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domenica 22 novembre 2015

L'età dello sfinimento

Nel momento in cui l’occidente dovrebbe essere più convinto dei suoi valori e battagliero, si sente esausto. E non vuole più portare il peso della leadership globale

“Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più in piccoli circoli di interessi futili intrattenendosi di continuo in questi, c’è il pericolo che finiscano per rimanere esclusi da quelle grandi e potenti emozioni pubbliche che turbano sì le persone, ma che le fanno anche crescere e le rinfrescano. Non posso che temere che gli uomini raggiungano un punto in cui considerano ogni nuova teoria un pericolo, ogni innovazione un guaio, ogni miglioramento sociale come un passo verso la rivoluzione, e che possano del tutto rifiutare di muoversi per la paura di non riuscire a rimanere in piedi”.
 
Alexis de Tocqueville
“Democrazia in America”, volume due


L’attrazione gravitazionale del sole permette ai pianeti di restare nella loro orbita: la gravità dal centro garantisce la coerenza di tutto il sistema solare. E’ così che funziona pure il nostro sistema politico e sociale, scrive sul New York Times l’editorialista conservatore David Brooks. Anzi, è così che funzionava: ora non più. “Molti dei grandi soli del nostro mondo mancano di convinzione – spiega Brooks – mentre le fazioni ai margini della società sono piene di intensità e passione. Così l’attrazione gravitazionale proviene dai margini, si sviluppa sfera dopo sfera. Ogni establishment centrale, indebolito dalla propria vuotezza di significato, viene fatto a pezzi dall’attrazione gravitazionale delle periferie”. E’ il disordine mondiale o, secondo la definizione dello studioso Ian Bremmer, il mondo “G-zero”: c’è un vuoto di potere nella politica internazionale creata dal declino dell’influenza occidentale e dal ripiegamento sugli interessi nazionali da parte di molti stati sviluppati. Ci siamo riempiti di G-qualcosa, ancora utilizziamo il club del G8 come un sistema di misurazione delle interazioni internazionali e non ci accorgiamo che abbiamo isolato la Russia dai consessi dell’ormai G7, salvo poi doverci accordare con Mosca su tutto, compreso lo spazio aereo siriano, per evitare quegli “spiacevoli incidenti” che farebbero crollare ogni collaborazione con l’occidente. Senza centro, emergono le periferie, o “gli outsider”, come li chiama Brooks.

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. C’è un vuoto di leadership, ben testimoniato da quel che accade in medio oriente e soprattutto nella crisi siriana – laddove il vuoto occidentale è stato riempito da un lato dallo Stato islamico jihadista e dalla sua conquista territoriale e dall’altro dall’alleanza anti occidentale formata dai russi, dagli iraniani e dal regime di Damasco – e c’è un vuoto di significato che ha creato quel che Joshua Mitchell ha definito, in un saggio su National Interest, la “Age of Exhaustion”, l’età dello sfinimento.

Siamo vuoti e sfiniti: sembra il racconto di un matrimonio andato male, in cui hanno vinto gli egoismi, il disinteresse, il silenzio, l’incomprensione, la partita di calcetto piuttosto che una serata in famiglia sul divano a guardare un film per ragazzi con i pop corn spiaccicati tra i cuscini. Nelle relazioni internazionali, come nei matrimoni, il vuoto non dura troppo a lungo, soprattutto quando non resta a livello superficiale, ma diventa intimo, emozionale, quasi spirituale: “L’occidente – come scrive Brooks – non ha risposto alle sfide rischiando tutto per difendere la propria visione, combattendo il fanatismo con gusto. Al contrario, ha perso fiducia nelle proprie capacità di comprensione e di azione. Percependo questa perdita di fiducia al centro, molte persone ben determinate ai margini hanno fatto un passo avanti per prendere il controllo della situazione”. Non c’è soltanto il sostanziale disimpegno – disinteresse – del presidente Barack Obama nei confronti del mondo: la maggior parte dell’establishment americano ha perso la convinzione di poter restaurare un ordine globale, e non pensa di poter giocare un ruolo da attore globale con la stessa efficacia del passato (non vale per tutti gli americani allo stesso modo: basta ascoltare il candidato repubblicano Marco Rubio, per esempio, e il piagnisteo declinista risulta un rumore di sottofondo appena fastidioso).

Brooks ricostruisce l’indebolimento spirituale dell’occidente: “Dal 2000, la visione del mondo post Guerra fredda ha subìto un colpo via l’altro. Alcuni di questi colpi ce li siamo inflitti da soli. La democrazia, soprattutto negli Stati Uniti, è diventata disfunzionale. La stupidità di massa ha portato a un collasso finanziario e ha privato il capitalismo del suo slancio morale”. Così molti hanno iniziato a rifiutare la visione democratica del capitalismo, costruita attorno “alla felicità individuale e al materialismo”, e hanno cercato nuove forme di significato nelle logiche tribali, nazionalistiche, o in altre ideologie più forti e più brutali. “Un gruppo di uomini ben istruiti ha tirato giù il World Trade Center – scrive Brooks – I fanatici sono fioccati in medio oriente per decapitare stranieri e apostati. La crescita dell’influenza cinese non ha generato un ammorbidimento, ma anzi in alcune aree ha portato a una rinnovata belligeranza nazionalistica. L’Iran è sempre devoto alla sua escatologia radicale. La Russia è guidata da un gangster dallo sguardo di ghiaccio, con una visione semi teologica del destino nazionale, che approfitta di ogni occasione per indebolire l’ordine mondiale”.

