lunedì 18 giugno 2012

Elogio della ragion politica


Qualche sera fa guardavo un dibattito politico in tv. O almeno, così era stato presentato. I contendenti stavano parlando da più di mezz’ora degli stipendi dei parlamentari. Cioè, di quanto guadagnavano, di quanto avevano dichiarato al Fisco; se era tanto, se era troppo, quanto avrebbero dovuto guadagnare, quanto avevano guadagnato altri. Guardavo molto annoiato. Non era la prima volta. E mi sono chiesto: ma la politica, ora, è questo? Cioè, più precisamente: ma cosa mi interessa sapere di un politico, quanto guadagna, oppure cosa fa di concreto in Parlamento o come sindaco di una città? Ero convinto — sono ancora convinto — che la politica riguardi di più, molto di più, la seconda questione.
Però, accanto alla politica concreta, come effetto collaterale non trascurabile, c’è la questione morale: come ci si comporta, quanto si guadagna, se si ha un conflitto d’interessi. In ogni carriera politica, questo aspetto è importante, bisogna porvi attenzione:ma soltanto in seconda battuta, quando si è apprezzata la concretezza del fare politica. Il moralismo potrebbe essere una formula matematica: la questione morale meno la politica reale. Se la questione morale prende il sopravvento su tutto, ecco che si diventa moralisti.
Perché si è arrivati a questo punto? Senz’altro, la prima risposta istintiva e anche sensata, è quella che diamo tutti: perché la politica in questi anni, i partiti e il sistema, è stata deludente, insufficiente e spesso corrotta.
Il dilemma a questo punto è: bisogna buttare via tutto quello che c’è?
La politica dovrebbe avere più omeno questa funzione in una società: ascoltare la gente, e riformulare in proposte, e poi in leggi, i desideri e le istanze. Perfino le insofferenze e gli sfoghi. Il rapporto degli italiani con la politica è da sempre profondamente emotivo, irrazionale. Si esprime rabbia, estremismo, si ha voglia che tutti vadano a zappare la terra. Se si chiede a un passante che cosa vorrebbe succedesse ai politici, spesso risponde: che vadano tutti in galera. O, se è particolarmente buono: che vadano tutti a casa.
Queste frasi raccontano la temperatura di un Paese. Poi ci sono altre richieste più o meno folli, poi altre più o meno sensate. Ma sempre un discorso politico fatto per strada ha un’emotività fortissima, una irrazionalità più o meno comprensibile. Che cosa fa allora di solito la politica, buona o cattiva che sia? Cerca di interpretare gli umori, soprattutto quelli emotivi e irrazionali, e incanalarli in una ragionevolezza, in una strategia. Da qui (certo, per semplificare) nascono i programmi politici, i progetti economici e culturali, la lotta all’evasione fiscale o l’organizzazione della società. La politica è — dovrebbe essere — la parte pacata e riflessiva del Paese, che però tende l’orecchio ai tumulti emotivi della sua gente. La democrazia consiste nell’incanalamento razionale dell’irrazionalità.
Non sta accadendo questo. Da molto tempo, ma in questi ultimi mesi in modo ancora più netto, visibile.
Se la democrazia è un canale razionale per le richieste anche irrazionali, il populismo consiste nel rinvigorire con intenzione quell’emotività, attraverso altra emotività. La democrazia consiste, per chi è addetto al fuoco, nel tenerlo a bada: cioè, tenere il fuoco sempre acceso ma basso, in modo che serva, ma non faccia danni; il populismo consiste nel soffiare di continuo su quel fuoco. Come si soffia sul fuoco? Si accusa il mondo politico di avere in dispregio la Costituzione e la democrazia, e poi si sostiene con disinvoltura che un presidente della Repubblica debba firmare o non firmare le leggi proposte a seconda di motivazioni politiche (e non può farlo); si dice con altrettanta disinvoltura che un presidente del Consiglio non è legittimato a governare se non si è sottoposto a una prova elettorale (ed è assolutamente legittimato). Queste affermazioni alimentano l’indignazione e la rabbia, perché lavorano sul desiderio di migliorare il mondo, programma vastissimo della gente perbene. Ma non usano il linguaggio della politica.
