giovedì 25 novembre 2010

L'era del'interdipendenza

"Noi esseri umani siamo esseri sociali. Veniamo al mondo come conseguenza delle azioni di altri. Sopravviviamo grazie agli altri. Che ci piaccia o no, non c'è un attimo della nostra vita nel quale non beneficiamo delle attività altrui. Per questa ragione non sorprende che gran parte della nostra felicità nasca nel contesto dei nostri rapporti interpersonali."

Dalai Lama

domenica 21 novembre 2010

Se le eccezioni diventano la regola È il diritto corporativo all' italiana


Così il predominio degli interessi organizzati penalizza gli individui Residui del passato Gli schemi di comportamento riflettono tuttora in gran parte la tradizione culturale gesuitica tipica della Controriforma Lo Stato si è ridotto a svolgere un compito di mediazione tra i soggetti collettivi più influenti

Sotto il profilo della filosofia o, se si preferisce, della sociologia del diritto, l' assunto principale del lavoro di Giovanni Cofrancesco - the core of the problem, «il centro, il cuore del problema», come si direbbe in un testo inglese - è che il «sistema Italia» è caratterizzato da un nesso causale, un rapporto di causa ed effetto, fra le dinamiche dell' ordine sociale corporativo, che risale addirittura al XIII secolo; la funzione di mediazione fra le corporazioni che il potere pubblico (incluso quello giudiziario) e gli stessi «soggetti collettivi» (i mediatori sociali) esercitano attraverso la distribuzione delle risorse; i cicli economici, alti e bassi, che ne condizionano le capacità e le possibilità stesse di esercitare tale funzione in modo coerentemente sistemico e appropriato. La forte frammentazione sociale, e la non meno forte frammentarietà del sistema nel suo complesso - non compensate dalla Norma fondamentale che, se mai, ne è essa stessa esposta, condizionata e condizionante - ne rappresentano, al tempo stesso, la singolare peculiarità, ma anche, e soprattutto, l' intima fragilità concettuale e la farraginosa operatività. Gran merito di Cofrancesco è non solo di averne colto, storicamente, filosoficamente, sociologicamente, l' essenza ma, e qui sta soprattutto la ragione dell' attributo «gran» al suo merito, nell' aver tradotto tale peculiarità, tale fragilità e tale farraginosità nel lessico del diritto amministrativo, di cui è docente, spiegando in punta di diritto come esse si siano concretate, e ancora si concretino, in una sostanziale, e persino formale, imprevedibilità del quadro normativo nazionale e nell' aleatorietà della sua applicazione. Cofrancesco è uno dei pochi liberali «autentici» di questo nostro Paese. Perciò, sensibile alle libertà e ai diritti dell' Individuo quale egli è, constata subito, e sottolinea più volte, le discrasie che ne derivano. Le libertà e i diritti - in definiva le garanzie degli Individui, in un sistema siffatto - sono subordinati alle strutture e agli interessi corporativi, nel senso che lo stesso principio di «cittadinanza», sostanziale e formale, in ordine all' esercizio di tali libertà e di tali diritti, è riconosciuto solo in quanto dipendente dall' appartenenza ad una corporazione e ne incarni gli interessi. L' Individuo «isolato» ha più di una difficoltà a farli valere. I conflitti, e la loro stessa complessa composizione fra le corporazioni, sono fluttuanti, nel senso che non sono né stabilizzati di fatto, né, tanto meno, individuati e formalizzati in diritto. L' Ordinamento giuridico, l' esercizio della Giustizia e le decisioni che ne derivano, finiscono, così, con avere - secondo la tradizione cattolica che risale ai gesuiti della Controriforma - una caratterizzazione «casuistica»; sono, cioè, dipendenti, di volta in volta, dalle circostanze, dalla natura e rilevanza dei soggetti sociali in campo, dalla variabilità delle condizioni esterne, dalle risorse, a disposizione del potere pubblico e dei «soggetti collettivi», che devono essere distribuite come remunerazione per la composizione del conflitto. Un labirinto dal quale non sempre è facile uscire anche ai soggetti che lo popolano, per non parlare a coloro i quali ne devono interpretare, e sbrogliare, il disegno. Le capacità, e le possibilità reali, di mediazione, da parte del potere pubblico e dei «soggetti collettivi» mediatori, fra gli interessi corporativi, attraverso la distribuzione delle risorse disponibili, dipendono, perciò, dal livello di sviluppo del Paese: sono alte, in caso di forte espansione economica; basse, in caso di contrazione; correlate, come sono, più che a una domanda interna, storicamente poco stabilizzata e sempre fortemente contenuta, a quella esterna, peraltro esposta anch' essa ad alti e bassi. Detto in altre parole, l' equilibrio del sistema, e la sua stessa funzionalità, dipendono soprattutto dalla richiesta di nostri manufatti da parte degli altri Paesi, cioè dalla ricettività alle nostre esportazioni. Più la congiuntura è favorevole - «tira», per dirla con linguaggio giornalistico - maggiori sono le possibilità del sistema di restare in equilibrio, e di assolvere efficacemente le proprie funzioni, secondo la propria precaria logica interna. I cicli economici attraversati nei secoli dall' Italia sono stati la «Guida temporale e concettuale» di Cofrancesco nell' individuazione delle variabili che hanno influenzato, e attraverso le quali si è espresso, il sistema. Il quadro che scaturisce dalla parte analitico-descrittiva del lavoro è quello di una sorta di «volatilità» generalizzata e permanente, sociale, temporale, economica, politica, legislativa, per non dire civile, che finisce per caratterizzare il nostro diritto, e lo stesso sistema giudiziario, come un complesso «a geometria variabile», e col conferire alle sue decisioni una natura «casuistica», se non proprio aleatoria. Sotto questo aspetto, il titolo e il sottotitolo stessi del libro edito da Giappichelli - Il sistema corporativo. Diritti e interessi a geometria variabile - non potrebbero essere più indovinati ed esplicativi. Non è, dunque, solo casuale, bensì, anche se non soprattutto, «causale», la carenza di «certezza del diritto» che caratterizza l' esercizio della giustizia all' interno di un Ordinamento giuridico pur formalizzato quale è il nostro. Certezza che, invece, legittima l' applicazione delle norme e la loro esecuzione - sulla base del principio universale che «la Legge è uguale per tutti» - in Paesi di più matura tradizione liberale. La variabilità, caso per caso, delle decisioni, malgrado la formalistica rigidità dell' Ordinamento generale, spiega, così, le numerose «eccezioni» alla regola e, allo stesso tempo, l' eccesso di discrezionalità del potere pubblico e dei «soggetti collettivi» mediatori chiamati a mediare fra interessi contrapposti, con la conseguente disparità di trattamento fra le parti in causa. Potere pubblico che, peraltro, è, a sua volta e in qualche misura, condizionato, se non subordinato, all' ordine sociale corporativo, influenzandolo e essendone, a sua volta, influenzato. È lo stesso schema che informava il comportamento della Chiesa della Controriforma, all' interno della Comunità dei fedeli, quando si trattava di assorbire eventuali tentazioni scismatiche e di dirimere le controversie fra opposte interpretazioni del suo magistero, prima che diventassero eresie e ne mettessero in pericolo l' autorità universale. In conclusione. Un testo, ancorché «accademico», e destinato all' insegnamento, anche per chi non abbia una particolare dimestichezza con le tecnicalità del diritto, con quelle spesso incomprensibili della nostra produzione legislativa, con le sue spesso surreali applicazioni. Anzi. Esplicativo delle une e delle altre. Intendiamoci. Ciò non significa che sia un testo facile e, tanto meno, banale. Tutt' altro. Io l' ho letto con piacere e interesse e non è detto che i lettori del «Corriere» non ne (ri)trovino l' eco in miei futuri articoli. Il suo pregio maggiore sta, infatti, nel suo carattere non convenzionale, nell' essere un' interpretazione storiograficamente, filosoficamente, sociologicamente, giuridicamente corretta e, al tempo stesso, «politicamente scorretta» - che, da noi, finisce con l' apparire «paradossale», anche se paradossale non lo è affatto - del sistema Italia. L' anticonformismo, soprattutto in un Paese di conformisti come il nostro, è la cifra intellettuale e culturale del liberalismo di entrambi i fratelli Cofrancesco (anche Dino insegna all' Università di Genova). Per un liberale, direi che non è neppure un merito, ma un abito mentale, un modo d' essere. Se no, che liberale sarebbe mai Giovanni Cofrancesco? 
Il testo pubblicato è la prefazione scritta da Piero Ostellino per il libro di Giovanni Cofrancesco e Fabrizio Borasi «Il sistema corporativo. Diritti e interessi a geometria variabile» (Giappichelli, pagine 211, Euro 20) Il saggio analizza le ragioni storiche e sociologiche che rendono l' ordinamento italiano molto carente sotto il profilo essenziale della certezza del diritto Giovanni Cofrancesco, professore di Istituzioni di diritto pubblico, insegna presso la facoltà di Giurisprudenza dell' Università degli Studi di Genova. Fabrizio Borasi, cultore di Diritto pubblico, è funzionario di Rete Ferroviaria Italiana 

domenica 14 novembre 2010

La felicità

Il futuro è importante, ma si costruisce con il presente. Se vivi il presente senza immaginarti il futuro, senza vagare con la mente su cose che non potranno probabilmente avverarsi, ma cogli pienamente il presente, ciò che vivi al momento... semplicemente stai progettando la tua Felicità.

