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martedì 8 dicembre 2015

L'età dello sfinimento

Nel momento in cui l’occidente dovrebbe essere più convinto dei suoi valori e battagliero, si sente esausto. E non vuole più portare il peso della leadership globale

“Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più in piccoli circoli di interessi futili intrattenendosi di continuo in questi, c’è il pericolo che finiscano per rimanere esclusi da quelle grandi e potenti emozioni pubbliche che turbano sì le persone, ma che le fanno anche crescere e le rinfrescano. Non posso che temere che gli uomini raggiungano un punto in cui considerano ogni nuova teoria un pericolo, ogni innovazione un guaio, ogni miglioramento sociale come un passo verso la rivoluzione, e che possano del tutto rifiutare di muoversi per la paura di non riuscire a rimanere in piedi”.
 
Alexis de Tocqueville
“Democrazia in America”, volume due

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. Ci sono un vuoto di leadership e un vuoto di significato che hanno creato l’età dello sfinimento

L’attrazione gravitazionale del sole permette ai pianeti di restare nella loro orbita: la gravità dal centro garantisce la coerenza di tutto il sistema solare. E’ così che funziona pure il nostro sistema politico e sociale, scrive sul New York Times l’editorialista conservatore David Brooks. Anzi, è così che funzionava: ora non più. “Molti dei grandi soli del nostro mondo mancano di convinzione – spiega Brooks – mentre le fazioni ai margini della società sono piene di intensità e passione. 

Così l’attrazione gravitazionale proviene dai margini, si sviluppa sfera dopo sfera. Ogni establishment centrale, indebolito dalla propria vuotezza di significato, viene fatto a pezzi dall’attrazione gravitazionale delle periferie”. E’ il disordine mondiale o, secondo la definizione dello studioso Ian Bremmer, il mondo “G-zero”: c’è un vuoto di potere nella politica internazionale creata dal declino dell’influenza occidentale e dal ripiegamento sugli interessi nazionali da parte di molti stati sviluppati. Ci siamo riempiti di G-qualcosa, ancora utilizziamo il club del G8 come un sistema di misurazione delle interazioni internazionali e non ci accorgiamo che abbiamo isolato la Russia dai consessi dell’ormai G7, salvo poi doverci accordare con Mosca su tutto, compreso lo spazio aereo siriano, per evitare quegli “spiacevoli incidenti” che farebbero crollare ogni collaborazione con l’occidente. Senza centro, emergono le periferie, o “gli outsider”, come li chiama Brooks.

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. C’è un vuoto di leadership, ben testimoniato da quel che accade in medio oriente e soprattutto nella crisi siriana – laddove il vuoto occidentale è stato riempito da un lato dallo Stato islamico jihadista e dalla sua conquista territoriale e dall’altro dall’alleanza anti occidentale formata dai russi, dagli iraniani e dal regime di Damasco – e c’è un vuoto di significato che ha creato quel che Joshua Mitchell ha definito, in un saggio su National Interest, la “Age of Exhaustion”, l’età dello sfinimento.

Siamo vuoti e sfiniti: sembra il racconto di un matrimonio andato male, in cui hanno vinto gli egoismi, il disinteresse, il silenzio, l’incomprensione, la partita di calcetto piuttosto che una serata in famiglia sul divano a guardare un film per ragazzi con i pop corn spiaccicati tra i cuscini. Nelle relazioni internazionali, come nei matrimoni, il vuoto non dura troppo a lungo, soprattutto quando non resta a livello superficiale, ma diventa intimo, emozionale, quasi spirituale: “L’occidente – come scrive Brooks – non ha risposto alle sfide rischiando tutto per difendere la propria visione, combattendo il fanatismo con gusto. Al contrario, ha perso fiducia nelle proprie capacità di comprensione e di azione. Percependo questa perdita di fiducia al centro, molte persone ben determinate ai margini hanno fatto un passo avanti per prendere il controllo della situazione”. Non c’è soltanto il sostanziale disimpegno – disinteresse – del presidente Barack Obama nei confronti del mondo: la maggior parte dell’establishment americano ha perso la convinzione di poter restaurare un ordine globale, e non pensa di poter giocare un ruolo da attore globale con la stessa efficacia del passato (non vale per tutti gli americani allo stesso modo: basta ascoltare il candidato repubblicano Marco Rubio, per esempio, e il piagnisteo declinista risulta un rumore di sottofondo appena fastidioso).

Brooks ricostruisce l’indebolimento spirituale dell’occidente: “Dal 2000, la visione del mondo post Guerra fredda ha subìto un colpo via l’altro. Alcuni di questi colpi ce li siamo inflitti da soli. La democrazia, soprattutto negli Stati Uniti, è diventata disfunzionale. La stupidità di massa ha portato a un collasso finanziario e ha privato il capitalismo del suo slancio morale”. Così molti hanno iniziato a rifiutare la visione democratica del capitalismo, costruita attorno “alla felicità individuale e al materialismo”, e hanno cercato nuove forme di significato nelle logiche tribali, nazionalistiche, o in altre ideologie più forti e più brutali. “Un gruppo di uomini ben istruiti ha tirato giù il World Trade Center – scrive Brooks – I fanatici sono fioccati in medio oriente per decapitare stranieri e apostati. La crescita dell’influenza cinese non ha generato un ammorbidimento, ma anzi in alcune aree ha portato a una rinnovata belligeranza nazionalistica. L’Iran è sempre devoto alla sua escatologia radicale. La Russia è guidata da un gangster dallo sguardo di ghiaccio, con una visione semi teologica del destino nazionale, che approfitta di ogni occasione per indebolire l’ordine mondiale”.

E noi? Sfiniti. Nel momento in cui dovrebbe essere ancora più forte, e convinta, la capacità occidentale di dare una forma al mondo, siamo presi dalla spossatezza. “Exhaustion” è il termine che usa Joshua Mitchell, professore di Gorgetown gran studioso di Tocqueville, per indicare la nostra epoca, il risultato della “mutazione trionfalistica” del liberalismo e della risposta antiliberale incarnata dalle politiche identitarie e nazionaliste. Dopo tanto combattere, il centro gravitazionale è esausto, e come spiega Brooks non si tratta di una stanchezza contingente, ma di una stanchezza morale.
Secondo Mitchell, anche Tocqueville aveva compreso che se la transizione a modelli sociali democratici è sempre tumultuosa, una volta che si è assestata emergono nuovi problemi: i cittadini perdono la fiducia nella libertà e non combattono più per difenderla. Se vale la metafora del matrimonio: è il momento in cui dai tutto per scontato. “Il grande sfinimento” si presenta sotto molte forme. Nelle nostre scuole, si tende a dare sempre voti alti perché così i ragazzini si sentono motivati e non subiscono il trauma del fallimento – se “ci sentiamo bene con noi stessi, non è forse sufficiente? “Cercare noi stessi” – scrive Mitchell – diventa più importante che “costruire un mondo”: ci hanno già pensato le generazioni precedenti a farlo, noi ora possiamo occuparci d’altro. Non si tratta del solito conflitto generazionale per cui oggi non ci sono più “builder” visionari come nel passato perché siamo tutti troppo occupati a cercare l’inquadratura migliore per il selfie da postare su Instagram. Non si tratta nemmeno o non soltanto del ventre molle occidentale che preferisce adattarsi ai valori altrui piuttosto che difendere i propri. E’ che spesso manca la convinzione. Un altro esempio: nei giochi dei bambini, tutti prendono un premio. “La grande e irrisolvibile tensione interna alla democrazia – tra l’uguaglianza permanente cui ambisce la democrazia e le ineguaglianze transitorie del successo o del fallimento che permettono al mercato di migliorare – è stata risolta a favore dell’uguaglianza”: tutti prendono un premio perché così nessuno si sente ferito, o inferiore, o fallito.

