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domenica 11 ottobre 2020

Imola, intervista all’assessore alle attività produttive Raffini



IMOLA. Per Pierangelo Raffini, imprenditore imolese di 59 anni, si tratta di riprendere il discorso che aveva cominciato in un altro ottobre, quello di 5 anni fa quando diventò assessore per la prima volta. Titolare di un’azienda di consulenza informatica, coordinatore del Circolo Einaudi e appassionato gourmet, è titolare di un nutrito pacchetto di deleghe che comprende attività produttive, centro storico e agricoltura.

Ci contava sul fatto di essere richiamato in prima linea come assessore o è stata una sorpresa?

«Io ricordo sempre che un lavoro ce l’ho già… Interpreto, a questo livello, la politica più come un servizio. Non posso però nascondere che mi faccia piacere la fiducia che mi è stata rinnovata in deleghe per le quali mi sento preparato. Io sono perito agrario e conosco l’agricoltura, ho una piccola impresa e conosco le problematiche, sono imolese e vivo la città che amo. Quindi mi fa piacere da un lato, ma mi sento anche investito di una grande responsabilità. Sarà che per indole non riesco a prendere le cose per gioco, anche quando faccio sport io gioco per vincere. Ora la città ci ha dato un’altra opportunità e noi dobbiamo dimostrare che siamo persone che vogliono il cambiamento».

Rientrando a Palazzo che situazione ha trovato rispetto a quella che aveva lasciato nel settore che ora le compete nuovamente come amministratore pubblico?

«Ho trovato le stesse cose e penso che dovrò riattivare quello che avevo fatto partire e stava dando già i primi frutti. Parlo del programma “manufacturing zone”. Era un progetto sperimentale partito a giungo 2016 e che sarebbe andato oltre il mio mandato ma è scaduto nel 2019. Aveva come obiettivo quello di rendere attrattivo il territorio per l’insediamento di nuove imprese con una serie di facilitazioni legate a sgravi della Tari, collegamenti internet, alle tempistiche delle pratiche burocratiche, per le quali avevamo fissato un massimo di attesa di 60 giorni. Un esempio fu il lavoro fatto con la Teapak, durante la costruzione dello stabilimento si trovarono i resti di un insediamento romano rurale. Mentre la Soprintendenza svolgeva il suo lavoro, io ho trattato 16 mesi con l’azienda che voleva andare via temendo di non riuscire a rispettare i tempi prefissati. L’azienda poi è rimasta sul territorio dove ha fatto un investimento da 35 milioni, il cronoprogramma è stato rispettato. A Imola abbiamo filiere molto importanti dalla meccanica, all’agroalimentare, al packaging che forniscono già grandi imprese in giro per il mondo e alcune potrebbero valutare di venire qui anche per ridurre l’impatto della logistica. C’era un patto fra associazioni impresa, sindacati e Comune per agevolare questi processi, avevamo individuato i sette motivi per venire a investire a Imola, e inoltre alle aziende veniva dato un tutor che li seguisse sia per la parte urbanistica che per lo sviluppo economico in tutte le pratiche. Io parto da un presupposto: il lavoro non cade dal cielo, ma lo dà l’impresa e io come Comune devo creare le condizioni perché l’impresa venga qui, e questo per favorire l’occupazione locale, con un occhio di riguardo a quella femminile. Altra gamba del progetto è l’innovazione, come strumento per attrarre start up e giovani che sul territorio vogliano sì lavorare ma anche vivere».

In questi due anni abbiamo visto avanzare molto il territorio di Castel San Pietro, sul fronte dell’espansione industriale. Può essere dipeso anche dal fatto che il sindaco di Castello abbia esercitato il giusto ruolo di relazione nelle sedi istituzionali metropolitane e regionali dove invece Imola mancava?

«Fausto Tinti è molto bravo e per non perdere imprese ha fatto il suo gioco. Anni fa era stata fatta anche una scelta a livello provinciale per consentire lo sviluppo di nuove aree industriali fra Castel San Pietro e Castel Guelfo. A Imola le aree vanno invece cercate fra quelle esistenti. Oggi ci sono molti capannoni vuoti e voglio essere io come Comune l’hub in grado di fare incontrare proprietari di immobili e aziende investitrici».

Esiste una mappatura di questi immobili vuoti?

«Nel mio passato mandato ho iniziato questo lavoro appoggiandomi alle associazioni e coinvolgendo tutti gli immobiliaristi di impresa per capire quali spazi ci fossero a disposizione e di quale pezzatura. Ora devo riprendere in mano tutto, e ho anche qualche idea in più per rinforzare questo lavoro».

Due capannoni dismessi da molti anni che balzano all’occhio: Cnh e vecchia 3elle. Idee e proposte?

«Sulla Cnh a suo tempo ci furono trattative, poi la vendita saltò. Oggi penso a quanti punti logistici, ad esempio di Amazon, siano stati aperti non lontano da noi e credo che quello sarebbe un posto d’oro per questo genere di attività, sono 110mila metri quadrati. Ricordo che all’epoca la proprietà trasferì i lavoratori favorendo gli stabilimenti di Termini Imerese per sue convenienze, e non perché il sito imolese non fosse produttivo. Quindi in un certo senso quella proprietà è in debito verso la città, anche se nessuno glielo ha mai ricordato, e il discorso su quell’area va assolutamente ripreso. La ex 3elle, ora di proprietà della Cti, è circa 50mila metri e ha tre sbocchi, ma non ci possono stare aziende agroalimentari per una questione di interramento dei cavi e quindi siamo più limitati. Occorre rendere appetibile per gli imprenditori il fatto di ristrutturare anziché costruire nuovi capannoni, in questo ci serve anche l’aiuto della Regione».

In questi giorni è esploso il caso Cefla, la seconda coop imolese che intenderebbe vendere un ramo d’azienda a una multinazionale straniera. Come lo sta affrontando la nuova giunta?

«Se la cessione come leggo sui giornali garantirebbe il mantenimento del lavoro a tutti, dico guardiamoci bene dentro. Se la cosa è diversa approfondiamo. Ma sulla questione devo documentarmi bene e non esprimo ora commenti. Ovviamente il Comune pone massima attenzione a queste situazioni, l’occupazione è un tema delicato specie in questo momento. Il mio primo atto da assessore sarà incontrare sindacati e tavolo delle imprese per parlare della riattivazione del progetto manufacturing zone, ma credo che parleremo anche di questa situazione».

Passiamo al centro storico. Oggi manca di più l’intervento pubblico o la voglia di fare impresa in questo contesto?