La politica è razionalità. L’irrazionalità allora si può definire, a ragione, antipolitica. Se uno come Beppe Grillo porta la gente in piazza per gridare vaffanculo a tutti, se urla che destra e sinistra sono uguali e che tutti devono andare a casa e il presidente della Repubblica con loro, non si può dire che lavori sulla razionalità, ma decisamente sulla emotività. E trova terreno fertile. È come se la nazionale di calcio avesse come commissario tecnico uno più facinoroso di quelli che discutono al bar. Il risultato sarebbe che finalmente vedremmo quella squadra che si vagheggia nelle discussioni tra avventori, con quattro punte e tre fantasisti. E forse ci divertiremmo anche un po’. Ma dubito che funzionerebbe.
E allora, l’antipolitica è da considerare la rivoluzione che sta arrivando? In poche parole, l’atmosfera dentro la quale siamo porterà a qualcosa di buono? Grillo e il Movimento 5 stelle sono una novità assoluta?
È una questione importante e seria, la presenza di un nuovo movimento e i consensi che ha e che avrà. Ma arriva da più lontano. Grillo e il suo metodo emotivo non sono una novità. In più, l’antipolitica ha una funzione distruttiva e non costruttiva, e infatti appena ha a che fare con la questione della governabilità, il concetto di pulizia assoluta diventa molto problematico da mettere in atto.
Quando è cominciato tutto questo? Lasciamo perdere «l’Uomo Qualunque», restiamo agli ultimi anni. C’è una linea politica emotivamolto forte che ha attraversato il Paese, dagli ultimi anni della prima Repubblica (che ha contribuito a distruggere, appunto, ma non è stata capace di ricostruire). Comincia con la comparsa di Umberto Bossi e della sua Lega. Il suo linguaggio estremo e sprezzante, antipolitico, appunto; che è riuscito addirittura a mantenere con perseveranza nella sua funzione di ministro. Prosegue con Silvio Berlusconi e lo sprezzo del Parlamento; ma è soprattutto la prima campagna elettorale, quella vincente del 1994, che lo propone come antipolitico per eccellenza: l’opposizione a quello che c’era, l’idea che basti non essere dei politici professionisti per portare cose buone. Infine, attraversa una sinistra minoritaria e urlante come quella di Antonio Di Pietro, che è un grande demolitore e un grande moralizzatore, attraversa anche i rottamatori all’interno del Partito democratico (rottamare vuol dire buttare il vecchio per accogliere il nuovo, ma in qualche modo la parola e le intenzioni sono tutte concentrate sulla voglia e la soddisfazione di buttare il vecchio, e basta) e arriva dritto dritto a Grillo, interprete definitivo e assoluto.
Però: può la politica diventare un oggetto soltanto emotivo e irrazionale? Se pensiamo al passato, vengono in mente Moro, Berlinguer, Craxi, La Malfa, Andreatta, Andreotti — cito in ordine sparso e non esaustivo, buoni e cattivi. Erano tutti lavoratori razionali che cercavano di interpretare gli umori — lo facevano bene o male, in favore del Paese o a proprio favore, ma non si poteva concepire la politica in altro modo.
L’avvento di Grillo sancisce definitivamente che la politica è diventata una formula emotiva esponenziale. Se la gente è insoddisfatta, può esprimere la sua irrazionalità ed emotività attraverso un movimento che accoglie e autorizza lo sfogo, lo rende attivo. Tutti quelli che sono arrabbiati hanno molte ragioni, ma gli arrabbiati devono avere rappresentanti politici meno arrabbiati che rappresentino le loro istanze. Adesso invece hanno rappresentanti politici più arrabbiati di loro. È questo il paradosso che alla fine ha cambiato e sta cambiando il linguaggio, la forma e il contenuto della politica.
Ad esempio, Grillo propone il metodo dei referendum a raffica: è un altro fraintendimento della democrazia; si dovrebbe ricorrere ai referendum soltanto per questioni epocali (il sistema proporzionale o maggioritario?), soprattutto etiche (l’aborto, il divorzio). Per il resto esiste il Parlamento (e con ciò si intende un Parlamento i cui rappresentanti siano votati direttamente dagli elettori; altro concetto elementare e fondante di una democrazia, che è stato tralasciato con disinvoltura). Ma in Italia ormai — e non solo per colpa dell’emotività della gente, sia chiaro — il Parlamento sembra essere il luogo della colpa assoluta, e due sono le cose che ci interessano: quanto guadagnano, e quando andranno tutti a casa (o, alcuni, in galera).
