Non bisogna avere paura di sbagliare. Non bisogna sprecare energie tentando di nascondere i propri errori. E' importante invece riflettere e trarre insegnamento dai nostri fallimenti e affrontare nuove sfide. Sbagliare non solo è umano, è positivo. Ci mantiene umili. Se non si commettono errori, o non si ammettono, non si cresce.
domenica 26 luglio 2009
giovedì 23 luglio 2009
Sulla Rivoluzione
Necessità e violenza rendono la massa enragée irresistibile. I poveri, ieri oggetto di "compassione” degli hommes de lettres che sognavano la libertà politica, sono diventati la puissance de la terre e determinano il nuovo corso degli eventi.
Hannah Arendt
sabato 18 luglio 2009
La cucina molecolare
La cucina molecolare è divenuta di colpo popolare quando, verso metà di aprile il telegiornale satirico di Canale 5 Striscia la notizia attraverso il suo inviato Max Laudadio ha iniziato ad interessarsi di alta ristorazione, raccogliendo testimonianze di giornalisti, critici enogastronomici e chef di fama internazionale. Si è subito scatenata una bagarre su queste nuove frontiere delle sperimentazioni culinarie e l'accusa più pesante è stata quella secondo cui gli chef internazionali abuserebbero di additivi per la preparazione dei piatti, garantendosi risparmi sulla materia prima e guadagno in creatività e sapori. Secondo il tg satirico, verrebbe utilizzata una maniera "chimica e dannosa per la salute" per la preparazione di questi piatti, tanto da fare analizzare questi prodotti da un laboratorio specializzato. Nel mirino - in particolare - sono finiti lo chef spagnolo Ferran Adrià, che ha da poco presentato il suo primo libro in italiano,"Un giorno A El Bulli", il suo locale, un bellissimo volume di cucina e fotografia, e quello italiano - delle nostre parti - Massimo Bottura. Alcuni ristoratori nazionali famosi quali Livia Iaccarino, titolare del noto ristorante campano Don Alfonso o chef come Walter Valerio, del ristorante bresciano Girelli, hanno anche messo in dubbio l’obiettività delle guide. Sulla consistenza, la veridicità e affidabilità delle guide dirò in un altro articolo. Invece, al di là dei risultati presentati nell'analisi di laboratorio e sul presunto uso di sostanze chimiche - dichiarate potenzialmente dannose alla salute - su cui esprimo tutti i miei dubbi, voglio fare una considerazione sulla diatriba in sé. Fortunatamente c'è libertà di scelta per il tipo di cucina, per il ristorante e perfino nei piatti da scegliere nella carta di un locale (non è che La Francescana presenti solo piatti di cucina molecolare...). Personalmente non ho mai amato questo tipo di cucina, anche se per curiosità l'ho provata qualche volta, ma se ci sono degli amanti della sperimentazione anche alimentare non è detto che li stiano avvelenando o che sia solo negativa. Ricordo sempre a tutti che tradizione è innovazione.Pubblicato sul Sabato Sera Due del 17 luglio 2009
venerdì 17 luglio 2009
Coltivare il cuore
... "Non si conoscono le cose che non si addomesticano", disse la volpe.
"Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che bisogna fare ?" domandò il Piccolo Principe. "Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti siederai un pò lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un pò più vicino..."
Il Piccolo Principe ritornò l'indomani. "Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, ad esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro comincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore"... Tratto da: Il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupéry
giovedì 16 luglio 2009
Valori
Civiltà dei consumi consapevoli:
- Essere
- Essere parte armonica dell'ecosistema
- Agricoltura biologica
- Scegliere il lavoro in base "all'essere"
- Considerare gli altri
- Dare senso alla propria vita
- Life is life
- Interessi della comunità
- Amicizie vere
- Rispetto
- Libertà
- Consumi etici
- Serietà
- Essere partecipe
- Amore
LIFEGATE - people planet profit Promuove un nuovo stile di vita e un modello economico dove le persone, il pianeta e il profitto vivono in armonia.
domenica 12 luglio 2009
Con il tempo impari
Dopo un po' impari la sottile differenza tra tenere una mano ed incatenare un'anima.
E impari che l'Amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza.
E inizi ad imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse.
E cominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti, con la grazia di un adulto non col dolore di un bambino.
E impari a costruire le tue strade oggi, perché il terreno domani è troppo incerto per far piani.
Dopo un po' impari che il sole scotta se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti fiori.
E impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte e vali davvero.
Cosa può essere la felicità
Negli ultimi anni, abitando in campagna e complici le lunghe passeggiate con i miei cani, mi sono scoperto a "guardare" con occhi diversi il passare delle stagioni e lo spettacolo quotidiano che la natura ci offre anche nei più piccoli dettagli.E' così che - ad esempio - sentire il vento che accarezza un campo di grano in collina, notare un fiore turchese che svetta nella marea di canne verdi, vedere i fiori di magnolia che sbocciano e coglierne gli intensi profumi, alzare gli occhi verso un cielo azzurro striato dai colori del tramonto, mi donano attimi, veramente piccole particelle di tempo, di serenità interiore in cui avverto tutta l'intensità della felicità.
