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giovedì 20 agosto 2020
martedì 23 giugno 2015
Distruzione creativa
Uscire dagli schemi e innovare spiazzando gli altri Dalla tecnologia alla politica, chi la esalta e chi la teme.
Gli approcci Il dibattito in Europa e negli Stati Uniti, dove alimenta l'orgoglio nazionale.
Una delle battute più divertenti contenute nella sceneggiatura del film-biografia Steve Jobs (uscirà dopo l'estate, protagonista Michael Fassbender) è una profezia: nel 1998 il fondatore della Apple vede la figlia incollata a un Walkman e le consiglia di godersi il mangianastri portatile perché sta per essere spazzato via. Lisa Jobs non sa ? noi spettatori sì ? che papà Steve ha già in mente l'iPod, che uscirà tre anni dopo con dentro duemila canzoni in formato digitale contro le dieci o dodici del Walkman.
Jobs e la sua azienda sono l?esempio di quello che gli americani chiamano l'essere «disruptive», la capacità di innovare attraverso la distruzione creativa dell'esistente per creare nuovo valore. «Rottamare», diremmo in Italia (vedi la forza innovativa del primo Renzi e il disagio che creò al sistema politico). E nella nostra lingua c'è a partire dal vocabolo un?accezione spiacevole che nella versione inglese manca.La tecnologia continua a essere profondamente «disruptive»: suscitando grande orgoglio nazionale per gli americani (non è questione di soft power ma di fatturato: nella top ten delle aziende più capitalizzate ci sono Apple, fondata nel 1976, Microsoft, nata nel 1975, e Google, 1998). Quando internet era ancora acerbo e i cellulari telefonavano e basta, nel 1997, un economista americano somigliantissimo a Clark Kent prima di trasformarsi in Superman nella cabina telefonica (classico esempio di tecnologia rottamata da una novità «disruptive»), il professor Clayton M. Christensen della Harvard Business School, ha cominciato a analizzare il fenomeno dell'innovazione tecnologica.
Con una serie di libri diventati subito di riferimento ha formulato una teoria generale di quella che ha battezzato «disruptive innovation»: un prodotto o un servizio che inizialmente parte dal basso per crescere velocemente spiazzando la concorrenza che fino a poco prima aveva dominato (vedi box). L'esempio più banale è quello del personal computer: le potentissime aziende tecnologiche del primo dopoguerra avevano computer enormi, costosissimi, per pochissimi utenti istituzionali che garantivano margini molto alti e mercato chiuso. Si resero così vulnerabili all'innovazione di computer pensati per un pubblico più vasto e più «basso», personali, non più aziendali. Inventati in garage e prodotti da aziende più agili. Altro ovvio esempio: i piccoli cellulari che sconfiggono la telefonia fissa dei monopoli. E allora diventa un po' sterile chiedersi, come faceva ieri sul sito del New York Times il giornalista finanziario James B. Stewart nel suo blog, come mai l'innovazione dirompente che rottama lo status quo entusiasma gli americani e spaventa noi europei.
Perché Stewart ha chiesto lumi a Petra Moser, economista tedesca di Stanford, che ha parlato dei timori europei (fondati) d'essere rimasti indietro. «Stanno cercando di ricreare la Silicon Valley in posti come Monaco, finora con poco successo», per motivi culturali e istituzionali. Eppure, seguendo la «curva» di Christensen ? la rottamazione che parte dal basso e allarga la base di utenti di un prodotto esclusivo ? non si può non pensare ai punti deboli dei giganti che dominano in un dato momento storico. Non si può non pensare ai ragazzi «disruptive» di Wikileaks: hanno preso un «prodotto» esclusivo e con margini altissimi ? le informazioni riservate del Pentagono e della Cia ? e le hanno fornite con rapidità e convenienza a una base vastissima di utenti. Loro stanno a Berlino, Julian Assange in territorio ecuadoregno a Londra, Edward Snowden in Russia: dall'altra parte del mondo rispetto alla Silicon Valley e al suo business dominante (fino a quando ?) della rottamazione.
