lunedì 12 gennaio 2015
Il buonismo che ci acceca
domenica 11 gennaio 2015
Vogliono uccidere la nostra anima
Gli autori dell’attacco al «Charlie Hebdo» non sono pazzi criminali, li muove un’ideologia politica. Più l’Occidente si autocensura, più diventeranno audaci
di Ayaan Hirsi Ali
Questo non è stato un attacco sferrato da uno squilibrato, da un lupo solitario. Non è stata un’aggressione per mano di delinquenti qualunque. Era stata programmata per fare più morti possibile, durante una riunione di redazione, con armi automatiche e un piano di fuga. Gli assassini volevano seminare il terrore, e ci sono riusciti. Ma di cosa ci sorprendiamo? Se c’è una lezione da imparare, è che tutto ciò che noi crediamo dell’Islam non ha alcun peso. Questo tipo di violenza, la jihad, rappresenta quello in cui credono gli islamisti. Il Corano è disseminato di appelli alla jihad violenta, ma non solo. In troppa parte dell’Islam, la jihad si è evoluta in un’ideologia moderna. La «bibbia» del jihadista del ventesimo secolo è «Il concetto coranico della guerra», scritto dal generale pakistano S.K. Malik.
Nella sua analisi l’anima umana - e non il campo di battaglia fisico - rappresenta il centro dove portare il conflitto. E il modo migliore di colpire l’anima è attraverso il terrore, «il punto in cui il mezzo e il fine si ricongiungono». Ogni volta che giustifichiamo la loro violenza in nome della religione, ci pieghiamo alle loro richieste. Nell’Islam, è un grave peccato rappresentare o denigrare il profeta Maometto. I musulmani sono liberi di crederci, ma perché devono imporlo ad altri? L’Islam, con i suoi 1.400 anni di storia e un miliardo e mezzo di fedeli, dovrebbe riuscire a tollerare qualche vignetta. L’Occidente deve costringere i musulmani, specie quelli della diaspora, a rispondere a questa domanda: che cosa è più offensivo per un credente, l’uccisione, la tortura, la schiavitù, la lotta armata e gli attacchi terroristici in nome di Maometto, o la produzione di disegni, film e libri che si fanno beffe degli estremisti e della loro visione di ciò che Maometto rappresenta?
Per rispondere a Malik, la nostra anima in Occidente crede nella libertà di coscienza e parola. Sono le libertà che formano l’anima della nostra civiltà. Ed è proprio in questo che gli islamisti ci hanno attaccato. Tutto dipende da come reagiremo. Se ci convinciamo di combattere contro un manipolo di pazzi criminali, non saremo in grado di fornire risposte. Dobbiamo riconoscere che gli islamisti di oggi sono motivati da un’ideologia politica, radicata nella dottrina fondante dell’Islam. Sarebbe un notevole cambiamento di rotta per l’Occidente, che troppo spesso ha reagito alla violenza jihadista con tentativi di conciliazione. Cerchiamo di blandire i capi di governo islamici che premono per costringerci a censurare stampa, università, libri di storia, programmi scolastici. Loro alzano la voce, e noi obbediamo. In cambio cosa otteniamo? I kalashnikov nel cuore di Parigi. Più ci sforziamo di attenuare, placare, conciliare, più ci autocensuriamo, più il nemico si fa audace ed esigente.
C’è una sola risposta a questo vergognoso attacco jihadista contro Charlie Hebdo : l’obbligo di media e leader occidentali, religiosi e laici, di proteggere i diritti elementari di libertà di espressione, che sia la satira o altro. L’Occidente non deve più inchinarsi, non deve più tacere. Dobbiamo inviare ai terroristi un messaggio univoco: la vostra violenza non riuscirà a distruggere la nostra anima.
Traduzione di Rita Baldassarre http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_09/vogliono-uccidere-nostra-anima-7e36261e-97ca-11e4-bb9d-b2ffcea2bbd2.shtml
venerdì 9 gennaio 2015
giovedì 8 gennaio 2015
La rabbia e l'orgoglio
Oggi è il quinto anniversario della morte di Oriana Fallaci, che dieci anni fa aveva pubblicato sul Corriere della Sera il suo testo più famoso: che effetto vi fa, oggi?