In questi momenti ti senti completo, appagato, fortunato.
venerdì 10 luglio 2009
Il talento diffuso
... Il talento di cui parliamo non è solo quello dei "picchi di eccellenza". È soprattutto il "talento diffuso", quello di chi, a qualunque livello, in qualunque collocazione professionale o sociale si ritrovi a essere, cerca di dare sempre il massimo, di fare il meglio che può in ogni situazione. È quello che fa sì che le persone facciano il proprio dovere con coscienza e scrupolo nella convinzione che è giusto farlo, senza che nessuno li costringa, glielo spieghi o le illuda.Non è un disegno tecnocratico, snobistico o elitario. Semmai è un disegno democratico. Una società rispettosa del talento è una società democratica, perché alleggerisce il peso delle diseguaglianze sociali a favore del merito e della competizione basata sul merito, e fa del merito il principale fattore di mobilità sociale. E' democratica perché competere, in un Paese da sempre bloccato dalle mille corporazioni e reti di clientele e di amicizia, significa allargare la base per la selezione delle classi dirigenti, e non ridurla, significa dare più chances a più persone, e non il contrario, perché "nello zaino di ogni granatiere è nascosto il bastone da Maresciallo".Se chiunque può competere, tutti vinciamo: è il Paese che vince. E una competizione vera, leale, aperta a tutti e basata sul merito, consente che aiuto e sostegno possano concentrarsi verso quelli che da soli non ce la fanno, prendendosene cura e cercando di rimetterli in gioco nuovamente. Perché una società rispettosa del talento è una società solidale verso gli ultimi e verso tutti quelli che cadono, ma che chiede a ognuno di dare il massimo, e premia tutti quelli che, a qualunque livello, danno il loro massimo. da Italiafutura
Lavoro a tutti e finanza etica - Superare gli squilibri della globalizzazione - Il mercato non basta da solo
Carlo Marroni
È la grammatica economico sociale della Chiesa per il Terzo Millennio. Scritta durante la crisi l'enciclica "Caritas in Veritate", la terza di Benedetto XVI, lancia una sfida al mondo ricco: andare oltre il capitalismo. Ma sopratutto Joseph Ratzinger, il Papa della "speranza e del realismo", come titola l'Osservatore Romano, lancia un messaggio che sovrasta ogni altro: lavoro per tutti, combattendo quel precariato che ostacola i normali percorsi di vita, no alla delocalizzazione che può far del bene al Paese che la ospita ma che porta spesso allo sfruttamento, no all'abbassamento delle tutele di fronte ad un sindacato indebolito. L'enciclica - 142 pagine divise in 78 capitoli- dopo un lavoro durato oltre due anni ieri è stata presentata alla stampa (dai cardinali Martino e Cordes, da monsignor Crepaldi e dall'economista Zamagni),alla vigilia dell'apertura del G-8, al quale è affidato il messaggio di dare ai processi economici un vero contenuto etico. Il Papa conferma ancora una volta contenuti concreti, che scendono nel dettaglio dei processi e mettono a nudo i limiti di un sistema. Senza Dio, afferma Ratzinger, lo sviluppo viene disumanizzato (e qui l'allarme per la diffusione nel mondo di aborto, eutanasia ed eugenetica), e rende il sistema ostaggio della ricerca del profitto, senza un fine ultimo di bene comune. Da qui la sfrenata attività finanziaria «per lo più speculativa» e concentrata solo sul brevissimo termine, flussi migratori «spesso solo provocati » e poi malgestiti, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse.In questo ambiente cresce la ricchezza ma aumentano le povertà, dilaga la corruzione, le multinazionali sfruttano il lavoro. Lo sviluppo economico deve avere nuovi codici: il Papa mette sul piatto l'elogio della fraternità e dell'esperienza del dono, spesso non riconosciuta «a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell'esistenza». Eppoi il fondamentale capitolo sul lavoro, in un contesto dove la disoccupazione si presenta come una delle vere piaghe bibliche: «Che cosa significa la parola decenza applicata al lavoro?» chiede papa Benedetto. «Significa un lavoro che, in ogni società, sia l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità, un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione, un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare. Un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce, un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa». Nel documento, il Pontefice scrive che «i poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano, sia perché ne vengono limitate le possibilità ( disoccupazione, sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati» i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia». La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata - sottolinea - un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, per il Papa, quando l'incertezza circale condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. «Conseguenza di ciò- sottolinea - è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale», mentre «l'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale». Poi un richiamo all'urgente esigenza che le organizzazioni sindacali dei lavoratori (ma parla anche di consuma-tori), da sempre incoraggiate e sostenute dalla Chiesa, si aprano alle nuove prospettive che emergono nell'ambito lavorativo. Eppoi la finanza: «Bisogna che la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l'economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo. Tutta l'economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto strumenti, essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell'uomo e dei popoli».Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività «per non abusare di quegli strumenti sofisticati (chiaro il riferimento a derivati e simili, ndr) che possono servire per tradire i risparmiatori». In questo senso, tanto una regolamentazione del settore tale da garantire i soggetti più deboli e impedire scandalose speculazioni, quanto la sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a favorire progetti di sviluppo, sono esperienze positive che vanno approfondite ed incoraggiate, richiamando la stessa responsabilità del risparmiatore.
domenica 5 luglio 2009
Giovinezza
La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato dello spirito, un effetto della volontà, una qualità dell'immaginazione, un'intensità emotiva, una vittoria del coraggio sulla timidezza, del gusto dell'avventura sull'amore del conforto. Non di diventa vecchi per avere vissuto un certo numero di anni, si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale. Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l'anima. Le preoccupazioni, le incertezze, i timori e i dispiaceri sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra e diventare polvere prima della morte. Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia, che è insaziabile del dopo, che sfida gli avvenimenti e trova la gioia nel gioco della vita. Siamo giovani come la nostra fede e vecchi come le nostre incertezze, giovani come la nostra fiducia in noi stessi e vecchi come il nostro scoramento.