Persivale Matteo
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martedì 30 dicembre 2014
Made in Italy, 10 verità sulla competitività (che c'è)
Manteniamo quote di mercato, siamo ecosostenibil e diamo del filo da torcere alla Germania. Queste e altri 7 dati di fatto contro il declino sono state individuate da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Ucimu. Che rappresenta un settore di punta: la meccanica
Tra i soggetti che si dedicano con più tenacia a individuare le ragioni per essere ottimisti sull’Italia ci sono puntualmenteSymbola, Fondazione Edison e Unioncamere. Questa volta, nel Dossier 10 verità sulla competitività italiana che queste tre organizzazioni hanno realizzato per la Fondazione Ucimu, il focus è su uno dei nostri settori di punta: la meccanica.
Il rapporto parte da alcuni dati di sfondo molto incoraggianti. Solo 5 Paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi. E dal 2008 al 2013 abbiamo incrementato l’export del 16,5% facendo meglio di Germania (11,6%) e Francia (5,9%).
[Dieci buone notizie sul made in Italy che qualcuno dimentica]
Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: secondo l’Eurobarometro, entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job”, quasi quanto Germania e Francia insieme.
In questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy, con 53 miliardi di dollari di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, è appunto l’industria del machinery, terza nella graduatoria internazionale che misura il saldo della bilancia commerciale. Fanno meglio di noi solo la meccanica tedesca e giapponese e le nostre performance sono migliori rispetto a quelle cinese e sudcoreana. Tanto che su un totale di 496 prodotti, la meccanica italiana risulta essere prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 235 casi.
«L’Italia - spiegano infatti gli estensori del rapporto - è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».
Ecco quali sono le 10 VERITA' che dimostrano questo punto di vista:
[Verità 1] L’Italia è tra i Paesi che, nella globalizzazione, hanno conservato maggiori quote di mercato mondiale. Mantenendo, dopo l’irruzione della Cina e degli altri Brics, il 72,6% della quota di export mondiale di prodotti manifatturieri rispetto a quella che aveva nel 1999. Performance migliore di quelle di Francia (59,8%), Giappone (57,3%), Regno Unito (53,4%)(elaborazione su dati Wto).
[Verità 2] Il modello produttivo italiano è tra i più innovativi in campo ambientale. Per ogni milione di euro prodotto dalla nostra economia emettiamo in atmosfera 104 tonnellate di CO2, la Spagna 110, il Regno Unito 130, la Germania 143. Non solo, siamo campioni europei nell’industria del riciclo: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea, nel nostro Paese ne sono state recuperate 24,1 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i Paesi europei (in Germania ne sono state recuperate 22,4 milioni). Nulla da stupirsi dunque, se il sistema produttivo italiano è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: entro la fine del 2014 il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job, una quota superiore a quella media europea (39%) e ben al di sopra di quella del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%) (dati GreenItaly 2013).
[Verità 3] La zavorra del Pil italiano è il crollo della domanda interna. Dall’inizio della crisi mondiale al novembre 2013, il fatturato domestico manifatturiero italiano è crollato (-15,9%) diversamente da quanto accaduto in Francia e Germania (+4,6%, -0,3% rispettivamente). Il fatturato estero dell’Italia nel settore manifatturiero è invece cresciuto (+16,5%) risultando superiore a quello tedesco (+11,6%) e francese (5,9%) (dati Eurostat elaborati da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison).
[Verità 4] La crescita degli altri Paesi non è fatta di sola competitività ma anche di debito .Allo sviluppo delle altre economie ha contribuito un considerevole aumento del debito sia pubblico che privato. In Italia, viceversa, dal 1995, il debito aggregato (quello pubblico più quello delle aziende e delle famiglie) è cresciuto di una quota pari al 61% del Pil, valore inferiore a quello registrato in Spagna (141%), Regno Unito (93%), e Francia (81%) (dati Eurostat).
[Verità 5] Dagli anni ‘90 la “quota di mercato” dell’Italia nel debito pubblico totale dell’Eurozonaè costantemente calata. Non siamo il malato d’Europa: la responsabilità italiana nel debito pubblico complessivo dell’Eurozona si è ridotta in modo importante dagli anni ‘90 (28,7% nel 1995) a oggi (22,1% nel 2013) (dati Commissione Europea).
[Verità 6] L’Italia è uno dei soli cinque Paesi al mondo con surplus manifatturiero sopra i 100 mld di dollari. Con un surplus commerciale manifatturiero con l’estero di 131 mld $ nel 2013, si conferma il ruolo di punta del nostro Paese nell’industria mondiale. Lo stesso non si può dire di altre economie quali quella francese (-36 mld), del Regno Unito (-106 mld) e degli USA (-527 mld). (Dati Wto).
