lunedì 31 luglio 2017
Quasi due anni di mandato
mercoledì 25 marzo 2015
Il padrone rosso. Così la Cina sta comprando il mondo.
lunedì 12 gennaio 2015
I makers sono gli artigiani del Rinascimento digitale
Il fine dell’artigiano non si esaurisce nella funzione che svolge e da cui trae sussistenza e prestigio, ma si lega ad un’altra caratteristica fondativa della cultura artigiana, la maestria, che rimanda ad un impulso umano primordiale: il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso, la passione e la cura per quello che si fa, la cosiddetta craftsmanship. «Good enough is not enough» usava affermare il famoso pubblicitario americano Jay Chiat. Oltretutto – come osserva Lev Manovich quando parla diassemblaggio profondo – nell’artigianato digitale ciò che viene assemblato (o meglio remixato) non è solo il contenuto di diversi media ma anche le loro tecniche, i processi produttivi e le modalità di rappresentazione ed espressione. Il digitale diventa contenuto, contenitore e collante capace di riunire in un’unica piattaforma “fruitiva” i linguaggi del cinema, dell’animazione tradizionale e di quella computerizzata (con i suoi strabilianti effetti speciali). In questo ambiente digitale convivono i prodotti dell’infografica più innovativa con le tecniche tipografiche tradizionali, la cultura aforistica di origine sapienziale con gli emoticon e con l’esplosione delle immagini – reali, manipolate, in movimento.
martedì 30 dicembre 2014
Made in Italy, 10 verità sulla competitività (che c'è)
Manteniamo quote di mercato, siamo ecosostenibil e diamo del filo da torcere alla Germania. Queste e altri 7 dati di fatto contro il declino sono state individuate da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Ucimu. Che rappresenta un settore di punta: la meccanica
Tutte le volte che troviamo un buon motivo per ritenere in declino e non competitiva l’economia italiana ne possiamo reperire un altro che dimostra inequivocabilmente, numeri alla mano, quanto il made in Italy possa essere concorrenziale e all’altezza delle sfide globali.Tra i soggetti che si dedicano con più tenacia a individuare le ragioni per essere ottimisti sull’Italia ci sono puntualmenteSymbola, Fondazione Edison e Unioncamere. Questa volta, nel Dossier 10 verità sulla competitività italiana che queste tre organizzazioni hanno realizzato per la Fondazione Ucimu, il focus è su uno dei nostri settori di punta: la meccanica.
Il rapporto parte da alcuni dati di sfondo molto incoraggianti. Solo 5 Paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi. E dal 2008 al 2013 abbiamo incrementato l’export del 16,5% facendo meglio di Germania (11,6%) e Francia (5,9%).
[Dieci buone notizie sul made in Italy che qualcuno dimentica]
Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: secondo l’Eurobarometro, entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job”, quasi quanto Germania e Francia insieme.
In questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy, con 53 miliardi di dollari di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, è appunto l’industria del machinery, terza nella graduatoria internazionale che misura il saldo della bilancia commerciale. Fanno meglio di noi solo la meccanica tedesca e giapponese e le nostre performance sono migliori rispetto a quelle cinese e sudcoreana. Tanto che su un totale di 496 prodotti, la meccanica italiana risulta essere prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 235 casi.
«L’Italia - spiegano infatti gli estensori del rapporto - è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».
giovedì 25 settembre 2014
LE TENDENZE DELL'ECONOMIA GLOBALE - RELATORE: ALBERTO FORCHIELLI
Asia, Africa, Americhe, Europa, chi avanza e chi arretra, e l'Italia?
Renzi ed il suo governo: ce la possono fare?
…e come sono considerati nel mondo?
Relatore
Alberto Forchielli
CEO di Mandarin Capital e Presidente di Osservatorio Asia
Presiede
Pierangelo Raffini
Centro Studi Luigi Einaudi
segue dibattito e replica
Alberto Forchielli
Pier Giacomo Rinaldi Ceroni
Bruno Solaroli
sabato 6 settembre 2014
L'azionista cinese
Come cambia la finanza anche in Italia: Fiat, Generali, Telecom, Eni, Enel, Prysmian, ma anche Snam e Terna I fondi, guidati dalla banca centrale cinese hanno puntato su Piazza Affari circa 5 miliardi. Alleati ingombranti o salvatori? Di certo promettono di rimanere a lungo.
al Wto. Cinque anni fa Forbes aveva definito Zhou e Li «la coppia che l’amministrazione Obama dovrà tenere d’occhio quando gli Stati Uniti dovranno difendere il loro ruolo negli scambi mondiali». Quel momento è arrivato. Non solo per gli Stati Uniti.