Mitchell scrive che “abbiamo risolto il problema della scarsezza delle risorse soltanto redistribuendo la ricchezza che abbiamo già prodotto. Marx diceva che la rivoluzione era necessaria per mettere fine all’alienazione e alla scarsezza. Ma questo è troppo difficile: siamo tutti borghesi socialisti, adesso. Nietzsche pure è troppo difficile da sostenere: diceva che la sofferenza è parte sostanziale dell’esistenza, ma nell’èra del grande sfinimento la sofferenza invece è contro la vita e bisogna sradicarla”. Quando si è esausti, si deve edulcorare la realtà, sfruttarla a proprio vantaggio, certo non rivoluzionarla, ma nemmeno troppo cambiarla.

Anche le parole che utilizziamo nel tempo della stanchezza sono diverse dal passato: i cittadini sono diventati “the folks” (termine usatissimo da Obama), e gli alleati non sono più alleati, nella politica internazionale: sono “partner”. Le alleanze presuppongono un mondo pericoloso nel quale la guerra inevitabilmente accadrà, anche se non sappiamo quando: si formano alleanze per difendersi o per difendere altri paesi. “Le alleanze – scrive Mitchell – indicano che il sangue e il patrimonio di un paese saranno sacrificati in nome di interessi altrui, richiedono una dimostrazione costante di buona volontà, di trattamenti preferenziali, e di continue prove del fatto che se un problema ci sarà, l’alleanza sarà pronta a farsi valere”. Ma oggi le guerre si evitano a ogni costo, cosa in sé non deprecabile, naturalmente, ma si sa che quando si toglie dal tavolo l’opzione dello scontro non si può che abituarsi ai compromessi. Siamo arrivati al punto di non rispettare linee rosse autoimposte (sono linee rosse che hanno cucito insieme il nostro mondo, dovrebbero valere e basta, anche se qualcuno non le ricorda), e quindi le alleanze diventano partnership. Il legame è più lasco: ci sono per te, ma non sempre e ad alcune condizioni.

In medio oriente la metamorfosi è evidente. Archiviato l’asse del male, considerato dall’opinione pubblica come il più grande errore commesso dalla leadership americana negli anni Duemila, le partnership sono diventate più fluide: sempre per restare in ambito matrimoniale, è il concetto di “coppia aperta”. Così gli americani collaborano di fatto con gli iraniani a terra in Iraq ma chiedono al principale alleato dell’Iran nella regione, il rais siriano Bashar el Assad, di lasciare il palazzo di Damasco. E allo stesso tempo gli americani collaborano in Yemen con i sauditi che combattono contro un’alleanza di ispirazione iraniana.

Nell’epoca dello sfinimento, non ci sono né grandi amori né grandi odi, così non soltanto le alleanze sono obsolete: lo sono anche i nemici. “Quando non ci sono nemici – scrive Mitchell – non c’è bisogno di incoraggiare i dissidenti nei regimi che hanno esplicitamente dichiarato noi come nostri nemici”. Noi non abbiamo nemici, ma siamo i nemici – dichiarati, esplicitati, chiarissimi: ce lo dicono appena possono che vorrebbero ucciderci tutti – per quegli “outsider” che stanno usurpando il nostro centro gravitazionale. Ma senza nemici, non esiste nemmeno la politica internazionale – è per questo che Obama non ha avuto bisogno di elaborare una dottrina per il mondo e si è accontentato di fare del buon senso il suo faro. “Don’t do stupid shit”, disse nel 2014 durante un viaggio in Asia dopo aver parlato a lungo con i giornalisti e rispondendo alla sua stessa domanda: “Allora, che cos’è la mia politica estera?”. Come ha scritto su Foreign Policy David Rothkopf, siamo passati dall’audacia della speranza, dal cambiamento ottimista di “yes we can”, ai reset e ai pivot – il reset con la Russia non è andato benissimo, il pivot con l’Asia forse peggio – e infine al manuale del “non infilare le dita nelle prese elettriche”.
 Non c’è nulla di più sfinente del pragmatismo cinico di cui ha dato prova l’America di Obama. Gli esperti producono tabelle e dati di ogni genere per dimostrare quando e come arriverà il gran sorpasso della leadership americana, prevedibilmente da parte della Cina, ma se l’influenza culturale americana nel mondo è e sarà difficile da soppiantare (qui non si è declinisti per nulla), di certo l’assenza di un centro gravitazionale univoco e riconoscibile ha generato grande confusione. Quando si è stanchi, perché si devono portare fardelli così opprimenti come l’ordine mondiale? “Nell’èra dello sfinimento – scrive Mitchell – il compito di plasmare le priorità globali che era stato dei britannici prima e degli americani poi non deve più ricadere su nessuno: il presupposto è che la storia in sé cada dalla parte della pace; che gli alleati e i nemici sono categorie antiquate; che il peso della leadership può essere condiviso o preferibilmente schivato; e che una mano tesa e una dichiarazione di scuse da parte dell’America possano dare quella spintarella che la storia ha bisogno per arrivare alla pace mondiale”.

Il paradosso finale, secondo Mitchell, è questo: nel mondo liberale, la libertà “che ci ha portato nella direzione sbagliata e che costituisce un peso troppo grande da sopportare” finisce per essere ripudiata. Negli affari internazionali, il fine politico è di agire in nome della “necessità planetaria” che è evitare il cambiamento climatico catastrofico; negli affari interni, è quello di muoversi restando ancorati alle categorie identitarie. Così i siriani in fuga dal regime e dalla furia jihadista arrivano nella nostra Europa gridando libertà, ringraziandoci perché esistiamo, perché siamo fatti come siamo fatti, ci ricordano che il centro gravitazionale del sistema mondo siamo sempre noi. Ma noi siamo esausti, e non li guardiamo neppure.

venerdì 24 gennaio 2014

Nuove dittature: il simbolicamente corretto

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Puoi fare ben poco stando al governo oppure operando dall’opposizione? Male, ma puoi sempre scegliere una strada sostitutiva: «Mandare un segnale». È l’apoteosi del gesto carico di significati, è il predominio del simbolico sul concreto. Che cosa può fare Obama per contrastare lo strapotere di Putin, che comprime e mortifica i diritti umani e civili in Russia? Niente, non può fare praticamente niente. Però può sempre mandare un segnale e nominare come portabandiera degli Stati Uniti alla prossima Olimpiade invernale russa di Sochi due icone della battaglia gay. A Mosca gli omosessuali continueranno ad essere discriminati, ma il mondo avrà certamente ricevuto un segnale simbolico molto forte.

