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martedì 8 dicembre 2015

L'età dello sfinimento

Nel momento in cui l’occidente dovrebbe essere più convinto dei suoi valori e battagliero, si sente esausto. E non vuole più portare il peso della leadership globale

“Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più in piccoli circoli di interessi futili intrattenendosi di continuo in questi, c’è il pericolo che finiscano per rimanere esclusi da quelle grandi e potenti emozioni pubbliche che turbano sì le persone, ma che le fanno anche crescere e le rinfrescano. Non posso che temere che gli uomini raggiungano un punto in cui considerano ogni nuova teoria un pericolo, ogni innovazione un guaio, ogni miglioramento sociale come un passo verso la rivoluzione, e che possano del tutto rifiutare di muoversi per la paura di non riuscire a rimanere in piedi”.
 
Alexis de Tocqueville
“Democrazia in America”, volume due

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. Ci sono un vuoto di leadership e un vuoto di significato che hanno creato l’età dello sfinimento

L’attrazione gravitazionale del sole permette ai pianeti di restare nella loro orbita: la gravità dal centro garantisce la coerenza di tutto il sistema solare. E’ così che funziona pure il nostro sistema politico e sociale, scrive sul New York Times l’editorialista conservatore David Brooks. Anzi, è così che funzionava: ora non più. “Molti dei grandi soli del nostro mondo mancano di convinzione – spiega Brooks – mentre le fazioni ai margini della società sono piene di intensità e passione. 

Così l’attrazione gravitazionale proviene dai margini, si sviluppa sfera dopo sfera. Ogni establishment centrale, indebolito dalla propria vuotezza di significato, viene fatto a pezzi dall’attrazione gravitazionale delle periferie”. E’ il disordine mondiale o, secondo la definizione dello studioso Ian Bremmer, il mondo “G-zero”: c’è un vuoto di potere nella politica internazionale creata dal declino dell’influenza occidentale e dal ripiegamento sugli interessi nazionali da parte di molti stati sviluppati. Ci siamo riempiti di G-qualcosa, ancora utilizziamo il club del G8 come un sistema di misurazione delle interazioni internazionali e non ci accorgiamo che abbiamo isolato la Russia dai consessi dell’ormai G7, salvo poi doverci accordare con Mosca su tutto, compreso lo spazio aereo siriano, per evitare quegli “spiacevoli incidenti” che farebbero crollare ogni collaborazione con l’occidente. Senza centro, emergono le periferie, o “gli outsider”, come li chiama Brooks.

Il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. C’è un vuoto di leadership, ben testimoniato da quel che accade in medio oriente e soprattutto nella crisi siriana – laddove il vuoto occidentale è stato riempito da un lato dallo Stato islamico jihadista e dalla sua conquista territoriale e dall’altro dall’alleanza anti occidentale formata dai russi, dagli iraniani e dal regime di Damasco – e c’è un vuoto di significato che ha creato quel che Joshua Mitchell ha definito, in un saggio su National Interest, la “Age of Exhaustion”, l’età dello sfinimento.

Siamo vuoti e sfiniti: sembra il racconto di un matrimonio andato male, in cui hanno vinto gli egoismi, il disinteresse, il silenzio, l’incomprensione, la partita di calcetto piuttosto che una serata in famiglia sul divano a guardare un film per ragazzi con i pop corn spiaccicati tra i cuscini. Nelle relazioni internazionali, come nei matrimoni, il vuoto non dura troppo a lungo, soprattutto quando non resta a livello superficiale, ma diventa intimo, emozionale, quasi spirituale: “L’occidente – come scrive Brooks – non ha risposto alle sfide rischiando tutto per difendere la propria visione, combattendo il fanatismo con gusto. Al contrario, ha perso fiducia nelle proprie capacità di comprensione e di azione. Percependo questa perdita di fiducia al centro, molte persone ben determinate ai margini hanno fatto un passo avanti per prendere il controllo della situazione”. Non c’è soltanto il sostanziale disimpegno – disinteresse – del presidente Barack Obama nei confronti del mondo: la maggior parte dell’establishment americano ha perso la convinzione di poter restaurare un ordine globale, e non pensa di poter giocare un ruolo da attore globale con la stessa efficacia del passato (non vale per tutti gli americani allo stesso modo: basta ascoltare il candidato repubblicano Marco Rubio, per esempio, e il piagnisteo declinista risulta un rumore di sottofondo appena fastidioso).

