sabato 31 marzo 2012
Al mattino
Comincia bene la giornata, alzati abbastanza presto per riempire i primi minuti con qualche buona lettura ispiratrice, magari ascoltando musica. Rifletti sulle cose, al mattino tanti pensieri e idee nascono così come il giorno. Trovi le soluzioni e tutto appare più chiaro e affrontabile. Esci all'aperto e guarda sorgere il sole, soprattutto in queste stagioni. È fonte di energia e ispirazione.
giovedì 29 marzo 2012
Educare gli uomini alla Democrazia
Le leggi non servono a nulla se ai membri della società non è stato instillato nel sangue l'amore e il rispetto delle istituzioni.
martedì 20 marzo 2012
A tutta birra
Sei italiani su dieci la bevono. Diventano otto su dieci se l'età è compresa tra i 18 e i 44 anni. La birra ha superato il vino nei consumi e nelle preferenze degli italiani da alcuni anni e diventa la nuova regina dei momenti gourmet. L'anno scorso i consumi di birra, nei pasti fuori casa, hanno segnato un + 148% ed è stato rilevato che il gradimento aumenta in funzione della conoscenza del prodotto. Così come il numero delle donne che la preferiscono, in continua ascesa.
È la riscossa di questa bevanda che fino a qualche anno fa era associata ad un modo di bere informale, un po' rude, abbinata solo alla pizza e spuntini veloci o consumata nei pub.
Si è modificato anche il modo di berla. La maggioranza dei consumatori ormai non si attacca più al collo della bottiglia ma la versa nel bicchiere. E vuole il bicchiere giusto. L'Asso Birra nel suo sito, ben strutturato e ricco di informazioni, ha pubblicato anche una guida alla scelta del bicchiere giusto e come imparare a degustarla. Sull'onda di questo nuovo interesse c'è stato un fiorire di siti internet, blog, proposte di corsi di degustazione e libri che non trattano solo della storia della birra, ma rivelano anche tutti i segreti per gustarla al meglio: come spillarla a "due velocità", l'importanza della schiuma che permette di cogliere gli aromi del luppolo e del malto, la temperatura, gli errori da evitare, gli abbinamenti.
Cambiano i gusti e le tendenze, è naturale che cambino anche gli abbinamenti. Oggi possiamo scegliere birre per il pesce, anche crudo, per gli affettati anche nobili come lo Zibello e perfino per i dolci. A più del 40 per cento degli italiani comunque piace abbinarla con la cucina tradizionale.La birra conquista oramai anche i palati più raffinati e ristoranti importanti. Le guide più vendute, dal Gambero Rosso all'Espresso, già segnalano i locali che hanno "carte delle birre" e curano la selezione dei marchi. Un'indagine rivela che le preferite dagli chef "tendenza birra" sarebbero: l'Abbazia, corposa e forte, seguita dalla Pils e dalla Lager, chiare, quindi la Weizen e la Blanche, di frumento. Riscuotono successo anche la Ale e la Stout, scure, e la Bock, doppio malto chiara e forte. Ma ce n'è per tutti i gusti. Sono più di 300 i marchi che si trovano sul mercato. Il popolo dei foodies che condivide la passione del mangiare e bere bene, ha ora un interesse in più su cui confrontarsi e dibattere.
domenica 18 marzo 2012
Noi analfabeti seduti su un tesoro
Due dati dovrebbero impressionarci come italiani, se vogliamo vederci (anzi, diciamo pure, venderci) come cittadini del mondo.Il primo è quello che riguarda la strepitosa immagine positiva che ancora siamo in grado di diffondere all'estero. Chiunque di noi si presenti come italiano in un qualunque ambiente di New York, Parigi, Tokyo, Pechino, Singapore, non riceverà che elogi e espressioni di ammirazione.
Perché? Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo. E di che cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura. Noi siamo il Paese della Cultura. Ovunque nel mondo. Nel mondo che conta e che si arricchisce. Lo dico con un'enfasi che non è la mia (e neppure l'uso disinvolto di parole del marketing come brand lo è, ma è per intendersi), perché non amo la retorica e per me cultura è anche tante altre cose assai più piccole (è anche ingegnosità minuta, fumetti, videogiochi, grafica, artigianato) e anche meno piccole ma in genere poco amate dagli umanisti: scienza, diritto, economia. Ma c'è poco da fare: è quello il brand che, quando siamo bravi, riusciamo a vendere, e dobbiamo andarne fieri. Anche nelle piccole cose: nel nostro design, nelle nostre automobili, nel nostro abbigliamento, nei nostri orologi di lusso, nei nostri mobili, in tutto il made in Italy c'è un riverbero della nostra gloriosissima storia, in un'immagine in cui lo straniero vede tutta la grandezza dell'antica Roma e del nostro Rinascimento, che condisce con i nostri musicisti, gli inventori dell'Opera lirica, i poeti, i grandi navigatori, i fondatori della scienza galileiana, cioè di quel metodo che è alla base del prodigioso progresso tecnico-scientifico degli ultimi quattro secoli in Europa e nel mondo.
Passiamo dunque al secondo dato che dovrebbe impressionarci. Anzi, in questo caso, allarmarci. Noi italiani appariamo come primi ‐ primi assoluti! ‐ in una ben poco encomiabile lista. Tutto il mondo la può leggere e stupirsene. È pubblicata nella voce «functional illiteracy» di Wikipedia (la voce corrispondente «analfabetismo funzionale» non c'è nella versione italiana di Wikipedia, qualcuno la allestisca!), e dice che il 47 per cento degli italiani dai 14 ai 65 anni ha forti deficienze nella semplice comprensione di un testo. All'Italia seguono il Messico (43,2%), l'Irlanda (22,6%), Gran Bretagna (21,8), Usa (20), Belgio (18,4) giù giù (anzi su su) fino alla alfabetizzatissima Svezia (7,5%!).
Il 47 per cento di analfabeti vi sembra un'esagerazione? Prima di allarmarci potremmo provare a consolarci in due modi. Primo: obiettare che i dati della voce di Wikipedia si fermano al 2003. Magra consolazione. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ci ha ricordato, nel suo recentissimo Investire in conoscenza e sul Sole 24 Ore-Domenica di due settimane fa, che negli anni successivi gli analfabeti funzionali sono saliti all'80%! E un allarme simile è confermato da uno dei nostri massimi linguisti, Tullio De Mauro. Anche la tv, dopo aver fortemente contribuito alla crescita e unificazione linguistica del Paese, ora sta assecondando il movimento opposto.
Secondo modo di consolarci: si tratta di «analfabetsimo funzionale» e non di analfabetismo tout court, dal quale siamo usciti con un grande sforzo collettivo con la ricostruzione del secondo dopoguerra.
Magra, magrissima consolazione anche questa, alla quale si può rispondere con la famosa battuta di Eugenio Montale, che aveva già capito tutto: «Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere». Sanno leggere 'tecnicamente', nel senso che per lo più riconoscono i caratteri, e sanno maldestramente far di conto. Peccato che nell'80 per cento dei casi non capiscano quello che leggono e non dispongano di quel minimo di attrezzatura intellettuale utile a orientarsi nel mondo. Non sono in grado per esempio di capire e compilare un modulo in cui vengano richieste non solo informazioni anagrafiche, ma anche riguardanti la propria posizione professionale, previdenziale o fiscale. E se nei paesi civili la media dei cittadini di questo tipo si assesta sul 20%, da noi le percentuali sono invertite!
Dove può andare il Paese più ricco di opere d'arte del mondo, che futuro può immaginare per il suoi giovani, per la qualità della vita, per riattivare quel «circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione», se parte da questa miserevole dotazione di capitale umano?