In questi giorni di anniversario dell’11 settembre 2001 stiamo rivivendo le successioni degli eventi di dieci anni fa: ieri era il giorno che George Bush andò a Ground Zero, oggi quello in cui annunciò all’America di prepararsi alla guerra. Si discuteva in tutto il mondo di quello che era successo e di quello che sarebbe successo: due settimane dopo, il 29 settembre, il Corriere della Sera pubblicò un lunghissimo articolo (fu impaginato in una sorta di inserto graficamente inedito per l’epoca) di Oriana Fallaci, celebre giornalista e inviata che non scriveva da molto tempo. L’articolo era letterariamente molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un dibattito intenso: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo a cui successero nuovi contributi e tentativi di imitazione diffusi. Per Fallaci fu un rientro sulla scena della discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena di un suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente. Oriana Fallaci morì il 15 settembre del 2006, cinque anni fa. Rileggere – o leggere per la prima volta – il suo articolo “La rabbia e l’orgoglio” (e la premessa scritta dal direttore del Corriere che allora era già Ferruccio De Bortoli), dopo dieci anni, è molto interessante.
Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’ altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’ una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: «Be angry. It’ s good to be angry, it’ s healthy. Siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano». E se a me fa bene io non lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà. Hai acceso un detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con la tua richiesta. Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l’ ho vissuta io, quest’ Apocalisse. Di fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò dunque da quella.
Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’ un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’ obiettivo, si getta sull’ obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’ audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’ aereo s’ è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’ aria. Sì, sembravano nuotare nell’ aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!
(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)
http://www.ilpost.it/2011/09/15/la-rabbia-e-lorgoglio/
venerdì 2 gennaio 2015
Testimoni del tempo. L’umanità ha bisogno di persone che...
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martedì 30 dicembre 2014
Made in Italy, 10 verità sulla competitività (che c'è)
Manteniamo quote di mercato, siamo ecosostenibil e diamo del filo da torcere alla Germania. Queste e altri 7 dati di fatto contro il declino sono state individuate da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Ucimu. Che rappresenta un settore di punta: la meccanica
Tra i soggetti che si dedicano con più tenacia a individuare le ragioni per essere ottimisti sull’Italia ci sono puntualmenteSymbola, Fondazione Edison e Unioncamere. Questa volta, nel Dossier 10 verità sulla competitività italiana che queste tre organizzazioni hanno realizzato per la Fondazione Ucimu, il focus è su uno dei nostri settori di punta: la meccanica.
Il rapporto parte da alcuni dati di sfondo molto incoraggianti. Solo 5 Paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi. E dal 2008 al 2013 abbiamo incrementato l’export del 16,5% facendo meglio di Germania (11,6%) e Francia (5,9%).
[Dieci buone notizie sul made in Italy che qualcuno dimentica]
Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: secondo l’Eurobarometro, entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job”, quasi quanto Germania e Francia insieme.
In questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy, con 53 miliardi di dollari di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, è appunto l’industria del machinery, terza nella graduatoria internazionale che misura il saldo della bilancia commerciale. Fanno meglio di noi solo la meccanica tedesca e giapponese e le nostre performance sono migliori rispetto a quelle cinese e sudcoreana. Tanto che su un totale di 496 prodotti, la meccanica italiana risulta essere prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 235 casi.
«L’Italia - spiegano infatti gli estensori del rapporto - è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».
Dove sta il coraggio di essere ottimisti In Italia, tutto il...
Dove sta il coraggio di essere ottimisti
In Italia, tutto il dibattito politico nazionale è condizionato dalla certezza che il passato era migliore del presente e sarà migliore del futuro.
Forse è vero, forse l’Italia è condannata al declino.
Ma prima di giungere a questa conclusione è utile tenere presente tre cose: la prima è che forse questo pessimismo è infondato e che il futuro potrebbe essere molto migliore del passato; la seconda è che la maggior parte degli abitanti del pianeta oggi se la passano meglio che in qualsiasi altro momento storico; la terza è che se altri Paesi sono riusciti a superare crisi croniche e a progredire a ritmo sostenuto, perché l’Italia non dovrebbe riuscire a fare altrettanto?