sabato 13 novembre 2010

Cucinelli filosofo honoris causa

INTERVISTA di Paola Bottelli
Per l'imprenditore umbro, custode dell'artigianalità, laurea honoris causa in Filosofia

Due settimane fa ha ricevuto la visita di una delegazione di venti imprenditori cinesi interessati a conoscere – e probabilmente ad acquistare – aziende d'eccellenza made in Italy: «Sono stati a Biella e poi qui sono rimasti incantati dalla bellezza dei luoghi». In tutti i sensi, visto che a Solomeo, una decina di chilometri da Perugia, Brunello Cucinelli, presidente e amministratore delegato dell'azienda specializzata in cashmere che ha fondato nel 1978, ha restaurato un borgo trecentesco diroccato per trasformarlo nella sede della sua attività. Cucinelli, 57 anni, diploma di geometra, «nullafacente fino ai 25», figlio di un contadino che divenne operaio quando Brunello era adolescente, ha inventato un concetto tutto suo di «umanesimo in fabbrica» ispirandosi ad Aristotele, Socrate e Platone. Ieri ha ricevuto la laurea honoris causa in Filosofia ed etica delle relazioni dall'università di Perugia ma, a dispetto dell'emozione, non ha perso lucidità sul futuro a rischio del made in Italy di qualità. Nell'azienda che porta il suo nome – 193 milioni di ricavi previsti a fine anno (+22%) e utili pre imposte di 14 (+71%) – lavorano 520 addetti (il 70% donne), di cui quasi 200 svolgono mansioni artigianali; altri 1.200 collaborano come terzisti tra Umbria (la maggioranza), Marche, Veneto, microimprese da 6-8 persone, famiglie o cooperative.

Che cosa la preoccupa?

Le mani. Le abili mani di chi si occupa del rimaglio, un processo fondamentale nella lavorazione di un pullover a 2 fili che va in vendita a 500-600 euro o a 6 fili, che può costare fino a 900. Le mani di chi rammenda lentamente, sotto una lente di ingrandimento, le magline "lasciate", i puntini e i sottopunti, tutte le lavorazioni preziose – come asole, stiro e specchiatura, con la quale eventuali difetti vengono definitivamente rimossi, capo per capo – che richiedono un'elevata capacità tecnica dell'operatore. Un know-how che abbiamo la responsabilità morale, tutti insieme, di preservare.

È un lavoro che i giovani non vogliono fare, no?

Come dargli torto? Vengono a lavorare nelle nostre fabbriche e prendono 900 o mille euro al mese per svolgere operazioni di alta manualità. È poco. Se i miei artigiani vanno in pensione chiudo la fabbrica: non posso far fare in Romania l'abbinamento dei colori a contrasto nelle asole di chi ha una specifica cultura da 40-50 anni. Con il mio marchio voglio fare solo questo tipo di prodotto, che a diritto e a rovescio trasuda qualità, che ha un prezzo costoso ma sano. Agli imprenditori cinesi in visita ho fatto fotografare tutto: questi lavori non li possono copiare.

Dove vende il suo prodotto di lusso?

Esporto il 55% sui mercati tradizionali, ma vedo grandi potenzialità sui mercati cinese, indiano, sudamericano e russo: tre anni fa pesavano per il 3% dei nostri ricavi, quest'anno chiuderemo all'11,5% e l'anno prossimo saliremo al 14 per cento. In cinque anni ci daranno soddisfazioni enormi.

Ha una ricetta per convincere i giovani a fare gli artigiani?

Certo: in un capo che va in vendita nel nostro negozio in via della Spiga a Milano a mille euro la manualità vera non incide per più di 70 euro. Allora, perché non trovare quei 20 euro in più per allettare questi giovani, diplomati o addirittura con laurea breve? Perché non arrivare a 1.400-1.500 euro al mese? Anche perché, parliamoci chiaro, il giovane che viene a lavorare alla Brunello Cucinelli sa tutto di me.

In che senso?

Non è più come ai tempi del mio babbo e dei miei fratelli, pure operai, che non avevano informazioni sui loro datori di lavoro. Oggi grazie a internet l'operaio, italiano o extracomunitario, sa tutto dell'auto che guido, della villa dove vivo, dei beni che possiedo, dei profitti aziendali.

Dunque?

giovedì 11 novembre 2010

L' ITALIA UNITA A TAVOLA

L' Italia è stata fatta anche in cucina, tra un piatto di pasta e una spremuta di agrumi. Lo documentano i sapidi telegrammi inviati da Camillo Benso conte di Cavour nell' anno più fortunato per la storia patria. «Le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti», scrive nel luglio del 1860, alludendo alla Sicilia già occupata dai garibaldini che ora marciano verso il continente. L' attesa si protrae per oltre un mese, fino al 7 settembre, quando Garibaldi entra vittorioso a Napoli. «I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo», pregusta Cavour con l' ambasciatore piemontese a Parigi. 

A tavola l' Unità è già servita. E da bandiera partenopea il maccherone assurgerà presto a simbolo nazionale. Molto più pregnante della Marianne francese. La saporosa metafora può prestarsi a molte interpretazioni. La più maligna tratteggia un Mezzogiorno facile boccone per un avido Nord, quella più benevola nobilita il ceto politico settentrionale quale supremo garante delle tradizioni culturali e dunque culinarie del Sud. Quest' ultima è la strada imboccata anche dal medievista Massimo Montanari in un saggio laterziano che, alla vigilia del 150° compleanno dell' Italia, ci ricorda quanta importanza abbia la cucina nella costruzione della nostra italianità. Un modello aperto e "democratico", frutto di tradizioni diverse e dunque capace di assimilare il nuovo, in un percorso di elaborazione identitaria che lo rende oggi esemplare per la nuova sfida glocal ( L' identità italiana in cucina, pagg. 98, euro 9). 

Più che storia alimentare, quella suggerita da Montanari è l' epopea nazionale di un paese capace di digerire la diversità fino a trasformarla nel proprio carattere tipico, come accadde con la pasta di forma allungata importata in età medievale dalla cultura musulmana e successivamente declinata con pomodoro e peperoncino, provenienti anch' essi da mondi distanti. «In fondo la ricerca delle proprie radici finisce sempre per essere la scoperta dell' altro che è in noi. Un altro che ha contribuito a farci diventare quello che siamo. Proprio per questo parliamo di identità culturali che non sono inscritte nei geni di un popolo ma si costruiscono nel tempo, mediante il confronto e lo scambio». Riflessioni storiche non prive di implicazioni politiche, perché in cucina più che altrove si impara la tolleranza, guardando con ottimismo alla nuova Italia multietnica. Se l' Italia esiste politicamente da un secoloe mezzo, la sua cultura gastronomica è molto più antica, come la lingua, la letteratura e l' arte. «Uno stile culinario più che un modello codificato», sostiene Montanari, «abitudini alimentari che io faccio risalire al XIII secolo». Ma esiste una cucina italiana o è preferibile parlare di mille cucine locali? «In realtà le due cose non si escludono a vicenda. Il segreto sta nel cogliere in questa miriade di ricette diversificate una trama di passaggi che investono le pietanze, le persone e le tradizioni, ed è una trama indiscutibilmente italiana, percepita come tale dai suoi utilizzatori. In fondo la ricchezza della nostra gastronomia è data proprio da questa disseminazione sul territorio del patrimonio culinario. Non abbiamo piatti più gustosi rispetto a quelli degli altri paesi né vantiamo un maggior numero di pietanze. La nostra forza è che ne abbiamo dappertutto». Una rete di saperi diffusa, sia sul piano orizzontale del territorio che su quello verticale delle appartenenze sociali. «I piatti popolari compaiono nelle tavole dei signori che a loro volta agiscono da modello per i ceti inferiori», e dunque nello stile gastronomico italiano - a differenza di altre realtà europee - si riconosce l' intera comunità, senza esclusioni. E senza prevaricazioni di una tradizione sull' altra. Ciò che distingue l' arte culinaria da altri fattori fondamentali dell' identità nazionale, è che in cucina un modello non prevale mai sugli altri. «Se nella storia della lingua a un certo punto è riuscito a imporsi un solo dialetto, guadagnandosi la qualifica di italiano grazie al prestigio di Dante, Boccaccio e Petrarca, la storia della cucina non ha conosciuto né Dante né l' Accademia della Crusca. Un sistema paritario, che non avrà mai dei rigidi codificatori ma solo straordinarie personalità come Bartolomeo Scappi o Pellegrino Artusi, che si sono limitate a confrontare e a mettere in rete le diverse tradizioni locali». Piero Camporesi arrivò a scrivere che, per l' unità nazionale, fece più il manuale dell' Artusi dei Promessi Sposi. Più della lingua poté il palato. Montanari è dello stesso avviso: «Alcuni decenni dopo l' unità, nel 1891, Pellegrino Artusi, patriota della Giovine Italia, si propose lucidamente il progetto di unificare il paese negli usi gastronomici così come Manzoni aveva tentato di fare con la lingua. Il suo ricettario crebbe in modo interattivo, anche attraverso un fitto scambio di corrispondenza tra lui e le sue lettrici, configurando la sua Scienza in cucina e l' arte di mangiar bene come una grande opera collettiva». Rispetto alle corti rinascimentali di Scappi, s' era allargato il pubblico: non più un' élite ristretta, ma la piccola e media borghesia. E la nazionalizzazione delle masse proseguirà nelle trincee della Grande Guerra, quando il modello alimentare italiano poté allargarsi a nuovi strati sociali. Ma perché negli ultimi decenni la gastronomia dilaga ovunque? Al cinemae in Tvi nuovi eroi sono chef e vice chef, mozzarelle e lasagne esondano nelle pagine dei giornali, risotti ma anche coda alla vaccinara e polente possono diventare efficaci spot di comunicazione politica. Per non dire delle abitudini quotidiane, dove un tempo la fettina saltata poteva essere perdonata, oggi rischia di essere censurata come sconveniente e culturalmente inadeguata. «Non lo considero un riflusso nel privato», risponde lo studioso. «Cucinare è un atto collettivo. Né mi addentrerei in una spiegazione sociologica: siamo società più ricche e dunque possiamo trattare la fame con allegria. Quest' orgia mediatica mi sembra più il frutto di una grande liberazione: non ci vergogniamo di dire che il cibo è parte importante della nostra vita. Quando cominciai a occuparmene, nel 1972 con Vito Fumagalli, i miei colleghi mi prendevano in giro. Erano persuasi che occuparsi di storia significasse occuparsi solo di sovrani e di pontefici. In realtà il cibo è un modo per parlare del mondo, dalla filosofia all' arte, dalla religione all' economia. E sapendo quanta storia c' è in un piatto, impari anche ad assaporarlo meglio». Il "retrogusto della storia", lo definisce Montanari. Forse lo stesso provato da Cavour davanti al piatto di maccheroni, mentre già cominciava ad assaporare l' Italia. 


