Startup ha infatti riunito per la prima volta imprenditori, startupper, innovatori, esperti di digitale con i decisori del Governo, per ascoltare l’ecosistema e valutare decisioni politiche a favore dell'ecosistema imprenditoriale. Ha fornito indicazioni per il decreto del Fare 2.0 e si rapporta anche attualmente con il Governo per tutti i temi legati all'innovazione dell'Agenda Digitale.


CENTRO STUDI "LUIGI EINAUDI"
Nasce diversi anni fa con lo scopo di promuovere il pensiero liberale dello statista e Presidente della Repubblica a cui é intestato, oggi quanto mai attuale. Struttura totalmente "No Profit" si è dedicata a diverse iniziative e commissionato studi di settore. Negli ultimi anni si é focalizzato sull'organizzazione di eventi dedicati a temi attuali riguardanti la società, l'economia e il lavoro.


lunedì 2 dicembre 2013

Un premio per un'altra Italia possibile

Il premio Marzotto, collegando la tradizione dell’imprenditoria illuminata con le ambizioni degli startupper, valorizza progetti ed esperienze che possono fare la differenza. A partire dal rapporto tra ricerca accademica e impresa e dalla relazione virtuosa tra generazioni.

Premio Marzotto, un momento della finalePremio Marzotto, un momento della finalePensa al futuro e guadagnati il presente, diceva Giannino Marzotto. L'invito risuona attuale e imperioso nell'auditorium di Valdagno, provincia di Vicenza, dove va in scena BandaLarga, il format televisivo (che forse vedremo su La7 o su Rai3, trattative in corso...) che ha fatto da coronamento al Premio Marzotto 2013. Qui si incontrano tradizione e innovazione, la cultura d'impresa illuminata con l'ecosistema delle startup, le idee del nonno Gaetano, come tiene a ricordare Matteo Marzotto, con le ambizioni dei nuovi imprenditori. In sala c'è anche Laura Olivetti a creare un filo ideale fra NordEst e NordOvest, tra la città sociale di Valdagno e la Comunità di Ivrea. E l'obiettivo di un'altra Italia sembra possibile.

E' un bel pungolo per i giovani che forse poco sanno delle visioni di Olivetti o di Marzotto ma che numerosi hanno risposto alla chiamata del Premio: un migliaio. Tredici sono arrivati in finale. Due sono stati portati al trionfo: Basilio Lenzi e Alessandro Filippeschi conquistano un assegno da 250mila euro con i loro scheletro leggero e robotico. Hanno 27 e 30 anni, Basilio farà il suo dottorato di ricerca poco prima di Natale ma la storia della loro Wearable Lights Exoskeleton lascia intravvedere uno spazio di innovazione che, nonostante tutto, anche in Italia è fiorente: la startup nasce nei laboratori della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, il terzo socio è Fabio Salsero, che i 50 anni li ha superati ed è senior researcher nel Laboratorio guidato dal professor Massimo Bergamasco. Un esempio virtuoso di sapienza accademica che riesce a farsi impresa ma soprattutto di incontro-scambio fra generazioni: non sempre accade, ma succede. E le buone pratiche vanno sostenute, valorizzate e promosse. Così come va ormai accettata l'idea che se si guarda oltre la tecnologia digitale e il gioco delle app, non c'è limite anagrafico all'innovazione. Nel biotech, nel farmaceutico, nella meccanica, in quelle che sono le eccellenze italiane la scintilla del cambiamento nasce dall'incontro fra esperienza e visione, tra "vecchi" e giovani come sempre è stato nei momenti migliori della storia.

Forse non riuscirà ad essere pop come vorrebbe l'impegno televisivo, ma il Premio Marzotto è certamente un'operazione di successo nella valorizzazione della nuova intelligenza imprenditoriale. Non solo per i denari che mette a disposizione ma per il tessuto di relazioni in cui immerge i progetti selezionati. Bella l'idea di far suonare almeno per un giorno la banda degli innovatori per cambiare il Paese. Rassicurante la presenza dell'ecosistema delle startup nel cuore della città sociale. Stimolante l'invito a trovare una via italiana all'innovazione. Ma come saggiamente ricordavano alcuni importanti imprenditori presenti alla festa, da Riccardo Illy a Ettore Riello: attenzione a non farsi male nel confronto con la realtà quotidiana di un Paese ancora segnato da pessime abitudini.