Mettendo insieme le due immagini ‐ quella del brand e quella dell'analfabetismo ‐ viene da pensare al grande illuminista tedesco Ephraim Lessing, il quale suggellò il suo Grand Tour con una favola in cui i moderni italiani che si vantano di discendere dagli antichi romani vengono paragonati a vespe che uscendo dalla carogna di un cavallo esclamano: «Da quale nobile animale abbiamo tratto origine!»
Quanto gli italiani sappiano diventare boriosi proprio in ragione della loro storia e al loro patrimonio lo ha poi ribadito un altro filosofo. «Il tratto principale del carattere nazionale degli Italiani - annotava Arthur Schopenhauer in un Taccuino del 1823 - è un'assoluta spudoratezza. Che consiste in questo: da un lato non c'è nulla di cui non ci si ritenga all'altezza, e quindi si è presuntuosi e arroganti; dall'altro non c'è nulla di cui ci si ritenga abbastanza esperti, e quindi si è codardi. Chi ha pudore, invece, è troppo timido per alcune cose, troppo orgoglioso per altre. L'Italiano non è né l'uno né l'altro, bensì, a seconda delle circostanze, o è pavido o è borioso».
Oggi dobbiamo avere l'umiltà di ricominciare da capo, di ripensare i saperi e le competenze, e acquisire piuttosto la consapevolezza di essere degli analfabeti seduti sopra un tesoro, sempre di più privi di quegli strumenti di base che ci permetterebbero non solo di capire, ma anche di far fruttare i formidabili talenti che ci circondano.
Smettiamola, con il nostro turismo d'accatto, di presentarci come degli straccioni che a un certo punto scoprono di avere il Colosseo (oggi usato come una specie di rotatoria per le automobili) e cercano di mungerlo il più possibile, senza aggiungerci nulla in termini di innovazione, intelligenza, conoscenza, capitale umano. Totò che vende la fontana di Trevi a un turista americano è un'altra immagine appropriata, e ancora attuale. Ci fa ancora ridere. Ridiamoci pure sopra. Ma allarmiamoci anche, perché Totò ci sta dicendo ancora la verità. Abbiamo capito che quell'opera ha un valore inestimabile, ma ne capiamo sempre meno il significato, mentre è proprio questo che gli altri Paesi civili ed emergenti comprendono e apprezzano, e spesso sfruttano economicamente, con maggiore lungimiranza, al nostro posto.
Ecco allora il vero senso di emergenza che il nostro Manifesto per la cultura vuole imprimere ai decisori pubblici attuali, e al Governo intero, che non possono sottrarsi a questa enorme responsabilità storica solo perché da trent'anni i loro predecessori lo hanno fatto. Il senso dell'urgenza sta in quei dati agghiaccianti, in quel misero 20% di italiani (8 milioni circa) che dispone di strumenti di lettura e scrittura minimi indispensabili. Siamo in gravissimo ritardo nel quadro internazionale e nell'ambito di una società globalizzata cosiddetta della «conoscenza». Se poi aggiungiamo i dati relativi ai ragazzi di 15-16 anni dei famosi test Pisa c'è da allarmarsi ancora di più.
Dunque prima ancora che dalla Cultura, partiamo dalle sue basi, dall'istruzione, e ripensiamola nei termini dell'unico possibile investimento per il nostro futuro dopo la crisi. Prendiamo il coraggio ‐ e i dati ‐ a due mani e diamoci da fare. Io sono certo, con la maggior parte di voi, che impegnandoci un po' possiamo tranquillamente dimostrare che Lessing e Schopenhauer avevano torto.
I must del 2012 per se stessi
Sii tempestivo. Fatti trovare al posto giusto nel momento giusto.
Reagisci, usa la creatività, proponi qualcosa di diverso.
Vendi emozioni.
Riparti dalla semplicità.
Focalizzati.
Investi su te stesso. Impara. Non fermarti.
Muoviti per far nascere nuovi contatti.
Condividi. Usa la rete.
Cura la tua credibilità.
Pensa local, agisci global. Capovolgi le cose.
Scegli solo il meglio. Solo le cose che veramente valgono.
Cambia vita. Differenziati.
Riparti da te stesso e non pensare che siano gli altri che devono risolvere i tuoi problemi.
Reagisci, usa la creatività, proponi qualcosa di diverso.
Vendi emozioni.
Riparti dalla semplicità.
Focalizzati.
Investi su te stesso. Impara. Non fermarti.
Muoviti per far nascere nuovi contatti.
Condividi. Usa la rete.
Cura la tua credibilità.
Pensa local, agisci global. Capovolgi le cose.
Scegli solo il meglio. Solo le cose che veramente valgono.
Cambia vita. Differenziati.
Riparti da te stesso e non pensare che siano gli altri che devono risolvere i tuoi problemi.
lunedì 12 marzo 2012
La dittatura dell' apparenza
La questione, in apparenza, è una questione di pelle. Di effimere ossessioni che vanno dalla testa ai piedi e attraversano la superficie di un corpo ritoccato per essere bello. Cute piallata e levigata per dare un senso all' essere e all' avere nel deserto etico di questa società. E rughe stirate, capelli colorati, nasi rifatti, seni gonfiati, addomi scolpiti per portare in giro qualcosa da mostrare che nasconda il vuoto dentro, la tristezza di un tempo senza memoria che uccide i sogni e cancella i ricordi. Ma c' è dell' altro nell' inventario fallimentare che Vittorino Andreoli compila analizzando le perversioni della modernità. C' è la perdita di senso e l' ostentata pornografia dei valori diffusa coi messaggi impropri della politica. C' è la crisi della famiglia, la scuola a pezzi, lo smarrimento dei padri, la banalità delle madri, la confusione degli adulti in balia di pulsioni e frustrazioni riversate addosso ai demiurghi della contemporaneità, quei medici che aiutano a cambiar faccia, pelle e bocca e trasformano le persone in tanti ex. Ormai, scrive Andreoli, viviamo in uno specchio deformato: cerchiamo solo potere e bellezza. Quel che appare è diventato quello che si è. Siamo un corpo vuoto che galleggia nella società liquida di Zygmunt Bauman. Viviamo da precari, alla giornata, sull' orlo della bancarotta etica ed economica. Abbiamo cancellato la speranza nei giovani. E stiamo affidando a Internet il nostro destino. L' uomo di superficie (Rizzoli) non è un semplice libro. È un ammonimento, il grido d' allarme di uno psichiatra che usa il culto del corpo come metafora del degrado di un Paese e di certe sue istituzioni. Bastano poche pagine per capire che il marketing del corpo rischia di cancellare la consapevolezza di quel che ci portiamo dentro. La nostra storia, le passioni, le emozioni, l' umanità che ci ha fatto grandi. Andreoli non si chiede dove siamo finiti. Sa benissimo che abbiamo sconfinato. Navighiamo a vista. In questo momento stiamo andando al buio. Ci vuole il coraggio di pochi ribelli per rompere la spirale di conformismo che sta appiattendo tutto. Ma servono spalle larghe e propensione al rischio. Andreoli questo coraggio ce l' ha. Dice cose che danno fastidio. Non cerca facili applausi. Si mette in gioco parlando di sé, dell' iniziazione alla vita nella scuola contadina, della solidarietà che insegna a saziare la fame con una misera aringa divisa in famiglia. Racconta l' indimenticabile felicità del freddo e del fuoco, ricorda il dolore per la perdita del padre, il senso di colpa, la paura del vuoto e la fede fortificata nella certezza che si può continuare a vivere in simbiosi con chi ci ha voluto bene. Parla della sua scelta di lavorare in manicomio: con gli ultimi si impara e ci si misura con le fragilità della vita. Ai drogati da successo dice che si cresce attraverso gesti ed esempi imitabili. Quelli che oggi, purtroppo, non si