E noi? Sfiniti. Nel momento in cui dovrebbe essere ancora più forte, e convinta, la capacità occidentale di dare una forma al mondo, siamo presi dalla spossatezza. “Exhaustion” è il termine che usa Joshua Mitchell, professore di Gorgetown gran studioso di Tocqueville, per indicare la nostra epoca, il risultato della “mutazione trionfalistica” del liberalismo e della risposta antiliberale incarnata dalle politiche identitarie e nazionaliste. Dopo tanto combattere, il centro gravitazionale è esausto, e come spiega Brooks non si tratta di una stanchezza contingente, ma di una stanchezza morale.

Secondo Mitchell, anche Tocqueville aveva compreso che se la transizione a modelli sociali democratici è sempre tumultuosa, una volta che si è assestata emergono nuovi problemi: i cittadini perdono la fiducia nella libertà e non combattono più per difenderla. Se vale la metafora del matrimonio: è il momento in cui dai tutto per scontato. “Il grande sfinimento” si presenta sotto molte forme. Nelle nostre scuole, si tende a dare sempre voti alti perché così i ragazzini si sentono motivati e non subiscono il trauma del fallimento – se “ci sentiamo bene con noi stessi, non è forse sufficiente? “Cercare noi stessi” – scrive Mitchell – diventa più importante che “costruire un mondo”: ci hanno già pensato le generazioni precedenti a farlo, noi ora possiamo occuparci d’altro. Non si tratta del solito conflitto generazionale per cui oggi non ci sono più “builder” visionari come nel passato perché siamo tutti troppo occupati a cercare l’inquadratura migliore per il selfie da postare su Instagram. Non si tratta nemmeno o non soltanto del ventre molle occidentale che preferisce adattarsi ai valori altrui piuttosto che difendere i propri. E’ che spesso manca la convinzione. Un altro esempio: nei giochi dei bambini, tutti prendono un premio. “La grande e irrisolvibile tensione interna alla democrazia – tra l’uguaglianza permanente cui ambisce la democrazia e le ineguaglianze transitorie del successo o del fallimento che permettono al mercato di migliorare – è stata risolta a favore dell’uguaglianza”: tutti prendono un premio perché così nessuno si sente ferito, o inferiore, o fallito.

Mitchell scrive che “abbiamo risolto il problema della scarsezza delle risorse soltanto redistribuendo la ricchezza che abbiamo già prodotto. Marx diceva che la rivoluzione era necessaria per mettere fine all’alienazione e alla scarsezza. Ma questo è troppo difficile: siamo tutti borghesi socialisti, adesso. Nietzsche pure è troppo difficile da sostenere: diceva che la sofferenza è parte sostanziale dell’esistenza, ma nell’èra del grande sfinimento la sofferenza invece è contro la vita e bisogna sradicarla”. Quando si è esausti, si deve edulcorare la realtà, sfruttarla a proprio vantaggio, certo non rivoluzionarla, ma nemmeno troppo cambiarla.

Anche le parole che utilizziamo nel tempo della stanchezza sono diverse dal passato: i cittadini sono diventati “the folks” (termine usatissimo da Obama), e gli alleati non sono più alleati, nella politica internazionale: sono “partner”. Le alleanze presuppongono un mondo pericoloso nel quale la guerra inevitabilmente accadrà, anche se non sappiamo quando: si formano alleanze per difendersi o per difendere altri paesi. “Le alleanze – scrive Mitchell – indicano che il sangue e il patrimonio di un paese saranno sacrificati in nome di interessi altrui, richiedono una dimostrazione costante di buona volontà, di trattamenti preferenziali, e di continue prove del fatto che se un problema ci sarà, l’alleanza sarà pronta a farsi valere”. Ma oggi le guerre si evitano a ogni costo, cosa in sé non deprecabile, naturalmente, ma si sa che quando si toglie dal tavolo l’opzione dello scontro non si può che abituarsi ai compromessi. Siamo arrivati al punto di non rispettare linee rosse autoimposte (sono linee rosse che hanno cucito insieme il nostro mondo, dovrebbero valere e basta, anche se qualcuno non le ricorda), e quindi le alleanze diventano partnership. Il legame è più lasco: ci sono per te, ma non sempre e ad alcune condizioni.

In medio oriente la metamorfosi è evidente. Archiviato l’asse del male, considerato dall’opinione pubblica come il più grande errore commesso dalla leadership americana negli anni Duemila, le partnership sono diventate più fluide: sempre per restare in ambito matrimoniale, è il concetto di “coppia aperta”. Così gli americani collaborano di fatto con gli iraniani a terra in Iraq ma chiedono al principale alleato dell’Iran nella regione, il rais siriano Bashar el Assad, di lasciare il palazzo di Damasco. E allo stesso tempo gli americani collaborano in Yemen con i sauditi che combattono contro un’alleanza di ispirazione iraniana.

Nell’epoca dello sfinimento, non ci sono né grandi amori né grandi odi, così non soltanto le alleanze sono obsolete: lo sono anche i nemici. “Quando non ci sono nemici – scrive Mitchell – non c’è bisogno di incoraggiare i dissidenti nei regimi che hanno esplicitamente dichiarato noi come nostri nemici”. Noi non abbiamo nemici, ma siamo i nemici – dichiarati, esplicitati, chiarissimi: ce lo dicono appena possono che vorrebbero ucciderci tutti – per quegli “outsider” che stanno usurpando il nostro centro gravitazionale. Ma senza nemici, non esiste nemmeno la politica internazionale – è per questo che Obama non ha avuto bisogno di elaborare una dottrina per il mondo e si è accontentato di fare del buon senso il suo faro. “Don’t do stupid shit”, disse nel 2014 durante un viaggio in Asia dopo aver parlato a lungo con i giornalisti e rispondendo alla sua stessa domanda: “Allora, che cos’è la mia politica estera?”. Come ha scritto su Foreign Policy David Rothkopf, siamo passati dall’audacia della speranza, dal cambiamento ottimista di “yes we can”, ai reset e ai pivot – il reset con la Russia non è andato benissimo, il pivot con l’Asia forse peggio – e infine al manuale del “non infilare le dita nelle prese elettriche”.