È la dittatura del simbolico. Che compensa il collasso della realtà, semplicemente surrogandola. La tragedia dell’impotenza politica che, in un mondo sempre più interconnesso e regolato da leggi non scritte, cerca di riscattarsi trasfigurandosi in pura gestualità, in atto spettacolare. I politici dei governi e delle opposizioni, delle maggioranze e delle minoranze, di destra e di sinistra, hanno del resto ricevuto da una figura carismatica come papa Francesco un formidabile repertorio di simbolismo gestuale: il semplice e colloquiale «buona sera» dal balcone di piazza San Pietro, il bagaglio a mano sull’aereo, le scarpe sformate, il piccolo alloggio a Santa Marta anziché gli sfarzosi appartamenti papali, la bibita sorseggiata in Brasile, eccetera. Ma il Vaticano, per quanto titolare di una potentissima valenza politica, non ha in mano concretamente le redini di un governo democratico. Gli eletti invece hanno ricevuto un mandato dai loro elettori, ma, non sapendo destreggiarsi in una sfera politica sempre più complessa e paralizzata da procedure farraginose, si rifugiano nella retorica del gesto squillante.

A Roma il sindaco sembra totalmente privo di qualunque efficacia, mentre l’immondizia deborda e rischia di sommergere la città. In compenso il sindaco Marino manda un segnale: pedonalizza (o quasi, perché i pullman turistici e le macchine a noleggio invadono la strada) qualche centinaio di metri dei Fori Imperiali. I trasporti pubblici a Roma versano in una condizione catastrofica e desolante per un Paese civile. In compenso arriva un segnale simbolico: il sindaco si muove in bicicletta.

Basta fare attenzione alle ripetute risse sulla toponomastica, che impegnano con un fervore davvero inusitato le amministrazioni locali. Si manda un segnale intestando una via a qualche illustre esponente della parte politica vincente, oppure si monta un caso se viene intestata una piazza a un illustre esponente della parte politica opposta. E le condizioni delle strade, dei trasporti, degli asili nido, delle scuole, della viabilità, della pulizia, degli appalti, della manutenzione, insomma che ne è della politica concreta che opera scelte, impone soluzioni, dà una risposta alla cittadinanza? Tutto in secondo piano. Bisogna sottomettersi alla dittatura del simbolico. Bisogna pur mandare un segnale.

Beninteso, da sempre il potere predilige l’ostentazione dei simboli, il legare un nome a un gesto, un appuntamento, una data da celebrare, una retorica da rispettare. Il simbolico è strettamente connesso al politico, deve mandare segnali, offrire un orientamento, riempire di senso e di significati la vita dei popoli, vivificando il loro spirito di appartenenza e di devozione. Da sempre gli statisti e i condottieri hanno voluto intestarsi il prestigio di una grande opera come simbolo di grandezza e di gloria: strade, ponti, acquedotti, biblioteche, stadi o la piramide che Mitterrand ha voluto al Louvre per celebrare una nuova grandeur. I simboli della regalità, della maestà. Oppure i simboli del rinnovamento. Ma i simboli hanno un valore se accompagnano misure politiche, provvedimenti concreti, non se sostituiscono la decisione (impossibile) con la rappresentazione. E invece è proprio come se nel villaggio mediatico ci fosse fame insaziabile di simboli come vetrina della nuova politica.

In contrapposizione ai fasti delle «cene eleganti» berlusconiane, Mario Monti volle mandare un segnale presentandosi con un sobrio loden alla stazione per prendere il treno che da Milano lo avrebbe portato a Palazzo Chigi (e anche Enrico Letta si è presentato alla convocazione del Quirinale con la sua automobile privata: doveva mandare un segnale di normalità). Per mostrarsi un benevolo padrone del mondo, severo ma capace di gesti caritatevoli, Putin ha mandato un segnale di moderazione liberando l’oligarca dissidente Khodorkovskij proprio alla vigilia dei Giochi olimpici (e anche pochi giorni prima, ma questo non lo poteva sapere, della recrudescenza terroristica a Volgograd). Per mandare un segnale, i maggiorenti del Partito comunista cinese hanno formalmente aperto al libero mercato, quando tutti sanno già che in Cina il capital-comunismo non è esattamente l’applicazione di un programma economico marxista-leninista puro. Per dimostrare sensibilità al «diverso» il sindaco democratico di New York Bill de Blasio si è presentato con la sua multicolore e multiforme famiglia come simbolo di multiculturalità. E poi, grazie a una colossale nevicata che ha coperto la grande metropoli, si è offerto ai fotografi di tutto il mondo spazzando con una pala i cumuli bianchi e gelidi. Fanno oramai così i sindaci sotto la neve, anche Gianni Alemanno si fece immortalare con una pala per mandare un segnale di fattività: anche se la città era completamente paralizzata, il simbolo rischiava di funzionare come compensazione dei disagi patiti dalla cittadinanza.

In Italia la «casta» politica per mandare un segnale gira a piedi, compra il biglietto delle partite, fa la fila al cinema, si slaccia il colletto della camicia rigorosamente senza cravatta per mostrarsi alla mano e alla portata dei cittadini normali. Peccato che la stessa casta non riesca a rinunciare concretamente nemmeno a una manciata di quattrini del finanziamento pubblico. Fanno una legge sull’omofobia che concretamente non raggiunge nessun risultato (fortunatamente in Italia l’aggressione e il pestaggio sono già reati perseguibili per legge), ma manda il segnale che gli omosessuali potrebbero finalmente sentirsi protetti. Purtroppo, grazie ai veti contrapposti e a un eccesso di subalternità della politica ai (presunti) desiderata del Vaticano, le coppie gay non possono contrarre matrimonio e almeno godere dei diritti che spetterebbero loro attraverso una ragionevole disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. In compenso, per mandare il solito segnale, si escogitano cervellotiche formule burocratiche su un asessuato genitore, pur di non nominare il padre e la madre. Per la stessa ragione, in mancanza di diritti concreti e di un riconoscimento legale che oramai è acquisizione irreversibile di tutte le nazioni liberaldemocratiche, si scatena la guerra santa del boicottaggio contro Guido Barilla, reo di aver rilasciato dichiarazioni non proprio brillanti circa il tipo di marketing sulla famiglia tradizionale attuata dalla sua stranota azienda di pasta e biscotti.

