domenica 30 ottobre 2011

Un Paese che dimentica il futuro


L’Italia comincerà a vendere titoli di Stato anche su internet, con una campagna pubblicitaria ad hoc, a partire dalla primavera 2012. Il successo di analoghe iniziative di banche private (Mediobanca tra le altre) spinge online il ministero del Tesoro, impegnato l’anno venturo in un safari a caccia di 250 miliardi di euro, per sostenere il famelico debito dei 1900 miliardi. Sembrerebbe una notizia positiva, anche le nuove tecnologie mobilitate per salvare il Paese e l’euro, se non cadesse, nelle stesse ore, l’occhio sul Punto D, della «Lettera di intenti» che il governo ha inviato all’Unione europea promettendo riforme strutturali contro la crisi e per la crescita. Il Punto D si ammanta di un titolo cruciale «Sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione», è lungo appena 16 righe, e non ha il tono un po’ da vecchio notaio del resto del documento, tra un antiquato «Resesi» e un burocratico «Efficientamento». Il «sostegno all’imprenditorialità» è replica dell’agenda proposta dal 2008, ma la vera sorpresa - negativa - è sull’«innovazione». Perché delle 16 righe non una, anzi neppure una parola, è spesa su progetti, proposte, impegni a favore dell’economia digitale.

Andremo sul web cercando di piazzare qualche Bot, ma non abbiamo nulla da dire sul web per creare ricchezza, lavoro, start up, ricerca. Tv, giornali e internet ancora grondano commozione per il genio perduto di Steve Jobs, ma le lacrime italiane sono di coccodrillo digitale, perché non un euro, non un’idea, neppure una banale promessa elettorale, è spesa sulla Digital economy. E se ieri i mercati hanno confermato lo scetticismo sulle nostre riforme, mandando i Bot decennali al record negativo, anche i silenzi del Punto D hanno di certo contato. Il mercato sa che chi non innova muore. La Rete si è accorta per prima della mancanza di un progetto digitale e sul «Daily Wired» Marina Pennisi ha dato voce alle preoccupazioni di aziende e operatori. In un Paese che da un decennio non cresce, con la disoccupazione giovanile cronica, specie al Sud e tra le donne, con un bastione però formidabile di ricchezza privata alto 9.000 miliardi di euro, fra quadri informatici spesso di ottima qualità, davvero non era possibile far di meglio? Per comprendere il valore della nuova frontiera per lavoro e sapere, il lettore dia un’occhiata, anche frettolosa, alRapporto McKinsey: «Già oggi, se misurati come settore indipendente, i consumi e le spese relative a internet sono superiori all’agricoltura o all’energia. Internet rappresenta il 3,4% del prodotto interno lordo dei Paesi G8, Brasile, Cina, India, Sud Corea e Svezia». L’economia internet eguaglia la potenza economica del Canada, ma cresce a un ritmo più veloce del Brasile. Il settore che l’Italia non considera nelle sue promesse all’Unione Europea è il solo che sia in crescita ovunque. Se il mercato globale riduce l’occupazione nel mondo occidentale, il web invece crea 2,6 posti di lavoro per ognuno che si è perduto, chiudendo il gap che semina rancore nell’opinione pubblica. Una ricerca mondiale su un campione di 4.800 piccole e medie imprese stima la crescita legata al web al 21% negli ultimi dieci anni, il doppio del decennio precedente e malgrado la crisi paralizzante del 2007.Le speranze che gli Stati Uniti nutrono di mantenere la leadership economica sono tutte legate all’innovazione, di cui detengono ancora il 30% del mercato e il 40% dei profitti, grazie a un buon equilibrio fra hardware, software e comunicazione e a un formidabile network di laboratori e aziende. Regno Unito e Svezia incalzano, soprattutto sulle telecomunicazioni, India e Cina crescono «nell’ecosistema internet a un tasso del 20% annuo». Inseguono Francia, Germania e Canada, più indietro Giappone, Russia, Brasile.E l’Italia? I rapporti a disposizione (Digital advisory group, Akamai) concordano sul 2% del Pil legato alle nuove tecnologie, 700.000 posti creati, 1,8% in più di quelli perduti. Per comprendere il potenziale di crescita della nuova economia su cui il governo tace, in Francia internet crea già 2,4 posti per ognuno perduto. Il nostro Paese, la seconda manifattura europea invidiata anche dal Financial Times, reticolo di piccole e medie imprese, non sembra realizzare che le tecnologie sono il solo passaggio al futuro, la sola salvezza per i piccoli nel mercato globale. McKinsey (2011) stima che i due miliardi di esseri umani che lavorano su internet producono effetti immediati e clamorosi sulle Pmi: le piccole aziende che innovano a partire da internet, e-commerce e software hanno un aumento della produttività del +10%. E in un confronto diretto fra Pmi dello stesso settore, quelle che scelgono di ideare e produrre con sistemi web 2.0 hanno una crescita doppia sui concorrenti legati a modelli tradizionali.Inutile ripetere la tiritera sui mancati investimenti per la banda larga, gli 800 milioni promessi e mai spesi, i 4.300.000 cittadini costretti a collegamenti lumaca, la rincorsa sulla fibra ottica, sul mobile, su Lte4g, su Wimax. Inutile fare l’elenco delle assenze, siamo indietro, non rafforziamo scuola, università, start up, Pmi e nessuno sembra scaldarsi più di tanto.Si deve augurare ogni fortuna al safari del Tesoro per vendere Bot online in primavera. Ma il silenzio sul punto D della «Lettera di intenti» è la resa insieme del governo e della classe dirigente tutta, paralizzati davanti alla rivoluzione digitale tra l’Arsenico delle polemiche politiche e i Vecchi Merletti di un modo di fare industria decrepito. Ogni riforma economica, ogni dibattito culturale, ogni manifesto di maggioranza o opposizione, dovrebbe partire dalla proposta di un nuovo Punto D: D come futuro, ricchezza, cultura Digitale.

Gianni Riotta

giovedì 20 ottobre 2011

Non basta il PIL a fare la felicità


Uno studio di Barilla propone nuovi indicatori per il benessere. L'Italia? In crisi, ma non troppo

E se invece di considerare solo il Pil dei vari Paesi ragionassimo sul benessere di chi ci vive? Considerando, oltre al reddito, il tasso di scolarizzazione, il rispetto per l’ambiente, lo stile di vita e perfino dettagli piccoli ma significativi come il tempo che si passa a tavola? Come diceva Heine: non chiedermi cos’ho, chiedimi cosa sono.
L’idea è venuta alla Barilla, per la precisione al Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn), che presenta oggi a Parigi il Bcfn Index 2011 di «Misurazione del benessere e della sua sostenibilità», un grande studio curato dall’economista francese JeanPaul Fitoussi su dieci Paesi, otto europei (Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Grecia, Svezia e Danimarca), più Stati Uniti e Giappone. Il linguaggio è piuttosto tecnico, ma le innumerevoli tabelle propongono qualche sorpresa e molte conferme.Prendete l’Italia. 

Come indice di «benessere attuale», non siamo messi bene: settimo posto, con un punteggio, da uno a dieci, di 4,9: in testa ci sono, manco a dirlo, Danimarca e Svezia, in coda Spagna e Grecia. Come indice di sostenibilità del benessere, cioè il benessere in prospettiva futura, siamo messi peggio: penultimi a 5,1, meglio solo della Grecia e lontani dai soliti scandinavi, questa volta con la Svezia che batte la Danimarca. E poi: male come benessere materiale (4,9 su 10), ambientale (5,5), educativo (ultimi con 1,9!), sociale (4,5) e, manco a dirlo, politico (1,5: peggio di noi solo la Grecia, ma la terz’ultima, che è poi la Francia, ci stacca con il 3,6).E però forse il Belpaese non è tutto da buttare, a conferma di quel che molti pensano, cioè che l’Italia è un disastro, ma gli italiani no. Prendete i suicidi. Su 100 mila italiani, la fanno finita poco meno di 5, più dei greci, nonostante la crisi (2,6) ma meno di tutti gli altri, e di gran lunga: i giapponesi sono a quota 19,4, i francesi al 13,5, gli svedesi al 10,6. Siamo penultimi, per fortuna, anche come spesa per gli antidepressivi: 7,7 euro a testa all’anno, con gli americani a 36 e rotti. Siamo in testa come benessere psico-fisico (7,7 su 10, ultimi gli americani a 2,5) e secondi come stile di vita (6,6, a ridosso degli svedesi).Insomma, siamo in crisi ma non viviamo male. E con i piedi sotto la tavola: gli italiani sono terzi per il tempo medio dedicato ai pasti, 117 minuti al giorno contro i 76 degli americani. Ci superano solo i francesi (136 minuti, un record) e i giapponesi. Mangia che ti passa.

