lunedì 28 aprile 2008

Un libro da leggere: Volevo solo vendere la pizza

Consiglio vivamente questo librettino, scorrevole, breve, ma educativo sulla burocrazia imposta alle imprese - in particolar modo le PMI - e su come è declinata oggi, putroppo troppo spesso, la tutela del lavoro. Per chi ha una piccola impresa è una conferma, per gli altri è utile capire a cosa si deve sottostare quando si decide la via imprenditoriale. Per esperienza posso confermare alcuni aspetti descritti nel racconto. Ultima annotazione, lo scrittore è giornalista del Gruppo Espresso e ha condiviso questa "esperienza" con un altro giornalista de La Repubblica.

Furini Luigi

Volevo solo vendere la pizza Le disavventure di un piccolo imprenditore Saggi Prefazione di Marco Travaglio.

«Un ritratto del nostro Welfare straccione folgorante e impietoso, politicamente scorrettissimo proprio perché molto più autentico e realistico di qualunque trattato economico. Vivamente consigliato ai politici e ai sindacalisti che vogliono guardarsi allo specchio e uscire dal loro polveroso Jurassic Park.»

Dalla prefazione di Marco Travaglio.

Eroica e sfortunata protagonista, una piccola società che «voleva solo vendere la pizza». Dove è più facile aprire un’impresa? In un paese dove si possono fare affari con relativa semplicità. Nella classifica della Banca Mondiale, l’Italia è all’82º posto, dopo il Kazakhistan, la Serbia, la Giordania e la Colombia. Merito della nostra infernale burocrazia.Un giornalista prova a diventare imprenditore. Segue i corsi di primo soccorso, quello antincendio, quello sulla prevenzione degli infortuni. Frequenta commercialisti e avvocati. Informa le «lavoratrici gestanti» dei rischi che corrono – ma solo quelle «di età superiore ad anni 15». E poi c’è l’ASL con tutti i regolamenti sull’igiene e l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi (non basta il topicida, vogliono fare una statistica?). C’è persino il decalogo che insegna quando bisogna lavarsi le mani. Compra centinaia di marche da bollo, compila (e paga) un’infinità di bollettini postali.Sei mesi dopo e con centomila euro di meno, apre finalmente l’attività: un piccolo negozio di pizza d’asporto. Ma a quel punto si trova a dover fare i conti con i cosiddetti «lavoratori» e con i sindacati. Dopo due anni infernali, chiuderà bottega. L’eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro porta a un eccesso di flessibilità? Le leggi troppo restrittive spingono inevitabilmente verso l’economia sommersa e il lavoro nero? Sono i temi di discussione in questi mesi caldi, mentre si parla di riforma della Legge Biagi.Quello di Gigi Furini non è un trattato di economia del lavoro. È il resoconto di due anni impossibili, con tanti aneddoti spassosi. Come ultimo sfizio, prima di alzare bandiera bianca è stato quello di capire se è stato lui uno sfigato o capita a tutti. Dall'INPS di Roma rispondono che nel 2003, su 20 milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati 12 milioni di certificati medici per complessive 60 milioni di giornate lavorative perdute. Quindi non è sfiga, è il sistema. Ma Luigi, anzichè buttarsi a destra, è rimasto eroicamente comunista, ma viste anche le ultime elezioni, forse è capitato solo a lui.

giovedì 24 aprile 2008

La tua Strada

Ogni strada non è che una fra un milione di strade. Pertanto devi sempre tener presente che una strada è soltanto una strada e non c'è nessuna affronto, a se stessi o agli altri, nell'abbandonarla se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare...
Esamina ogni strada con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso soltanto una domanda: questa strada ha un cuore ?
E' l'unico interrogativo che conti davvero. Se lo ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente.
Carlos Castaneda

martedì 22 aprile 2008

Laicità

Pubblico questo scritto ricevuto da un amico, dove esprime il suo concetto di laicità.
Per me laicismo non è sinonimo di laicità, associazione che fanno in molti, ma erronea.
Il laicismo è la dottrina socio politica che teorizza e propugna la totale separazione tra stato e chiesa, ovvero l'assenza di interferenze religiose, vere o presunte, dirette o indirette, nell'ambito legislativo, esecutivo e giudiziario, di uno Stato.
La parola laico deriva dal greco laikòs (uno del popolo) e il termine ebbe, nell'antichità un'origine esclusivamente religiosa venendo usato per indicare colui che, pur professando un certo culto, non apparteneva alla gerarchia religiosa. Laico non vuole però dire affatto, come spesso si ripete, l'opposto di credente (o cattolico) e non indica, di per , un credente, un ateo, un agnostico. La laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia, ma è l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un grosso pasticcio.
La cultura - anche cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - di San Tommaso o di qualsiasi pensatore ateo - non può affidarsi a criteri di razionalità.
Una visione religiosa può muovere l'animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può tradursi in articoli di legge, come vorrebbero certi aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto, ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento (non ammazzare) e l'articolo del codice penale che punisce l'omicidio.
Da qui si può trarre una prima considerazione che la visione laica della vita può ricevere un benevolo impulso da una lettura religiosa degli accadimenti.
Vorrei, al proposito, ricordare Norberto Bobbio, un grande laico italiano e la sua affermazione "... laico è chi si appassiona ai propri "valori caldi" (amore, amicizia, fede), ma difende i "valori freddi" (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) i soli che permettono a tutti di coltivare i propri "valori caldi"... ".
Laicità significa (o dovrebbe significare) tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale si, ma anche faziosamente laicista.

mercoledì 16 aprile 2008

Chi muore

"Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla e chi non conosce."
Pablo Neruda

martedì 15 aprile 2008

Il Paese del rancore

Non vi sembra che la società di oggi sia più rancorosa, più risentita, più rabbiosa ? A me si. Un sentimento quasi collettivo che pervade i rapporti tra le persone ormai a tutti i livelli, sia professionale che personale. Una frustrazione violenta che si manifesta sia in una litigiosità che fa sempre più ricorso alla querela e alle denunce, ma che contemporaneamente si sfoga in modo più plateale ed evidente contro le classi dirigenti e politiche in modo particolare.

Mi sembra che ci sia veramente in atto una disintegrazione sociale, spinta da una paura data dalla perdita di identità e dei grandi o piccoli privilegi acquisti nel tempo, dalle mancate risposte soprattutto del mondo politico.

Anzi la maggior parte delle volte invece di risposte, una certa politica da voce ed amplifica questo risentimento, questa paura che, come per l'effetto di un sasso gettato nell'acqua, moltiplica i suoi "anelli" di trasmissione, complici anche i media che ormai, vivendo in una "società delle urla" fanno a gara a chi ha più "voce".

Spariscono i luoghi di aggregazione tradizionali, ci si sposta sempre di più, le informazioni sono sempre più veloci e globali, tutto è più rapido. Di fatto si perdono delle cose, si subisce una perdita che difficilmente si riesce più a colmare. Da qui comincia a crescere la frustrazione, la paura e quindi il rancore di chi si sente sradicato. E "chi è sradicato, sradica" come dice Aldo Bonomi (in un libro molto interessante dal titolo Il rancore, Ed.Feltrinelli).