[Verità 7] L’industria italiana del machinery è campione di export. Con 53 miliardi di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, la meccanica italiana è terza nella graduatoria mondiale per saldo della bilancia commerciale, preceduta dai competitor tedeschi e giapponesi, ma davanti a cinesi e sud coreani (fonte: International Trade Centre, Unctad/Wto).
[Verità 8] L’Italia è il secondo Paese più competitivo al mondo nel machinery. L’industria italiana del machinery occupa i vertici delle graduatorie mondiali di settore. Nella classifica di competitività calcolata sulla base del Trade performance Index, elaborato dall’International Trade Centre dell’UNCTAD/WTO, l’industria italiana della meccanica risulta seconda solo a quella tedesca .
[Verità 9] L’Italia è leader mondiale nella metà dei prodotti del settore meccanico. L’Italia è il Paese con il saldo attivo più alto in 62 dei 496 prodotti che caratterizzano il settore meccanico nel commercio mondiale (indice Fortis-Corradini, Fondazione Edison). Se si estende l’analisi alle prime tre posizioni, l’industria italiana di settore risulta al top per ben 235 prodotti, circa la metà del totale (elaborazione su dati Istat, Eurostat e Un Comtrade).
[Verità 10] L’Italia è il primo competitor della Germania nel machinery. Le imprese italiane sono le principali concorrenti di quelle tedesche. L’Italia infatti vanta 179 prodotti “meccanici” aventi un surplus di bilancia commerciale più elevato di quello della Germania presa come benchmark: una performance migliore di quella realizzata da altri colossi mondiali quali Cina, Giappone e Usa. (Indice Fortis-Corradini calcolato su dati UN Comtrade).
giovedì 25 settembre 2014
LE TENDENZE DELL'ECONOMIA GLOBALE - RELATORE: ALBERTO FORCHIELLI
Le tendenze dell'economia globale - 1 ottobre 2014
Asia, Africa, Americhe, Europa, chi avanza e chi arretra, e l'Italia?
Renzi ed il suo governo: ce la possono fare?
…e come sono considerati nel mondo?
Relatore
Alberto Forchielli
CEO di Mandarin Capital e Presidente di Osservatorio Asia
Presiede
Pierangelo Raffini
Centro Studi Luigi Einaudi
segue dibattito e replica
Alberto Forchielli
Pier Giacomo Rinaldi Ceroni
Bruno Solaroli
Asia, Africa, Americhe, Europa, chi avanza e chi arretra, e l'Italia?
Renzi ed il suo governo: ce la possono fare?
…e come sono considerati nel mondo?
Relatore
Alberto Forchielli
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domenica 10 agosto 2014
Se la colpa del declino è di tutti noi
8 AGO, 2014 LA STAMPA - EDITORIALI
L’Italia è sperduta in un sogno domestico. «Piccolo è bello», aziendine che non esportano, le multinazionali «rubano», vanno all’estero, meglio boicottarle. La tecnologia non paga tasse «perché» crea ricchezze immateriali, siamo popolo di Bulloni e Cravatte, roba «concreta». I «diritti» sono «diritti» e includono i «nostri» tempi, lenta giustizia, lento Stato, scarsa scuola, zero produttività, scioperi selvaggi vedi caos valigie a Fiumicino d’agosto e umilianti certificati medici che fioccano per fermare l’Etihad che compra Alitalia, come se i guai della compagnia non avessero molti complici, politici, manager, sindacati. La meritocrazia va scoraggiata, «siamo tutti uguali», dall’asilo alla pensione precoce. L’economia globale non è «all’italiana», meglio Slow Economy, chilometro 0 nel lavoro e nella vita. Tasse altissime, ma chi le paga è uno straccione o un fesso no? I nostri padri e nonni, mezzo secolo fa, varavano Autostrada del Sole e Metropolitana di Milano.