Cominciamo col ricordare che la percentuale di popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà è drasticamente diminuita: dal 63 per cento del 1950 al 35 per cento del 1980 e al 12 per cento del 1999; e continua a diminuire, nonostante la crisi. Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu, solo tra il 1990 e il 2010 la maggioranza dell’umanità è progredita al punto che ora è più sana, vive più a lungo, ha un livello di istruzione più alto e ha accesso a più beni e più servizi di tutte le generazioni precedenti. E sono anche diventati più numerosi gli abitanti del pianeta che hanno il potere di scegliere i propri leader e mandarli a casa quando perdono il consenso popolare.
L’obiezione ovvia a questa visione rosea del mondo è che il progresso non avanza allo stesso modo ovunque.
È vero: in Africa e nell’ex Unione Sovietica la povertà è diminuita meno che in altre zone del mondo. Altri indicatori sociali ed economici, però, sono migliorati ovunque: la mortalità infantile è diminuita e l’aspettativa di vita è cresciuta.
A metà degli anni Settanta, una persona viveva in media 72 anni nei Paesi sviluppati e 59 nei Paesi più poveri: ora nel primo gruppo siamo arrivati a 74 anni e nel secondo a 62,4.
Gli abitanti del pianeta che soffrono la fame (cioè che assumono meno di 2.200 calorie al giorno) sono diminuiti dal 56 per cento degli anni 60 a meno del 10 per cento oggi. Negli anni 50 la metà della popolazione mondiale non sapeva leggere e scrivere: oggi l’analfabetismo interessa il 19 per cento degli esseri umani, e continua a scendere. Tutto questo vale soprattutto per le donne: nel 1970 per ogni 100 uomini capaci di leggere e scrivere c’erano 59 donne, oggi sono 80.
Nelle aule scolastiche di tutto il mondo capita sempre più spesso che le bambine siano più numerose dei maschi, e il divario di istruzione fra i due sessi è ai livelli più bassi nella storia dell’umanità.
Nel 1960, il 25 per cento dei bambini in età scolare svolgeva un lavoro a tempo pieno: oggi i bambini lavoratori sono solo il 10 per cento. Il progresso è ancora più evidente se si prendono in considerazione altri indicatori: l’accesso all’energia elettrica e all’acqua potabile, ai telefoni, alla televisione, alla radio, alle automobili e ad altri beni materiali.
In generale, il numero di persone che dispongono di questi servizi e prodotti è aumentato enormemente negli ultimi trent’anni, e in alcuni casi questo aumento non è avvenuto solo in cifre assolute, ma anche in percentuale, nonostante il rapido incremento della popolazione.
Francis Heylighen e Jan Bernheim, due ricercatori belgi, hanno sviluppato un modello che incorpora un elevato numero di variabili: probabilità di morte per incidente, omicidio o guerra, libertà politiche ed economiche, difesa dei diritti umani, accesso all’informazione ecc.
L’analisi dei due ricercatori giunge alla conclusione che oltre a un progresso quantitativo su tutti i fronti ci sono anche dati che segnalano un incremento del coefficiente intellettuale medio della popolazione mondiale. Dal Brasile alla Turchia, dal Cile alla Cina, dal Camerun alla Colombia, le sorprese positive si susseguono.
Da Internet alla decodificazione del genoma umano, la scienza e la tecnologia aprono porte di cui non sospettavamo nemmeno l’esistenza. Il mondo progredisce. Ovviamente, questo brevissimo resoconto di quello che è successo nel mondo negli ultimi decenni ha un taglio deliberatamente positivo e ottimista.
Sussistono molti problemi gravi, e l’elenco lo conosciamo tutti.
Un’altra obiezione comune è che è più facile far uscire dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone che risolvere i problemi strutturali di un Paese avanzato, maturo e complesso come l’Italia. Non è necessariamente così.
Non c’è niente di più difficile che rompere le catene che imprigionano una famiglia in una situazione di povertà estrema. E non c’è motivo per supporre che i problemi del Cile o della Malaysia fossero più facili da risolvere dei problemi dell’Italia odierna.
So che è facile tacciare questa tesi di un’Italia in grado di trasformarsi in modo rapido e nella direzione giusta come una visione ingenua e semplicistica. Ma so anche che è ancora più ingenuo e semplicistico arrendersi all’idea che l’Italia sia condannata a non riuscirci.
E soprattutto, dovrebbe essere inaccettabile.
Moisés Naim
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mercoledì 24 dicembre 2014
martedì 16 dicembre 2014
La crisi alimenta il populismo. Per salvare l’Europa cambiare rotta su immigrazione e crescita
lunedì 8 dicembre 2014
venerdì 5 dicembre 2014
Prendere coscienza del proprio valore rafforza la propria...