Brooks ricostruisce l’indebolimento spirituale dell’occidente: “Dal 2000, la visione del mondo post Guerra fredda ha subìto un colpo via l’altro. Alcuni di questi colpi ce li siamo inflitti da soli. La democrazia, soprattutto negli Stati Uniti, è diventata disfunzionale. La stupidità di massa ha portato a un collasso finanziario e ha privato il capitalismo del suo slancio morale”. Così molti hanno iniziato a rifiutare la visione democratica del capitalismo, costruita attorno “alla felicità individuale e al materialismo”, e hanno cercato nuove forme di significato nelle logiche tribali, nazionalistiche, o in altre ideologie più forti e più brutali. “Un gruppo di uomini ben istruiti ha tirato giù il World Trade Center – scrive Brooks – I fanatici sono fioccati in medio oriente per decapitare stranieri e apostati. La crescita dell’influenza cinese non ha generato un ammorbidimento, ma anzi in alcune aree ha portato a una rinnovata belligeranza nazionalistica. L’Iran è sempre devoto alla sua escatologia radicale. La Russia è guidata da un gangster dallo sguardo di ghiaccio, con una visione semi teologica del destino nazionale, che approfitta di ogni occasione per indebolire l’ordine mondiale”.

E noi? Sfiniti. Nel momento in cui dovrebbe essere ancora più forte, e convinta, la capacità occidentale di dare una forma al mondo, siamo presi dalla spossatezza. “Exhaustion” è il termine che usa Joshua Mitchell, professore di Gorgetown gran studioso di Tocqueville, per indicare la nostra epoca, il risultato della “mutazione trionfalistica” del liberalismo e della risposta antiliberale incarnata dalle politiche identitarie e nazionaliste. Dopo tanto combattere, il centro gravitazionale è esausto, e come spiega Brooks non si tratta di una stanchezza contingente, ma di una stanchezza morale.
Secondo Mitchell, anche Tocqueville aveva compreso che se la transizione a modelli sociali democratici è sempre tumultuosa, una volta che si è assestata emergono nuovi problemi: i cittadini perdono la fiducia nella libertà e non combattono più per difenderla. Se vale la metafora del matrimonio: è il momento in cui dai tutto per scontato. “Il grande sfinimento” si presenta sotto molte forme. Nelle nostre scuole, si tende a dare sempre voti alti perché così i ragazzini si sentono motivati e non subiscono il trauma del fallimento – se “ci sentiamo bene con noi stessi, non è forse sufficiente? “Cercare noi stessi” – scrive Mitchell – diventa più importante che “costruire un mondo”: ci hanno già pensato le generazioni precedenti a farlo, noi ora possiamo occuparci d’altro. Non si tratta del solito conflitto generazionale per cui oggi non ci sono più “builder” visionari come nel passato perché siamo tutti troppo occupati a cercare l’inquadratura migliore per il selfie da postare su Instagram. Non si tratta nemmeno o non soltanto del ventre molle occidentale che preferisce adattarsi ai valori altrui piuttosto che difendere i propri. E’ che spesso manca la convinzione. Un altro esempio: nei giochi dei bambini, tutti prendono un premio. “La grande e irrisolvibile tensione interna alla democrazia – tra l’uguaglianza permanente cui ambisce la democrazia e le ineguaglianze transitorie del successo o del fallimento che permettono al mercato di migliorare – è stata risolta a favore dell’uguaglianza”: tutti prendono un premio perché così nessuno si sente ferito, o inferiore, o fallito.

Mitchell scrive che “abbiamo risolto il problema della scarsezza delle risorse soltanto redistribuendo la ricchezza che abbiamo già prodotto. Marx diceva che la rivoluzione era necessaria per mettere fine all’alienazione e alla scarsezza. Ma questo è troppo difficile: siamo tutti borghesi socialisti, adesso. Nietzsche pure è troppo difficile da sostenere: diceva che la sofferenza è parte sostanziale dell’esistenza, ma nell’èra del grande sfinimento la sofferenza invece è contro la vita e bisogna sradicarla”. Quando si è esausti, si deve edulcorare la realtà, sfruttarla a proprio vantaggio, certo non rivoluzionarla, ma nemmeno troppo cambiarla.