Non c’è nulla di più sfinente del pragmatismo cinico di cui ha dato prova l’America di Obama. Gli esperti producono tabelle e dati di ogni genere per dimostrare quando e come arriverà il gran sorpasso della leadership americana, prevedibilmente da parte della Cina, ma se l’influenza culturale americana nel mondo è e sarà difficile da soppiantare (qui non si è declinisti per nulla), di certo l’assenza di un centro gravitazionale univoco e riconoscibile ha generato grande confusione. Quando si è stanchi, perché si devono portare fardelli così opprimenti come l’ordine mondiale? “Nell’èra dello sfinimento – scrive Mitchell – il compito di plasmare le priorità globali che era stato dei britannici prima e degli americani poi non deve più ricadere su nessuno: il presupposto è che la storia in sé cada dalla parte della pace; che gli alleati e i nemici sono categorie antiquate; che il peso della leadership può essere condiviso o preferibilmente schivato; e che una mano tesa e una dichiarazione di scuse da parte dell’America possano dare quella spintarella che la storia ha bisogno per arrivare alla pace mondiale”.

Il paradosso finale, secondo Mitchell, è questo: nel mondo liberale, la libertà “che ci ha portato nella direzione sbagliata e che costituisce un peso troppo grande da sopportare” finisce per essere ripudiata. Negli affari internazionali, il fine politico è di agire in nome della “necessità planetaria” che è evitare il cambiamento climatico catastrofico; negli affari interni, è quello di muoversi restando ancorati alle categorie identitarie. Così i siriani in fuga dal regime e dalla furia jihadista arrivano nella nostra Europa gridando libertà, ringraziandoci perché esistiamo, perché siamo fatti come siamo fatti, ci ricordano che il centro gravitazionale del sistema mondo siamo sempre noi. Ma noi siamo esausti, e non li guardiamo neppure.

domenica 26 luglio 2015

La bellezza dell'istante

Abitudini e mercato spingono a bruciare esperienze in un momento, contraddicendo 
la tradizione occidentale devota a ciò che dura. Ma arrendersi all’attimo è anche giusto.

«Scheggia di tempo grande gemma». E ancora: «Ogni istante vale una gemma inestimabile». Sono i consigli che un insegnante di zen che si chiamava Takuan scrisse a un gran signore che si annoiava. Si trovano in uno di quei rarissimi libri che in poche decine di pagine racchiudono, si può dire, tutto quello che c’è da sapere: le 101 storie zen, raccolte nel 1957 da Nyogen Senzaki e Paul Reps. Un vero vangelo del transitorio e dell’impermanente. È una sapienza antichissima che si traduce in racconti leggiadri, rapidissimi, illuminanti. Ma perché sia davvero una sapienza, poco importa che sia antichissima. E ancora di meno conta il fatto che venga studiata, appresa come una delle tante astrazioni dell’intelligenza. Al limite, si potrà anche ignorare il concetto di «zen», che è solo una parola come un’altra. L’essenziale è che qualcuno, questa sapienza, la sperimenti effettivamente, la viva in prima persona.

Più che trasmettere un’informazione, allora, un bravo maestro come Takuan intende scuotere l’uomo importante che si è rivolto a lui, costretto a starsene ore e ore impettito a ricevere l’omaggio dei suoi sottoposti, mentre i giorni gli sembrano sempre più lunghi, intollerabilmente. Le complicazioni dell’etichetta giapponese hanno finito per traviare il suo spirito, e il maestro deve tentare di risvegliarlo da una cattiva illusione.

La verità, ricorda Takuan al potente signore, è che il tempo è prezioso, è come una gemma inestimabile, e non è mai più lungo di quello che deve essere. Il segreto del suo valore sta proprio nel dileguarsi senza lasciare tracce. La nostra vita consiste di giorni, possiamo dire che vivendo non facciamo altro che passare da un giorno all’altro, ognuno ancora più effimero di una bolla di sapone. Se ci fosse il modo di conservarlo nel ghiaccio, un giorno, o di metterlo in una cassaforte, non sarebbe così inestimabile. «Scheggia di tempo grande gemma».

Ma queste storie orientali, pur così cristalline, hanno sempre bisogno di essere intese per il verso giusto, che non sempre è quello più evidente. Se Takuan si fosse limitato a insegnare al suo annoiato discepolo qualcosa in merito alla natura volatile del tempo, non avrebbe realizzato nulla di utile. Un passo oltre la conoscenza, c’è la possibilità di guarire. Non basta prendere atto che ogni «scheggia di tempo» va considerata in sé, e che è preziosa perché è volatile e volatile perché è preziosa. Se questa conoscenza è importante, significa che serve a correggere una stortura che non è nel mondo, ma nel soggetto che lo percepisce. Perché la nostra noia, o la nostra inquietudine, dipendono da un fatto che non riusciamo ad assomigliare al tempo.

L’illusione di continuità che governa il nostro io ci impedisce il godimento dell’attimo, della «gemma preziosa». Di qui la noia e anche l’angoscia, le sorelle gemelle che il nostro smarrimento non si stanca mai di generare. E il bello è che, per la mente occidentale, la malattia si è trasformata in un motivo di orgoglio. La stabilità e la coerenza del carattere e delle sue reazioni sono considerati degni di rispetto, mentre ogni condizione puramente temporanea dell’identità è relegata nella sfera dell’incidentale e del capriccio. Non solo, ma tutte le religioni che prevedono una retribuzione nell’aldilà di colpe e meriti accumulati in vita, ci condannano ad essere noi stessi anche oltre i confini della morte, che invece dovrebbe liberarci una buona volta da tutti i fardelli.