Prendere coscienza del proprio valore rafforza la propria autostima.
Il “quanto” si vale non deve essere condizionato dalle opinioni dalle altre persone.
Uno vale perchè è convinto di questo.
Se si tiene in conto della stima degli altri per avere conferma del proprio valore, si affiderà sempre a terzi la convinzioni delle reali capacità che si anno.
Capisco che è confortevole e appagante.
Ma se si vuole essere felici nella vita occorre amarsi. E’ la strada per amare anche gli altri, senza essere dipendente da loro e dai loro giudizi.
Occorre prendere coscienza della propria importanza, del proprio valore, diventare sicuri di se stessi.
Si deve imparare a fare a meno dell’approvazione e del consenso degli altri a tutti i costi.
Bisogna cercare di essere se stessi perchè ognuno di noi è unico e non possiamo cercare di essere come ci vorrebbero gli altri.
E non preoccupatevi: il consenso arriva sempre quando siete consapevoli del vostro valore.
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martedì 25 novembre 2014
L’ALLEGRIA L’allegria dovrebbe caratterizzare la...
L’ALLEGRIA
L’allegria dovrebbe caratterizzare la nostra quotidianità.
Ridere ritempra, dà vitalità, distende i nervi, riduce la tensione, allontana il malumore, stimola la creatività e rende la vita molto più divertente. Infine giova enormemente ai rapporti umani, aiutando lo sviluppo di una certa empatia verso gli altri.
E’ importante saper ridere anche di sé stessi e a volte, dei propri errori.
Cosa non facile…
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sabato 22 novembre 2014
Persisterò fino al successo Ogni giorno vengo messo alla prova...
Persisterò fino al successo
Ogni giorno vengo messo alla prova dalla vita.
Se persisto, se continuo a provare, se continuo ad attaccare, avrò successo.
Io non sono nato per la sconfitta, né il fallimento scorre nelle mie vene. Non sono una pecora, io sono un leone e mi rifiuto di parlare, camminare e dormire con le pecore.
Non ascolterò chi piange e chi si compiange perché la loro è una malattia contagiosa. Il mattatoio dell’insuccesso non è il mio destino. Sfuggirò dalle persone invidiose e maldicenti. Rovinano lo spirito e ammorbano chiunque gli stia attorno.
I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi. Non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò fallire al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada delle mia vita. Non potrò sapere quanto è vicino se non svolterò l’angolo. Considererò lo sforzo di ogni giorno come un colpo della mia lama contro una quercia possente, colpo su colpo la quercia crollerà. Sarò simile alla goccia che rompe la roccia. Costruirò il mio tempio interiore ogni giorno, mattone dopo mattone, perché con piccoli sforzi ripetuti si porta a compimento qualsiasi impresa.
Non prenderò mai in considerazione la sconfitta e abolirò dal mio vocabolario parole e frasi come abbandonare, non posso, incapace, impossibile, fuori discussione, ineseguibile, improbabile, senza speranza, insuccesso, ritirata; perché queste sono le parole degli sciocchi.
Lavorerò sodo e sopporterò. Ignorerò gli ostacoli ai miei piedi e terrò gli occhi fissi alla meta. Ogni no mi porterà più vicino al suono del sì. Ogni difficoltà posta da altri mi fornirà l’energia per superarli. Ogni sfortuna di oggi reca in sé il seme della buona sorte di domani. Proverò, proverò, proverò ancora. Considererò ogni ostacolo come una semplice deviazione dalla meta e come una sfida alle mie capacità.
Non permetterò però che il successo di ieri mi culli nel compiacimento di oggi, poiché proprio questo è la base del fallimento.
Dimenticherò gli eventi del giorno passato, buoni o cattivi che fossero e saluterò il nuovo con la certezza che questo sarà il giorno più bello della mia vita.
Fino a che avrò respiro persisterò. Persisterò fino alla meta.
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domenica 9 novembre 2014
Le 7 regole della felicità
2. E' felice chi esercita la massima virtù civile, contribuendo con le sue capacità al benessere sociale. Felicità è innamorarsi della bellezza e impegnarsi a generare nuovi segni nel mondo (Platone, Repubblica e Simposio).