Rimaniamo giovani finché restiamo ricettivi a ciò che è bello, buono e grande, ricettivi ai messaggi della natura, degli uomini, dell'infinito. Se un giorno il nostro cuore dovesse essere morso dal pessimismo e corroso dal cinismo, possa Dio aver pietà della nostra anima di vecchi.
venerdì 3 luglio 2009
"In politica importanti i valori etici e morali"
Roma, 01-07-2009 Papa Benedetto XVI, oltre a rendere ufficiale il giorno della pubblicazione dell'enciclica 'Caritas in Veritate' (il prossimo 7 luglio), ha sottolineato "l'importanza dei valori etici e morali nella politica" al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro, salutando l'associazione interparlamentare 'Cultori dell'etica'. "Saluto - ha detto il papa - gli esponenti dell'Associazione interparlamentare 'Cultori dell'etica', la cui presenza mi offre l'opportunita' di sottolineare l'importanza dei valori etici e morali nella politica". I 'Cultori dell'etica' e' una associazione a cui aderiscono parlamentari italiani di varia estrazione politica.
giovedì 2 luglio 2009
Il ritorno ai valori riporta la mutualità in pole position
DI GIAMPAOLO FABRIS Esce, postumo, con la prefazione di Rita LeviMontalcini il volume intervista ("Il volo del calabrone", Baldini Castoldi Delai) di Ivano Barberini . La sua scomparsa è una mancanza grave per il movimento cooperativo. Già presidente di Coop Italia, poi della Lega Nazionale Cooperative, dal 2001 rivestiva la carica di presidente dell'Alleanza Cooperativa Internazionale. Un prestigioso incarico di coordinamento della cooperazione a livello mondiale. Nel volo del calabrone, una metafora già usata anche per l’economia italiana, ci si domanda come il calabrone, alias mondo cooperativo, possa riuscire a volare quando le leggi della fisica dovrebbero impedirlo. Perché la modesta apertura alare non sarebbe sufficiente a sostenerne il peso.In un’economia di mercato, praticamente monopolizzata dall’impresa capitalistica, che spazio può restare per altre tipologie con finalità diverse dal profitto, dalla crescita darwiniana? Soprattutto per un’impresa cooperativa che pure deve competere sul mercato con armi non dissimili da quelle dei competitor senza con questo perdere l’anima. Da ravvisare, laicamente, nei grandi valori della cooperazione: solidarietà, mutualità, partecipazione, intergenerazionalità nel senso di trasmettere le imprese con le loro strutture, capitali, risorse, ideali alle future generazioni. Barberini ci racconta con un understatement che appare inversamente proporzionale al ruolo che ha svolto nel consolidare e sviluppare l’esperienza cooperativa, nei processi di riorganizzazione delle cooperative di consumatori gettando così le basi per la loro successiva forte crescita come ciò sia possibile. Perché quelli che apparivano un tempo come valori da guardare sì con rispettosa deferenza ma con il necessario, doveroso distacco per i lasciti del passato che sedimentano sempre un po’ di polvere e appaiono un tantino anacronistici, divengono invece attualissimi. I valori della cooperazione, in questo passaggio d’epoca, stanno infatti assumendo un protagonismo inedito nel sociale ma anche nell’agire delle imprese. Il primato dell’etica, delle responsabilità sociali – da sempre nel Dna della cooperazione – è oggi un tema di grande attualità, forse il tema, nel dibattito sull’impresa. Le problematiche legate all’ambiente hanno reso di drammatica attualità la responsabilità verso le future generazioni: un attenzione che non fa parte, per l’impresa cooperativa, della consueta retorica ma che è impresso nei suoi documenti fondativi. L’impresa a rete, un effettivo coinvolgimento di chi vi lavora – due temi centrali e cruciali per l’economia – trovano nelle strutture cooperative – collegate tra loro, dove si attua una effettiva partecipazione ("una testa, un voto") e collaborazione gestionale una esemplare traduzione. Nell’offerta di consumo l’attualità della proposta cooperativa – non è certo un caso che i prodotti a marchio Coop stiano registrando incrementi a due cifre anche in questa difficile congiuntura – si esprime con la presa di distanze dalla cultura degli eccessi (consumismo compulsivo, prezzi elevati , superfetazione semiotica) la messa al bando degli Ogm, la relazione con i soci ed il territorio, una reale sensibilità ambientale. Se vi è un eccesso questo è di timidezza, nel non rivendicare, nel panorama attuale, un’effettiva egemonia culturale. L’impresa cooperativa non è più un calabrone: nemmeno una crisalide in attesa di una ulteriore evoluzione. E già un volare leggero e variegato di farfalle.
martedì 30 giugno 2009
Quel difetto di modernità - VIVERE DI PASSATO (E POCO DI FUTURO)
Nessuno sa quando e come usciremo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo razionalmente prevedibile, ma grazie a milioni di uomini che perseguono autonomamente i propri interessi non coordinati da una sorta di razionalità storica. È perciò che gli economisti paiono capaci solo di «predire il passato» e qualsiasi intervento della politica, che non si limiti a fissare le regole del gioco, rischierebbe di produrre altri danni invece di benefici. Per uscirne, e ripartire, l’Italia dovrebbe, piuttosto, riflettere sui propri ritardi e realizzare quelle riforme che l’aiutino davvero a modernizzarsi, come ha scritto ieri Mario Monti.