sabato 15 ottobre 2011

Quelle aziende che pagano la difficoltà di innovare

Motorola invento' i cellulari, ora è fuori gioco. Commodore è sparita. Quelle aziende che pagano la difficoltà di innovare. Da Kodak a BlackBerry, il rischio di diventare ex colossi Il caso Apple Prima del ritorno di Steve Jobs, nel 1997, il gruppo era in crisi L' Asia La concorrenza asiatica ha spazzato via molti grossi gruppi europei «Non è come un iPhone ma per le email è una bomba» dicevano dei BlackBerry gli esperti fino a tre giorni fa. La bomba però è esplosa e Research in Motion (Rim), l' azienda che produce i BlackBerry, è colpita al cuore nella sua roccaforte, la gestione della posta elettronica. Un' abitudine, quella all' email in mobilità, che ha fatto la fortuna di Rim ma che ora le si è ritorta contro. Ieri i disservizi sono lentamente rientrati e il fondatore Mike Lazaradis è comparso in video con aria visibilmente contrita, chiedendo scusa per i disagi che per tre giorni hanno flagellato i proprietari di uno smartphone con la mora sopra. I problemi per i BlackBerry non sono del tutto terminati, ma i guai forse sono appena iniziati. Non solo perché gli utenti furiosi potrebbero chiedere i danni in tutto il mondo, a suon di class action . Ma anche perché il rovescio arriva per Rim in un periodo delicato, con il crollo delle azioni al Nasdaq e i BlackBerry che non tirano più come una volta, schiacciati dall' ascesa di iPhone e Android-Google. «È come un colpo sopra un livido» ha commentato l' analista Richard Winsdor, facendo intendere che la situazione della società canadese rischia ora di precipitare. Ma Rim è in buona, anzi cattiva, compagnia. La storia è costellata di colossi tecnologici passati dalla prosperità al fallimento. O che hanno sfiorato il baratro per poi risollevarsi con una piroetta. Per restare alla telefonia, il boom di Apple e Google nella telefonia ha mandato in crisi nomi storici. Come Motorola, che il cellulare l' ha inventato: era il 1973, si chiamava DynaTac e pesava un chilo e mezzo. Dopo un paio di decenni di alti e bassi e dopo aver dilapidato in un amen, 5-6 anni fa, il successo stratosferico del sottilissimo Razr V3, Motorola ha deciso in agosto di cedere la sua divisione di telefonini proprio a Google. Ma anche Nokia non se la passa benissimo. Nel 2007, uno smartphone su due venduto nel mondo era finlandese. Ora la quota di mercato è scesa a poco più del 20%. Il 2007 è, non a caso, l' anno del debutto dell' iPhone di Apple. Che i manager di Nokia liquidarono come poco più di un giocattolo. Salvo poi correre ai ripari producendo in tutta fretta telefoni con il touchscreen, che però non hanno mai convinto. Da qui l' abbraccio con Microsoft per produrre cellulari con Windows Phone 7: i primi esemplari si vedranno tra due settimane. Per i finlandesi un «piano B» non c' è: o funziona l' intesa con il gigante americano o il futuro si tingerà di toni scuri. Solo pochi mesi fa Hp ha annunciato lo stop al suo settore tablet e smartphone. L' ultimo chiodo sulla bara di Palm, un marchio che ha fatto la storia dell' informatica negli anni Novanta con i suoi palmari (la versione evoluta delle agende elettroniche del decennio precedente) ma che non ha saputo fare il salto nel mercato della telefonia. Ed è di pochi giorni fa il turbinio di voci che vuole Kodak molto vicina a portare i libri in tribunale. «You press the button, we do the rest» («Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto»): uno slogan che per decenni ha sostenuto il business dell' azienda, quasi monopolista nelle pellicole per fotocamere. Ma ora siamo nell' era del digitale, dove si scatta di più ma si stampa molto meno. I fotografi vogliono fare da sé e non lasciar fare a Kodak. Risale invece a metà anni Novanta l' uscita di scena di Commodore, che ha fatto scoprire i videogame a mezzo mondo con il C64 e l' Amiga ma non è sopravvissuta a errori societari e strategici. Era il 1994 e proprio in quell' anno debuttava la Playstation di Sony, in un simbolico passaggio di testimone nel mondo dei giochi elettronici. È stata invece l' avanzata irresistibile dei produttori asiatici a spezzare le reni ai signori degli elettrodomestici europei, come la tedesca Grundig o la francese Thomson. E anche i tv Philips non se la passano benissimo. Spostandosi dagli atomi ai bit, è Internet il territorio dei cambiamenti di scenario più repentini e selvaggi. Qui i «cadaveri» sono innumerevoli. Dal primo grande motore di ricerca, Altavista, destinazione obbligata dei navigatori a metà anni Novanta poi soppiantata dall' onnipresente Google, allo stesso Yahoo, che sta a galla ma che perde terreno, a MySpace, social network oscurato da Facebook. Anche Apple, prima del ritorno di Jobs nel 1997, era con le spalle al muro. Una storia che insegna che nella tecnologia c' è speranza per tutti. Peccato che non tutti abbiano un Jobs. Paolo Ottolina

venerdì 7 ottobre 2011

Quanto vale l'economia del sommerso in Italia

Dopo un’estate passata a discutere sull’entità e la portata dell’evasione fiscale nel nostro paese può essere utile dare un’occhiata ai dati che riguardano l’impatto complessivo dell’economia sommersa e del lavoro irregolare sulla ricchezza (Pil) prodotta in Italia negli ultimi dieci anni. Lo studio è stato condotto nel primo semestre 2011 dal gruppo di lavoro “economia non osservata e flussi finanziari”, istituito presso il ministero dell'economia in previsione della tanto attesa (e probabilmente ancora a lungo) riforma fiscale, e guidato da Enrico Giovannini, presidente dell'Istat. Dai dati emerge un valore complessivo dell’economia sommersa (2008) che oscilla tra 255 e i 275 miliardi di euro, pari rispettivamente al 16,3% e al 17,5% del Pil. Rispetto al 2000 (217-228 miliardi) il sommerso è in crescita ma paradossalmente costituisce una fetta inferiore della ricchezza (il Pil nel frattempo è cresciuto). In valore assoluto quindi il sommerso economico è aumentato di quasi 40 miliardi di euro in otto anni. Nel 2008 la ricchezza prodotta nell’area dell’economia irregolare dal solo settore dell’agricoltura è stato pari al 31% del valore aggiunto ai prezzi del produttore. In pratica grazie alla violazione delle norme fiscali e contributive sono stati intascati più di 9 miliardi di euro. Un parte considerevole dell’economia sommersa è rappresentata quindi dal valore aggiunto non dichiarato, alla cui produzione partecipano lavoratori non regolari. Nel 2009 erano 2 milioni e 966mila unità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 326mila contro i 640 mila indipendenti). Nel 2001 il lavoro non regolare contava 3milioni e 280mila unità, il livello è quindi diminuito sensibilmente e paradossalmente grazie alle forme di lavoro flessibile che in Italia sono state regolamentate e modificate soprattutto a partire dai primi anni 2000. A questo risultato ha contribuito anche la progressiva regolarizzazione dei lavoratori stranieri, attraverso le quote di ingresso introdotte nel 2007. Passando ai settori, il comparto con la maggiore incidenza di lavoratori irregolari è l’agricoltura , dove il tasso è cresciuto dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009, questo grazie al carattere stagionale dell’attività e al’’utilizzo del lavoro a giornata. Seguono i servizi, in calo dal 15,8 al 13,7% e  l’industria, passata dal 7,4% del 2001 al 6,2% del 2009. A livello territoriale, il tasso di irregolarità delle unità di lavoro presente al Sud è più del doppio di quello presente al Nord. Se nel Veneto ed in Lombardia è rispettivamente pari al 9,4% e 9,6%, in Campania raggiunge il 15,3%, in Puglia il 18,7%, in Sicilia il 19,2% ed in Calabria addirittura il 29,2%. Nelle infografiche i dati relativi all’evoluzione dal 2001 al 2009 delle unità di lavoro irregolari per settore e regione. Carlo Di Foggia