E anche la cultura laica raramente si è svincolata dall’idea che la durata dell’identità e la lunghezza dei suoi processi siano una garanzia e quasi una patente di nobiltà. Come se fosse possibile dimostrare che ciò che avviene di veramente importante dentro di noi abbia bisogno di un tempo lungo e della tenacia con la quale ci aggrappiamo a un’idea fissa di chi siamo. Basta che citiamo un concetto come l’«elaborazione del lutto» di Freud e immediatamente siamo indotti a pensare che un evento psicologico così importante necessiti di anni per avverarsi in tutto il suo significato. La svalutazione morale del temporaneo e della brevità, insomma, ha radici teologiche capaci di attecchire anche in un mondo secolarizzato.

Illuminante, a questo proposito, è l’orrore degli osservatori bianchi di una volta, missionari e viaggiatori, di fronte a certe caratteristiche psicologiche e comportamenti di civiltà indigene considerate «primitive». In I letterati e lo sciamano, la sua fondamentale ricerca sull’immagine dell’indiano nella letteratura americana, Elémire Zolla si sofferma sulle pagine di uno di questi osservatori, indignato di fronte alla «celerità dei trapassi» nei sentimenti dei pellerossa, che nel giro di pochi minuti possono variare dal dolore per la morte di un amico al desiderio di vendetta e alla gioia della festa. Nella prospettiva dei coloni puritani, questa arrendevolezza all’attimo è un segno palese dell’inferiorità morale dei nativi. Come spiega benissimo Zolla, l’indiano rifiuta la nostra «solidificata, organizzabile, sfruttabile coerenza del tempo, che egli vuole anzi mantenere discontinuo affinché resti al diapason d’intensità».

Non esiste un motivo al mondo per attribuire una maggiore dignità a cambiamenti di umore più lenti. Eppure, se ci pensiamo bene, l’errore di valutazione di quei vecchi esploratori dell’America sopravvive, magari senza connotazioni razziste, nel nostro senso comune. Di una persona che si riprende da un dolore troppo presto, tendiamo fatalmente a pensare che sia stata superficiale, che il suo non era un vero dolore. E se non si gode a lungo una buona notizia, o una fortuna insperata, ecco che sentenziamo: «Non se la meritava».

Nel dibattito politico o culturale, aver pensato una cosa già da venti o cinquant’anni, averla pensata prima di tutti, è un motivo di orgoglio e di propaganda. È molto più raro il timore che l’eccessiva fissità di un’opinione possa essere un indizio di stupidità: eppure l’esperienza dovrebbe suggerirci il contrario. Di una figura d’uomo ammirevole diciamo che, dalla nascita alla morte, «è stato sempre lo stesso». E in modo analogo, l’unico amore davvero importante è quello che si dichiara eterno. Sulle confezioni dei biscotti o dei liquori, leggiamo spesso che quel prodotto è buono perché lo fanno così dal 1880. E ci crediamo volentieri. Ma questi riflessi condizionati del pensiero e della morale sono fondati su convinzioni del tutto arbitrarie. La realtà è che ogni forma di discontinuità corrisponde a un’esigenza vitale insopprimibile, e non c’è senso di colpa ereditario che possa impedirci di ammettere che quei pellerossa, che tanto scandalo seminavano per il carattere temporaneo dei loro stati d’animo, in realtà vivevano pienamente la loro vita, e forse dovremmo sforzarci di imitarli.

Tra l’altro, non è strettamente obbligatorio andare a scuola dai maestri zen o dai nativi americani. Nella nostra cultura non mancano certo, a saperli ascoltare, i maestri di saggezza. Sono individui bizzarri e solitari, capaci di aprire una breccia nel muro delle abitudini. Prendiamo Stendhal, che fu forse l’uomo più libero del suo tempo devoto e conformista. Stendhal è molto importante quando si ragiona su queste cose, non fosse altro perché quello che gli scandalizzati missionari puritani vedevano nei nativi americani, lui lo riconosce come l’elemento essenziale...del carattere italiano. Ma per l’inimitabile «reporter» che ha scrittoRoma, Napoli e Firenze, il giudizio cambia radicalmente di segno, sconfinando nell’aperta ammirazione.

Solo l’uomo del Nord, osserva Stendhal, ha bisogno della triste rassicurazione di essere coerente con se stesso. Gli si oppongono gli italiani e, ovviamente, le meravigliose italiane. Un tipo umano che si potrà definire, senza mezzi termini, «schiavo della sensazione del momento». Un istinto così radicato, osserva Stendhal, che gli italiani non hanno nemmeno tanto bisogno di cercare nei romanzi i modelli da imitare: la loro vita è il loro romanzo, diverso da ogni altro.

Ma l’intuizione più geniale dell’autore della Certosa di Parma, stupendo e scandaloso poema dell’incostanza, è che, lungi dall’essere un difetto, la volontaria sottomissione al presente dell’italiano è la radice della «forza del carattere» che lo distingue tra gli altri popoli. Si ricorderà di questa formidabile antropologia Friedrich Nietzsche, che amava con lo stesso trasporto sia l’Italia che Stendhal, e che dedicò uno dei frammenti della Gaia scienza proprio alle Abitudini brevi. Se qualcosa gli piace, confessa il filosofo, è sempre disposto a credere che questo piacere sia eterno. Ma arriva il momento in cui «il nuovo aspetta alla porta», e senza generare il minimo imbarazzo, quell’illusione di eternità si dissolve. Così gli accade «con cibi, pensieri, persone, città, poesie, musiche, teorie, ordini del giorno, stili di vita», neanche evocasse le limited edition di oggi.