Nel Mezzogiorno, si spreca la retorica sulle risorse del meraviglioso Meridione e per mandare un segnale si creano a getto continuo fantasmagorici «partiti del Sud». In compenso, nella realtà e non nell’atmosfera colorata e gratificante dei simboli, nel Mezzogiorno i treni non funzionano, le strade crollano, le autostrade non si finiscono mai. I sindaci si adeguano. La Napoli di Bassolino non è stata un gioiello di favolosa amministrazione (anche se una sentenza ha scagionato l’ex sindaco da tutte le accuse con cui la magistratura lo aveva bersagliato), ma tutti ricordano la grande bolla (e la grande balla) del «Rinascimento napoletano» perché Bassolino aveva ripulito piazza del Plebiscito, facendone un vanto per tutta l’Italia: sul piano simbolico, almeno.

Il governatore della Sicilia Crocetta ha portato, per mandare un segnale di discontinuità, una ventata di novità e di informalità: nella realtà tutti i portaborse dei politici sono stati assunti stabilmente dalla pubblica amministrazione, altro che discontinuità. Il sindaco di Genova Doria si è presentato come «uno di noi»: simbolicamente il segnale è arrivato forte e chiaro, in compenso nella realtà il trasporto locale si è bloccato e le corporazioni (vincenti) hanno messo in ginocchio la città. Per mandare un segnale il neoleader della Lega Salvini si presenta in tuta, per dare un’immagine di disponibilità informale e di predisposizione alla battaglia. Ma nella realtà, oltre al segnale da spedire all’opinione pubblica, cosa c’è di rilevante e di importante che la Lega può fare? Per mandare un segnale, la Lega aveva già imposto la devolution, con gli splendidi risultati che conosciamo.

Per dare un segnale di ritrovato patriottismo e di coesione nazionale attorno alla bandiera e ai suoi simboli, abbiamo reintrodotto in Italia l’esibizione militare ai Fori Imperiali per il 2 giugno: ma ogni anno c’è una contestazione. Per dare un segnale di compunta e inflessibile severità, si sono predisposte sanzioni draconiane contro le curve che durante le partite si abbandonano a biechi cori razzisti o, come si dice con espressione della neolingua burocratica, a manifestazioni di «discriminazione territoriale». Questo nella sfera simbolica, perché nella sfera pratica l’impossibilità di dar seguito a quelle sanzioni ha vieppiù rafforzato l’inclinazione barbarica delle tifoserie scatenate al dileggio razziale o al linciaggio «territoriale».

La dittatura del simbolico si impone nelle piccole realtà e sulla grande scena mondiale. In Siria Assad continua a massacrare il popolo siriano, ma l’Onu manda un segnale contro l’uso di armi chimiche. Un richiamo puramente simbolico che non risolve niente nella realtà, ma appaga il desiderio di un gesto, bello o brutto che sia, purché sia un gesto dal forte impatto sul piano della comunicazione. Oppure si prendono i funerali di Mandela in Sudafrica per dare l’occasione ai leader del mondo di scambiarsi gesti, strette di mano, o persino giochi un po’ infantili con i telefoni cellulari. Solo un segnale, come omaggio non a un vero grande simbolo come Mandela, ma ai tanti simboli che hanno sostituito la realtà sul palcoscenico mediatico.

Puoi fare ben poco stando al governo oppure operando dall’opposizione? Male, ma puoi sempre scegliere una strada sostitutiva: «Mandare un segnale». È l’apoteosi del gesto carico di significati, è il predominio del simbolico sul concreto. Che cosa può fare Obama per contrastare lo strapotere di Putin, che comprime e mortifica i diritti umani e civili in Russia? Niente, non può fare praticamente niente. Però può sempre mandare un segnale e nominare come portabandiera degli Stati Uniti alla prossima Olimpiade invernale russa di Sochi due icone della battaglia gay. A Mosca gli omosessuali continueranno ad essere discriminati, ma il mondo avrà certamente ricevuto un segnale simbolico molto forte.

È la dittatura del simbolico. Che compensa il collasso della realtà, semplicemente surrogandola. La tragedia dell’impotenza politica che, in un mondo sempre più interconnesso e regolato da leggi non scritte, cerca di riscattarsi trasfigurandosi in pura gestualità, in atto spettacolare. I politici dei governi e delle opposizioni, delle maggioranze e delle minoranze, di destra e di sinistra, hanno del resto ricevuto da una figura carismatica come papa Francesco un formidabile repertorio di simbolismo gestuale: il semplice e colloquiale «buona sera» dal balcone di piazza San Pietro, il bagaglio a mano sull’aereo, le scarpe sformate, il piccolo alloggio a Santa Marta anziché gli sfarzosi appartamenti papali, la bibita sorseggiata in Brasile, eccetera. Ma il Vaticano, per quanto titolare di una potentissima valenza politica, non ha in mano concretamente le redini di un governo democratico. Gli eletti invece hanno ricevuto un mandato dai loro elettori, ma, non sapendo destreggiarsi in una sfera politica sempre più complessa e paralizzata da procedure farraginose, si rifugiano nella retorica del gesto squillante.

A Roma il sindaco sembra totalmente privo di qualunque efficacia, mentre l’immondizia deborda e rischia di sommergere la città. In compenso il sindaco Marino manda un segnale: pedonalizza (o quasi, perché i pullman turistici e le macchine a noleggio invadono la strada) qualche centinaio di metri dei Fori Imperiali. I trasporti pubblici a Roma versano in una condizione catastrofica e desolante per un Paese civile. In compenso arriva un segnale simbolico: il sindaco si muove in bicicletta.

Basta fare attenzione alle ripetute risse sulla toponomastica, che impegnano con un fervore davvero inusitato le amministrazioni locali. Si manda un segnale intestando una via a qualche illustre esponente della parte politica vincente, oppure si monta un caso se viene intestata una piazza a un illustre esponente della parte politica opposta. E le condizioni delle strade, dei trasporti, degli asili nido, delle scuole, della viabilità, della pulizia, degli appalti, della manutenzione, insomma che ne è della politica concreta che opera scelte, impone soluzioni, dà una risposta alla cittadinanza? Tutto in secondo piano. Bisogna sottomettersi alla dittatura del simbolico. Bisogna pur mandare un segnale.

Beninteso, da sempre il potere predilige l’ostentazione dei simboli, il legare un nome a un gesto, un appuntamento, una data da celebrare, una retorica da rispettare. Il simbolico è strettamente connesso al politico, deve mandare segnali, offrire un orientamento, riempire di senso e di significati la vita dei popoli, vivificando il loro spirito di appartenenza e di devozione. Da sempre gli statisti e i condottieri hanno voluto intestarsi il prestigio di una grande opera come simbolo di grandezza e di gloria: strade, ponti, acquedotti, biblioteche, stadi o la piramide che Mitterrand ha voluto al Louvre per celebrare una nuova grandeur. I simboli della regalità, della maestà. Oppure i simboli del rinnovamento. Ma i simboli hanno un valore se accompagnano misure politiche, provvedimenti concreti, non se sostituiscono la decisione (impossibile) con la rappresentazione. E invece è proprio come se nel villaggio mediatico ci fosse fame insaziabile di simboli come vetrina della nuova politica.

