venerdì 5 giugno 2015
La fortuna ? E' una questione di allenamento
martedì 30 dicembre 2014
Made in Italy, 10 verità sulla competitività (che c'è)
Manteniamo quote di mercato, siamo ecosostenibil e diamo del filo da torcere alla Germania. Queste e altri 7 dati di fatto contro il declino sono state individuate da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Ucimu. Che rappresenta un settore di punta: la meccanica
Tra i soggetti che si dedicano con più tenacia a individuare le ragioni per essere ottimisti sull’Italia ci sono puntualmenteSymbola, Fondazione Edison e Unioncamere. Questa volta, nel Dossier 10 verità sulla competitività italiana che queste tre organizzazioni hanno realizzato per la Fondazione Ucimu, il focus è su uno dei nostri settori di punta: la meccanica.
Il rapporto parte da alcuni dati di sfondo molto incoraggianti. Solo 5 Paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi. E dal 2008 al 2013 abbiamo incrementato l’export del 16,5% facendo meglio di Germania (11,6%) e Francia (5,9%).
[Dieci buone notizie sul made in Italy che qualcuno dimentica]
Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: secondo l’Eurobarometro, entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job”, quasi quanto Germania e Francia insieme.
In questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy, con 53 miliardi di dollari di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, è appunto l’industria del machinery, terza nella graduatoria internazionale che misura il saldo della bilancia commerciale. Fanno meglio di noi solo la meccanica tedesca e giapponese e le nostre performance sono migliori rispetto a quelle cinese e sudcoreana. Tanto che su un totale di 496 prodotti, la meccanica italiana risulta essere prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 235 casi.
«L’Italia - spiegano infatti gli estensori del rapporto - è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».
domenica 10 agosto 2014
Se la colpa del declino è di tutti noi
domenica 13 aprile 2014
Sei un capo o un leader ?
“Un capo da la colpa, un leader corregge gli errori” scrive uno scrittore americano, R.H. Ewing. Quali sono i dieci fattori che distinguono un capo da un leader? Scopriamolo insieme con l’aiuto del sito americano di business Inc.com.
1. Un capo pensa di conoscere tutto. Un leader ha sempre voglia di imparare.
2. Un capo fa domande. Un leader cerca le soluzioni.
3. Un capo parla per primo e poi ascolta. Un leader ascolta prima e poi parla.
4. Un capo dirige. Un leader insegna.
5. Un capo critica. Un leader incoraggia.
6. Un capo individua le debolezze dei suoi dipendenti. Un leader ne scopre le qualità.
7. Un capo dice “io”. Un leader dice “noi”.
8. Un capo attribuisce le colpe. Un leader distribuisce le responsabilità.
9. Un capo nasconde le sue debolezze. Un leader le mostra.
10. Un capo pretende risultati. Un leader chiede impegno.
Insomma, ogni team ha un capo, ma poche hanno un leader. Che sa fare la differenza.
Redazione Millionaire.it (http://millionaire.it/sei-un-capo-o-un-leader/)
venerdì 11 aprile 2014
5 riflessioni sulla Leadership
martedì 8 aprile 2014
venerdì 28 febbraio 2014
Che cosa vuol dire Startup (e perché l'Italia ha le carte in regola per investire sul suo futuro)
Il termine è avanti per definizione: start up. Fa molto americano, ma dietro c’è un mondo nuovo che può contribuire a rilanciare il lavoro, l’occupazione e fare innovazione. Start up è anche un approccio culturaleche va alimentato, insegnato, spiegato, diffuso, supportato e utilizzato per contribuire a rilanciare il sistema Paese in generale e i territori in particolare.
“Con il termine start up s’identifica l’operazione e il periodo durante il quale si avvia un’impresa. Nello start up possono avvenire operazioni di acquisizione delle risorse tecniche correnti, di definizione delle gerarchie e dei metodi di produzione, di ricerca di personale, ma anche studi di mercato con i quali si cerca di definire le attività e gli indirizzi aziendali”.