Simonetta Fiori - Repubblica - 10 novembre 2010 - sezione: CULTURA 

domenica 7 novembre 2010

Non c'è libertà senza Tradizione: la terza via inglese




L'Italia ha 150 anni ed è sempre in cerca di una comunità politica


Ai nostri giorni, il ‘pluralismo radicale’ —una categoria in cui possiamo ricomprendere sia le appartenenze di ‘gender’ sia i partiti e i movimenti che, a ragione o a torto, si sentono profondamente estranei alla ‘comunità nazionale’, riscoprono le ‘radici’, chiedono amplissime autonomie politiche e culturali, avanzano rivendicazioni ieri impensabili sempre accompagnate dall’ombra minacciosa delle secessione, pretendono un risarcimento per i secoli di oppressione e di soffocamento della lussureggiante vita ‘locale’ —relegando sempre più tra le ombre dell’oblio quello ‘debole’, ottocentesco— definito dalla miriade degli interessi e dei valori che si confrontavano, entravano in competizione, trovavano infine un accordo o un modus vivendi all’interno di una civiltà i cui codici cristiano-illuministico-romantici erano accettati da tutti—rischia di far dimenticare il rapporto tra Stato nazionale e i progressi della società civile, che i nostri grandi storici — da Federico Chabod a Rosario Romeo — avevano illustrato in opere che rimangono tra le espressioni più alte della cultura italiana.
Ma torniamo al pluralismo in senso forte e poniamo, per ipotesi, che finalmente si venga incontro alle sue istanze. Sotto un certo profilo, innegabilmente, ci troveremmo di fronte a un ampliamento dei diritti. La famiglia islamica non tollera che i figli siedano sui banchi di un aula in cui campeggia il crocifisso? Tale ‘diritto di libertà’  le va accordato e pertanto una circolare ministeriale deve prescrivere  non solo la rimozione del simbolo più alto della Cristianità ma anche il divieto di far presepi o di allestire alberi di Natale nelle scuole. La Lega chiede che dai libri di testo si espungano le pagine in cui si mettano in luce i meriti di Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele, Cavour (quest’ultimo il peggiore di tutti!) per sostituirle con i racconti delle ‘lagrime e del sangue’ che è costata la ‘conquista regia’ con la sua unificazione coatta e l’imposizione all’intera penisola del suo centralismo ‘prefascista’? Accontentata, nelle regioni del Nord, il reclutamento di insegnanti e la politica scolastica terranno conto dei ‘diritti’ e delle libertà dei padani. I cattolici lefebvriani chiedono di essere esonerati dalle lezioni di filosofia tenute da insegnanti atei, marxisti o liberali, invocando la ‘par condicio’col diritto attualmente riconosciuto all’esonero dalle lezioni di religione? Accontentati anch’essi: non si può pretendere che si assista a lezioni sull’evoluzionismo darwiniano senza batter ciglio!
In tutti questi casi, la sfera dei diritti si è ampliata a dismisura, sia forzando le tradizioni culturali nelle quali lo Stato nazionale si riconosceva, per lo più tacitamente; sia forzando la sua particolare forma di ‘laicità’. Il problema, però, a questo punto, si complica drammaticamente. Istituzionalizzare il pluralismo, infatti, non basta. I diritti, infatti, hanno come naturale corrispettivo i doveri: il diritto di Tizio ad asignifica un obbligo, da parte di Caio, a renderlo efficace con omissioni o con prestazioni da parte sua. La questione non riguarda soltanto il caso facile dei ‘diritti sociali’--dove il diritto di Tizio, nullatenente, all’assistenza sanitaria significa che una parte del reddito di Caio, iscritto nelle liste dei contribuenti,   è destinata a sopperire, attraverso l’imposizione fiscale, ai bisogni di Tizio—ma investe l’intero campo dei diritti: se una donna ha la libertà di indossare il burka, il funzionario pubblico deve rinunciare alla pretesa di verificare l’identità dell’essere umano che si presenta al suo sportello.
In tal modo, però, l’area dei diritti, lungi dall’essersi davvero allargata, è come la classica coperta che tirata ai piedi lascia scoperte le spalle. E quel che è peggio, la comunità rinuncia alla sua cultura politica ma non alla cultura politica, tout court. Essa, infatti, sarebbe tenuta a imporre un ‘credo’ etico-sociale, dei valori forti, a tutti indistintamente. Non tollerare discriminazioni in nessun caso, significa imporre l'ideologia della convivenza coatta, obbligare all’accettazione del diverso anche se ci ripugna, sostituire alla Chiesa cristiana, alla sinagoga ebraica, alla moschea islamica, il Pantheon pagano dove non solo ma dove ciascuno può avanzare, con successo, da accollare  all’intera comunità. Se lo Stato riconosce il titolo di studio rilasciato, puta caso, dalla Facoltà di Filosofia islamica, in cui ci si ferma ad Averroè e ad Avicenna e si considera già Kant un pensatore pericoloso, ateo e materialista, chi esce da quella Facoltà ha gli stessi diritti all’insegnamento di chi ha frequentato corsi che richiedono la conoscenza di Kant e di Galilei, di Bertrand Russell e di Benedetto Croce. Se le coppie di fatto gay vengono pienamente equiparate a quelle eterosessuali, l’adozione e le altre provvidenze destinate alle famiglie tradizionali non possono discriminarle e, quindi, anche chi non è d’accordo è obbligato a far rispettare le  e a rassegnarsi al fatto che una quota minima delle sue imposte serve per procurare l’alloggio comunale ai coniugi ‘diversi’. Tutto questo può essere giusto, equo e quant’altro ma non configura certo la ‘neutralità’ dello Stato dinanzi all’etica e allacivic culture: nei casi ipotizzati, infatti, sono imposti —in nome di diritti indisponibili e, in quanto tali, non soggetti al responso delle urne-- codici di comportamento ispirati a Weltanschuungen che non tutti condividono e i cittadini, per parafrasare Rousseau, ovvero ad agire fingendo di credere che la convivenza dei valori più diversi e opposti sia il valore più alto—principio che, preso alla lettera,non dovrebbe escludere, purché ben disarmati, l’inclusione di nazisti e di comunisti…. In tal modo, non ci troveremmo dinanzi al conflitto tra il vecchio Stato nazionale con i suoi contenuti di valore irriducibili, da una parte, e la nuova convivenza pluralistica, tollerante e laica, dall’altra, bensì a una ‘filosofia politica’, portatrice di una diversa più comprensiva idea del ‘bene’ma altrettanto restia a riconoscere le potenzialità illiberali di un modello di ‘vita buona’ non condiviso (occorre sempre aggiungere:a ragione o a torto) da una parte consistente del gruppo sociale. Nella vita dei singoli e delle collettività, non si sceglie tra un’etica e una metaetica ma tra etiche diverse, nessuna delle quali è stricto sensu, a meno che per ‘laicità’, in politica, non s’intenda la disponibilità a sottoporre le scelte— quelle serie, concrete e gravide di conseguenze-- al dibattito e alla critica pubblica. La decisione del governo francese di non consentire il velo integrale negli uffici pubblici e nei luoghi in cui chi ci sta davanti dev’essere da noi riconoscibile può essere criticata o no ma non è , nel senso di essere super partes e indifferente ai valori, giacché sottintende una filosofia dell’uomo e del cittadino per nulla ‘neutrale’.
Riassumendo, imporre il pluralismo (nel senso forte qui illustrato, beninteso), prescindendo dal consenso e dalla democrazia e richiamandosi ai diritti non disponibili , non rappresenta per il liberalismo una cura ricostituente bensì la somministrazione, da parte dell’autorità virtuosa, dell’olio di ricino, la costrizione a liberarsi di tutti quegli ‘impliciti’ culturali senza i quali i teorici ottocenteschi—si chiamino J. S. Mill o Alexis de Tocqueville, Benjamin Constant o Camillo Benso di Cavour—risulterebbero incomprensibili. In quest’ottica, non scompare certo il diritto degli individui a farsi il presepe o l’albero di Natale in casa: ognuno rimarrebbe libero (fino a quando?) di ritenere certi comportamenti sessuali riprovevoli e ‘contro natura’, ognuno potrebbe ritenere l’Antico Testamento o il Vangelo o il Corano come la ‘parola del Dio vivente’. In tal modo, ciò che più conta e sta a cuore agli individui resterebbe confinato nella privacy un un’età in cui   il concetto di ‘privacy’ si sta sgretolando giacché da tempo designa un’area sempre più compressa, la cui delimitazione rischia di divenire quanto mai incerta (Il reato di vilipendio della religione o della dignità di altri esseri umani, ad esempio, potrebbe venir commesso,oltreché dentro le mura domestiche, in luoghi, come un club di amici che condividono le stesse idee e hanno fondato un circolo culturale: uno spazio incerto, non più privato ma non ancora pubblico). Al di fuori della ristrettissima privacy , quindi, avremo un’amplissima sfera pubblica e in questa la politically correctness si tradurrebbe in un divieto assoluto di discriminazione—v. il processo mediatico cui venne sottoposto tempo fa il Cardinale Biffi per aver detto che, a suo avviso, gli immigrati di lingua spagnola e di religione cristiana pongono meno problemi d’integrazione di quelli di lingua araba e di religione coranica. Ancora una volta è difficile non cogliere la difficoltà della conciliazione tra ‘virtù’ e ‘libertà’.