Sostanzialmente Bonomi sostiene che il "luogo" della produzione non è più la fabbrica, ma il territorio e diventano perciò determinanti le "piattaforme" che sono l'intreccio di aree geografiche e specializzazioni produttive. E' essenziale intercettare i flussi: globalizzazione, finanza, de localizzazione, migrazione. Riuscirci o meno non dipende dalla singola azienda, ma dalle reti, cioè le infrastrutture sia materiali, strade, aeroporti, ferrovie, sia immateriali quali banche, servizi pubblici, scuola e università. L'impresa che funziona fa la "molla", parte dal territorio per entrare nei flussi per poi tornare , mentre non ha futuro chi fa la "trivella".
Un generatore di rancore sono le reti inadeguate che non riescono a soddisfare le richieste, provocando frustrazione e malessere, unitamente ad altre esigenze trascurate quali la qualità dei servizi sul territorio, una pubblica amministrazione meno invasiva e burocratica oltre al tentativo di modernizzare il paese, ad oggi incompiuto.

lunedì 14 aprile 2008

Il mondo senza cibo un disastro evitabile

Condivido e invito all'attenta lettura di queste considerazioni di Romano Prodi nella lettera pubblicata su Repubblica di domenica 13 aprile 2008
CARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l'umanità: la crisi alimentare. Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni. Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d'Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia. Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali. Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l'aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari. Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l'impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così.
I più recenti studi (come quelli dell'Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l'energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all'energia prodotta. Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico. Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti. Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso. Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla "seconda generazione" di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l'utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all'agricoltura. E' quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori. Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l'emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l'aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l'esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l'attuale crisi in tragedia mondiale. I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell'attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno. Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c'è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così. È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l'Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità.

martedì 8 aprile 2008

Rispetto e convivenza

" Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispetto dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto."
Papa Giovanni XXIII

lunedì 7 aprile 2008

La Tradizione del Lòm a Merz


La Romagna è una terra storicamente votata all’agricoltura, attività, come tutti sanno, soggetta alle avversità metereologiche. Per questo motivo la tradizione contadina del passato voleva che per scongiurare la malasorte venissero fatti dei riti propiziatori come i fuochi magici o, come si dice da queste parti, i Lòm a Merz (i lumi di marzo). L’accensione di falò propiziatori intendeva celebrare l’arrivo della primavera e invocare un’annata favorevole per il raccolto nei campi, ricacciando il freddo e il rigore dell’inverno. Il suo significato era quello di incoraggiare e salutare l’arrivo della bella stagione, bruciando i rami secchi e i resti delle potature. I fuochi volevano da una parte fungere da elemento purificatore, dall'altro evocare ed invocare il calore e la luce della primavera che stava arrivando portando con sé la rinascita della vegetazione e la promessa dei futuri raccolti. Era normale anche cantare strofe augurali come questa: "lom a merz, lom a merz, una spiga faza un berch; un berch, un barcarol, una spiga un quartarol; un berch, una barchetta, tri quatrèn una malètta" che, sostanzialmente, erano invocazioni tra il sacro e il profano per richiedere un abbondante raccolto di grano.

Era tipico per questa occasione radunarsi nelle aie per un evento che rappresentava, e non erano molti nella società del tempo, un momento di festa e di socializzazione. Si intonavano canti e si danzava, si mangiava (predominante la presenza di focacce dolci e ciambella, ma qualche volta veniva anche abbrustolito del pane e “spazzato” con aglio, l’olio era prezioso, o venivano fatte delle zuppe condite con i prodotti disponibili al momento), si beveva (molto) vino e, cosa più importante, era un momento di grande divertimento e di inizio di qualche amore. La tradizione di “fare lòm a merz” in questo modo si è protratta in Romagna fino alla fine degli anni ‘30, perdendo poi quasi definitivamente il suo carattere di festa dopo la guerra.
Sarà capitato a molti di passare nelle campagne romagnole fra la fine di febbraio ed i primi di marzo, al tramonto e vedere in lontananza dei falò che, nell’incedere delle tenebre assumono una valenza quasi da “fuochi magici” e per un po’ attraggono il nostro sguardo e la nostra mente.

In questo periodo assumeva particolare importanza la festa dedicata a San Giuseppe che si esprimeva in feste paesane e in gite con pranzi e merende nei boschi, sui prati, nelle pinete. II rito del mangiare all'aperto, a contatto con la terra e la natura, era considerato segno ed auspicio dell'arrivo della bella stagione. Fra i cibi sempre presenti in queste occasioni si possono ricordare i salumi, le uova sode, le insalate di campo (crespini, pimpinelle radicchi, valeriana) magari arricchita con i “soliti” bruciatini e accompagnato con quel bel pane bianco fatto nei forni delle case o con della focaccia, il tutto annaffiato con bottiglie di vino nero. Una particolarità di questa festa, forse poco nota ai più, consisteva nell’usanza, da parte delle ragazze “da marito”, di osservare la vigilia il giorno antecedente a quello di San Giuseppe e di invocarlo con una curiosa filastrocca: "San Jusef San Jusef fasì che a feza e pet"(Osservavano la vigilia perché diversamente San Giuseppe Pellegrino passando per le case col suo pialletto avrebbe tolto via ciò che loro desideravano tanto: l'abbondanza dei seni... come sono cambiate le cose, oggi forse non si farebbe più vigilia proprio per ottenere l’effetto opposto…).
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato sul Sabato Sera Bassa Romagna del 4 aprile 2008

venerdì 4 aprile 2008

Si può fare

Sulle Leggi: verità senza tempo.


" Non vi è nulla di più distruttivo per il rispetto del governo e delle leggi che l'emanar leggi che non è possibile far rispettare".
Albert Einstein

mercoledì 2 aprile 2008

Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"

di GIOVANNI VALENTINI
GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.
Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.
Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".
Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".
Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".
In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".
Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito".
La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".
E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".
Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".
Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".
Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".
( 30 marzo 2008 )

lunedì 31 marzo 2008

Ingrid Betancourt


Pubblicizzo questo libro appena uscito con la lettera della Ingrid Betancourt perché è un caso che è sempre stato a me caro fin dal momento del suo sequestro nel 2002, in quanto avevo seguito la sua campagna politica in un paese difficile come la Colombia e mi aveva colpito il suo coraggio di tornare dalla Francia, lei ha doppia cittadinanza, e rischiare la sua vita per gli Ideali democratici.


Lettera dall'inferno a mia madre e ai miei figli


Questo testo è stato scritto il 24 ottobre 2007 da Ingrid Betancourt, che il 22 febbraio 2002 è stata sequestrata dalle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia che tengono in ostaggio da anni diverse altre centinaia di persone. È indirizzato alla madre, Yolanda Pulecio, ai suoi ligli Mélanie e Lorenzo, e alla sua famiglia. Il manoscritto, dodici pagine vergate con una calligrafia regolare e densa, accompagnato da un video e da alcune foto, è stato sequestrato in occasione dell'arresto di alcuni guerriglieri a Bogotà. Una copia è stata trasmessa dal governo colombiano alla famiglia di Ingrid nel dicembre 2007. Questa è la prima traduzione integrale e autorizzata del documento. La lettera di Ingrid Betancourt è accompagnata dalla risposta dei suoi figli, Mélanie e Lorenzo, che si stanno battendo per la liberazione della madre.

venerdì 28 marzo 2008

Ogni maledetta domenica

... centimetro dopo centrimetro... come in tutta la vita... un discorso indimenticabile...

giovedì 27 marzo 2008

Educazione


L’educazione è il pane dell’anima, diceva Giuseppe Mazzini e a mio parere non intendeva in senso stretto la conoscenza delle cose, ma si ispirava ad un concetto più importante, quello del saper convivere insieme senza cercare di prevaricare qualcuno, senza necessità di essere aggressivi per costringere in un angolo un’altra persona, applicando il buonsenso e il rispetto per l’altro.
Nella “società delle urla” mi sento tante volte “un uomo tra le rovine”.
Esiste ancora l’Educazione ?
Personalmente ho sempre pensato all’Educazione come un Valore intrinseco della mia vita che mi contraddistingue e mi differenzia, ma noto sempre più spesso che ormai è un “non-valore”, che non viene quasi più percepito e rispettato sia nella vita privata sia nella vita professionale, anche nei concetti più basici del termine. Estremizzo forse un po’ volutamente, ma penso che molti altri vivano questa percezione giornalmente, assistendo ad una parabola involutiva che sempre di più ci trascina verso una inciviltà evidente.

Faccio mio questo articolo di Egle Santolini in cui ritrovo, dal mio "moleskine mentale", molti dei numerosi punti che mi sono segnato e che sono oggetto di mie riflessioni periodiche.