trovano quasi più. Il driver della società è il potere, «malattia grave per cui non c' è cura se non aumentarlo, come dire che si guarisce stando peggio». Non c' è nessun Robin Hood in grado di liberarci, perché «ci siamo consegnati a una classe politica inetta e rapace». Il berlusconismo, secondo Andreoli, è stato «un governo in maschera che poteva dire e negare, sostenere a parole e distruggere di fatto, prigioniero degli interessi personali del leader». Ma le opposizioni si sono adeguate al peggio, finendo nel ridicolo tra faide e pessime imitazioni. Andreoli confessa la sua delusione per Romano Prodi, di cui è stato analista e trainer (psicologico) nei vittoriosi duelli con il cavaliere di Arcore. «Non chiesi nulla per quei successi elettorali - ricorda - ma interruppi la relazione con lui subito dopo l' ultima vittoria: mi telefonò per salutarmi e io gli raccomandai il piano per i giovani che era stata la molla che mi aveva spinto a partecipare alla campagna. Doveva essere gestito dalla presidenza del Consiglio, ma lui disse che aveva creato un ministero per i giovani affidato a Giovanna Melandri... Mi resi conto che aveva già dimenticato tutto, e mi indignai. Gli dissi di prendere una matita e cancellare il mio numero di telefono». Prodi cadde due anni dopo, per le liti tra piccoli uomini «che non avevano a cuore le sorti dell' Italia». Come il governo Berlusconi, anche il centrosinistra «era dominato dalle logiche narcisistiche dei partiti che rappresentavano se stessi e non il Paese». Come se ne esce? E' la domanda che viene spontanea. Andreoli non ha una terapia. Indica nella politica vanesia e autoreferenziale il nodo da sciogliere. «Finché il sistema di governo non funziona si parlerà solo di poteri e i bisogni di un popolo non saranno nemmeno considerati». Anche chi è abituato a indagare il cervello degli uomini respira l' aria inquinata di questa società e cammina nella nebbia: «La nostra civiltà è in sala di rianimazione e l' ossigeno è poco». Bisogna ripartire dai fondamentali, «cultura, giovani, ricerca, arte e conservazione, tutto ciò che è umano ma appare ridotto alla bidimensionalità di una superficie translucida, senza radici». Bisogna reimparare le tabelline della vita. Che non si trovano sull' iPad o nello schermo del computer.
giovedì 8 marzo 2012
Portatevi lo Chef a casa
Nelle grandi città è già un fenomeno "trendy" da qualche anno. Poco conosciuto invece in provincia. Puoi cenare a casa tua come al ristorante con lo Chef a domicilio. È in aumento il numero di maestri di cucina che si orientano verso questo nuovo business. Sono volti nuovi, ma anche Chef affermati che gestiscono questa nuova forma di attività in parallelo al loro ristorante. In rete si trovano numerosi siti che pubblicizzano il servizio. Esiste anche una "Federazione nazionale personal chef" con tanto di codice deontologico e già si può scaricare un Ebook che insegna come intraprendere questo mestiere.
La tendenza, manco a dirlo, viene naturalmente dagli Stati Uniti dove è un servizio molto richiesto. Per gli americani avere uno Chef a casa é un po' come avere un artista a disposizione. In Italia è agli inizi anche se promette bene a leggere le testimonianze di quelli che hanno deciso di cimentarsi in questa sfida.
C'è ancora molta curiosità verso questa forma di ristorazione. La gente continua ad andare a cena, ma ci sono professionisti, imprenditori, notai, avvocati, che decidono di servirsi dello Chef a domicilio per le occasioni più disparate: una cena importante di relazione senza tanta pubblicità, un pranzo di lavoro, un light lunch, un anniversario di matrimonio, un compleanno speciale o anche una serata indimenticabile a lume di candela. A casa gestisci l'ambiente al meglio, non ci sono bambini che urlano, non c'è ressa, non sei gomito a gomito con gli altri commensali e decidi tu il menù. Praticamente ti portano il ristorante a casa ma senza provocarti fastidi. Al termine puliscono tutto come se non ci fossero mai stati. Le donne ne saranno felici. Possono perfino imparare trucchi del mestiere. È un'idea molto interessante se ci pensate. Lo Chef ti cucina davanti agli occhi e risponde alle tue domande. Diventa un elemento di curiosità e interesse anche per gli ospiti. Nelle grandi città esistono proposte anche per i più piccoli con mini corsi di cucina compresi, per educare già i pargoli alla civiltà della tavola e al gusto.
Gli Chef che offrono questo servizio sono molto organizzati e disponibili a spostarsi ovunque. Anche se siete in vacanza, magari in barca a vela. Una volta contattati, studiano con il cliente la finalità della cena, propongono i piatti, gli abbinamenti con il vino, possono procurare anche un sommelier e i camerieri. Spesso fanno un sopralluogo. Il giorno della cena fanno la spesa dai loro fornitori, nelle loro botteghe specializzate e si presentano a casa completi di strumentazione e, se richiesto, anche il tovagliato. Poi iniziano a creare.
Le tariffe variano in base ad alcuni parametri: tipo di soluzione (buffet o cena), numero di commensali e pietanze, tipologia dei vini e lontananza del luogo. Si oscilla tra i 15 euro del buffet agli 80/90 euro per la cena. Prezzi importanti ma non proibitivi per una cucina di classe: a casa e di sicuro effetto per gli ospiti.
Pierangelo Raffini per Leggilanotizia.it
La tendenza, manco a dirlo, viene naturalmente dagli Stati Uniti dove è un servizio molto richiesto. Per gli americani avere uno Chef a casa é un po' come avere un artista a disposizione. In Italia è agli inizi anche se promette bene a leggere le testimonianze di quelli che hanno deciso di cimentarsi in questa sfida.
C'è ancora molta curiosità verso questa forma di ristorazione. La gente continua ad andare a cena, ma ci sono professionisti, imprenditori, notai, avvocati, che decidono di servirsi dello Chef a domicilio per le occasioni più disparate: una cena importante di relazione senza tanta pubblicità, un pranzo di lavoro, un light lunch, un anniversario di matrimonio, un compleanno speciale o anche una serata indimenticabile a lume di candela. A casa gestisci l'ambiente al meglio, non ci sono bambini che urlano, non c'è ressa, non sei gomito a gomito con gli altri commensali e decidi tu il menù. Praticamente ti portano il ristorante a casa ma senza provocarti fastidi. Al termine puliscono tutto come se non ci fossero mai stati. Le donne ne saranno felici. Possono perfino imparare trucchi del mestiere. È un'idea molto interessante se ci pensate. Lo Chef ti cucina davanti agli occhi e risponde alle tue domande. Diventa un elemento di curiosità e interesse anche per gli ospiti. Nelle grandi città esistono proposte anche per i più piccoli con mini corsi di cucina compresi, per educare già i pargoli alla civiltà della tavola e al gusto.
Gli Chef che offrono questo servizio sono molto organizzati e disponibili a spostarsi ovunque. Anche se siete in vacanza, magari in barca a vela. Una volta contattati, studiano con il cliente la finalità della cena, propongono i piatti, gli abbinamenti con il vino, possono procurare anche un sommelier e i camerieri. Spesso fanno un sopralluogo. Il giorno della cena fanno la spesa dai loro fornitori, nelle loro botteghe specializzate e si presentano a casa completi di strumentazione e, se richiesto, anche il tovagliato. Poi iniziano a creare.
