lunedì 28 aprile 2008

Un libro da leggere: Volevo solo vendere la pizza

Consiglio vivamente questo librettino, scorrevole, breve, ma educativo sulla burocrazia imposta alle imprese - in particolar modo le PMI - e su come è declinata oggi, putroppo troppo spesso, la tutela del lavoro. Per chi ha una piccola impresa è una conferma, per gli altri è utile capire a cosa si deve sottostare quando si decide la via imprenditoriale. Per esperienza posso confermare alcuni aspetti descritti nel racconto. Ultima annotazione, lo scrittore è giornalista del Gruppo Espresso e ha condiviso questa "esperienza" con un altro giornalista de La Repubblica.

Furini Luigi

Volevo solo vendere la pizza Le disavventure di un piccolo imprenditore Saggi Prefazione di Marco Travaglio.

«Un ritratto del nostro Welfare straccione folgorante e impietoso, politicamente scorrettissimo proprio perché molto più autentico e realistico di qualunque trattato economico. Vivamente consigliato ai politici e ai sindacalisti che vogliono guardarsi allo specchio e uscire dal loro polveroso Jurassic Park.»

Dalla prefazione di Marco Travaglio.

Eroica e sfortunata protagonista, una piccola società che «voleva solo vendere la pizza». Dove è più facile aprire un’impresa? In un paese dove si possono fare affari con relativa semplicità. Nella classifica della Banca Mondiale, l’Italia è all’82º posto, dopo il Kazakhistan, la Serbia, la Giordania e la Colombia. Merito della nostra infernale burocrazia.Un giornalista prova a diventare imprenditore. Segue i corsi di primo soccorso, quello antincendio, quello sulla prevenzione degli infortuni. Frequenta commercialisti e avvocati. Informa le «lavoratrici gestanti» dei rischi che corrono – ma solo quelle «di età superiore ad anni 15». E poi c’è l’ASL con tutti i regolamenti sull’igiene e l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi (non basta il topicida, vogliono fare una statistica?). C’è persino il decalogo che insegna quando bisogna lavarsi le mani. Compra centinaia di marche da bollo, compila (e paga) un’infinità di bollettini postali.Sei mesi dopo e con centomila euro di meno, apre finalmente l’attività: un piccolo negozio di pizza d’asporto. Ma a quel punto si trova a dover fare i conti con i cosiddetti «lavoratori» e con i sindacati. Dopo due anni infernali, chiuderà bottega. L’eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro porta a un eccesso di flessibilità? Le leggi troppo restrittive spingono inevitabilmente verso l’economia sommersa e il lavoro nero? Sono i temi di discussione in questi mesi caldi, mentre si parla di riforma della Legge Biagi.Quello di Gigi Furini non è un trattato di economia del lavoro. È il resoconto di due anni impossibili, con tanti aneddoti spassosi. Come ultimo sfizio, prima di alzare bandiera bianca è stato quello di capire se è stato lui uno sfigato o capita a tutti. Dall'INPS di Roma rispondono che nel 2003, su 20 milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati 12 milioni di certificati medici per complessive 60 milioni di giornate lavorative perdute. Quindi non è sfiga, è il sistema. Ma Luigi, anzichè buttarsi a destra, è rimasto eroicamente comunista, ma viste anche le ultime elezioni, forse è capitato solo a lui.

giovedì 24 aprile 2008

La tua Strada

Ogni strada non è che una fra un milione di strade. Pertanto devi sempre tener presente che una strada è soltanto una strada e non c'è nessuna affronto, a se stessi o agli altri, nell'abbandonarla se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare...
Esamina ogni strada con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso soltanto una domanda: questa strada ha un cuore ?
E' l'unico interrogativo che conti davvero. Se lo ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente.
Carlos Castaneda