È una vera e utilissima lezione di vita, questa pagina della Gaia scienza: sembra la confessione di un uomo vano, è invece la professione di fede nel temporaneo del più saggio di tutti gli uomini: il professore tedesco che sa comportarsi come un pellerossa o un italiano di Stendhal. Senza peraltro dimenticarsi di aggiungere che la brevità delle abitudini non significa vivere in una «continua improvvisazione»: che per il filosofo non sarebbe la libertà totale, ma «un esilio» e una «Siberia».


venerdì 5 giugno 2015

La fortuna ? E' una questione di allenamento

"Faber est suae quisque fortunae" diceva Appio Claudio, "Ciascuno è artefice della propria sorte".Questa frase chiarisce bene il concetto che la fortuna o la sfortuna come entità paranormali non esistono, ma sono le nostre decisioni, le nostre scelte, che stabiliscono la nostra sorte o fortuna se si preferisce chiamarla così.
Esseri fortunati non è una casualità, ma una questione di preparazione mentale e materiale. L'opportunità capita a tutti se si è lavorato bene prima. Per molte persone però la sfortuna è una giustificazione che permette loro di non cambiare mai. Se non si modifica l'atteggiamento difficilmente ci si sentirà mai fortunati.
E' bene ricordare sempre alcune cose. Prima di tutto generalmente le persone non hanno la corretta percezione di tutte le volte in cui sono state "fortunate” perché il cervello tende a valorizzare negativamente molto di più un singolo evento sfortunato. In più un evento fortunato è assunto spesso come un fatto dovuto e lo si banalizza. Poi non c'è mai la possibilità di avere una controprova, a volte un fatto che riteniamo sul momento sfortunato ci apre nuove opportunità che forse non sarebbero arrivate in diverse condizioni. Inoltre normalmente la propria esistenza viene giudicata fortunata o meno in funzione di ciò che ottengono e possono fare gli altri, difficilmente ci si focalizza su se stessi facendo una seria autoanalisi. 
Come si fa a diventare fortunati ? Certamente cambiando atteggiamento. Abbandonando il pensiero negativo attraverso la comprensione dei motivi che ci inducono ad avere questi pensieri. Non è semplice, ma è importante lavorarci. Qualsiasi cammino si intraprenda non è possibile pensare che sia sempre tranquillo senza intoppi, avversità o problemi. Non giova pensare che agli altri vada tutto sempre bene, perché non è così. Ci sono persone che hanno avuto momenti di sorte favorevole, ma hanno compiuto errori o fatto scelte sbagliate e la "fortuna" se n'è andata. Non è stata colpa della "sfortuna". La responsabilità è sempre vostra alla fine.
Prepararsi, concentrarsi, migliorare, muoversi, frequentare, essere empatici, sono le parole che contengono la soluzione per essere fortunati. L'opportunità può esserci in ogni momento di una giornata, quando uno meno se lo aspetta. Bisogna arrivarci sempre preparati per coglierla e, soprattutto, mantenerla.
In ultimo: imparate a mantenere un approccio positivo alla vita, è contagioso anche per chi vi sta davanti. A volte la fortuna va aiutata...

martedì 17 marzo 2015

15 cose che le persone felici fanno in maniera diversa

Alla luce di quello che ho imparato negli anni ho scritto una lista delle 15 cose che credo che le persone felici facciano diversamente da quelle che non lo sono. La buona notizia è che queste qualità non sono innate, ma si possono imparare.
1. Le persone felici sono consapevoli dei propri valori e impostano la propria vita di conseguenza.
Le persone felici sanno esattamente cosa le rende felici e cosa non le rende felici - e strutturano le proprie vite in modo da massimizzare il tempo che impiegano a fare cose che li rende felici e ridurre al minimo il tempo impiegato a fare cose che non li rende felici.
2. Le persone felici imparano dai propri errori e dalle difficoltà.
Tutti commettono degli errori - sul lavoro, in amore, economici, e in ogni altro aspetto della vita. Ma le persone felici si assicurano di imparare dai propri errori e dalle difficoltà così da non ripetere gli stessi sbagli mai più.
3. Le persone felici non badano a quello che gli altri pensano di loro.
Non importa quello che fai, ci sarà sempre qualcuno che non ti apprezza, ti giudica o ti critica. Le persone felici lo capiscono e sanno che preoccuparsene significa sprecare energie preziose che potrebbero essere impiegate altrimenti.
4. Le persone felici sono grate per quello che hanno.
Me ne sono accorto facendo il volontario in una scuola in Perù, in un orfanotrofio in Cambogia e in uno slum in India. La maggior parte delle persone che ho incontrato erano felici, amichevoli - perché si concentravano e sapevano essere grate per quello che avevano invece di sprecare le loro energie a piangersi addosso per quello che non avevano.
5. Le persone felici non provano ad accontentare tutti.
È un obiettivo impossibile, perciò le persone felici non si stressano troppo nel cercare di raggiungerlo.
6. Le persone felici non si preoccupano delle cose che sono al di fuori del proprio controllo.
Preoccuparsi è una cosa naturale, ma una volta che si impara a non stressarsi per le cose che non dipendono da noi si libera un sacco di energia positiva.
7. Le persone felici sanno come liberarsi dalla rabbia.
Come dice un detto, tenersi dentro la rabbia è come bere del veleno e aspettarsi che muoia qualcun altro. Gli unici a farsi del male siamo noi.
8. Le persone felici sanno di non essere il centro dell'universo.
E di conseguenza capiscono che il modo in cui alcune persone si comportano potrebbe anche non dipendere da loro - quindi non se la prendono troppo.
9. Le persone felici non fanno le vittime.
A tutti capitano delle cose brutte, ma le persone felici sanno capire che piangersi addosso non li porta da nessuna parte. Quindi affrontano le brutte cose, le risolvono e ripartono da lì, invece di restare con le mani in mano a fare del vittimismo.
10. Le persone felici si circondano di persone positive.
Siamo tutti in qualche modo influenzati dalle persone che abbiamo intorno. Se ci circondiamo di persone positive e stimolanti, finiamo noi stessi per sentirci più positivi ed ispirati. Al contrario, se ci circondiamo di persone negative e cupe anche noi tenderemo a sentirci così.
11. Le persone felici hanno uno stile di vita sano.
La maggior parte delle persone felici mangiano bene, dormono bene e fanno spesso esercizio fisico. È quasi una legge di natura.
12. Le persone felici non sono così ossessionate dal guadagno da dimenticarsi di vivere.
Guadagnare è importante, ma non si dovrebbe spendere tutte le proprie energie per riempire il conto in banca, dimenticando poi di divertirsi.
13. Le persone felici non rimuginano sul passato.
A tutti capitano delle cose spiacevoli nella vita, ma rimuginare sul passato è un modo di distruggere il futuro. Meglio accettarlo, imparare dalle cose trascorse e ripartire da lì.
14. Le persone felici non perdono tempo a confrontarsi con le altre persone.
La vita non è una competizione. Non ha senso guardare sempre a quello che fanno gli altri, perché non ci riguarda in alcun modo.
15. Le persone felici sono propositive.
Le persone felici non credono che il mondo gli debba qualcosa. Di conseguenza sono propositive e sanno di dovere lavorare per ottenere quello che vogliono dalla vita.
Danny Baker Author, life coach, mental health advocatehttp://www.huffingtonpost.it/danny-baker/15-cose-persone-felici-fanno-diversa_b_5919178.html?ref=fbph&ncid=fcbklnkithpmg00000001