lunedì 3 ottobre 2011

Dove sta il coraggio di essere ottimisti

Moisés Naim In Italia, tutto il dibattito politico nazionale è condizionato dalla certezza che il passato era migliore del presente e sarà migliore del futuro. Forse è vero, forse l'Italia è condannata al declino. Ma prima di giungere a questa conclusione è utile tenere presente tre cose: la prima è che forse questo pessimismo è infondato e che il futuro potrebbe essere molto migliore del passato; la seconda è che la maggior parte degli abitanti del pianeta oggi se la passano meglio che in qualsiasi altro momento storico; la terza è che se altri Paesi sono riusciti a superare crisi croniche e a progredire a ritmo sostenuto, perché l'Italia non dovrebbe riuscire a fare altrettanto? Cominciamo col ricordare che la percentuale di popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà è drasticamente diminuita: dal 63 per cento del 1950 al 35 per cento del 1980 e al 12 per cento del 1999; e continua a diminuire, nonostante la crisi. Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano dell'Onu, solo tra il 1990 e il 2010 la maggioranza dell'umanità è progredita al punto che ora è più sana, vive più a lungo, ha un livello di istruzione più alto e ha accesso a più beni e più servizi di tutte le generazioni precedenti. E sono anche diventati più numerosi gli abitanti del pianeta che hanno il potere di scegliere i propri leader e mandarli a casa quando perdono il consenso popolare. L'obiezione ovvia a questa visione rosea del mondo è che il progresso non avanza allo stesso modo ovunque. È vero: in Africa e nell'ex Unione Sovietica la povertà è diminuita meno che in altre zone del mondo. Altri indicatori sociali ed economici, però, sono migliorati ovunque: la mortalità infantile è diminuita e l'aspettativa di vita è cresciuta. A metà degli anni Settanta, una persona viveva in media 72 anni nei Paesi sviluppati e 59 nei Paesi più poveri: ora nel primo gruppo siamo arrivati a 74 anni e nel secondo a 62,4. Gli abitanti del pianeta che soffrono la fame (cioè che assumono meno di 2.200 calorie al giorno) sono diminuiti dal 56 per cento degli anni 60 a meno del 10 per cento oggi. Negli anni 50 la metà della popolazione mondiale non sapeva leggere e scrivere: oggi l'analfabetismo interessa il 19 per cento degli esseri umani, e continua a scendere. Tutto questo vale soprattutto per le donne: nel 1970 per ogni 100 uomini capaci di leggere e scrivere c'erano 59 donne, oggi sono 80. Nelle aule scolastiche di tutto il mondo capita sempre più spesso che le bambine siano più numerose dei maschi, e il divario di istruzione fra i due sessi è ai livelli più bassi nella storia dell'umanità. Nel 1960, il 25 per cento dei bambini in età scolare svolgeva un lavoro a tempo pieno: oggi i bambini lavoratori sono solo il 10 per cento. Il progresso è ancora più evidente se si prendono in considerazione altri indicatori: l'accesso all'energia elettrica e all'acqua potabile, ai telefoni, alla televisione, alla radio, alle automobili e ad altri beni materiali. In generale, il numero di persone che dispongono di questi servizi e prodotti è aumentato enormemente negli ultimi trent'anni, e in alcuni casi questo aumento non è avvenuto solo in cifre assolute, ma anche in percentuale, nonostante il rapido incremento della popolazione. Francis Heylighen e Jan Bernheim, due ricercatori belgi, hanno sviluppato un modello che incorpora un elevato numero di variabili: probabilità di morte per incidente, omicidio o guerra, libertà politiche ed economiche, difesa dei diritti umani, accesso all'informazione ecc. L'analisi dei due ricercatori giunge alla conclusione che oltre a un progresso quantitativo su tutti i fronti ci sono anche dati che segnalano un incremento del coefficiente intellettuale medio della popolazione mondiale. Dal Brasile alla Turchia, dal Cile alla Cina, dal Camerun alla Colombia, le sorprese positive si susseguono. Da Internet alla decodificazione del genoma umano, la scienza e la tecnologia aprono porte di cui non sospettavamo nemmeno l'esistenza. Il mondo progredisce. Ovviamente, questo brevissimo resoconto di quello che è successo nel mondo negli ultimi decenni ha un taglio deliberatamente positivo e ottimista. Sussistono molti problemi gravi, e l'elenco lo conosciamo tutti. Un'altra obiezione comune è che è più facile far uscire dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone che risolvere i problemi strutturali di un Paese avanzato, maturo e complesso come l'Italia. Non è necessariamente così. Non c'è niente di più difficile che rompere le catene che imprigionano una famiglia in una situazione di povertà estrema. E non c'è motivo per supporre che i problemi del Cile o della Malaysia fossero più facili da risolvere dei problemi dell'Italia odierna. So che è facile tacciare questa tesi di un'Italia in grado di trasformarsi in modo rapido e nella direzione giusta come una visione ingenua e semplicistica. Ma so anche che è ancora più ingenuo e semplicistico arrendersi all'idea che l'Italia sia condannata a non riuscirci. E soprattutto, dovrebbe essere inaccettabile.

Spogliarsi del disordine per vivere in felicità

Occorre prima di tutto, spogliarsi del disordine di tutte le schiavitù, per trovare alla fine la gioia, che fiorisce solo nella anime nude. Mantenere sempre il cuore puro e l'occhio sereno. Che il Destino co colga sempre forti e degni ! Amare la felicità è importante, come si ama il cantar del vento per quanto sfuggevole o i colori del tramonto, anche sapendo che stanno per morire. Essere felici al termine di tutto significa tenderai in avanti, donarsi completamente. Sulla terra esistono tante cose mediocri, meschine o laide, che un giorno potrebbero finire per sommergerci. L'arte è la nostra salute interiore, il nostro giardino segreto che continuamente ci rinfresca. Poesia, pittura, scultura, musica. Non importa cosa pur di evadere dal banale, sollevarsi al dis sopra della polvere, creare grandi cose, far scaturire quella scintilla di "straordinario" che ciascuno di noi possiede, convertendola in un grandioso incendio che divora tutto il brutto e purifica. Le uniche ve gioie sono quelle che portiamo dentro di noi, che è la nostra fede a creare, il nostro dinamismo a nutrire. E che ci permette do creare qualcosa di grande e di bello. Le disfatte, le vittorie, i sogni o i successi materiali passano, si dimenticano. L'unica cosa che rimane in noi è la grande illuminazione spirituale, senza la quale il mondo è nulla. Nella vita tutto è questione di fede e di tenacia. La fiducia non la si mendica, la si conquista. Il modo migliore per conquistarla e donarsi completamente. Che importa soffrire se vi è stata nella nostra vita qualche ora immortale ? Quanto meno si è vissuto !

domenica 2 ottobre 2011

Einaudi: smitizzare la "patrimoniale" - Italia 1946


«Se noi daremo la sensazione netta precisa si- cura al contribuente che il letto di Procuste in cui egli ora è costretto dal grottesco cumulo di imposte vigenti sarà allungato ed appianato; che ad ogni anno non si rinnoverà il tormento del taglio minacciato di qualche membro del suo corpo vivo; se gli si assicurerà che, saltato il fosso, egli si ritroverà sul terreno solo e respirerà di nuovo liberamente, anche il contribuente italiano salterà il fosso; ossia pagherà la im- posta straordinaria patri- moniale». 

E’ l’Italia postbellica quella a cui fa appello Luigi Einaudi nel suo volumetto del 1946 "L’imposta patrimoniale". Ma le aspettative - regolarmente deluse - sul fisco, il senso di emergenza di fronte a conti pubblici fuori controllo, il dibattito su quale sia la «giustizia in materia d’imposta», potrebbero riguardare con minimi aggiornamenti anche l’Italia di oggi che ri- schia di scivolare ai margini dell’Europa. A riportare una voce ve- ra del liberalismo - lontana anni luce dalle versioni talvolta caricaturali della dottrina cui siamo abituati - nel dibattito attualissimo sul ruolo della politica fiscale in situazioni d’emergenza è Chiarelettere editore nella sua collana di «Instant Book». Testi che per l’appunto arrivano il libreria sull’onda dell’attualità. E forse proprio la formula edi- toriale veloce spiega qualche refuso che nelle 62 pagi- ne dello snello libriccino, corredate dalla prefazione di Francesco Giavazzi, si sarebbe potuto evitare. All’imposta patrimoniale straordinaria che secondo le sinistre dovrebbe contribuire ad aggredire i profitti illeciti ottenuti durante la guerra, Einaudi - all’epoca Governatore della Banca d’Italia ma anche deputato della Costituente - dedica la sua prosa minuziosa e chiarissima. Spiegando subito che la patrimoniale come strumento di giustizia sociale, preferibile ad esempio a un’imposta straordinaria sui redditi, va smitizzata. «Giustizia in materia di imposta vuol dire uguaglianza di trattamento per le persone le quali si trovino in condizioni uguali. Ma giustizia non si fa ricorrendo soltanto all’imposta patrimoniale ovvero a quella sul reddito; ma si fa, in ambo le ipotesi guardando all’insieme delle situazioni complessive dei contribuenti». Dunque «la imposta patrimoniale per se stessa non è atta a far giustizia; ossia non è per se stessa "democratica"». 