martedì 22 aprile 2008

Laicità

Pubblico questo scritto ricevuto da un amico, dove esprime il suo concetto di laicità.
Per me laicismo non è sinonimo di laicità, associazione che fanno in molti, ma erronea.
Il laicismo è la dottrina socio politica che teorizza e propugna la totale separazione tra stato e chiesa, ovvero l'assenza di interferenze religiose, vere o presunte, dirette o indirette, nell'ambito legislativo, esecutivo e giudiziario, di uno Stato.
La parola laico deriva dal greco laikòs (uno del popolo) e il termine ebbe, nell'antichità un'origine esclusivamente religiosa venendo usato per indicare colui che, pur professando un certo culto, non apparteneva alla gerarchia religiosa. Laico non vuole però dire affatto, come spesso si ripete, l'opposto di credente (o cattolico) e non indica, di per , un credente, un ateo, un agnostico. La laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia, ma è l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un grosso pasticcio.
La cultura - anche cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - di San Tommaso o di qualsiasi pensatore ateo - non può affidarsi a criteri di razionalità.
Una visione religiosa può muovere l'animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può tradursi in articoli di legge, come vorrebbero certi aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto, ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento (non ammazzare) e l'articolo del codice penale che punisce l'omicidio.
Da qui si può trarre una prima considerazione che la visione laica della vita può ricevere un benevolo impulso da una lettura religiosa degli accadimenti.
Vorrei, al proposito, ricordare Norberto Bobbio, un grande laico italiano e la sua affermazione "... laico è chi si appassiona ai propri "valori caldi" (amore, amicizia, fede), ma difende i "valori freddi" (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) i soli che permettono a tutti di coltivare i propri "valori caldi"... ".
Laicità significa (o dovrebbe significare) tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale si, ma anche faziosamente laicista.

mercoledì 16 aprile 2008

Chi muore

"Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla e chi non conosce."
Pablo Neruda

martedì 15 aprile 2008

Il Paese del rancore

Non vi sembra che la società di oggi sia più rancorosa, più risentita, più rabbiosa ? A me si. Un sentimento quasi collettivo che pervade i rapporti tra le persone ormai a tutti i livelli, sia professionale che personale. Una frustrazione violenta che si manifesta sia in una litigiosità che fa sempre più ricorso alla querela e alle denunce, ma che contemporaneamente si sfoga in modo più plateale ed evidente contro le classi dirigenti e politiche in modo particolare.

Mi sembra che ci sia veramente in atto una disintegrazione sociale, spinta da una paura data dalla perdita di identità e dei grandi o piccoli privilegi acquisti nel tempo, dalle mancate risposte soprattutto del mondo politico.

Anzi la maggior parte delle volte invece di risposte, una certa politica da voce ed amplifica questo risentimento, questa paura che, come per l'effetto di un sasso gettato nell'acqua, moltiplica i suoi "anelli" di trasmissione, complici anche i media che ormai, vivendo in una "società delle urla" fanno a gara a chi ha più "voce".

Spariscono i luoghi di aggregazione tradizionali, ci si sposta sempre di più, le informazioni sono sempre più veloci e globali, tutto è più rapido. Di fatto si perdono delle cose, si subisce una perdita che difficilmente si riesce più a colmare. Da qui comincia a crescere la frustrazione, la paura e quindi il rancore di chi si sente sradicato. E "chi è sradicato, sradica" come dice Aldo Bonomi (in un libro molto interessante dal titolo Il rancore, Ed.Feltrinelli).

Sostanzialmente Bonomi sostiene che il "luogo" della produzione non è più la fabbrica, ma il territorio e diventano perciò determinanti le "piattaforme" che sono l'intreccio di aree geografiche e specializzazioni produttive. E' essenziale intercettare i flussi: globalizzazione, finanza, de localizzazione, migrazione. Riuscirci o meno non dipende dalla singola azienda, ma dalle reti, cioè le infrastrutture sia materiali, strade, aeroporti, ferrovie, sia immateriali quali banche, servizi pubblici, scuola e università. L'impresa che funziona fa la "molla", parte dal territorio per entrare nei flussi per poi tornare , mentre non ha futuro chi fa la "trivella".
Un generatore di rancore sono le reti inadeguate che non riescono a soddisfare le richieste, provocando frustrazione e malessere, unitamente ad altre esigenze trascurate quali la qualità dei servizi sul territorio, una pubblica amministrazione meno invasiva e burocratica oltre al tentativo di modernizzare il paese, ad oggi incompiuto.

lunedì 14 aprile 2008

Il mondo senza cibo un disastro evitabile

Condivido e invito all'attenta lettura di queste considerazioni di Romano Prodi nella lettera pubblicata su Repubblica di domenica 13 aprile 2008
CARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l'umanità: la crisi alimentare. Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni. Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d'Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia. Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali. Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l'aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari. Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l'impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così.
I più recenti studi (come quelli dell'Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l'energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all'energia prodotta. Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico. Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti. Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso. Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla "seconda generazione" di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l'utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all'agricoltura. E' quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori. Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l'emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l'aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l'esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l'attuale crisi in tragedia mondiale. I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell'attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno. Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c'è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così. È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l'Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità.