Giovanni Iozza - da Economyup 


venerdì 29 novembre 2013

In tempi di crisi date la carica alle vostre truppe

Come leader, ciò che dite e come lo dite ha la sua importanza, specialmente quando la vostra azienda affronta una sfida. In tempi come questi, la motivazione non consiste nello spaventare i vostri dipendenti per farli lavorare di più esprimendo minacce o biasimo. Ma ispirandoli a "combattere" assieme, uniti verso l'obiettivo e determinati a riuscire. 
Quando la pressione si fa più intensa, considerate queste strategie:

Ancorate la vostra organizzazione.
Portate la gente a concentrarsi su ciò che devono fare in modo diverso e ciò che è di importanza critica perché la vostra azienda abbia successo. spiegate i cambiamenti che volete vedere e conducete le persone a pensare in che modo possano avere un ruolo nella trasformazione.

Trovate il modo giusto per dire la verità. 
Incoraggiate i dipendenti a parlare in modo franco, senza reprimerli. Usate un linguaggio chiaro. Non lasciate che paure e frustrazioni prendano piede.

Concentratevi sul futuro. 
Spiegate bene che volete sentire delle idee da tutti quanti nell'organizzazione, su come far meglio le cose, che si tratti di processi complessi o di innovazione. Chiarite bene che siete aperti a conversazioni biunivoche.

Tratto da Harward Business Rewiev Italia


domenica 24 novembre 2013

Tom Davis, l'inglese che fa startup in Italia

“Non vi rendete conto che la vostra preparazione è fra le migliori in Europa?”: così il fondatore di Solair spiega perché ha scelto di fare impresa nel nostro Paese, puntando a farne un centro di eccellenza informatica. “Il mio problema? Non riesco a trovare giovani, scappano all’estero”

di Concetta Desando

Tom Davis, CEO di SolairTom Davis, CEO di SolairTom Davis è l’eccezione che conferma la regola. Se molti dei nostri giovani connazionali decidono di fuggire all’estero in cerca di lavoro, di fortuna e di qualcuno capace di valorizzare il loro talento, lui, 39enne di origine inglese, scommette sull’Italia. “Ma non vi rendete conto che la vostra preparazione a livello informatico e ingegneristico è fra le migliori in Europa, se non nel mondo?” ironizza, prima di spiegare chela sua sfida è fare del Belpaese un centro di eccellenza informatica.

Il suo amore per il tricolore inizia per caso: galeotto fu un corso seguito anni fa al Politecnico di Torino. È proprio lì che comincia a conoscere lo spirito imprenditoriale italiano che lo conquista. Inizia a lavorare per una multinazionale italiana, ma viene presto trasferito a Hong Kong, a Singapore e poi in India. “Non ero affatto soddisfatto né dell’offerta di quei mercati né delle competenze del team che mi affiancava”. Così decide di tornare in Italia per fondare una start up: nel 2011 a Casaleggio di Reno, in provincia di Bologna, fonda Solair,  società sviluppatrice di una piattaforma software enterprise rivoluzionaria e di applicazioni web fornite in modalità cloud. La fortuna è dalla sua parte perché, appena nata, la start up vince il Bando della Regione Emilia Romagna  per la “Ricerca, Innovazione e Crescita”, aggiudicandosi un finanziamento di un milione di euro. “La mia difficoltà, in quel periodo, non erano i soldi: il grosso problema è stato trovare ingegneri disposti a lavorare per me perché tutti volevano andare via dall’Italia” continua Tom Davis. Non solo. “Quando sei una start up alla fase iniziale, nessuno crede in te, in primis le banche. Così ho pensato di partire solo con poche persone: quattro ingegneri che hanno creduto fin dall’inizio del progetto e nello spirito di gruppo”. Vincendo la sfida: in due anni la start up vanta un fatturato di tre milioni, è passata da quattro a 32 persone, di cui il 50% donne e al di sotto dei 30 anni, ha aperto filiali in India e in Giappone.

La chiave di questa crescita accelerata è duplice: da un lato l’azienda sta puntando sulla ‘nuvola’ per proporre una piattaforma estremamente intuitiva in modalità ‘SaaS Platform’, sulla quale gli sviluppatori possono facilmente creare le proprie applicazioni SaaS senza dover riscrivere codici o preoccuparsi dell’infrastruttura e del middleware sottostante, il tutto attraverso un’interfaccia user-friendly, basata su un approccio ‘drag and drop’; dall’altro, il giusto mix tra manager con esperienza ventennale nel settore del processo di sviluppo prodotto e della gestione delle informazioni e di giovani laureati che assicurano l’apporto di idee nuove per lo sviluppo di applicazioni cloud altamente innovative, facili da usare e da customizzare in totale autonomia. L’idea di fare dell’Italia un centro di eccellenza informatico punta su due realtà: da una parte Solair Platform che si prefigge di rivoluzionare il mondo software enterprise poiché permette di sviluppare direttamente su cloud, evitando alle aziende i costi di hardware e software. Gli sviluppatori possono partire da Solair Platform per costruire le proprie applicazioni customizzate basate su cloud, senza riscrivere codici. Si tratta di un modello Pay per Use, accessibile da qualsiasi dispositivo (mobile, tablet, notebook) in qualsiasi luogo. Dall’altra parte c’èSolair PLM, sviluppato su Solair Platform, che aiuta le aziende di ogni dimensione a gestire dati, risorse e processi attraverso un sistema gestionale di informazioni basato su cloud di facile utilizzo. La soluzione è disponibile in modalità SaaS (Software as a Service), cioè erogata sotto forma di servizio da infrastrutture remote ed esterne all’azienda: il cliente paga solo per l’effettivo utilizzo del servizio. L’applicazione prevede un insieme di strumenti orientati all’integrazione di tutte le fasi di gestione del ciclo di vita del prodotto, dalla nascita dell’idea allo sviluppo del prototipo, dalla definizione delle risorse necessarie alla realizzazione in serie. Solair PLM si rivolge a piccole e medie imprese del settore manifatturiero, ma anche a realtà come gli studi tecnici o gli stampisti che necessitano di soluzioni altamente personalizzabili.