Una soluzione in grado di mettere insieme diritti e consenso, democrazia sostanziale e libertà negativa (o liberale) sembra quella adottata dal libertarismo nordamericano. Il prezzo pagato, però, e in piena consapevolezza, è l’eliminazione della sfera pubblica e lareductio ad unum dei complessi rapporti interumani al contratto e al diritto privato. Nella teoria di un M. N. Rothbard, ogni individuo, ogni gruppo deve avere la libertà di organizzarsi come meglio crede, sulla base di principi fortemente condivisi anche se ripugnanti per chi non fa parte dell’associazione. Il fondamentalista, in questo modello, è libero di iscrivere il figlio alla Scuola coranica ma l’imprenditore privato—e tali diventano, nella proposta libertaria, quanti si assumono, in regime di concorrenza, le gestione di poste,di pubblica sicurezza, di sanità etc—è libero di non dare impiego al giovane ayatollah. I francofoni del Canada rivendicano il diritto a ignorare l’inglese? Padronissimi di ignorarlo, purché non pretendano di far valere i loro titoli di studio al di fuori del Quebec. E gli esempi si potrebbero, ovviamente, moltiplicare. Non c’è bisogno, forse, di far rilevare a quale risultato si arriverebbe ad essere coerenti in questa linea d’azione. Si assisterebbe a una incontrollabile proliferazione di diritti--ce ne sarebbero di ogni tipo e nei settori più diversi, compreso il diritto del razzista a vivere in una piccola comunità da cui tener lontani ebrei e neri, guardandosi bene, però, dall’interferire nelle decisioni di altre comunità che si regolano secondo principi opposti—in grado di esaurire tutta la gamma possibile e immaginabile della ‘qualità’ e della ‘quantità’. L’assoluta libertà di fare ‘ciascuno a suo modo’, però, amplia i ‘diritti’ in modo provocatorio ma ne restringe paurosamente lo ‘spazio’. Saremmo costretti a vivere, nell’utopia non esaltante degli anarco-capitalisti, in una sterminata costellazione di piccole comunità in cui i diritti diverrebbero come la moneta dell’Albania iper-comunista di Enver Hodja che poteva essere spesa solo tra Tirana e Valona. Certo ogni piccola isola libertaria sarebbe libera di avvalersi delle competenze di chicchessia: il Consiglio Scolastico Trevigiano, ad esempio, potrebbe accogliere la domanda d’insegnamento di un laureato dell’Università di Messina ma il suo titolo di studio non avrebbe più alcun riconoscimento ufficiale in tutto il territorio ‘confederale’ italiano.
Piaccia o no, l’elevato numero dei ‘diritti’ li indebolisce: nel primo caso, quello dello Stato che impone per legge la convivenza e la collaborazione dei ‘diversi’, perché costringendo tutti i cittadini a riconoscere tutti i diritti, in nome del pluralismo istituzionalizzato, crea una situazione da todos caballeros, che ricorda una scena divertente del film di René Clair, Il silenzio è d’oro. Un bey turco, in visita di Stato a Parigi, vuol conoscere la troupe che sta girando un film: se ne entusiasma e regala a tutti—dal regista all’usciere—una medaglia onorifica del suo paese. Con una variante, però, non da poco: nello Stato pluralista, i titoli creano obblighi e aspettative ma il loro conferimento a tutti comporta uno iato tra rispetto e stima –a prescindere dal fatto che  la tolleranza soffoca l’identità; nel secondo,quello dell’arcipelago libertario, perché, eliminate le istituzioni tradizionali o meglio messe in opera le istituzioni-fai-da te, pone nelle mani degli individui risorse dall’uso estremamente limitato, che non valgono più ‘erga omnes’.
Sono sufficienti questi rilievi a motivare la necessità, sempre più avvertita dagli studiosi alieni dalla retorica, del ‘ritorno alla comunità politica’ in nome sia degli stessi diritti sia della democrazia. Lo Stato nazionale era divenuto, nella sua stagione più civile e matura, la quelli che concedeva nascevano da un dibattito pubblico, da una riconferma della propria identità culturale— le ‘libertà’, al plurale, inglesi non potevano non portare all’emancipazione dei cattolici voluta nei primi decenni dell’Ottocento dal liberalconservatore Duca di Wellington—da un allargamento controllato dei gruppi e delle istituzioni meritevoli di protezione. I diritti, come s’è detto, non erano infiniti ma assicuravano a tutti risorse concrete sostenute dalle amministrazioni pubbliche e dai tribunali. In ogni caso, a nessun statista sarebbe venuto in mente di codificarli appellandosi non ai propri connazionali—chiamati a pronunciarsi in merito-- ma all’. I grandi liberali del XIX secolo, a differenza di dittatori totalitari neri e rossi, ritenevano che fosse e non ma per cittadini non intendevano—e il punto è della massima rilevanza—gli appartenenti al ‘Genere Umano’, titolari di diritti e di doveri universali e universalizzabili, uguali sotto ogni latitudine e longitudine, ma uomini in carne ed ossa, radicati in una storia, in una tradizione, in costumi, in credenze religiose che non potevano venir pietrificate negando ogni progresso ma neppure messe da parte in nome dell’uso giacobino della Ragione. Sul piano morale potevano concordare con Montesquieu, quando si rifiutava di compiere azioni che potessero favorire la Francia ma nuocere all’Europa e, ancor più, al mondo, ma , sotto il profilo politico, non vedevano su quale altro terreno, all’infuori di quello comunitario (allora nazionale), si potessero piantare gli alberi dei diritti.



venerdì 5 novembre 2010

Il carattere

Preoccupatevi più del vostro carattere che della vostra reputazione, perché il vostro carattere è quello che siete realmente, mentre la vostra reputazione è solo quello che gli altri pensano che voi siate.

John Wooden

giovedì 4 novembre 2010

4 novembre 1918/2008 - 90 anniversario della vittoria

Sulla felicità... riflettiamoci ancora

Secondo il buddhismo la possibilità di vivere a lungo é dovuta ai nostri meriti passati. Anche se non si è buddisti, non fa male pensare a quelli che muoiono da giovani e quindi rallegrarsi di avere vissuto ogni giorno in più. Questo mi porta a pensare alla felicità e al fatto che noi proviamo interiormente questo sentimento indipendentemente dalla situazione materiale in cui viviamo, le circostanze o all'appagamento dei sensi. Nasce dal nostro spirito.
La base di tutto è sentirsi appagati interiormente. Questo significa che la felicità non scaturisce dal numero di cose che possediamo, generalmente questo ci porta a volerne sempre di più, ma alla soddisfazione che troviamo in noi stessi. Nella nostra qualità di vita, nei Valori in cui crediamo. 
Non bisogna ricercare la vera felicità interiore come una formula magica, è un divenire continuo, non c'è un momento in cui si può arrivare ad affermare: adesso sono veramente felice dentro di me. Penso che sia una ricerca continua dell'appagamento interiore anche nelle piccole cose, nei gesti più comuni, nelle sensazioni tattili od odorose, nella visione di un'opera d'arte, di un paesaggio. 
La felicità è uno stato mentale a cui occorre imparare, quotidianamente, a predisporsi.