Tra la politica razionale e la politica emotiva (l’antipolitica), la seconda vince sempre. In Italia vince ancora più facilmente, considerato che la politica razionale è scarsa e senza grandi progetti. Eppure non c’è altromodo, per un Paese, che governare con raziocinio. E infatti mentre altri urlano in piazza, alcuni «tecnici» tentano (a volte bene, a volte male) di tenere a bada la crisi e tenere in vita lo Stato.
Cosa può fare la politica contro l’antipolitica? C’è una Costituzione, un sistema democratico che si definisce rappresentativo, e delle leggi. Da tutto ciò si può derogare? Cioè: il fatto che i rappresentanti politici non facciano funzionare bene, non sfruttino a dovere questo sistema, rende davvero distruggibile con disinvoltura il sistema? È questo il bivio davanti al quale si trova il Paese: lavorare per rinnovare e migliorare la vita politica all’interno della forma data, oppure seguire le demolizioni dell’antipolitica.
Bisogna considerare che rimane in Italia una larga fascia di elettori (ancora la maggioranza?) che alla politica razionale crede ancora. Crede ancora nel presidente della Repubblica, nella governabilità, nella democrazia rappresentativa e quindi crede ancora nella composizione diversificata del Parlamento. Sono anch’essi insoddisfatti, o delusi dell’andamento della politica di questi anni, ma non hanno smesso di credere in un miglioramento di fatto della vita politica italiana, e di conseguenza del Paese.
I partiti che aspirano a governare (di sinistra, di centro o di destra — saranno gli elettori a scegliere) non possono e non devono giocare la partita dell’emotività: non è nel loro dna, anzi in qualche modo costituirebbe un paradosso, la politica che si traveste da antipolitica. Un paradosso per nulla convincente e quindi perdente, oltretutto.
Quindi, devono scegliere l’unica strada alternativa possibile, quella del riformismo. Devono scegliere un punto preciso di posizionamento per essere messi a fuoco dall’elettorato italiano. Si posizionino in quel punto dimezzo tra il loro stesso fallimento e l’antipolitica. Chi ne ha il coraggio prenda su di sé la battaglia del grande cambiamento della forma e dei volti della politica italiana, a cominciare dalle proprie file e dai propri programmi. Ma allo stesso tempo — è questo il punto — sfidi Grillo con coraggio: prenda le distanze dal suo estremismo dialettico, dal suo qualunquismo politico. Lo sfidi con eleganza, ma con determinazione: si presenti al Paese come la forza razionale e costruttiva in opposizione all’onda emotiva che in questo momento Grillo rappresenta. Abbia il coraggio, un partito politico che voglia rappresentare gli italiani, di esprimere dissenso verso chi vuole destituire le fondamenta su cui questo Paese è stato costruito — fondamenta malate e piene di umido —, ma che vanno rivitalizzate e non abbattute. Combatta la battaglia della riforma elettorale, politica, istituzionale.
Sia chiaro: gli elettori potrebbero aver voglia di seguire (eseguire) la pulizia totale che chiede il Movimento 5 stelle. Oppure, chissà, potrebbero esprimere insofferenza giustificata per i modelli politici a cui hanno assistito in questi anni, ma poi fidarsi di uno spirito riformistico, se lo giudicanomoderato ma preciso, attivo, realmente propositivo; e con rappresentanti di chiaro valore. I partiti accolgano senza timore la sfida più affascinante dei prossimi mesi: la politica contro l’antipolitica — ognuno dalla sua parte (ovviamente). E chissà che il risultato non sia affatto scontato. Chissà che in questo Paese si possa tornare a fare politica — si possa continuare a fare politica — nel modo e con i mezzi che i grandi fondatori della Repubblica avevano, con intenzioni buone e concrete, immaginato per noi.