«Il centro non ha un problema ma ne ha una serie e quindi servono una serie di soluzioni, non una sola. Soffre di un passato che ha toccato tutti i centri storici delle città di queste dimensioni. Crisi data dalla minore disponibilità economica delle persone, poi i centri commerciali vicini, ma questo è oggi un tema superato perché anche i centri commerciali hanno problemi. Non si può pensare a far ritornare il passato, bisogna pensare a soluzioni nuove. Una è secondo potrebbe essere una serie continuativa di eventi, con più pubblicità e maggiore coinvolgimento degli esercizi e del commercio. Poi agire sul piano urbanistico: dare una sorta di linea preferenziale sulla burocrazia per il recupero di immobili in centro, per negozi e vetrine ma anche per ripopolare di residenti il centro storico. Il centro deve essere il cuore della città non la memoria, se si vuole che viva deve essere ripopolato di abitanti».

L’assessore all’urbanistica Zanelli dice che oggi ci sono strumenti nuovi per l’utilizzo temporaneo di edifici dismessi. Oppure avete in mente ad esempio una politica per le locazioni dei locali sfitti, che vada però oltre lo sgravio dell’Imu che evidentemente non basta?

«Ci sono annose questioni per cui ancora non si è trovata la quadratura, noi abbiamo cinque anni davanti e abbiamo molte idee. Tutti parlano dell’ex Macello o del Circoli, che per me potrebbe diventare ad esempio l’hotel che manca in centro a Imola. Bisogna mettersi al tavolo coi proprietari e trovare un accordo. Poi le attività che oggi operano non possono vivere solo per ripagare gli affitti. Perciò cercheremo di mettere mano al centro in maniera pesante».

lunedì 9 luglio 2018

Banche, ecco le sei professioni del prossimo futuro

Le grandi banche internazionali si stanno preparando per l’imminente rivoluzione tecnologica. Hsbc ad esempio ha messo nero su bianco quelle che, secondo i suoi vertici e i suoi consulenti, saranno le sei nuove professionalità necessarie nella finanza digitale. La mossa non stupisce. La banca inglese, che si è recentemente impegnata a investire 17 miliardi di sterline nell’innovazione digitale, sta reclutando oltre mille professionisti per funzioni legate alla tecnologia come user interface designer, digital product manager, ingegneri del software e altro. Mentre insomma la rivoluzione digitale procede, per le banche la caccia di talenti sarà sempre più competitiva con l’emergere di sempre nuove figure legate alla realtà virtuale, agli algoritmi predittivi e al conversational commerce.
«Molti dei ruoli e delle funzioni di domani oggi ci sono ancora sconosciuti», spiega Josh Bottomley, responsabile del digitale, del retail banking e del wealth management di Hsbc. «Una cosa è certa comunque: l’intelligenza artificiale non rimpiazzerà l’intelligenza umana. Saper combinare la migliore tecnologia con le capacità delle persone farà la differenza tra una buono e un’ottimo servizio al cliente». Per illustrare la portata del cambiamento in termini di funzioni e professionalità, Hsbc ha redatto un report delineando sei ruoli strategici per le banche del futuro. Eccoli:
1) Esperto in realtà virtuale: questo insieme di tecnologie dovrebbe assumere un ruolo particolarmente rilevante nelle banche del futuro, condizionando in profondità l’esperienza del cliente. Soluzioni di questo genere consentiranno infatti al consumatore di fruire dei servizi finanziari direttamente dal proprio smartphone o da altri più futuristici dispositivi utilizzando comandi vocali come in una filiale reale.
2) Esperto di intelligenza artificiale: l’impiego di algoritmi sempre più sofisticati a supporto dei processi decisionali sarà un tassello fondamentale degli istituti di credito. Tali algoritmi dovranno essere costantemente monitorati ed aggiornati sia per migliorare l’esperienza del cliente che per allinearsi alle richieste di carattere regolamentare.
3) Conversational Interface Designer: questo futuristico ruolo è sostanzialmente legato alla progettazione di quei dispositivi che, come i chatbots, consentiranno al cliente di restare costantemente in contatto con la propria banca attraverso canali vocali o di testo. In sostanza la mediazione della macchina consentirà di rendere più flessibile e specialistica la risposta della banca, individuando subito le necessità del cliente.
4) Consulente universale: il bancario di oggi diventerà qualcosa di piuttosto diverso, anche se la sua vocazione non sarà snaturata. Il professionista del credito dovrà essere in grado di servire il cliente attraverso i vari canali, dall’app allo sportello, mostrando così una buona padronanza della tecnologia nelle sue più recenti evoluzioni e una conoscenza approfondita dei prodotti e dei servizi.
5) Ingegnere dei processi digitali: i canali commerciali della banca dovranno essere monitorati costantemente sia per garantire l’efficienza di risposta che per mantenere alti standard di sicurezza per il cliente. L’analisi di questi flussi sarà appannaggio di figure specifiche in grado di diagnosticare rapidamente i problemi e mettere in campo soluzioni.
6) Gestore dei rapporti con i partner: la banca non sarà più un ecosistema chiuso in se stesso, ma dovrà costantemente dialogare con soggetti non bancari come le fintech o i grandi gruppi tecnologici. Per gestire e organizzare questi rapporti serviranno professionalità specifiche che conoscano le diverse anime del sistema finanziario e siano in grado di metterle in contatto proficuamente.

venerdì 25 maggio 2018

Innovazione nella produzione agroalimentare

Ieri ho visitato la linea innovativa 4.0 per l'insaccaggio dei salumi gestita dalla società cooperativa Clai che è una eccellenza nazionale nel settore agro industriale della lavorazione di carni bovine e suine “100% made in Italy”, azienda che realizza oggi più di 300 milioni di euro di fatturato e ha alle sue dipendenze 470 persone.
CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi) è una Cooperativa agricola che opera nell’agroalimentare sia nel settore dei salumi che in quello delle carni fresche bovine e suine.
Nel mio mandato da assessore ho scommesso sulle nostre tipicità ed eccellenze collaborando, ad esempio, alla realizzazione della XXVI Mostra nazionale dei Bovini di razza romagnola.
Il mio impegno è sostenere tutto questo settore al fine di garantire la totale sicurezza degli alimenti, omogeneità del prodotto e permette un aumento della produzione per una impresa in crescita e rivolta #versoilfuturo

lunedì 31 luglio 2017

Quasi due anni di mandato


Qui racconto sul mio lavoro nei quasi due anni di mandato #assessorato #sviluppo #economico #agricoltura presso il #Comune di #Imola #lamiacittà #lavoro #futuro