L’economista e il divulgatore che convivono in Einaudi spiegano chiaramente come di fronte a una patrimoniale di grande durezza («L’imposta patrimoniale straordinaria non avrebbe ra- gion d’essere se non fosse rilevante»), l’effetto perverso sarebbe quello di costringere i contribuenti con patrimoni di una certa consistenza rispetto al proprio reddito o alla rendita che il patrimonio stesso garantisce a «pagare in un anno un’imposta superiore all’intiero loro reddito». «Certo è - scrive - che la massima parte dei contribuenti non ha i mezzi di pagare "col reddito", né in uno né in due anni, una straordinaria patri- moniale che voglia essere ta- le sul serio». Per la cronaca, nel marzo 1947 la patrimoniale passa in versione assai «soft». Lo stesso Einaudi, sul Corriere della Sera, replicherà l’invito a non coltivare grandi speranze sugli effetti dell’imposta.

Ma al di là della questione di attualità nell’Italia del ‘46 come in quella del 2011, quel che colpisce nel testo è il proporsi anche come manifesto per una fiscalità equa: «Semplificare il groviglio, ridurre il numero, abbassare la scala delle aliquote delle imposte sul reddito è la condizione essenziale perché gli accertamenti e le riscossioni cessino di essere un inganno, anzi una farsa». Einaudi ammette che «oggi la frode è provoca- ta dalla legge» e vorrebbe ap- punto un modello diverso nel rapporto tra contribuente e Stato. Quale? Il faro, ovvia- mente, è quello dell’Inghilterra, con la sua «income tax»; un Paese dove «non si parla di imposte straordinarie patrimoniali» perché «gli inglesi col loro solido buon senso hanno preferito di manovrare l’arma dell’imposta sul reddito: abbassarla in tempo di pace, rialzarla sino quasi a toccare l’intero reddito (per i ricchissimi) in tempo di guerra e tenerla alta, sebbene un po’ meno alta, nei primi anni del dopo guerra». E’ il sogno destinato a rimanere tale per un Paese dove invece «gli italiani hanno sentito gran bei discorsi sulla necessità di sgravare i contribuenti, ma i fatti hanno insegnato ad essi che le imposte crescono sempre». Italia, 1946.

sabato 1 ottobre 2011

La solitudine

Tante volte la compagnia diventa agitazione, rumore, disturbo della propria solitudine. Quanti temono di ritrovarsi soli con se stessi e sono alla continua ricerca della compagnia. La felicità forse risiede unicamente nello stare insieme agli altri ? Non credo. C'è una grande differenza tra il piacere superficiale che si prova insieme in mezzo ad altri e quella profonda, essenziale, del convivere con sé stessi, analizzando i propri pensieri intimi, la propria anima, i sentimenti più segreti.
La solitudine rappresenta per noi una magnifica occasione per conoscersi, controllarsi, analizzarsi, formarsi. Questi sono i momenti del cuore, in cui si vede se i sentimenti sono tenaci oppure se sono solo rumore, che si confonde con l'esterno. I sentimenti elevati possono vivere da soli, senza necessità di una presenza fisica. L'isolamento li purifica, li innalza, li rende cristallini.
Al termine di tutto rimane l'attività dello spirito, che ti da gioia vera. La gioia che si posa come un blocco di granito sotto l'acqua che scorre, una gioia che non ti abbandona e non ti delude mai. La gioia provocata dalla lotta interiore, nell'esaltazione interiore. Controllarsi, dominarsi, purificarsi, elevarsi, avere il coraggio di pensare.

E' cosa di tutti i giorni, che si evince anche dai giornali, invece che i molti si accontentano dei godimenti immediati, esteriori, che falsamente si ritengono superiori, ma è vacuità. Spesso non rimane nulla, solo polvere sul cuore e macchie nell'anima.
L'obiettivo da porsi è quello di distaccarsi progressivamente dagli elementi esteriori, sino a che non si è in grado di vivere soli con sé stessi. Aprire le porte all'anima, conoscersi, meditare e riflettere, confrontarsi con il proprio spirito e schiudersi misticamente al proprio io.

giovedì 29 settembre 2011

Facebook, Linkedin e dintorni si lavora in buona compagnia


Amici o possibili clienti? Relazioni di amicizia o contatti per le nostre pubbliche relazioni? Capire cosa si celi realmente dietro una richiesta di amicizia in un social network è un’operazione semplice. Eppure c’è chi gioca su questa ambiguità per creare delle vere e proprie reti di relazioni e chi cerca al di fuori dei siti dedicati ai rapporti d’affari di trovare nuovi sbocchi per il proprio business o semplicemente promuovere un prodotto. 

Certo è che l’offerta di social network per chi fa del business non manca tanto che una rapida rassegna online permette di scovarne di ogni tipo. Qualcuno è più famoso, altri meno. Si va da Plaxo, una sorta di rubrica avanzata per rimanere in contatto a nomi di grande impatto come Perfect Business, dedicato a imprenditori, investitori ed esperti di business che incoraggiano il reciproco successo. Altri hanno una funzione più pratica come Ryze, una rete business che aiuta gli utenti a organizzarsi per interessi, location e impieghi presenti e passati, come Jasezone, una comunity dove puoi trovare clienti potenziali e business partner oppure come Ecademy che permette di mettere in rete e condividere conoscenze o altro.In Entrepeneur Connect, invece, i professionisti possono comunicare, collegarsi e collaborare con altri, mentre in Fast Pitch si può spiegare il proprio lavoro e creare connessioni. Focus ha l’aspirazione di essere una comunità focalizzata nell’aiutare chi prende decisioni d’affari e professionisti dell’Information& Technology a scegliere il meglio. Insomma ce n’è di ogni tipo, anche chi come Networking for professionals cerca di combinare business e vita reale. 


Alcuni possono addirittura essere raggruppati per categorie e una delle più interessanti è quella dei social network che si rivolgono alle nuove iniziative imprenditoriali. I nomi sono già un programma. StartupNation è specializzata nello scambio di idee tra imprenditori e aspiranti creatori di nuovi business, Young Entrepeneur è una specie di forum per imprenditori e appassionati nel promuovere business propri o di altri e Cofoundr è una comunità di imprenditori, programmatori, designer, investitori e altre individualità impegnate nel lanciare nuove iniziative. Un’altra categoria si rivolge ai piccoli imprenditori, in particolare PartnerUp, Biznik e E.Factor. E se non bastano, ecco Upsrising il social network che serve per promuoversi o Ziggs il portale di connessioni professionali basato sui principi della professionalità e del rispetto. A livello europeo, poi, spopola Xing, un network con più di 7 milioni di membri, mentre dopo la quotazione Linkedin ha messo le ali. L’obiettivo è di mettere in comunicazioni professionisti di ogni genere e creare contatti e il modello sembra funzionare, visto che i dati finanziari comunicati a metà anno sono stati di tutto rispetto. Nel secondo trimestre Linkedin ha raddoppiato il fatturato, a 121 milioni di dollari dai 54,9 dello stesso periodo del 2010 e facendo meglio dei 105 milioni previsti. 


Dati che hanno permesso al management di ritoccare al rialzo le stime del terzo trimestre (fatturato tra i 121 e i 125 milioni di dollari) e dell'intero anno con giro d'affari previsto tra i 475 e i 485 milioni. Di pari passo è andato il numero degli utenti, cresciuto del 61% a 115,8 milioni e quello di contatti unici (più l'83% a 81,8 milioni). E l’azienda fa anche utili: a fine giugno l’ultima riga di bilancio era in nero per 4,5 milioni di dollari. «Ci sono le condizioni per realizzare il pieno potenziale della piattaforma Internet, continuando a investire nella squadra, in nuove tecnologie e prodotti», ha esultato l'amministratore delegato di Linkedin, Jeff Weiner. Ma come i social network possano essere oltre che orientati al business, catalizzare anche gli investimenti pubblicitari delle aziende, lo ha spiegato bene Dick Costolo, l'amministratore delegato di Twitter, quando quest’estate ha deciso di passare qualche giorno di vacanza in Italia. 