L'educazione vale più del Suv

Dal modo di parlare alle scelte quotidiane, ecco lo “stile sociale” che non ha prezzo

Ma un vero signore come lo riconosci? In questi tempi calamitosi di smottamenti finanziari e rimescolamenti di classe, in questa Italia vaduziana e suvista post-furbetti e pre-processo di Vallettopoli, dove signora mia quanto è diventato difficile preservare la finezza del tratto, conviene tornare ai fondamentali: Mies Van der Rohe, con il suo «Less is more», e Coco Chanel, con quella sua frase che sembra scritta uscendo sconsolatamente dal Billionaire: «Ci sono persone che hanno soldi e altre che sono ricche». Renato Mannheimer: «Non esagererei con questa faccenda della scomparsa delle classi, certo la distribuzione delle fonti di reddito è oggi molto più articolata di una volta, e capita che un idraulico sia più ricco di un industriale. Ma l’origine sociale continua a contare: eccome». Essendo però grande la confusione sotto il cielo, urgono coordinate per riconoscere gli autentici gentiluomini. E allora? «E allora contano, prima di tutto, la discrezione, la mancanza di show off, il tono attutito della voce»: Franco Crespi dei Crespi di Milano, antica famiglia già proprietaria del «Corriere della Sera», non solo modestamente lo nacque, ma essendo professore emerito di Sociologia all’Università di Perugia, può per così dire interpretare scientificamente i propri ricordi. «Vede, quand’ero ragazzo, in famiglia, bastava poco a definire chi proprio non andava: il calzino troppo corto, la scarpa troppo appuntita, certe frasi tabù, tipo “piacere” nelle presentazioni o peggio ancora “la mia signora”. Anche certi vezzeggiativi un po’ andanti, come borsetta e camicetta. Ecco, bastava camicetta a fare cafone». Vien quasi tenerezza, di fronte all’imbarbarimento di oggi. «Già, e per di più questa brutalità nei rapporti interpersonali mi pare una cosa molto italiana. Non si tratta soltanto delle suonerie selvagge dei cellulari, dell’arroganza spicciola, del pestarti i piedi materialmente e metaforicamente. In Francia o in America, per esempio, proprio non capita che alle lettere non si risponda». Altre voci del decalogo: prima di tutto, dire grazie quando qualcuno ti ha fatto una gentilezza. Non cadere preda della smania di viaggiare, come quegli escursionisti seriali che due anni fa «hanno fatto» il Laos, l’anno scorso il Rajasthan e quest’anno la Baja California: meglio la villeggiatura nella casa di famiglia, meglio San Michele di Pagana che Malindi. E visto che oggi va prestata attenzione alla propria impronta ecologica, se proprio si deve meglio il treno del jet, sennò un low cost da Orio al Serio, bagaglio a mano e via. Dar del lei ai domestici, ma soprattutto pagargli i contributi. Dar del lei, possibilmente, a tutti tranne che agli intimi. Rispettare la regola sfortunatamente desueta del non telefonare a ore pasti: nessuno ci pensa più, ma vale anche se si usa il BlackBerry e non il telefono a disco di bachelite nera. Coltivare volterrianamente il proprio orto, e farlo con misura, senza pretendere di ammollare i frutti della propria zappa a tutto il vicinato. Potendo, come Carlo nel proprio ducato di Cornovaglia; non potendo, nei guerrilla gardens, cioè negli appezzamenti urbani lasciati liberi dal demanio, dove fior di notai di soldo stagionato corrono nel tempo libero a tirar su melanzane. Molto passa pure per il modo di vestire, non nel senso delle vecchie e rigide regole sul blu con il marrone e sul marrone dopo le sei, oggi prese se Dio vuole cum grano salis, ma nel pensare alla sostanza e non all’apparenza: troncare, sopire, smorzare. Il vero signore sa in cuor suo che l’unico modo per portare bene uno smoking è avere avuto un nonno e un babbo che l’hanno a loro volta indossato, e oggi si preoccupa soprattutto di nascondere i loghi e tagliare le etichette. Sua moglie, anche peggio (o meglio): compra da Zara e lo fa pure sapere, «guarda quanto è divertente questa gonnellina da 30 euro». È l’esatto contrario del modello bling bling di sarkosiana evidenza, completo di aerei prestati, anelli clonati, matrimoni affrettati: che volgarità. Ma a proposito di Sarkò, la nemesi potrebbe venire proprio da Carlà che astutamente, appena sbarcata all’Eliseo, ha sensibilmente abbassato i toni, almeno dal punto di vista del look. Abiti accollati, grande uso del nero, accorto impiego dei mocassini. Ma quello, forse, è un fatto di sensibilità nei confronti della statura del coniuge più che di understatement.

Questi anni


"Stiamo vivendo uno di quei periodi della storia, che capitano ogni due-trecento anni, in cui la gente non riesce più a comprendere il mondo, in cui il passato non è più sufficiente a spiegare il futuro"

Peter Drucker

venerdì 21 marzo 2008

Etica e Lavoro



Geronzi deve dimettersi.
La regola sulla impresentabilità dei politici condannati va applicata anche ai banchieri.

Lo scorso gennaio, quando il governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro fu condannato in primo grado per favoreggiamento, un coro di voci si levò per chiederne le dimissioni. In prima fila fu il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, giustamente impegnato a sostegno della coraggiosa battaglia contro il pizzo lanciata dalla sede siciliana della sua associazione. Anche se la nostra Costituzione garantisce la presunzione di innocenza fino a una condanna passata in giudicato, opportunità politiche suggeriscono le dimissioni di un amministratore condannato in primo grado di un reato così grave per l'incarico che ricopre. Le istituzioni devono sembrare, non solo essere, al di sopra di ogni sospetto. E, per salvaguardare questa rispettabilità, è giusto chiedere a chi è stato condannato in primo grado di farsi da parte. Soprattutto in un Paese dove, per avere una sentenza definitiva, ci vogliono almeno dieci anni. La reazione al caso Cuffaro ha avuto un'altra ricaduta positiva. Il Partito democratico ha deciso di non ripresentare alle elezioni i parlamentari che abbiano subito condanne in primo grado. È un segnale importante che il Paese vuole più trasparenza e pulizia nella gestione della cosa pubblica. Ma perché questa operazione si è fermata alla politica e non tocca il mondo della finanza? Perché le stesse voci che hanno chiesto le dimissioni di Cuffaro non si sono levate a chiedere le dimissioni di Cesare Geronzi, presidente del comitato di sorveglianza di Mediobanca, condannato in primo grado per bancarotta dal Tribunale di Brescia e sotto processo per lo stesso reato nei casi Cirio e Parmalat? Se il sospetto di complicità con la criminalità è tra i peggiori che possano colpire un governatore, quello di bancarotta è tra i peggiori che possano colpire un banchiere.
Perché allora Montezemolo non ha chiesto le dimissioni di Geronzi come ha chiesto quelle di Cuffaro? E perché un banchiere che tanto ha fatto per migliorare l'immagine della sua banca, come l'ad di Unicredit, Alessandro Profumo, ha appoggiato l'elezione di Geronzi a presidente di Mediobanca? Nel mondo le reazioni negative non sono mancate. Dopo la sua condanna, i fondi internazionali hanno votato contro la riconferma di Geronzi a presidente di Capitalia. E dandone l'annuncio, il 'Financial Times' riportava l'opinione di un famoso hedge fund manager: "Non possiamo essere azionisti di una società dove gli standard di corporate governance sono stati violati, riconfermando come presidente chi è stato condannato per un reato". Un altro money manager, sempre citato dal 'Financial Times', diceva: "Secondo gli standard internazionali ci aspettiamo che il presidente si dimetta". Dopo la sua nomina a presidente di Mediobanca, la rivista americana 'Forbes', citando un'analista, scriveva: "Tutti sanno che ha fatto affari dubbi, ma ci sarà la volontà politica di cambiarlo?". E questa è la domanda fondamentale: ci sarà la volontà politica di cambiarlo? Ma questa volontà politica non deve essere fraintesa come volontà partitica. Mediobanca è un'impresa privata e come tale non deve essere soggetta a pressioni dei partiti. Ma solo a pressioni del mercato. Negli altri Paesi queste cose non succedono perché il mercato penalizza chi si comporta male. Perché in Italia questo non succede? Un'ipotesi è che il mercato non è informato perché la stampa è imbavagliata. Oltre a controllare il 'Corriere della Sera' - sostengono alcuni - Geronzi, nella sua lunga carriera di banchiere, ha accumulato molti crediti nei confronti dei padroni di altri giornali. Ma io non ci credo. Nel XXI secolo le informazioni viaggiano su Internet e non c'è operatore finanziario che non conosca i fatti.Un'altra ipotesi è che gli italiani non considerino una condanna penale uno stigma sufficientemente grave. Ma questo non spiega il coro anti-Cuffaro e la decisione del Partito democratico di non ricandidare i condannati. La ragione è da trovarsi nella ristrettezza e provincialità