Negli ultimi giorni di luglio gli uomini di Zhou hanno delegato la filiale torinese di State Street Bank and trust a presentarsi all’assemblea straordinaria Fiat del primo agosto con due distinti pacchetti di azioni: il più piccolo ha votato sì alla fusione con Chrysler. Il pacchetto più grande ha votato no. Soprattutto, la stragrande maggioranza delle azioni Fiat possedute dal signor Zhou non è intervenuta in assemblea. Perché Zhou è un uomo al di sopra delle beghe dell’alta finanza, è una istituzione: è il governatore della People’s Bank of China, la banca più grande del mondo. Da solo possiede il 2% di Fiat. Non solo di Fiat. In Italia l’istituto del governatore è azionista di Telecom, Prysmian, Eni, Enel e Generali. Negli ultimi mesi ha speso circa 3 miliardi di euro e si sta insinuando nei gangli vitali dell’economia della Penisola raccogliendo partecipazioni in quello che un tempo era il salotto buono della finanza nazionale. Non per caso l’istituto guidato dal signor Zhou è entrato nella top ten dei paperoni della Borsa italiana: è all’ottavo posto con 3,116 miliardi di euro investiti, poco sotto la famiglia Agnelli che ha proprietà per 3,456 miliardi.
People’s Bank of China è il principale ma non l’unico grande investitore che si è mosso negli ultimi mesi in Italia. Il 31 luglio scorso State Grid Corporation of China, la più grande compagnia di servizi pubblici del mondo, ha acquistato il 35 per cento di Cdp Reti, la holding della Cassa Depositi e prestiti che controlla il 30% di Snam, la società che distribuisce il gas in Italia e il 29,8% di Terna, l’ente gestore della rete elettrica italiana. I cinesi nomineranno un consigliere di amministrazione nelle due società e due consiglieri su cinque in Cdp Reti. Per l’operazione il colosso di Pechino (un gruppo da 1,5 milioni di dipendenti che gestisce l’88% della rete elettrica cinese) ha speso 2,1 miliardi di euro. Tra pochi mesi la distribuzione di energia in Italia parlerà cinese per un terzo.
Qual è l’interesse cinese ad investire in un Paese tanto vituperato, almeno a parole, dagli investitori e i guru delle borse occidentali? «Il rapporto qualità/prezzo», è la prima risposta di Cesare Romiti. L’ex presidente di Fiat è oggi alla guida della Fondazione Italia-Cina: «Il made in Italy è molto apprezzato a Pechino — spiega Romiti — e non stupisce che gli investitori cinesi trovino conveniente investire da noi. Dirò che le operazioni viste in questa estate saranno seguite a breve da altri investimenti molto importanti». Certo, il fascino
commerciale del made in Italy può spiegare interventi in campi come la moda o i vini doc. Da maggio la presidente del consiglio di amministrazione di Krizia non è più la fondatrice, Mariuccia Mandelli, ma la signora Zhu Chon Un di Shenzen Marisfrolg Fashion che ha rilevato la casa milanese in aprile. E nel Chianti la cascina Casanova- La Ripintura è stata venduta con 5 ettari di vigneto a una casa farmaceutica di Hong Kong. «Le classi benestanti cinesi — spiega Romiti — cominciano ad apprezzare le bellezze italiane».
Ma che cosa spinge invece i fondi cinesi ad acquistare quote di Eni, Enel, Generali, Telecom? Non si può certo sostenere che si tratti di brand identificati con il fascino del Made in Italy. Giuseppe Berta, professore alla Bocconi e storico dell’industria, invita a non lanciarsi in dietrologie: «Non ci vedrei dietro nessuna strategia particolare. In questo periodo il mercato internazionale offre agli investitori di Pechino occasioni di acquisto migliori di quanto non possa proporre il mercato interno cinese». Insomma, anche se si tratta di investimenti in settori certamente strategici, sono il frutto di scelte finanziare e non i carrarmatini di un risiko.