3. Felicità è rendersi perfettamente attivi, sviluppando le proprie capacità sotto la guida della parte razionale dell'anima (Aristotele).
4. Essere felici è respingere il dolore, vivere con pienezza il piacere della vita, senza sforzarsi di incrementare artificiosamente la gioia che la natura, i sensi e la coscienza offrono in modo spontaneo (Epicuro).
5. Felice è il saggio che dà forma ogni giorno alla sua esistenza con l'uso perfetto della ragione (Seneca).
6. E' felice chi ammette di non avere criteri assoluti di bene e male. Sospendere il giudizio libera dall'ansia e permette di accettare con buon senso fatti, emozioni e criteri comuni (Sesto Empirico).
7. Essere felici significa liberare la natura contemplativa dell'io interiore, lavorando profondamente su se stessi (Plotino).
Le regole sono state sintetizzate da Fulvia de Luise, autrice con Giuseppe Farinetti del libro in due volumi "I filosofi parlano di felicità" (Einaudi).
venerdì 7 novembre 2014
Di fronte ai problemi.
Di fronte ai problemi è molto importante pensare a se stessi come risolutori, non come vittime della vita o sfortunati.
Quando troviamo un ostacolo, indietreggiamo un attimo, studiamo una soluzione per superare la difficoltà o aggirarla. Ci sono sempre più opzioni, riflettere e cercarle è quello che fa la differenza.
Imparare a prevedere, per quanto possibile, i problemi, le situazioni negative è un altro elemento che porta sulla strada di un vita felice e piena.
Quante volte le nostre azioni ci fanno intuire o ci rendono consapevoli che potranno potranno portarci dei problemi, ma speriamo che ciò non avvenga aggrappandoci a una mera speranza che si rivela tale.
Prendere consapevolezza che le cose possono andare male è essenziale.
Questa è la vita.
Fatta di momenti felici e di tristezza.
Anche la tristezza è uno stato d’animo salutare se non “coltivata” nel tempo a giustificazione o cronicizzata fino a divenire depressione. Impariamo a parlare dei sentimenti negativi e dei nostri problemi, condividere un dolore lo dimezza nel nostro spirito, così come condividere una gioia la raddoppia in noi.
Anche le lacrime non devono spaventare. Sono anch’esse un dono di Dio e esprimono in inequivocabile il nostro sentimento.
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Godetevi il caffè
Un gruppo di ex studenti universitari andarono a trovare un loro vecchio Professore.
Presto si ritrovarono a parlare della vita e dello stress.
Il Professore volle offrir loro del caffè e andò in cucina, ritornando subito con molte tazze tutte diverse: alcune di porcellana, altre di vetro, altre di cristallo, alcune di aspetto molto semplice, altre che sembravano molto costose.
Quando ciascuno ebbe una tazza di caffè in mano, il Professore disse:
“Come avrete notato, tutte le tazze che sembravano belle e costose sono state prese per prime, lasciando per ultime le tazze semplici. E’ normale che ciascuno di voi cerchi di ottenere le cose migliori. Ma questa è anche la fonte del vostro stress.
Quello che volevate davvero era il caffè, non le tazze: ma tutti voi vi siete affrettati a prendere le tazze migliori e ciascuno guardava le tazze prese dagli altri!
La vita è il caffè; il lavoro, lo status sociale, è la tazza.
Sono solo oggetti che contengono il caffè”.
Non lasciate che le vostre “tazze” guidino le vostre scelte. Godetevi il caffè!
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sabato 11 ottobre 2014
Sulla felicità.
martedì 7 ottobre 2014
Lavoro e mercati, Usa fuori dal tunnel un rischio in più per Eurolandia
Questa dinamica centrifuga, che spinge l’America e l’eurozona in due direzioni opposte, è uno scenario gravido di conseguenze, perché a sua volta orienta i mercati, le scelte delle multinazionali, i grandi flussi di investimento e perfino le migrazioni di talenti. Risvolti positivi? La prolungata svalutazione dell’euro che dovrebbe estendersi all’orizzonte, possibilmente verso quota 1,20 e anche sotto. E la domanda di prodotti europei: quando cresce fra il 3% e il 4% annuo l’economia americana, l’effetto “vasi comunicanti” dell’economia globale riversa domanda aggiuntiva nel resto del mondo; va ricordato tuttavia che appena un decimo dell’export europeo va verso gli Usa mentre la quota preponderante è commercio infraeuropeo. Un altro effetto positivo sarebbe ben più consistente, ma assai problematico da ottenere: se il boom Usa sposta i rapporti di forze nel rapporto tra Angela Merkel e il partito della crescita (Hollande-Renzi), e apre spazi nuovi per una politica diversa della Bce.