sabato 22 agosto 2015

Siate stoici, vi servirà nella vita

Lo stoicismo, nato ad Atene come scuola filosofica, ma portata alla conoscenza dei più grazie all'imperatore Marco Aurelio che ne era un convinto seguace e ci ha lasciato uno scritto molto interessante che invito a leggere, senza fretta: Colloqui con se stesso.
Per cambiare atteggiamento o modo di vivere non occorre per forza cambiare lavoro, andare a vivere in un altro luogo o attendere eventi rivoluzionari. Il cambiamento si può attuare da subito e lo stoicismo aiuta in questo senso. Approfondendo questa filosofia si comprende che ci aiuta a capire che l'infelicità, le vicende negative, i dolori interiori, quello che oggi chiamiamo stress, non è frutto degli eventi esterni, bensì dei giudizi che diamo interiormente a questi eventi in base al valore che gli attribuiamo.
Perciò se vogliamo cambiare, il primo passo è imparare ad esercitare un vero controllo su noi stessi. Tutto ciò che è all'esterno di noi stessi può venire a mancare o esserci sottratto. Come possiamo fare affidamento per la nostra felicità e il nostro benessere futuro sui beni materiali o promesse che possono svanire da un giorno all'altro ? Paura e insicurezza nascono spesso da questo. Lo stoicismo ci guida a creare una felicità incrollabile nella nostra vita. L'unica cosa su cui possiamo realmente contare. Un messaggio molto importante e straordinariamente attuale anche in questi momenti di grande incertezza.
Marco Aurelio nonostante fosse allora l'uomo più potente della terra e con un potere illimitato, aveva compreso in modo profondo questa verità. Quanto la vera felicità e serenità risiedano in noi stessi. "La qualità della vita dipende da ciascuno di noi" amava ripetere, perché anche se non abbiamo la possibilità di controllare ciò che accade abbiamo però la piena autonomia e capacità di decidere come reagire agli eventi esterni. Indipendentemente dalle prove a cui siamo sottoposti: dolori, disonestà, ingiustizie, ingratitudini, gelosie; noi abbiamo la facoltà di scegliere la calma e l'imperturbabilità. 
Per lo stoicismo ciò non significa rinunciare all'azione anzi, nell'applicare questo atteggiamento saremo più efficaci nella reazione perché più lucidi e distanti. Lo stoicismo è un potente strumento che può aiutarci ad attuare un cambiamento fondamentale in noi. Non farsi più contagiare dagli eventi esterni conoscendo la natura delle persone e avere il controllo sulla misura in cui gli eventi esterni ci possono controllare, dona una grande soddisfazione e pace interiore.
Non essere più d'ostacolo a se stessi e sapere che nessun danno potrete ricevere da altri rafforza la propria autostima.

I primi 7 secondi sono fondamentali...

Nel lavoro, ma anche nel privato, quando vi presentate a una persona, questa nei primi 7 secondi si fa un'opinione su di voi. 
Se è quella sbagliata occorrerà molto tempo perché la modifichi.
Per questo motivo forse "l'abito non fa il monaco", ma lo aiuta parecchio. La prima impressione si basa quasi esclusivamente sul potere della comunicazione non verbale: abbigliamento, stretta di mano, sguardo, tono di voce, postura e cura del corpo sono fondamentali.
Scegliere l'abbigliamento adeguato aiuta sia nei colloqui di lavoro, ci sono testimonianze infinite su questo, sia per farsi accettare nell'ambiente dai colleghi o dai superiori oltre a migliorare le prestazioni. Una persona ben vestita naturalmente ispira più fiducia e non è da intendersi sempre giacca e cravatta per gli uomini o tailleur per le donne. 
L'abbigliamento è uno strumento di comunicazione efficace perché trasmette il modo in cui altre persone ci vedono, ma anche cosa pensiamo di noi stessi e cosa vogliamo esprimere. Si tratta di quella che viene chiamata "coscienza dell’abito" rappresentata dall'importanza simbolica che diamo ai nostri vestiti e sull'esperienza fisica di indossarli. 
Oggi grazie all’avvento degli outlet è possibile farsi un guardaroba discreto senza rovinarsi. Le donne sono più brave di solito e hanno maggiori opportunità di miscelare capi importanti con altri più abbordabili. Ricordate comunque che è la cura dei particolari a fare la differenza. Una certa ricerca per capire l'abbigliamento più giusto o che soddisfa maggiormente può essere un passatempo interessante. 
La cosa migliore è usare il buon senso e indossare sempre e solo abiti che fanno sentire a proprio agio. Dipende dalla professione che abbiamo intrapreso o intendiamo intraprendere.  Nei diversi ambienti ci sono sempre regole non scritte, ma che la maggioranza si aspetta che vengano rispettate. Si possono disattendere, ma generalmente chi lo fa se lo può permettere per ragioni differenti. Steve Jobs per esempio vestiva sempre in jeans e dolcevita nero (fatti però su misura appositamente per lui) per concentrarsi sulle cose che lui riteneva importanti. Ma era Jobs...
Non dimenticate infine che con il vostro abbigliamento non dovete sentirvi a mai disagio in qualsiasi situazione e che l'atteggiamento del corpo in un abito inadatto dice molto più di chi lo indossa di qualsiasi altra cosa.

martedì 16 dicembre 2014

La crisi alimenta il populismo. Per salvare l’Europa cambiare rotta su immigrazione e crescita