domenica 17 giugno 2012

Farinetti: "Solo la bellezza ci aiuterà a salvare l'Italia"


Ci salverà la bellezza, dice Oscar Farinetti e guarda davanti a sé, ma poiché a tavola siamo soltanto in due immagino si riferisca alla bellezza interiore. Giovedì apre Eataly a Roma, il diciannovesimo della serie, e il suo artefice è in vena di citazioni: «Rileggendo per la ventisettesima volta l’Idiota di Dostoevskij...»

Esagerato.«Io i libri li dimentico, così li rileggo di continuo. Ho ritrovato il passaggio in cui fa dire al Principe: “La bellezza salverà il mondo”. Io dico: la bellezza salverà l’Italia».
L’ottimismo è il sale della vita.«Tonino Guerra. Prima di convincerlo a fare pubblicità alle lavatrici di Unieuro mi mandò a stendere sei volte. “Ho detto di no a Fellini e Antonioni, pensa se dico di sì a te”. La settima tiro fuori il libretto degli assegni e scrivo “cento milioni”».
Di lire.«Sempre tanti lo stesso. Gli do l’assegno e lui comincia a dondolare. Poi lo piega e se lo infila nel taschino: aveva una camicia da montanaro, a quadri rossi e neri. “Mi concedo a te come una prostituta al suo cliente... Tuttavia mi piace la voglia che hai di infondere un po’ di poesia a questi prodotti di m... che vendi. Mettiamoci al lavoro».
E fu lo spot in cui decantava l’ottimismo all’amico Gianni.«Gianni esisteva davvero. Solo che era sordo».
E allora perché Tonino Guerra gli parlava al telefono?«È quel che mi chiedevo io. Ma Tonino: “È poesia, tu non puoi capire”».
Lei, Farinetti, capiva di conti. Per questo ha venduto Unieuro?«Ho capito che sarebbe arrivato il giorno in cui invece di vendere dieci oggetti elettronici per un totale di 10 milioni di lire, ne avrei venduto uno solo da 399 euro che li avrebbe compresi tutti, per di più col prezzo deciso da Apple e non da me. Aggiunga che ogni dieci anni io cambio mestiere».
E così Eataly.«Nel dopoguerra il 60% della spesa familiare andava in cibo. Ma oggi, su 750 miliardi di consumi, ne spendiamo appena 180 per mangiare: 120 in casa e 60 nei ristoranti. Il 25% dell’insieme. Spendiamo più per telefonare alla moglie e dirgli “cara butta la pasta” che per la pasta. Io avevo davanti a me un 75% da conquistare. Dovevo convincere le persone a spostare i loro soldi da vestiti e orologi al cibo».
Stiamo più attenti a quel che mettiamo sul corpo che a quel che ci mettiamo dentro?«La conoscenza del cibo è bassissima. Meno del 35% degli italiani sa la differenza fra grano tenero e grano duro, ma più del 60 sa cos’è l’Abs. Perché quelli che vendono auto spiegano cos’è l’Abs, mentre chi vende cibo non spiega nulla. Quando vedi una mela sul bancone, vicino ci trovi solo il prezzo. Ma esistono duecento tipi di mele. Eataly è nata per mettersi a parlare di mele. Così riesce a far sentire “figo” chi le mangia».
Eataly è roba da ricchi, dicono. La Ferrari dei supermercati.«Semmai la Smart, la 500. Un'utilitaria di lusso. Ho preso la fascia degli appassionati, che da me trovano a prezzi più bassi i cibi di nicchia che prima trovavano solo negli alimentari del centro. E poi mi sono portato a casa una marea di gente comune che ha capito che la differenza fra un piatto di pasta economica e una di qualità è di 10 centesimi appena».
Molti l’hanno copiata.«Hanno fatto bene. Copiare è intelligente, imitare è stupido. Un asino con le orecchie di un cavallo resta un asino e la cavalla non gliela dà. Ma può copiare l’eleganza del cavallo. Io sono un asino che copia. Per me il cavallo è il bazar di Istanbul. La prima volta ne sono uscito solo dopo tre giorni. Eataly è un misto fra il bazar di Istanbul e il salone del gusto di Carlin Petrini. Del bazar ha i profumi, l’armonia di un luogo dove puoi comprare, mangiare e parlare di cibo con dei competenti».