In contrapposizione ai fasti delle «cene eleganti» berlusconiane, Mario Monti volle mandare un segnale presentandosi con un sobrio loden alla stazione per prendere il treno che da Milano lo avrebbe portato a Palazzo Chigi (e anche Enrico Letta si è presentato alla convocazione del Quirinale con la sua automobile privata: doveva mandare un segnale di normalità). Per mostrarsi un benevolo padrone del mondo, severo ma capace di gesti caritatevoli, Putin ha mandato un segnale di moderazione liberando l’oligarca dissidente Khodorkovskij proprio alla vigilia dei Giochi olimpici (e anche pochi giorni prima, ma questo non lo poteva sapere, della recrudescenza terroristica a Volgograd). Per mandare un segnale, i maggiorenti del Partito comunista cinese hanno formalmente aperto al libero mercato, quando tutti sanno già che in Cina il capital-comunismo non è esattamente l’applicazione di un programma economico marxista-leninista puro. Per dimostrare sensibilità al «diverso» il sindaco democratico di New York Bill de Blasio si è presentato con la sua multicolore e multiforme famiglia come simbolo di multiculturalità. E poi, grazie a una colossale nevicata che ha coperto la grande metropoli, si è offerto ai fotografi di tutto il mondo spazzando con una pala i cumuli bianchi e gelidi. Fanno oramai così i sindaci sotto la neve, anche Gianni Alemanno si fece immortalare con una pala per mandare un segnale di fattività: anche se la città era completamente paralizzata, il simbolo rischiava di funzionare come compensazione dei disagi patiti dalla cittadinanza.

In Italia la «casta» politica per mandare un segnale gira a piedi, compra il biglietto delle partite, fa la fila al cinema, si slaccia il colletto della camicia rigorosamente senza cravatta per mostrarsi alla mano e alla portata dei cittadini normali. Peccato che la stessa casta non riesca a rinunciare concretamente nemmeno a una manciata di quattrini del finanziamento pubblico. Fanno una legge sull’omofobia che concretamente non raggiunge nessun risultato (fortunatamente in Italia l’aggressione e il pestaggio sono già reati perseguibili per legge), ma manda il segnale che gli omosessuali potrebbero finalmente sentirsi protetti. Purtroppo, grazie ai veti contrapposti e a un eccesso di subalternità della politica ai (presunti) desiderata del Vaticano, le coppie gay non possono contrarre matrimonio e almeno godere dei diritti che spetterebbero loro attraverso una ragionevole disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. In compenso, per mandare il solito segnale, si escogitano cervellotiche formule burocratiche su un asessuato genitore, pur di non nominare il padre e la madre. Per la stessa ragione, in mancanza di diritti concreti e di un riconoscimento legale che oramai è acquisizione irreversibile di tutte le nazioni liberaldemocratiche, si scatena la guerra santa del boicottaggio contro Guido Barilla, reo di aver rilasciato dichiarazioni non proprio brillanti circa il tipo di marketing sulla famiglia tradizionale attuata dalla sua stranota azienda di pasta e biscotti.

Nel Mezzogiorno, si spreca la retorica sulle risorse del meraviglioso Meridione e per mandare un segnale si creano a getto continuo fantasmagorici «partiti del Sud». In compenso, nella realtà e non nell’atmosfera colorata e gratificante dei simboli, nel Mezzogiorno i treni non funzionano, le strade crollano, le autostrade non si finiscono mai. I sindaci si adeguano. La Napoli di Bassolino non è stata un gioiello di favolosa amministrazione (anche se una sentenza ha scagionato l’ex sindaco da tutte le accuse con cui la magistratura lo aveva bersagliato), ma tutti ricordano la grande bolla (e la grande balla) del «Rinascimento napoletano» perché Bassolino aveva ripulito piazza del Plebiscito, facendone un vanto per tutta l’Italia: sul piano simbolico, almeno.

Il governatore della Sicilia Crocetta ha portato, per mandare un segnale di discontinuità, una ventata di novità e di informalità: nella realtà tutti i portaborse dei politici sono stati assunti stabilmente dalla pubblica amministrazione, altro che discontinuità. Il sindaco di Genova Doria si è presentato come «uno di noi»: simbolicamente il segnale è arrivato forte e chiaro, in compenso nella realtà il trasporto locale si è bloccato e le corporazioni (vincenti) hanno messo in ginocchio la città. Per mandare un segnale il neoleader della Lega Salvini si presenta in tuta, per dare un’immagine di disponibilità informale e di predisposizione alla battaglia. Ma nella realtà, oltre al segnale da spedire all’opinione pubblica, cosa c’è di rilevante e di importante che la Lega può fare? Per mandare un segnale, la Lega aveva già imposto la devolution, con gli splendidi risultati che conosciamo.

Per dare un segnale di ritrovato patriottismo e di coesione nazionale attorno alla bandiera e ai suoi simboli, abbiamo reintrodotto in Italia l’esibizione militare ai Fori Imperiali per il 2 giugno: ma ogni anno c’è una contestazione. Per dare un segnale di compunta e inflessibile severità, si sono predisposte sanzioni draconiane contro le curve che durante le partite si abbandonano a biechi cori razzisti o, come si dice con espressione della neolingua burocratica, a manifestazioni di «discriminazione territoriale». Questo nella sfera simbolica, perché nella sfera pratica l’impossibilità di dar seguito a quelle sanzioni ha vieppiù rafforzato l’inclinazione barbarica delle tifoserie scatenate al dileggio razziale o al linciaggio «territoriale».

La dittatura del simbolico si impone nelle piccole realtà e sulla grande scena mondiale. In Siria Assad continua a massacrare il popolo siriano, ma l’Onu manda un segnale contro l’uso di armi chimiche. Un richiamo puramente simbolico che non risolve niente nella realtà, ma appaga il desiderio di un gesto, bello o brutto che sia, purché sia un gesto dal forte impatto sul piano della comunicazione. Oppure si prendono i funerali di Mandela in Sudafrica per dare l’occasione ai leader del mondo di scambiarsi gesti, strette di mano, o persino giochi un po’ infantili con i telefoni cellulari. Solo un segnale, come omaggio non a un vero grande simbolo come Mandela, ma ai tanti simboli che hanno sostituito la realtà sul palcoscenico mediatico.

