mercoledì 4 febbraio 2009
Avere una sicurezza... ha qualche significato oggi ?
lunedì 2 febbraio 2009
L'importanza di preparare la tavola

Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 31 gennaio 2009
Quel sapore toscano giunto fino a Castel Guelfo
mercoledì 28 gennaio 2009
Solitudine
martedì 27 gennaio 2009
Vivere l'ottimismo
domenica 25 gennaio 2009
La tradizione dell'arzdora e il pollo romagnolo

Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 25 gennaio 2009
venerdì 23 gennaio 2009
Il pericolo della routine
mercoledì 21 gennaio 2009
L'insegnamento che ci viene dagli errori
lunedì 19 gennaio 2009
Friggione, vino e piadina nella storia delle osterie
giovedì 15 gennaio 2009
Avere una vita valida
domenica 11 gennaio 2009
Una gita fuori porta in Romagna a Casa Artusi
giovedì 8 gennaio 2009
Se vengono meno i principi della democrazia
I dolci della Befana
giovedì 1 gennaio 2009
Riflessione da primo dell'anno
mercoledì 31 dicembre 2008
Una storia… come tante
Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che ho, quello che possiedo, quello che sono, è frutto unicamente della mia volontà. I nonni avevano origini che non si possono nemmeno definire contadine, in quanto lavoravano la terra di altri – quando era data loro questa possibilità – e hanno continuamente sofferto la fame. Gente dell’Appennino tosco-romagnolo che, durante il fascismo, non prese né la tessera e nemmeno aderì idealmente in qualche modo al regime. Come ad esempio il padre di mia madre che durante la prima guerra mondiale fu un “ardito” più volte decorato e analfabeta. Nonostante avesse sette figli (di cui sei femmine) non prese mai la tessera del PNF.
Ci sono fatti nella mia vita che non dimentico e che sono stati in qualche modo i propulsori motivazionali delle mie azioni e delle mie scelte. Ricordo il periodo delle elementari quando dovetti constatare subito la “differenza di classe” – sociale intendo – con la mia compagna di banco che, essendo allora la figlia di un noto e affermato medico, non era mai dico mai, responsabile di nulla. Naturalmente le colpe erano sempre mie. Oppure alle scuole medie quando praticando nuoto agonistico esattamente come una mia compagna – figlia di una professoressa di liceo – venivo però messo all’indice dall’insegnate di matematica in quanto l'attività fisica non era compatibile, secondo lei, con lo studio. La regola era però valida solo per me… Ho sempre sofferto queste situazioni.
Nulla mi è piovuto dal cielo o arrivato da altri. Ho sempre lottato per avere qualcosa o per dimostrare quel che valevo. Nella vita privata, in quella professionale e in quella sportiva. Non ho mai mollato, presenza continua, molta fatica, volontà ferrea, lealtà assoluta e grande dedizione. Tutte le scelte compiute nella vita sono fatte perché ci credo e questo mi permette di impegnarmi a fondo per ottenere risultati. Anche l’onestà di mio padre, non solo intellettuale, nel tempo mi è servita per essere come sono.
La volontà è la mia arma più forte. Ci sono persone che non sono disponibili a combattere per sempre, per tutta una vita. Non so cosa la vita mi riserverà nei prossimi anni, ma so certamente in quale modo intendo navigarla.
domenica 28 dicembre 2008
Scegliere il ristorante in periodo di crisi
Io, società a responsabilità illimitata. Strumenti per fare la grande differenza
Rimango sempre stupito dalla perfetta sovrapposizione del mio pensiero e interpretazione della vita, con quello di Sebastiano. Ho letto tutti i suoi libri, ma ho trovato questa ultima sua fatica particolarmente interessante.
Il volume è una vera e propria "cassetta degli attrezzi" utile per il proprio percorso professionale - di qualunque tipo sia - da riconsultare spesso, grazie anche allo stile di scrittura veloce e sintetico.
Tutti i capitoli, ma cito in particolare quelli sul "Personal Branding" e sulla Leadership, sono un concentrato di valutazioni e riflessioni preziose per chi "ha orecchie per ascoltare" e voglia di rifelettere su se stesso.
Ho notato con piacere una ulteriore maturità nella scrittura e consiglio il libro sia per la lettura, sia come oggetto di regalo. Sarebbe particolarmente inidcato, il condizionale è d'obbligo in questo caso, per conoscenti o amici un poco presuntuosi e/o pieni di sè. Potrebbe essere d'aiuto... ma io sono un'inguaribile ottimista...
lunedì 22 dicembre 2008
La Politica come Professione

La "mancanza di distacco" (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola.
La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...]
Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...] E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia, che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.
domenica 21 dicembre 2008
L’atmosfera perfetta per il pranzo di Natale
venerdì 12 dicembre 2008
Le analogie di oggi con gli scritti di Tocqueville
Quando, presso un popolo, l’amore per i godimenti materiali si sviluppa più rapidamente della percezione e della pratica della libertà, viene un momento in cui gli uomini sono estasiati e come fuori di sé alla vista di questi beni nuovi che sono pronti ad afferrare. Preoccupati e indaffarati soltanto a fare fortuna, non si accorgono dello stretto vincolo che lega la fortuna privata alla prosperità di tutti. A cittadini del genere non c’è bisogno di strappare i diritti che possiedono: essi stessi se li lasciano senza resistenza sfuggire. L’esercizio dei doveri politici appare un contrattempo noioso che li distrae dalla loro attività. …La paura dell’anarchia li tiene a lungo e senza tregua in sospeso, e sempre pronti a precipitare al di fuori della libertà, al solo primo disordine.Riconosco senz’altro che la pace pubblica è un gran bene, ma non intendo dimenticare che è proprio attraverso il buon ordine che i popoli sono arrivati alla tirannide. Non per questo i popoli devono disprezzare la pace pubblica, ma bisogna che non se ne accontentino. Una nazione che al suo governo non chieda nient’altro che il mantenimento dell’ordine, è già schiava nel profondo del cuore. Essa è schiava del suo benessere, e l’uomo destinato a incatenarla ha allora campo libero.
Da "La Democrazia in AMerica" - Alexis de Tocqueville
martedì 9 dicembre 2008
Accade anche ad altri ?
Sono abituato a "riavvolgere il film" degli avvenimenti che mi accadono più volte dopo che sono avvenuti, a volte a distanza di molto tempo, di anni anche. Solitamente questo sviluppa in me delle riflessioni e parecchie volte esce una considerazione mai fatta in precedenza, che trovo logica e pertinente. Altre volte nascono nuove domande oppure certezze di quel tempo non sono più tali.
Applico questo "metodo" anche alla mia vita in generale e, passando naturalmente il tempo, la riflessione porta alla luce situazioni, avvenimenti e dati curiosi ed emblematici.
Ad esempio ho notato che, ciclicamente, ogni 7-8 anni entro in una "crisi personale" - a volte accelerata da fattori esterni - che mi costringe a rimettere in discussione tutte le mie certezze, i miei valori, le mie aspettative, i miei sogni e mi nasce l'enorme necessità di cambiare, anche radicalmente, alcune cose e abitudini della mia vita, per prendere nuova forza e mantenere lo stesso vigore e vitalità che normalmente inietto nelle azioni che intraprendo ogni giorno.
Sono riflessioni e processi interiori normalmente molto dolorosi per me... capiterà anche ad altri ?
giovedì 4 dicembre 2008
Che cos'è la libertà ?
(A.C. Jemolo)
mercoledì 26 novembre 2008
I Believe
Credo che ogni diritto comporti una responsabilità; ogni opportunità un obbligo; ogni possesso un dovere.
Credo che la legge sia fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge; che il governo sia al servizio della gente e non il padrone della gente.
Credo nella dignità del lavoro, sia con le mani che con la mente; che nessuno abbia il diritto di essere mantenuto, ma che tutti abbiano il diritto a un'opportunità permantenersi.
Credo che la parsimonia sia essenziale alla vita bene ordinata e che l'economia sia il prerequisito di una struttura finanziaria sana, nel governo come nel business o negli affari personali.
Credo che la verità e la giustizia siano fondamentali per un ordine sociale duraturo.
Credo nella sacralità di una promessa che la parola di un uomo dovrebbe essere solvibile come la sua cambiale: cheil carattere - non la ricchezza o la posizione - è il valore supremo.
Credo che servire sia dovere universale del genere umano eche solo nel fuoco purificatore del sacrificio l'anima umanasi liberi dalla scoria dell'egoismo.
Credo in un Dio che tutto ama e tutto sa, chiamatelo come volete,e che la più elevata utilità individuale sia da cercare nell'armonia con la sua volontà.
Credo che l'amore sia la più grande cosa al mondo; che solo l'amore possa vincere l'odio; che il diritto possa trionfare sulla forza e che trionferà.