A New York i clienti vanno solo per mangiare.«Mica vero. Gli 80 milioni di fatturato sono divisi a metà: 40 di ristoranti e quaranta di supermercato».
Cibi italiani a Manhattan. Alla faccia del chilometro zero.«Io sono contro il chilometro zero, contro il federalismo e contro la meritocrazia».
Me li ripete uno alla volta?«Contro il chilometro zero: è giusto che un americano possa avere il parmigiano reggiano, il pesto ligure, il barolo piemontese. Sono contento di vendere grandi cose italiane e di comprare grandi cose straniere: le mie borse di cotone si fanno in Cina. Riduciamo i packaging inquinanti, ma senza la libera circolazione delle merci il mondo si ferma».
Contro il federalismo.«Fa rima con egoismo. Le esperienze di federalismo, penso al turismo, hanno prodotto disastri. Io sono per l’unità e le biodiversità. Nell’Eataly di Roma abbiamo fatto una installazione di arte contemporanea. Su un grande muro che introduce al ristorante Italia, 20 piatti di 20 regioni, abbiamo incastrato 20 pietre, una per ogni regione. E al centro abbiamo messo la bandiera italiana».
Contro la meritocrazia.«I più bravi e meritevoli li hanno assunti a Wall Street e guardi cos’hanno combinato... Tutti a riempirsi la bocca di meritocrazia, ma il 95% degli imprenditori lo è per puro culo. Perché lo era il loro padre».
Anche lei.«Certo. Se non avessi avuto mio padre avrei fatto l’operaio. Bisogna tenere in piedi lo Stato sociale, abolire le lobby, gli egoismi organizzati. Senza altruismo si muore».
Comunista.«Anche ventimila sindacalisti forse sono un po’ troppi. Per non parlare del nemico, la burocrazia. Va aggredita con una doppia task force. Una strategica, che semplifichi le norme e una tattica, di avvocati, che aiuti le vittime».
Uno dei suoi slogan è: onesto ma furbo.«Ogni Eataly è dedicato a un valore metafisico. Torino l’armonia, Genova il coraggio, New York il dubbio (il cartello all'ingresso recita: “il cliente NON ha sempre ragione e neanche noi”), Roma la bellezza. L’ho riempita di cartelli di Flaiano: “A Roma ogni mattina s’alza un fregno”».
Romantico.«Eataly di Roma è una Disneyworld della bellezza italiana. Metà del cibo venduto sarà prodotto lì, a vista. Ci saranno persino le “sfogline” che tirano la pasta a mano, solo che sono tutti maschi, qualcuno anche laureato. Vorrei arrivare a pagarli meglio dei direttori marketing. E poi ci sarà l’arte, con quattro opere autentiche di Modigliani, il sonoro saranno concerti di musica italiana, da Vivaldi a De Andrè. E la satira: cento vignette su politica e cibo, a partire dai comunisti che mangiano i bambini».
Si sta eccitando.«Chi entra lì dentro deve andare fuori di melone. Punto all’orgasmo. Se noi non godessimo nel fare l’amore e nel mangiare ci saremmo già estinti. Ma se fai l’amore addirittura con chi ami, allora l’orgasmo diventa subliminale. Se io li faccio innamorare di Eataly, avrò clienti fedeli per l'eternità».
Che problema c'è?«La metropolitana. Eataly dell’Ostiense è una meraviglia grazie agli 80 milioni che ho investito e all'architetto Carlo Piglione che l’ha costruita».
Non è un perito elettronico?«Talmente bravo che lo chiamiamo architetto. Un genio».
Ce l’aveva con la metropolitana.«I politici romani mi hanno sorpreso positivamente. Io, figlio di un comandante partigiano (“ricordati che un fasista è sempre un fasista” mi diceva), mi sono trovato bene con Alemanno e la Polverini. Non hanno fatto i burocrati. Le uniche difficoltà le ho avute da qualche tecnico che per pararsi il culo cercava di non farmi aprire. Gli ho spiegato che non tutte le scimmie sono diventate uomini».
Prego?«Per lo scatto evolutivo serve la coscienza. Serve capire che non puoi bloccare con un cavillo chi ti sta riqualificando un quartiere e dando lavoro a centinaia di persone. Ho assunto 557 giovani, tutti romani. Contratti a tre mesi poi si vede: dipende da come andranno gli affari. A New York siamo partiti in 350, ora siamo 810».