Lui da solo ha quasi un milione di "seguaci" su Twitter e la sua opinione è in grado di creare abitudini, consigli e mode. Il sito muove un miliardo di tweet ogni sei giorni e 350 milioni di contatti unici al mese. Uno degli esperimenti più riusciti è avvenuto con il gruppo Volkswagen che in occasione del lancio del nuovo maggiolino (Beetle) ha raccolto su Twitter risposte positive dagli utenti pari al 52% dei contatti. O con Radio Shack, specializzata nell’elettronica di consumo, che dopo una promozione di un giorno su Twitter ha portato nei tre giorni successivi a una crescita delle vendite superiore al 10 per cento.Il motivo del successo è presto spiegato. Nei social network gli utenti possono aggiungere nel loro profilo un collegamento alla pagina della propria marca preferita, proprio come fanno con gli amici che partecipano al network. In questo modo il brand non viene più percepito come proprietà di un’azienda che vuole solo vendere un prodotto, ma diventa un vero e proprio amico. E il meccanismo del passaparola è quanto di meglio ci sia per creare una moda o una brand di successo.


Walter Galbiati

domenica 25 settembre 2011

Il futuro è più forte della crisi


La settimana che ci lasciamo alle spalle non solo ha bruciato miliardi di euro sui mercati internazionali, ma sembra aver intaccato anche le speranze dei più tenaci ottimisti. In un momento simile è davvero urgente, come ha suggerito Christine Lagarde, che tutti i Paesi mettano da parte campanilismi ed esitazioni ed inizino a lavorare in modo più armonico e coordinato per ritrovare, in tempi più brevi possibili, stabilità finanziaria senza penalizzare ulteriormente la crescita.

Tuttavia, anche in un momento così critico, è importante essere in grado, di tanto in tanto, di alzare la testa e saper intravedere le trasformazioni e le opportunità che si dispiegano nel lungo periodo. Provare a leggere i fatti di oggi non con la lente della cronaca, ma con quella della storia, per capire se e come questa fase si può inserire in un’evoluzione più ampia che abbia, alla fine, uno sbocco positivo.D’altronde la storia economica dell’occidente è costellata da crisi continue e da alcune fasi di grandi cambiamenti epocali, fasi in cui cambia il paradigma produttivo, l’organizzazione industriale e sociale di un Paese. Ogni volta che ci troviamo di fronte a tali trasformazioni ci sentiamo minacciati, in pericolo, pensiamo d’essere di fronte alla fine del nostro mondo e della nostra società. Ma la verità è che poi il nostro mondo è sempre andato avanti. E sempre in meglio. Noi siamo probabilmente di fronte ad uno di questi cambiamenti «paradigmatici». Un cambiamento che, però, siamo incapaci di vedere e accettare. Uno dei motivi per cui siamo così incapaci di coglierlo è che siamo ancorati ad una visione dello sviluppo economico come di un fenomeno limitato, che non può durare all’infinito perché in fondo le risorse stesse sono limitate ed esauribili. È la stessa convinzione che ci fa credere che lo sviluppo sia un gioco a somma zero, in cui se uno guadagna l’altro perde. Ed è una visione miope e antistorica, che ci rende inutilmente catastrofici. Le risorse certamente sono finite, ma le modalità con cui si possono combinare ed utilizzare per creare prodotti e sviluppo (e occupazione) non lo sono. Per fare un esempio, agli inizi dell’Ottocento l’illuminazione si basava sull’olio di balena, una risorsa costosa e limitatissima. Molti all’epoca avranno pensato che nel giro di pochi anni sarebbero tornati tutti al buio, oppure che se i cinesi cominciavano a volere più lampade, avrebbero lasciato l’Europa e l’America al buio. Ma non è stato così. E non lo è stato grazie ad un geologo canadese che nel 1849 ha ideato un modo per distillare il cherosene dal petrolio, una risorsa più economica e abbondante delle balene. E così si è aperta una nuova era per l’illuminazione: più accessibile e duratura. Sostituita poi dall’elettricità, ancora più accessibile e «pulita». E trasformazioni così sono accadute e continuano ad accadere per i trasporti, l’industria, l’agricoltura. Anche solo ripercorrendo questi banali esempi ci rendiamo conto di come le possibilità di crescita e di trasformazione economica siano potenzialmente illimitate. Basta saper dar spazio all’innovazione e al cambiamento tecnologico, perché queste sono l’unica vera molla che nel corso della storia ha guidato questi processi di sviluppo. Innovazione nei modi di usare e organizzare le risorse naturali, il lavoro, ma anche l’istruzione, l’intelligenza umana, e persino i nostri sistemi politici. E’ per questo che, pur nell’esigenza di trovare soluzioni-tampone all’emergenza attuale, è importante non perdere di vista i grandi processi che guidano la crescita nel lungo periodo e tenere un occhio sempre attento a tutti i segnali di innovazione che si annidano nel lavoro di ricercatori, scienziati e imprenditori visionari. Perché questi sono già pezzetti di futuro che ci germogliano in seno.Purtroppo, mentre le innovazioni che potrebbero disegnare il nostro futuro stanno prendendo forma in qualche angolo del mondo, noi sembriamo incapaci di uscire dai vecchi paradigmi. E continuiamo a chiederci quali industrie sovvenzionare, quali accordi commerciali o quali dazi o incentivi ripristinare per tenere in vita le nostre vecchie fabbriche sempre più vuote. E pensare che nel 1948 l’economista americano Edgar Hoover scrisse: «L’importanza relativa della manifattura come fonte di occupazione ha raggiunto ed esaurito il suo picco una generazione fa». E certamente la manifattura che conosceva Hoover andò progressivamente scemando. Ma l’economista non sapeva che proprio in quegli anni nei laboratori di alcune aziende e università americane stavano germogliando innovazioni che hanno portato ad una nuova rivoluzione industriale, quella dei computer e dell’elettronica. Una rivoluzione che ha cambiato radicalmente non solo le nostre aziende ma le nostre vite e la nostra società, con una spinta espansiva che era inimmaginabile nel momento in cui Hoover scriveva.Certamente oggi è importante e urgente tamponare l’emergenza dei debiti sovrani, cercando magari di riattivare un po’ di occupazione con i mezzi e nelle realtà oggi disponibili. Ma non è lì che giace il nostro futuro. Cerchiamo di non abbassare troppo lo sguardo altrimenti rischiamo di farcelo sfuggire quando ci passerà davanti.


Irene Tagli - La Stampa

sabato 24 settembre 2011

Una vita valida

La facilita' addormenta l'ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza di una vita dura. Essa ci permette di cogliere la profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Una cosa sola conta: avere una vita valida, affinare la propria Anima, avere cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a se felicita' ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l'un l'altro. L'Anima solo conta e deve dominare tutto il resto. Dobbiamo essere forti, duri e gioiosi attraverso tutto il sole della nostra Anima. Sottrarsi dalle catene del denaro, degli onori, dei corpi sciupati dall'avidita' che ti illude di carpire una felicita' terrena che invece sfugge di mano e sempre si sottrae, rendendo il gregge umano un'orda miserabile che si avventa, si sbrana, per trovare liberazioni inesistenti. Il mondo invece ha necessita' di speranza, di etica, di carità, di giustizia, di umiltà, per risollevarsi. La fede ha valore solo quando si conquista, l'amore quando arde, la carità quando e' salvamento.

martedì 20 settembre 2011

Agire con compassione

Sentirsi profondamente diversi dagli altri, odiarli e litigare con loro implica che il cuore manca di compassione. Se una persona agisce sempre con compassione, non sorgeranno conflitti.
Appena una persona possiede un pò di conoscenza si dà arie da sapiente: è una questione di inesperienza.
Quando qualcuno sa veramente, non lo fa notare: un individuo simile è ben educato.