Pierluigi Battista - La Lettura - Corriere della Sera - 12 gennaio 

venerdì 1 novembre 2013

Un nuovo patto: gli Stati Uniti d'Europa

Jacques Coeuer, l’eroe del bellissimo L’uomo dei sogni di Jean-Christophe Rufin, è un figlio di artigiani che diventa l’uomo più potente di Francia. Inventa la finanza moderna, ma — anziché farne strumento fine a se stesso, di accumulo — la usa come leva per creare lavoro. Testimone di un passaggio d’epoca, dal Medioevo al Rinascimento, sceglie l’apertura e lo scambio contro una società europea immobile che ancora interpretava il rapporto con l’altro come crociata e chiusura. Al pari di Coeuer anche noi viviamo un’epoca «liminare», in bilico tra privilegio e progresso, tra passato e cambiamento. La parabola della crisi, in Europa e dell’Europa, bene sintetizza questa transizione.

Una transizione segnata da una prima cesura. È il whatever it takes di Mario Draghi. È il 25 luglio 2012. In una conferenza stampa destinata a farsi spartiacque della storia europea, l’ex governatore della Banca d’Italia rassicura il mondo e imercati: la Bce farà tutto il necessario per salvare l’euro. Tre parole per scongiurare il default degli Stati a rischio. Tre parole per «scrivere» il prologo della svolta.

Dai primissimi segnali di crisi a quella conferenza stampa è trascorso circa un quinquennio. Nelle stesso periodo si sono susseguiti 27 Consigli europei: quasi tutti infruttuosi. Fino al whatever it takes dinanzi al collasso dell’equilibrio tra finanza ed economia reale sono parsi saltare i convincimenti degli economisti e i cardini stessi dell’economia di mercato.

Nel frattempo l’onda, lontano,montava. Lametafora, benché abusata, racconta efficacemente quanto sarebbe avvenuto di lì a non molto. Urto devastante, smarrimento, inadeguatezza nella gestione dell’emergenza. Alla maniera dei cataclismi l’impatto in Europa è stato più forte laddove i sistemi erano più deboli. Di fronte a tutto questo abbiamo all’inizio contemplato le macerie. Come in attesa che il peggio passasse. Oppure come quando — e prendo in prestito le parole di Edmondo Berselli — ci si aspetta che «dal mare riaffiorino, roteando lentamente, i relitti di un naufragio».

Col tempo saremo forse in grado di capirlomeglio, questo naufragio. Le analisi, del resto, si moltiplicano. Massimo Gaggi ha illustrato, ad esempio, qui sulla «Lettura», le sfumature del dibattito pubblico americano sull’erosione del ceto medio, sul moltiplicarsi delle disuguaglianze, sul legame tra crisi, globalizzazione, tecnocrazia. Si chiede, Gaggi — ed è l’interrogativo centrale chemi ha indotto a scrivere questo intervento — quali siano i margini d’azione della politica. Semplicemente pregare che arrivi la ripresa, come rimprovera ai governi l’economista Stephen King, oppure «sporcarsi le mani», immergersi nella complessità di fenomeni epocali, assumere una volta per tutte la consapevolezza — per dirla con Tony Judt—che le disuguaglianze sono «corrosive»?

È vero: la disuguaglianza sgretola la società perché la fa marcire al proprio interno. E, come sostiene Vittorio Emanuele Parsi nel suo saggio sulla fine dell’uguaglianza, essa ha effetti devastanti sulla convivenza civile, minando alla base sia la democrazia sia ilmercato. Per questo l’ultima cosa che deve fare la politica, in Italia e in Europa, è rimuovere la realtà e rifugiarsi nelle scorciatoie, magari rispolverando antinomie ormai insufficienti come quella tra Stato e mercato. Non è più in discussione la preminenza dell’uno sull’altro. In discussione c’è la costruzione di un nuovo «canone» che dai relitti del naufragio della crisi sia in grado di recuperare l’unico pezzo davvero insostituibile — il nesso tra democrazia rappresentativa, economia di mercato, welfare — per renderlo compatibile con la trasformazione in atto nel mondo: con la rivoluzione tecnologica, con l’emersione di nuovi protagonisti dell’economia globale, con l’invecchiamento della popolazione.

A dispetto di tante ottime ricognizioni, da noi l’eco di questo dibattito globale arriva attenuata. Per le responsabilità — innegabili — della politica e per i limiti di tutto il sistema della rappresentanza. Ci tormentiamo, dividendoci, con la presunta contesa tra «princìpi» e «interessi», dimenticando che essi — come ci ha ricordato qualche tempo fa Eugenio Scalfari — viaggiano insieme. Perché i primi, senza ancoraggio alla realtà, sono velleità utopiche, mentre i secondi, in mancanza del senso di una missione condivisa, perpetuano il privilegio ed esasperano la polarizzazione della ricchezza.

Per quanto mi riguarda, non posso che ripetere e cercare di dimostrare con i fatti che l’unica strada per conciliare «valori» e «interessi» è costruire un «ponte» tra l’Italia della crisi e quella del dopo-crisi. Anche noi, come Coeuer e come l’Europa, siamo in una dimensione apparentemente scardinata tra passato e futuro: viviamo oggi gli strascichi (e le macerie) di un terremoto generatosi anni fa, e dunque nel passato, ma non viviamo ancora, e soprattutto non percepiamo, gli effetti di un processo già iniziato, l’uscita dalla crisi, destinato a manifestarsi compiutamente solo nel futuro prossimo.

Questo ponte deve essere solido e costruito con serietà, mattone su mattone. Questo ponte poggia su due piloni: la «stabilità» e la «comunità». La stabilità come cambiamento essa stessa, perfino come una rivoluzione in una democrazia, quale quella italiana, endemicamente incline alla provvisorietà e all’incertezza; valore in sé e condizione indispensabile per programmare gli interventi necessari a modernizzare il Paese, liberandosi finalmente dall’ossessione del consenso immediato, che impedisce qualsiasi cambiamento strutturale. E la comunità come risposta a una società frantumata e divisa tra pochi privilegiati e una sottoclasse fatta di persone lasciate sole e di «rassegnati» di tutte le età.

Il punto è che il nostro non è uno «Stato fallito», ma certo è uno «Stato fragile», da maneggiare con cura, alle prese con l’eredità di un debito pesantissimo, reduce da una crisi di fiducia prima di tutto in se stesso e poi suimercati internazionali, segnato da ferite molto profonde, ancora aperte, nella vita dei cittadini e anche nella propria cultura politica.

Un Paese incerto dove, a dispetto della retorica, le grandi riforme da fare qui e subito sono tanto facili da declamare a parole quanto complesse e faticose da attuare nei fatti. Un Paese dove sugli squilibri storici (sociali, geografici, tra generazioni) si sono sedimentate nuove e dilaganti forme di vulnerabilità e disagio. E il disagio, se inascoltato o malinteso, si trasforma in indignazione, l’indignazione in rabbia, la rabbia in conflitto sociale.