La metropolitana.«Il mio unico imbarazzo è quando penso che per arrivare nella nostra Disneyworld molti clienti prenderanno la metropolitana. Ha mai visto le fermate intorno all'Ostiense? Scale mobili rotte, mura imbrattate».
La bellezza salverà l'Italia.«Il nostro Paese fa 30 miliardi di esportazione agroalimentare. Sembra tanto, invece è una miseria. Anziché fare i poliziotti per stanare le imitazioni, andiamo in giro per il mondo a far innamorare i clienti dei nostri prodotti! Lo sa che a Roma ci sono 10 milioni e mezzo di turisti?».
Tanti.«Pochissimi. Parigi ne fa 26, Londra 33, Manhattan 47 e mezzo, senza Michelangelo. Con dei manager in gamba potremmo triplicare».
Ma la bellezza ci salverà o no?«Solo quella esportabile. Mi spiego. Il modello della società dei consumi funzionava così: i posti di lavoro garantivano un salario che veniva usato per comprare beni che a loro volta producevano posti di lavoro. Lo schema è saltato perché noi imprenditori, per salvarci dalle troppe tasse, negli ultimi vent’anni ci siamo ingegnati a ridurre i posti. In futuro ce ne saranno ancora meno, anche se riprendessimo a produrre molto».
Quindi la crescita non serve più a dare lavoro?«Noi ci salviamo solo se quadruplichiamo le esportazioni. L’ho detto l’altro giorno ai giovani imprenditori riuniti a Santa Margherita: non pensate all’Italia, pensate al mondo! Altrimenti il prossimo convegno lo fate a Lourdes... L’Italia è in declino da diciassette secoli, però ha avuto tre inversioni di tendenza: Rinascimento, Risorgimento, Miracolo Economico».
E lei sogna di ingranare la quarta?«Noi italiani siamo l’uno per cento del pianeta. Una pulce. Ma per una serie di circostanze siamo considerati i più “fighi”. Gli stranieri ci disistimano come senso civico, ma adorano la nostra qualità della vita. Quindi bisogna esportare bellezza: agroalimentare, moda e design, industria manifatturiera di precisione, arte e cultura».
Facile a dirsi.«Dobbiamo ritrovare la semplicità. Invece abbiamo creato i marchi Dop Igp, Igt, Doc, Docg. Ma un giapponese cosa ne capisce?».
Chi l’ha creati, scusi?«Il nemico. La burocrazia. Politici incompetenti creano burocrati onnipotenti. La burocrazia sta alla politica come il mistero alla religione».
Come la si cambia?«Cambiando classe dirigente. Nessuno può aggiustare ciò che ha rotto. Noi cambiamo l’allenatore di una squadra di calcio tre volte l’anno, ma i politici sono sempre gli stessi».
Mi è diventato grillino?«Ho altro per la testa. Nel 2014 compio 60 anni e ogni 10 anni...».
... cambia mestiere.«Applico lo statuto del Pd, ma senza deroghe. Ho tre figli che lavorano in Eataly, tutti più bravi di me. Ormai sono loro a dirigere la baracca, io faccio poesia».
E quindi nel 2014...«Mi invento un lavoro nuovo. Prima opzione: una catena di negozi che vendono domande. Li chiamerei: “Perché?” L’idea mi è venuta da una canzone di Gino Paoli».
Passiamo alla seconda.«Quella che mi arrapa di più. Un’azienda di consulenza gratuita salva-imprese. Tu stai con l’acqua alla gola e io e i miei esperti veniamo, studiamo la situazione e ti riportiamo a galla. Una forma di missionariato moderno. Mi vergogno a essere più ricco di don Ciotti».
Ci sarebbe la terza opzione, la politica. Cota non scade proprio nel 2014 da governatore del Piemonte?Farinetti sorride e si china a raccogliere un’etichetta scivolata da qualche scaffale di vini. Mi ricorda un giovanotto che, mentre passeggiavamo in piazza della Signoria, si era piegato a raccattare una cartaccia vagabonda e l’aveva infilata nel cestino. Un certo Matteo Renzi, suo ottimo amico.