Oggi non vogliamo infrastrutture che, si sa, creano mazzette per corrotti e mafiosi, rovinando la natura. Nel caleidoscopico sogno, l’economia italiana è la peggiore in Europa, non cresce da 14 anni, i salari sono fermi dall’euro, il presidente Bce Draghi conferma che neppure Freud investirebbe un cent in un paese onirico. Alitalia era gioiello di stile, saltata Air France chi fa la guerra a Etihad spera forse di tornare alle uniformi chic delle Sorelle Fontana? I nostri marchi vanno così ai saldi uno dopo l’altro, lusso, industria, servizi. Di chi è la «colpa»? Online, talk show, giornali e bar niente dubbi, «Dei politici», come se non li eleggessimo noi, destra, sinistra, 5 Stelle. Se qualcuno tra lettrici e lettori ha voglia di ragionare da sveglio, dopo le ultime penose notizie sul Pil, la virtuale recessione e la conferma di Draghi che se non cambiamo e subito, investimenti non ne arriveranno più (altro che certificati medici romani…), il quadro cambia. Calderon de la Barca scriveva nel 1635 che «La vida es sueño», ma l’economia – purtroppo - no. La narrazione notturna che noi italiani facciamo a noi stessi parla di qualità della vita, solidarietà, famiglia, servizi pubblici gratuiti, imprenditoria, artigianato.
La realtà parla di disoccupazione giovanile al 47%, al Sud 60-70%: quando un ragazzo arriva a 30 anni e non ha mai avuto responsabilità integrarlo in un laboratorio di innovazione non è difficile, è impossibile. Centinaia di migliaia di giovani non studiano né lavorano, abbiamo la colpa morale di perdere una generazione, i migliori, caparbi, a cercarsi la strada da soli, i peggiori, lividi nel risentimento online. Parlate con i nostri laureati che spillano birra nei bar di Londra, affettano pane nei bistrot di Parigi e svernano da travet a Monaco per capire. La verità è semplice e durissima: l’Italia tutta, dai vertici alle periferie, ricchi e poveri, classe dirigente e lavoratori, non funziona nell’economia globale, non crea lavoro e ricchezza, perde comunità e valori. Lo so, il terzo delle piccole imprese che esporta se la cava, ma i due terzi affondano. Lo so, ci sono casi brillanti di manager e marchi, grandi o piccoli, Luxottica, Cucinelli, Cantine Settesoli, ma da soli non cambiano la corrente. Il mantra è «riforme di struttura», agenda di innovazione, giustizia, scuola e laboratori, fisco, produttività, export, apertura delle professioni, mercato del lavoro, rilancio domanda (ieri su Repubblica Federico Fubini stila con acribia il da farsi).
Ma perché, malgrado gli sforzi di Monti e Letta, Passera e Padoan, Renzi, Padoan e Del Rio, l’«agenda» non parte? Se per voi la colpa è solo «loro», non vi convincerò ma, finalmente, davanti al Pil negativo, Grecia e Spagna che faran meglio di noi e Fiumicino in rivolta agostana da 1976 di Aquila Selvaggia, è ora di dirsi che la colpa è «nostra». Dalla Tav a Messina, dai sindacati grandi e piccini, dalle Pmi alla grande industria, dagli imprenditori alle professioni, alle lobbies e la pubblica amministrazione, noi italiani siamo imputati. Siamo come la Nazionale azzurra in Brasile, vecchie glorie e coppe impolverate in bacheca, in campo risse, niente gioco, sconfitte.
Se Matteo Renzi ha fatto qualcosa di positivo fin qui è stato provar a scuotere i cittadini dal torpore malinconico in cui sprofondano. In un suo classico saggio del 1959 – vigilia di boom economico e Dolce Vita - «La fine del mondo antico», lo storico Santo Mazzarino ammoniva: Roma comincia a declinare assai prima dei Barbari, quando classi dirigenti e intellettuali cadono nella depressione da «declino». Secoli prima che l’Impero crolli, la sua forza morale si esaurisce, perché il «declino» si nutre di se stesso. È questo il male peggiore del Paese nella dispeptica estate 2014, siamo rassegnati a declinare senza batterci e gli appelli del premier non bastano più. Nell’amarissima predica del Venerdì Santo 2005, il futuro Papa Ratzinger disse di temere perfino per la barca della Chiesa. Bergoglio cambia l’umore subito, con sorriso e speranza, «siate felici senza far proseliti, non siate di cattivo umore!» e vara riforme radicali. Se cambia così un’istituzione che ha 2000 anni ed è, davvero, «globale» perché non un Paese che vanta la terza economia dell’Unione Europea e la sesta manifattura del pianeta?