Enrico Letta e Papa Francesco«Papa Francesco ha parlato agli europei con amore. E l’amore o è autentico oppure è ipocrita. E per essere autentico l’amore non deve fingere e non deve sviare i problemi. E il Papa ha detto agli europei, a noi cittadini europei, la verità. A partire soprattutto dall’invecchiamento demografico e spirituale che attraversa l’Europa, che passa da “madre” a “nonna” e come tale non è più fertile. Il Continente europeo è un po’ “invecchiato” quindi “madre Europa” sembra diventata “nonna Europa”, aveva sottolineato Bergoglio. E non è solo un problema di età anagrafica. È soprattutto un problema di appagamento e di mancanza di Futuro. Sfide come quella dell’allargamento dell’Ue e come quella dell’immigrazione, citate dal Papa in positivo e non solo come limiti, sono quindi stimoli essenziali per un’Europa che abbia voglia ancora di guardare lontano». Enrico Letta, da sempre convinto europeista, commenta il recente viaggio-lampo (3 ore e 50 minuti) di Papa Francesco a Strasburgo nella Sede del Parlamento Europeo avvenuto lo scorso 25 novembre a 50 anni dalla proclamazione di san Benedetto patrono del Vecchio Continente. «La costruzione europea è stata fin dall’inizio profondamente marcata dall’impegno del pensiero cristiano. Sono stati tutti i leader cristiano democratici ad aver voluto l’Europa e ad averne accompagnato la crescita, affiancati in seguito da esponenti di altri pensieri e ideologie. Penso si possa tranquillamente dire che l’Unione Europea sia stata la più grande realizzazione storica che sia stata portata avanti dal pensiero cristiano democratico in politica» ricorda Letta, nato a Pisa nel 1966, sposato e padre di tre figli, una lunga esperienza in politica, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014.
Che cosa pensa del discorso di Papa Francesco a Strasburgo in particolare al punto in cui ha esortato che “l’Europa ruoti intorno alla sacralità della persona umana e non all’economia”?
«Il discorso di Papa Francesco è stato doppiamente significativo. Ha rappresentato una pietra angolare del pensiero lungo, in questo tempo cosi leggero e superficiale e allo stesso tempo ha dato indicazioni profonde anche sull’attualità. Non si è quindi limitato a un richiamo a valori di carattere generale. E su entrambi i registri, quello lungo e quello breve, è riuscito a lasciare il segno. Lo stesso richiamo alla centralità della persona al posto della centralità dell’economia è stato sviluppato nel discorso su entrambi i registri e lasciando sempre il segno».
Durante il viaggio pontificio più breve nel centro del Vecchio Continente e nel cuore delle istituzioni europee, il Papa ha toccato molti argomenti importanti tra i quali l’ambiente “questa nostra amata Terra che è la grande risorsa che Dio ci ha dato” e l’immigrazione. “Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero! Sui barconi che giungono quotidianamente sulle coste europee, ci sono uomini e donne che necessitano di accoglienza e di aiuto”. Un dramma che sembra non avere soluzione, cosa ne pensa?
«Il passaggio sull’immigrazione era senz’altro quello più atteso dati i precedenti del viaggio del Papa a Lampedusa. E le parole vibranti che Egli ha pronunciato non si sono limitate anche qui a un richiamo ai valori ma sono entrate nel profondo dei problemi sottostanti. In particolare il Papa ha espresso con forza la necessità di una ripresa di politiche a favore dello sviluppo dei paesi in difficoltà, politiche il cui ridimensionamento in questi anni di crisi ha reso ancora più incessante il flusso migratorio. Rimane che complessivamente l’Ue è deficitaria sul tema delle migrazioni. E il modo con il quale è stato trattato e giudicato l’impegno italiano di “Mare Nostrum” è un brutto segno di una generale sottovalutazione del fenomeno e di tutte le sue drammatiche ricadute. Tra l’altro proprio sulle insufficienze nella gestione del tema delle migrazioni prosperano i populismi che in vari paesi europei, a seguito della crescita della disoccupazione, rappresentano ormai la prima o la seconda forza politica nazionale. Se si continua a sottovalutare cosi il fenomeno, avremo presto i populisti al governo in molti importanti paesi europei. E non sarà un bene né per i cittadini europei né per i rifugiati e i migranti».
La decisione del primo Papa non europeo nella storia della Chiesa di accettare l’invito al Parlamento europeo di Strasburgo “prima di ogni altra visita individuale in uno Stato membro dell’Ue è in sé un segnale forte”, perché “Papa Francesco marca così il suo sostegno e il suo incoraggiamento al perseguimento del progetto di integrazione e di unità dell’Europa”, ha commentato il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, Presidente della conferenza episcopale tedesca e Presidente della Comece (Commissione delle conferenze episcopali della comunità europea). Che cosa ne pensa?
«Il cardinal Marx ha dato il giusto risalto storico a questo passaggio. Una tappa storica con il primo Papa non europeo che decide di spingersi cosi avanti a favore del processo di integrazione europeo, facendolo tra l’altro nella lingua di Alcide De Gasperi e di Altiero Spinelli cioè di quella tradizione nazionale che più di ogni altra ha lavorato per l’integrazione comunitaria. E questo è avvenuto proprio nel momento di maggior crisi dell’idea europea. Con un valore quindi ancora maggiore».
“L’Europa si è interessata di più della globalizzazione dell’economia e delle finanze che stanno diventando un idolo piuttosto che della globalizzazione della solidarietà. Se l’Europa non torna a essere per i popoli che la costituiscono un centro propulsore di solidarietà a tutti i livelli ha fallito il suo scopo”. Condivide la dichiarazione del Card. Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia?
«Purtroppo la centralità della finanza è stata il cuore della crisi che ancora ci portiamo dietro. Ed è una centralità che solo parzialmente ha trovato ridimensionamenti durante il tentativo europeo di uscire dalla crisi. Per questo ogni esortazione a superare questi limiti e a mettere al centro la persona e i suoi bisogni coglie nel segno. Se non si cambia direzione e non si ridà calore alla nostra società la crisi non verrà mai superata. Dalla crisi si esce solo con uno sforzo corale. Tutti insieme».
La crisi economica che stiamo attraversando ha fatto emergere quanto l’Ue sia una costruzione ancora fragile per il suo sostanziale debole assetto unitario, incapace di rispondere alle esigenze e alle aspettative dei cittadini europei. È questo malessere che favorisce la recrudescenza delle mai sopite tendenze populistiche ed euroscettiche?
«Il populismo è frutto soprattutto della disoccupazione e del drammatico aumento delle incertezze sul futuro del lavoro e del potere di acquisto delle famiglie. Queste incertezze rendono cosi insopportabili gli immigrati per tante parti delle nostre società. Mai queste dinamiche son state cosi improvvise e nei paesi nei quali piu duro è stato l’impatto sociale della crisi, maggiori sono i progressi dei movimenti populisti ed euroscettici. Non a caso la Germania, che non conosce la crisi, non è coinvolta da questi fenomeni. Bisogna quindi con politiche europee efficaci e lungimiranti far ripartire la crescita e battere la disoccupazione, altrimenti il populismo vincerà. Non ci sono altre scorciatoie possibili».
Intervista realizzata da Alessandra Stoppini per Sant’Alessandro (settimanale online della Diocesi di Bergamo), pubblicata il 13 dicembre 2014.

sabato 23 agosto 2014

Internet sarà in tutte le cose. E i robot salveranno i posti di lavoro

LA STAMPA – Gianluca Nicoletti – 22 agosto 2014

Gli esperti americani del Pew Research Center: da qui al 2025 la tecnologia porterà occupazione

Ancora c’è una fetta ampia di umanità che teme il progresso tecnologico; lo ritiene antitetico a non ben precisate «leggi di natura». È un pensiero diffuso che attraversa il ceto medio più come esorcismo al tempo che passa che come reale convincimento, è paradossale che chi oggi non vive che grazie alle tecnologie che attraversano ogni segmento della vita quotidiana, se chiamato a esprimersi sembra aver ereditato la diffidenza dei luddisti d’inizio 800, che se la prendevano con i telai meccanici temendo che avrebbero sottratto lavoro alle maestranze salariate.

Forse dovremo riflettere sul fatto che gli oggetti tecnologici che ci assistono ogni istante della nostra vita fanno parte integrante del nostro essere degli umani. Platone temeva che la scrittura uccidesse la facoltà degli uomini di ricordare. Se ci ricordiamo di Platone però è perché anche lui alla fine ha scritto. Esiste comprensibilmente un’istintiva diffidenza verso la tecnologia, è il timore innato di essere spodestati dalle nostre stesse creature, ma noi che per sentirci socialmente considerati temiamo come un cataclisma un’assenza di campo non possiamo allo stesso tempo immaginare un’incombente dittatura delle macchine, uniche mediatrici del nostro universo come profetizzava la cupa saga cinematografica di Matrix.

Le cose non stanno così, noi ci costruiamo macchine per vivere meglio, siamo dal pollice opponibile in poi, animali tecnologici e per questa ragione ci siamo evoluti.

