venerdì 27 gennaio 2012

ABRAHAM LINCOLN non mollò mai !

In quei momenti in cui la forza di volontà mi sembra venire meno, ripenso sempre alla vita di Abraham Lincoln. Un formidabile esempio di tenacia. Non mollò mai anche quando tutto pareva congiurare contro di lui. 
Nacque in miseria e la sua vita fu sempre dura, segnata da continue sconfitte. Perse otto competizioni elettorali, fallì due volte negli affari. Superò un esaurimento nervoso. 
Avrebbe potuto mollare, ma non lo fece, mai. Alla fine divenne uno dei più grandi presidenti della storia degli Stati Uniti. E' uno splendido esempio di come non ci si deve mai dare per vinti. 
Le date che segnano il percorso della sua vita :
1816 - La sua famiglia viene sfrattata. Deve lavorare per sostenerla.
1818 - Muore sua madre.
1831 - Fallisce in affari.
1832 - Si candida al parlamento statale: sconfitto.
1832 - Inoltre perde il lavoro: vuole entrare alla facoltà di giurisprudenza ma non viene ammesso.
1833 - Si fa prestare dei soldi da un amico per avviare un’attività e alla fine dell’anno è già in fallimento. Passerà i successivi diciassette anni di vita a ripagare il debito.
1834 - Si candida al parlamento statale: eletto.
1835 - Si fidanza, ma la promessa sposa muore. 
1836 - Ha un grave esaurimento nervoso e rimane a letto sei mesi.
1838 - Cerca di diventare elettore delegato, ma viene sconfitto.
1843 - Si candida al Congresso USA. E' sconfitto.
1846 - Si candida nuovamente al Congresso, viene eletto, va a Washington e fa un buon lavoro.
1848 - Si candida per la rielezione al Congresso: sconfitto.
1849 - Fa domanda per diventare amministratore demaniale del suo Stato. Viene respinta.
1854 - Si candida al Senato degli Stati Uniti: sconfitto.
1856 - Cerca la candidatura a vicepresidente al congresso nazionale del suo partito. Ottiene meno di cento voti.
1858 - Si candida di nuovo al senato USA. Nuovamente sconfitto.
1860 - Eletto Presidente degli Stati Uniti. 

Richard Branson

Non ho segreti. Nel mondo degli affari non esistono regole. Mi limito a lavorare sodo e, come ho sempre fatto, a credere di potercela fare, ma soprattutto cerco di divertirmi.


giovedì 26 gennaio 2012

"Cafonal" al ristorante

Sarà capitato anche a voi... Così iniziava una canzoncina che faceva da sigla, alla fine degli anni ’70, a una trasmissione domenicale di successo. Sarà capitato anche a voi di notare atteggiamenti maleducati al ristorante sia da parte del cliente, sia da quella del gestore o dei suoi dipendenti. Quando si parla di “civiltà della tavola”, s’intendono comprese anche la buona educazione e la conoscenza di certe regole, pur non scritte. Purtroppo da qualche tempo non è più così. Noto un progressivo e continuo decadimento delle buone maniere e del rispetto delle parti. Qualche esempio per capire.
Sedersi al tavolo e trovare un cameriere che, durante la presa in carico della comanda, si piega sul tavolo quasi sdraiandosi, è forse comodo per lui, ma assolutamente inaccettabile. Come il personale che, pensando di fraternizzare, ti appoggia la mano sulla spalla o su un braccio, per darti “il consiglio” sul piatto del giorno. Dalla parte opposta ci sono avventori che arrivando nel locale pensano di essere tutt’uno con il proprietario e il suo ristorante, non rendendosi conto che sono solo utili comprimari per il suo business. Li vedi perché si sentono un po’ delle star e spesso commentano a voce alta oppure ritengono di poter distribuire consigli ai tavoli su cibi e accostamenti di vini. Altri invece, pensano che per il solo fatto di essere dei clienti, siano autorizzati a trattare chi sta servendo come fossero servi usando anche una certa dose di arroganza. Così si annoverano soggetti che gesticolano come operatori di borsa per attirare l’attenzione dei camerieri oppure ritmano il coltello sul bicchiere. Negli eccessi mi è capitato anche di sentire fischiare. Spesso sono indisponenti e ogni richiesta deve essere soddisfatta immediatamente. Di contro i camerieri e i maitre di sala dovrebbero sempre avere uno sguardo sui commensali per coglierne le richieste appena alzano lo sguardo verso di loro. Peccato che in molti ristoranti sembra che il personale sia scelto tra i più timidi: sguardo basso e pedalare. 
Altro aspetto “cafonal” è il volume della conversazione tenuto a tavola. Il bon ton richiederebbe di moderare la voce per non disturbare gli altri, che non sono per forza interessati alle conversazioni altrui, e impedire che il luogo diventi una casbah. Ma, complice anche il proliferare delle pizzerie dove tutto sembra permesso, ormai siamo nella cosiddetta “società delle urla”. Se malauguratamente poi si capita accanto ad una tavolata di persone, il volume si alzerà proporzionalmente all’aumentare del tasso alcolico dei conviviali. 
Un argomento spinoso ma doveroso da trattare oggi riguarda i bambini. I genitori dovrebbero insegnare ai figli, fin da piccoli, che ci sono anche momenti di noia nella vita. Stare seduti per un’ora o più, non è un divertimento per i più piccoli, ma la buona educazione “vorrebbe” che ci si alzi solo quando lo fa prima il papà. Non è difficile, solo un po’ impegnativo all’inizio. Ho vari amici che con i loro figli sono splendidi esempi da imitare. Spesso però sono i genitori, i primi a non conoscere le regole... Di fronte al richiamo dei camerieri in situazioni in cui la maleducazione ha raggiunto punte estreme, ho anche udito certi genitori indispettiti reagire “...ma insomma sono solo dei bambini...”. E allora, pizzeria o ristorante che sia, lasciamoli crescere già incivili tra i tavoli. 
Altro capitolo il fumo. Oggi fortunatamente è vietato fumare nei locali. Molti hanno allestito dei dehors esterni per la bella stagione. Purtroppo molti fumatori non si preoccupano minimamente di chi gli sta accanto e, come accadeva al chiuso, accendono sigarette in continuazione senza nessuna attenzione. 
Infine, anche se ci sarebbe materia per scrivere ancora, da quando il cellulare ha fatto il suo ingresso in società molte attenzioni, negative, si sono rivolte a questo importante accessorio. Pare che siano in pochi a sapere che può essere messo anche in vibrazione. Di conseguenza assistiamo e ascoltiamo, forzatamente, trilli e conversazioni di cui faremmo volentieri a meno.