martedì 2 novembre 2010

Atteggiamento positivo

Poter contare su un metodo di approccio positivo alla vita è essenziale per riuscire nelle cose. Per riuscire in questo occorre avere sempre un atteggiamento positivo. Diventa importante per raggiungere l'obiettivo avere sempre cura di sé, far tesoro dell'esperienza maturata, mantenere e coltivare il proprio patrimonio di conoscenze e abilità, dal proprio sapere e dal saper fare, sviluppare una certa capacità di analisi delle persone e degli avvenimenti e sviluppare la propria intelligenza emotiva.
Non dimenticarsi mai di avere due intelligenze: una che pensa, razionale, e una emotiva, emozionale, legata ai sentimenti e alle sensazioni che avvertiamo.
Da qui è l'origine del nostro atteggiamento, da qui partono le nostre riflessioni sui nostri valori, su chi siamo e sul nostro modo di essere.
Quando ti sono chiari i Valori normalmente hai sviluppato la tua parte di intelligenza emozionale. Questo significa che sei consapevole delle tue emozioni, sai riconoscere come essi influiscono su di te e sulle tue attività, avendo consapevolezza di questo ti fai guidare anche da essi nelle decisioni. Ma individui anche i tuoi punti di forza e di debolezza, fai tesoro delle esperienze riavvolgendo "il nastro" di esse, sei in grado di metterti in discussione perché sei sicuro di te, metti una certa dosa di umorismo in ciò che fai e rischi in prima persona per difendere le tue idee o quelli che trovi giusto ed infine riesci a prendere decisioni anche sotto pressione.
I nostri Valori sono quelli che ci guidano quotidianamente. Se abbiamo la capacità di osservarci nel nostro comportamento, prenderemo coscienza di tali Valori e dei nostri caratteri distintivi.


domenica 31 ottobre 2010

La calma come virtù

Fermarsi per pensare alle conseguenze delle nostre azioni.
Imparare che le opinioni sono fatti, è normale che vi siano delle differenze.
Imparare a prendere in considerazione le opinioni altrui.
Sviluppare grande tolleranza.
Imparare a cogliere anche i messaggi del corpo di chi ci sta di fronte e comunica.
Ricordarsi che l'empatia permette di mettersi nei panni dell'altro.
Fare sempre domande finché la situazione non si sia chiarita.
Sfruttare gli amici per raccontare la propria rabbia.
Scrivere: serve a chiarirsi ed esternare.
Evitare di prenderla sul personale.
Cercare di essere sempre più libero ed indipendente da opinioni e comportamenti altrui.

giovedì 28 ottobre 2010

La fiducia

Avere fiducia in qualcuno, avere la fiducia di qualcuno. Quando usiamo queste frasi, questi pensieri, occorre andare alla radice del concetto forse. Per me la fiducia é l'atteggiamento verso un'altra persona, basato sulla convinzione che questa non farebbe nulla contro di noi anche se ne avesse la possibilità e potesse trarne un vantaggio personale. 
La fiducia non nasce solo empaticamente, ma si costruisce nel tempo attraverso la dimostrazione di essere persone integre con una condotta esemplare, dimostrando competenza e passione nello svolgere il proprio ruolo, prendendo in considerazione con attenzione le preoccupazioni degli altri, dando a tua volta fiducia, costruendo attraverso i successi, attraverso l'elevata frequenza dei momenti di contatto con le persone.

Ci si fida di te se ti si vede spesso. Frequentare, frequentarsi con assiduità porta a convincerci che siamo sempre presenti, anche quando non ci si vede, nei pensieri dell'altro. E' un grande segno di importanza nei confronti dell'altra persona che è fondamentale per costruire, mantenere e rafforzare il rapporto di fiducia. 
La fiducia è un lavoro da svolgere giorno per giorno, con cura e attenzione, anche per pochi minuti, ma costantemente. La fiducia è come un fiore, una pianta, va coltivata con cura e passione.

Alcune volte si scopre che é mal riposta, ma questo fa parte del grande gioco della vita. Si impara e si passa oltre.

mercoledì 27 ottobre 2010

Strategia per ottenere dei risultati

Concentrarsi sull'obiettivo a lungo termine, che sia ancorato alla realtà, ma che sia ambizioso. Non preoccuparsi troppo della prossima battaglia, ma avere sempre lo sguardo sul risultato finale che si vuole ottenere.
Per fare questo occorre elevarsi, allargare la prospettiva e avere una visione d'insieme. Mai dimenticare di vedere il mondo anche con gli occhi degli altri.
Andare sempre alla radice del problema. Alcuni conflitti si trascinano troppo a lungo perché nessuno è in grado di farlo. Fondamentale è scoprire il problema ed eliminarlo.
Raggiungere l'obiettivo non sempre passa per la via più breve. La chiave di volta è pianificare in anticipo e allo stesso impedire al possibile avversario di comprendere subito il motivo delle tue azioni e dove hai intenzione di arrivare.
Ultimo, ma non ultimo: mantenere sempre un comportamento comunque etico, aperto, "viso allegro e cuor leggero" come si dice. Accettare le sconfitte momentanee e non abbattersi né demordere mai.

"Nessun vincitore crede ala caso" (F. Nietzsche)

martedì 26 ottobre 2010

En-pathos

En-pathos, empatia, é l'abilità nel focalizzarsi sul mondo interiore dell'interlocutore, leggendo le sue emozioni e anticipando i suoi pensieri. L'empatia si basa sulla consapevolezza di sé, quanto più si riescono ad ascoltare le proprie emozioni, tanto più si percepiscono i sentimenti altrui.

lunedì 25 ottobre 2010

L'empatia aiuta la libertà e la democrazia

Libertà significa essere in grado di ottimizzare tutte le potenzialità della propria vita, e una vita pienamente realizzata è fatta di amicizie, affetti, legami resi possibile da esperienze personali e rapporto con gli altri sempre più profondi e significativi. Si è liberi se si cresce in una società globale che offra opportunità di esperienze empatiche a qualsiasi livello di comunicazione. Il nuovo sogno di tutti è la qualità della propria vita.
Generalmente quando pensiamo alla libertà , l'associamo al fatto di essere indipendenti. Da un punto di vista empatico invece, essere veramente liberi significa essere vulnerabili. Se la libertà è la capacità di sviluppare pienamente le proprie potenzialità e se una vita piena si misura in base al grado di profondità, all'estensione e alla diversità dei propri rapporti, allora quanto più si è vulnerabili, tanto più si è propensi a stabilire rapporti intimi e profondi con gli altri. Vulnerabili in questo senso, non significa essere più deboli, vittime o perdenti, ma piuttosto essere aperti a una comunicazione a livello più profondo dei rapporti umani. Essere vulnerabili significa avere fiducia nei propri simili, credere che gli altri ci tratteranno come un fine e non come un mezzo, che non verremo manipolati per le convenienze altrui, bensì considerate come persone apprezzate.

Ed è proprio quando veniamo trattati dagli altri come un fine che diventiamo veramente liberi. In un mondo dove tutti diffidano degli altri non c'è vera libertà.
Le società autoritarie infatti alimentano la paranoia e la sfiducia, mettendo gli uni contro gli altri, soffocando così lo spirito di libertà. E' anche questa una sorta di dittatura strisciante.

L'idea di libertà è andata inoltre di pari passo, storicamente, con quella di eguaglianza. I rivoluzionari americani e francesi le consideravano inestricabilmente connesse. 

I filosofi empatici definiscono l'uguaglianza in termini più psicologici, chiedendosi come si giunga a pensare gli altri come eguali a se stessi e viceversa. Ci ricordano che fino a quando l'uguaglianza è misurata in modo ristretto in termini materiali, successo economico anche se per merito e non ereditario, il risultato finale sarà sempre quello di distinguere il "mio" in contrapposizione al "tuo". La ricchezza e le distinzioni di livello professionale continueranno a creare distinzioni di ceto e a dividere gli uni dagli altri.
L'estensione empatica è l'unica espressione umana che crea una vera uguaglianza tra le persone. Quando si prova empatia per un'altra persona, le distinzioni si dissolvono. L'atto stesso di identificarsi con gli affanni di un altro, come se fossero i propri, è l'espressione più chiara del senso di uguaglianza. E' difficile trovare empatia se non ci si pone allo stesso livello dell'altro. 
se ci si sente superiori o inferiori, diversi e quindi estranei, diventa difficile provare le sue gioie e i suoi dolori come fossero nostri. Se si entra in empatia si "sente" e si "reagisce" come se noi fossimo quella persona. Diversamente si può parlare di simpatia.

La capacità di riconoscere se stessi nell'altro e viceversa, è un'esperienza profondamente democratica a mio avviso. E' il riconoscimento che ogni vita è unica, inalienabile e merita un'uguale considerazione. L'evoluzione dell'empatia e della democrazia sono andati di pari passo nella storia: quanto più empatica è una cultura, tanto più democratici sono i suoi valori e le istituzioni che la governano.

venerdì 22 ottobre 2010

Sulla Leadership

La leadership è un atteggiamento, un modo di vivere. Diventare leader è un'impresa che non arriva mai a compimento, ma è in continuo divenire e richiede assiduo perfezionamento. Essa è determinata anche dalla qualità della nostra vita e delle risposte che diamo ad essa. Lo strumento primario per esercitarla è costituita dal sapere bene cosa si vuole e cosa ha veramente valore nella propria esistenza, essere ancorati a saldi principi e valori, avere una visione coerente del mondo.
La forza più grande di un leader sta nella capacità di trasmettere agli altri la propria visione personale,  anche attraverso l'esempio della propria vita. 

Sviluppare una propria "vision" è qualcosa di profondamente privato, un prodotto generato attraverso un importante processo di autoanalisi. Cosa sta veramente a cuore ? Che cosa si desidera davvero ? In che modo apporto qualcosa al mondo e dove trovo la mia collocazione ? Dove voglio giungere ?
La costruzione di una leadership personale è un lavoro continuo e comporta un costante processo di maturazione e di autoconoscenza. La grande capacità di un leader consiste nell'apprezzare fino in fondo la possibilità di continuare ad apprendere cose nuove: su di sé, sugli altri, sul mondo, senza smettere mai di guardare avanti alla ricerca di nuove scoperte e nuovi interessi.