Tra gli «importanti annunci» a breve di cui parla Cesare Romiti, potrebbe esserci un rilevante investimento nel settore dell’automobile. Il 16 ottobre sarà in Italia il premier cinese, Li Keqiang, che insieme a Matteo Renzi firmerà una serie di accordi commerciali. Sarà l’occasione per discutere dell’offerta della Brilliance, la casa automobilistica che in Cina produce su licenza Bmw. Brilliance ha annunciato di voler produrre auto in Italia. Nella sua recente visita a Termini Imerese Renzi ha ipotizzato che Brilliance possa subentrare a Fiat per far tornare a funzionare le linee di montaggio nello stabilimento siciliano. Altre ipotesi parlano di un interesse del costruttore per rilevare la ex De Tomaso di Torino sfruttando la presenza nell’area piemontese
di un vasto indotto dell’automotive che già da tempo lavora per i costruttori di Pechino. In ogni caso potrebbe essere cinese il primo costruttore di automobili a rompere il decennale monopolio della Fiat nella Penisola.
Quel che è comunque evidente è il clamoroso salto di qualità seguito dagli investimenti negli ultimi mesi. Non sempre però l’iniziativa parte da Pechino. Nel caso di Brilliance, ad esempio, è stato Renzi, nel recente viaggio in Cina, a sollecitare l’intervento per risolvere la grave crisi di Termini Imerese. Perché, questa è una delle novità, i capitali cinesi cominciano a funzionare come per decenni hanno funzionato quelli arabi: intervengono approfittando delle situazioni di crisi scambiando liquidità con ruolo nei consigli di amministrazioni. Una strada che aveva iniziato proprio la Fiat, nel 1976, quando aveva accettato i capitali di Gheddafi (salvo poi pagare a peso d’oro la loro uscita di scena nel 1986 per le accuse di terrorismo al governo di Tripoli) e che è proseguita con altri interlocutori fino a questi mesi: l’ultimo esempio è l’alleanza- salvataggio di Alitalia da parte degli sceicchi di Ethiad. Gli stessi che negli anni scorsi entrano entrati in Ferrari quando il Lingotto era in grave crisi. I cavalieri bianchi di domani verranno invece da Pechino? Romiti si mostra prudente: «Non li chiamerei cavalieri bianchi. La strategia dei cinesi è quella di investire a lungo termine, anche approfittando di situazioni vantaggiose dovute magari alle difficoltà di qualche società». Insomma, pare di capire che, una volta arrivati, gli investitori cinesi non se ne andranno tanto presto.
domenica 13 luglio 2014
Startup, ecco i 10 luoghi comuni da sfatare
In ogni puntata di EconomyUp, il martedì alle 22 su Reteconomy Sky 816, Emil Abirascid nella sua rubrica "Fa' la cosa giusta" smonta falsi miti sulle nuove imprese innovative. Qui ci fa la top ten delle idee (sbagliate) più diffuse. Da cancellare al più presto
Intorno alle startup ci sono una serie di luoghi comuni duri a morire. Provare a fare piazza pulita di tutte le convinzioni erronee che circolano nell’ecosistema, sia in Italia che oltre confine, è il dovere di ogni buon giornalista che si occupa di questi temi. Ed è proprio questa una delle attività preferite di Emil Abirascid, “innovologo” e CEO-fondatore di Startupbusiness: smontare i falsi miti.
Lo spazio in cui Abirascid demolisce le certezze farlocche di cui si sente parlare tra esperti (e non) di nuove imprese è Fa’ la cosa giusta, una rubrica che va in onda ogni martedì sera alle 22 su Reteconomy all’interno del nostro format EconomyUp. Per l’occasione ci siamo fatti sintetizzare dal fondatore di Startupbusiness i dieci luoghi comuni più diffusi nel mondo startup. Quelli da smantellare prima possibile.