Il Valore del Lavoro

Riprendo parte dell'articolo di Giampaolo Pansa pubblicato sull'Espresso, perchè condivido l'analisi.
"... Sono abbastanza anziano per aver vissuto, da giovane, i miracolosi anni Sessanta. E so che fra i tanti motori del boom il più importante, quello decisivo, è stato il lavoro. Nel senso di voglia di faticare, di darci dentro, di rimboccarsi le maniche, di agguantare un mestiere e poi di passare a un altro, sempre sperando di guadagnare di più e di migliorare la propria condizione. E insieme di non essere schizzinosi, di prendere quel che c'era, sperando di poter scovare il lavoro fatto giusto per te. Eravamo pronti a tutto, tranne che a fare le ligere, i malviventi. A questo ci spingeva anche l'etica famigliare. Molti dei nostri genitori, nati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, erano cresciuti nella povertà e talvolta nella miseria. Mio padre aveva cominciato a lavorare a nove anni, dopo la terza elementare, come guardiano delle vacche. E mia madre, alla stessa età, faceva la piccinina da una sarta, imparando a cucire. M
i avevano aiutato a studiare, nella speranza che la mia vita fosse meno sacrificata. Il loro incitamento era riassunto in due parole: "Impara ad arrangiarti!". Ossia, datti da fare, non credere di poter campare sulle nostre spalle e appena puoi vattene da casa.Le paghe erano basse. Nel 1960, da super-laureato, centodieci e lode, più la dignità di stampa, lavoravo a Milano alla biblioteca dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli. Il contratto era quello dei dipendenti del commercio e lo stipendio quasi uguale al salario delle commesse della Rinascente. Alla fine dell'anno, quando venni assunto come giornalista praticante alla 'Stampa', mi sembrò d'essere diventato ricco. Ma anche lì non si doveva aver paura di darci dentro. I giovani facevano 'la lunghetta': undici ore filate, a volte dodici, dalle due del pomeriggio all'una o due di notte. Nel boom, la fatica non aveva protezioni. Nelle banche, se un'impiegata annunciava che si sarebbe sposata, veniva subito licenziata. All'inizio di una professione eravamo tutti precari e molto flessibili. I doveri venivano sempre prima dei diritti. E gli immigrati dal Mezzogiorno di diritti non ne avevano. A Torino erano accolti da cartelli che ho visto anch'io: 'Non si affitta ai meridionali'. In confronto a loro, mi sentivo un nababbo. Anche se non ero mai andato in vacanza, non possedevo una motoretta e meno che mai un'automobile. Per di più tremavo al cospetto del mio primo direttore, Giulio De Benedetti. Quando entrava nella sala della redazione, ci alzavamo tutti. E stavamo in piedi fino a quando lui ordinava: "Signori, seduti!".Nel frattempo, l'economia tirava. E il boom esplodeva. Malgrado l'opposizione astiosa degli antenati di Veltroni, i comunisti di Togliatti, e dei socialisti di Nenni. La mamma del miracolo economico è stata la Dc. E il primo governo di centro-sinistra, quello Moro-Nenni, nacque soltanto nel dicembre 1963, quando il boom si era già incagliato in una congiuntura sfavorevole.Ma gli italiani seguitavano a faticare, a comprare frigoriferi, lavatrici e televisori, a scoprire le ferie e i viaggi in auto, a cercare alloggi decenti, con il bagno dove fare la doccia. Ah, la doccia! Da ragazzo non avevo mai potuto farla perché avevamo soltanto il cesso sulla ringhiera."

lunedì 10 marzo 2008

La sfida di Ayaan al terrore islamico


di Hitchens Christopher da Il Corriere della Sera


Hirsi Ali, ragione laica contro potere clericale A yaan Hirsi Ali è cresciuta in circostanze inimmaginabili per gran parte degli abitanti del mondo «sviluppato». Da piccola, Ayaan è stata soggetta alla rozza tortura della mutilazione genitale. Molti erano gli uomini (e le donne più anziane) che avevano il diritto di picchiarla e che esercitavano tale diritto con piacere. Dopo averle negato l' autonomia persino sulle proprie parti intime, ci si aspettava anche che acconsentisse a qualunque progetto di nozze deciso da altri per lei. Il tutto andava accettato con spirito fatalistico, perché volontà di un essere supremo. Ayaan credeva nell' esistenza di djinn e demoni, nei meccanismi di una cospirazione ebraica internazionale, nella verità della lettera di un solo libro e nella necessità che si dovessero coprire gli arti e i volti delle donne. È stimolante leggere la storia della sua graduale liberazione da simili illusioni e del suo rifiuto finale e definitivo di credere nel soprannaturale. Nell' autunno del 2007, durante una conversazione, abbiamo parlato della triade di mentalità che, a mio avviso, costituiscono il fondamentalismo islamico: autocompiacimento, autocommiserazione e odio di sé. «Nel mondo musulmano l' io esiste a malapena», è stato il suo primo commento, «perché i veri momenti umani sono quelli rubati. Ciò produce ipocrisia, la causa prima dell' autocompiacimento». Ayaan è convinta che la repressione sessuale sia la radice di tutti i problemi collegati, perché «senza libertà sessuale non c' è io». Ne consegue che chiunque voglia avere amor proprio dal punto di vista sessuale si ritrova in rotta di collisione con l' ortodossia religiosa. Il culto della verginità, uno dei vanti del Corano, impone in modo assoluto la supremazia maschile e l' infelicità femminile. Ayaan ha parlato con pacatezza e verecondia, ma in modo chiaro, di come questo culto renda insopportabile la vita delle donne, sia privandole del tutto di una vita sessuale, sia costringendole a ricorrere a espedienti (dolorosa penetrazione anale, ricucitura dell' imene) al contempo pericolosi, sgradevoli e degradanti. «Tra i primi segnali di allarme», mi ha detto Ayaan, «c' è stata la scoperta, quando avevo cinque o sei anni, di mia nonna che, con il sedere all' aria, parlava da sola e si rivolgeva a qualcuno. Pensai che fosse un gioco e cominciai a partecipare, ma lei mi disse che ero una bambina cattiva. Io avrei giurato che, sebbene lei parlasse con qualcuno, lì non c' era nessuno». I culti religiosi spesso enfatizzano il ruolo dei bambini precoci che pronunciano parole di saggezza, ma è altrettanto vero che i bambini possono essere veloci a capire i meccanismi della religione. «L' Islam è molto crudo perché pretende rigorose routine di preghiera ed esercizi. Dovevo partecipare per forza, ma non riuscivo a concentrarmi e quindi mi sentivo in colpa». È proprio questa la sintesi del «sadomasochismo » della religione: fa richieste impossibili e poi condanna al peccato originale chi non riesce a tener loro fede. La paura della punizione eterna è una cattiveria da infliggere a un bambino. Ayaan mi ha detto di non essersi emancipata del tutto dalla sua educazione repressiva fino a quando non si è liberata del terrore dell' inferno. Soltanto dopo avere attraversato quel Rubicone, Ayaan ha potuto dichiarare la sua piena indipendenza. È impossibile essere solo un po' eretici o consentire solo un po' di eresia. La ruota, il rogo e lo schiacciapollici sono tutti infruttuosi contro questa realtà. Basta ammettere un solo dubbio e l' intero edificio minaccia di crollare. Fin dall' aggressione alla società civile sferrata l' 11 settembre 2001, gran parte del mondo «occidentale» si è lanciato nella caccia sfrenata di interlocutori del mondo islamico. Come possiamo «capire» le richieste e le emozioni musulmane? Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo odio? Come possiamo scendere a patti con una società che sembra prendere alla lettera i precetti religiosi? La causa dell' arretratezza e della miseria del mondo musulmano non è l' oppressione occidentale ma lo stesso Islam: una fede che proclama il disprezzo per l' Illuminismo e per i valori laici. Insegna l' odio ai bambini, promette una grottesca versione dell' aldilà, eleva il culto del «martirio», flirta con la folle idea della conversione forzata del mondo non islamico e priva le società del talento e dell' energia del cinquanta per cento dei loro membri: la metà femminile. Non occorre guardare più lontano per spiegare l' istupidimento di società come l' Afghanistan, l' Iran, il Sudan, il Pakistan e la Somalia. Il corollario regge con una certa precisione: le società musulmane relativamente aperte e prospere - per esempio l' Indonesia, la Turchia e la Tunisia - sono proprio quelle che limitano la religione. E la linea tra stato fallito e stato «canaglia» diventa sempre più difficile da tracciare, perché quando le società islamiste falliscono è proprio la loro fede a impedire qualsivoglia indagine autocritica. Esaminiamo un aspetto del caso di Ayaan e cerchiamo di capire quanto stia in piedi l' interpretazione «moderata». Una ragione per cui è tanto odiata, e per cui la sua vita è ritenuta in pericolo, è che lei stessa è ciò che il titolo del suo libro proclama con orgoglio: un' apostata. Ayaan ha esercitato il diritto di abbandonare la religione in cui è stata cresciuta. Ma qui si presenta subito un problema. Le hadith musulmane, che insieme al Corano hanno uno status canonico, affermano in modo chiaro che la punizione per l' apostasia è la morte. Per le questioni testuali, imbarazzati revisionisti religiosi a volte si rifugiano nella metafora o nelle varianti della dottrina delle sacre scritture, ma nel presente caso non è disponibile neppure questa tattica ambigua. L' ingiunzione dice quel che dice, niente di più e niente di meno. In altri termini, i «fondamentalisti» hanno la legge religiosa dalla loro. Una volta ho chiesto a Tariq Ramadan che cosa ne pensasse a riguardo e lui ha risposto che l' uccisione degli apostati era «inattuabile». Inattuabile? Visto il numero sempre più alto di ex musulmani, sarà anche così. Ma questo termine moralmente pigro non sembra esprimere alcuna condanna C' è un altro punto di vista che va affermato senza ambiguità: se per migliorarsi i musulmani vogliono emigrare in società aperte e sviluppate, allora sta a loro adattarsi. È il prezzo dell' «inclusione», un prezzo assai ragionevole. La richiesta di un trattamento speciale per gli islamisti, che giunge sino alla censura della stampa laddove essi possano rivendicare l' «offesa» e alla segregazione scolastica per sesso laddove possano invocare la tradizione, è la richiesta di non ampliare la nostra civiltà multiculturale e multietnica, ma piuttosto quella di negarla. Il relativismo non ha il diritto di fare una richiesta tanto esorbitante.
Il testo pubblicato è un ampio stralcio della prefazione scritta da Christopher Hitchens per la nuova edizione tascabile di Infedele (Bur, pagine 392, 9,60), l' autobiografia di Ayaan Hirsi Ali, la scrittrice che ha sceneggiato Submission di Theo van Gogh e denunciato la condizione delle donne musulmane. Nata in Somalia nel 1969, Ayaan oggi vive sotto protezione negli Usa.