La prima questione che si pone è se la divaricazione continuerà ad essere tale anche nelle politiche economiche. Fin qui America ed Europa hanno avuto due storie completamente diverse, perché così hanno voluto le loro classi dirigenti. Il fatto che la terapia anticrisi adottata negli Stati Uniti abbia avuto un successo evidente, mentre quella europea sia stata disastrosa, finora non ha avuto alcun impatto sulle classi dirigenti del Vecchio continente, almeno quelle che contano a Berlino e a Bruxelles. Si avvera il detto di John Maynard Keynes, secondo il quale uomini pratici e pragmatici come i leader di governo (e ai nostri tempi almeno una donna, Angela Merkel) «sono prigionieri delle ideologie di qualche economista defunto». Ideologie impermeabili ai fatti. Il manuale d’istruzioni per l’uso su come si esce dalla crisi, è scritto dalla storia di questi cinque anni: una recessione gravissima seguita da 60 mesi di crescita negli Stati Uniti; una recessione seguita da altre due ricadute nell’eurozona. La ricetta americana e` fatta di diversi fattori. Alcuni strutturali come il boom energetico e la demografia positiva; non per questo non replicabili: lo shale gas esiste anche in Europa e le politiche dell’immigrazione potrebbero seguire il modello Usa. Poi c’e` il volano della spesa pubblica che nel biennio 2009–2010 l’Amministrazione Obama usò portando il deficit/Pil oltre l’11%, praticamente il triplo dei parametri di Maastricht. Infine, e davvero determinante, la politica monetaria della Federal Reserve. Che fa scendere a zero i tassi d’interesse con quasi cinque anni d’anticipo sulla Bce, alla fine del 2008. Ma non si limita affatto a quello strumento. Il costo del denaro significa poco quando si è in una “trappola della liquidità”, senza dinamismo nei consumi, con gli investimenti paralizzati dalla sfiducia.
Intanto l’America è a una svolta, per la Fed si avvicina il momento in cui potrà proclamare vittoria e quindi cambiare politica: rialzare i tassi d’interesse, segnale di una ritrovata normalità. Il dollaro ha già iniziato la sua ascesa anticipando quel rialzo dei rendimenti. Con i tassi che saliranno in America dal 2015, i grandi flussi di capitali si dirigono dove c’é crescita. I cervelli in fuga, gli investimenti in ricerca, privilegiano più che mai gli Stati Uniti. Si aggiunge l’effetto moltiplicatore delle crisi geopolitiche. Dalla Siria all’Ucraina, tutti i focolai d’instabilità possono certo indebolire la leadership di Barack Obama, ma restano pur sempre “nel cortile di casa” degli europei, ben più esposti e vulnerabili. Il vero discrimine degli scenari futuri resta comunque il segno delle politiche economiche.
domenica 5 ottobre 2014
“L’Occidente si svegli ha il nemico in casa”
«Il pericolo è il diffondersi in una parte della immigrazione europea demograficamente esorbitante di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, che nasce nelle dottrine che arrivano dal vicino Oriente. È nel montare di un nuovo totalitarismo islamista che divide il mondo in credenti ed eretici, puri ed impuri, e nella paura degli intellettuali occidentali di definire le cose con il loro nome…». Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici della Shoah, è attento osservatore di quel versante atroce dell’umanità che sembra esser passato, sotto nuove vesti, dal secolo trascorso nel subbuglio del presente.
I partiti della destra xenofoba avanzano in Europa…
«Una frangia marginale della opinione pubblica europea ha simpatie naziste, ma è un fenomeno che viene esagerato. Il vero pericolo è la nascita di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, fisico: in gran parte legato alla congiunzione di una estrema destra antisionista come la vediamo in Francia e in Belgio, non necessariamente neonazista, e di un antisionismo molto violento di estrema sinistra non legato alla critica della politica di Israele, che è totalmente legittima, ma all’esistenza dello Stato di Israele, il che è molto diverso. Ma soprattutto c’è un terzo fattore: l’immigrazione arabo musulmana in Europa, di popolamento, estremamente numerosa, che ha completamente modificato il panorama demografico del continente».