Questa la definizione che fornisce Wikipedia di start up e fa comprendere il significato di questo termine che sempre più spesso leggiamo e viene citato dai media.
Start up e Agenda Digitale
Quando si parla di start up si tende a pensare unicamente al settore high-tech, all’informatica, alle imprese che lavorano in Internet. Non è così anche se è vero che l’informatica è ormai pervasiva in ogni attività che intraprendiamo e la Rete ci permette di oltrepassare i confini fisici del territorio in cui nasce l’impresa, la start up. Quindi la tecnologia è una componente ormai irrinunciabile per fare impresa. Ma le start up possono originarsi dai settori più diversi e a volte mai considerati. Da qualche tempo, anche nel nostro Paese, si sta acquisendo consapevolezza su quest’aspetto. Tant’è vero che l’ex-ministro Corrado Passera ha dotato per la prima volta l’Italia di un’Agenda Digitale che poi è sfociata (non per nulla) nel Decreto di Crescita 2.0. Un vero e proprio programma d’indirizzo sulle start up, con una proposta di legislazione e di agevolazioni fiscali destinate a queste nuove imprese che, sul modello americano, devono essere snelle, rapide nel partire e se non funzionano, anche nel fallire. Oltre a introdurre regole chiare per ilcrowdfunding, il finanziamento collettivo veicolato sempre più spesso da piattaforme online. A questo proposito, per chi non lo conoscesse, consiglio di scaricare Il dossier Restart, Italia!, redatto da una task force di esperti. Uno strumento per fare dell’Italia un Paese per giovani e imprese giovani (ovvero, per le start up). Sì, perché il fallimento è contemplato nei paesi più avanzati e non viene vissuto come una vergogna, ma come un tentativo andato male che fornisce esperienza per migliorare nel successivo. Oltreoceano è pieno di imprese di successo i cui titolari provengono da insuccessi iniziali.
La cultura del give back
Sono un convinto sostenitore e nutro grande passione per il mondo delle start up. Per questo, oltre alla mia attività professionale, mi interesso e studio molto sul tema. Sono socio di Italia Startup e anche mentore per Innovami, un incubatore che si trova in provincia di Bologna. In questo modo ho sviluppato diverse idee sul modo in cui un territorio potrebbe diventare una culla per l’innovazione e un esempio in Italia e in Europa attraverso le start up, gli incubatori o degli acceleratori.
Proprio in virtù del tessuto imprenditoriale privato esistente in Italia ritengo che occorra sviluppare anche la cultura del give back. Questo termine sottende a un concetto che si basa su due punti. Il primo sta nella disponibilità di chi ha avuto successo nel mettersi a disposizione, gratuitamente, per valutare la business-idea delle giovani imprese e una volta scelte, riversare la propria esperienza sulle stesse. Il secondo punto è l’interesse a finanziare le neo imprese con modalità che possono variare da quella del business angel a quella del venture capital. Diffondere quest’approccio sarebbe un vantaggio per il territorio perché creerebbe un ciclo virtuoso del valore, offrirebbe posti di lavoro e svilupperebbe la capacità di pensare al lavoro in modo innovativo.
Una ricchezza per il territorio
Molti territori nel nostro Paese offrono possibilità uniche per la creazione di start up: dalla meccanica all’energia, dall’information technology alle charity company (imprese dedicate al sociale). Tutte in grado di sviluppare business e ricchezza per il territorio stesso. Un forte e riconosciuto incubatore in grado di far nascere, seguire e fare decollare le nuove imprese generano richieste di nuovi spazi abitativi e per ufficio, aumenta i consumi e la richiesta di servizi (si parla di tre posti di lavoro generati da ogni persona impiegata in una start up per lavanderia, pulizie, ristorazione, eccetera…), induce alla nascita di nuovi nuclei familiari che sono portati a rimanere sul territorio e richiama a sua volta altri capitali. Senza trascurare lo sviluppo di un più forte legame con le università in quei territori dove sono presenti.
Guardare al futuro, ora!