giovedì 28 febbraio 2008

L'importanza delle scelte


" E' diventato fondamentale la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo del nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. Si tratta della decisione tra la giustizia e la disonestà e in definitiva tra Dio e Satana.

La vita in verità è sempre una scelta tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male."

Benedetto XVI

sabato 23 febbraio 2008

Io laico credente, e il Campidoglio

di FRANCESCO RUTELLI da La Repubblica di venerdì 22 febbraio 2008


CARO DIRETTORE, oltre millenovecentocinquanta anni fa, un pescatore palestinese e un ebreo della Cilicia si trovarono a Roma. Oggi, Pietro di Betsaida e Paolo di Tarso sono i Patroni di Roma. Allora, nel cominciare il cammino di quella che sarebbe divenuta la Chiesa, furono perseguitati, incarcerati ed uccisi nella nostra città. Se dimentichiamo tutta la forza e la complessità della storia di Roma, non andiamo lontano. E Roma è andata lontano, nella sua Storia, e viene conosciuta - e amata - nelle più lontane contrade per l'unicità e l'universalità della sua vicenda. Universale, è un aggettivo che nella storia di Roma si impone almeno tre volte. Universale fu la Roma dei Romani. Universale è il significato letterale della parola cattolico. Universale è il nome stesso di Roma, tra le pochissime città al mondo che è essa stessa un messaggio, portatrice di valori, esperienze e un patrimonio che non hanno bisogno di aggettivi né precisazioni. Quando lo storico Theodor Mommsen, preoccupato su ciò che sarebbe accaduto dopo il 1870, disse la celebre frase "a Roma non si può stare senza propositi cosmopoliti", gli rispose Quintino Sella con una altrettanto celebre polemica sul primato della scienza. Tutto il cammino di Roma è stato incessantemente accompagnato dal dualismo fra la vicenda cristiana e l'affermazione dell'autonomia del potere civile. L'unica lettura inadatta di questi cammini, nell'anno 2008, sarebbe di non saperne leggere l'intreccio. Il mio ufficio di Ministro della Cultura è stato, per venti mesi, dentro il Collegio Romano; non solo seminario dei Gesuiti e sede della loro azione potente nell'età della Controriforma: anche luogo fisico dove Galileo Galilei fu dapprima esaltato come eminente scienziato e poi interrogato e avversato. La stanza del Sindaco di Roma che affaccia sul Foro, contraltare civile dal massimo valore simbolico, si trova all'interno della torre costruita da Papa Nicolò V in occasione del Giubileo del 1450.
Il primo Museo pubblico del mondo, i Musei Capitolini, nasce come lascito alla città - Lupa capitolina inclusa - di Papa Sisto IV. All'ingresso del Palazzo Senatorio in Campidoglio, i visitatori sono accolti dalla "Sala del Carroccio": essa riflette la sbalorditiva vicenda di Federico II, imperatore orgogliosamente laico che tentò di ingraziarsi - e ammonire - i romani portando in dono i resti del Carroccio dei Comuni lombardi (si, proprio quello delle attuali rivendicazioni di Bossi) sconfitti nella battaglia di Cortenuova; ma per tutta risposta le fazioni lo distrussero. Ancora: la stanzetta del Transito di Caterina da Siena, (dietro il Pantheon), donna che fustigò potenti ed ecclesiastici del tempo con lettere tra le più alte a difesa della politica come servizio anziché dominio. O la scena di Jacopa dè Settesoli che porta a San Francesco morente alla Porziuncola, come estremo segno di allegria romanesca, i suoi dolcini adorati: i mostaccioli. Nel Rinascimento, come si può dimenticare l'umiliazione inflitta a Michelangelo, autore nella Cappella Sistina del ciclo pittorico forse più potente del mondo, su cui Daniele da Volterra (da allora e per sempre "il Braghettone") fu chiamato a dipingere il nascondimento dei genitali in primo piano. Ma si può non ricordare agli appassionati di musica che affollano l'Auditorium che la più importante istituzione musicale romana - e tra le più prestigiose a livello internazionale - prende il nome da Santa Cecilia, martire romana del II Secolo? E, se è oggetto di secolari discussioni il perché Cecilia sia la Patrona della musica, non si può discutere che la Basilica in Trastevere a lei dedicata sia uno dei luoghi più affascinanti (anche se meno conosciuti) della città. Rettore di Santa Cecilia è oggi un monsignore mite e tenace: Guerino di Tora, il direttore della Caritas di Roma. Ecco: la vicenda cristiana di Roma non è fatta solo dei discorsi del Papa dalla finestra di San Pietro (una delle pochissime situazioni in cui il mondo ascolta la lingua italiana; oltre che nella pronuncia storpiata delle parole prestigiose del made in Italy, e nel risuonare del Bel Canto, della lirica, dal Giappone agli Stati Uniti). E' fatta di esperienze e testimonianze di servizio silenzioso. In certe piccole stanzucce sulla via Casilina è venuta per anni occupandosi dei più disgraziati della città Agnes Gonxha Bojaxhiu, ovvero Madre Teresa di Calcutta. E da piccole stanze di Trastevere ha preso le mosse, sotto le insegne di un piccolo e quasi sconosciuto Santo - Egidio - una Comunità che oggi opera, è rispettata ed accolta in ogni parte del mondo. E solo l'azione che essa svolge in Africa per combattere l'Aids merita il plauso generale. Voglio forse dire con questo che la vicenda bimillenaria della Chiesa di Roma è un susseguirsi di tolleranza, bontà e illustrazioni della fede in Cristo? Non dimentico, per restare entro le mura di Roma, la chiusura degli ebrei nel Ghetto; né le prove di indubbia storica intolleranza che hanno provocato sofferenze e dolore. Valgono le parole che Paolo VI pronunciò nel corso della visita al Campidoglio del 1966: "conserviamo [della sovranità temporale] il ricordo storico; ma oggi non abbiamo per essa nessun rimpianto, né alcuna nostalgia." E quelle di Giovanni Paolo II, che parlando nell'Aula di Giulio Cesare nel 1998 disse "qui si ritrovano la Roma civile e la Roma cristiana, non contrapposte, non alternative, ma unite insieme, nel rispetto delle differenti competenze, della passione per questa città e del desiderio di renderne esemplare il volto per il mondo intero". Il più coraggioso riformatore tra i Sindaci di Roma del XX secolo è stato Ernesto Nathan, massone, ebreo, anticlericale: sono pronto a sostenere appassionatamente questa mia convinzione. Il che non vuol dire proporre i concetti, né le contrapposizioni dei blocchi di cent'anni fa. Non posso sottrarmi ora a considerazioni di tipo personale. Ci sono state polemiche pubbliche sulle mie convinzioni religiose. Seppure non ostentate, sono visibili, e certo non le nascondo. Dunque: ho avuto una forte formazione cristiana, anche grazie all'evidenza e sincerità della fede di mia madre Sandra, la cui lunga, dolente malattia e la cui morte hanno accelerato in me prima dei vent'anni un aspro distacco dalla religione. La militanza con i radicali è stata la sede per tradurre ed esplicitare l'asprezza di questo distacco. Ma, francamente, dubito si debba deprezzare quell'esperienza, tante lotte per i diritti umani, i diritti civili, contro la fame nel mondo. E una formazione per il servizio pubblico che porto con me. Anche se il Partito radicale in cui militavo è stato sciolto vent'anni fa, alcuni pensano che la militanza di allora debba costituire una sicura garanzia di ostracismo a vita verso la fede cristiana. O, piuttosto, che la scelta di battezzare i nostri figli (a partire dal 1983) abbia anticipato, e poi il mio silenzioso matrimonio cattolico (nel 1995) abbia significato una strumentale ricerca di benevolenza della Chiesa verso il mio impegno politico. Una cosa idiota. Intanto, solo dei gran superficiali possono immaginare la Chiesa come una caricatura alla maniera dei defilé cardinalizi dei film di Fellini: lì c'è invece una enorme complessità di posizioni, culture e relazioni col mondo pubblico. In realtà, la tesi polemica associata a questo modo di considerarmi è stata: Rutelli è nel centrosinistra, ma trama per costruire un centrismo con Tizio e Caio. Tesi smentita dalla costanza della mia posizione politica di centrosinistra, sino alla Margherita, che ho fondato, sino alla nascita del Partito Democratico. Le mie idee politiche non sono confessionali, ma laiche. Non sono eterodirette ma, spero, responsabili. Dunque, da candidato Sindaco di Roma, intendo riaffermare questi concetti. Roma è intreccio vitale della laicità dei credenti cristiani, degli ebrei e dei credenti in altre religioni, come dei non credenti. E' luogo, come polis, di dialogo, confronto e scontro anche delle posizioni di intolleranza anticattolica come di quelle di intransigenza clericale. Compito del Sindaco - che sia credente, come io sono, oppure non lo sia - e compito dell'amministrazione civica è di assicurare il laico, libero esercizio delle convinzioni di ciascuno, di promuovere la convivenza civile, di tutelare i valori storici dell'Urbe. Se sarò eletto, questo cercherò di fare, nel voler rappresentare tutti i miei concittadini, nel proseguire il cammino delle nostre amministrazioni (e specialmente di quella di Walter Veltroni), nel costruire una Roma moderna e umana, con una sua missione civile nel mondo del XXI secolo. (22 febbraio 2008)