È questa l’equazione che Grillo e Casaleggio hanno intuito meglio e prima di tutti, precursori di una singolare miscela di populismo e illusioni da democrazia diretta. Una miscela che senza la duplice crisi, economica e politica, non sarebbe stata pensabile ma che trova oggi sorprendenti «gemellaggi» nelmondo. Cosa sarebbe stato lo shutdown brandito dal Tea Party negli Stati Uniti e fortunatamente superato se non un gigantesco, drammatico, V-day nella variante americana? Il trionfo della logica del conflitto su quella dell’interesse nazionale, la fine della comunità vissuta come insieme di persone unite da valori, interessi, storia, istituzioni.

È l’inverso di quella che, a mio parere, dovrebbe invece essere la prima lezione della crisi: il rifiuto delmetodo del conflitto e il recupero della «relazione» così come emerge da una lettura dell’Enciclica Caritas in Veritatefondata sull’homo relatus. La nostra comunità non può più concedersi il lusso di lasciare qualcuno indietro. E ciò non per un nostalgico afflato di egualitarismo omologante ma per necessità, direi per convenienza: per essere più forte e competitiva, per non pagare ancora il prezzo delle disuguaglianze che si allargano e divengono sempre più incolmabili, disegnando il profilo di una società bloccata, immobile, senza equità né speranza. Diseguaglianze che, come racconta Gaggi, rischiano di travolgere il cuore stesso dell’Occidente, quel ceto medio protagonista, in passato, di decenni di progresso ininterrotto e che oggi, per paradosso, proprio del progresso tecnologico rischia di pagare il conto più salato.

A ben vedere, c’è, in questa accezione di comunità e di relazione, anche molto del senso del whatever it takes di Draghi, nonché la sfida più ambiziosa che attende l’Ue nei prossimi mesi. Anche nell’Europa del dopo-crisi nessuno può rimanere indietro: vale per gli Stati membri in difficoltà, vale per le disuguaglianze tra Paesi e dentro i Paesi. Solo se l’Europa è realmente unita e solidale anche su questo può, richiamando le parole del capo dello Stato Napolitano almeeting di Rimini, evitare di finire «sommersa» dalle trasformazioni della contemporaneità. E solo così si può richiedere conmaggiore credibilità alle persone e agli Stati di rispettare le regole, di condividere le responsabilità, di essere aperti al confronto e alla competizione. Solo così, tornando a un’altra complessa transizione, si può passare dall’austerità alla crescita e anche, più in prospettiva, da un modello di welfare esemplare ma non più sostenibile a un paradigma di redistribuzione della ricchezza e del benessere nuovo anche se ancora da definire.

È l’Europa democratica da costruire. A partire dal completamento, effettivo senza più esitazioni, delle unioni bancaria, fiscale, economica, politica. Per farcela dobbiamo condurre una battaglia, appunto, politica: cedere — e far cedere — sovranità nazionale, per essere parte di una nuova sovranità sovranazionale, europea. Questa battaglia si vince democraticamente: dobbiamo persuadere i cittadini europei che dare vita all’unione politica non è avere nuovi vincoli, ma, al contrario, produrre politiche uniformi per il sostegno all’occupazione o dare possibilità di impiego e riconoscimento dei talenti oggi dispersi e frustrati. Gli europei, sì. Fare l’Europa è oggi «fare gli europei» e colmare così la distanza enorme tra l’europeismo convinto di intellettuali e politici e la vita reale dei cittadini. Significa battere i populismi con l’Europa «popolare», cioè col consenso dei popoli. Significa trovare risposte di governo. Per questo dobbiamo portare, come stiamo facendo, anche a livello europeo alcune priorità che ci siamo dati, in questi mesi, per il nostro Paese: lavoro, welfare, istruzione, ambiente, innovazione, agenda digitale.

Ci impegneremo su questo e lo faremo vivendo il semestre di Presidenza italiano dell’Unione come l’occasione per guidare il percorso verso il cambiamento. Lo furono, permotivi diversi, i semestri del 1985, col Consiglio di Milano che pose le basi per l’Atto Unico Europeo, e quello del 1990 che, con il Consiglio di Roma, spianò la strada aMaastricht. Oggi, se possibile, la posta in palio è ancor più alta. È l’opportunità, unica, di dare corpo e sostanza — magari con lo stesso spirito di Coeuer e fors’anche con la stessa leggerezza — al più grande progetto politico delle nostre generazioni: gli Stati Uniti d’Europa.

Enrico Letta




martedì 29 ottobre 2013

Il peccato nazionale. (É sempre colpa di qualcun altro)

«Non è mica colpa nostra! È lui, sono loro (a piacere Berlusconi, Prodi, la Sinistra, la Destra) che hanno ridotto il Paese così». La grande maggioranza degli italiani è ormai consapevole della gravità della situazione in cui ci troviamo, avverte che a questo punto solo scelte coraggiose e magari anche impopolari, solo drastiche rotture rispetto al passato possono allontanarci da quel vero e proprio declino storico che altrimenti ci attende. Ma questa maggioranza è tenuta in ostaggio da quel grido lanciato di continuo dalla minoranza disinformata e settaria dell’opinione pubblica: «Non è colpa nostra! È colpa di altri». Un grido, un giudizio intimidatorio, che ha il solo effetto politico di dividere, di impedire quel minimo di accordo generale sulle responsabilità passate e perciò sulle decisioni audaci di cui c’è tanto disperato bisogno. Contribuendo così a rendere la soluzione della crisi ancora più lontana.

Invece bisogna convincersi - a destra come a sinistra - che non è «colpa loro». Della situazione drammatica in cui si trova l’Italia è colpa nostra, è colpa di tutti, sia pure, come si capisce, in grado diverso. La politica, i politici, per esempio, hanno certamente responsabilità primaria perché alla fine è la politica che decide. Ma in realtà la vera colpa della politica nel caso italiano è stata soprattutto quella di non avere alcun progetto, alcuna idea; e se l’aveva di non essere stata capace di realizzarla. Di non aver fatto. Per esempio di non essere stata in grado di opporsi alle richieste caotiche e spesso alle pretese (nonché ai vizi antichi) della società italiana. E quindi di aver scelto ogni volta la soluzione più facile e più demagogica: che naturalmente era quasi sempre anche la meno saggia e la più costosa per l’erario. L’Italia insomma è stata per un trentennio la scena di un grandioso concorso di colpe: tra i partiti e la politica da un lato, e dall’altro gli italiani e - elemento non meno importante - le élite economico-burocratiche che di fatto hanno anch’esse (eccome!) governato il Paese.