Le tariffe variano in base ad alcuni parametri: tipo di soluzione (buffet o cena), numero di commensali e pietanze, tipologia dei vini e lontananza del luogo. Si oscilla tra i 15 euro del buffet agli 80/90 euro per la cena. Prezzi importanti ma non proibitivi per una cucina di classe: a casa e di sicuro effetto per gli ospiti.
Pierangelo Raffini per Leggilanotizia.it
mercoledì 7 marzo 2012
La conoscenza ci libera dal pizzo
Il manifesto per una «costituente della cultura» lanciato la scorsa domenica da questo supplemento culturale forse mette finalmente l'accento su uno snodo cruciale della sfida che la classe politica e i cittadini di questo Paese devono affrontare, se fanno sul serio quando auspicano una ricostruzione economica e civile. Chi intrattiene rapporti di collaborazione con colleghi del mondo accademico straniero si sente spesso chiedere come sia stato e sia possibile che l'Italia attraversi una crisi che verosimilmente dura da alcuni decenni. E lo stupore nasce dal fatto che questa condizione appare paradossale, considerando che possediamo un patrimonio culturale di inestimabile valore, una tradizione di creatività artistica e scientifica individuale abbastanza unica e un sistema di istruzione che ha certamente dei difetti ma continua a sfornare cervelli in grado di emergere quasi con facilità nei dipartimenti universitari stranieri, sia umanistici sia scientifici, o all'interno di enti internazionali, pubblici o privati, che producono o elaborano conoscenze, tecnologie, analisi economiche e politiche eccetera.
È inutile recriminare sulle responsabilità, ma si dovrebbe prendere atto che per varie ragioni negli ultimi decenni si è selezionata una classe politica decisamente scarsa sul piano culturale. E che forse anche per questo non si rende conto del fatto che i Paesi nei quali, storicamente e attualmente, si cresce economicamente e dove si registra un grado elevato di senso civico investono cospicuamente in cultura. E questo perché chi li governa o sa o si è documentato, invece di limitarsi a commissionare sondaggi, sul fatto che la produzione e diffusione di cultura, umanistica o scientifica, purché di qualità, stimola la creatività, e quindi promuove l'innovazione, nonché migliora la vita civile e istituzionale di una società.
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare tanto lontano per documentarsi. Nel 2009 la direzione generale per l'educazione e la cultura della Commissione europea ha prodotto uno studio intitolato The impact of culture on creativity. Si tratta di un'ampia riflessione, con tanto di casi di studio e bibliografia, in cui si dimostra con solidi argomenti e dati empirici che dalla combinazione di competenze artistiche, capacità immaginative e un ambiente in cui vi sia un consistente investimento in cultura e istruzione, scaturisce una diffusa creatività basata sulla cultura, che produce innovazione in tutti i settori della vita economica e istituzionale di un Paese. La cultura, spiega e dimostra il rapporto, migliora il profilo affettivo delle persone, la loro spontaneità e l'autonomia, le capacità intuitive, la memoria, l'immaginazione e il senso estetico. Tratti, questi, che generano valori economici e sociali. Per esempio, nuovi modi di guardare i problemi, che aiutano a trovare più rapidamente soluzioni adeguate, una differenziazione dei prodotti, dei consumi e delle aspettative, una salutare messa in discussione di tradizioni conservatrici che solitamente generano diseguaglianze o discriminazioni sociali, senso di identità e appartenenza comunitari che favoriscono la cooperazione e, non ultima, un'attenzione personale più spiccata e qualificata per i valori spirituali, simbolici e immateriali.
È singolare che da parte della classe politica italiana non si sia capito in tempo che aderire alla strategia o processo di Lisbona, cioè accettare di concorrere a trasformare l'Europa nell'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del pianeta, significava prima di tutto investire in produzione di conoscenza e in valorizzazione del patrimonio culturale secondo una logica innovativa ed evolutiva basata su modelli imprenditoriali pertinenti. Non che gli altri Paesi europei abbiano poi saputo far meglio dell'Italia. Ma alcune economie emergenti, davvero basate sulla conoscenza, invece hanno capito molto bene come si alimenta la creatività e l'innovazione da cui la produzione di nuova conoscenza dipende direttamente.
Quasi tutti sanno che Singapore è una delle economie più dinamiche e con una crescita a due cifre da circa dieci anni. Sono forse meno numerosi coloro informati del fatto che dal 1989 quella repubblica sviluppa un intenso programma di investimenti culturali, culminato in un rapporto del 2002, Investing in Singapore's Cultural Capital che disegna per la cultura una funzione non meramente di consumo, ma a supporto della creatività, dell'innovazione e della qualità della vita. Nel 2008 Singapore è stata pubblicizzata nel mondo come Global City of the Arts con espliciti richiami al Rinascimento italiano. I suoi spettacolari musei d'arte, storia, e scienza, nonché l'intensa produzione culturale e gli investimenti nei campi dell'istruzione e della ricerca rendono questa città-Stato una presenza culturale tra le più vivaci non solo nel mondo asiatico, ma su scala internazionale.
Un recente studio condotto da Niklas Potrafke dell'Università di Costanza su 125 Paesi (Intelligence and Corruption, pubblicato a gennaio in «Economics Letters», Vol. 114, No. 1) ha rilevato che dove ci sono livelli di prestazioni intellettuali più alti, la corruzione, che è uno dei fattori che più danneggiano la crescita economica (e noi purtroppo ne sappiamo qualcosa), è più bassa. Si tratta dell'ennesima correlazione che va nel senso di indicare come il capitale cognitivo è il fattore chiave per lo sviluppo economico di un Paese. Da diversi anni si effettuano studi comparativi su decine di Paesi, in cui si confrontano le prestazioni scolastiche, misurate attraverso i vari test di valutazione (ad esempio Pisa), o la proporzione di «capitale cognitivo», cioè di competenze scientifiche e tecniche in senso lato ma soprattutto nei settori di frontiera della ricerca scientifica e tecnologica, presente in una data nazione, mettendo questi parametri in relazione con i livelli di libertà economica, di efficienza istituzionale (in particolare il livello di salute dello Stato di diritto) e di gradimento della democrazia. I risultati non sorprendono chi abbia un minimo di familiarità con il pensiero di certi illuministi, primi fra tutti i Padri Fondatori della democrazia statunitense, o frequenti la letteratura più recente nei campi della psicologia sociale e cognitiva o della neuroeconomia e dell'economia evoluzionistica. Stupisce che la politica non ne sia informata e non ne abbia tratte le conseguenze. Infatti, tutti gli studi mostrano che nei Paesi dove le performance scolastiche misurate attraverso i test attitudinali sono più elevate e dove si investe per garantire la presenza di una consistente smart fraction, si registrano i livelli più alti di efficienza istituzionale, di funzionamento meritocratico, di libertà economica e di reddito pro capite.
lunedì 5 marzo 2012
Le buone aziende
sabato 3 marzo 2012
Persisterò fino al successo
Ogni giorno vengo messo alla prova dalla vita. Se persisto, se continuo a provare, se continuo ad attaccare, avrò successo.
Io non sono nato per la sconfitta, né il fallimento scorre nelle mie vene. Non sono una pecora, io sono un leone e mi rifiuto di parlare, camminare e dormire con le pecore.
Non ascolterò chi piange e chi si compiange perché la loro è una malattia contagiosa. Il mattatoio dell'insuccesso non è il mio destino. Sfuggirò dalle persone invidiose e maldicenti. Rovinano lo spirito e ammorbano chiunque gli stia attorno.