Hagakure (II, 108)

sabato 17 settembre 2011

L'anima del Guerriero

...la bontà giusta del sangue, l'abilità sana dei nervi, l'innocenza e la purezza degli occhi, il disinteresse e la generosità del cuore, la nobiltà e la distinzione dell'anima e la rivoluzione spirituale... la salvezza del mondo risiede nelle anime che credono... la facilita' addormenta l'ideale, niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura che permette di cogliere la profondità dei doveri da compiere... della missione di cui occorre essere degni... una cosa sola conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, averne cura in ogni momento, sorvegliare le debolezze, esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a se' felicita' ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l'un l'altro... L'Anima sola conta e deve dominare tutto il resto...

domenica 11 settembre 2011

Il bene

Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici.  Non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici. Non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani dimenticato. Non importa fa' il bene.
L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile. Non importa, sii franco e onesto.
Da al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci. Non importa, dà il meglio di te.

Madre Teresa di Calcutta

lunedì 5 settembre 2011

Cosa cercano le aziende quando selezionano i manager




Post-Enron, Internet bubble, globalization e glocalization, conflitti e terrorismo nazionali e internazionali, stagnazione o stagflazione. Quali sono gli aspetti più ricercati dalle aziende nella scelta del management per fronteggiare l'odierna situazione di mercato e le sfide globali che ci aspettano.

1. Leadership ed Integrità: In un periodo in cui la fiducia nei business leaders si attesta ai minimi storici e i manager di talento sono molto richiesti (indipendentemente dallo scenario economico), nulla sembra essere più ricercato di quelle persone che, a tutti i livelli, possono ispirare un gruppo di individui a raggiungere obiettivi importanti e difficili. Questo si può ottenere vivendo con onestà e diventando esempio per gli altri, dimostrando una passione capace di diffondersi rapidamente, e dando un significativo valore al lavoro eseguito.

2. Risultati: Come conseguenza della crisi degli start-up legati ad Internet, siamo tornati ai fondamentali ("back to basics") in cui tutti -azionisti, membri del Board, analisti finanziari -si preoccupano dei risultati ottenuti e dimostrabili. Non succede ormai più che le società assumano managers a livelli senior sulla base del potenziale piuttosto che su risultati concreti.

3. General Management /Esperienza di Profit & Loss: I leader più stimati sono quelli in grado di unire la gestione complessiva di una azienda con gli aspetti finanziari legati al bilancio e che capiscono quanto entrambi questi fattori contribuiscano a stimolare la crescita della bottom line. Indipendentemente dal ruolo specifico che una persona occupa, è necessario possedere le competenze di un manager completo, dotato di una visione olistica della propria società.

4. Capacità di Vendita: Tutti gli executive di oggi, CEO compreso, rappresentano i venditori numero uno della società. Devono assolutamente avere questa capacità, in considerazione del fatto che le aziende competono sempre più aggressivamente sul mercato per vincere gare per contratti multi-milionari.

5. Capacità di Esecuzione. La strategia e' una grande cosa e sarà sempre importante. Comunque oggi e per gli anni a venire, la priorità è di trasformare le strategie in risultati concreti e dimostrabili. Ciò richiede un focus continuo sulla esecuzione delle attività di tutti i giorni. Le persone che riescono a svolgere i loro compiti a livello di eccellenza sono valutate più positivamente che mai.

6. Abilità a stringere Partnership e Alleanze. Il presente ed il prossimo futuro saranno caratterizzati dalla necessità di sfruttare al massimo i punti di forza che ciascuna società possiede nonché i suoi vantaggi competitivi. Conseguentemente, in un'era di outsourcing, l'abilità di un business leader nel costruire alleanze strategiche e di partnership sarà sempre più essenziale.

7. Esperienza di Merger & Acquisition. A parte le sempre più importanti capacità di stringere alleanze e partnership, i CEO e il Top Management dovranno mostrare una valida competenza nell'acquisizione e nella fusione di altre società. Molte società hanno realizzato delle acquisizioni per crescere, però soltanto società eccellenti come la General Electric hanno acquisito ed integrato efficacemente le nuove società ottenendo talenti , migliori rapporti con i clienti e nuove linee di prodotto.

8. Familiarità con la Tecnologia e Internet: La tecnologia e Internet devono essere incorporati in tutti gli aspetti delle operazioni interne ed esterne di qualunque società, e questo processo dovrà essere guidato, spinto e sostenuto proprio dai business leader e dai dirigenti.

9. Capacità di Turnaround/ Riduzione di Costi: Considerando che sono sempre in aumento le società che promettono di più di quanto possano effettivamente mantenere, ci sarà bisogno di leaders in grado di ristrutturare le procedure di gestione dei costi, di ridurre i livelli delle spese generali e di individuare le inefficienze nei sistemi di business, per fare diventare la società competitiva in termini di costi.

10. Esperienza e Sensibilità Internazionale. L'economia del mondo sta operando sempre più in modo globale, e questo continuerà nel corso dei prossimi anni. Sarà comunque sempre più essenziale che i business leader riconoscano e siano sensibili alle differenze etniche, culturali e linguistiche che sono ancora molto indietro per quanto riguarda lo sviluppo del business internazionale. Questa capacità sarà utile non solamente per le società, ma e' anche uno degli ingredienti più importanti per aiutare ad equilibrare quelle differenze che rappresentano l'essenza di molti dei problemi più urgenti nel mondo. 

domenica 28 agosto 2011

Le grandi scelte della vita

"Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che ho trovato per aiutarmi a fare le grandi scelte della vita".