Non c’è settore — sia dello Stato, sia del sistema produttivo, a parte certe piccole nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghesia cittadina con la rivoluzione industriale e mercantile, e cosmopolita col colonialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari raccontati da Verga, un capitalismo assistito, un nazionalismo tardo e straccione. Rispetto alla grande borghesia francese post rivoluzionaria — che, con l’Ecole politecnique e l’Ena, ha generato i commis di Stato repubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola borghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifugiandosi nel corporativismo e nell’autarchia del fascismo, ieri; nell’assistenzialismo, nel protezionismo parassitario e nella burocrazia del pubblico impiego, poi.
Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qualcosa di simile alla letteratura liberale inglese e francese sulla quale si sono formate le borghesie di quei Paesi — ma solo attraverso la televisione; che ci ha introdotti alla modernità «americana » senza aiutarci a entrare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperista; scimmiotta il puritanesimo anglosassone senza averne i fondamenti storici, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capitalismo. La nostra idea di democrazia — come si è visto negli ultimi tempi — coincide con lo scandalismo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleitario che una minoranza esprime spaccando le vetrine e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.
Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassazione, per perpetuare l’eccesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato canaglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democratico, giusto, e non se l’è presa con i conservatori che sullo statu quo ci campavano. Piero Ostellino - 29 giugno 2009
Non c’è settore — sia dello Stato, sia del sistema produttivo, a parte certe piccole nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghesia cittadina con la rivoluzione industriale e mercantile, e cosmopolita col colonialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari raccontati da Verga, un capitalismo assistito, un nazionalismo tardo e straccione. Rispetto alla grande borghesia francese post rivoluzionaria — che, con l’Ecole politecnique e l’Ena, ha generato i commis di Stato repubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola borghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifugiandosi nel corporativismo e nell’autarchia del fascismo, ieri; nell’assistenzialismo, nel protezionismo parassitario e nella burocrazia del pubblico impiego, poi.
Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qualcosa di simile alla letteratura liberale inglese e francese sulla quale si sono formate le borghesie di quei Paesi — ma solo attraverso la televisione; che ci ha introdotti alla modernità «americana » senza aiutarci a entrare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperista; scimmiotta il puritanesimo anglosassone senza averne i fondamenti storici, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capitalismo. La nostra idea di democrazia — come si è visto negli ultimi tempi — coincide con lo scandalismo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleitario che una minoranza esprime spaccando le vetrine e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.
Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassazione, per perpetuare l’eccesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato canaglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democratico, giusto, e non se l’è presa con i conservatori che sullo statu quo ci campavano. Piero Ostellino - 29 giugno 2009
giovedì 25 giugno 2009
Maia
mercoledì 24 giugno 2009
Musica classica
Nell'ascolto della musica classica trovo il ritmo naturale delle cose, quelle cose che mi interessano e che fanno parte della mia vita. Trovo che questa musica dia la giusta cadenza alla vita. Ti avvolge, ti fa sentire in una bolla, in una campana di vetro dove vedi tutto il mondo ad un'altra velocità. Tutto ti appare delicato, perfetto e puro. Ritrovo i miei valori più cari, li vivo intensamente, li sento "dentro", divento consapevole. E' un'emozione enorme, continua e - spesso - commovente. Quel filo di malinconia e di tristezza che non mi abbandonano mai, trovano appagamento in questa musica consona e appagante. A volte penso che questa musica sarebbe anche la giusta colonna sonora per affrontare la morte degnamente.
lunedì 22 giugno 2009
Il tempo
Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila: è un solo, che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo.
Con questa filosofia l'animo mi s'aggrandisce, e mi si magnifica l'intelletto. Giordano Bruno
venerdì 19 giugno 2009
Il dolore del cambiamento
Se pensiamo che il dolore sia innaturale, che sia ingiusto provarlo, è facile finire per imputarne la responsabilità agli altri. Spesso accresciamo la pena e la sofferenza con l'ipersensibilità reagendo troppo a fatti di lieve entità o prendendo tutto in maniera troppo personale. Se intendiamo liberarci dal dolore dobbiamo cambiare atteggiamento su una delle cause principali che lo genera: la resistenza al cambiamento. La vita è cambiamento, resistere ai mutamenti naturali dell'esistenza significa perpetuare le nostre pene.
Mutare prospettiva è spesso uno degli strumenti più potenti ed efficaci che abbiamo a disposizione quando ci confrontiamo con i problemi quotidiani della vita. Siamo pronti in realtà a caricarci di qualsiasi sofferenza purché e finché veda in essa un significato. Se saremo convinti di cambiare diventeremo poi determinati.