Il Pew Research Center ha condotto un’indagine molto approfondita che dovrebbe rassicurarci sulle nostre paure verso un futuro popolato da nostri surrogati robotici. L’istituto americano che si occupa di sondaggi di opinione, analisi dei media e ricerca nel campo delle scienze sociali, ha interrogato un gruppo di ben 1.896 esperti di prim’ordine per cercare di anticipare quanto, da oggi al 2025, le tecnologie più avanzate come l’ intelligenza artificiale o la robotica saranno il cardine su cui si svilupperanno ampi segmenti della nostra vita quotidiana.

La prima grande preoccupazione della macchina ruba lavoro sembra solo parzialmente fugata: per la metà degli esperti le tecnologie sono state sempre storicamente creatrici di nuovi posti di lavoro, siamo noi umani che dobbiamo educare le nostre capacità all’upgrade tecnologico. L’altra metà degli esperti è più cauta e non sottovaluta la poca adeguatezza delle attuali strutture sociali e soprattutto delle istituzioni che si occupano dell’ educazione a creare le competenze necessarie per un futuro mercato del lavoro. Di sicuro va considerato che mentre l’impatto dell’automazione ha finora investito soprattutto il ceto operaio, nei tempi immediatamente prossimi riguarderà anche il lavoro dei colletti bianchi, che dovranno necessariamente misurarsi con robot e agenti digitali, e per questo acquisire competenze che erano abituati a delegare.

Il nostro quotidiano sarà comunque infarcito di tecnologia in misura superiore a quanto siamo abituati a tollerare in questo momento, ma in compenso questa occupazione sarà per noi meno visibile. Non penseremo più di dovere andare in Internet per fare o cercare qualcosa. Saremo sempre on line e ci guarderemo intorno, come se la rete oramai facesse parte del nostro spazio concretamente percepibile con i nostri sensi.

Per la stessa ragione la tecnologia sarà sempre meno considerata come una componente aliena del nostro corpo, ma è ipotizzabile che cominceremo a «incorporare» i componenti tecnologici che ci aiuteranno a vivere meglio, come oggi facciamo con una protesi acustica o un pacemaker. I dispositivi «wearable» (indossabili) probabilmente ci metteranno ancora tempo per essere capillarmente diffusi in ogni classe sociale, ma dovremo iniziare a fare seriamente i conti con quello che già chiamiamo «l’Internet delle cose». La nostra salute sarà costantemente monitorata, i nostri elettrodomestici ci indicheranno maniere più sane per gestire la nostra vita. È importante però non illudersi che la sbornia tecnologica corrisponderà alla catarsi dell’ umanità. Di tutto il paradiso descritto ci sarà sempre chi farà uso criminale e distorto. La privacy sarà un romantico ricordo del passato, ma di sicuro ancora una volta si salveranno quelli che non smetteranno mai di stare al passo con i tempi.

Gianluca Nicoletti


domenica 10 agosto 2014

Se la colpa del declino è di tutti noi

8 AGO, 2014 LA STAMPA - EDITORIALI

L’Italia è sperduta in un sogno domestico. «Piccolo è bello», aziendine che non esportano, le multinazionali «rubano», vanno all’estero, meglio boicottarle. La tecnologia non paga tasse «perché» crea ricchezze immateriali, siamo popolo di Bulloni e Cravatte, roba «concreta». I «diritti» sono «diritti» e includono i «nostri» tempi, lenta giustizia, lento Stato, scarsa scuola, zero produttività, scioperi selvaggi vedi caos valigie a Fiumicino d’agosto e umilianti certificati medici che fioccano per fermare l’Etihad che compra Alitalia, come se i guai della compagnia non avessero molti complici, politici, manager, sindacati. La meritocrazia va scoraggiata, «siamo tutti uguali», dall’asilo alla pensione precoce. L’economia globale non è «all’italiana», meglio Slow Economy, chilometro 0 nel lavoro e nella vita. Tasse altissime, ma chi le paga è uno straccione o un fesso no? I nostri padri e nonni, mezzo secolo fa, varavano Autostrada del Sole e Metropolitana di Milano. 
Oggi non vogliamo infrastrutture che, si sa, creano mazzette per corrotti e mafiosi, rovinando la natura. Nel caleidoscopico sogno, l’economia italiana è la peggiore in Europa, non cresce da 14 anni, i salari sono fermi dall’euro, il presidente Bce Draghi conferma che neppure Freud investirebbe un cent in un paese onirico. Alitalia era gioiello di stile, saltata Air France chi fa la guerra a Etihad spera forse di tornare alle uniformi chic delle Sorelle Fontana? I nostri marchi vanno così ai saldi uno dopo l’altro, lusso, industria, servizi. Di chi è la «colpa»? Online, talk show, giornali e bar niente dubbi, «Dei politici», come se non li eleggessimo noi, destra, sinistra, 5 Stelle. Se qualcuno tra lettrici e lettori ha voglia di ragionare da sveglio, dopo le ultime penose notizie sul Pil, la virtuale recessione e la conferma di Draghi che se non cambiamo e subito, investimenti non ne arriveranno più (altro che certificati medici romani…), il quadro cambia. Calderon de la Barca scriveva nel 1635 che «La vida es sueño», ma l’economia – purtroppo - no. La narrazione notturna che noi italiani facciamo a noi stessi parla di qualità della vita, solidarietà, famiglia, servizi pubblici gratuiti, imprenditoria, artigianato. 
La realtà parla di disoccupazione giovanile al 47%, al Sud 60-70%: quando un ragazzo arriva a 30 anni e non ha mai avuto responsabilità integrarlo in un laboratorio di innovazione non è difficile, è impossibile. Centinaia di migliaia di giovani non studiano né lavorano, abbiamo la colpa morale di perdere una generazione, i migliori, caparbi, a cercarsi la strada da soli, i peggiori, lividi nel risentimento online. Parlate con i nostri laureati che spillano birra nei bar di Londra, affettano pane nei bistrot di Parigi e svernano da travet a Monaco per capire. La verità è semplice e durissima: l’Italia tutta, dai vertici alle periferie, ricchi e poveri, classe dirigente e lavoratori, non funziona nell’economia globale, non crea lavoro e ricchezza, perde comunità e valori. Lo so, il terzo delle piccole imprese che esporta se la cava, ma i due terzi affondano. Lo so, ci sono casi brillanti di manager e marchi, grandi o piccoli, Luxottica, Cucinelli, Cantine Settesoli, ma da soli non cambiano la corrente. Il mantra è «riforme di struttura», agenda di innovazione, giustizia, scuola e laboratori, fisco, produttività, export, apertura delle professioni, mercato del lavoro, rilancio domanda (ieri su Repubblica Federico Fubini stila con acribia il da farsi). 
Ma perché, malgrado gli sforzi di Monti e Letta, Passera e Padoan, Renzi, Padoan e Del Rio, l’«agenda» non parte? Se per voi la colpa è solo «loro», non vi convincerò ma, finalmente, davanti al Pil negativo, Grecia e Spagna che faran meglio di noi e Fiumicino in rivolta agostana da 1976 di Aquila Selvaggia, è ora di dirsi che la colpa è «nostra». Dalla Tav a Messina, dai sindacati grandi e piccini, dalle Pmi alla grande industria, dagli imprenditori alle professioni, alle lobbies e la pubblica amministrazione, noi italiani siamo imputati. Siamo come la Nazionale azzurra in Brasile, vecchie glorie e coppe impolverate in bacheca, in campo risse, niente gioco, sconfitte. 
Se Matteo Renzi ha fatto qualcosa di positivo fin qui è stato provar a scuotere i cittadini dal torpore malinconico in cui sprofondano. In un suo classico saggio del 1959 – vigilia di boom economico e Dolce Vita - «La fine del mondo antico», lo storico Santo Mazzarino ammoniva: Roma comincia a declinare assai prima dei Barbari, quando classi dirigenti e intellettuali cadono nella depressione da «declino». Secoli prima che l’Impero crolli, la sua forza morale si esaurisce, perché il «declino» si nutre di se stesso. È questo il male peggiore del Paese nella dispeptica estate 2014, siamo rassegnati a declinare senza batterci e gli appelli del premier non bastano più. Nell’amarissima predica del Venerdì Santo 2005, il futuro Papa Ratzinger disse di temere perfino per la barca della Chiesa. Bergoglio cambia l’umore subito, con sorriso e speranza, «siate felici senza far proseliti, non siate di cattivo umore!» e vara riforme radicali. Se cambia così un’istituzione che ha 2000 anni ed è, davvero, «globale» perché non un Paese che vanta la terza economia dell’Unione Europea e la sesta manifattura del pianeta? 
Le riforme non richiedono né tecnici visionari come Lord Keynes, né politici mitici come F. D. Roosevelt: richiedono a noi cittadini di accettare il cambiamento con umiltà, consapevoli che non si vendono più automobili, cibo, servizi, artigianato, turismo, biglietti aerei, abbigliamento «all’italiana», ma competendo ad armi pari nel mondo. «Riforme» vuol dire prezzo da pagare a breve e vantaggio futuro: per volerle servono speranza, entusiasmo, consapevolezza che i figli valgono quanto i padri, coraggio morale. Solo se speranza e coraggio saranno risvegliati in noi, le riforme saranno attuate, il Pil ripartirà e i giovani lavoreranno: altrimenti la recessione, il «declino» se volete, non si fermerà, nella cacofonica, isterica, furbetta, guerra di opposte propagande.