sabato 6 settembre 2014

MAI VOLTARSI INDIETRO Mai guardarci indietro. Pensare sempre...





MAI VOLTARSI INDIETRO


Mai guardarci indietro.

Pensare sempre che c’è talmente tanto da fare e che ci aspetta, che non ha alcun senso soffermarci su quello che sarebbe potuto essere.


Non è la storia quella, non cambia nulla. Si deve guardare solo avanti una volta presa la decisone o una strada.

Non bisogna concentrarsi mai troppo sui propri errori, non più del necessario per capirli e trarre un utile insegnamento per il futuro che ci attende.


Arricchirci con queste informazioni ci sarà utile per applicare queste lezioni della vita ai problemi che dovremo affrontare giorno per giorno, da quel momento in poi.


In una successione, in una progressione dinamica di crescita che deve stimolare la nostra attenzione per evitare nuovi errori mentre si agisce e individuare - il più possibile - quelli che, inevitabilmente si pareranno davanti alla strada che si sta percorrendo.


Colui che si volge a guardare il suo passato, non merita di avere futuro avanti a sè (Oscar Wilde).




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martedì 26 agosto 2014

I momenti di crisi. Non pretendiamo che le cose cambino, se...




I momenti di crisi

Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e nazioni, perché la crisi porta progressi.

La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. È dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.

Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.

Chi attribuisce alla crisi i propri insuccessi e disagi, inibisce il proprio talento e ha più rispetto dei problemi che delle soluzioni.

La vera crisi è la crisi dell’incompetenza.

La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d’uscita.

Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia.

Senza crisi non ci sono meriti.

È dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno, poiché senza crisi ogni vento è una carezza.

Parlare della crisi significa promuoverla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece di ciò dobbiamo lavorare duro. Terminiamo definitivamente con l’unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein


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venerdì 20 giugno 2014

Buone regole per la vita professione



Buone regole per la vita professione

Dedicare ogni giorno del tempo all’analisi e alla riflessione.

Ritirarsi ogni tanto “sulla montagna” per periodi di intensa meditazione.

Aprirsi al cambiamento: di se stessi e del mondo che ci circonda.

Sensibilità ed empatia nel cogliere le storie e gli avvenimenti, flessibilità nel presentare i propri temi essenziali.

Profonda dedizione al lavoro e alla causa con modestia a dispetto del ruolo.

Mantenere un coerente understatement al di là delle evoluzioni che la vita, e il benessere, ti possono portare.

Dare sempre importanza al duro lavoro e al senso di responsabilità.

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mercoledì 11 giugno 2014

Non stancatevi mai di apprendere



Non stancatevi mai di apprendere

Nella vita mi sono convinto che è basilare non stancarsi mai di apprendere.

Imparare da tutti: dai clienti, dai fornitori, dalla concorrenza, dagli amici, dalle testimonianze che puoi leggere o apprendere in prima persona. Dall’esperienza che cresce, e fa crescere, giorno dopo giorno.

Ho capito che si impara facendo, si impara da ciò che funziona, ma molto anche da ciò che non funziona. E imparando capisci. I tuoi punti deboli, le tue mancanze, ma anche le tue virtù, la tua forza, ciò che ti viene meglio. Questo è utile per te stesso, per essere soddisfatto e sentirti sempre a tuo agio nelle diverse situazioni.

Lessi tempo fa che Pascal disse “E’ molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa”.

Ho fatto mio questo aforisma, perchè mi rappresenta totalmente.

Fin da ragazzo è stata passione nell’apprendere tutto quel che si poteva. Non sono ancora stanco. Percorro ancora oggi questa via infinita della conoscenza che ti leviga dentro l’anima.