Il tema è lungo e articolato, porterò altri contributi prossimamente. Sottolineo che nulla si ottiene se non con un lavoro metodico, programmato e concreto. È una questione di approccio, di cultura, di cambio di mentalità. E di speranza nel futuro. Un solo esempio illuminante: Israele ha 8 milioni di abitanti, non ha materie prime (come noi), ma questo non le impedisce di essere la nazione con il numero maggiore di start up nel mondo (5000, in Italia sono circa 1300) di cui un buon 50% è quotato al Nasdaq (la borsa dei titoli tecnologici americana). Impiegano 237mila persone e generano il 60% dell’export. Hanno trasformato le difficoltà in risorse, senza ricchezze naturali hanno sviluppato la creatività. Che a noi non manca, come ci riconosce il mondo. Ma il momento è adesso. Se non ora, quando?
mercoledì 19 febbraio 2014
Acquisire la capacità di Vision
Avendo una "vision" riesci a trovare anche la tua missione e, di conseguenza, la tua serenità, il tuo benessere interiore.
La propria missione cambia nel tempo, perchè normalmente si evolve durante la propria esistenza. Non è un voltafaccia. Si può cambiare missione restando fedele a se stessi, ai propri principi, ai propri Valori.
Significa applicare quello che qualcuno definisce "coerenza dinamica" e non "statica", cambiando appunto come cambia il mondo e come mutano i propri Valori nel tempo. Se così non fosse si rimmarrebbe sempre uguali senza cogliere i mutamenti attorno a noi.
martedì 18 febbraio 2014
Cosa si dovrebbe sapere sul Personal Branding, di Sebastiano Zanolli
Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
• Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
• Network. Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
• Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
• Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
• Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato.
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.
Lo sport come paradigma della vita
Quando pratichi uno sport, soprattutto a livello agonistico, ogni partita è una battaglia: se vinci vivi, se perdi muori sempre un poco. La grandezza dello sport sta però nel fatto che subito dopo rinasci. Ed ogni sconfitta non è mai definitiva, puoi trovare sempre la forza per un'altra battaglia, per un'altra occasione.
La capacità di competere, di vincere o perdere, di elaborare la sconfitta per poi tornare a confrontarsi è il fondamento anche della nostra vita. Ogni giorno.
Metodo, preparazione, studio, tenacia, ricerca dell'eccellenza, ripetizione, rivisitare continuamente il proprio modulo o stile di gioco al fine di rivederlo, ripensarlo, aggiornarlo, perfezionarlo. Così nello sport, ma anche nella vita vissuta, nel lavoro.
Con un unico obiettivo: arrivare a "giocare la finale", il maggior numero di finali possibili per avere più occasioni. Alcune si perdono e ci si sente morire, altre si vincono e ci si sente immortali.
Questo è il gioco, questa è la vita e bisogna accettarlo.
lunedì 17 febbraio 2014
Riflessioni sulla Leadership
by Pierangelo Raffini
February 17, 2014 at 07:21AM
from Facebook
mercoledì 12 febbraio 2014
Come farsi comprare da un colosso. E vivere felici
martedì 21 gennaio 2014
15 cose da fare per avere successo
lunedì 20 gennaio 2014
L’imperativo della reinvenzione
Così si è espresso John Wooden, il leggendario allenatore di basket dell’UCLA, che ha vinto 10 titoli in 12 stagioni del campionato nazionale universitario NCAA, grazie alla sua abilità nell’adattarsi costantemente: a nuovi giocatori, nuovi avversari e nuovi stili di gioco.
Anche nel mondo degli affari i leader devono continuamente affrontare cambiamenti complessi: una popolazione che invecchia, la crescita della classe media nei Paesi emergenti, i costanti progressi delle tecnologie. In un contesto che cambia, una buona performance dell’impresa non basta a garantire che si perpetui. Per mantenere l’organizzazione su alti livelli, i CEO e gli altri leader devono curare strettamente l’imperativo della reinvenzione.