Anche le parole che utilizziamo nel tempo della stanchezza sono diverse dal passato: i cittadini sono diventati “the folks” (termine usatissimo da Obama), e gli alleati non sono più alleati, nella politica internazionale: sono “partner”. Le alleanze presuppongono un mondo pericoloso nel quale la guerra inevitabilmente accadrà, anche se non sappiamo quando: si formano alleanze per difendersi o per difendere altri paesi. “Le alleanze – scrive Mitchell – indicano che il sangue e il patrimonio di un paese saranno sacrificati in nome di interessi altrui, richiedono una dimostrazione costante di buona volontà, di trattamenti preferenziali, e di continue prove del fatto che se un problema ci sarà, l’alleanza sarà pronta a farsi valere”. Ma oggi le guerre si evitano a ogni costo, cosa in sé non deprecabile, naturalmente, ma si sa che quando si toglie dal tavolo l’opzione dello scontro non si può che abituarsi ai compromessi. Siamo arrivati al punto di non rispettare linee rosse autoimposte (sono linee rosse che hanno cucito insieme il nostro mondo, dovrebbero valere e basta, anche se qualcuno non le ricorda), e quindi le alleanze diventano partnership. Il legame è più lasco: ci sono per te, ma non sempre e ad alcune condizioni.

In medio oriente la metamorfosi è evidente. Archiviato l’asse del male, considerato dall’opinione pubblica come il più grande errore commesso dalla leadership americana negli anni Duemila, le partnership sono diventate più fluide: sempre per restare in ambito matrimoniale, è il concetto di “coppia aperta”. Così gli americani collaborano di fatto con gli iraniani a terra in Iraq ma chiedono al principale alleato dell’Iran nella regione, il rais siriano Bashar el Assad, di lasciare il palazzo di Damasco. E allo stesso tempo gli americani collaborano in Yemen con i sauditi che combattono contro un’alleanza di ispirazione iraniana.

Nell’epoca dello sfinimento, non ci sono né grandi amori né grandi odi, così non soltanto le alleanze sono obsolete: lo sono anche i nemici. “Quando non ci sono nemici – scrive Mitchell – non c’è bisogno di incoraggiare i dissidenti nei regimi che hanno esplicitamente dichiarato noi come nostri nemici”. Noi non abbiamo nemici, ma siamo i nemici – dichiarati, esplicitati, chiarissimi: ce lo dicono appena possono che vorrebbero ucciderci tutti – per quegli “outsider” che stanno usurpando il nostro centro gravitazionale. Ma senza nemici, non esiste nemmeno la politica internazionale – è per questo che Obama non ha avuto bisogno di elaborare una dottrina per il mondo e si è accontentato di fare del buon senso il suo faro. “Don’t do stupid shit”, disse nel 2014 durante un viaggio in Asia dopo aver parlato a lungo con i giornalisti e rispondendo alla sua stessa domanda: “Allora, che cos’è la mia politica estera?”. Come ha scritto su Foreign Policy David Rothkopf, siamo passati dall’audacia della speranza, dal cambiamento ottimista di “yes we can”, ai reset e ai pivot – il reset con la Russia non è andato benissimo, il pivot con l’Asia forse peggio – e infine al manuale del “non infilare le dita nelle prese elettriche”.
 Non c’è nulla di più sfinente del pragmatismo cinico di cui ha dato prova l’America di Obama. Gli esperti producono tabelle e dati di ogni genere per dimostrare quando e come arriverà il gran sorpasso della leadership americana, prevedibilmente da parte della Cina, ma se l’influenza culturale americana nel mondo è e sarà difficile da soppiantare (qui non si è declinisti per nulla), di certo l’assenza di un centro gravitazionale univoco e riconoscibile ha generato grande confusione. Quando si è stanchi, perché si devono portare fardelli così opprimenti come l’ordine mondiale? “Nell’èra dello sfinimento – scrive Mitchell – il compito di plasmare le priorità globali che era stato dei britannici prima e degli americani poi non deve più ricadere su nessuno: il presupposto è che la storia in sé cada dalla parte della pace; che gli alleati e i nemici sono categorie antiquate; che il peso della leadership può essere condiviso o preferibilmente schivato; e che una mano tesa e una dichiarazione di scuse da parte dell’America possano dare quella spintarella che la storia ha bisogno per arrivare alla pace mondiale”.