Pierangelo Raffini su Leggilanotizia.it

domenica 22 gennaio 2012

Sono Tradizionale

Sono un uomo legato alla Tradizione, ma questo non mi impedisce di essere innovativo, di credere nel cambiamento, di sentirmi libero dal passato. La Tradizione non è un qualcosa di statico del passato, ma uno strumento, una conoscenza che ci è stata consegnata per disegnare il futuro, affrontando il presente in modo dinamico. La Tradizione è qualcosa che è mutata nel tempo offrendoci una sapienza che possiamo utilizzare per il nuovo.                                                                   
Sono tradizionale perché ho sempre coltivato e riconosciuto in me un lato "antico", un "sentire" millenario, un attaccamento a Valori che ritengo imprescindibili. Ma sono al contempo innovativo e curioso per tutto quanto riguarda il cambiamento, l'innovazione. Una mente aperta, un pensiero libero. 
Comprendo che attraverso il sapere della Tradizione si costruisce il cambiamento. Sono assolutamente convinto che si può e si deve innovare utilizzando il sapere antico per portare trasformazioni vere e concrete. 


venerdì 20 gennaio 2012

Resilienza

Resilienza. Questa dovrebbe essere la parola d'ordine oggi nel mondo dell'imprenditoria. Alle prese con la recessione e con le conseguenze dei processi di ristrutturazione, la resilienza connota la capacità di resistere, di accusare il colpo, ma di riuscire comunque a uscirne migliori. La resilienza è il processo di riadattamento di fronte ad avversità traumi, tragedie, minacce, o anche significative fonti di stress per seri  problemi legati a pesanti situazioni finanziarie e lavorative. Resilienza significa riprendersi dalle esperienze difficiliCon le proprie forze.

I resilienti sono abili "bricoleur" della vita, capaci con pazienza e con tenacia di usare tutto quello che hanno a disposizione, anche se non si tratta delle risorse ideali, per trovare una via di uscita dai problemi. Fanno tesoro del passato per vivere il presente ed esserci anche nel futuro. L'obiettivo è restare a galla. Anche se la fase lavorativa non è la migliore. Good enough. Resistere.
Approfittare anche di questi momenti per riflettere, magari fare un pò di "downshifting", scalare un pò le marce, recuperare tempo per sé, lasciare più spazio alla meditazione, darsi altre priorità. Ma non mollare.


martedì 17 gennaio 2012

Falsificare Pound


Ezra Pound era un grande poeta. Meglio: un grande poeta fascista. Forse gli scrittori e gli intellettuali che hanno firmato una lettera di solidarietà alla figlia di Pound in lotta contro l’«appropriazione indebita» da parte di Casa-Pound pensano invece che un grande poeta non possa essere un grande poeta fascista. Dicono infatti di essere «sdegnati» per l’«uso improprio» che l’estrema destra farebbe del «valore universale della poesia» di Pound. Perché, le poesie di un grande poeta fascista, nel caso fossero grandi poesie belle ed emozionanti, non possono avere un «valore universale»? Dicono anche con una certa imprudenza interpretativa, i Belpoliti e i Cucchi, i Magrelli e i Guglielmi, i Ghezzi e i Balestrini e gli altri firmatari dell’appello, che l’estrema destra che si appropria del nome di Pound sarebbe lontana «dall’universo culturale» del grande poeta (fascista). «Lontano» in che senso?
Ezra Pound era un grande poeta fascista. Era così fascista che concepì i suoi meravigliosi Cantos vicino a Pisa, precisamente nel campo di Coltano, insieme a numerosi altri fascisti che lì erano internati dopo il 25 aprile, dove il grande poeta venne rinchiuso in una gabbia all’aperto, sotto il sole cocente o sotto una pioggia torrenziale: non ci furono grandi poeti e scrittori dello schieramento antifascista che si sentirono di difendere il «valore universale» di Pound. Pound era così fascista che venne segregato per tredici anni in un manicomio criminale perché, da fascista, durante la guerra aveva fatto il propagandista di Mussolini contro gli Stati Uniti: un fascista, e per giunta traditore del suo Paese. Pound era un grande poeta. E purtroppo, con le sue polemiche sull’usurocrazia delle banche a suo avviso pervase di «spirito giudaico», non esente da un antisemitismo imperdonabile. Non c’è nessuno scandalo nel fatto che, amolti anni di distanza, dei gruppi giovanili fascisti si rifacciano al nome di un grande poeta fascista. Come non ci sarebbe scandalo se un gruppo dell’estrema sinistra si richiamasse al comunista Bertolt Brecht, o al comunista Pablo Neruda. Ne verrebbe forse compromesso il «valore universale» di magnifiche opere teatrali e di splendide poesie?
Si fatica ad accettare l’idea che una grande cultura possa essere partorita da un fascista e che tra fascismo e cultura, malgrado le indicazioni di Norberto Bobbio contenute in una delle opere meno brillanti del grande filosofo torinese, non ci siano una inconciliabilità e una incompatibilità assolute. Si considera ancora il fascismo dei grandi scrittori, artisti, poeti, architetti, drammaturghi, registi fascisti come una parentesi insignificante, un accidente biografico, al massimo un deplorevolema momentaneo cedimento che non inficia la grandezza dell’arte e della letteratura. Oppure li si depura, si dà loro una versione purgata, narcotizzata, decolorata della loro arte e del loro pensiero.
Si sente ancora l’eco delle furiose polemiche degli heideggeriani di sinistra contro una biografia di Heidegger che si era permessa di sottolineare l’adesione del grande filosofo tedesco al nazismo e il celeberrimo discorso universitario in cui il grande filosofo tedesco riconosceva in Adolf Hitler l’uomo del Destino venuto a guidare il suo popolo verso le vette dell’autenticità.
Anche Carl Schmitt è stato sottoposto a un processo di denazificazione postuma per farne un maestro della filosofia politica asettico e neutro. I recenti lavori critici di Ernesto Ferrero e Riccardo De Benedetti hanno restituito di Louis-Ferdinand Céline una pienezza di significati che non prescinde dalle nefandezze antiebraiche profuse da Céline nelle pagine delle Bagatelle per un massacroViaggio al termine della notte è un capolavoro della letteratura del Novecento, ma l’opera di Céline non può essere tagliata a fette, a seconda delle simpatie e delle convenienze. Céline era un grande scrittore, ma un grande scrittore antisemita. Purtroppo le due cose possono convivere: la cosa peggiore è far finta che non sia così, dare un’immagine di comodo di uno scrittore maledetto, scrostarlo di ogni contaminazione ideologica, darne una biografia culturale dimezzata. Del resto, non tardarono ad accorgersi dell’identità fascista degli scrittori e intellettuali appena menzionati i vincitori della Seconda guerra mondiale che non esitarono a sanzionare duramente Heidegger, Céline e Carl Schmitt (il cui caso finì addirittura a Norimberga). A Pound venne riservata, come abbiamo visto, la punizione più crudele. Furono pochissime le voci indignate per il trattamento subito dal grande poeta, pochissimi si interrogarono sul paradosso che vedeva un poeta artefice di poesie di «valore universale» trattato come un pericoloso criminale. E perché mai gli estremisti di destra non dovrebbero rivendicare la loro simpatia per Pound? E come si può ragionevolmente dire che Pound era «lontano» dall’universo culturale dell’estrema destra?
Il difetto sta appunto nel voler dividere l’indivisibile, nel nascondere le parti brutte per prenderne solo quelle più belle. Invece bisognerebbe per prima cosa riconoscere che cultura e fascismo non sono incompatibili. E in secondo luogo ammettere che l’ammirazione per le poesie di Pound (o per i romanzi di Céline, o per il teatro di Brecht) può benissimo convivere con la certezza che il loro autore disse e scrisse anche mostruose sciocchezze. In terzo luogo ricordare che purtroppo la stragrande maggioranza degli artisti e degli scrittori appoggiò uno dei grandi totalitarismi del Novecento, e talvolta, ma non tanto infrequentemente, tutti e due, in più o meno rapida sequenza. È così «improprio» ricordarlo?
Pierluigi Battista Il Club della Lettura - Corriere della Sera