I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi. Non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò fallire al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada delle mia vita. Non potrò sapere quanto è vicino se non svolterò l'angolo. Considererò lo sforzo di ogni giorno come un colpo della mia lama contro una quercia possente, colpo su colpo la quercia crollerà. Sarò simile alla goccia che rompe la roccia. Costruirò il mio tempio interiore ogni giorno, mattone dopo mattone, perché con piccoli sforzi ripetuti si porta a compimento qualsiasi impresa.
Non prenderò mai in considerazione la sconfitta e abolirò dal mio vocabolario parole e frasi come abbandonare, non posso, incapace, impossibile, fuori discussione, ineseguibile, improbabile, senza speranza, insuccesso, ritirata; perché queste sono le parole degli sciocchi.
Lavorerò sodo e sopporterò. Ignorerò gli ostacoli ai miei piedi e terrò gli occhi fissi alla meta. Ogni no mi porterà più vicino al suono del sì. Ogni difficoltà posta da altri mi fornirà l'energia per superarli. Ogni sfortuna di oggi reca in sé il seme della buona sorte di domani. Proverò, proverò, proverò ancora. Considererò ogni ostacolo come una semplice deviazione dalla meta e come una sfida alle mie capacità.
Non permetterò però che il successo di ieri mi culli nel compiacimento di oggi, poiché proprio questo è la base del fallimento.
Dimenticherò gli eventi del giorno passato, buoni o cattivi che fossero e saluterò il nuovo con la certezza che questo sarà il giorno più bello della mia vita.
Fino a che avrò respiro persisterò. Persisterò fino alla meta.
mercoledì 29 febbraio 2012
Sua maestà il cappuccino
Nonostante la crisi e il calo delle prime colazioni al bar, il cappuccino rimane sempre il re delle consumazioni mattutine nel nostro Paese. Negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio culto per questa bevanda nel mondo. Così si assiste alle fantasiose proposizioni del cappuccino nelle caffetterie Starbucks come alla nascita della Milk art, l’arte del latte, che porta all’organizzazione di competizioni vere e proprie tra gli artisti di questa bevanda. Addirittura si organizza un campionato sul modello della coppa del mondo calcistica a Washington e a marzo, nella grande mela ci saranno le finali della New World Latte Art Competition. In Italia l’organo di riferimento per tutta l’arte legata alla caffetteria è “l’Accademia italiana maestri del caffè” che forma questa nuova classe di baristi, ad oggi ne ha diplomati più di 400, che si mettono in mostra anche su youtube e facebook, non più solo nei bar. E si fanno artisti. C’è anche un Campione d’Italia, si chiama Francesco Sanapo del “Barista Prima Coffeehouse” di Venezia, sul Canal Grande. Si dimostra bravo non solo nell’arte del caffè e del cappuccino, ma anche in quella della comunicazione in rete con un blog documentato e ben fatto.
Con un pennino d’acciaio come matita e una tazza di latte montato come tela, questi artisti sono in grado in pochi secondi di dar vita al cappuccino: un sole che sorge sul mare, un fiore, le stelle, un arabesco intreccio o il tuo ritratto, con piccoli e lievi gesti la schiuma si trasforma grazie alle piccole gocce di cioccolata che scendono dal pennino e vengono trascinate prendendo vita. E la giornata prende un altro sapore, ti fa sentire un po’ speciale. Questa è la Milk Art e su quest’abilità sta nascendo una vasta letteratura fatta di libri, manuali ed enciclopedie web. E’ uno stimolo per i baristi che possono fare spettacolo per chi è di là dal bancone e non rischiano di alienarsi nella ripetizione, ogni pochi secondi, dei gesti “macino-doso-presso”. Comunque la Milk Art è tutt’uno con il cappuccino e anche per questo ci vuole la giusta ricetta. Spiega Luca Ramoni, presidente dell’Accademia: “In una tazza da 15-20 centilitri ci vanno un espresso (2,5 cl), latte (10 cl.) e aria (2,5 cl.) incorporata alle proteine del latte, che non montato a tessitura fine perché le bollicine non si devono vedere, con la schiuma bianca al centro e l’orlatura marrone che fa corona tutt’attorno. Prima di montare il latte occorre controllare la temperatura che deve essere di 55-60°. La bontà del cappuccino per l’ottanta per cento dipende comunque dalla mano del barista. Il cliente percepisce il gusto ma non si scotta se il latte è montato alla giusta temperatura.” La mano è importante anche nel versare il latte con la schiuma e nei gesti sicuri del disegno finale. Così il cappuccino vive nuova vita e probabilmente è solo l’inizio di un’altra fase, di un’evoluzione della professione del barista, dove è sempre più importante la relazione che si instaura con il cliente. Anche se per pochi minuti e, spesso, di fretta.
mercoledì 15 febbraio 2012
Sotto la neve pane
Nei giorni scorsi d’intense nevicate mi è venuto in mente un detto che mi ripeteva sempre mia madre in queste situazioni “sotto la neve pane”. Come nel passato, anche ora le nevicate fanno bene alla terra dove sono seminati grano e cereali. Sono un’ottima premessa a buoni raccolti.
Il pane: farina, acqua, sale e lievito. Un alimento così semplice eppure il mangiare del pane è uno dei gesti che da più tempo lega l’uomo alla terra. Fin dall’inizio della nostra storia il pane ha avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza, per il riconoscimento sociale, per la liturgia religiosa. Il pane è un nostro alimento almeno dal II secolo a.C., fu Roma a introdurre la panificazione nel nostro Paese probabilmente a seguito del trasferimento nella capitale di prigionieri macedoni. La mancanza del pane ha provocato rivolte violente, il colore ha determinato per lungo tempo il prestigio o meno, oggi completamente capovolto poiché il pane bianco è meno gradito rispetto a quello delle farine meticce, è un simbolo fondamentale per testimoniare la presenza del Signore tutti i giorni. Possiamo dire che quest’alimento è il simbolo stesso, per eccellenza, della vita.
Il nostro Paese può vantare, a giusta causa, un ruolo importante sul pane. I pani d’Italia sono più di 400 tipi diversi, tra cui molti già certificati Igp e Dop. Nonostante i consumi si siano abbassati negli ultimi anni, complici le nuove tendenze alimentari per un fisico che si vorrebbe sempre perfetto, il pane rimane un alimento base per gli italiani. Oltre il 55 per cento della popolazione compra pane fresco tutte le mattine dai 23 mila fornai sparsi sulla penisola. Il consumo medio giornaliero varia tra gli 85 e 100 grammi a persona. Per dare un riferimento, negli anni Settanta era di 3 etti e mezzo. Comunque spendiamo ogni anno circa 312 euro a testa per l’acquisto del pane generando un fatturato di 18 miliardi di euro.
In realtà oggi il pane vive una nuova giovinezza. In virtù della continua ricerca di panificazioni in qualità fatta di farine integrali, forme e contenuti differenti, è sempre più apprezzato e ricercato. Tutti noi dovremmo essere esigenti e pretendere qualità per quest’alimento. A volte mi stupisco come in alcuni locali ci siano ancora ristoratori che scivolano su quest’alimento importante proponendo pane scadente, a volte non fresco o, peggio prodotti confezionati.
Pensiamo all’esperienza dei sensi che compiamo quando ci troviamo in mano un bel pane un po’ rustico al tatto e ancora leggermente infarinato, l’odore che emana, il sapore che proviamo nella consistenza della soffice mollica in contrasto con il croccante suono che fa la crosta quando la spezziamo. Il pane ha “quel qualcosa” di rassicurante e familiare. E’ la nostra storia. E’ la tradizione che si perpetua nel tempo.