Il paradosso finale, secondo Mitchell, è questo: nel mondo liberale, la libertà “che ci ha portato nella direzione sbagliata e che costituisce un peso troppo grande da sopportare” finisce per essere ripudiata. Negli affari internazionali, il fine politico è di agire in nome della “necessità planetaria” che è evitare il cambiamento climatico catastrofico; negli affari interni, è quello di muoversi restando ancorati alle categorie identitarie. Così i siriani in fuga dal regime e dalla furia jihadista arrivano nella nostra Europa gridando libertà, ringraziandoci perché esistiamo, perché siamo fatti come siamo fatti, ci ricordano che il centro gravitazionale del sistema mondo siamo sempre noi. Ma noi siamo esausti, e non li guardiamo neppure.

lunedì 5 agosto 2013

Così America ed Europa dicono addio alle fabbriche

La produzione si sposta in Cina. Ma in Occidente restano le attività ad alto valore aggiunto. Per sopravvivere dobbiamo puntare sulla tecnologia.

La cartina economica del mondo sta cambiando rapidamente e radicalmente. Nuovi centri di propulsione economica stanno soppiantando i vecchi. Città che fino a qualche decennio fa non erano che minuscoli punti a stento percepibili sulle cartine si sono trasformate in floride megalopoli con migliaia di nuove aziende e milioni di nuovi posti di lavoro.  

 

In nessun luogo al mondo tale fenomeno è più evidente che nella cinese Shenzhen. Se non l’avete mai sentita nominare, prendetene nota. È uno dei centri urbani con il più rapido ritmo di crescita a livello mondiale.  

 

In trent’anni si è trasformata da piccolo villaggio di pescatori a immane metropoli di oltre 15 milioni di persone. Shenzhen ha visto crescere la propria popolazione di 300 volte; e in questo processo è diventata una delle capitali dell’industria manifatturiera del pianeta.  

 

Il suo destino fu deciso nel 1979, quando le autorità cinesi si risolsero a farne la prima «Zona Economica Speciale» del Paese. In breve tempo le aree di questo tipo cominciarono a calamitare investimenti esteri. Il flusso degli investimenti fece sorgere migliaia di nuove fabbriche che producono una parte sempre crescente dei beni di consumo dei paesi ricchi. Una porzione consistente dell’industria manifatturiera americana si è trasferita in quelle fabbriche. Mentre Detroit e Cleveland perdevano posti di lavoro e si avviavano al declino, Shenzhen prendeva quota. Oggi è disseminata di grandi stabilimenti produttivi. È al primo posto tra i centri della Cina per volume di esportazioni e vanta uno dei porti più trafficati del mondo, pieno di gru enormi, camion imponenti e container di tutti i colori, che vengono trasferiti su navi da carico pronte a salpare per la costa occidentale degli Stati Uniti o per l’Europa. Ogni anno lasciano il porto venticinque milioni di container: quasi uno al secondo. In poche settimane la merce arriva a Los Angeles, Rotterdam o Genova e viene immediatamente caricata su un camion diretto verso un centro di distribuzione Walmart, un magazzino Ikea o un Apple store. 

 

Shenzhen è il luogo dove vengono assemblati l’iPhone e l’Ipad, esempi iconici della globalizzazione. La Apple è nota per dedicare grande attenzione e risorse alla progettazione e al design. Nel caso dell’iPhone e dell’iPad, la Apple ha dedicato la stessa attenzione alla progettazione e all’ottimizzazione della catena di produzione globale. Capire come e dove si svolge la produzione di celebri smartphone e tablet è importante per capire come la nuova economia globale stia ridisegnando la localizzazione dei posti di lavoro e quali siano le sfide del futuro per i lavoratori dei Paesi occidentali.  