Il cuore di tenebra dunque è nei Paesi arabi…
«In gran parte sì, nel senso che l’antigiudaismo ha assunto proporzione considerevoli dopo la nascita di Israele e soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni. Ma quando i media occidentali non prestano attenzione a ciò che si dice nei media arabi, nelle televisioni, nelle radio, a quanto si scrive sui giornali, ma insisto soprattutto sulle televisioni, si condannano a non comprendere quanto accade in Europa: perché tutto ciò è riportato in Europa attraverso le parabole. Quando l’integrazione fallisce per una certa parte di individui, soprattutto giovani, si ha una ripresa identitaria di un islam radicale e violento».
Che si spiega con ragioni economiche o sociali o affonda in una ideologia religiosa, penso al salafitismo sunnita …
«Non è il motivo principale, perché altre minoranze sono colpite dalla disoccupazione e non diventano violente. La causa economica serve come schermo per non vedere le cause più profonde, che sono due. In primo luogo un risentimento coloniale contro la Francia. Poi, l’antisemitismo nel Maghreb era molto potente ben prima dell’avvento di Israele. E vi è ancora un’altra dimensione ed è quella del Corano. Si trascura sempre di leggere il testo in arabo, lo si legge in francese o in italiano spesso in cattive traduzioni… Vi è nel Corano un antisemitismo e un anticristianesimo molto violento e per i musulmani praticanti il Corano è parola sacra, è la parola di Dio».
In Siria e in Iraq oggi, con la nascita del califfato, non stiamo assistendo alla nascita di un nuovo totalitarismo, che, dopo la razza e l’ideologia, ha trovato nella religione un pretesto per dividere il mondo in puri e impuri, da eliminare?
«Sì. Il totalitarismo nell’Unione Sovietica divideva il mondo tra i cattivi che avevano origini borghesi e i buoni che avevano origini proletarie; quello nazista tra la buona e la cattiva razza. Quello islamista divide tra i puri e gli impuri, tra i credenti e gli eretici. Perché parlo di totalitarismo? Perché l’islam è una religione totalitaria, inglobante che non distingue tra materiale e spirituale. E poi c’è il fattore demografico. Una delle forze del totalitarismo nazista è stata la demografia, la forte demografia tedesca nell’800 e nel ’900. Il numero gioca un ruolo chiave nella diffusione delle idee. E questo vale per l’islamismo di oggi».
Un pericolo maggiore che il terrorismo…
«Il pericolo maggiore non è il totalitarismo islamista, è l’incapacità degli intellettuali occidentali di vedere il pericolo per la paura di essere tacciati di islamofobia e di razzismo».
Che fare dunque?
«La prima cosa è definire le cose per quello che sono. Più si definiranno le cose e più facilmente si risolverà il problema. In occidente invece si ha paura delle parole, si è terrorizzati da alcune parole. Per esempio dire che una parte della gioventù dell’immigrazione musulmana in Europa costituisce un potenziale pericolo, non tutta certo, una piccola parte. Ma è il cavallo di Troia che è già tra di noi».
Tra i jihadisti del Califfato ci sono numerosi giovani «europei»… Il pericolo è tra noi?
«Sì, è là. Nelle tre decapitazioni degli ostaggi l’assassino parla con un accento londinese, sono musulmani nati in Inghilterra. E si sa che il responsabile della strage di Bruxelles è stato il carceriere per molti mesi di ostaggi francesi in Siria, che li ha picchiati. Vuol dire che oggi in Europa ci sono centinaia di assassini potenziali: il pericolo è tra noi».
L’attacco dell’islamismo non è per caso passato dal piano terroristico a quello militare?
«Sì, ma i combattenti del Califfo sono 30mila, un nulla dal punto di vista militare rispetto all’Occidente; li si può distruggere in una settimana. Non siamo allo scontro Stato contro Stato, siamo nel quadro di un conflitto asimmetrico: come nel 1939 non sono le armi che mancano, è la determinazione politica di usarne. Era il senso dell’impegno di Churchill quando disse: “Voi avete voluto evitare la guerra e ora avrete la guerra e in più la viltà”. Siamo nello stesso scenario di allora».