È quanto è accaduto ad aziende leader nel lungo periodo come IBM, Xerox e Samsung. Nell’ultimo secolo, IBM è passata dal fabbricare macchine da calcolo a inventare il PC al guadagnare la maggioranza dei ricavi con i servizi. Quando Xerox iniziò, era talmente identificata con le fotocopiatrici che il suo nome divenne non solo sinonimo della sua categoria di prodotto, ma un verbo comunemente usato (in inglese “to xerox” è spesso usato per “fotocopiare”, NdR). Poi l’azienda è andata oltre inventando l’Ethernet e oggi compete in aree come i sistemi di emissione dei biglietti per il trasporto di massa e le soluzioni di e-discovery. Solo 10 anni fa Samsung era nota solo per l’elettronica di consumo; oggi si estende su tecnologie avanzate, costruzioni, petrolchimica, moda, medicina, finanza e alberghi.
In Abbott questo tipo di reinvenzione ha rappresentato il nostro obiettivo. Quindici anni fa ci siamo resi conto che occorreva cambiare e, da allora, la capacità di adattamento è stata al cuore della nostra strategia. Come risultato, i nostri ricavi sono più che triplicati e abbiamo generato una crescita dei profitti e un rendimento per gli azionisti più elevati del settore.
Cosa abbiamo imparato dalla nostra esperienza? Soprattutto quanto sia importante travalicare il nostro orgoglio per “ciò in cui siamo davvero bravi” – che può rendere le persone cieche rispetto ai cambiamenti per le cose di cui il mondo ha bisogno e per quelle che i clienti apprezzano maggiormente; e che possono trasformare una passata capacità di differenziazione in una palla al piede del tipo”il modo in cui l’abbiamo sempre fatto”.
Due elementi correlati della reinvenzione sono ugualmente difficili e dipendenti dal nostro giudizio. Le persone che scrutano l’orizzonte per intravvedere segnali di cambiamento devono riuscire a separare le tendenze importanti e durevoli da quelle di breve respiro e alla fine irrilevanti. (Scambiare dei cambiamenti fondamentali per turbolenze effimere può essere fatale). E chi prende le decisioni deve essere disposto ad accettare danni temporanei alla performance per preparare il terreno a vantaggi di lungo termine. Le pressioni dei mercati azionari perché si producano risultati nel trimestre a venire è un dato di fatto. Il vostro lavoro, come leader d’impresa, è contrastarle con un punto di vista che mostri dove andrà il settore nei 5-10 anni successivi. Se la vostra strategia colpisce gli osservatori in quanto del tutto inattesa è ottima cosa. Non conoscono il vostro business bene quanto voi.
Sono considerazioni di questo genere a continuare a guidare le nostre reinvenzioni. Di recente abbiamo compiuto la mossa più radicale nei nostri 125 anni di storia: abbiamo rilanciato il nostro business proprietario nella farmaceutica – il nostro più importante singolo business – presso la nostra azienda biofarmaceutica AbbVie. E il nostro processo di reinvenzione prosegue. Siamo un’azienda più globalizzata e orientata al cliente di quanto non siamo mai stati e in quanto tale riconosciamo che il nostro modo di andare sul mercato deve distaccarsi dal nostro precedente modello orientato al farmaco. Non possiamo più basarci su programmi standardizzati globali e dobbiamo invece adattare il nostro approccio Paese per Paese. Analogamente, è ormai tempo di lasciare un orientamento al brand di prodotto e di investire in un brand aziendale più forte e significativo.
Sono cambiamenti che comportano rischi non banali. Ma dopo 15 anni di reinvenzione continua, Abbott è convinta di poterli affrontare. John Wooden ha qualcosa da dire anche su questo: «Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale. Ciò che conta è avere coraggio».
Di Miles D. White è presidente e CEO di Abbott Laboratories dal 1999 su Harward Business Review
mercoledì 15 gennaio 2014
7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014
Un interessante articolo pubblicato su Mashable svela quali sono i 7 quesiti principali:
Come tieni monitorato i trend del settore che vuoi aggredire?