domenica 15 gennaio 2012

Identificarsi

Il nemico peggiore si chiama identificazione. Credere che ci si debba per forza richiamare ad una visione comune. Rientrare in schemi che ci hanno disegnato altri. 
Normalmente passiamo il 99 % della vita ad imitare e a malapena l'1 % a creare.
Tutta la vita diventa una grande imitazione. Gli antichi lo avevano ben chiaro e chiamavano questa situazione Astarte, la dea che costringeva a somigliare continuamente ad un modello, per finire facile preda inconscia degli altri.

venerdì 6 gennaio 2012

E' il momento del coraggio

Coraggio. Forse la parola più importante del 2012 dovrebbe essere proprio questa. 
Coraggio per continuare a fare impresa, coraggio per rimettersi in gioco se non si ha più un lavoro, coraggio per realizzare le proprie idee, coraggio per credere in un futuro migliore nonostante tutto ciò che si legge o si ascolta. 
I momenti di crisi sono momenti anche di grandi opportunità, in questo tempo tribolato occorre mettere da parte l'inerzia, la pigrizia, la rassegnazione e mostrare il coraggio per trovare la forza di realizzare i propri sogni, le proprie aspettative.
E' il coraggio che permette di fare saltare l'ostacolo. E' sufficiente riflettete su chiunque abbia realizzato qualcosa di importante: alla base di tutto si sono misurati con il loro coraggio. E il coraggio è contagioso. Gli uomini non seguono gli uomini, seguono il coraggio. 
Mai porsi dei limiti, a nessuna età, guardare alto, lontano, con una forte determinazione e praticità. Non si tratta di fare voli pindarici che rischiano di avvitarci senza portare conclusioni, ma di usare la nostra forza di volontà per superare qualsiasi problema. Impedendoci di trovare scuse e giustificazioni. Questo significa avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e rischi calcolati, per le proprie idee. Pensare in grande ed agire subito. Le decisioni portano al cambiamento.
Il coraggio si esercita anche quotidianamente, anche nelle piccole cose. Ci si può allenare al coraggio. In questo modo accresciamo la nostra autostima. Che permette di abbandonare l'abitudine di guardare la vita nello specchietto retrovisore. Lo sguardo invece deve essere rivolto in avanti. Verso il futuro.

E quindi: ad maiora, donec ad metam.