1. Tutti possono creare una startup
Uno dei luoghi comuni più bizzarri è che nell’epoca delle startup tutti possono diventare imprenditori. Il motto “Se non hai un lavoro, inventalo” non vale per tutti. Ma solo per quelli che hanno capacità, competenza, intraprendenza. Startupper sì, ma con cautela…
2. Le startup sono una cosa da giovani
Le startup sono una cosa per chi ha capito la filosofia della nuova imprenditoria. Sono certamente per una nuova generazione di imprenditori. Ma non è detto che la nuova generazione corrisponda automaticamente con i giovani dal punto di vista anagrafico. Ci sono molte startup create da gente più ‘attempata’ che crescono e fanno successo.
3. Le startup sono un affare per esperti di tecnologia
Può accadere che una persona con zero nozioni di informatica possa fondare una nuova impresa. Se si dota di uno staff in cui c’è chi ha anche quelle competenze non c’è nessun problema.
4. Avere un’idea rivoluzionaria è tutto
L’idea da sola vale zero, nulla. Diventa qualcosa soltanto se la si sa trasformare in un business. Se c’è la cosiddetta execution.
5. In Italia non ci sono abbastanza soldi a disposizione
Non ci sono sufficienti risorse per finanziare tutte le potenziali idee di business che ci sono. È vero. Questo però non significa che in Italia siamo a zero. Ci sono persone competenti e attente anche tra i finanziatori italiani. Però, l’ammontare complessivo di denaro a disposizione dell’innovazione deve crescere.
6. Le banche non servono all’ecosistema startup
Le banche, se viste come strumento di finanziamento in capitale di rischio, non posso essere utili allo scopo. Di solito operano in modo diverso: prestano soldi. Ma le startup non si fanno col debito. Se le banche ti danno dei prestiti, te li danno sulla base di garanzie. Se puoi offrirle, vai avanti. Altrimenti non ti viene erogato nessun prestito. Una startup nata con i soldi delle banche non si è mai vista. Eppure, le banche però hanno un ruolo importante nel costruire credibilità per il mondo delle nuove imprese agli occhi dei loro clienti corporate. E quindi possono lavorare per accrescere il loro valore presso il mondo industriale.
7. L’innovazione costa tanto
Mettiamola così: ci sono innovazioni che costano più delle altre. Sostenere l’innovazione di una startup attiva nel web costa molto meno che quella di un farmaco. Per quanto possa costare, il nuovo valore prodotto dall’innovazione è cosi elevato da giustificare l’investimento fatto.
8. Anche un bar può essere una startup
Tecnicamente qualsiasi nuova impresa è una startup. Quindi, anche un bar potrebbe essere una startup. Noi però ci riferiamo ad aziende di nuova generazione che sviluppano nuove cose ma che si caratterizzano perché hanno un nuovo approccio al concetto di imprenditoria. È più una questione culturale che di contenuto.
9. Se non è scalabile rapidamente, non è una startup
Tutte le startup sono imprese. Cominciamo a chiamarle così. Capaci di creare valore, fatturato, posti di lavoro, ricadute sul territorio. Le imprese ad alta scalabilità sono quelle che attirano di più l’attenzione degli investitori perché hanno la capacità di tradurre l’investimento iniziale in un ritorno di alto valore. Eppure, ci sono fondi di investimento che si concentrano su startup che hanno una scalabilità meno spiccata: si pensi al biotech. O ancora, c’è chi, in campo industriale, si interessa e investe in nuove conoscenze e nuove tecnologie, senza pensare a un ritorno finanziario immediato.
10. Fare startup è “fico”
Fare startup è divertente, entusiasmante. Ma è un grande impegno, che richiede sacrificio e lavoro. Chi decide di avviare la sua impresa deve crederci fino in fondo, dedicarcisi totalmente, sapere che per i primi 3-4 anni ci deve essere solo quello, escluso il tempo per gli affetti. Bisogna sacrificare tempo libero, vacanze, attività di altro tipo per sviluppare l’impresa nel modo migliore possibile. Sapendo, tra l’altro, che il successo non è garantito. In conclusione, fare startup è “fico” ma faticoso.
da EconomyUp ( http://www.economyup.it/startup/1344_startup-ecco-i-10-luoghi-comuni-da-sfatare.htm )
@emilabirascid
lunedì 2 giugno 2014
Cambiare tutto o scomparire: ecco 2 (+ 5) consigli per innovare nelle aziende
1 – l’età dei fondatori, quasi tutti under 30;
2 – la costante ricerca di nuove soluzioni innovative, ricerca e sviluppo quindi;
3 – il coinvolgimento di tutti i dipendenti nel fare innovazione;
4 – processi decisionali rapidi;
5 – processi organizzativi volti a semplificare, velocizzare, premiare chi si impegna e merita.