Le riforme non richiedono né tecnici visionari come Lord Keynes, né politici mitici come F. D. Roosevelt: richiedono a noi cittadini di accettare il cambiamento con umiltà, consapevoli che non si vendono più automobili, cibo, servizi, artigianato, turismo, biglietti aerei, abbigliamento «all’italiana», ma competendo ad armi pari nel mondo. «Riforme» vuol dire prezzo da pagare a breve e vantaggio futuro: per volerle servono speranza, entusiasmo, consapevolezza che i figli valgono quanto i padri, coraggio morale. Solo se speranza e coraggio saranno risvegliati in noi, le riforme saranno attuate, il Pil ripartirà e i giovani lavoreranno: altrimenti la recessione, il «declino» se volete, non si fermerà, nella cacofonica, isterica, furbetta, guerra di opposte propagande.
@riotta ( www.riotta.it ) - La Stampa Editoriali
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lunedì 2 giugno 2014
Cambiare tutto o scomparire: ecco 2 (+ 5) consigli per innovare nelle aziende
Innovare o scomparire. Altre opzioni, oggi, non ce ne sono. Ma la vera domanda è: soltanto le nuove aziende che nascono da zero, le startup, o anche le vecchie imprese, siano esse multinazionali o PMI, possono percorrere la strada dell’innovazione di prodotto o di servizio?
Se pensiamo al termine innovazione, lo colleghiamo ad aziende come Google, YouTube, Facebook, Apple, AirBnb. Potremmo anche aggiungere Booking, Expedia e gli altri operatori delle prenotazioni online oggi sotto osservazione delle autorità, il contestatissimo Uber, le aziende che si occupano di tecnologia e telecomunicazione e molte altre imprese in settori meno noti al grande pubblico.
Rispondere alla domanda posta sopra leggendo questi nomi farebbe dire che l’innovazione è delle startup, punto e basta. Ma personalmente non credo a una risposta di questo tipo, piuttosto ritengo fondamentale analizzare cos’è accaduto e cosa sta ancora accadendo in queste aziende, nelle quali individuo alcune caratteristiche comuni alla maggior parte di loro:
1 – l’età dei fondatori, quasi tutti under 30;
2 – la costante ricerca di nuove soluzioni innovative, ricerca e sviluppo quindi;
3 – il coinvolgimento di tutti i dipendenti nel fare innovazione;
4 – processi decisionali rapidi;
5 – processi organizzativi volti a semplificare, velocizzare, premiare chi si impegna e merita.
1 – l’età dei fondatori, quasi tutti under 30;
2 – la costante ricerca di nuove soluzioni innovative, ricerca e sviluppo quindi;
3 – il coinvolgimento di tutti i dipendenti nel fare innovazione;
4 – processi decisionali rapidi;
5 – processi organizzativi volti a semplificare, velocizzare, premiare chi si impegna e merita.
Ora, chi di voi lavora in una media o grande azienda, magari con una certa storia alle spalle, si domandi se all’interno della propria organizzazione queste cinque caratteristiche sono tutte rispettate. E, se così non fosse, si chieda se la strada del declino è inesorabilmente tracciata o se esistono invece possibilità di invertire la rotta. Credo che la maggior parte di voi converranno con me: cambiare è possibile. Anzi, devo dire che è #facilecambiare per rispettare lo spirito che mi contraddistingue.
Come si fa a innovare: giovane, ovunque, chiunque, ora, semplice
Quali, allora, i principi fondamentali per innovare?
Proviamo a trasformare le cinque caratteristiche delle startup in cinque metodi da applicare all’interno delle old companies.
Quali, allora, i principi fondamentali per innovare?
Proviamo a trasformare le cinque caratteristiche delle startup in cinque metodi da applicare all’interno delle old companies.
1 – Innovazione è giovane.
Non significa giovanilismo fine a se stesso, ma è fondamentale eliminare quelle sacche di resistenza che impediscono a chi è giovane di non poter dire la sua solo perché… è giovane, appunto. È una questione di cavatappi: va stappata quella bottiglia, anzi addirittura rotto quel collo di bottiglia, che impedisce a chi è portatore di creatività, determinazione e innovazione di esprimersi. Vanno fatti scorrere, all’interno delle aziende, fiumi di bollicine.