L’aspetto più preoccupante che noto è che, a causa dell’industrializzazione, anche nella panificazione si sta perdendo memoria sia delle tipologie regionali dei pani, sia della capacità di comprendere la differenza tra un pane di qualità e uno qualunque. Una volta girare per i forni era un’esperienza incredibile: avvertivi la differenza, non solo nelle forme, tra una coppia ferrarese, famoso il pane di Ferrara grazie alla sua acqua, una michetta milanese, una focaccia genovese e un pane toscano “sciapo”. Purtroppo molte volte nei forni si trovano strane tipologie di pane con impasti senza personalità, omologati nel sapore e nella consistenza. Tralasciando l’aspetto della tenuta della fragranza nella stessa giornata. Quando si acquista poi già affettato e imbustato, perde la sua centralità, e stravolgiamo la nostra e la sua storia.
Pierangelo Raffini - pubblicato su leggilanotizia.it
Il pane: farina, acqua, sale e lievito. Un alimento così semplice eppure il mangiare del pane è uno dei gesti che da più tempo lega l’uomo alla terra. Fin dall’inizio della nostra storia il pane ha avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza, per il riconoscimento sociale, per la liturgia religiosa. Il pane è un nostro alimento almeno dal II secolo a.C., fu Roma a introdurre la panificazione nel nostro Paese probabilmente a seguito del trasferimento nella capitale di prigionieri macedoni. La mancanza del pane ha provocato rivolte violente, il colore ha determinato per lungo tempo il prestigio o meno, oggi completamente capovolto poiché il pane bianco è meno gradito rispetto a quello delle farine meticce, è un simbolo fondamentale per testimoniare la presenza del Signore tutti i giorni. Possiamo dire che quest’alimento è il simbolo stesso, per eccellenza, della vita.
Il nostro Paese può vantare, a giusta causa, un ruolo importante sul pane. I pani d’Italia sono più di 400 tipi diversi, tra cui molti già certificati Igp e Dop. Nonostante i consumi si siano abbassati negli ultimi anni, complici le nuove tendenze alimentari per un fisico che si vorrebbe sempre perfetto, il pane rimane un alimento base per gli italiani. Oltre il 55 per cento della popolazione compra pane fresco tutte le mattine dai 23 mila fornai sparsi sulla penisola. Il consumo medio giornaliero varia tra gli 85 e 100 grammi a persona. Per dare un riferimento, negli anni Settanta era di 3 etti e mezzo. Comunque spendiamo ogni anno circa 312 euro a testa per l’acquisto del pane generando un fatturato di 18 miliardi di euro.
In realtà oggi il pane vive una nuova giovinezza. In virtù della continua ricerca di panificazioni in qualità fatta di farine integrali, forme e contenuti differenti, è sempre più apprezzato e ricercato. Tutti noi dovremmo essere esigenti e pretendere qualità per quest’alimento. A volte mi stupisco come in alcuni locali ci siano ancora ristoratori che scivolano su quest’alimento importante proponendo pane scadente, a volte non fresco o, peggio prodotti confezionati.
Pensiamo all’esperienza dei sensi che compiamo quando ci troviamo in mano un bel pane un po’ rustico al tatto e ancora leggermente infarinato, l’odore che emana, il sapore che proviamo nella consistenza della soffice mollica in contrasto con il croccante suono che fa la crosta quando la spezziamo. Il pane ha “quel qualcosa” di rassicurante e familiare. E’ la nostra storia. E’ la tradizione che si perpetua nel tempo.
L’aspetto più preoccupante che noto è che, a causa dell’industrializzazione, anche nella panificazione si sta perdendo memoria sia delle tipologie regionali dei pani, sia della capacità di comprendere la differenza tra un pane di qualità e uno qualunque. Una volta girare per i forni era un’esperienza incredibile: avvertivi la differenza, non solo nelle forme, tra una coppia ferrarese, famoso il pane di Ferrara grazie alla sua acqua, una michetta milanese, una focaccia genovese e un pane toscano “sciapo”. Purtroppo molte volte nei forni si trovano strane tipologie di pane con impasti senza personalità, omologati nel sapore e nella consistenza. Tralasciando l’aspetto della tenuta della fragranza nella stessa giornata. Quando si acquista poi già affettato e imbustato, perde la sua centralità, e stravolgiamo la nostra e la sua storia.
Pierangelo Raffini - pubblicato su leggilanotizia.it
domenica 12 febbraio 2012
Le abitudini

Tutta la nostra vita è piena di meccanismi atti a procurarci soddisfazione o proteggerci dal dolore.
Questi meccanismi si chiamano abitudini.
Le abitudini si radicano attraverso la ripetizione del gesto e possono essere inibenti o fortificanti. Penso che l'abitudine abbia sempre una componente che lega troppo la persona e può finire con il limitarla. Anche quelle che danno sicurezza e quindi riteniamo fortificanti. Se per qualche motivo si è costretti a cambiare forzatamente una di queste abitudini, si può andare in crisi e pensare di aver perso qualcosa o di non avere più motivazioni al mondo.
Quindi scegliete pure le abitudini che volete tra quelle che ritenete più coerenti con il vostro fine e con il vostro essere. Ma fate attenzione a non legarvi ad esse. Le abitudini sono azioni che, come la goccia, scavano la roccia.
Abituatevi a modificare le vostre abitudini, a non avere paura del nuovo, accettate di compiere percorsi anche diversi e prendere spunti e cultura anche da fonti molto differenti tra loro.
Imparate ad allenarvi. Si possono compiere anche solo piccoli gesti che aiutano a non radicare troppo le abitudini. Servirà a pensare altresì in modo differente da quello che avete sempre fatto.
Modificare il percorso per andare da casa al lavoro, cambiare la routine al mattino quando ci si alza, compiere azioni diverse da quelle che si è abituati a fare durante la giornata, leggere e guardare programmi differenti.
Tutto serve per allenarsi.
Ricordate nel film Pretty Woman quando la Roberts fa togliere scarpe e calze ad un Gere vestito da business man e lo fa camminare sull'erba ?
sabato 11 febbraio 2012
Il paese del posto ereditato - La difficoltà di farcela da soli
Siamo parte di una generazione che vuole stare vicino a mamma e papà. E non si sfugge. Se sei un under 40 sei uno «sfigato» per essere rimasto parcheggiato troppo a lungo all'università. Se sei un under 30, peggio, sei un bamboccione, ancora appeso alla paghetta. Vogliamo tutti il posto fisso. La difesa dell'articolo 18. E li vogliamo anche sotto casa. Università e ufficio dietro l'angolo, con cordone ombelicale incluso. Riconosciamolo: l'immagine che ci descrive come un esercito di Tanguy, figli di genitori del boom economico - con il rischio concreto di diventare ora la generazione dello sboom - è umiliante.
Siamo gli sconfitti, schiaffeggiati pubblicamente dalla nostra classe politica. Ma qualcuno è andato a vedere se c'è una ragione sociologica, fors'anche economica? Il convitato di pietra di tutte le discussioni sull'articolo 18 c'è ed è la mobilità sociale. Quella che non c'è. Il lavoro in Italia è un «affare di famiglia». E quasi mai è un buon affare visto che la società è piramidale. Chi sta sopra tende a rimanere sopra, chi sta sotto ha un solo vantaggio, per dire così: che più in basso non si può andare. Il 44,8% dei figli di operai «ristagna». Il 22,5 dei figli di piccoli borghesi «scivola». Il 22,7% dell'alta borghesia lo ha ereditato dalla famiglia, come fossimo ancora nel Medio Evo.