venerdì 22 febbraio 2008

Mister G: una storia importante, una storia qualunque...

... Lo aveva conosciuto anni prima collaborando sul lavoro ad uno stesso progetto. E si era trovato bene. C'era stato in realtà, ripensandoci ora, un episodio nel passato che aveva mostrato la sua vera natura, ma allora lo considerò più uno sfogo naturale di una persona che cercava sempre di prevedere e pianificare tutto e quando non gli riusciva, si esprimeva in quel modo. Si perché Mister G pianificava tutto, nel lavoro come nella vita privata. Avrebbe scoperto più tardi come la sua vita personale fosse in realtà una non vita, nessuna passione o impegno vero e proprio. Mai il Cuore, ma solo il calcolo di ciò che gli conveniva. Si ritrovava sempre in compagnia solo con il suo ego. In una non vita.
Milken si chiedeva se Mister G avesse mai preso coscienza di questo o almeno, qualche volta, si fosse mai reso conto dell'aridità della sua anima e di quanto disprezzo si lasciava dietro. Milken pensava di no, il suo ego glielo avrebbe certamente impedito.
Per quei casi che caratterizzano la vita di ognuno di noi, a volte benevoli a volte dannosi, Milken si ricordò di lui nel momento in cui nella società in cui lavorava si presentò l'esigenza di trovare una persona di esperienza in grado di garantire una crescita nello sviluppo degli affari.
Suo malgrado si trovò a riconoscere, anni dopo, che la cosa andava ascritta al secondo tipo di casualità, anche se alcune cose erano comunque servite, come sempre accade nella vita. Ma a quale prezzo ?
Sapeva di averla pagata cara, carissima quella scelta. Dentro e fuori. Spiritualmente e materialmente.

Nonostante Milken fosse stato il promotore della sua venuta e gli avesse dimostrato, come sua abitudine, subito una grande disponibilità, amicizia e lealtà, fu ripagato con perfidia, cattiveria e insolenza. Le cose  nel giro di poco si aggravarono ulteriormente e tutto divenne per Milken estremamente confuso, in una situazione che assomigliava a qualcosa tra il kafkiano e il girone infernale dantesco, tanto che cominciò seriamente prima a chiedersi se quella società fosse ancora la "sua" strada e a porsi seri dubbi seri sulle sue capacità e sull'utilità della sua vita. Ad un certo punto pensò anche che forse era meglio togliere il disturbo a tutti per sempre...
Aveva sperato che qualcuno si accorgesse del pericolo che costituiva Mister G per tutti, ma paradossalmente il quadro, già fosco, peggiorò ulteriormente quando per alcune convenienze del momento, o almeno Milken le giudicò tali, fu quasi posto nella condizione di dire che se ne doveva andare. Quasi fosse solo oramai un "portatore di caffè". Lasciare quindi una società in cui aveva scommesso parte della sua vita e per cui aveva fatto sacrifici.
Fu sul punto di cedere allora.
Ma era sempre stato un tipo abituato a non mollare, mai, era un misto tra orgoglio e desiderio recondito di battagliare per cause che si ritenevano ormai perse o impossibili. Lo spirito del "Guerriero" era sempre stato in lui fin da piccolo, poche regole interiori, ma chiare: mai lamentarsi, sopportare, mai mostrare che si soffre, mai mollare, durare un minuto in più degli altri. Come il giunco piegarsi agli eventi che non si possono contrastare, ma essere nuovamente pronti al momento giusto. E la convinzione che il dolore fortifica. Non sapeva spiegarsi perché era così, ma lo era da sempre.

Ed infatti Mister G passò. Certo, cercò di passargli proprio sopra, di calpestarlo, di togliergli la dignità, ma fu risucchiato dallo stesso vortice di presunzione e malanimo che aveva scatenato. Chi semina zizzania raccoglie tempesta, dicono le Sacre Scritture. Fu spazzato via a sua volta perché ormai non più utile, anzi dannoso anche per gli altri che, forse, presero utilmente coscienza della sua pericolosità.
L'aria si ripulì parecchio e Milken riemerse pensando che, forse, aveva pagato abbastanza quella volta. Ma la vita, la dura e vera vita, come ripensava oggi, aveva ancora in serbo qualche altra poco piacevole sorpresa. Non gli era mai stato regalato nulla. Avrebbe dovuto nuovamente combattere.

Ma questa era un'altra storia che ora non aveva voglia di ricordare. Già ripensare alla vicenda di Mister G gli era costato fatica e provava ancora in parte dolore, anche se il tempo, come sempre, era un buon medico...

giovedì 21 febbraio 2008

Emergenza rifiuti lo smaltimento inizia dal negozio

Trovo negli articoli del Prof. Giampaolo Fabris sempre spunti interessanti di riflessione. Pur non conoscendolo personalmente trovo che sia una persona molto attenta alle mutazioni e ai cambiamenti della società odierna, un uomo che vive nella realtà delle cose quotidiane.