“L’Italia è ricca di menti eccellenti ma credo che gli italiani abbiano bisogno di riacquistare fiducia nelle loro capacità e nel loro Paese” continua Davis. “E credo anche che abbiano bisogno di allontanarsi dalla mentalità del lavoro fisso e iniziare ad aprirsi all’idea di un mercato del lavoro flessibile. In questo l’Italia deve lavorare ancora molto”.

Pubblicato su EconomyUp

Futuro

Crescere è un verbo che si declina al futuro. Significa guardare avanti, avere una visione. I giovani sono la molla dello sviluppo e della crescita proprio perché pensano più al futuro che a tirare i remi in barca ancorandosi con nostalgia al passato. E allora perché in Italia ci sono così tanti capelli bianchi quando si va alle conferenze e così pochi giovani?


di Federico Marchetti, Fondatore e Amministratore Delegato di YOOX Group

di Federico Marchetti, Fondatore e Amministratore Delegato di YOOX Groupdi Federico Marchetti, Fondatore e Amministratore Delegato di YOOX GroupProvo a fare alcuni ragionamenti semplici semplici. Il futuro è per definizione legato all’età delle persone, ovvero più le persone sono giovani, più in teoria guardano al futuro. Ovviamente c’è sempre qualche eccezione come la mia amica Rosamond Bernier di New York che ha appena compiuto 97 anni in grandissima forma e mi ha scritto che guarda con gioia al traguardo dei 100 anni…

Tornando tra i comuni mortali come noi, i giovani sono la molla dello sviluppo e della crescita proprio perché pensano più al futuro che a tirare i remi in barca ancorandosi con nostalgia al passato. E allora perché in Italia ci sono così tanti capelli bianchi quando si va alle conferenze e così pochi giovani? Perché i giovani devono “auto-invecchiarsi” come aspetto fisico per essere considerati nelle riunioni (ho un paio di amici giovani brillanti che si sono fatti crescere la barba per sembrare più vecchi altrimenti nessuno li ascoltava…)? Perchè in Italia non si parla abbastanza di uno dei problemi principali legati alla crisi che è appunto l’invecchiamento della nostra popolazione? 


Cos’è cambiato rispetto a qualche secolo fa quando i vari geni che sono ancora nei libri di scuola avevano meno di trent’anni, come Leonardo da Vinci per fare solo un esempio?

Articolo di Economyup 


lunedì 18 novembre 2013

I buoni leader conoscono le proprie emozioni

Essere troppo emotivi può creare problemi, ma meno gravi che non trattenere tutti i propri sentimenti. Si possono nascondere le proprie emozioni nel tentativo di mantenere il controllo e apparire forti, ma il farlo diminuisce la capacità di controllo e indebolisce quella di restare in connessione e comunicare con gli altri.

Se il vostro problema è di condividere i vostri veri sentimenti, può esservi d'aiuto sapere che molti spesso non mostrano le proprie emozioni perché non sanno esattamente quali sono i propri sentimenti. Si può reprimere la rabbia e moderare i propri entusiasmi senza nemmeno rendersene conto. Perciò prestate attenzione alle vostre emozioni.

Almeno un paio di volte alla settimana chiedetevi: "Quali sono i miei sentimenti in questo momento?". Scriveteli se potete; tenere un diario aggiornato può aiutarvi a capire i vostri stati d'animo e cosa li fa cambiare. Poi lasciatevi un po' andare: permettete alle vostre emozioni di uscire e agli altri di entrare. Ambedue queste azioni sono cruciali per esercitare una leadership efficace.

Adattato da "Good Leaders Get Emotional", di Doug Sundheim.