Volendo tracciare alcuni principi fondamentali a cui ispirarsi, si potrebbero citare:
- l'esatta conoscenza dei propri punti di forza, di debolezza, dei propri valori e della visione del mondo;
- una coraggiosa accettazione dell'innovazione e la capacità di adattarsi a un mondo in continuo cambiamento;
- il coinvolgimento degli altri attraverso un atteggiamento positivo ed empatico;
- la capacità di trovare sempre nuove energie per sé e per gli altri, coltivando ambizioni eroiche. 

domenica 10 ottobre 2010

Pastificio dei Campi di Gragnano

Ho avuto modo di provare vari tipi di pasta dell'opifico "Pastificio dei Campi" di Gragnano e ne sono rimasto piacevolmente colpito. Nonostante che i prodotti da me provati fossero tutti a pasta liscia sono, oltre che molto belle, bianche, molto ruvide. La porosità è forte, profonda, visibile e tattile, alla "prova del sugo" infatti si rivela una pasta capace di trattenere e quindi armonizzarsi, con il condimento. Un'ottima pasta con buona resilienza che tiene la cottura, rimane al dente e all’assaggio risulta molto consistente, con un sapore invitante anche al consumo con un semplice filo d'olio e un pò di parmigiano, o pecorino, grattugiato. Si accompagna molto bene sia con condimenti forti, sia delicati. Consiglio la prova.
Il prezzo è un pò superiore alla media, ma la ricerca espressa nel packaging, una confezione che richiama da subito un viaggio in quelle terre, e la qualità del prodotto vale l'acquisto. Il marketing è veramente molto curato: non solo il confezionamento è di grande pregio, anche per il mondo virtuale c'è molta attenzione e oltre al sito (http://www.pastificiodeicampi.it/) molto curato e pieno di informazioni interessanti, sono presenti anche su Facebook (Mafaldina dei Campi), hanno un blog e compaiono su molti altri blog di enogastronomia.
Insomma complimenti ai proprietari del Pastificio dei Campi, veramente bravi, coraggiosi e di grande qualità.

venerdì 8 ottobre 2010

La riflessione

Non esiste nulla che serva quanto lo starsene quieti parlando il meno possibile con gli altri e moltissimo con se stessi. Nel parlare molto c'e' qualcosa di blando che, come l'ebbrezza e l'amore, svela i segreti.
Chi non sa tacere un fatto, non sa tacere neppure il nome di chi glielo ha riferito. Ognuno ha un amico a cui confidare quanto e' stato confidato a lui.

domenica 3 ottobre 2010

Obiettivi

Il più grande rischio per la maggior parte di noi non sta nel fissare un obiettivo troppo alto e non riuscire a raggiungerlo, ma nello stabilirne uno troppo basso e ottenerlo.

Michelangelo

venerdì 1 ottobre 2010

Agire

Agire. Magica parola. Muoversi. Le azioni sono l'unico modo per coniugare con successo piani e obiettivi.
Agire anche quando si sbaglia. Un fallimento è il più grande maestro. Dal più brusco dei risvegli troviamo il terreno fertile per agire concretamente. 
Rischiare dovrebbe essere la prima voce per importanza nella propria vita. Cruciale. Molti non rischiano perchè temono l'ignoto, ma il rischio è di solito la base del successo. Se si vuol riuscire occorre aver voglia di rischiare. Molto, forse tutto. Poi è importante tenere lo sguardo sull'obiettivo che ci siamo posti. Mai perdere di vista gli obiettivi, sono i nostri sogni con una scadenza. Il segreto è non farsi distrarre e non aumentare gli impegni, ma toglierne. E' difficile, ma occorre farlo. Con metodo, con cura. Togliere è il segreto, non aggiungere. Così è possibile affrontare e riuscire nel proprio percorso.
Parallelamente è importante altresì mantenere un equilibrio tra salute fisica, spirituale ed emotiva. Sono di grande supporto per raggiungere le nostre mete. Così come riflettere e trovare il tempo di creare una sinergia tra i propri obiettivi personali e quelli lavorativi. 
Fondamentale è non mollare mai, fino alla vittoria. Chi fallisce è perchè si arrende troppo presto, un attimo prima degli altri. Dato l'obiettivo tutto il resto non conta. Determinante è sviluppare e mantenere un atteggiamento positivo, sempre, mai diventare cinico, mai vedere il mondo con occhi negativi. Tutto risulta più divertente e stimolante. Quando si è positivi, preparati, disciplinati e fiduciosi in se stessi, con i contatti giusti, responsabili, si è pronti per raggiungere le mete ambite. E ci si riesce.

giovedì 30 settembre 2010

Non basta guardare

Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono.

G.Galilei

mercoledì 29 settembre 2010

Dal Libro dei Proverbi: 21

Il cuore del re è un canale d'acqua in mano al Signore: lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell'uomo tutte le sue vie sono rette, ma chi pesa i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l'equità per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo, lucerna degli empi, è il peccato.
I piani dell'uomo diligente si risolvono in profitto, ma chi è precipitoso va verso l'indigenza.
Accumular tesori a forza di menzogne è vanità effimera di chi cerca la morte.
La violenza degli empi li travolge, perché rifiutano di praticare la giustizia.
La via dell'uomo criminale è tortuosa, ma l'innocente è retto nel suo agire.
E' meglio abitare su un angolo del tetto che avere una moglie litigiosa e casa in comune.
L'anima del malvagio desidera far il male e ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando il beffardo vien punito, l'inesperto diventa saggio e quando il saggio viene istruito, accresce il sapere.
Il Giusto osserva la casa dell'empio e precipita gli empi nella sventura.
Chi chiude l'orecchio al grido del povero invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
Un regalo fatto in segreto calma la collera, un dono di sotto mano placa il furore violento.
E' una gioia per il giusto che sia fatta giustizia, mentre è un terrore per i malfattori.
L'uomo che si scosta dalla via della saggezza, riposerà nell'assemblea delle ombre dei morti.
Diventerà indigente chi ama i piaceri e chi ama vino e profumi non arricchirà.
Il malvagio serve da riscatto per il giusto e il perfido per gli uomini retti.
Meglio abitare in un deserto che con una moglie litigiosa e irritabile.
Tesori preziosi e profumi sono nella dimora del saggio, ma lo stolto dilapida tutto.
Chi segue la giustizia e la misericordia troverà vita e gloria.
Il saggio assale una città di guerrieri e abbatte la fortezza in cui essa confidava.
Chi custodisce la bocca e la lingua preserva se stesso dai dispiaceri.
Il superbo arrogante si chiama beffardo, egli agisce nell'eccesso dell'insolenza.
I desideri del pigro lo portano alla morte, perché le sue mani rifiutano di lavorare.
Tutta la vita l'empio indulge alla cupidigia, mentre il giusto dona senza risparmiare.
Il sacrificio degli empi è un abominio, tanto più se offerto con cattiva intenzione.
Il falso testimone perirà, ma l'uomo che ascolta potrà parlare sempre.
L'empio assume un'aria sfrontata, l'uomo retto controlla la propria condotta.
Non c'è sapienza, non c'è prudenza, non c'è consiglio di fronte al Signore.
Il cavallo è pronto per il giorno della battaglia, ma al Signore appartiene la vittoria.

Anche la felicità ha un prezzo

«La vera felicità è la pace con se stessi. E, per averla, non bisogna tradire la propria natura», pensa Mario Monicelli. «Volete essere felici per un istante? Vendicatevi. Volete essere felici per sempre? Perdonate», è l'idea di Jean-Baptiste Henri Lacordaire. «Il segreto per essere infelici è avere il tempo di chiedersi continuamente se si è felici o no» ha detto George Bernard Shaw.

Dalla nascita dell'uomo a oggi, uno stuolo di pensatori, filosofi, registi, teologi, scrittori si sono spaccati la testa per riuscire a cogliere la felicità, comprenderla, riprodurla e racchiuderla in un concetto. La morale, visto il numero incredibile di aforismi e citazioni, è che la felicità è soggettiva, indefinibile, imbrigliabile dalle parole. Però la si può domare con i numeri. 

Almeno stando allo studio del Financial Times, il maggiore quotidiano finanziario in Europa, che ha voluto cimentarsi in uno studio non semplice: quantificare - in soldoni - il valore degli eventi che accadono nella vita di ognuno. Episodi felici come un matrimonio sereno, ed eventi complicati, tipo una separazione. Per evitare un'inutile suspense diciamo, fin d'ora, che il quotidiano conferma la massima «un amico vale un tesoro», più precisamente 274.500 euro. La più grande ricchezza dopo la salute che rende tutti coloro che la possiedono i Paperon de' Paperoni della Terra: buone condizioni mentali e fisiche valgono 1 milione e 551 mila euro.

Partendo dal presupposto che quelli del Financial Times - giornale abituato a misurare tutto con i numeri - non sono impazziti cambiando improvvisamente rotta e argomenti, ma hanno pensato a un calcolo del costo della felicità perché, in tempi di crisi, è sempre più attuale la «health-economics» (studi di economia che mettono in relazione la salute e il prezzo per mantenerla), la solidità dei risultati della ricerca è certa: a fare da supervisore Nick Powdthavee, economista comportamentale e studioso della felicità all'Università di York, un guru in Inghilterra. 