Non significa giovanilismo fine a se stesso, ma è fondamentale eliminare quelle sacche di resistenza che impediscono a chi è giovane di non poter dire la sua solo perché… è giovane, appunto. È una questione di cavatappi: va stappata quella bottiglia, anzi addirittura rotto quel collo di bottiglia, che impedisce a chi è portatore di creatività, determinazione e innovazione di esprimersi. Vanno fatti scorrere, all’interno delle aziende, fiumi di bollicine.
2 – Innovazione è ovunque.
Risulta prioritario innovare continuamente e su più fronti: se, per fare un esempio, un’azienda produce sedie, non dovrà innovare solo nei materiali e nelle forme, ma anche nella comunicazione, nella vendita, nella distribuzione. Non basta cioè innovare il proprio core business, ma, in proprio o con partner, è necessario innovare l’intero ciclo legato al proprio prodotto o servizio.
Risulta prioritario innovare continuamente e su più fronti: se, per fare un esempio, un’azienda produce sedie, non dovrà innovare solo nei materiali e nelle forme, ma anche nella comunicazione, nella vendita, nella distribuzione. Non basta cioè innovare il proprio core business, ma, in proprio o con partner, è necessario innovare l’intero ciclo legato al proprio prodotto o servizio.
3 – Innovazione è chiunque.
No ai team di ricerca e sviluppo chiusi in se stessi. Sì all’innovazione diffusa, somma delle idee di qualsiasi persona che lavora in azienda. Basta insomma con la divisione tra chi si occupa dell’esistente e chi del futuro, l’innovazione non può essere confinata a tempo indeterminato in un ufficio o affidata soltanto e sempre alle stesse persone.
No ai team di ricerca e sviluppo chiusi in se stessi. Sì all’innovazione diffusa, somma delle idee di qualsiasi persona che lavora in azienda. Basta insomma con la divisione tra chi si occupa dell’esistente e chi del futuro, l’innovazione non può essere confinata a tempo indeterminato in un ufficio o affidata soltanto e sempre alle stesse persone.
4 – Innovare è ora.
Non si può attendere, per colpa di risposte non date, processi lunghi o paura di decidere, perché l’innovazione va di corsa, ciò che è tale oggi non lo sarà più domani, altri arriveranno prima e in un mercato così liquido come quello di oggi essere i primi è fondamentale per diventare leader.
Non si può attendere, per colpa di risposte non date, processi lunghi o paura di decidere, perché l’innovazione va di corsa, ciò che è tale oggi non lo sarà più domani, altri arriveranno prima e in un mercato così liquido come quello di oggi essere i primi è fondamentale per diventare leader.
5 – Innovare è semplice.
Pensate al sistema burocratico italiano e misurate il livello di burocrazia all’interno delle vostre aziende: scoprirete che quando ce la prendiamo con lo Stato lo facciamo giustamente, ma le nostre imprese non sono poi così diverse. Tante, anzi troppe aziende, hanno una burocrazia interna pesantissima: serve quindi inserire procedure aziendali che sblocchino le decisioni e permettano di agire, non di compilare infiniti moduli e attendere risposte che spesso rimangono bloccate chissà dove.
Pensate al sistema burocratico italiano e misurate il livello di burocrazia all’interno delle vostre aziende: scoprirete che quando ce la prendiamo con lo Stato lo facciamo giustamente, ma le nostre imprese non sono poi così diverse. Tante, anzi troppe aziende, hanno una burocrazia interna pesantissima: serve quindi inserire procedure aziendali che sblocchino le decisioni e permettano di agire, non di compilare infiniti moduli e attendere risposte che spesso rimangono bloccate chissà dove.
Oltre la consulenza: lean startup e sharing innovation
A questi principi è opportuno aggiungerne un altro: l’innovazione non si compra, la si fa dentro le aziende stesse. Società di consulenza come Bain e McKinsey, attive da anni nel supportare le imprese nella loro opera di innovazione, oggi trovano molte concorrenti che miscelano consulenza e formazione, che applicano i principi del design thinking sul modello delle americane Ideo e Innosight, che attivano le risorse interne alle aziende per co-innovare.
A questi principi è opportuno aggiungerne un altro: l’innovazione non si compra, la si fa dentro le aziende stesse. Società di consulenza come Bain e McKinsey, attive da anni nel supportare le imprese nella loro opera di innovazione, oggi trovano molte concorrenti che miscelano consulenza e formazione, che applicano i principi del design thinking sul modello delle americane Ideo e Innosight, che attivano le risorse interne alle aziende per co-innovare.