venerdì 20 giugno 2014

Buone regole per la vita professione



Buone regole per la vita professione

Dedicare ogni giorno del tempo all’analisi e alla riflessione.

Ritirarsi ogni tanto “sulla montagna” per periodi di intensa meditazione.

Aprirsi al cambiamento: di se stessi e del mondo che ci circonda.

Sensibilità ed empatia nel cogliere le storie e gli avvenimenti, flessibilità nel presentare i propri temi essenziali.

Profonda dedizione al lavoro e alla causa con modestia a dispetto del ruolo.

Mantenere un coerente understatement al di là delle evoluzioni che la vita, e il benessere, ti possono portare.

Dare sempre importanza al duro lavoro e al senso di responsabilità.

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domenica 13 aprile 2014

Il capitalismo distrutto dalla finanza


Un Armageddon socioculturale: è lo scontro in corso tra finanza e società. Letteralmente, Armageddon è il luogo del conflitto finale fra bene e male, spesso evocato nella storia a fronte di guerre epocali. Oggi la storia ci mette di fronte a un contesto del genere. Il modello culturale che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni, con una finanza egemone, genera ormai soltanto problemi crescenti. La disuguaglianza, la povertà, il degrado morale, la conflittualità, l’individualismo e un livello di esasperazione sociale che sta pericolosamente salendo anche nel nostro Paese sono i frutti velenosi dell’albero di questo modello culturale. "Guardatevi dai falsi profeti, li riconoscerete dai loro frutti" si legge nel Vangelo.
Ebbene, i dati sulla disuguaglianza e le conseguenze sulla tenuta delle società sono la drammatica rappresentazione di questi frutti.
Le 85 persone più ricche al mondo detengono un patrimonio pari a quello di 3,5 miliardi di persone, ovvero la metà della popolazione del pianeta. Nei paesi di cultura anglosassone, considerati i più rappresentativi della democrazia, le disuguaglianze hanno spaccato la società. Negli Usa il reddito dell’1 per cento dei più ricchi è equivalente al 40 per cento del reddito nazionale e il trend sta crescendo: un americano su sei ha bisogno di un buono pasto, la povertà è tornata ai livelli del 1963.
Del resto, la crescita del Pil ha un’utilità negativa perché a parità di tassazione aumentano le disuguaglianze dando risorse superflue ai ricchi, sottraendole alla classe media che tiene in piedi il sistema. Nella Silicon Valley, punta di diamante degli Stati Uniti, si trova "The Jungle", il più grande accampamento dei senzatetto del paese. In questi giorni Barack Obama è stato a Roma per confrontarsi con Papa Francesco che si è fatto testimone della lotta alla povertà e alla disuguaglianza. Un incontro epocale il cui scopo doveva essere quello di stimolare anche negli Stati Uniti politiche di sostegno ai ceti meno abbienti.
Ma il divario fra ricchi e poveri è notevole anche in Gran Bretagna. Le cinque famiglie più abbienti hanno un patrimonio equivalente a quello del 20 per cento più povero del paese, eppure là si propongono meno tasse ai più ricchi e tagli al welfare. Anche noi, in Italia, siamo della stessa partita. La società si sta indebolendo e vive le stesse profonde contraddizioni. Secondo gli ultimi dati disponibili (relativi al 2012, forniti dal dipartimento delle Finanze), il 5 per cento dei redditi più alti dichiarati è pari al 22,7 per cento dei complessivi, e il 10 per cento delle famiglie possiede il 46,6 per cento della ricchezza.
Come non vedere nella supremazia della finanza la causa di questi squilibri sociali? L’affermarsi della finanza come verità accademicamente incontrovertibile e come scienza esatta si fonda su un’ipotesi falsa ma perseguita con lucida determinazione: ha accelerato i processi di concentrazione della ricchezza diventando uno strumento egemonico nelle politiche globali dei governi.
Così è diventata un sistema parassitario, una sorta di locusta dell’economia reale, la quale viene spolpata fino al collasso perché la moneta non genera moneta. Si è erosa la tenuta dei sistemi sociali e compromessa la realizzazione del bene comune, diventato secondario rispetto a quello individuale: chi decide, in finanza, non si pone il problema delle conseguenze delle sue scelte che possono distruggere aziende sane e mettere in difficoltà la tenuta di interi paesi.
La dinamica finanziaria ha continuato a dettare legge ma ha indebolito socialmente i paesi dove si è manifestata dominante (Usa e Gran Bretagna). In queste condizioni è difficile ergersi a paladini della giustizia. L’esito delle tensioni in Siria in modo non bellico ha dato evidenza di questa debolezza contrattuale e ha riportato la Russia di Vladimir Putin a un ruolo di protagonista nei giochi globali. Inoltre, il naturale avvicinamento tra Russia e Germania è nella storia (la grande Caterina era tedesca) e ha contribuito a evidenziare le difficoltà degli Usa nel mantenere una posizione di forza come la vicenda della Crimea ha dimostrato. La finanza dominante comincia dunque a scontrarsi con un modello culturale fondato sull’economia reale, a mettere in discussione il suo potere egemonico oltre che il modello sociale da essa generato.
Anche i recenti investimenti della finanza americana nel nostro Paese (fondo Blackrock), fatti con inusuale rapidità, non sembrano destinati a creare occupazione ma anzi ad avere un ruolo importante nelle politiche finanziarie del Paese. Ma occorre ricordare che la nostra storia si regge su una tradizione di economia reale e di capitale sociale, non di finanza. Quest’ultima non è nel nostro dna, su quel piano saremo sempre perdenti e dominati.
Il vero scontro si giocherà, insomma, nei prossimi anni, nella messa in discussione di un modello socioculturale incardinato su un capitalismo finanziario fine a se stesso che ha generato una crisi sociale e di valori conflittuali. Può essere sostenibile un modello sociale con disuguaglianze e disgregazioni sociali? Può l’economia essere sovraordinata alla società? Può l’economia reale essere un’ancella della finanza? La storia ci dice che non è possibile, ma ancora una volta siamo qui a riprovarci e a rischiare di trovarci davanti al caos, in una sorta di Armageddon, appunto. Saremo capaci di capirlo e di sostituire al "bellum omnium contra omnes" la collaborazione e il senso antico di "societas"? Questa è la vera sfida che ci aspetta.