E' fondamentale mantenere una forte disposizione al cambiamento. E' di forte aiuto modificare il comportamento esteriore, serve non solo a vincere cattive abitudini, ma anche a mutare atteggiamenti e sentimenti esteriori.
giovedì 18 giugno 2009
Quel che serve
La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.
Francis Bacon
domenica 14 giugno 2009
La vera sfida
Accettare la vita per quello che è, con tutte le sue difficoltà e le sue sfide. Adattarsi e non lamentarsi, assumersi la responsabilità della propria esistenza. Sviluppare e conservare un atteggiamento ottimistico. Intrecciare relazioni positive, fuggire dalle persone negative. Porsi una meta precisa decidendo in quale direzione procedere. Prefiggersi chiari obiettivi - traguardabili e misurabili - lavorando per raggiungerli e subito dopo individuarne altri. Accettare le sfide con entusiasmo. Approfondire le proprie conoscenze sulla vita, sul mondo, conoscere meglio se stessi. Scoprire continuamente e crescere grazie a tutto questo. Essere attivi, darsi da fare, non temere la fatica, non sprecare il proprio tempo con chi o per cose che non lo meritano, usarlo in modo costruttivo. Non fossilizzarsi nelle abitudini, evitare la noia. Essere ineccepibile, credere nell'onestà, nell'etica in tutto ciò che fai, essere sincero nella vita privata come in quella pubblica. Rendersi più consapevole del proprio potenziale e proseguire incessantemente nella via iniziatica della ricerca che porta alla propria realizzazione.
venerdì 12 giugno 2009
Camminare
Sotto la pioggia ti fa sentire la fisicità, la presenza del corpo, ti dà senso di libertà.
In piano ti aiuta a far chiarezza.
Nella nebbia ti puoi perdere, non lasci tracce, quando sei in crisi aiuta l'introspezione.
Quando c'è vento e si sente la resistenza del corpo, mi ricorda il tempo che scorre.
Nell'acqua dove i piedi non mutano il corso dell'acqua, ti aiuta a riflettere sulle cose.
All'alba: è l'incantesimo delle cose che iniziano, l'intelletto si sveglia, un rito iniziatico per una buona giornata.
Con il sole che scalda e ti confonde, ti senti un pò smarrito, strano, ti trascini, la durezza della vita.
Durante il tramonto, il sole sta morendo al Nadir. E' il momento del dubbio, della riflessione su ciò che è stato, su ciò che si è fatto. La malinconia del giorno che finisce ti pervade.
Alla notte, insonnia, all'erta totale dei sensi, l'interiorità esce nell'oscurità e tu puoi percepirla diffusamente.
giovedì 11 giugno 2009
La qualità dell'esistenza
Spesso rifletto sulla qualità della propria esistenza e penso sia direttamente proporzionale alla qualità degli stati d'animo che si vivono quotidianamente. Come ci si sente determina il nostro comportamento, diventa quindi importante focalizzarci assolutamente su tutte le cose positive che ci circondano o che possediamo e che normalmente non apprezziamo oppure a cui non facciamo caso. Se non quando poi ci mancano. Questo aiuta, mi aiuta, a cambiare lo stato d'animo. Penso a ciò che di bello c'è nella mia vita, le persone che mi sono veramente vicine, che mi amano o che mi apprezzano, a tutto ciò che mi appassiona e che mi emoziona, a quello che mi diverte e mi rilassa, alla salute - che fortunatamente non mi manca - e che è il vero e fondamentale patrimonio della mia vita. A dispetto dei problemi, inevitabili, della vita, delle persone infide e false che ci circondano, e di tutte le altre avversità quotidiane.
domenica 7 giugno 2009
La vita
La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli. F.W.Nietzsche
sabato 6 giugno 2009
Il capitalista egoista
"Il capitalismo egoista è una forma di politica economica avanzata caratterizzata da quattro tratti distintivi. Il primo è che il successo di un'azienda è ampiamente giudicato dalla sua quotazione in borsa, invece che dalla sua forza intrinseca o dal contributo che può offrire alla società e all'economia. Il secondo è una forte spinta a privatizzare i beni e i servizi della collettività, come l'acqua, il gas, l'elettricità. Il terzo è una regolamentazione minima dei servizi finanziari e del mercato del lavoro, che comprende l'approvazione di pratiche lavorative tese a favorire i datori di lavoro e sfavorire i sindacati, rendendo più semplici assunzioni e licenziamenti. Inoltre, nell'imposizione delle tasse non si tiene conto della ridistribuzione della ricchezza; per le grandi aziende e i ricchi è più facile evitarle, e rifugiarsi nei paradisi fiscali senza infrangere la legge. Il quarto tratto è la convinzione che le forze di consumo e di mercato possano soddisfare qualsiasi tipo di necessità umane." Il brano, tratto da un capitolo del libro, è significativo sul suo contenuto. Libro interessante anche se impostato su dati, situazioni e storia del mercato economico americano, ma è sempre più vero e riconosciuto che tendenze, mode, riflessi e conseguenze si manifestano - per effetto della globalizzazione - sempre più altresì nel vecchio continente. Alcuni capitoli li ho trovati illuminanti.venerdì 5 giugno 2009
Marchionne docet...