martedì 3 gennaio 2012

Un Capodanno Romagnolo

Vivere la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo in Romagna vuole dire assaporarlo in tutte le sue tradizioni, a forte valore simbolico, che avevano come obiettivo quello di assicurarsi l'abbondanza, il benessere e la felicità per l’intera festività dell’anno nascente. Il tutto si mostrava anche nella scelta dei cibi e di alcune usanze che dovevano contribuire ad assicurarsi un po’ di “benessere”. Per un 2012 che si annuncia già difficile prima di arrivare, potremmo provare a seguire la tradizione. Un po’ scaramanticamente, potrebbe funzionare... Nel passato i ceti più abbienti erano in grado di festeggiare anche il Capodanno con il “cenone” e le tavole erano imbandite con minestra di lenticchie - che sono foriere di benessere economico - cotechino e dolci quali la zuppa inglese (che di inglese ha solo il nome). Non mancava la ciambella da sposare con vino, che ritroviamo nei pranzi del primo dell’anno. Elemento essenziale a fine pasto l’uva, obbligatori 12 chicchi, vero cibo propiziatorio che racchiude in sé la forza rigenerativa dei semi e della polpa, capace nel magico processo fermentativo di cambiare essenza e di arricchirsi da se trasformandosi in vino. Simbolo rituale nel passaggio dell’anno, “dovrebbe” favorire la ricchezza e il guadagno. Non servirà però, poiché è anche piacevole, consiglio di mangiarne visti i anche chiari di luna. La maggioranza della popolazione, contadini e braccianti, limitava i festeggiamenti al pranzo del 1° gennaio con un menù che si presentava con il piatto forte di questa terra: i passatelli. Rigorosamente in brodo, di carne nell’entroterra, di pesce sulla costa, in base alle possibilità erano fatti solamente con il pangrattato oppure arricchiti con formaggi fatti in casa. Con il diffondersi del benessere economico si è virato all’utilizzo del parmigiano grattugiato. Completano la ricetta uova e noce moscata (alcuni mettevano la scorza di limone). Il brodo era insaporito con midollo di bue, a volte inserito anche nell’impasto, muscolo, rigata, osso di stinco ed eventualmente lingua, parti di gallina o oca. In alternativa poteva esserci una prevalenza di carne di “bassa macelleria”, con aggiunta di carote, sedano e, a volte, cipolla. E’ solo dagli anni ’60 che è aggiunta anche la “forma” (la buccia del parmigiano), servita poi come contorno unitamente a tutti gli altri prodotti rimanenti dalla bollitura del brodo. Per insaporire ulteriormente il brodo e i passatelli, una volta serviti, era usanza mettere un cucchiaio di Sangiovese, a testimonianza del forte legame che la Romagna ha sempre avuto con il vino. La minestra che poteva sostituire i passatelli in questo giorno erano le lasagne verdi alla romagnola. Anche questo un piatto che, per ricchezza d’ingredienti, voleva essere di buon auspicio per un anno di abbondanza. In Romagna l’inizio anno si viveva poi nel principio dell'analogia e del contrasto, si diceva, infatti, in dialetto, che “bisognava fare un poco di tutti i lavori perché cosi, andavano a riuscire tutti bene”. Un altro simbolo positivo in quel giorno era dato dall’incontro come prima persona di un uomo, ancor migliore se benestante. Non me ne vogliano le donne, ma, la tradizione è questa, d’altronde sacro e profano da sempre s’intrecciano in questa terra anarchica, repubblicana e socialista. 

E' importante trovare la Felicità in azienda

Sembra l'uovo di Colombo, una frase fatta, una delle cose più ovvie, ma non sempre si pone cura a questo aspetto. Il lavoro occupa gran parte della nostra vita e più le persone sono felici sul posto del lavoro più aumentano la loro produttività. E' un progetto importante che ogni società dovrebbe far proprio. Unire dipendenti, clienti e fornitori facendo conoscere loro ciò che l'azienda sta facendo. E il fatturato non è la cosa più importante. E' il benessere delle persone che vi lavorano l'asset più importante e il vero trait d'union con il risultato economico.

Nel nostro Paese prevale il modello top down con "l'uomo solo al comando" che spesso finisce con l'irrigidire tutta la struttura, limitandone la creatività, l'intraprendenza e una presa di responsabilità diretta.

Chiaramente chi dirige non può dire tutto, ma le informazioni che si possono passare ai collaboratori sono molte come quelle che si possono raccogliere: i loro punti di vista e i problemi rilevati per esempio. Si può ottenere anche maggior impegno.
Anche gli ambienti possono aiutare, dagli open space alle pareti trasparenti, dalle porte aperte ai locali  curati del mobilio, magari con opere d'arte alle pareti, e corsi per rafforzare il team e la voglia di fare squadra.
Tutto è propedeutico al progetto Felicità in azienda.

domenica 1 gennaio 2012

2012: facciamo pulizia

E' arrivato anche questo nuovo anno. Il momento è propizio per mettere ordine: nella nostra casa, nella nostra vita, nella nostra mente. Per chi vuole naturalmente. 
Un esercizio che consiglio. Il massimo è metterlo in pratica almeno ogni sei mesi. Un bel check. Facciamo il punto della situazione ed eliminiamo ciò che non serve, che è superfluo, che ci distrae, che non ci appartiene più perché siamo cambiati, sono variati i nostri gusti o si sono modificati i nostri obiettivi.

Puntare all'essenziale è la parola d'ordine. "L'essenziale è invisibile agli occhi" è scritto ne "Il piccolo principe". Il segreto della perfezione sta nel sottrarre non nell'aggiungere.
Come nell'ambiente dove viviamo così nella nostra vita dobbiamo liberarci di ciò che ci toglie lo spazio vitale per essere soddisfatti di noi stessi. Per sentirci completi, pronti ad affrontare la vita. Soprattutto in questi momenti particolari e difficili, fare pulizia e focalizzarsi diventano i fattori critici di successo.

Quindi facciamo decluttering, tecnica anglosassone del togliere ciò che ingombra. Nella nostra casa, nel nostro ufficio, nella nostra vita e nella nostra mente, sottraiamo tutto quello che ci impedisce di sentirci più leggeri  e di raggiungere gli obiettivi prefissati. Non è difficile alla fine. Tutti noi, nell'animo, sappiamo ciò che è superfluo, che non utilizziamo più, che ci danneggia, che è inutile. A volte però ci attacchiamo ad essi per paura del cambiamento. 
Per star bene, per evolvere e crescere non possiamo ancorarci al passato, che è giusto ricordare, ma guardare al nuovo.
Investiamo in questo inizio anno un po' di tempo su noi stessi e saremo ripagati da quel senso di rigenerazione che, dopo, ci pervade positivamente.

sabato 31 dicembre 2011

Cambiamento

Accettare le sfide con coraggio, andare incontro ai cambiamenti. Non tutto deve sempre rimanere come lo è stato in passato. Fare al meglio e proseguire senza tanti rimpianti.
Cambiare il passato non è possibile, ma si può cambiare il futuro non rimanendo sempre rivolti con lo sguardo al passato.