Quali, allora, i principi fondamentali per innovare?
Proviamo a trasformare le cinque caratteristiche delle startup in cinque metodi da applicare all’interno delle old companies.
Non significa giovanilismo fine a se stesso, ma è fondamentale eliminare quelle sacche di resistenza che impediscono a chi è giovane di non poter dire la sua solo perché… è giovane, appunto. È una questione di cavatappi: va stappata quella bottiglia, anzi addirittura rotto quel collo di bottiglia, che impedisce a chi è portatore di creatività, determinazione e innovazione di esprimersi. Vanno fatti scorrere, all’interno delle aziende, fiumi di bollicine.
Risulta prioritario innovare continuamente e su più fronti: se, per fare un esempio, un’azienda produce sedie, non dovrà innovare solo nei materiali e nelle forme, ma anche nella comunicazione, nella vendita, nella distribuzione. Non basta cioè innovare il proprio core business, ma, in proprio o con partner, è necessario innovare l’intero ciclo legato al proprio prodotto o servizio.
No ai team di ricerca e sviluppo chiusi in se stessi. Sì all’innovazione diffusa, somma delle idee di qualsiasi persona che lavora in azienda. Basta insomma con la divisione tra chi si occupa dell’esistente e chi del futuro, l’innovazione non può essere confinata a tempo indeterminato in un ufficio o affidata soltanto e sempre alle stesse persone.
Non si può attendere, per colpa di risposte non date, processi lunghi o paura di decidere, perché l’innovazione va di corsa, ciò che è tale oggi non lo sarà più domani, altri arriveranno prima e in un mercato così liquido come quello di oggi essere i primi è fondamentale per diventare leader.
Pensate al sistema burocratico italiano e misurate il livello di burocrazia all’interno delle vostre aziende: scoprirete che quando ce la prendiamo con lo Stato lo facciamo giustamente, ma le nostre imprese non sono poi così diverse. Tante, anzi troppe aziende, hanno una burocrazia interna pesantissima: serve quindi inserire procedure aziendali che sblocchino le decisioni e permettano di agire, non di compilare infiniti moduli e attendere risposte che spesso rimangono bloccate chissà dove.
A questi principi è opportuno aggiungerne un altro: l’innovazione non si compra, la si fa dentro le aziende stesse. Società di consulenza come Bain e McKinsey, attive da anni nel supportare le imprese nella loro opera di innovazione, oggi trovano molte concorrenti che miscelano consulenza e formazione, che applicano i principi del design thinking sul modello delle americane Ideo e Innosight, che attivano le risorse interne alle aziende per co-innovare.
Il metodo lean startup, inventato da Eric Ries e ben illustrato nel libro “Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo” (Rizzoli Etas), come suggerisce l’autore stesso non è applicabile solo alle nuove imprese ma anche a quelle esistenti. Si tratta di creare unità interne che siano libere di agire e a diretto riporto dell’amministratore delegato, una specie di “cellula” indipendente dotata di regole proprie e processi decisionali rapidissimi.ALESSANDRO RIMASSA - Che Futuro - @Rimassasonoio
domenica 18 maggio 2014
Startup a 20 anni o a 40?
Chi fa startup in Italia? Le nuove frontiere imprenditoriali sono ambite solo dai ventenni? Non proprio. A lanciarsi nel mondo delle neoimprese sono sempre più spesso ex manager sulla quarantina che, abbandonate carriera e vecchia vita, si accettano nuove sfide professionali. Ecco alcuni casi esemplari
Dici startup e pensi alla gioventù: un ragazzo sulla ventina, un po' sognatore e un po' coraggioso, uno disposto a tutto pur di realizzare un progetto e mettere su una vera impresa. Generalmente preparato, spesso con esperienze di lavoro e studio all'estero ma tipicamente romantico e disposto ad essere etichettato come precario e sfigato pur di tornare nel Belpaese. E, soprattutto, convinto che basti l'idea giusta, un investimento e un pizzico di fortuna per mettere le ali a una startup. Nell'immaginario collettivo l'aspirante imprenditore italiano è così: uno alla Mark Zuckerber per intenderci che, grazie a un'idea geniale, non ancora trentenne può ritrovarsi con un conto in banca stratosferico.