Altro che Steve Jobs o Mark Zuckerberg, nuovi eroi del sogno americano dove tutti ce la possono fare a scalare la società anche partendo da un garage o dal dormitorio di Harvard. Qui bisogna più che altro difendersi. I dati sull'ascensore tra una classe e un'altra, supposto che ancora si possa fare questa distinzione, non sono molti. La scalabilità sociale è complessa da analizzare.
Tutti abbiamo l'idea di un passaggio difficile basato sulle nostre esperienze e le storie di parenti e amici che, inevitabilmente, tendono a provenire dalla stessa stratificazione. E poi c'è l'evidenza mediatica. Imprenditori che hanno il cognome di imprenditori. Politici che hanno il cognome dei politici. Giornalisti che hanno il cognome dei giornalisti. E, ça va sans dire, professori che hanno il cognome di professori. E se fosse tutto frutto di una percezione sbagliata?
Purtroppo no.
Il Censis nel 2006, ha fotografato il fenomeno partendo dai dati Istat «Uso del tempo, 2002-2003», sull'istruzione e la professione dei padri e dei figli. La sociologa Ketty Vaccaro, responsabile del settore welfare del Censis, ne va fiera, anche perché è stato un lavoraccio. «Rispetto alla generazione del boom economico oggi c'è un blocco nel passaggio da un livello all'altro. Un po' perché il titolo di studio è diventato una commodity laddove per i nostri genitori è stata condizione necessaria, ma spesso anche solo sufficiente, per il salto. Un po' anche perché siamo diventati tutti ceto medio con una borghesia a due velocità.
L'ascesa, là dove c'è, riguarda soprattutto i liberi professionisti con il passaggio dello studio dei genitori e l'imprenditoria per la trasmissione tra padre e figli anche di un patrimonio familiare, come appunto l'azienda, i macchinari». In altri termini, il 44% degli architetti ha un figlio architetto, come ricorda, citando un'indagine Alma Laurea del 2008, Maria De Paola su lavoce.info. E continuando: il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con medesima laurea. I farmacisti? 41%. Gli ingegneri e i medici? 39%. I figli sono avatar professionali dei genitori.
L'Ocse analizza la mobilità sociale partendo da un altro parametro: il livello di stipendio dei figli in relazione a quello dei padri. Ma anche così il risultato non cambia. Nell'ultimo studio pubblicato nel 2010 «A family affair: Intergenerational social mobility across Oecd countries» risultiamo tra i peggiori in Europa. Sotto c'è solo la Gran Bretagna dove in effetti torna quella spiacevole percezione di non potercela fare se si nasce in un ceto senza l'accento giusto.
Siamo ancora una società di relazione. «Sfatiamo un mito: non siamo l'unico Paese in cui si utilizza un network protettivo per i figli. I club delle persone che contano ci sono in tutte le economie occidentali» ragiona Vaccaro. «Il punto è che qui la rete familiare e professionale è uno degli strumenti principali di inclusione». Si procede per cooptazione, telefonate, amicizie. La famiglia è ancora il miglior ufficio di collocamento. I curricula sono carta straccia (chi li guarda? Altro che LinkedIn...). «Anche il concorso in Italia non dico che sia pilotato, ma guidato sì» conclude impietosamente Vaccari.
Resta solo una speranza: che dai quei dati, negli ultimi dieci anni possa essere cambiato qualcosa.
E qualcosa è cambiato, ma in negativo. Il consensus è per il segno meno. «Non ci sono dati ma la mia presunzione è che sia ancora più grave oggi che in passato» sintetizza Andrea Ichinodell'Università di Bologna che con Daniele Checchi ha pubblicato nel '99 uno studio sulla mobilità sociale in Italia e negli Usa. «Però dobbiamo guardare a questi problemi nel loro insieme.
Bisognerebbe iniziare a togliere a me, professore universitario, la sicurezza del mio posto che è difeso anche se non pubblico o non faccio nulla. Tra articolo 18 e immobilità sociale c'è un trade-off. Dobbiamo iniziare a ragionare sul fatto che meno garanzie potrebbero coincidere con più mobilità. Altrimenti i figli rimangono vicini alla famiglia perché la famiglia è il canale per trovare lavoro» spiega Ichino. Insomma, discutere della sospensione delle garanzie solo per i nuovi contratti sarebbe un boomerang che leva il cibo agli affamati e lo lascia a chi ha la pancia piena o mezza piena. Il lavoro cambierà pure. Ma la possibilità di farcela, eccezioni a parte, non fa parte della nostra genetica collettiva.
Dov'è lo svincolo per la meritocrazia?
Massimo Sideri - Pubblicato il 9 febbraio 2012 su il Corriere della Sera - Dossier sulla Mobilità sociale
Approfondimenti e tabelle
domenica 5 febbraio 2012
Il successo
Ridere spesso e di gusto, ottenere il rispetto di persone intelligenti e l'affetto dei bambini, prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e sopportare i tradimenti dei falsi amici, apprezzare la bellezza, scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un poco migliore, si tratti di un bambino guarito, di un'aiuola o del riscatto da una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito.
Ecco questo è avere successo.
Ralph Waldo Emerson
sabato 4 febbraio 2012
Le guide della cucina sono ancora utili?
Ogni anno c’è un’importante comunicazione su tutti i media all’uscita delle varie guide, più o meno titolate. Subito escono confronti, tabelle comparative su stelle, forchette, cappelli e simboli vari che concorrono a posizionare i vari ristoranti, insieme alla valutazione numerica.
Negli ultimi anni è stata pubblicata anche una “guida delle guide” che compara le valutazioni delle varie pubblicazioni enogastronomiche. Per abitudine e piacere sono solito acquistarne alcune. Negli ultimi anni però si è fatto strada in me un dubbio. Le guide così come sono concepite continuano a essere attuali oppure sono strumenti di un rito che si deve compiere, ma che rimangono “utili” solo per uno stretto giro di professionisti, tra cui i “Maestri di Cucina”?
In questi anni l’enogastronomia è stata portata in primo piano dai media in generale: programmi televisivi, riviste, blog, raccolte, dvd, e chi più ne ha più ne metta. Da un lato questo è molto positivo perché si è posta l’attenzione su un’eccellenza tipica italiana, per troppi anni trascurata. Contemporaneamente si è elevato anche il grado di conoscenza e sensibilità del consumatore sull’importanza dei prodotti di qualità del nostro Paese. Di contro abbiamo avuto una fioritura di nuovi Chef senza precedenti che ha portato alla sublimazione esagerata di certi personaggi e di una cucina molte volte troppo imperniata sulla fantasia.
Questo inevitabilmente si riflette sulle guide che incensano i locali di questi giovani emergenti. La cucina non deve certo essere statica e forzatamente tradizionale nella sua proposizione, ma nemmeno si devono proporre brutte copie dei Chef più famosi nella creatività. Non è obbligatorio essere particolarmente fantasiosi. Di solito paga di più una cucina ben fatta, proposta con attenzione condita con un servizio impeccabile.Oggi poi è la situazione cambiata. Penso che la gente non sia più tanto interessata a chi è il primo, secondo o terzo ristorante.
Per quanto riguarda il top inoltre, le guide sono sostanzialmente d’accordo sui nomi e le valutazioni variano di poco tra una e l’altra.In questi tempi di crisi le persone sono più interessate a conoscere i locali dove si possa mangiare abbastanza bene spendendo il giusto. Si esce meno e quando si fa, si vorrebbe compiere un viaggio enogastronomico sicuro e piacevole. In più le guide ormai non eseguono più un vero lavoro di critica verso i locali.