Massimo Gramellini 

Moka, l'Italia che resiste all'assalto dell'ultracaffè

La tradizionale macchinetta è ancora la più usata nelle nostre case.

C’ è quella pensata per i fuochi a induzione, sempre più di moda, ci sono quelle speciali per il cappuccino, l’orzo e la crema di caffè.

Ci sono quelle elettriche, con la musica e di ultradesign (guardare, ma non toccare). Hanno molti nomi: Zera, Brikka, Dama, Twist, Zazà, Vulcano. Ma l’ultima, inventata dalla signora Patrizia Tringolo di Gravellona, imprenditrice, moglie di un artigiano dell’alluminio, deve essere ancora battezzata.
C’ è quella pensata per i fuochi a induzione, sempre più di moda, ci sono quelle speciali per il cappuccino, l’orzo e la crema di caffè.

Ci sono quelle elettriche, con la musica e di ultradesign (guardare, ma non toccare). Hanno molti nomi: Zera, Brikka, Dama, Twist, Zazà, Vulcano. Ma l’ultima, inventata dalla signora Patrizia Tringolo di Gravellona, imprenditrice, moglie di un artigiano dell’alluminio, deve essere ancora battezzata.

Già, perché le caffettiere, quasi cenerentole nella folla «glam» di macchinette per l’espresso casalingo, raccomandatissime da star come George Clooney per Nepresso o Julia Roberts (vista nello spot Lavazza), sono ancora molto amate (le usano il 67 per cento degli italiani) e si difendono dall’avanzata travolgente delle cialde che hanno conquistato il 3,4 per cento del mercato e continuano a crescere.

Delle invenzioni italiane, è la più italiana di tutte (non si offendano i Ferragamo che hanno brevettato il tacco a spillo) tanto da meritare, nella versione «cappucciniera», la copertina del volume «150 (anni di) invenzioni italiane» di Vittorio Marchis, Codice Edizioni.

Bialetti ha seminato 270 milioni di caffettiere in tutto il mondo e in ogni casa italiana ce ne sono almeno due. Non mancano le mutazioni genetiche: in laboratorio è nata Miss Moka Evolution, l’ibrido che va a cialde. Consumiamo 5,77 chili di caffè a testa, 37 a famiglia in un anno, tanti, anche se siamo solo al settimo posto, dopo le nazioni del nord Europa (Finlandia, Danimarca e Olanda).

Non ci svegliamo senza un caffè (succede al 57 per cento) e perché sia buono bisogna conoscere alcuni piccoli segreti: acqua povera di calcare, filtro riempito senza pressare la polvere, fuoco lento, coperchio alzato appena le prime gocce escono fuori, e guai a lasciare la moka sul fornello acceso. Eduardo De Filippo sosteneva, in «Questi fantasmi» che le donne non sanno fare il caffè.

Lui usava la «napoletana», ma forse non sapeva che ne bevono più degli uomini (1,7 tazze contro 1,5) e sono più curiose. Si innamorano delle forme, inseguono la caffettiera vista in un film.

La ricerca di quella che appare in una scena di «Immaturi» (acciaio/alluminio e ceramica bianca a righe gialle) quando Raoul Bova e Luisa Ranieri fanno colazione, è diventata un tormentone. In tempi come nostri, di nostalgica immersione nel vintage, di ritorno al passato, potremmo fare a meno di una moka?

Andrea Moretto, appassionato collezionista (è arrivato a quattrocento) ne ama particolarmente una degli Anni 60, «un piacere per la vista e per il gusto», e assicura che «una caffettiera in alluminio darà un risultato differente da una in acciaio o ceramica, rame, ottone nichelato o argento rodiato».

C’è l’approccio pragmatico-ecosostenibile: «In un espresso ci sono solo tre sorsi, sai che soddisfazione, mentre dalla caffettiera puoi riempire la tazzina almeno tre volte di fila. Ah, e ricordate: i fondi di caffè possono essere riciclati in una dozzina di modi», ricorda Mariella Dipaola su Uomoplanetario.org.

C’è l’approccio romanticotradizionale: «Il dolce gorgogliare del caffè che sale è la musica più bella, subito dopo Mozart», dic e Frances Mayes, autrice del vagabondaggio sentimentale di «Sotto il sole del Mediterraneo» (le macchinette non hanno un suono così poetico, non ancora).

Roselina Salemi su La Stampa

sabato 16 giugno 2012

Dobbiamo continuare a sfidare noi stessi

"La sfida è il cuore e il movente principale delle azioni umane. Se c'è un mare noi lo attraversiamo. Se c'è una malattia noi la debelliamo. Se c'è un torto, facciamo giustizia. Se c'è un record, noi lo battiamo. Se c'è una montagna, la scaliamo."

James Ullman

mercoledì 13 giugno 2012

I nuovi paradigmi del futuro per l'imprenditoria italiana




FRANCESCO MORACE


Sociologo, giornalista e autore di pubblicazioni tradotte in diverse lingue sul tema delle tendenze di consumo e del cambiamento sociale. Fondatore e presidente dell’Istituto di ricerca Future Concept Lab partecipa a convegni e seminari in tutto il mondo. Lavora con molte aziende italiane sull’eccellenza del made in Italy.

giovedì 7 giugno 2012

L'Emilia Romagna


L'Emilia Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per permettere agli uomini di costruire la Ferrari. Gli Emiliani-Romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari,una Maserati e una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco. Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Liga. Devono farti una siringa?loro ti tirano su un'azienda biomedicale. Devono fare 4 piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche. Sono come i giapponesi,non si fermano,non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti... Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali.


tratta da Il Resto del Carlino