Il professore è stato messo a capo di un team di psicologi che ha calcolato l'impatto emotivo di particolari situazioni che accadono lungo una vita, il loro peso e il perdurare nell'emotività di ognuno. «La felicità è un bene monetizzabile - dice Mauro Porta neurologo all'Irccs, Istituto di ricerca Galezzi, a Milano - mente e cervello, corpo e psiche sono un tutt'uno. A un dolore psichico ne corrisponde uno fisico. Oggi, quantificare il danno biologico è diventata una prassi necessaria». Al di là delle cifre prodotte dallo studio inglese - decisamente indicative su ciò che conta nella vita, per dire, la pensione se ben vissuta assicura 136 mila euro - sono utili le analisi a corredo dei ricercatori che spiegano, ad esempio, perché i soldi «non fanno la felicità». 

Piuttosto, sostengono i ricercatori, possono comprarne di piccole. È vero invece che il denaro rende felice chi non ne ha per niente. Quelli che hanno raggiunto uno status che permette di soddisfare i bisogni primari, non ottengono molto di più da un portafoglio pieno. «Anzi - prosegue Porta - per loro l'infelicità è in agguato: la certezza di poter esaudire gran parte dei loro desideri non attiva più quei circuiti cerebrali che mettono in circolo le endorfine, oppiacei naturali prodotti dal cervello, che hanno la capacità di donare euforia e un pizzico di felicità».

Molto più importanti sono gli amici, le buone relazioni sociali che valgono più della riuscita di un matrimonio: 274 mila euro contro 239 mila scarsi: «Confermo - sostiene Raffaella Zanardi, psichiatra del centro disturbi dell'umore dell'Ospedale San Raffaele - gli amici sono una costante, ci rassicurano. La maggior parte dei pazienti associa al termine lealtà la parola amicizia più che amore». A renderci, se non proprio felici, più sereni, è la logica del mezzo gaudio: «Quella che - continua la psichiatra - ci fa sentire meno soli e sfortunati soprattutto davanti a un evento particolarmente duro come la perdita del lavoro».

In conclusione, dicono gli esperti, la legge che regola la nostra felicità è il rapporto esistente tra vita reale, quella che conduciamo, e vita ideale, quella che vorremmo. Tutto sta a immaginarla, mentre viviamo, con i piedi ben piantati per terra.

ELENA LISA

martedì 28 settembre 2010

Sognare

Essere umani significa sognare, sognare di migliorarsi nonché di essere gratificati e realizzati. Il fatto importante è che non esiste una correlazione tre il sognare e l'ambiente che ci circonda.
Perciò se qualcuno ti dice che una cosa non è possibile, falla comunque.

domenica 26 settembre 2010

Il "malaffare"

Il "malaffare" è forse radicato nell'animo umano ?

... La tesi di Carlo Alberto Brioschi - capo della saggistica di Rizzoli, che però pubblica i suoi libri da Longanesi - è che la corruzione e il malaffare in genere non siano fenomeni specifici di un popolo o di un' epoca, ma siano in qualche modo radicati nella storia, connaturati all' animo umano. Nell' Italia di oggi, però, si verifica una mutazione inedita e inquietante: la corruzione emerge alla luce del sole, come la «feccia che risale il pozzo» della metafora coniata da Indro Montanelli. Si rivendicano in pubblico le cose che prima si facevano di nascosto in privato. All' ipocrisia si sostituisce la sfrontatezza. La conseguenza è l' assuefazione di un' opinione pubblica che sembra non avere più neppure la forza di reagire, e il senso di impunità dei potenti (plasticamente rappresentato dall' esultanza con cui l' altro giorno alla Camera si è festeggiata la bocciatura della richiesta di utilizzare le intercettazioni dell' onorevole Nicola Cosentino, di cui la magistratura ha chiesto l' arresto per camorra)...

...il disincanto e l' indifferenza sono cresciuti nell' opinione pubblica. Il malaffare non desta più indignazione e rivolta morale... siamo avviati su una china irreversibile di corruzione e assuefazione, o invece siamo alla vigilia del crollo di quella che è stata chiamata Seconda Repubblica, e dei protagonisti ...

...Più o meno negli stessi anni l' ateniese Demostene, esiliato proprio con l' accusa di appropriazione indebita e suicida dopo il ritorno in patria, coniava un motto che sembra adattarsi bene ai giorni nostri: «Invidiare chi si lascia corrompere, ridere se lo riconosce apertamente, assolvere chi è stato colto in flagranza di reato, odiare chi vorrebbe metterlo sotto accusa»...

Dalla terza pagina di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

venerdì 24 settembre 2010

SIMBOLI Dal tricolore al sole padano quando la battaglia è sulle icone

Una scuola - uno spazio pubblico d e s t i n a t o a l l a f o r m a z i o n e aperta, libera, imparziale, dei più giovani - è stata riempita, fino alla saturazione, di una quantità smisurata di simboli di un partito: il Sole delle Alpi, che la Lega ha trovato nel deposito iconologico del Nord Italia, e che ha fatto proprio. È successo ad Adro, piccolo borgo del bresciano; e molto se ne è parlato, e quasi sempre in toni aspramente critici, come di un' occupazione partitica di uno spazio comune, come di un' intrusione potenzialmente totalitaria nella dimensione della fanciullezza, come di una negazione dell' universalità dell' appartenenza a favore di un localismo identitario regressivo. A quel simbolo ne è stato contrapposto - correttamente - un altro: il tricolore (accompagnato, semmai, dalla bandiera europea), che esprime un afflato ben più ampio, una comunità ben più ariosa. La polemica intorno ai simboli non è nuova; anzi, di essa è costituita gran parte della storia politica. La dimensione della ragione, della parola, della convinzione - a cui in Occidente si dà tanto rilievo - non è che una parte della complessità di relazioni e di emozioni, che è veicolata dalla politica. Ben prima e ben più intensamente che con la parola, l' appartenenza e la conflittualità, l' identità e la comunità, la vita e la morte, hanno trovato espressione potentissima nei simboli. Sono, questi - oggetti, animali, piante, fiori, astri, parti del corpo - che hanno in sé la forza di rinviare a significati ulteriori, evidenti per chi (con l' immaginazione, non necessariamente con la ragione) sa decifrare il simbolo all' interno del sistema simbolico di cui esso fa parte. Il simbolo - l' infinita varietà dei simboli, la loro aggrovigliatae ambivalente pluralità - è il mondo come è visto, sentito, vissuto in via pre-logica, dal soggetto, che sopperisce la propria naturale manchevolezza animale costruendo un universo culturale che gli consente di adattarsi al mondo. Il simbolo non è una spiegazione del mondo, ma è la capacità di cogliere emozionalmente, in un oggetto, i molteplici piani del cosmo e i diversi livelli della coscienza. Tutte le culture producono universi simbolici particolari; ma esistono anche - lo ha insegnato Jung - funzioni simboliche universalie archetipiche che strutturano la psiche dell' umanità in generale, e anche di ogni uomo; che viene inserito, fin dal suo concepimento, in un sistema di relazioni con se stesso e col mondo, che lo accompagnerà tutta la vita, trasformandosi continuamente. Nulla di strano, dunque, se i segni, gli emblemi, le forme, le figurazioni, attraverso cui passa la politica, per quanto convenzionali, cioè nati storicamente per decisione umana, non sfuggono alla potenza evocatrice del simbolo, e anzi traggono di lì molta della loro forza di attrazione e di suggestione. I simboli governano i grandi scontri di civiltà che hanno fatto la storia occidentale: ad Azio Ottaviano e Cleopatra si sono confrontati anche attraverso l' aquila romana, simbolo solare, e Anubi, il dio canino egiziano, simbolo della morte. La croce sulle bandiere dell' impero cristianizzato è uno dei simboli più complessi e potenti: rinvia al Centro che struttura lo spazio mettendo in collegamento l' alto e il basso, il cielo e la terra. E il drago, che spesso era effigiato sui vessilli pagani, simboleggia a sua volta una potenza non umana, di potenza nemica da sconfiggere per ottenere la salvezza (ma in altri universi simbolici il drago ha significati positivi). Lo stesso Stato moderno - macchina razionale costruita dall' uomo a scopi umani - nasce, con Thomas Hobbes, sotto il simbolo inquietante del Leviatano, mostro marino capace di inghiottire il sole. E anche la svastica non era originariamente che il simbolo, diffusissimo in ogni tempo e in ogni luogo, dell' asse del mondo, o del sole, attorno alla cui energia ruota, in cerchio o a spirale, l' universo. Per non parlare della grande quantità di alberi (ricordiamo, in Italia, la quercia), che sono stati assunti a emblema dalle forze politiche, e che simboleggiano la vita, la sua espansione, la sua capacità di mettere in comunicazione il sottosuolo, la terra e il cielo. Ambigui, sfuggenti e allusivi, i simboli servono sanno anche istituire modalità di riconoscimento collettivo, danno stabilità agli ordini politici, attraverso la lealtà emotiva che sanno generare nei cittadini. Centri di forze psichiche individuali e collettive, i simboli si prestano tanto a essere utilizzati in chiave ipnotica e pubblicitaria, bassamente propagandistica, quantoa risvegliare nei singoli le emozioni e le pulsioni attive senza le quali la politica perde gran parte del suo significato e della sua potenza. La politica, quindi, esigei simboli, come le parole della ragione. Tanto negli uni quanto nelle altre si esprime - per vie divergenti, e con mezzi forse opposti - la medesima tensione, delicatissima e costitutiva dell' umanità dell' uomo, tra il farsi del Sé e il farsi della Comunità, tra l' individuazione e l' identificazione, tra Parte e Tutto. Che ai nostri tempi la politica abbia ridotto la parola a slogan, e il simbolo a marchio, a brand, o a feticcio, ha certamente qualcosa a che fare con la sua incapacità di appassionare uomini e donne, di mobilitare emozioni, di promuovere il formarsi di individui liberi e coscienti.