Raramente capita di leggere qualche giudizio di biasimo nei quotidiani da parte di singoli giornalisti. Le guide che dovrebbero indirizzare e tutelare il consumatore non sono più utili in tal senso. Sarà capitato a tutti di scegliere un locale da una di queste pubblicazioni e fare un’amara esperienza, magari con l’aggravio di un conto finale molto differente da quanto indicato dalla guida stessa. Certe volte trovo più indicativi i commenti sui blog. Leggendo i commenti su un locale e facendo una media dei giudizi, da quello più celebrativo a quello più critico, si riesce a scegliere sapendo cosa ci può aspettare. In tutti i casi internet che ha rivoluzionato il modo di pensare e comunicare ci viene in aiuto sia per i fedeli alle “guide di marca” sia per quelle gratuite.
Oggi sono disponibile anche sotto forma di App scaricabili sul proprio smartphone a pochi euro o gratuite. Hanno il vantaggio di essere costantemente aggiornate, grazie al GPS ti propongono immediatamente i locali più vicini al punto in cui ti trovi e molte oggi ti consentono di aggiungere i tuoi commenti.
venerdì 3 febbraio 2012
La propria vita
Bisogna fare della propria vita, come si fa di un'opera d'arte. Bisogna che la vita di un uomo d'intelletto sia opera di lui.
La superiorità vera è tutta qui.
Gabriele D'annunzio
La superiorità vera è tutta qui.
Gabriele D'annunzio
Lo spirito giusto
Qualsiasi lavoro se svolto con lo spirito giusto, vi rende vittoriosi su voi stessi.
Ciò che conta è l'atteggiamento con il quale lavorate.
La pigrizia mentale e l'indolenza nuocciono al carattere.
Fate le cose con piacere e spirito di servizio.
Svolgete i compiti con lo spirito giusto, siate consapevoli che servire è un privilegio.
Vi sentirete bene e vicini a Dio.
mercoledì 1 febbraio 2012
Da Roma a Londra: così cresce l'impero Eataly
«Eataly di Roma sarà il più grande del mondo», Oscar Farinetti, già fondatore di UniEuro, ha spinto il piede sull’acceleratore. Dopo aver fatto decollare nel 2007, a Torino, il primo tempio dell’enogastronomia facendo rivivere la vecchia sede della Carpano con una formula del tutto innovativa, ne ha aperti altri 7 in Italia, più cinque in franchising, 1 a New York e ben 7 in Giappone.
Ma da aprile, con l’apertura di Eataly Roma, parte la nuova stagione. «Ora che abbiamo verificato che la formula funziona anche sotto il profilo economico e che guadagna, possiamo ampliare la rete e dare il via definitivo al progetto», racconta. Cinquantasette anni, figlio del comandante Paolo, un partigiano leggendario che a capo del XXI Brigata Matteotti ha liberato Alba, oggi è lui a scrivere un pezzo di storia, stavolta economica, d’Italia.
La sede di Roma aprirà il 21 aprile. Stessa la formula, cibo di qualità a prezzi sostenibili, ma le dimensioni sono impressionanti: 16.000 metri di superficie, disposti su 4 livelli che diventeranno un vero e proprio epicentro del gusto e qualità culinaria made in Italy. Anche la sede parla: la stazione Ostiense, il terminale dei treni alta velocità di Ntv, la compagnia privata di Montezemolo.
Ci saranno 14 ristoranti a tema dedicati a carne, pesce, salumi, formaggi, pasta, pizza, panini, pasticceria, piadineria, gelateria, cucina tipica laziale. Una novità assoluta: la friggitoria. E poi supermercati, rigorosamente d’élite. Una enoteca imponente, per esaltare i vini locali ma proporre anche etichette estere più difficili da trovare. «Si compra dove mangi e mangi cosa compri, ma impari anche», racconta Farinetti. Già perché il grande centro congressi e la sala eventi sono deputati a ospitare lezioni, showcooking e degustazioni. Si imparerà anche a vedere come si produce, nel piccolo birrificio artigianale, e dove la mozzarella verrà fatta a vista. Insomma, «un grande ambaradam», come dice lui stesso.
La sede è nella stessa zona della Città del gusto del Gambero Rosso. Una guerra in vista? Magari, invece, una nuova alleanza in nome del Made in Italy Alto di gamma.
Cibi di qualità a prezzi abbordabili. Il business corre su due binari: Eataly distribuzione, con la partecipazione societaria di Coop, e Eataly produzione, con 19 aziende di cui Eataly è diventata socia, in qualche caso con partecipazioni solo del 20%.
«Un’operazione e unica, ha creato la marcainsegna nel fresco dove trovare dei brand era finora praticamente impossibile», commenta Armando Branchini, segretario generale di Fondazione Altagamma. Racconta Branchini: «Ci ha lavorato sopra tre anni creando un modello di business innovativo che ha alle spalle una catena logistica forte. Innovativa è anche l’idea di entrare come socio nella gran parte dei fornitori, piccoli produttori di nicchia che potevano rischiare o di restare strangolati sui prezzi o di venir travolti dall’aumento improvviso di richiesta. Invece, come insegnano Gucci o Ferragamo, si può crescere mantenendo l’eccellenza».
Prendiamo una delle otto cantine in portafoglio, Fontanafredda, dismessa dal Monte dei Paschi di Siena. Ha abolito i concimi in vigna, abbattuto la solforosa nel vino, confezionato con vetro riciclato le bottiglie. Il risultato: etichette di punta che sposano la moda del naturale con il prodotto di eccellenza. D’altronde è nato il 24 settembre «in piena vendemmia», come ama ripetere, «da madre di Barolo e padre di Barbaresco», racconta. Ma la formula si ripete con successo anche con gli altri prodotti: il culatello, la pasta di Gragnano, e tutti gli altri presidi Slow Food, il perno di tutta l’operazione.
Il Bulgari dell’enogastronomia ma che, grazie al modello di business, riesce a tenere i prezzi abbordabili per tutti.
Tra le società partecipate due marchi di birra che si sono affermati in tutto il mondo. Baladin di Teo Musso, il birraio più bravo del mondo, come l’ha premiato la Heineken, che da Piozzo, in provincia di Cuneo, è approdato a New York, sulla terrazza del Flatiron Building, il grattacielo più famoso di New York dove ha sede Eataly, all'incrocio tra la Quinta Strada e Broadway. L’altro è La Birra del Borgo, di Borgorose, vicino Rieti, fondata da Leonardo Di Vincenzo, altro guru internazionale della birra artigianale.
Dal nord al sud, la marcia si fa inarrestabile. «Entro l’anno apriranno le sedi di Bari e Piacenza e nel 2013 a Milano e Firenze. A Milano una sede già c’è, ma quella nuova sarà imponente, nell’ex teatro Smeraldo. Poi nel 2014 inizia l’approdo nel resto d’Europa, cominciando da Londra», annuncia Farinetti. Una bella vetrina per il Made in Italy agroalimentare, che sempre più si sta rivelando uno degli asset chiave della nostra economia.
Il giro d’affari, oggi attorno ai 200 milioni di euro tra distribuzione e produzione, è destinato a moltiplicarsi. Ripetendo il successo che Farinetti aveva già sperimentato nei consumi di elettronica, con UniEuro, insegna che nasce ad Alba nel 1967, come supermercato fondato da Paolo Farinetti, il padre di Oscar, con un nome ispirato al mercato unico, nato con i trattati di Roma. Poi lo sbarco in Liguria e l’espansione dell’insegna negli elettrodomestici, con la formula del franchising. UniEuro, che nel frattempo aveva comprato anche Trony, è stata venduta nel 2002 al gruppo britannico Dsg International. E lì comincia la nuova avventura.
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