Non è più il tempo, insomma, del dossierone da tre chili e mezzo che dice cosa fare, con i consulenti che a fine lavoro salutano e i dipendenti che si trovano a lavorare su un progetto che non è nato con loro. Piuttosto, si devono attivare nuovi modi di innovare, coinvolgendo chi poi dovrà mettere in atto quei processi e allargando la consulenza alla formazione, per far sì che le risorse aziendali abbiano gli strumenti per innovare. Si può quindi procedere su questa nuova strada, appoggiandosi all’esterno, ma contemporaneamente si devono anche internalizzare alcuni processi, sperimentando metodi nuovi.
Individuo due metodi che partono da presupposti differenti e che possono, anzi devono, viaggiare insieme. Il primo, lean startup, è utile principalmente per la risoluzione di problemi e il miglioramento del business esistente o l’affinamento di nuovi business, il secondo, sharing innovation, serve soprattutto per trovare nuove strada da percorrere.
Ritengo utile la creazione di organismi temporanei di questo tipo, con persone provenienti da diversi dipartimenti aziendali, obiettivi chiari e concrete autorizzazioni per procedere diretti verso l’obiettivo. Immaginatevi quindi che da domani, nella vostra azienda, potrebbe esserci questa cellula, che alcuni di voi potrebbero farne parte e che sarà autorizzata a non seguire nessuna noiosa procedura ma potrà concretamente e in tempi brevi affrontare un caso e applicare soluzioni pratiche, non fare solo lunghi power point di analisi: quanti vorrebbero farne parte? Quanti, tra gli esclusi, spererebbero di essere chiamati nella successiva cellula?
Le persone capaci sarebbero in grado di agire, cosa che spesso non accade specie nelle grandi aziende, quelle incompetenti verrebbero smascherate. Un meccanismo di questo tipo, attenzione però, non è punitivo, ma premiante: premia le persone che meritano e premia l’azienda che lo applica, perché favorisce la crescita del business e il miglioramento delle performance.
Quanto appena illustrato, però, non coinvolge tutti i dipendenti e, essendo a chiamata, con le persone scelte cioè direttamente dal CEO, rischia di non fare scoprire i talenti nascosti, che spesso sono presenti nelle aziende. Ecco perché è opportuno e utile procedere anche sulla strada della sharing innovation: questo metodo prevede l’utilizzo di tutti quegli strumenti digital che mettono in connessione le persone all’interno dell’azienda e facilitano la trasmissione di conoscenze e la partecipazione ai processi di innovazione. Si deve cioè favorire chi vuole innovare, promuovendo la partecipazione di ogni risorsa aziendale secondo metodi di co-progettazione e co-creazione. Di più, sostenendo in modo libero e premiante l’innovazione: se ogni dipendente avesse alcune ore settimanali, all’interno del proprio orario di lavoro, per sviluppare, da solo o in team, progetti di innovazione, cosa accadrebbe? Che alcuni lo considererebbero tempo libero per non far nulla, molti pensano. Di certo è vero, ma cosa dire di chi invece cercherà di migliorare il proprio processo lavorativo e il business aziendale, o di chi immaginerà nuovi prodotti e servizi?
Le idee, messe in circolo e migliorate grazie a fasi di condivisione, sessioni di gestione della creatività e metodologie partecipative, premieranno chi le avrà e le saprà portare avanti. E il bilancio sarà sempre a favore di chi si impegna e dell’azienda stessa, perché ancora una volta i migliori emergeranno e, grazie alla sharing innovation, potranno farlo anche se fino a quel momento nessuno si era accorto di loro.
Piccola raccomandazione conclusiva. L’innovazione, oggi, è un fiume in piena: possiamo decidere di guardare l’acqua che passa, oppure buttarci dentro e nuotare. Troppe old companies, troppe aziende grandi, medie e piccole, in Italia cercano di non farsi travolgere, costruiscono argini, cedono pezzi di terreno. Finiranno tutte spazzate via. Ma a loro, agli imprenditori e agli amministratori che le guidano, oggi viene offerta una straordinaria opportunità: liberare energie e iniziare a innovare in modo disruptive a partire dai metodi applicati. Davvero c’è chi si ostina a non provarci?
Milano, 30 maggio 2014
ALESSANDRO RIMASSA - Che Futuro - @Rimassasonoio
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