martedì 8 aprile 2008

Rispetto e convivenza

" Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispetto dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto."
Papa Giovanni XXIII

lunedì 7 aprile 2008

La Tradizione del Lòm a Merz


La Romagna è una terra storicamente votata all’agricoltura, attività, come tutti sanno, soggetta alle avversità metereologiche. Per questo motivo la tradizione contadina del passato voleva che per scongiurare la malasorte venissero fatti dei riti propiziatori come i fuochi magici o, come si dice da queste parti, i Lòm a Merz (i lumi di marzo). L’accensione di falò propiziatori intendeva celebrare l’arrivo della primavera e invocare un’annata favorevole per il raccolto nei campi, ricacciando il freddo e il rigore dell’inverno. Il suo significato era quello di incoraggiare e salutare l’arrivo della bella stagione, bruciando i rami secchi e i resti delle potature. I fuochi volevano da una parte fungere da elemento purificatore, dall'altro evocare ed invocare il calore e la luce della primavera che stava arrivando portando con sé la rinascita della vegetazione e la promessa dei futuri raccolti. Era normale anche cantare strofe augurali come questa: "lom a merz, lom a merz, una spiga faza un berch; un berch, un barcarol, una spiga un quartarol; un berch, una barchetta, tri quatrèn una malètta" che, sostanzialmente, erano invocazioni tra il sacro e il profano per richiedere un abbondante raccolto di grano.

Era tipico per questa occasione radunarsi nelle aie per un evento che rappresentava, e non erano molti nella società del tempo, un momento di festa e di socializzazione. Si intonavano canti e si danzava, si mangiava (predominante la presenza di focacce dolci e ciambella, ma qualche volta veniva anche abbrustolito del pane e “spazzato” con aglio, l’olio era prezioso, o venivano fatte delle zuppe condite con i prodotti disponibili al momento), si beveva (molto) vino e, cosa più importante, era un momento di grande divertimento e di inizio di qualche amore. La tradizione di “fare lòm a merz” in questo modo si è protratta in Romagna fino alla fine degli anni ‘30, perdendo poi quasi definitivamente il suo carattere di festa dopo la guerra.
Sarà capitato a molti di passare nelle campagne romagnole fra la fine di febbraio ed i primi di marzo, al tramonto e vedere in lontananza dei falò che, nell’incedere delle tenebre assumono una valenza quasi da “fuochi magici” e per un po’ attraggono il nostro sguardo e la nostra mente.

In questo periodo assumeva particolare importanza la festa dedicata a San Giuseppe che si esprimeva in feste paesane e in gite con pranzi e merende nei boschi, sui prati, nelle pinete. II rito del mangiare all'aperto, a contatto con la terra e la natura, era considerato segno ed auspicio dell'arrivo della bella stagione. Fra i cibi sempre presenti in queste occasioni si possono ricordare i salumi, le uova sode, le insalate di campo (crespini, pimpinelle radicchi, valeriana) magari arricchita con i “soliti” bruciatini e accompagnato con quel bel pane bianco fatto nei forni delle case o con della focaccia, il tutto annaffiato con bottiglie di vino nero. Una particolarità di questa festa, forse poco nota ai più, consisteva nell’usanza, da parte delle ragazze “da marito”, di osservare la vigilia il giorno antecedente a quello di San Giuseppe e di invocarlo con una curiosa filastrocca: "San Jusef San Jusef fasì che a feza e pet"(Osservavano la vigilia perché diversamente San Giuseppe Pellegrino passando per le case col suo pialletto avrebbe tolto via ciò che loro desideravano tanto: l'abbondanza dei seni... come sono cambiate le cose, oggi forse non si farebbe più vigilia proprio per ottenere l’effetto opposto…).
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato sul Sabato Sera Bassa Romagna del 4 aprile 2008

mercoledì 2 aprile 2008

Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"

di GIOVANNI VALENTINI
GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.
Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.
Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".
Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".
Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".
In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".
Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito".
La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".
E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".
Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".
Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".
Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".
( 30 marzo 2008 )