 

L’iPhone e iPad sono stati concepiti e progettati dagli ingegneri della Apple a Cupertino, in California. Questa è l’unica fase del processo di produzione realizzata negli Stati Uniti. Vi rientrano il design del prodotto, lo sviluppo di software e hardware, la gestione commerciale, il marketing e altre funzioni ad alto valore aggiunto. In questo stadio i costi del lavoro non rappresentano il fattore principale. Gli elementi chiave sono piuttosto la creatività e l’inventiva degli ingeneri e dei designer. I componenti elettronici dell’iPhone – sofisticati, ma non innovativi quanto il design – sono fabbricati in gran parte a Singapore e Taiwan. L’ultima fase della produzione è quella a più elevata intensità di manodopera, con gli operai che assemblano a mano le centinaia di componenti che costituiscono il telefono e lo predispongono per la distribuzione. Questo stadio, in cui il fattore essenziale è il costo del lavoro, si svolge nella periferia di Shenzhen. Lo stabilimento è uno dei più grandi al mondo e le sue dimensioni sono già in sé qualcosa di straordinario: con 400.000 dipendenti, supermercati, dormitori, campi da pallavolo e persino sale cinematografiche, più che una fabbrica sembra una città. Se comprate un iPhone online, vi viene spedito direttamente da Shenzhen. 

 

E quando raggiunge il consumatore americano il prodotto finale è stato toccato da un solo lavoratore americano: l’addetto alle consegne dell’Ups. È naturale, quindi, domandarsi che cosa resterà ai lavoratori americani (e per estensione, europei) nei prossimi decenni. L’America e l’Europa stanno entrando in una fase di irreversibile declino? La risposta, almeno per l’America, è ottimistica. Per l’Europa, un po’ meno. Nel XX secolo, la ricchezza di un Paese era in gran parte determinata dalla forza del suo settore manifatturiero. Oggi questo sta cambiano. In tutti i Paesi occidentali, l’occupazione nell’industria manifatturiera sta calando ormai da trent’anni. Come si vede dalla figura, questo trend accomuna un po’ tutte le società avanzate, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’Italia e persino la Germania. Oggi l’impiego nell’industria rappresenta più l’eccezione che la regola: in America, meno di un lavoratore su dieci lavora in fabbrica. E’ molto più probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica. Dal 1985 negli Stati Uniti l’industria manifatturiera ha perso in media 372.000 posti di lavoro all’anno.  

 

Questo declino non è solo l’effetto di fenomeni a breve termine, come le recessioni: l’industria perde posti di lavoro anche durante le fasi di espansione. Le ragioni sono due forze economiche profonde: progresso tecnologico e globalizzazione. Grazie agli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione, le fabbriche occidentali sono molto più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno manodopera. Oggi, in media, l’operaio americano fabbrica ogni anno beni per 180.000 dollari, oltre il triplo che nel 1978. Per l’economia in generale l’accresciuta produttività è un’ottima cosa, ma per le tute blu ha conseguenze negative. Pensiamo, per esempio, alla General Motors. Negli Anni 50, gli anni d’oro di Detroit, ogni operaio dell’azienda produceva una media di sette auto l’anno. Oggi ne produce 29 all’anno. Il calcolo dei posti di lavoro persi è molto semplice: per fabbricare ogni auto oggi la General Motors impiega un numero di operai quattro volte inferiore a quello del 1950. Gli operai dell’industria producono più che in passato, e di conseguenza guadagnano stipendi più alti, ma sono numericamente ridotti. 

 

La seconda forza che sta decimando l’occupazione manifatturiera dei paesi occidentali è la globalizzazione. Le produzioni più tradizionali sono state le prime a essere delocalizzate. L’industria tessile è l’esempio più ovvio. Provate a guardare dove sono fabbricati gli abiti che indossate. Se si tratta di capi venduti da una ditta occidentale, probabilmente sono stati prodotti da qualche terzista ubicato in Paesi come il Vietnam o il Bangladesh. I brand americani e europei godono di ottima salute, ma solo una manciata di posti di lavoro – nel design, nel marketing e nella distribuzione – sono rimasti negli Stati Uniti e in Europa.  

 

Altre parti della manifattura tradizionale hanno esattamente le stesse dinamiche. Persino la produzione di componenti elettroniche, computer e semiconduttori non è immune da questi trend. Oggi, in America, lavorano nelle fabbriche di computer meno addetti che nel 1975, quando il personal computer non era ancora stato introdotto.  