martedì 25 novembre 2008
Un piatto come opera d'arte
Il "divin porcello" spopola da novembre a gennaio
venerdì 14 novembre 2008
Scuola Democratica
Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
On. Pietro Calamandrei 20 marzo 1950
giovedì 13 novembre 2008
YES, WEB CAN

lunedì 10 novembre 2008
Gli appetiti del buffet
Tralascio i “professionisti del buffet” – ad Imola ad esempio ho individuato un paio di famiglie – presenti a tutte le inaugurazioni e non so come facciano ad essere così informati, che si posizionano su un angolo del tavolo e divorano letteralmente una quantità di cibo incredibile, facendo “muro” e impedendo agli altri di arrivare al cibo, soprattutto se non è prevista la fila. A tutti però sarà capitato di vedere come alcune persone si avventino sul banchetto come se fossero giorni che non hanno mangiato. In un buffet in realtà è bello avere la libertà di poter assaggiare davvero un po’ di tutto e potersi relazionare con più persone. Trovo sgradevole vedere persone tornare dal tavolo delle vivande col piatto stracolmo, con portate che si stratificano in precario equilibrio col rischio di far cadere il cibo e sprecarlo inutilmente. Oggi in cui non mangiamo più per necessità – salvo i casi di indigenza sociale – ma per piacere o per il gusto di farlo, trovo spiacevoli questi atteggiamenti, aggravati dal fatto che spesso capita poi di vedere gli stessi piatti abbandonati con ancora abbondanza di cibo. La condotta da adottare invece dovrebbe essere lo stesso che usiamo al ristorante, ma in modalità di assaggio: un po’ di antipasto, un primo, un secondo, verdura, dolce o frutta. Il piatto andrebbe riempito per un 70% e contenere al massimo 3 o 4 cose. Nei buffet, il divertimento, sta anche nell’andare più volte al tavolo per “spizzicare” le cose in modo però sempre misurato. La regola sarebbe “mettere poco e andare spesso”, tra l’altro questo permette di muoversi appunto e aumentare la socialità conoscendo anche nuove persone, magari iniziando il discorso in modo semplice parlando proprio del cibo. Ricordare sempre che la tavola unisce enon divide.
Per concludere lancio un appello agli organizzatori dei buffet. La cosa più difficoltosa e antipatica, partecipando ad un rinfresco, è la gestione del proprio bicchiere. Nella mia lunga frequentazione solo due volte, a Milano, i simpatici organizzatori davano inserito nel piatto un utile supportino in plastica per inserire lo stelo del bicchiere. Così si hanno le mani libere e il bicchiere sotto controllo. Come direbbe Bisio in una sua pubblicità: geniale ! Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 8 novembre 2008
domenica 9 novembre 2008
Il "no profit" sulla tavola del pranzo della domenica
lunedì 3 novembre 2008
La tradizione delle fave dei morti che arriva dalla Romagna
Essendo una festa che esorcizzava la paura della morte, nel nostro territorio in queste giornate, venivano messe in atto diverse usanze tese all'accoglimento dei trapassati che in quel periodo tornavano tra i vivi nelle loro case, che coinvolgevano la casa, ma pure gli animali e la terra. Ad esempio i contadini, nella mattina di questa festa, si alzavano presto per lasciar il posto ai morti e per l'occasione si metteva nei letti biancheria pulita e profumata. Alla sera veniva invece loro preparato del cibo e nella vigilia dei morti non si sparecchiava la tavola. Veniva lasciato tutto pulito ed ordinato, il pane fresco già tagliato. I contadini romagnoli usavano altresì mangiare proprio delle fave in questo anniversario, perché si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Si mangia quindi la fava secca lessata, condita di cotiche e rosmarino. E sempre la fava, veniva posta sui davanzali in ciotole ricolme, per gli ignoti transitanti, altrimenti potevano venir poste negli angoli delle strade bigonci o ciotole piene di ceci e lupini lessi. Altra tradizione era quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne, utilizzando quindi formaggi quali il raviggiolo e da qui la differenza con il tortellino emiliano in cui la carne è sempre presente. Altro piatto tradizionale erano i maltagliati insaporiti con l'alloro e il vino rosso.
Le offerte per i defunti potevano venir poste anche agli angoli delle strade strade: bigonci o ciotole piene di ceci e lupini lessi.
Altra tradizione consisteva anche nel portare una certa quantità di grano alla chiesa parrocchiale stendendolo sull'avello dei propri morti e collocandovi una candela accesa. Oppure veniva posta una bigoncia dietro la porta della chiesa, dove chi poteva, metteva del grano. Un’ulteriore usanza, che ci riporta a certe “mode” rispolverate senza conoscerne la genesi, era quella legata alle offerte fatte ai morti, lasciandole sulle tombe o dandole a chi li impersonava bussando alla porta di casa per una questua rituale, perché si ricordassero di pregare per i defunti. Solo che, al posto dei dolcetti, legumi bolliti. Anche le zucche appartengono alla tradizione e ci sono numerose testimonianze secondo cui nella prima metà di novembre si usava collocare nottempo nei crocicchi, o in altri luoghi del paese, zucche svuotate ed intagliate a forma di faccia, con dentro una candela accesa che servivano a a"spaventare le streghe. Possiamo quindi dire che le usanze tanto in voga negli ultimi anni sono di fatto un ritorno – con caratteristiche un po’ troppo “gioiose” perché nella tradizione la festa non aveva nulla di allegro – alle nostre radici.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 2 novembre 2008