DI GIANPAOLO FABRIS


La ricorrente immagine dei cumuli di immondizia in Campania non è soltanto una eloquente metafora della cattiva gestione, anche a livello locale, del nostro Paese. Dell’incapacità di risolvere problemi che ogni società civile dovrebbe affrontare e risolvere come normale amministrazione. Denuncia anche l’inquietante cono d’ombra, solitamente sottaciuto, che il mondo della produzione riflette anche ben al di là dei confini dei mercati. Il policromo e seduttivo appeal dei packaging che propiziano i nostri acquisti ha infatti un costo sociale che non può più essere ignorato. Circa quattro quinti dei rifiuti in realtà è da accreditarsi alle confezioni dei prodotti che consumiamo. Un dato davvero enorme. Uno scotto considerato a lungo, erroneamente, come una sorta di inevitabile conseguenza del nostro modo di vivere e di consumare. Su cui invece può/deve essere esercitato uno stretto controllo sino a ridurre la quantità degli imballaggi a livelli assolutamente fisiologici. Diminuendo così in maniera massiccia il problema dello smaltimento dei rifiuti e l’ipertrofia delle discariche.Una operazione drastica che non deve necessariamente svolgersi all’insegna di interventi estemporanei, e un tantino demagogici, come quelli di questi giorni contro le bottiglie di acqua minerale accusate di produrre, per ogni singolo contenitore, un centinaio di grammi di gas serra e di aumentare a dismisura il cumulo dei rifiuti. Optare per l’acqua di rubinetto, che le indagini di Altroconsumo hanno promosso sotto il profilo organolettico, praticamente in tutta Italia, può risultare semmai opportuno per sbarazzarci di un non invidiabile primato. Il record mondiale nei consumi di acqua minerale con il conseguente, in questo caso ricercato, balzello giornaliero sul budget delle famiglie. Assai meno convincente come intervento isolato all’insegna dell’ecocompatibilità.Il problema del cumulo di immondizie, generato in larga misura dalle confezioni dei prodotti che ogni giorno acquistiamo, deve essere affrontato in modo radicale e sistemico. Un obiettivo da perseguire anzitutto riducendo la quantità dei materiali usati nei processi di confezionamento. Perché i packaging hanno perso da tempo la loro funzione ontologica di conservazione/trasporto dei prodotti per assolverne soprattutto altre: legate alla comunicazione e all’ incantamento del consumatore. Nel linguaggio del marketing, ad esempio, la cosiddetta "size impression" ( in pratica una sorta di truffa perpetrata ai danni di chi acquista enfatizzando surrettiziamente la reale capienza dell’imballo) è stata a lungo teorizzata inducendo a confezioni inutilmente over size. Una sorta di matrioska, o di effetto cipolla generato avvolgendo il contenuto con una molteplicità di materiali del tutto inutili. Che se rappresentano un vantaggio per le industrie del settore e i produttori di imballaggi costituiscono un costo reale per il consumatore e per la collettività. L’impiego di materiali riciclabili, tali da consentirne il riuso, dovrebbe affiancarsi come modalità da perseguire, al contenimento dei packaging. Un orientamento che può essere sviluppato soltanto se supportato da un efficiente servizio di raccolta differenziata: il che implica infrastrutture adesso carenti che la consentano e una parallela educazione del cittadino. Spesso, come testimoniano le ricerche, disincentivato da una pratica che costa fatica ma a cui, comunque, si sottometterebbe di buon grado, dalla non infrequente constatazione di un'unica convergenza dei contenuti di cassonetti che dovrebbero avere destinazioni completamente diverse. Interventi per la verità – quelli di una sensibilità all’impiego di materiali riciclabili – che l’industria nelle sue espressioni più evolute ha adottato da qualche tempo ma che costituiscono più un’opzione volontaristica che un vincolo effettivo. Un problema quello dei rifiuti che, anche prescindendo dalla tragica emergenza napoletana, rappresenta una esplicita denuncia nei confronti di un certo modo di produrre e di vendere. Un atto d’accusa che, nel nuovo clima di sensibilità nei confronti delle responsabilità sociali da parte delle imprese, non può più essere eluso.

sabato 16 febbraio 2008

Il partito del ribellismo

Dalla rubrica "Bestiario" di Giampaolo Pansa della scorsa settimana, segnalo un articolo che offre uno spunto di riflessione su una realtà (purtroppo) della società italiana attuale.
Ci sarà un partito occulto nella campagna elettorale: quello del ribellismo. E’ un partito che esiste, che lotta, che decide, anche se le altre parrocchie politiche fingono di non vederlo. Il Partito del Ribellismo non ha un leader per la semplice ragione che ne ha molti.Non ha una sede perché sta dappertutto. Non ha un programma scritto sulla carta, corto o lungo che sia, in cinque punti o di trecento pagine, perché lo cambia di continuo, a seconda delle convenienze del momento.Il Partito del Ribellismo ha però una parola d’ordine, ben chiara e che non muta mai:dire sempre no,no,no. Dirlo a qualunque decisione pubblica, dello Stato, del Parlamento, di una regione, che non piaccia a questa o quella sezione locale del partito. E’ dirlo nel modo più infiammato e violento.Anche bloccando autostrade, strade, ferrovie, stazioni, aeroporti. Anche ingaggiando battaglie contro la polizia e i carabinieri. Persino incendiando le autobotti dei vigili del fuoco. Facendosi beffe di qualsiasi autorità,ammesso che in Italia ne esista ancora qualcuna. Adesso che sta per cominciare la campagna elettorale, molti si chiedono chi sarà il vincitore. Ma c’è una domanda oziosa. Il vincitore c’è già, prima ancora che si aprano le urne. E’ il Partito del Ribellismo. Un trionfatore scontato e imbattibile. Perché sta annidando entrambi i blocchi, sotto la poltrona di entrambi i leader. Tanto Berlusconi che Veltroni dovranno fare i conti con questo competitore maligno che ogni giorno si inventerà una congiura per mandarli al tappeto. Anche se Walter e Silvio tenteranno di sconfiggerlo, non ce la faranno mai. E’ il ribellismo avrà sempre la meglio su di loro. Del resto, nella guerra più aspra di quest’epoca, quella dei rifiuti a Napoli e in Campania, Partito del Ribellismo sta sbaragliando tutti. Il commissario straordinario De Gennaro è in carica da un mese e non è riuscito a fare nulla. Qualche giorno fa, per sfregio, gli hanno scaraventato i rifiuti davanti all’ufficio. A guidare la rivolta contro le discariche ci sono sindaci con la fascia tricolore. Uno di loro ha gettato la fascia alla folla, gridando: “Lo Stato e il governo vadano a fare in culo!” Poi ha guidato con la polizia, avanzando a balzelloni e scandendo “Chi non salta De Gennaro è”. Ma il ribellismo è in azione anche nell’Italia nel Nord. Basta pensare alla Tav in val di Susa, che non procede di un millimetro. O alla nuova base Usa Dal Molin a Vicenza. Anche nelle regioni rosse non si scherza. Il 3 febbraio, l’edizione toscana dell’ “Unità” pubblicava una cronaca allucinante di quel che succede tra Follonica e Scarlino, in provincia di Grosseto, a proposito di un inceneritore. Due sindaci del partito democratico che si combattono. Centro-sinistra e centro-destra uniti nella lotta, sotto il segno dei due campanili contrapposti. Che cosa si può fare per opporsi all’onda montante del ribellismo? Nulla, almeno oggi. Il governo Prodi ha tentato l’impossibile, con l’arma della persuasione, e sappiamo com’è andata a finire. Ma neppure il probabile governo Berlusconi riuscirà a cavare il ragno dal buco. Non riesco ad immaginare il Cavaliere che dichiara guerra ai nuovi ribelli. Silvio ama il piacere. E vuole essere piaciuto, direbbe Totò. Quindi anche lui verrà sconfitto. Anzi, lo sarà due volte. Perché contro il suo governo si scatenerà pure il ribellismo organizzato dalla sinistra regressista. Non aspettano altro tutti i centri sociali d’Italia. E vedo già l’onorevole Caruso, appena rieletto, prepararsi, gasatissimo, alla battaglia finale sui rifiuti campani. Contro il ribellismo in crescita ci vorrebbe la mano dura di una politica saggia. Mano dura significa leggi apposite con la minaccia del carcere, una magistratura decisa ad applicarle, un uso severo delle forze dell’ordine. Ma l’Italia è il paradiso delle mamme bonaccione. Dove le frange lunatiche dei partiti di governo e di opposizione trovano sempre chi è disposto a perdonare. Del resto, in casa nostra chi è saggio non ha mai il polso fermo. E chi potrebbe avercelo non è considerato un campione di saggezza. Dunque siamo in una botte di ferro, foderata di chiodi acuminati. Il declino italiano comincia di qui. Dalla mancanza di autorità. Dall’impotenza di tutti i governi immaginabili. Dall’ipocrisia bugiarda dei partiti che ci garantiscono di poter salvare il baraccone democratico. Qualche volta penso, consapevolmente, che ci vorrebbe un governo di guerra, affidato ai militari. Poi mi dico che da noi anche i generali tengono famiglia. E pure loro hanno una mamma, una suocera, una zia, una cugina vicina a una delle discariche di De Gennaro o al percorso della Tav. Devono farle soffrire, quelle sante donne?Non sia mai detto, per Maria Vergine!