 

La ragione è che ormai fabbricare computer non è più particolarmente innovativo. L’hardware è diventata un’industria matura, quasi quanto il tessile. L’assemblaggio e la fabbricazione di molti componenti è stata trasferita in Cina o Taiwan. Il primo lotto di duecento computer Apple I fu assemblato nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak nel leggendario garage di Los Altos, nel cuore di Silicon Valley. Negli Anni 80 la Apple fabbricava la maggior parte dei suoi Mac in uno stabilimento situato poco lontano, a Fremont. Ma nel 1992 l’impianto fu chiuso e la produzione spostata, prima in aree più economiche della California orientale e del Colorado, poi in Irlanda e a Singapore. Oggi a Shenzen. È lo schema seguito da tutte le altre imprese americane. Tutti conosciamo Apple, Ibm, Dell, Sony, Hp e Toshiba. Quasi nessuno ha mai sentito parlare di Quanta, Compal, Inventec, Wistron, Asustek. Eppure il 90% dei computer portatili e dei notebook venduti con quei marchi famosi è in realtà fabbricato negli impianti di una di queste cinque aziende, a Shenzhen. 

Anche se tutte le società occidentali sono accomunate dalla contrazione strutturale del settore manifatturiero, non tutte hanno saputo reagire in maniera soddisfacente a questo declino. In questo quadro, l’economia Americana è posizionata molto meglio di molto altri paesi occidentali.  

 

A differenza della maggior parte dei Paesi Europei, e dell’Italia in particolare, negli ultimi cinquant’anni, gli Stati Uniti si sono reinventati, passando da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale sono insomma le persone: sono loro a sfornare nuove idee. Le due forze che hanno decimato le industrie manifatturiere tradizionali – la globalizzazione e il progresso tecnologico – stanno ora determinando l’espansione dei posti di lavoro nel campo dell’innovazione.  

 

La globalizzazione e il progresso tecnologico hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività.  

 

Non sorprende perciò che la parte più importante di valore aggiunto dei nuovi prodotti sia appannaggio degli innovatori. L’iPhone consta di 634 componenti. Anche se vi lavorano in centinaia di migliaia, il valore aggiunto generato a Shenzhen è molto basso, perché l’assemblaggio potrebbe essere effettuato in qualsiasi parte del mondo. La forte competizione globale limita anche il valore aggiunto dei componenti, comprese le parti elettroniche più sofisticate, come la flash memory o il retina display. La maggior parte del valore aggiunto dell’iPhone viene dall’originalità dell’idea, dalla formidabile progettazione ingegneristica e dall’elegante design. Quindi non deve stupire che, pur non producendo nessuna parte materiale del telefono, la Apple guadagni 321 dollari per ogni iPhone venduto, il 65% del totale, ben più che qualsiasi fornitore di componenti coinvolto nella fabbricazione fisica dell’apparecchio. Ciò è di notevole importanza non solo per i margini di profitto della Apple, ma soprattutto perché si traduce nella creazione di buoni posti di lavoro in America. 

Oggi è questa la parte dell’economia che crea valore aggiunto. Una parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a reclutare nuovo personale. Studi economici recenti mostrano che più un’impresa è innovativa, più alti sono i salari offerti ai dipendenti. 

 

Il settore dell’innovazione comprende l’advanced manufacturing, o industria avanzata (come quella che progetta gli iPhone o gli iPad), software e servizi Internet, le biotecnologia, l’hi-tech del settore medico, la robotica, la scienza dei nuovi materiali e le nanotecnologie. Ma l’ambito dell’innovazione non è circoscritto all’alta tecnologia. Vi rientra qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti. Ci sono innovatori nel settore dell’intrattenimento, in quello dell’ambiente e persino nella finanza e nel marketing. L’elemento che li accomuna è la capacità di creare prodotti nuovi che non possono essere facilmente replicati. Tendiamo a concepire l’innovazione in termini di beni materiali, ma può anche trattarsi di servizi, per esempio di nuovi modi per raggiungere i consumatori o per impiegare il nostro tempo libero.  

 

Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città popolate da lavoratori interconnessi e creativi diventeranno le nuove fabbriche del futuro. Nel prossimo articolo vedremo come l’Italia si posiziona in questo quadro globale sempre più competitivo. 

 

Enrico Moretti, docente di Economia alla University of California di Berkeley, è autore di «La nuova geografia del lavoro», per la rivista Forbes «il libro di economia più importante dell’anno»