... ma questo ci dice molto della vita, ci dice che bisogna essere pronti a tutto, essere preparati e flessibili per cogliere ogni opportunità...
giovedì 4 giugno 2009
Prendersi i propri tempi
Ho imparato ad utilizzare, durante la giornata, delle piccole porzioni di tempo - 15/20 minuti - per restare solo con me stesso, riflettere e ricaricarmi. Trovo questo lasso di tempo una risorsa straordinaria e cerco di viverla al meglio: chiudo il computer, spengo il cellulare, faccio una passeggiata, mi isolo. Mi dedico solo ai miei pensieri e alle mie riflessioni e trovo il tutto molto benefico per il mio equilibrio psico-fisico, permetto alla mente di non "cortocircuitare", tolgo così le sovrapposizioni che la quotidianità - soprattutto al lavoro - rischia sempre di procurarci. Tutto si fa più chiaro, ordinato, si abbassa il tuo stato d'ansia e avverti tue le situazioni. Contemporaneamente stacchi dalle attività più consuete e la mente si libera in nuove esplorazioni e riflessioni. Non è necessario che faccia cose eccezionali, basta che rimanga solo, che mi isoli, mi aiuta veramente molto a staccare e pensare anche ad altro. Tutto ciò mi fa sentire anche più umano e in pace con me stesso.
martedì 2 giugno 2009
Paolo e Barbara - San Remo
Trovandomi in "trasferta" a San Remo in occasione dell'Assemblea dei Delegati dell'Accademia Italiana della Cucina, ne ho approfittato per prenotare in questo ristorante considerato tra i migliori della costa ligure. Il locale ha una capacità di 20-25 persone al massimo tra la sala che si trova subito all'ingresso e il piano soppalcato. L'arredamento tende a rispecchiare quello dei grandi ristoranti francesi, tovaglie molto lunghe, poltroncine con braccioli, tovaglioli di belle dimensioni legati da cordoni importanti. Il menù ha un numero contenuto di portate, ma che cambia in base alla stagionalità e la disponibilità di certi prodotti. Ad esempio il famoso "pesto" iniziano a farlo in questo periodo, riuscendo a reperire ora i pinoli freschi. La carta è ricca di piatti pesce. La nostra scelta si è concentrata su un menù proposto per questo periodo, tutto a base di prodotti ittici, che mescolava crudo e cotto. Particolarmente apprezzati sono stati gli spaghetti di Gragnano con polipetti e carciofi e il Dentice del golfo con olive taggiasche e maggiorana. Ottimo il pane, le focacce e i grissini "fatti in casa" con lievito naturale e farine con agricoltura biologica macinate a pietra. Notevole infine la meringata cotta alle ciliegie cotte nel vino rosso su zabaglione freddo. E' un ristorante inserito in tutte le guide più importanti con notevoli punteggi e riconoscimenti. Il mio giudizio: vale la pena se si è nei paraggi vivere questa esperienza. Ristorante Paolo & Barbara - V. Roma, 47 - 18038 - Sanremo (Imperia) - Tel. 0184 531653 - Chiusura settimanale: mercoledì e giovedì (salvo festivi)
Il pericolo nel dimenticare il passato...
Tutti coloro che dimenticano il proprio passato, sono condannati a riviverlo.
Primo Levi
domenica 31 maggio 2009
Così il Dio del denaro inganna gli uomini
La Repubblica, 28 maggio 2009 - Enzo Bianchi
Pecunia, l’argent, il denaro: il motore dell’economia? Il mezzo di scambio per eccellenza che si è imposto come standard universale? Misura non solo per il mercato dei beni e dei servizi, ma anche misura sul mercato del lavoro? Il denaro mi spinge a esprimere il valore economico mediante l’aggettivo «caro» («Questo prodotto è più o meno caro…»), in parallelo all’affetto che induce a dire a un altro «caro» («Mio caro..»). Caro, cher, dear: una stessa parola per misurare il denaro e per misurare l’affetto… Ma il denaro è un mezzo o un fine? Dipende per chi. Non è certamente un fine per l’economia, che insegue la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi. Non è un fine neppure per l’impresa, la quale vuole creare una ricchezza, un utile. E per l’individuo? Il fine è la felicità che dipende dall’amare e dall’essere amato, dal senso trovato nel vivere, da un certo benessere materiale, dunque anche dal denaro. Sì, per alcuni il denaro è percepito come la chiave per accedere alla felicità.Platone nei Nómoi e Aristotele nella Politeía pensano che sia naturale trarre vantaggio dalla terra e dagli animali, ma che non lo sia arricchirsi con il denaro. Allo stesso modo i profeti di Israele, seguiti dai padri della chiesa, condannano quanti prestano denaro a interesse, creando denaro con il denaro. Questa patologia del legame con il denaro è stata definita «cupidigia» e letta come la fonte di molti mali, di enormi disastri, economici, politici e oggi anche ecologici. Dunque il denaro è un mezzo necessario, in sé non è né bene né male: è uno strumento che esiste dal VI secolo a.C. sotto forma di moneta, che sta nell’ordine delle mediazioni e come tale permette lo scambio (allo stesso modo del linguaggio, per esempio), è «una vittoria sulla distanza» – afferma Georg Simmel nella sua Filosofia del denaro –, è un mezzo che permette di abbattere le frontiere sociali e geografiche. D’altra parte il denaro, proprio per la sua qualità rappresentativa, può essere un fine in sé, un agente di accumulazione delle ricchezze, capace di possedere una