Steve Jobs

sabato 27 agosto 2011

Un morso alla mela in garage E Steve Jobs inventò il futuro

Come si riconosce un genio? Qual è il confine tra un imprenditore e un rivoluzionario, tra un produttore di oggetti e un progettista di futuro? Forse accade quando un' industria forma una cultura, un prodotto si trasforma in un' abitudine e un uomo diventa un paradigma: testa inimitabile, vicenda imprevedibile, successo irriproducibile. È il cervello che conta: i girocollo neri e i Levi' s 501 si comprano. È stato costretto a diventare un personaggio, Steven Paul Jobs. Lo è anche oggi, dopo aver lasciato il timone al fidato Tim Cook, e aver scritto - con un ottimismo che è il sale e il segno dell' America - «credo che i giorni migliori e più innovativi di Apple siano davanti a noi». Da utenti appassionati ce lo auguriamo, anche di fronte all' evidenza della malattia. Ma diciamolo: anche i giorni dietro di noi sono stati memorabili, comunque vada. Apple è nata con Steve Jobs, senza di lui era moribonda, con lui è risorta. C' era una mistica, nel marchio della mela morsicata, in cerca di un profeta. Ma l' aspetto ieratico, il carattere difficile, l' egocentrismo e gli annunci teatrali non sarebbero bastati. L' America è piena di personaggi, sceneggiature e coreografie. La differenza l' hanno fatta i prodotti. Il Macintosh, o Mac, è stato il primo personal computer di successo dotato di un mouse e di un' interfaccia grafica: le icone sostituivano i comandi digitati sulla tastiera (command-line interface, terminal emulator). Un cubo magico, una stranezza e una provocazione. Uno schermo che sorrideva, accendendosi. Venne lanciato da una pubblicità televisiva firmata da Ridley Scott, trasmessa durante il terzo quarto del Super Bowl XVIII il 22 gennaio 1984: una citazione di George Orwell, un invito a salvare l' umanità dal conformismo di IBM, e dai suoi tentativi di dominare il mondo dei computer. Ricordo l' emozione, una domenica mattina, a New York: ho visto una borsa cubica per computer, l' ho comprata e ho deciso che qualunque cosa andasse lì dentro dovesse essere geniale. Venticinque anni dopo, posso dirlo: non mi sbagliavo. Come tutti gli appassionati - una setta oggi diventata una chiesa, con i suoi conformismi - ho resistito sulla barca di Apple attraverso tutte le successive tempeste: la cacciata di Jobs, un portatile pesante e sbagliato (Macintosh Portable, 1989), un altro piccolo e fascinoso (Powerbook 140, 1991), la serie prevedibile dei Performa (1992-1997) e finalmente, con il ritorno di Steve J., l' approdo su coste sicure. Nel 1998 il momento decisivo: il coloratissimo iMac, disegnato da Jonathan Ive - lo stesso di iPod e iPhone. Più di 800.000 pezzi venduti nei primi cinque mesi, software nuovo e sorprendente (per foto e video): si avvicinava la fine del secolo e la fine dell' esperienza - eccitante, irritante - di sentirsi in minoranza. La domanda «Ma è compatibile?» (sottinteso: con i programmi Microsoft) perdeva significato. L' avvento di Internet e del protocollo IP livellava il campo. E in quel campo improvvisamente piatto, il cavallo di Steve Jobs non aveva rivali. La storia è sufficientemente nota: iTunes è del gennaio 2001, iPod dell' ottobre 2001, iPhone del 2007, iPad del 2010. Quella piccola «i» che precede i nomi è stato un grande colpo di marketing: in inglese suona come «io», e fotografa il decennio dell' autoindulgenza. Ma c' è molto di più, nell' intuizione di Jobs. Quegli oggetti sono diventati l' icona emotiva degli anni Duemila. Guardiamo un iPhone - o una delle sue molte imitazioni - e vediamo il ponte tra il passato prossimo e l' immediato futuro. La biografia dell' uomo che ha creato questo può apparire eccezionale, ma contiene diversi elementi che lo avvicinano ad altri connazionali che hanno fatto la storia. Come Barack Obama, Steve Jobs è nato da uno studente straniero e da una ragazza americana (il padre biologico era siriano, Steve venne adottato da Paul and Clara Jobs, genitori di grande cuore e pochi mezzi). Come il coetaneo Bill Gates - entrambi del 1955, ambedue esordienti nel garage di casa - SJ s' è rivelato un fallimento accademico. Bill ha lasciato Harvard, dopo essersi distinto nel calcolo e nel poker; Steve ha mollato Reed College (Portland, Oregon) dopo un solo semestre, ma ha continuato a frequentare i corsi che gli interessavano, mentre riciclava bottiglie di Coca-Cola a 5¢ per guadagnarsi da vivere. Uno in particolare: quello di calligrafia, che anni dopo gli avrebbe suggerito di dotare il Mac di una grafica rivoluzionaria, prontamente imitata da Microsoft e da tutti gli altri. «Unire i puntini», dice ora SJ con insolita modestia. Sia chiaro: l' uomo, per quanto brillante, non ha l' esclusiva dell' intuizione e dell' innovazione. Ci sono stati - nello stesso Paese, nella stessa industria - fuoriclasse prima di lui e dopo di lui (Intel, Microsoft, Amazon, Google, Facebook e Twitter ne sono la prova). La capacità di Jobs è stata quella di trasformare una fantasia in un prodotto. Non tutti se la sentono. Tredici anni fa, in un' intervista per il «Corriere della Sera», Bill Gates mi ha detto: «Io do per scontato l' avvento di una grossa novità: una tavoletta portatile che ha una risoluzione tale che ci permetterà di leggerla a letto e di tenerla nella borsa». Però iPad non l' ha fatto Microsoft. L' hanno fatto Apple e Steve Jobs. Una qualità che è di pochi: essere profondamente contemporanei e, insieme, sempre un poco avanti. Saper sognare e, con la stessa baldanza, reagire alla distruzione dei sogni. Il fallimento in America non è un marchio d' infamia: vuol dire, come minimo, averci provato. Cacciato dalla Apple - «la cosa migliore che mi sia capitata nella vita» - il trentenne Steve ha fondato Pixar, e Pixar ha creato Toy Story, il primo film di animazione creato da un computer. Nella sua autobiografia, John Sculley, l' ex dirigente della PepsiCo che estromise Jobs nel 1985, ridicoleggiava così le ambizioni del rivale: «Per lui Apple avrebbe dovuto diventare una meravigliosa società di prodotti di largo consumo. Un progetto lunatico. L' high-tech non può essere progettata e venduta come un prodotto di consumo». How wrong can you be, ma quanto ci si può sbagliare, ha scritto il «Financial Times», commentando l' infelicissima profezia. Steve Jobs è certamente un vincitore: non un uomo mite. È un personaggio che ha inventato il futuro, come recita il titolo della biografia scritta da Jay Elliott, ex vicepresidente esecutivo Apple, con William L. Simon (Hoepli, 2011). Un uomo consapevole del suo valore, e poco disposto alle critiche: Apple Store rifiutò una biografia poco rispettosa (poi riammessa). La rivista «Fortune» ha scritto nel 2007: «Steve Jobs è considerato uno dei principali egomaniaci della Silicon Valley». Il co-fondatore di NeXt, Dan' l Lewin, ricorda così il lavoro insieme, negli anni Ottanta: «Alti e bassi. Gli alti erano incredibili, ma i bassi erano inimmaginabili». L' ufficio di Jobs ha risposto: «Il suo carattere è cambiato, da allora». Cambiato, certo: ma nessuno sembra sapere esattamente come fosse, e cosa sia diventato. Si favoleggia di una relazione giovanile con Joan Baez - meritevole di aver amato Bob Dylan. Si cita spesso una passione per i Beatles, indicati come modello di business («Erano quattro ragazzi che tenevano sotto controllo le reciproche tendenze negative, si equilibravano a vicenda. E il totale era più grande della somma delle parti»). Come tutti i miliardari americani Jobs ha acquistato case a New York che non ha abitato, guida Mercedes senza targa e coltiva curiose abitudine alimentari: è un «pescetariano», solo pesce niente carne. Dettagli. Tre anni fa, il 28 agosto 2008, Bloomberg ha pubblicato per sbaglio il suo necrologio, con tanto di spazi bianchi per la data e la causa di morte. Steve ha risposto con umorismo, citando Mark Twain: «Reports of my death are greatly exaggerated», le notizie sulla mia morte sono notevolmente esagerate. Ma da allora non ha più risposto a domande sulla salute. «Nessuno vuol morire», ha detto anni fa. «Anche quelli che sono sicuri di andare in paradiso non hanno alcuna fretta». Dev' essere ben strano per lui lasciare il comando mentre Apple vale in Borsa quanto le 32 maggiori banche europee. «Un piccolo capolavoro» l' ha definito ieri Luca Annunziata su «Punto Informatico»: «Steve Jobs sembra riuscito a trasformare anche le sue dimissioni da Ceo di Apple in un momento topico e nodale dell' esistenza dell' azienda che ha contribuito a plasmare, rilanciare, che ha portato al successo. Jobs lascia in un momento critico dell' economia globale, in cui le Borse faticano e la sua azienda nonostante tutto tiene e guadagna». Così è: l' uomo non finisce di sorprendere. Il 12 giugno 2005 Steve Jobs ha parlato ai laureati di Stanford. In quel «commencement address» - noi lo chiameremmo pomposamente lectio magistralis - ha spiegato la sua filosofia di vita e di lavoro, e ha parlato della malattia con un ottimismo che - a distanza di sei anni, un trapianto e molte ansie - appare commovente. Un discorso di quindici minuti, che consigliamo di ascoltare in Rete: «They only way to do great work is to love what you do. If you haven' t found it yet, keep looking, and don' t settle», l' unico modo di fare un grande lavoro è amare quello che fate. Se non l' avete ancora trovato, continuate a cercare, e non accontentatevi. Come consiglio di un egocentrico, sembra abbastanza visionario.

Beppe Severgnini

mercoledì 24 agosto 2011

1961: Cento anni benedetti dal "miracolo"


Per indicare un momento in cui mi sono sentito particolarmente orgoglioso di essere italiano, al di là di un naturale amor di patria, devo riandare con la memoria molto indietro nel tempo, e precisamente al 1961. Allora era certo che nel nostro Paese stesse manifestandosi una felice "congiunzione degli astri" fra la rinata democrazia, lo sviluppo economico e la modernizzazione sociale.
È vero che una città come Torino si prestava a questo genere di convinzione, sia per le sue tradizioni politiche sia per i tangibili effetti del "miracolo economico" e di un'incipiente ventata di benessere. Tuttavia, da studioso di storia economica, avevo sotto gli occhi una serie di dati anche su altre località, da cui si deduceva che era in corso, sia pur senza le medesime cadenze che nel "triangolo industriale", un'evoluzione caratterizzata sostanzialmente dagli stessi fattori propulsivi.