Si deve provare il nuovo e considerare altri punti di vista, altre strade. Il cambiamento è sempre positivo. E' un'opportunità.
Queste sono le caratteristiche che distinguono i vincenti nei tempi buoni e chi sopravvive nei tempi bui.

venerdì 30 dicembre 2011

Hagakure (II, 90)

L'avidità. la rabbia e la stupidità vanno sempre insieme. Quando nel mondo accade qualcosa di male, se osserviamo con attenzione, vedremo che è in relazione con queste tre cose.
Se guardiamo ciò che vi è di buono, ci accorgeremo che non manca di saggezza, umanità e coraggio.

martedì 27 dicembre 2011

Così Einaudi oggi detta l'agenda


Un educatore appassionato, uno scrittore limpido, un divulgatore di classe, un bibliofilo competente, un agricoltore innovativo, un liberale autentico, un patriota convinto, un Governatore miracoloso, un Presidente esemplare: potrebbero essere tanti i percorsi da imboccare per ricordare degnamente Luigi Einaudi, scomparso a Roma cinquant'anni fa.
Ma nessuno, preso da solo, renderebbe giustizia a una figura di cui oggi possiamo riconoscere e ammirare, soprattutto, la sorprendente attualità. Tanto per cominciare, peccherebbe di ipocrisia il giornalista che, celebrando Einaudi, ne trascurasse la tenace e sfortunata battaglia contro l'Ordine dei Giornalisti: «Non esiste un albo di poeti e non può esistere un albo dei giornalisti… L'albo dei giornalisti (se non è volontario, ndr) è, tecnicamente, un istituto assurdo e ridicolo, moralmente uno strumento di schiavitù, un indice infallibile di tirannia».
Certamente, perciò, Einaudi non solo non apprezzerebbe che l'Ordine da lui criticato sopravviva, ma sarebbe sconcertato nel rilevare come, accanto a esso, sia cresciuta una giungla di corporazioni, nelle cui spire si sfianca ogni tentativo di promuovere una società più aperta, meno baronale, meno familistica, capace di premiare il merito e di promuovere l'autentica mobilità sociale. Einaudi vedeva giusto nel 1947, quando scriveva che «le battaglie dei secoli più oscuri del corporativismo assoluto parranno scaramucce in confronto a quelle che si profilano all'orizzonte».
Proprio la mobilità sociale era un punto che a Einaudi stava molto a cuore, smentendo - se qualcuno ci crede ancora - il presunto profilo conservatore del suo liberalismo: lo conferma l'insistenza sul principio dell'«uguaglianza nei punti di partenza» che, ancorché depurato dall'«esagerazione retorica», esprime una «esigenza morale» e contiene una «grande virtù». E che può essere consolidato attraverso un sistema di tassazione ereditaria congegnato in modo da premiare «quelle sole famiglie che serbassero virtù di lavoro e di ricostruzione, non di mera conservazione» del patrimonio trasmesso. Qui emergono i tratti del welfare liberale, compassionevole e generalista, ma attento a non mortificare le potenzialità di autorealizzazione che rendono ciascuno imprenditore di se stesso, e a non consolidare rendite di posizione.
Perciò Einaudi non perdonava chi crede «che sia dannoso mettere tanta gente allo studio»; ma aggiungeva che per risultare strumento efficace di mobilità sociale la scuola non può essere mediocre. E qui viene la battaglia contro il valore legale del titolo di studio, nel quale Einaudi vedeva solo una fonte di inganno: «Quei pezzi di carta che si chiamano diplomi di laurea, certificati di licenza valgono meno della carta su cui sono scritti», per l'illusione creata che «il pezzo di carta dia diritto a qualcosa». Mentre è la qualità effettiva dell'istruzione, facilmente riconosciuta dal mercato, ad aprire le strade del progresso individuale. C'era naturalmente in questa posizione la diffidenza radicata verso ogni forma di monopolio, pur ammantata dalle migliori intenzioni, quale quella che giustificherebbe il modello statalista e centralista di origine «napoleonica» che, argomenta Einaudi, «non garantisce affatto la libertà della scuola». Einaudi non era contro la scuola pubblica, ma contro il monopolio pubblico dell'istruzione: «Importa - spiegava - esistano (nella scuola, ndr.) rivalità, emulazione, concorrenza perché perizia, ingegno, carattere siano stimolati al bene». È un peccato che Einaudi non abbia fatto in tempo a commentare la proposta del buono-scuola.
Monopoli pubblici e privati furono un'altra delle bestie nere di Einaudi, che vi vedeva, assieme a ogni tentativo di ingabbiare il mercato (che per lui era tutt'altro che privo di regole), uno strumento di efficacia pari al collettivismo nel distruggere la libertà. Perciò alla Costituente propose, senza fortuna, un articolo che esplicitasse nella Carta come «La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; ed ove questi esistano li sottopone a pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta»: nelle prime parole dell'articolo, troviamo addirittura un'anticipazione delle future elaborazioni di Bruno Leoni e della scuola di Public Choice (diversi esponenti della quale sono stati insigniti dal premio Nobel per l'economia) per i quali le scelte parlamentari, e quindi la politica, più che curarsi del bene comune tutelano specifici e robusti gruppi di interesse economico. Per arginare i quali, assieme ai conseguenti assalti alla finanza pubblica che l'hanno devastata nel giro di quarant'anni, sarebbe stata utile la diligente applicazione di quell'art. 81 della Costituzione di cui fu coautore lo stesso Einaudi.
Almeno su altre due questioni di bruciante attualità Einaudi avrebbe molto da dire. Innanzi tutto, sul sistema elettorale, a proposito del quale egli non aveva mai nascosto la netta contrarietà alla soluzione proporzionale, che irrigidirebbe «i partiti, i gruppi, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee»: parole del 1944, non della settimana scorsa.
L'altro tema è l'Europa: dal Quirinale, il Presidente vigilò sui primi passi dell'integrazione comunitaria e prese partito sullo sfortunato tentativo di creare una comunità di difesa, il cui fallimento sembrò a un certo punto mettere a repentaglio tutto il percorso dell'Europa unita. Da federalista convinto, Einaudi oggi metterebbe in guardia contro i rischi di fare le cose a metà: per esempio, con un'unione monetaria che non risponda a un'autorità sovranazionale in grado di coordinare le politiche economiche. Di nuovo, sembra di sentirlo parlare di cose di oggi (ma siamo nel 1952), quando Einaudi ammonisce che una politica monetaria comune deve essere gestita da «un ente politico sovrano federale» a costo, altrimenti, di «fare un bel fiasco». O di alimentare sorrisetti e dispettucci.

domenica 25 dicembre 2011

Un Natale autarchico


Natale 2011. Natale di crisi. Da anni il potere d'acquisto delle famiglie si è ridotto, le difficoltà di arrivare al fine mese, ben prima delle ultime manovre. E’ una crisi ormai globale, che si fa sentire. Gli italiani però, preferiscono tirare la cinghia su regali e viaggi, senza rinunciare ai piaceri della tavola. Il Natale è sempre il Natale, come il Capodanno. Si torna a una tavola rigorosamente “made in italy”: 9 italiani su 10 hanno deciso di trascorrere le feste tra le mura domestiche con parenti e amici, cancellando i menù esterofili, con piatti “tricolore”. Questo quanto emerge da uno studio della Cia (Confederazione italiana agricoltori). 