Ma è davvero così? Chi fa startup in Italia? È roba da ventenni? Non proprio o, almeno, non sempre. A lanciarsi nel mondo delle nuove imprese sono sempre più spesso ex manager che, abbandonata carriera e vecchia vita, si sono lanciati in nuovi progetti e nuove sfide professionali. Non hanno certo la freschezza dei ventenni, sono meno disposti a dormire sotto un ponte e sono, forse, meno creativi. Ma hanno dalla loro parte esperienza e background professionale molto più elevati, maggiore conoscenza del mondo del lavoro, capacità tecniche E, spesso, una buona base economica dalla quale partire. Non solo. Chi fa startup a 40 anni e oltre non insegue gloria o riconoscimenti: c'è chi lo fa per insegnare ai figli che cambiare rotta è sempre possibile, chi per costruire qualcosa che possa essere davvero utile, chi semplicemente, per provare la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta e dormire sereno di notte.
Abbiamo raccolto alcune storie di nuovi imprenditori che spiegano bene quali sono le differenze nel fare startup a 20 anni e farla a 40 e di chi ha rivestito il ruolo di dirigente d'azienda prima di ritrovarsi startupper.
- Claudio Cubito founder di Growish. Classe 1967, è passato dal ruolo di manager a founder di una piattaforma per acquistare un regalo tramite colletta online. “Voglio dimostrare ai miei figli che non è mai tardi per invertire la rotta” dice. E spiega le differenze nel fare impresa a 20 anni e farla alla soglia dei 50: "A 20 anni sei creativo, affamato di conoscenza e disposto a dormire sotto i ponti pur di raggiungere un obiettivo; a 40 hai maggiore competenza, esperienza, professionalità e preparazione. Elementi, questi, fondamentali per avviare un’impresa ma che possono arrivare solo con l’età e con i sacrifici: io mi sono fatto un 'mazzo' così per arrivare dove sono, non guardo la televisione per mesi pur di dedicarmi alla mia preparazione professionale, investo sulla mia formazione frequentando corsi anche all’estero”
- Chiara Burberi, founder di Redooc. Laurea con lode in economia alla Bocconi, docente alla stessa università, poi consulente e manager in McKinsey e in Unicredit, a 47 anni e con due figli ha mollato fama, successo e aspirazioni professionali per fondare una piattaforma di education online di materie scientifiche per i ragazzi del liceo. “Dopo 40 anni è bello svegliarsi la mattina e pensare di aver fatto qualcosa che possa restare ai propri figli e anche agli altri. Come potevo andare a dormire la sera pensando di non aver utilizzato le mie energie per il futuro dei giovani? Ma, vi prego, non chiamatemi startupper: in Italia fare impresa è considerato solo un tentativo, un ‘chissà se ce la farò’. Io, invece, sono sicura di quello che sto facendo, so che è un lavoro, che porterà dei risultati e che realizzerò i miei obiettivi. Io non ci sto provando, non mi sto buttando. Io ci riesco”.