grandezza autonoma e una forza seducente. Lao Tze, il sapiente cinese fondatore del taoismo (VI secolo a.C.), racconta una storia paradigmatica, la storia di Tsi. Questi era un uomo sedotto dal denaro, avido di ricchezza. Un mattino, recatosi al mercato, vide un banco di cambio, rubò il denaro e fuggì, ma fu subito arrestato da una guardia che gli domandò: «Come hai potuto pensare di rubare questo denaro e poter fuggire inosservato?». Tsi rispose: «Mentre rubavo il denaro io non vedevo la gente, vedevo solo il denaro!». Ecco, il denaro esercita un tale fascino che occulta la presenza di altre persone e altre cose, un fascino che accorda addirittura la forza di rubare… Sì, il denaro ci seduce, entra in noi come una presenza efficace e contribuisce in modo sordo ma reale a tessere i nostri rapporti, le nostre relazioni con le cose e con gli uomini. Io possiedo il denaro, ma il denaro mi possiede altrettanto. Il denaro ha un posto invadente nei miei desideri, decide di molti miei desideri. Per questo nell’Antico Testamento il denaro è definito mediante la parola keseph, la cui radice verbale (kasaph) indica il «desiderare ardentemente», il vero e proprio «languire» per qualcosa. Diventa allora rivelativa la lettura del Vangelo, dove il denaro è personificato. Gesù dichiara che il denaro è una potenza, anzi è un dio: «Nessuno può servire a due signori: o odierà l’uno e amerà l’altro, o si attaccherà all’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cf. Lc 16,13). E si badi bene: il termine «mammona» è in opposizione a Dio, l’amore per mammona esclude l’amore per Dio. Questo è il radicalismo evangelico di Gesù. Il denaro per lui non è semplicemente una cosa che l’uomo può possedere o no: può diventare facilmente un dio, un idolo al quale sacrifichiamo facilmente la vita degli altri e alieniamo noi stessi. Lo esprime bene l’autore della Lettera di Giacomo, quando descrive il denaro come un verme che divora coloro che lo possiedono, ingannandoli e portandoli alla distruzione e, nello stesso tempo, è fonte di ingiustizia: E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dai vermi (dalle tarme); il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore dell’universo (Gc 5,1-4).
Nel cristianesimo, inoltre, il rapporto con il denaro va letto nello spazio della possibile idolatria (cf. Col 3,5: «La cupidigia è idolatria»), e «l’idolo prima di essere un falso teologico è un falso antropologico» (Adolphe Gesché), un’alienazione dell’uomo. Non si dimentichi, in proposito, che il termine «mammona» deriva dalla radice ebraica aman (da cui viene amen), che contiene l’idea dell’aderire con fiducia, dunque della fede. Il denaro infatti chiede fede-fiducia in sé e diventa sicurezza, falsa sicurezza contro la morte, saturazione dei bisogni più veri che abitano il cuore dell’uomo, presenza potente che induce a vedere solo lui, il denaro, e a non vedere gli altri, ad agire senza gli altri e, se necessario, anche contro gli altri. Per questo le parole di Gesù sono macigni:
Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano … Perché dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore (Mt 6,19.21).
Ecco la domanda essenziale: dove sta il mio cuore? Qual è per me la vera ricchezza? Il denaro è per me strumento di relazione e di condivisione, e dunque di comunione con gli altri, oppure strumento di egolatria? E attenzione: Gesù non era un profeta pauperista che non toccava il denaro. Nella sua comunità c’era una «cassa comune» (Gv 12,6; 13,29), appunto del denaro messo in comune, non sottoposto al regime del «mio» e del «tuo», ma destinato alla communitas, destinato anche a chi era nel bisogno, in modo che la koinonía fosse la forma del vivere insieme. Comprendiamo allora come normante per la comunità cristiana la descrizione fatta da Luca della primitiva chiesa di Gerusalemme, nata dalla Pentecoste: “Tutti coloro che diventavano credenti … tenevano ogni cosa in comune (At 2,44)”; “Tutto tra loro era comune … nessuno era bisognoso” (At 4,32.34). Nella storia del cristianesimo questa «utopia» è stata ininterrottamente meditata e interpretata, e ancora oggi le esigenze poste dal Vangelo non hanno perso nulla della loro attualità e del loro valore ispirante e normativo per la prassi cristiana. Se mai, occorrerebbe l’onestà di chiedersi per quale motivo siamo diventati così restii ad ascoltare queste parole, che suonano desuete agli orecchi della maggior parte dei cristiani: perché insistiamo tanto su altri aspetti dell’agire morale, mentre preferiamo essere tiepidi o addirittura tacere sulla necessità della condivisione materiale dei beni, via maestra per eliminare, o almeno attutire, il bisogno e la povertà?
La regina pecunia, il dio denaro, chiede affidamento, fiducia, sottraendoli in tal modo al rapporto con gli altri. E in questo tempo in cui – come ha scritto di recente Luigi Zoja – non solo Dio è morto, ma è morto anche il prossimo, il denaro domina e seduce più che mai. In realtà l’unico nemico capace di duellare contro la morte, l’unico capace di vincerla non è il denaro ma l’amore, l’amore dell’altro e degli altri, è la comunicazione, la condivisione, la comunione per quanto è possibile.