Sono feste autarchiche. Tortelli, cappelletti, lenticchie, bolliti, arrosti e zampone sono immancabili. Il vino, lo spumante e il prosecco italiano sono preminenti su champagne e vini esteri. Questo Natale di crisi rinsalda il legame tra cucina e tradizione. Ci aggrappiamo a ciò che ci dona sicurezza per ricominciare. In questi momenti anche il cibo aiuta.La crisi porta anche alla moderazione e a una maggiore serietà, così finalmente archiviamo, spero, definitivamente quell'ostentazione dell'abbondanza che fa tanto cafona. Si torna al piacere di cucinare insieme, con tutta la famiglia, anche un solo piatto, magari legato alle nostre tradizioni, come le nostre paste ripiene che nascono dalla saggia inclinazione del recupero degli avanzi. Un sondaggio online condotto da Coldiretti rivela che “oltre la metà delle famiglie (54%), dove si cucinerà, dedicherà alla preparazione del menu della tavola di Natale un tempo superiore alle tre ore, ma in poco più di una su dieci (12%) si superano addirittura le otto ore”. Stare insieme in convivio è un modo di comunicare affetto e amicizia, coincidente con il messaggio natalizio che è quello di partecipare alla vita. Il pesce è un po’ démodé, se si esclude la riviera che ha una tradizione consolidata. Resiste, ma se ne fa un uso moderato. Si rinuncia all’aragosta e al caviale. Sulle tavole natalizie quest'anno regnano piatti tradizionali, preparati con ingredienti naturali e meno costosi. Comunque in grado di dare sapore e gusto alle festività 2011. La stessa ricerca sopra citata rivela che 7 chef stellati su 10 hanno dichiarato che “il menu sarà ispirato alla cucina tipica (73%), con i suoi sapori antichi ma rassicuranti e con ingredienti semplici e senza tempo”. Sempre secondo gli esperti, i prodotti nazionali, rivisitati per l'occasione, “trasmettono sicurezza (52%), danno l'idea di festa (44%) e, dato da non trascurare in un periodo di crisi come questo, costano di meno (38%)”. 


Pierangelo Raffini - Scritto per Leggilanotizia.it

«Temo si torni alla violenza Serve più impegno»

Il cardinale Angelo Scola sta preparando il primo Natale da arcivescovo di Milano. Nella sala tra il chiostro, piazza Fontana e l' abside del Duomo sono appesi i ritratti dei predecessori: Achille Ratti divenuto Papa come Pio XI, Ildefonso Schuster, Giovanbattista Montini futuro Paolo VI, Giovanni Colombo, Carlo Maria Martini, Dionigi Tettamanzi. 

Eminenza, nel discorso di Sant' Ambrogio lei invita a non parlare sempre e solo di crisi, ma di travaglio e transizione. Che cosa intende dire? «Dobbiamo considerare con molto realismo l' effettiva gravità della crisi economico-finanziaria. Però in tutti questi anni ho sempre avuto la percezione che la categoria di "crisi" da sola non riesca ad esprimere tutto quello che c' è in gioco. Quel che è avvenuto ha come orizzonte la mutazione inedita che si è prodotta dopo la caduta dei muri. Dopo la fine delle utopie del XX secolo, si sono succeduti rapidissimamente cambiamenti, più che epocali, inediti: la civiltà delle reti, la globalizzazione, la mutazione della percezione corrente della sessualità e dell' amore, la possibilità - irta di rischi - di mettere le mani sul patrimonio genetico, i grandi sviluppi della fisica micromolecolare che indaga l' origine del cosmo - si pensi alla cosiddetta "particella di Dio" -, e poi il "meticciato di culture", i flussi migratori... Mi pare chiaro che, se noi non collochiamo la lettura della crisi all' interno di questo travaglio inedito, non ne usciremo. Una lettura tesa ad individuare ricette tecniche non basta». 

Lei contrappone alla degenerazione della finanza il tema del gratuito. «Questo è un tema su cui la Caritas in veritate ha scommesso moltissimo, ma è stata snobbata dai mondi dell' economia e della finanza. Si confonde il gratuito con il gratis. Quando parlo di gratuità mi riferisco alla coscienza che il lavoro produttivo e il lavoro finanziario, come ogni altro lavoro, possiedono in se stessi una bontà e una bellezza che è possibile riconoscere e attuare. Per i nostri artigiani una bella sedia doveva essere ben fatta prima che ben pagata. Certo, anche l' utile ha valore, ma viene in un secondo momento. La gratuità così intesa è antidoto all' avidità». 

In Italia però si è assistito a una svolta politica, alla nascita di un nuovo governo, che segna anche un nuovo impegno dei cattolici. Come lo giudica? «Il richiamo autorevole che viene dal Papa e dai vescovi all' impegno politico non prefigura alchimie partitiche. Il riferimento è alla visione antropologica che la dottrina sociale si porta dietro nella sua triplice articolazione - principi di riflessione, criteri di giudizio, direttive d' azione -, secondo la formulazione di Giovanni Paolo II che mentre correggeva la teologia della liberazione rilanciava la dottrina sociale della Chiesa».

Lei ha espresso gravi preoccupazioni sulle tensioni che stanno lacerando l' Europa. «Una volta si affrontavano i problemi di dialettica interna allo spazio europeo con la guerra. Ora li stiamo affrontando con lo spread: speriamo che dallo spread non si ritorni alla violenza». 