Non smettete mai di essere desiderosi di apprendere e di leggere, il giorno che lo farete, non importa l’età anagrafica, sarete diventati vecchi.P

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Accettarsi. Anche quando si commettono errori. La vera partita...





Accettarsi. Anche quando si commettono errori.

La vera partita nella vita è sapere che noi non siamo i nostri pensieri. Quando, ad esempio, arriva un fallimento nel lavoro o negli affari, spesso non accettiamo che le cose siano andate in questo modo. Pensiamo che ciò che è accaduto non è il nostro vero destino, che dovevamo certamente vincere.

Invece non dovremmo pensare a questo, ma accettare ciò che accade. Accettare e accettarsi quando si sbaglia, senza rimproveri, meditando si, ma senza punirsi, è il primo passo verso la propria autoguarigione e verso la gioia di vivere.

E sia quel che sia. Accettare che le cose vadano come vanno aiuta a vivere più sereno. Non occorre accusarsi di tutte le cose che accadono perchè c’è una legge universale che guida il “tutto”, e mentre lo fa compie una grande opera.

Normalmente a ciascuno viene pagato quanto gli è stato promesso. Il Destino fa la sua strada e non aggiunge e non toglie nulla di quanto ha promesso.


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lunedì 9 giugno 2014

Segui la tua strada





Segui la tua strada


Il tempo che hai a disposizione è limitato, dunque non sprecarlo vivendo la vita di qualcun altro.

Non lasciare che il rumore delle opinioni altrui copra la tua voce interiore.

E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore il tuo intuito.


Steve Jobs




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martedì 20 maggio 2014

L'altra guerra dei trent'anni - La Grande Guerra 1914-1918

Il primo conflitto mondiale segnò la caduta di quattro imperi, rinnovò la tecnologia, moltipilcò i fronti. E finì nel '45, non nel '18.

Per molti anni, dopo la fine della Grande guerra, il tema centrale dell’immensa letteratura storica apparsa sul conflitto fu quello delle responsabilità. In una prima fase quasi tutti gli storici furono patriottici e giustificarono il proprio Paese, cercando altrove il capro espiatorio. Qualcuno dette la colpa all’impero asburgico, ossessionato dall’incubo del proprio declino. Altri dettero la colpa a Guglielmo II, imperatore di Germania; altri al revanscismo francese; altri ancora all’opacità e alle titubanze della diplomazia britannica. In una seconda fase gli storici divennero revisionisti e non esitarono a sottolineare le responsabilità del proprio Paese, come lo storico tedesco Fritz Fischer in un libro intitolato Assalto al potere mondiale, pubblicato da Einaudi nel 1965, sulle ambizioni egemoniche del Secondo Reich. Più recentemente la tesi prevalente mi è parsa essere quella di un diffuso sonno della ragione che, come nei Sonnambuli di Christopher Clark, pubblicato recentemente da Laterza, avrebbe reso tutti i Paesi corresponsabili di un’«inutile strage».

Per quasi un secolo, quindi, la storia della Grande guerra è una «storia della colpa». Molti studiosi, con maggiore o minore distacco, hanno continuato a descrivere le diverse politiche nazionali prima del conflitto; e il libro di Luigi Albertini sulle Origini della guerra del 1914, nuovamente pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana nel 2010, resta una delle opere migliori. Ma al centro di ogni studio vi era il problema della responsabilità. La Schuldfrage, come fu chiamata in Germania, fu la guerra fredda fra opposte verità che venne combattuta in Europa nel lungo intervallo fra due conflitti mondiali.

Il tema della colpa era collegato alla durata del conflitto e alle sue disastrose conseguenze politiche. Una guerra più breve, nello stile di quelle che erano state combattute dagli Stati europei dopo la guerra dei Trent’anni (1618-1648), non avrebbe provocato il crollo di quattro imperi — austro-ungarico, tedesco, russo e ottomano —, una dozzina di rivoluzioni e la catastrofe demografica che colpì la generazione dei combattenti. Vi sarebbero stati mutamenti territoriali e altre guerre, ma dopo più o meno lunghi intervalli di pace. È il problema della durata quindi che occorre oggi approfondire. Perché la guerra del 1914 fu così diversa da quelle che l’avevano preceduta?

La prima ragione concerne gli effetti dei conflitti sulla stabilità degli Stati. Nel 1859 e nel 1866 l’Austria-Ungheria aveva perduto due guerre: la prima contro la Francia e il regno di Sardegna nel 1859, la seconda contro la Prussia e i suoi alleati tedeschi nel 1866. Ma la sconfitta non aveva impedito a Francesco Giuseppe di conservare il trono. La guerra franco-prussiana del 1870, invece, aveva provocato l’abdicazione di Napoleone III, la Comune e l’avvento della Terza Repubblica. Luigi Napoleone era un sovrano plebiscitario, creato dal colpo di Stato del 2 dicembre 1851 e dal voto popolare del 21 dicembre. La corona gli era stata data dai francesi e dagli stessi francesi poteva essergli tolta. Ma neppure le grandi dinastie potevano dormire sonni tranquilli. La Comune aveva rivelato l’esistenza in Europa di una sinistra rivoluzionaria, pronta ad approfittare della sconfitta per tentare la conquista del potere. Nel 1914 tutti i sovrani europei sapevano quindi che i loro troni potevano essere perduti. Fra i motivi della guerra vi era stata anche la speranza che il conflitto avrebbe compattato le loro società nazionali contro il pericolo anarchico e socialista. Ma una guerra perduta, o conclusa mediocremente con un compromesso insoddisfacente, li avrebbe esposti al rischio di una rivoluzione.