sabato 5 aprile 2014

Sapete cos’è (e come si fa) “Personal Branding”?

Il più grande e più importante compromesso a cui tutti devono essere disposti a scendere è quello di raccontarsi ogni giorno con sincerità e con dettagli personali

Twitter, Facebook, LinkedIn non possono essere, e non lo sono per natura, delle piattaforme su cui sistemare delle informazioni che poi non si vanno più a controllare e ad aggiornare. Piuttosto devono essere il racconto quotidiano del vostro passato e del vostro presente, per avvicinarvi agli obiettivi che volete raggiungere nei prossimi mesi, come farvi invitare come relatori ad un appuntamento pubblico; o nei prossimi anni, come ad esempio cambiare lavoro. Per questo dovete essere disposti a parlare dei vostri piaceri, dare le vostre opinioni, taggare le vostre foto anche, di lavoro e private. Se volete fare “Personal Branding”, quindi, apritevi e mettete sotto ai riflettori il vostro lavoro, le vostre passioni, i vostri desideri, le vostre attività e poi mantenete una comunicazione costante con chi ha deciso di seguirvi: vi permetterà di raggiungere ancora più persone e avvicinarvi ai vostri traguardi.

Per il secondo appuntamento con la nostra “Formazione a Colazione”, all’interno del palinsesto il Tempo delle Donne dedicato ai cambiamenti che stanno caratterizzando le donne e l’Italia, e in collaborazione con ValoreD, il guru indiscusso che ci ha guidato alla scoperta del Personal Branding è stato Marco Massarotto, Co-fondatore e partner di Hagakure, una delle più importanti agenzie di comunicazione digitale italiane; ma sono state fondamentali anche le testimonianze di due professioniste come Francesca Parviero, Specialista di Social Media e Coach per il Personal Branding e Sabrina Lucini, E-Commerce Manager di IKEA Retail e consigliera di ValoreD. Marco Massarotto ci ha fatto capire subito l’importanza del tema con una slide significativa: i Social Media sono, senza dubbio, uno “stile di vita” che si svolge quasi tutto il tempo sul nostro cellulare ed è fatto proprio per tutte quelle persone che pensano di non avere tempo per usarli e si disperano perché non sanno come sfruttarli. La verità è che sono molto più accessibili di quanto non si pensi, non impegnano troppo tempo durante la giornata e anche con poco si possono raggiungere dei risultati soddisfacenti. Tutto facile? No, soprattutto se bisogna ancora prendere confidenza e se avete solo un profilo sui Social principali (attenzione: non essere sul web con una propria pagina non viene preso in considerazione). Non è tutto scontato neanche per chi li usa più spesso: il salto di qualità sta nell’imparare a usare i trucchi della rete per fare emergere i contenuti che scegliete voi.

Una lezione in dieci punti fondamentali che potete rileggere con calma a questo link. Se volete promuovere la vostra storia ma non ve la sentite di mantenere un dominio con il vostro nome e cognome, sappiate che questi, nome e cognome saranno le chiavi più importanti per farvi trovare dai motori di ricerca e farvi associare ai contenuti che preferite. Ogni Social media ha una caratteristica che lo distingue e che può valorizzarvi in modo diverso. La biografia di Twitter, ad esempio, è l’occasione per raccontare, in pochi caratteri e con un tono simpatico, la vostra vita.LinkedIn invece ha bisogno di essere compilato in ogni suo campo con precisione, con più dettagli aggiornati. Le immagini di Facebook, poi, sono da sfruttare per “mostrare” la vostra vita, sia che scegliate di mettere nella vostra copertina la foto del vostro gruppo di lavoro, sia con una breve gallery del vostro ultimo viaggio.

Siate sempre ordinati, archiviate articoli e link che raccogliete sul web e se non li conoscete, imparate il significato di termini come “tag”, “feed” e “bookmarking”: vi saranno molto utili. Se poi avete deciso di aprire un blog, sappiate che la generosità nel condividere la vostra “conoscenza” verrà riconosciuta solo se sarete in grado di offrire un contenuto diverso, originale. Se sarete più bravi degli altri riuscirete a guadagnarci anche soldi veri. Infine misuratevi, sempre: quanti sono i vostri contatti? Quanti di questi si sentono coinvolti da quello che scrivete e potenzialmente lo rilanceranno? Solo in questo modo potrete sapere se state andando nella direzione giusta o se dovete migliorare e ricordate che il web non dimentica perciò attenzione a gaffe ed errori che potrebbero tornare a galla in futuro.

Avete mai fatto “egosurfing”? Cioè avete cercato il vostro nome sui motori di ricerca? Probabilmente sì e avete fatto bene, come ha spiegato Francesca Parviero, anzi fatelo su browser diversi, per verificare quali informazioni vengono esaltate e quali invece rimangono nascoste. E ancora se quelle che volevate mantenere private sono rimaste tali. Controllare tutto è impossibile ma un buon margine per scegliere cosa condividere e con chi lo abbiamo tutti grazie ai filtri, alle liste e alle regole della privacy del vostro Social.«Mantenere dei profili attivi e aggiornati è come prepararsi alla prova costume: pensarci solo quando mancano due settimane alla spiaggia, quindi solo quando cercate lavoro, non vi porterà ad ottenere grandi risultati» ci dice Sabrina Lucini.