Teme davvero il ritorno alla violenza? «Sì, ho questo timore. Non penso a una guerra intraeuropea. Temo che i disequilibri del pianeta possano esplodere là dove la guerra è già in atto o incrociare la delicatissima evoluzione del Nord Africa. La speranza affidabile è che ci si muova tutti: la casa brucia. Per uscire dall' attuale "impagliatura", l' Europa deve ritrovare il meglio della sua storia. Solo così si potrà rivitalizzare la società civile. Inoltre non si può né si deve rinunciare al livello di guida e di indirizzo che la politica possiede per sua natura. In questo contesto la Chiesa italiana è chiamata ad approfondire con slancio deciso il cammino degli ultimi decenni, dal Convegno ecclesiale del 1976 in avanti. Abbiamo il dono del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Noi cristiani dobbiamo recuperare il nostro compito specifico, il compito educativo, a tutti i livelli, dal battesimo in avanti. Il risveglio dell' impegno politico diretto dei cattolici, se rettamente inteso, potrà poi dare un contributo alla rigenerazione del Paese». 

Ritiene che un primo passo verso il risveglio dei cattolici si sia compiuto con la formazione di questo governo? «È solo un segnale. Purché non la si metta in termini di potere. Ovviamente non c' è realtà associata in cui non sia implicato il potere. Ma che tipo di uomo è colui che è preso a servizio dalla società per guidarla, colui che assume un potere? Il problema non è come noi cattolici possiamo riprendere un' egemonia nel Paese. Il problema è vivere il potere nel suo aspetto di verità. Coloro che ascoltavano Gesù dicevano: "Costui parla con autorità" perché lo vedevano coinvolto in ciò che diceva. Gesù ha pagato di persona. La categoria della testimonianza è fondamentale. Gli statisti che hanno dato avvio all' Europa erano uomini che parlavano con autorità, perché erano per primi coinvolti nel progetto in cui credevano. Lungi da me sottovalutare la competenza, la tecnicalità, ma il motivo per cui uno si gioca ogni giorno nella vita viene prima di ogni ruolo o competenza: è il senso stesso del vivere. Lo sperimentiamo a Natale. Il "Dio con noi" cambia il senso della vita. Se Dio è con noi, io vivo in maniera diversa. Bisogna guardare in modo nuovo all' uomo e al suo essere in relazione. Giovanni Paolo II diceva che dalla seconda metà degli anni 60 si era aperta una grande contesa sull' humanum , ma in quegli anni tutti, anche nella durezza di certe fasi che il Paese ha attraversato, sapevamo cosa fosse l' humanum. Oggi noi dobbiamo riscoprirlo, ripensarlo». 

Sta dicendo che c' è un deficit della politica che da soli i tecnici non possono colmare? «Certo c' è un deficit della politica. Dobbiamo ripensarla in termini radicali. Non la impressiona il fatto di quanto poco si parli della storia recente? Accenno per esempio al rapporto tra movimento operaio e movimento cattolico. Anche i sindacati ne parlano troppo poco. Come si fa a leggere i cambiamenti radicali senza un riferimento a questa storia, per poter aprirci al futuro? Ricordo un colloquio con Augusto Del Noce che mi colpì molto. L' autore de Il suicidio della rivoluzione , profezia non piccola, intuì con molto anticipo che la Dc stava finendo perché aveva smarrito la testimonianza e aveva perso la cultura. Ho visto di persona fino agli anni 70 l' impegno gratuito di uomini e donne che, dopo aver lavorato duramente tutto il giorno, la sera trovavano l' energia per dare una mano nel gestire i mille campanili. Amministravano il Paese. Si tratta di intensificare il gusto, l' energia, la passione per la famiglia, il condominio, il campanile, il popolo». 

Qual è il suo giudizio sull' era di Berlusconi? La Chiesa gli ha concesso un credito eccessivo? «È presto per dare un giudizio complessivo. La mia attenzione è puntata sul compito della Chiesa e degli uomini di Chiesa - quindi su ciò che mi riguarda personalmente -, su quello che la grande tradizione chiama il bonum Ecclesiae . L' espressione, ovviamente, non va tradotta con "ciò che è vantaggioso per la Chiesa". Per esempio, si sta facendo un gran polverone sull' Ici; andiamo piuttosto a vedere cosa c' è da tenere e cosa c' è da correggere. Difendere il bonum Ecclesiae , liberi da ogni pretesa egemonica, significa per i cristiani portare in tutti gli ambienti la proposta del Vangelo, la bellezza dell' esperienza cristiana nel quotidiano della vita associata. Se questo sarà vissuto nella sua giusta forma, avremo uomini capaci di virtù non solo teologali - fede, speranza, carità - ma anche cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Sarebbero belle virtù anche per un politico». 

Lei proviene dal movimento di Cl. Non teme che, tra i quasi diciassette anni di potere di Formigoni, gli affari, gli scandali, Cl sia caduta in qualche eccesso? «Credo che Cl sia un fenomeno educativo ecclesiale formidabile, in cui ha primaria importanza la trasmissione tra le generazioni di una modalità persuasiva e vitale di essere cristiani. Tutto il resto, finché io ho potuto vedere dall' interno, cioè fino a vent' anni fa, è sempre stato considerato dell' ordine delle conseguenze, della responsabilità personale di chi si assumeva un determinato compito. Credo che questo adesso sia ancora più chiaro, più marcato ed evidente. Non ho rapporti particolari con il movimento rispetto a quelli con altre realtà associative. Però da quel che vedo e leggo, mi pare che il successore di don Giussani si stia muovendo decisamente in questa direzione: gli uomini che si sono giocati in politica portano lì la loro faccia e su questa base sono stati e saranno valutati dai cittadini. Conosco Roberto Formigoni da quando aveva 14 anni, anche se da tempo ci si vedeva assai di rado. Se è stato eletto per quattro volte consecutive presidente della Regione Lombardia, ci sarà una ragione. Non credo fossero tutti voti di Cl. La sorte di un politico alla fine la determina chi vota». 

Che idea si è fatto del caso San Raffaele? «Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio che ora si baserebbe solo su quanto apprendo dai media. Tutti dicono che è un luogo di grande eccellenza. Non ho ragione per dubitarne. Qualche interrogativo è nato talvolta circa la ricerca biotecnologica. La fede non blocca la ricerca, ma chiede allo scienziato di essere un uomo fino in fondo e quindi di assumersi la responsabilità di rispettare un' antropologia e un' etica adeguate». 