La seconda ragione della guerra lunga fu la pluralità dei conflitti. Non vi fu un solo conflitto tra coalizioni che avevano obiettivi comuni. Vi furono almeno cinque guerre: quella franco-tedesca per la supremazia nel continente europeo, quella anglo-tedesca per il governo degli oceani, quella austro-russa per la supremazia nei Balcani, quella italo-austriaca per la supremazia nell’Adriatico e quella russo-turca per il controllo degli Stretti; per non parlare di quella che fu contemporaneamente combattuta dal Giappone per la creazione di un impero nipponico dell’Asia orientale. Nelle guerre tradizionali le regole del gioco volevano che si combattesse finché i danni subiti erano tollerabili e la speranza di un vantaggio compensava il timore di nuove perdite. Non appena la speranza della vittoria impallidiva, lo Stato che avrebbe corso rischi maggiori usciva dal gioco e cominciava a negoziare la pace. Avrebbe perso qualche provincia, ma il suo sovrano avrebbe conservato il trono. Durante la Grande guerra la manovra fu tentata dalla Romania e sarebbe stata forse tentata dall’Italia dopo Caporetto, ma la posta, con il passare del tempo, era diventata sempre più alta e la prospettiva di una pace separata sempre più difficilmente praticabile. Anziché essere combattuta soltanto sui campi di battaglia da militari di mestiere, la guerra era diventata «totale».

I fattori che contribuirono a renderla tale furono sociali ed economici. I mutamenti democratici del secolo precedente avevano creato società di massa in cui tutti, grazie alla coscrizione obbligatoria, potevano essere chiamati alle armi. I combattenti furono circa 65 milioni, i morti 9, i feriti 21. Gli effettivi dell’esercito russo, in particolare, ammontarono complessivamente a 12 milioni di uomini. Il costo diretto del conflitto superò i 180 miliardi di dollari, quello indiretto oltrepassò i 165 miliardi.

La rivoluzione industriale moltiplicò la potenza degli eserciti combattenti. La fanteria e la cavalleria francese andarono al fronte nella tarda estate del 1914 in giacca blu, calzoni rossi e senza elmetto. Il primo Natale di guerra fu festeggiato con una tregua e scambi di doni da una trincea all’altra. Ma nei mesi successivi tutto cambiò: le uniformi, i copricapi (i soldati ebbero in dotazione l’elmetto) e, soprattutto, le armi.

Le industrie di ogni nazione adattarono al campo di battaglia gli straordinari progressi compiuti dalla tecnologia nel secolo precedente. Furono costruiti cannoni sempre più grossi e potenti. Fu accelerato lo sviluppo dell’industria automobilistica. Furono progettati aeroplani che potevano combattere nei cieli e scaricare le loro bombe sul territorio nemico. La competizione tra la corazza e il cannone creò navi sempre più corazzate e, naturalmente, i carri armati. I sottomarini rivoluzionarono la guerra marittima, i camion rivoluzionarono la logistica della guerra e la telefonia cambiò radicalmente il sistema delle comunicazioni. L’industria chimica si mise al lavoro per creare un’arma nuova: i gas asfissianti. La celebrazione in comune di una festa religiosa divenne impossibile.

Quanto più cresceva il numero dei morti e dei feriti tanto più si allontanava paradossalmente la prospettiva di una pace negoziata. Vi furono tentativi di mettere fine al conflitto fra cui la lettera ai capi dei popoli belligeranti inviata dal Pontefice romano Benedetto XV il 1° agosto 1917, in cui la guerra fu definita una «inutile strage». Ma l’invito, nel quale vi erano generiche proposte per la soluzione di alcuni conflitti, fu considerato una molesta ingerenza della Chiesa negli affari degli Stati e non venne preso in alcuna considerazione. I 14 punti del presidente americano Woodrow Wilson, annunciati al mondo l’8 gennaio dell’anno seguente, erano molto più articolati della lettera papale, ma presupponevano la vittoria degli Alleati e non potevano essere graditi agli Imperi centrali. Fu quello il momento in cui cominciarono ad apparire nel linguaggio politico militare espressioni che avrebbero dominato il secolo: guerra a oltranza, resa senza condizioni, vittoria totale.

È particolarmente paradossale, in questo clima di duello all’ultimo sangue, che la Germania abbia firmato l’armistizio di Compiègne quando era pur sempre vincitrice all’Est, occupava ancora territori delle potenze alleate sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia, combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, a Monaco, dove il re di Baviera fu costretto ad abdicare, e infine a Berlino, dove il leader socialista Philipp Scheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica tedesca. Perdette la guerra sul fronte interno perché il Paese era affamato dal blocco continentale. Ma la teoria della colpa, elaborata dai vincitori per meglio giustificare una guerra che aveva richiesto enormi sacrifici, produsse una pace troppo duramente punitiva.

Il diktat della Galleria degli specchi nel palazzo di Versailles, dove si firmò il trattato di pace, non serviva soltanto a stroncare le ambizioni egemoniche della Germania guglielmina. Serviva anche a impedire che i francesi, i britannici e gli italiani trattassero i loro governi nelle stesso modo in cui i tedeschi avevano trattato il loro imperatore. Ma una guerra perduta senza una reale sconfitta militare e le insensate clausole economiche del trattato di pace crearono nei tedeschi il sentimento di una ingiustizia che altri uomini politici, negli anni seguenti, avrebbero usato per riaprire la partita. La guerra non terminò nel novembre del 1918. In quella data, che viene ancora immeritatamente commemorata, calò il sipario sul primo atto di una tragedia che si sarebbe conclusa soltanto nel maggio del 1945.

Sergio Romano su La Lettura del Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/debates/l’altra-guerra-dei-trent’anni/)