Non è un caso se i Social network si chiamano proprio “sociali”. Si basano su connessioni che possono darci la possibilità di avvicinare persone lontane da noi, fisicamente o per importanza, e hanno tutti i vantaggi di una vetrina sul mondo ma poi in cambio chiedono di essere curati e arricchiti con costanza. Se saremo fortunati, e bravi, capiterà anche a noi di trovare un’amica, oltre che collaboratrice, come a Francesca e Sabrina, che concludono confermando quanto Networking, tema del primo incontro di Formazione a Colazione, e Personal Branding siano legati tra loro. Insieme saranno in grado di dare una spinta alle giovani donne di domani? Lo potremo chiedere alla prossima ospite-formatrice Maria Cristina Bombelli, che ci aiuterà a capire come si progetta in modo intelligente il proprio futuro. Vi aspettiamo il 10 aprile.

Kibra Sebhat - La 27 ora - Corriere della Sera (http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-cose-e-come-si-fapersonal-branding/


domenica 16 marzo 2014

(C’era una volta) il #multitasking

C'è stata un'epoca in cui dire multitasking faceva figo. Andava di moda. Come il minimal negli anni '90, come la rucola sulla tagliata o come il pomodoro pachino agli aperitivi.

Le aziende cercavano candidati dai profili "multitasking", e potersi fregiare del suddetto aggettivo era per tali candidati (leggi: disoccupati), un indubitabile motivo di orgoglio.

In molti cv si parla di multitasking. Ma da dove deriva questo termine?

Risale agli anni Sessanta, quando veniva utilizzato per descrivere il computer. All’epoca, il multitasking riguardava compiti multipli che condividevano alternativamente una stessa risorsa (la CPU, il cervello del computer), ma con il tempo questa sfumatura si è persa e il significato è diventato quello di compiti multipli eseguiti simultaneamente da una risorsa (una persona). Inutile dire che è stato un cambiamento fuorviante, perché persino i computer processano una sola stringa di codice alla volta: quando sono in modalità multitasking alternano  velocemente un compito all’altro fino a portare a termine entrambi. Gli esseri umani effettivamente possono fare due o più cose insieme, per esempio camminare e parlare, ma come i computer non possiamo concentrarcisu due cose contemporaneamente. La nostra attenzione rimbalza da una cosa all’altra e questo provoca serie ripercussioni sia sulla nostra produttività che, quel che è peggio, sul nostro stato di salute psicofisica.

Ho scoperto tutto questo leggendo “Una cosa sola”, manuale scritto a quattro mani da Gary Keller e Jay Papasan (imprenditore nel settore immobiliare esperto di business l’uno e trainer/formatore/autore l’altro), uscito da meno di un mese per tre60 edizioni e che promette di insegnarci qualcosa di cui, ammettiamolo, tutti sentiamo un gran bisogno: definire le proprie priorità.

Stop al multitasking: "Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60) spiega come fissare le priorità.
"Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60), il manuale che spiega come fissare le priorità nel lavoro e nella vita.

Non capita anche a voi di aprire Twitter e andare in ansia per la quantità di informazione disparata che compare nel newsfeed?

Fino a non molti anni fa c'erano i quotidiani e c'erano i tg, al massimo la radio e i settimanali di approfondimento.

Oggi, le informazioni ci sommergono. Letteralmente: ci perseguitano.

E al contempo la capacità di approfondire, di concentrarsi e di selezionare diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla mole di informazione che invade le nostre giornate.

Io stessa prima ero una lettrice vorace, adesso accumulo libri sul comodino e dopo trenta pagine cambio. Ok, è vero che quando il proposito è leggere La Recherche di Proust ci si può anche sentire giustificati ad alzare bandiera bianca, ma il punto è un altro: siamo sempre più incapaci di concentrarci, nel lavoro come nella vita.

Prima, almeno il treno era uno spazio fuori dal tempo in cui riuscivo a leggere: adesso, questa terrificante incapacità di concentrarmi mi perseguita anche lì.

Dovrei provare a fare letture diverse, forse?

E' che non accetto la sconfitta, tutto qua.

Siamo sempre più connessi e più schizofrenici: e non dite di no, perché lo so che non sono la sola.

Abbiamo in mano tutto ma non possediamo niente, sappiamo un po' di tutto ma non approfondiamo niente, o comunque poco. L'agenda setting adesso la fanno i social network, non a caso Facebook sta per lanciare il suo progetto legato alle news, Paper.

La verità è che il multitasking è una grandissima bufala. Un po' come la laurea in scienze della comunicazione: una di quelle cose che hanno fatto moderatamente figo per un po', per poi diventare inutili o peggio obsolete.

Continuando come mosche impazzite a stare dietro a tutto, a voler sapere di tutto, a ostinarci ad infilare sempre più cose nelle nostre giornate sempre più piene, compilando e spuntando liste, riusciremo solo a rimanere incastrati come il criceto nella ruota, avvolgendoci su noi stessi e rincorrendo il tempo.

E' giunto il momento di fermarsi.

Sapete perché non abbiamo mai tempo per fare tutto?

Non perché il tempo sia poco, semplicemente perché siamo noi che vogliamo fare troppo.

Semplice, banale. Vero.

Solo recuperando l'essenziale potremo sperare di arrivare da qualche parte e di raggiungere una qualche soddisfazione, la nostra personalissima definizione di successo.

E con recuperare l'essenziale non intendo andare in ritiro spirituale, ma semplicemente fare quello che giorno dopo giorno ci è realmente utile, che ci fa stare bene, sentire realizzati e che ci fa fare un passo avanti nel nostro personale progresso.

Gary Keller e Jay Papasan ci danno qualche dritta al riguardo:

  1. Riducetevi: non dovete concentrarvi sulle cose da fare, bensì sull’essere produttivi. Fate in modo che quello che conta davvero guidi la vostra giornata.
  2. Siate estremi: una volta individuato quello che conta davvero, continuate a chiedervi che cosa importa di più, finchè vi resterà una cosa soltanto. Tale elemento prenderà il primo posto nella vostra lista del successo.
  3. Dite di no a qualunque altra cosa potreste fare finchè non avrete terminato il lavoro più importante.
  4. Non fatevi intrappolare dal gioco della spunta: non possiamo cadere vittima del principio che tutto va fatto. Non tutte le cose hanno la stessa importanza e il successo si basa sul fare ciò che conta di più.

 Silvia Novelli - Linkiesta ( http://www.linkiesta.it/blogs/nei-panni-di-una-rossa/c-era-una-volta-il-multitasking)