Come giudica la nuova giunta di Milano? «Su questo è sufficiente ricordare l' insegnamento di san Paolo: l' autorità legittimamente eletta dal popolo, viene ultimamente da Dio; finché non ci sono atti o leggi contrari alla legge di Dio, massimo rispetto, massima apertura. Ho incontrato il sindaco Giuliano Pisapia, come ho incontrato Formigoni e il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà. Ho trovato grande correttezza, grande attenzione, come a Venezia in Cacciari, Galan e negli altri interlocutori politici. La Chiesa cerca rispetto per la verità». 

Lei è nato a Lecco, che fa parte della sua diocesi, e si è formato a Milano. Come l' ha ritrovata? «Per me Milano è entusiasmante. Ho passato qui gli anni dell' università e quand' ero fuori ci venivo molto spesso. Devo ammettere di aver fatto fatica a staccarmi da Venezia, che è un grande dono per l' umanità; ma la formula del mio "ritorno a casa" è vera. Sarà forse un anticipo del crepuscolo dovuto all' età...». Non dica così, lei ha appena compiuto settant' anni. «Di anni non ne avrò davanti tanti e sempre a Dio piacendo. Credo che per l' uscita dall' attuale travaglio Milano abbia una funzione di protagonista di primo piano. La sua è una storia in cui l' elemento lavoro è già ben "rodato" a partire dal ' 700. Inoltre la magnanimità e l' accoglienza appartengono al Dna di questa "terra di mezzo". Anche se, come da ogni parte, c' è bisogno di un surplus di relazione, di rispetto, di narrazione, di umiltà nel lasciarsi raccontare dagli altri, di tensione al riconoscimento reciproco, per trovare quel "compromesso nobile" che è il fondamento dell' azione sociale e politica in una società plurale come la nostra»

sabato 24 dicembre 2011

«Manca quella forza capace di indurre a rinunce e sacrifici»

«Alla fine dell' anno, l' Europa si trova in una crisi economica e finanziaria che, in ultima analisi, si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente». 
Benedetto XVI, circondato da cardinali e vescovi nella cinquecentesca Sala Clementina, ripercorre temi e avvenimenti dell' anno in una sorta di bilancio, il tradizionale discorso alla Curia prima di Natale è uno dei più importanti e attesi. E il Papa punta subito all' essenziale: nell' Europa affetta dalla «stanchezza della fede», dal «tedio di essere cristiani», spesso «manca la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici». Certo, «valori come la solidarietà, l' impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi», mormora il pontefice. Però «la conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo». Perché «la volontà che difende l' interesse personale oscura la conoscenza, e la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà». L' interesse personale o di gruppo, il bene comune. 

Benedetto XVI evoca l' immagine biblica della moglie di Lot che «guarda indietro» alla distruzione di Sodoma e Gomorra e viene trasformata in una statua di sale. Allo stesso modo gli uomini, a cominciare dai cristiani, sono tentati di «guardare indietro, a se stessi» e «diventano così interiormente vuoti, statue di sale!». Dalla crisi «emergono domande fondamentali», insomma: «Dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà?». La risposta è il tema centrale del suo pontificato, la necessità di una «nuova evangelizzazione» e di una riforma interiore. Tutto si tiene, nel magistero di Benedetto XVI: per il 2012 ha indetto l' «anno della fede»; già nel discorso alla Curia dell' anno scorso aveva paragonato il nostro tempo al «tramonto dell' impero romano», quando «si disfaceva» quel «consenso morale» senza il quale «le strutture giuridiche e politiche non funzionano». Ma il Papa guarda anzitutto alla Chiesa e riprende il memorabile discorso di settembre a Friburgo: «La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede». Nella sua Germania, il «Paese della Riforma» dove ha reso omaggio alla «passione profonda» di Lutero per la «questione su Dio», il Papa esortava la Chiesa a «liberarsi del suo fardello mondano e politico». Benedetto XVI sa che la «grande medicina» contro «la stanchezza» europea esiste già: è la «gioia» della fede vista in Africa come tra i giovani di Madrid. Che non erano mossi da interessi egoistici, «guadagnare il cielo», «sfuggire l' inferno» o «essere perfetti», no: «Questi giovani hanno fatto del bene - anche se è stato pesante, anche se ha richiesto sacrifici -, semplicemente perché fare il bene è bello, esserci per gli altri è bello. Occorre solo osare il salto».

martedì 20 dicembre 2011

Entusiasmo

Entusiasmo, dal greco "con Dio dentro di se". Significa il senso di essere allevati con il divino, di sentirsi "chiamati" inevitabilmente al di là della nostra finitezza umana, a fare o essere qualcosa che batte sempre le scarse risorse, la stanchezza, la durezza del momento, la bancarotta emotiva o finanziaria.
L'entusiasmo è contagioso. 
Forse non per tutti, ma per la maggioranza.
Ogni volta che qualcuno fa qualcosa per un ideale più alto che non sia lui stesso, li vicino c'è Dio.
Gli entusiasti sono sicuri di portare beneficio. 
Se sei in Dio, sei nell'Uno, sei nella soluzione, sei entusiasta.

Da evitare i freddi, i distaccati, i demoralizzatori, quelli che vedono solo i problemi e le difficoltà, i "mai contenti", i cinici. Sottraggono energia e trasmettono solo negatività. 
Non saranno mai felici nella loro vita.

L'importanza del lavoro

Dovete trovare quello che amate.
Il lavoro occuperà una parte importante della vostra vita e l'unico modo per essere davvero soddisfatti è fare quello che credete sia uno splendido lavoro. 
E l'unico modo per fare uno splendido lavoro è amare quello che fate. Se non l'avete ancora trovato, continuate a cercare. 
Non accontentatevi.

Steve Jobs

domenica 18 dicembre 2011

Rallentare

Ci sono giorni in cui avvertiamo la necessità di rallentare la nostra vita. Frenare bruscamente per vivere un po' di tempo con la lentezza necessaria. Quella che consente di riflettere meglio su se stessi, su ciò che siamo e facciamo. Vivere lentamente quando tutto attorno continua a muoversi alla stessa velocità di prima. Sensazione strana, ma che ti dona quiete e serenità di spirito. Ricercare il silenzio, muoversi piano soppesando ogni azione, guardarsi mentre la si compie. Diventare sensibili e percepire tutto di noi. Nutrire l'animo di attenzioni anche solo per un giorno, aiuta a sentirsi più consapevoli e liberi.