L'Italia stava dunque compiendo notevoli progressi, dopo le disastrose conseguenze della guerra. E ciò stava a indicare come la società italiana avesse in fondo una robusta capacità collettiva di resistere alle avversità e un'altrettanta vigorosa capacità di rimettersi in gioco. D'altronde, era quanto avevo constatato di persona avendo vissuto, durante la mia adolescenza, gli anni bui della guerra, fra tanti lutti e sofferenze, e poi quelli dell'immediato dopoguerra, fra molte privazioni e apprensioni per il futuro.
In pratica, nel 1961, quello che appena quindici anni prima era un Paese prostrato e avvilito, appariva risorto a nuova vita, in corsa per ridurre il divario abissale d'un tempo dai Paesi più avanzati, e aveva riacquistato inoltre rispettabilità in sede internazionale, essendo tra i fondatori della Comunità europea.
Il fatto che il nostro Paese avesse abbracciato la causa europeista era un ulteriore motivo del mio ottimismo. Anche perché si sarebbero così cicatrizzate certe brucianti ferite provocate dalla guerra. Ricordavo infatti l'amarezza provata nel 1946, da ragazzo, durante una gita in Francia con alcuni miei coetanei, dinanzi all'atteggiamento sprezzante dei francesi che avevamo avvicinato, tutt'altro che disposti a dimenticare la vergognosa "pugnalata" inferta dall'Italia fascista al loro Paese già sconfitto e invaso dalla Germania nazista. 
Fortunatamente, ben diversa era stata poi l'atmosfera, in quanto segnata dalla condivisione degli stessi ideali sul futuro della nuova Europa comunitaria, che aveva caratterizzato il mio incontro, nel corso di un'iniziativa promossa nell'estate del 1958 dalla Stampa, con una rappresentanza di studenti universitari francesi, tedeschi, belgi e olandesi. In quell'occasione erano presenti anche degli inglesi, dato che tutti noi auspicavamo che la Gran Bretagna aderisse presto alla Cee.
Insomma, nel corso del 1961, tanti buoni motivi m'inducevano a nutrire un forte senso di orgoglio e fiducia nel mio Paese, pur nella consapevolezza dei numerosi problemi rimasti irrisolti. D'altra parte, nella ricorrenza del primo centenario dell'Unità nazionale, ero portato a riconoscere, senza per questo indulgere alla retorica, come fosse stata un'impresa storica straordinaria, considerate le difficoltà obiettive in cui era avvenuta, quella conclusasi con l'indipendenza e la costituzione di uno Stato unitario. Tanto più che, essendo fra i collaboratori della Mostra storica dedicata, nelle sale di Palazzo Carignano, alla rievocazione del Risorgimento, mi ero trovato a rivivere quegli eventi, per così dire in "presa diretta", attraverso la raccolta e la consultazione di alcuni significativi documenti dell'epoca.
In quelle stesse settimane avevo avuto modo di prendere visione, con un salto nel tempo di cent'anni, delle più recenti realizzazioni del nostro Paese messe in vetrina nell'Esposizione Internazionale di "Italia '61", inaugurata ai primi di maggio. Il giudizio lusinghiero che ne avevo riportato era dovuto anche al fatto che l'allestimento dei vari padiglioni fosse opera dei nomi più prestigiosi dell'architettura italiana. In particolare, notevole ammirazione riscuotevano il Palazzo del Lavoro, firmato da Pier Luigi Nervi, un gigantesco parallelepipedo con 16 ombrelli metallici e pilastri alti più di 20 metri, e un autentico gioiello come il Palazzo a Vela, in cemento armato ma dall'aspetto quasi etereo.
Un ultimo motivo, ma certo non secondario, che m'induceva a confidare nel futuro del nostro Paese, era il convincimento che si sarebbe rafforzato il senso di appartenenza e d'identità nazionale degli italiani, incontrandosi e conoscendosi non più nei campi di battaglia. A Torino e nella sua "cintura" stava infatti affluendo, in cerca di lavoro e di una sorte migliore, una massa d'immigrati. Nel 1961 erano approdate più di 60mila persone, provenienti in gran parte dal Sud; e nel biennio successivo questo fenomeno avrebbe assunto dimensioni ancora più imponenti.
Beninteso, non credevo che sarebbe subito avvenuta un'integrazione dei nuovi arrivati. Ma nell'ambiente culturale torinese, di orientamenti liberal-progressisti, che frequentavo, prevaleva l'opinione che istituzioni pubbliche, scuola e giornali avrebbero assecondato una civile convivenza fra piemontesi e meridionali. In realtà, a favorire gradualmente un clima di comprensione e solidarietà fra due differenti universi fu soprattutto l'esperienza comune di lavoro maturata in fabbrica, nell'ambito di un'organizzazione fordista della produzione che, non solo alla Fiat, stava livellando anche le mansioni dell'"aristocrazia operaia" torinese d'un tempo. Il resto, lo fecero le parrocchie nella vita collettiva dei quartieri.
In sostanza, il motivo preminente della mia fierezza di allora, quale cittadino italiano, e della mia profonda fiducia nell'avvenire, analoga d'altronde a quella di molti miei coetanei, consisteva per lo più nell'importanza cruciale che attribuivamo alla nuova vocazione industrialista del nostro Paese e alle sue proiezioni modernizzatrici. Ritenevamo che il mondo dell'impresa e del lavoro, purché convogliato su traiettorie più dinamiche, e con un valido modello di relazioni industriali (come quello olivettiano), avrebbe svolto una funzione demiurgica: avrebbe potuto trasformare non solo l'economia ma la società italiana eliminando man mano il dualismo fra Nord e Sud, e creando nuove risorse per il progresso civile e la copertura di esigenze di carattere collettivo. E credevano che in tal modo si sarebbero anche rafforzate le fondamenta del sistema democratico e ampliati i diritti di cittadinanza sociale.
D'altronde, si era alla vigilia della svolta verso il centro-sinistra, avallata - così si pensava - dalla nuova America di Kennedy. E molte aspettative suscitava l'idea di una programmazione che coniugasse keynesismo e Welfare con una "politica dei redditi". Più tardi, si dirà che si trattava di un "libro dei sogni".
Eppure, a ripensarci adesso, il fatto che allora credessimo, in tanti della mia generazione, nella validità di una strategia riformista "lib-lab", quale strada maestra per il futuro del nostro Paese, non era un peccato di gioventù. Poiché essa si ripropone, sia pur con le debite varianti, ai giorni nostri.
I SENTIMENTI

L'ORGOGLIO
1. L'esistenza di un grande patrimonio artistico e culturale2. Il capitale di creatività e di saperi pratici delle Pmi3. Il forte legame con l'Europa comunitaria4. L'opera dei nostri militari all'estero nelle missioni di pace e per la sicurezza internazionale
5. Lo sviluppo negli ultimi anni del volontariato e dei sodalizi di assistenza sociale
VERGOGNA 1. La morsa persistente della criminalità organizzata2. Le larghe sacche di evasione fiscale3. Le inefficienze e disfunzioni dell'amministrazione pubblica4. L'eccessiva e paralizzante litigiosità della classe politica
5. Lo scarso senso civico e la deturpazione dell'ambiente
CORREVA L'ANNO
1961
17 marzoCentenario dell'Unità d'Italia 
Le celebrazioni si svolgono in numerose città italiane, grandi e piccole: il fulcro delle manifestazioni è però Torino, città simbolo del «miracolo italiano», sede della proclamazione del Regno d'Italia nel 1861 e prima capitale, con tre rassegne: la «Mostra storica dell'Unità d'Italia», la «Mostra delle regioni italiane» e la «Mostra internazionale del lavoro»
12 aprileYuri Gagarin primo uomo nello spazio 
Ore 9,07: all'interno della navicella Vostok 1, del peso di 4,7 tonnellate, il maggiore Jurij Gagarin, 27 anni da poco compiuti, inizia il primo volo spaziale della storia con equipaggio umano. Compie un'intera orbita ellittica attorno alla Terra, raggiungendo un'altitudine massima di 302 km e una minima di 175 km, viaggiando alla velocità di 27.400 km/h
15 maggioEsce l'enciclica «Mater et magistra» 
Papa Giovanni XXIII riprende e amplia il tradizionale insegnamento della Chiesa in ordine ai problemi sociali: di particolare interesse è la riaffermazione del valore della persona e della libertà economica, ma insieme della completa liceità della tendenza alla socializzazione, purché venga attuata nel rispetto dei diritti della persona
11/12 giugno«Notte dei fuochi» in Alto Adige 
Un'impressionante serie di attentati scuote l'Alto Adige nella notte: un gruppo di terroristi altoatesini di lingua tedesca, aderenti al «Befreiungsausschuss Südtirol», fa scoppiare la prima bomba nel centro di Bolzano; seguono nelle due ore successive altre 46 esplosioni, che abbattono decine di tralicci dell'alta tensione
13 agostoInizia la costruzione del Muro di Berlino 
Eretto dal Governo comunista della Germania Est, che lo chiamò «Barriera di protezione antifascista», il Muro divise in due la città di Berlino per 28 anni, fino al suo crollo avvenuto il 9 novembre 1989. Durante questi anni furono uccise dalle guardie comuniste almeno 133 persone mentre cercavano di fuggire verso Berlino Ovest
Valerio Castronovo