venerdì 15 febbraio 2008

Come è rischioso a Riad festeggiare San Valentino

Rajaa Alsanea - La Repubblica

Oggi è il mio secondo giorno di San Valentino negli Stati Uniti. Come ho potuto scoprire, il modo in cui lo si festeggia qui, ha poco a che vedere con quello che ho conosciuto crescendo in Arabia Saudita. Sì, ci sono i dates, ma in Arabia Saudita li mangiamo (la parola dates, in inglese, può significare sia datteri che appuntamenti). Quanto all´altro genere di dates – quello che domani sera, negli Stati Uniti, farà fare il tutto esaurito ai ristoranti – non ci conterei troppo.Qualche temerario si dà appuntamento nei caffè o nei ristoranti forniti di separé per dividere i tavoli, in modo che nessuno possa vedere le coppie clandestine. In fondo, essere sauditi significa conoscere le regole (e il modo per aggirarle senza mettersi nei guai). Ma la maggior parte delle ragazze preferisce incontrare un uomo attraverso i canali accettati, come Internet, gli amici, i familiari o il telefono.Oggi, le relazioni tra i sauditi nascono su Facebook o attraverso Bluetooth. Ci si "vede" per telefono o attraverso gli sms e ci si diverte a scambiare regali: attraverso gli autisti o le cameriere.Dieci anni fa, però, prima dell´era di Internet e dei telefoni cellulari, c´erano meno opportunità. I ragazzi giocavano le loro carte allungando il loro numero di telefono alla prima ragazza che capitava loro a tiro, nell´eventualità che, sotto quell´informe abaya o quel niqab, si nascondesse la ragazza giusta. Ricordo mia madre urlare contro i ragazzi che bussavano al finestrino della nostra auto offrendole bigliettini con i loro numeri di telefono.Tutte queste limitazioni non significano che i sauditi non desiderino l´amore. Canzoni e romanzi dimostrano l´interesse e la passione che uomini e donne, in Arabia Saudita, provano verso questo sentimento. Soltanto che alcuni sono convinti che l´amore sia quel sentimento affettuoso che nasce tra una coppia dopo che i loro genitori hanno combinato l´unione e dopo che il contratto di matrimonio è stato firmato.E tuttavia, il giorno di San Valentino, i romantici sognano quella sorpresa. Per loro, l´amore aprirà un nuovo capitolo della loro vita, un capitolo di eterna felicità, come quella che leggono nelle poesie di Nizar Qabbani. Il giorno di San Valentino, l´università che frequentavo, a Riad, si tingeva tutta di rosso: rose rosse, orsacchiotti rossi e magliette rosse, anche se i festeggiamenti non erano graditi dal punto di vista religioso. Ciò che tutti desiderano, è trovare l´amore dietro l´angolo, nascosto in quel centro commerciale o dietro i vetri scuri di un´automobile.
© The New York Times(traduzione di Antonella Cesarini)

sabato 9 febbraio 2008

Fermarsi a riflettere

Ci sono momenti, situazioni, che mi portano a riflettere sulla mia vita. Per un attimo mi fermo e mi volto a guardare ciò che è stato.
Solitamente mi capita in momenti di grande felicità o soddisfazione per qualcosa che si è realizzato oppure, come in questo caso, quando vivo una delusione, anche di lieve entità forse, ma per me importante.
Arrotolo il nastro della mia memoria e rivedo il mio passato: da dove vengo, cosa ho fatto, dove sono diretto…
Ripenso alle mie esperienze e frequentazioni negli anni, da ragazzo, nello sport, nel lavoro, nelle associazioni e club frequentati e cerco di fare un bilancio di ciò che sono ora. Se sono qualcosa.

Provengo da genitori che, figli loro stessi di lavoratori della terra sotto padrone, non avevano nulla e quasi nulla mi hanno lasciato. Mio padre dipendente comunale, mia madre smise praticamente l’attività di parrucchiera alla mia nascita, moltissimi sacrifici per comprarsi una casa e garantire a me e mio fratello una più che onorevole vita fino all’età di lavoro. E penso che tutto ciò che ho ottenuto finora non me lo ha regalato nessuno, solo la mia volontà, la mia caparbietà per riuscire nella vita a fare qualcosa di più. Non ho avuto lasciti né facilitazioni di carriera.
Tutto conquistato in quella grande battaglia che è la vita.
E ho anche pagato e in parte sto ancora pagando, per errori e a volte per troppa fiducia, ma come dice l’antico detto “le ferite forgiano la forma”.
C’è stato un momento, alcuni anni fa, che il dolore interiore per ciò che stavo provando era così forte che ho pensato che non valesse poi così tanto vivere. Quando vieni tradito nella fiducia che hai riposto in qualcuno, quando cercano di toglierti la dignità, diventi vulnerabile, tutto ti sembra assurdo e pensi che non ne verrai fuori e ad un certo punto comincia a nascere in te il desiderio di mollare. Fuggire il prima possibile e lasciare che gli altri facciano rovine di ciò che hai rappresentato, oppure scomparire, semplicemente andartene senza spiegazioni, non costituire più un problema per nessuno. Chiudere il libro della tua vita. Per sempre.

Poi, per fortuna, lavorando sulla mia anima, sulla mia interiorità, è venuto fuori il mio carattere, l’abitudine a non mollare, mai, rimanere sul posto a resistere, contro tutto e tutti. Aspettando che il tempo e le situazioni mutassero. Come poi è stato. E’ servito penso oggi, perché mi sono “corazzato” maggiormente e vivo le situazioni diversamente. Ho capito che la felicità è un atteggiamento soprattutto mentale e fatta mia una considerazione che pare ovvia, ma ritengo che non lo sia per la maggior parte delle persone che hanno una cultura “occidentale”: il dolore è un fatto intrinseco della vita. Bisogna accettarlo come si accetta la felicità. Il dolore ci tempra e ci rafforza, rendendo più profonda la nostra esperienza di vita.
E ho rafforzato in me alcuni atteggiamenti che già stavo coltivando: la pazienza e la tolleranza. Questi sono per me segni di forza, una forza che proviene dalla saldezza interiore frutto di una mente forte e autodisciplinata. A queste ho aggiunto la riflessione. In certi momenti, come dicevo poc’anzi è utile fermarsi un attimo e riflettere, ricordare a noi stessi il nostro scopo, il nostro obiettivo generale. La riflessione mi permette di reinquadrare la vita e i miei obiettivi, assumere nuove prospettive e capire quale direzione devo prendere.

giovedì 7 febbraio 2008

Sui Valori

Con il tempo ho interiorizzato la convinzione che è importante vivere sempre secondo i propri Valori anche quando le cose non vanno come vorrei, quando le persone non si comportano come mi sarei atteso, quando soffro per la delusione che qualcuno o qualcosa ha provocato in me, quando tutto sembra congiurare verso di me.
Ancora oggi a volte "sbando" con il pensiero e con l'anima, ma ho fatto mio il concetto che vivere secondo i miei Valori, agire coerentemente con quello che per me è il senso della vita, stimolare la mia tenacia, ha il potere di conferirmi una felicità più duratura, una sensazione di sicurezza, di tranquillità, di serenità interiore, che mi permette di superare le difficoltà e le continue sfide che pone la vita.
Tutto ciò impone una grande disciplina interiore che si tramuta nel prendere un impegno con se stessi e con i propri ideali, subordinando istinti ed emozioni ai Valori stessi.