- Massimo Bocchi, founder di Cellply. Ingegnere elettronico di Bologna, 36 anni, ha fondato la startup specializzata nella diagnostica molecolare che ha ottenuto un investimento di oltre due milioni di euro da Italian Angels for Growth (IAG), Zernike META Ventures e Atlante Seed. Il suo spirito imprenditoriale nasce durante un'esperienza in America, "un ambiente pro-startup, dove è facile essere contagiati dalla voglia di fare impresa" racconta. E dà un consiglio agli aspiranti imprenditori italiani: "Non guardate solo al digitale. In Italia c'è tantissimo rumore attorno alle startup digitali, ma abbiamo bisogno di altro: siamo fortissimi nella biotecnologia, nella moda, nel food e nel design. Bisogna imparare a fare impresa anche in questi settori"
- Il team di pptArt. È la prima startup italiana di crowdsourcing per l’arte. Propone opere su misura per il cliente, che può scegliere tra quelle realizzate ad hoc dagli artisti della piattaforma. A guidarla manager di esperienza ventennale nella finanza e nell'arte: Luca Desiata, dirigente dell’Enel e docente di Corporate Art al Master of Art della Luiss Business School di Roma; Chiara Compostella, storica dell’arte con ventennale esperienza internazionale di gestione di progetti nel campo dell’arte figurativa e un master in Arts Administration alla Columbia University di New York; Mircea Flore, esperienza ventennale come investment banker ed esperta finanziaria; Milena Marucci, architetto presso uno dei principali studi di architettura al mondo; Stefania Barbier , fotografa professionista, già consulente di strategia per Bai; e Giuseppe Ariano, Project Manager press il Ministero dei Beni Culturali.
- Antonio Ranaldo, presidente e fondatore di Chef Dovunque. Non appartiene alla schiera dei giovanissimi neanche Antonio Ranaldo, presidente e fondatoredella startup del food che ha brevettato i primi piatti della cucina nostrana bio, predosati e confezionati in un comodo kit, e che ha ricevuto un investimento di 1,2 milioni di euro da Vertis Capital e tre Business Angel. Grazie a lui, spaghetti aglio, olio e peperoncino, spaghetti pomodoro e basilico e pennette all’arrabbiata oggi valgono milioni di euro.
- Roberto Mircoli, amministratore delegato di Eco4Cloud. Lui è il classico esempio di ex top manager che entra nel mondo delle startup: 45 anni, per 13 anni a Cisco, ora è alla guida della startup che aiuta Telecom a risparmiare. Tl, infatti, ha firmato un contratto triennale con la neo-impresa fornitrice di una soluzione in grado di abbattere dal 30 al 60% la bolletta energetica (e le relative emissioni equivalenti di CO2) dei data center ad elevata virtualizzazione.
- Il team di GlassUp. Hanno tra i 40 e i 50 anni i componenti del team degli occhiali del futuro che costituiscono l’alternativa italiana ai Google Glass. Francesco Giartosio, modenese che si autodefinisce “startupper seriale”, un bresciano laureato in fisica e medicina psicosomatica, Gianluigi Tregnaghi, e il padovano Andrea Tellatin stanno realizzando occhiali a realtà aumentata che grazie al Bluetooth, diventano un secondo schermo dello smartphone e permettono di leggere email, sms o messaggi direttamente sugli occhiali.
- Pietro Carratù, ceo di Youbiquo. Non è giovanissimo neanche il ceo della società finanziata da Invitalia con Smart&Start che ha creato occhiali hi-tech a realtà aumentata. Il suo obiettivo è cerare prodotti su misura per i piccoli o per grandi aziende con particolari esigenze
lunedì 21 aprile 2014
Startup, che cosa dice il rapporto Guidi
Il ministro delle Sviluppo economico, Federica GuidiPer la prima volta un ministro presenta una Relazione sulle startup innovative e introduce il concetto di valutazione delle policy pubbliche di sostegno all’economia. La responsabile dello Sviluppo economicoFederica Guidi ha disposto la pubblicazione online sul sito del Mise della prima Relazione annuale sullo stato d'attuazione della politica del governo a sostegno dell'ecosistema delle startup innovative. La relazione fotografa la situazione come era meno di due mesi fa, quando queste realtà imprenditoriali iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese risultavano essere 1.719: il 30% nel Nord-Ovest, il 28% nel Nord-Est, il 23% al Centro e il 19% nell'Italia meridionale e insulare. I dati risalgono a febbraio perché la Relazione, che è datata 1 marzo 2014, è stata consegnata il mese scorso al presidente della Camera, a quello del Senato, ai presidenti delle Commissioni Industria di entrambe le Camere e al presidente della Repubblica. In assenza di osservazioni, è stata pubblicata. I dati nel frattempo sono cambiati: dalRegistro delle startup innovative di Infocamere, aggiornato al 14 aprile, è emerso che siamo arivati a quota 1.941. Quindi, in meno di due mesi, ne sono state iscritte 222 in più: un trend decisamente positivo.