CARLO GALLI

mercoledì 22 settembre 2010

COLTIVARE I VALORI UNIVERSALI PER AUMENTARE IL NOSTRO VALORE NELLA VITA - Siamo tutti società a responsabilità limitata

Il Centro Studi "Luigi Einaudi" ha organizzato questo evento il 22 settembre 2010 nell'ambito di un ampio programma di incontri.
Ispirandoci al nome che porta il Centro Studi, Luigi Einaudi, esimio Presidente del primo dopo guerra, scrittore e giornalista, vediamo forti analogie tra il periodo seguito alla fine della II° Guerra Mondiale e quello attuale. Due momenti di grande crisi per il mondo: nel primo caso a seguito di una guerra combattuta, oggi a causa di una guerra finanziaria. Certamente non paragonabile per le vittime, ma sicuramente vicine per gli enormi danni provocati. Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti.
La differenza è oggi la drammatica mancanza di speranza, contrariamente ad allora, in un futuro migliore. II motivi certamente non mancano. Ad esempio i giovani oggi, per la prima volta, non hanno la certezza di migliorare le proprie condizioni di vita rispetto a quelle dei loro genitori. Tutto è cambiato, sono cambiate le regole del gioco nel mondo degli affari, ma sembra anche nella vita. Parole come Etica e Solidarietà appaiono prive di un autentico significato.
Le donne e gli uomini vivono oggi nell'incertezza, nel dubbio, nella paura. Questa crisi ha cambiato tutto. Occorre però reagire: è necessario cambiare e adattarsi. La paura del cambiamento è la paura più forte. Nessuno rischia volentieri nuovi insuccessi e si accontenta di quelli che ha già.
Pensiamo invece che occorra un pò di coraggio proprio in questo momento. Anzi la parola del millennio dovrebbe essere proprio: CORAGGIO !
Il coraggio dona speranza e le persone seguono il coraggio. Ognuno di noi può dare l'esempio e diventare a sua volta un esempio da seguire, se mette oraggio nelle proprie azioni.
Per questo motivo è stato Sebastiano Zanolli, perchè il messaggio che porta nelle sue parole è: SVEGLIAMOCI !

Poniamoci quindi degli Obiettivi con coraggio, assumiamoci le nostre responsabilità, siamo tutti società a responsabilità illimitata, e sicuramente tanti uno potranno nuovamente creare comunità coese in l'Etica possa venire prima del profitto. 
Rimbocchiamoci quindi le maniche e affrontiamo con coraggio il futuro.

martedì 21 settembre 2010

Noi e i nostri pensieri

La vera partita nella vita è sapere che noi non siamo i nostri pensieri. Quando, ad esempio, arriva un fallimento nel lavoro o negli affari, spesso non accettiamo che le cose siano andate in questo modo. Pensiamo che ciò che è accaduto non è il nostro vero destino, che dovevamo certamente vincere. Invece non dovremmo pensare a questo, ma accettare ciò che accade. Accettare e accettarsi quando si sbaglia, senza rimproveri, meditando si, ma senza punirsi, è il primo passo verso la propria autoguarigione e verso la gioia di vivere. E sia quel che sia. Accettare che le cose vadano come vanno aiuta a vivere più sereno. Non occorre accusarsi di tutte le cose che accadono perchè c'è una legge universale che guida il "tutto", e mentre lo fa compie una grande opera. Normalmente a ciascuno viene pagato quanto gli è stato promesso. Il Destino fa la sua strada e non aggiunge e non toglie nulla di quanto ha promesso.

Il fato guida che segue, trascina chi recalcitra. (Seneca)

domenica 19 settembre 2010

Lo sapevate ? La “ricciola” è made in Imola

Rimini, estate del 1953, la guerra è ancora un ricordo vicino. Dal forno Drei in Piazza Tripoli escono, di buon mattino, un signore e un bimbo. Scesi alcuni gradini sul lungomare, sono in spiaggia. Un po’ curvi sotto il peso delle cinghie a cui hanno appeso dei contenitori di legno. All’interno, oltre i “classici” bomboloni fritti ci sono le “ricciole”, quelle belle piadine intrecciate che in superficie hanno sale grosso e rosmarino. Una novità. Appena sfornate e proposte direttamente alla gente, che torna ad affollare i lidi romagnoli e ha voglia di dimenticare le privazioni e i dolori causati da un conflitto che ha segnato profondamente il Paese. Il venditore è il creatore di questa piada e si chiama Angelo Ricci, imolese, che “fa la stagione al mare”, accompagnato dal figlio di sette anni Ermes (per tutti a Imola noto come “Pasticcio”). Angelo iniziò la professione presso la pasticceria Flamini a Forlì subito dopo la guerra, trasferendosi nei mesi estivi al mare, in quel forno di Rimini che gli lasciava panificare i suoi prodotti. All’inizio degli anni ’50, dopo diverse prove, trovò la formula giusta per la “ricciola”: una piada semi sfogliata molto croccante. Purtroppo oggi non si trova più la “ricciola” con le sue caratteristiche originarie, come si riusciva a gustare ancora dieci, quindici anni fa. L’impasto, la consistenza, il sapore non sono più gli stessi. Sono cambiate molte cose, dalle tecniche di lavorazione ai tempi di lievitazione, fino ai prodotti utilizzati che di fatto controllano e unificano il risultato. Mi sono già espresso sull’omogeneizzazione dei prodotti presenti nella maggioranza dei bar e forni, con semi-lavorati congelati, industriali, che perdono fragranza, un po’ molli, senza sapori da ricordare. Anche la “ricciola” ha subito questo manipolazione: il sale grosso è proprio sparito, rimane il rosmarino un po’ triste, con quelle trecce morbide che si spezzettano in modo uniforme. Molti forse rammentano come, prendendo in mano “quella ricciola” e spezzandola seguendo le curve rigonfie, si frantumasse in sfoglie di vario spessore, da quelle più consistenti a quelle dal velo quasi trasparente. Una sfoglia che risultava piacevolmente profumata e ricca, una vera soddisfazione per il palato. In fondo il segreto della ricetta è semplice: pasta di pane più condita del normale da “sfogliare” come si usa con la pasta sfoglia, utilizzo di margarina o burro, trecce arrotolate a mano, nessuna ulteriore aggiunta se non lievito di birra, olio di oliva, rosmarino e sale grosso, seguendo dal vivo la lievitazione.

Il papà di Ermes decise poi di aprire un’attività a Imola a metà degli anni ’50, diventando il primo gestore del bar Giardini sfornando dolci e salati solo per il proprio esercizio (il Geometra Gaddoni aveva da poco costruito il locale, oggi tornato alla famiglia anche nella gestione con Giovanni Corrado che l’ha riportato a nuova vita). Nel 1958 venne attrezzata la sala sottostante, dove sono ancora visibili i resti di una ghiacciaia di epoca romana, per ingrandire il laboratorio essendosi creata una certa richiesta di prodotto anche da altri esercizi. Il “piccolo” Ermes cresce seguendo il padre nell’attività e col tempo ne rileva la maestria e porta avanti la tradizione, anche se ha ammesso che la sua passione è sempre stata la fotografia. Appena si presentò l’opportunità, inizio a tenere chiuso il laboratorio la domenica per poter fare i servizi fotografici per il Guerin Sportivo. Da alcuni anni ha coronato il sogno aprendo, con la moglie Aurea, un negozio vicino al teatro e ha trovato soddisfazione nelle varie mostre che ha tenuto in giro per l’Europa, l’ultima poco tempo fa a Barcellona. Nella sua carriera “Pasticcio” è stato a suo modo un diffusore dell’arte, collaborando ad esempio all’apertura di attività oggi molto avviate, come la pasticceria Berti a Toscanella, oppure formando nel suo laboratorio un certo Valentino Marcatilii, lo Chef dello stellato San Domenico, anche lui un fan della “ricciola”. E’ incredibile che in tutti questi anni nessuno abbia mai pensato di valorizzare questa eccellenza del territorio. Rimane solo il ricordo dell’originale, a qualcuno.

Scritto e proprietà di Pierangelo Raffini

venerdì 17 settembre 2010

Depressione

La depressione è spesso causata dal voler soffocare emozioni o stati d'animo negativi. Normalmente rabbia o dolore. La via per tornare all'ottimismo non è negare a se stessi questa situazione, al contrario accettarli ed esprimerli sono i primi passi per tornare ad un sano ottimismo. Come scrisse un saggio molto tempo fa : "a volte la via d'uscita passa attraverso" oppure come ha detto Clara Booth Luce: "Nella vita non ci sono situazioni disperate; ci sono soltanto uomini che hanno perso ogni speranza di risolverle".