Oggi, insomma, paghiamo per errori e omissioni che rimontano indietro di decenni. La nostra crisi odierna viene da lontano. Viene dal consenso ricercato da tutti - sì da tutti, dalla Destra come dalla Sinistra - ricorrendo alla spesa pubblica. Viene da centinaia di migliaia di pensioni di invalidità elargite a chi non le meritava, e in genere da un sistema pensionistico che per anni ha consentito a decine e decine di migliaia di italiani di destra come di sinistra di andare in pensione con un’anzianità ridicola; viene da troppi lavori pubblici decisi da amministrazioni di ogni colore e costatati dieci volte il previsto; da troppi posti assegnati in base a una raccomandazione (solo agli elettori del Pdl? Solo a quelli del Pd?). Viene da troppi organici gonfiati per ragioni clientelari ad opera di tutte le pubbliche amministrazioni; da troppi investimenti sbagliati, rimandati o non fatti dagli imprenditori e dalla loro propensione a eludere le leggi; dalle troppe tasse evase da commercianti e professionisti (davvero tutti di destra o tutti di sinistra?); viene dalla troppa indulgenza usata nella scuola e nell’università, dall’aver accondisceso a tante illegalità specie se potevano (non importa con quale fondamento) invocare ragioni «sociali» (vedi le «occupazioni» di ogni specie); da una miriade infinita di piccoli abusi quotidianamente praticati e tollerati - per esempio nell’edilizia, nell’urbanistica, nella circolazione, nella raccolta dei rifiuti - che tutti insieme hanno rovinato e spesso reso invivibili le città e il paesaggio italiani. Da tutto ciò viene la nostra crisi: da questo multiforme sfilacciamento del tessuto collettivo, da questa indifferenza al senso della realtà. Chiamarsene fuori facendo sfoggio di virtù e cercare un capro espiatorio nella parte politica che non ci piace testimonia solo di una cieca faziosità.

È quella stessa faziosità propria della minoranza settaria che tiene in ostaggio anche il discorso pubblico del Paese e si manifesta nell’irrefrenabile pulsione a trovare complici del male specialmente nella stampa: in chi scrive nel modo che essa non gradisce. Sempre rivolgendo la sua ossessiva domanda inquisitoria che suona: «Ma voi dove eravate quando A faceva questo?», «Che cosa avete scritto quando B diceva quest’altro?». Domande inquisitorie che naturalmente contengono già dentro di sé la risposta, dal momento che secondo questi accusatori - che credono di ricordare tutto e invece non ricordano nulla - la stampa che a loro non piace avrebbe sempre chiuso gli occhi, sempre taciuto, finto di non vedere, e suonato la grancassa in onore del Potere.

Se avesse senso verrebbe da rispondere: «Fuori le prove!». In realtà una tale accusa è solo il segno della superficialità disinformata e settaria, unita al moralismo aggressivo che ci hanno regalato gli anni della Seconda Repubblica. La superficialità e il moralismo che portano a credere che chi non si proclama preliminarmente contro vuol dire che allora è necessariamente a favore; che l’unico commento possibile a qualsiasi cosa che non piaccia debba essere la maledizione. Che rifiutano visceralmente l’idea che capire e analizzare è più importante - e soprattutto più utile al lettore - che non aizzare o capeggiare una tifoseria. Alla domanda «Dove eravate quando...?» la risposta dunque è: eravamo dalla parte di questa idea dell’informazione e del giornalismo. Di certo ve ne possono essere legittimamente, e ve ne sono, delle altre. Ma ancora più certo è che non sarà con le filippiche ossessive, con le cacce all’untore né con le autoassoluzioni a buon mercato, che l’Italia riuscirà a correggere i mille sbagli commessi. Che essa riuscirà a costruire quel minimo di accordo su quanto è realmente successo nel suo passato senza il quale non può esserci speranza alcuna di un futuro. 

Ernesto Galli Della Loggia - Corriere della Sera


domenica 25 agosto 2013

Siate ottimisti, siamo oltre la crisi verso l'Era della Nuova Normalità. Senza dimenticare Darwin.

Finalmente cominciano a parlarne anche i media. Stiamo entrando nell'Era "New Normal" dopo la grande crisi del mondo occidentale apertasi nel 2008 con il disastro finanziario originato dal crac Lehman. Questa è la definizione che hanno iniziato ad usare economisti e politologi da qualche tempo. L'emergenza sta avviandosi alla fine, ci si avvia alla normalità.

Ma la Nuova Normalità non sarà un ritorno al periodo pre-crisi, bensì stiamo andando verso un equilibrio diverso dal passato. Un futuro in cui non sarà subito facile vivere. Nell'Eurozona la recessione è finita anche se non in tutti i Paesi, quelli del Sud in particolare. In Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) è calato per l'ottavo trimestre consecutivo, ma dello 0,2% a un ritmo inferiore che in precedenza. Ma l'ottimismo è generato da tre circostanze doverse.

La crisi ha cambiato pelle alla globalizzazione economica così come è stata sempre interpretata. Fino ad ora il canovaccio era rappresentato dalle aziende occidentali che sono andate in Cina, India e Paesi a basso costo di manodopera, per aprire fabbriche chiudendole in Europa e USA. Di fatto è avvenuto un'esportazione di posti di lavoro. Le cose stanno cambiando perchè sta cambiando il modello di crescita che non è più fondato su investimenti ed esportazioni, ma sui consumi interni. 

L'Ocse infatti calcola che nel 2030 ci saranno nel mondo cinque miliardi di cittadini appartenenti a classi medie con buona capacità di spesa. Tre miliardi più di quelli di oggi. Le imprese che sapranno sfruttare questa grande opportunità avranno un new deal assicurato. Il nostro Paese è preparato a cogliere questa occasione ? La risposta classica, e ovvia, è un coro di no. Ma nonostante le molteplici e note difficoltà di fare impresa in Italia nel 2012 le esportazioni italiane sono salite del 4,2% a 474 miliardi, e le previsioni per il 2013 sono di un'ulteriore crescita di un 3,2% quest'anno e di un ulteriore 5,3% nel 2014 per un totale di 514 miliardi. Se pensiamo che queste imprese riescono a competere non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato, se quest'ultimo riuscirà in qualche riforma seria i risultati potrebbero essere eclatanti. Mi sembra che ci siano i segnali di una consapevolezza anche della politica in tal senso.

Tra l'altro alcuni analisti mettono in rilievo come questa consapevolezza può essere oggi un vantaggio competitivo nei confronti di altri Paesi, come la Francia, che sono ancora in fase di negazione dei loro problemi strutturali. C'è l'opportunità per la creazione di nuove imprese e per evitare che entrino in crisi quelle che ancora tengono il mercato. 

Nulla però sarà facile nell'Era della Nuova Normalità. Gli Stati Uniti hanno ripreso a correre e i Paesi emergenti continuano a crescere, l'Europa sta uscendo lentamente dalla situazione negativa. La disoccupazione diminuirà lentamente e non sarà possibile riassorbire tutte le risorse. Gli stessi consumi non saranno più quelli di un tempo.

Non sarà facile, ma si può fare. Diventa indispensabile sapersi adattare. Parafrasando ciò che disse Darwin non saranno le società più forti che sopravviveranno, nè le più intelligenti, ma quelle che si adatteranno più velocemente al cambiamento.




sabato 2 marzo 2013

Le virtù del buon politico

Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.

A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.

Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una webcam in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?

Massimo Gramellini - La Stampa