Nel cristianesimo, inoltre, il rapporto con il denaro va letto nello spazio della possibile idolatria (cf. Col 3,5: «La cupidigia è idolatria»), e «l’idolo prima di essere un falso teologico è un falso antropologico» (Adolphe Gesché), un’alienazione dell’uomo. Non si dimentichi, in proposito, che il termine «mammona» deriva dalla radice ebraica aman (da cui viene amen), che contiene l’idea dell’aderire con fiducia, dunque della fede. Il denaro infatti chiede fede-fiducia in sé e diventa sicurezza, falsa sicurezza contro la morte, saturazione dei bisogni più veri che abitano il cuore dell’uomo, presenza potente che induce a vedere solo lui, il denaro, e a non vedere gli altri, ad agire senza gli altri e, se necessario, anche contro gli altri. Per questo le parole di Gesù sono macigni:
Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano … Perché dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore (Mt 6,19.21).
Ecco la domanda essenziale: dove sta il mio cuore? Qual è per me la vera ricchezza? Il denaro è per me strumento di relazione e di condivisione, e dunque di comunione con gli altri, oppure strumento di egolatria? E attenzione: Gesù non era un profeta pauperista che non toccava il denaro. Nella sua comunità c’era una «cassa comune» (Gv 12,6; 13,29), appunto del denaro messo in comune, non sottoposto al regime del «mio» e del «tuo», ma destinato alla communitas, destinato anche a chi era nel bisogno, in modo che la koinonía fosse la forma del vivere insieme. Comprendiamo allora come normante per la comunità cristiana la descrizione fatta da Luca della primitiva chiesa di Gerusalemme, nata dalla Pentecoste: “Tutti coloro che diventavano credenti … tenevano ogni cosa in comune (At 2,44)”; “Tutto tra loro era comune … nessuno era bisognoso” (At 4,32.34). Nella storia del cristianesimo questa «utopia» è stata ininterrottamente meditata e interpretata, e ancora oggi le esigenze poste dal Vangelo non hanno perso nulla della loro attualità e del loro valore ispirante e normativo per la prassi cristiana. Se mai, occorrerebbe l’onestà di chiedersi per quale motivo siamo diventati così restii ad ascoltare queste parole, che suonano desuete agli orecchi della maggior parte dei cristiani: perché insistiamo tanto su altri aspetti dell’agire morale, mentre preferiamo essere tiepidi o addirittura tacere sulla necessità della condivisione materiale dei beni, via maestra per eliminare, o almeno attutire, il bisogno e la povertà?
La regina pecunia, il dio denaro, chiede affidamento, fiducia, sottraendoli in tal modo al rapporto con gli altri. E in questo tempo in cui – come ha scritto di recente Luigi Zoja – non solo Dio è morto, ma è morto anche il prossimo, il denaro domina e seduce più che mai. In realtà l’unico nemico capace di duellare contro la morte, l’unico capace di vincerla non è il denaro ma l’amore, l’amore dell’altro e degli altri, è la comunicazione, la condivisione, la comunione per quanto è possibile.
Dulcis in fundo… i cannoli alla crema
Hanno aperto nel 2004 e si sono distinti subito in città per la qualità della proposta nel campo della pasticceria. Parlo del Dulcis - caffè-pasticceria - che si trova ad Imola nei locali che si affacciano su Piazza Bianconcini ad Imola. Il merito principale va ascritto certamente a Matteo, maestro pasticcere con una significativa esperienza maturata nello stellato ristorante San Domenico di Imola, il quale, utilizzando materie prime eccellenti, crea e sforna dolci – e salati – molto golosi che mettono sempre in tentazione anche se si accede al locale con la “volontà incrollabile” di bere solo un cappuccino o un caffè. Entrando, le paste dolci, le brioche, i mignon, i bicchierini e tutto il resto che viene realizzato dalle abili mani di Matteo si presentano ai vostri occhi e tutto quanto trasmette immediatamente un messaggio di bontà e fragranza, mischiata ad una certa dose di “sana” opulenza che rende difficile resistere dall’assaggiare qualcosa. Giudico veramente superlativi – e introvabili in altri esercizi – i cannoli di pasta sfoglia alla crema. Consiglio a tutti di “farci un giro”, l’esperienza vale la pena, ma raccomando di vivere il momento con lentezza, con calma, per poter assaporare fino in fondo questa delizia. Personalmente amo abbinare il cannolo con il cappuccino, in special modo quello che prepara Irene che, oltre all’abilità nel dare cremosità al latte montato, utilizza il cacao al momento giusto durante la preparazione. Giudico Irene una delle più brave professioniste nel settore, una persona che ama il proprio lavoro, sempre molto attenta all’ambiente e alla clientela di cui ricorda sempre gusti e preferenze, queste attitudini – sarete d’accordo – non sono oggi così comuni e per un locale fanno la differenza, soprattutto quando supportati dalla qualità della proposta. E la grande frequentazione del Dulcis ne sono la conferma.Pubblicato su Il Domani-L'informazione di domenica 1 giugno 2009
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