mercoledì 4 febbraio 2009

Avere una sicurezza... ha qualche significato oggi ?

Ho sempre avuto la convinzione, avvalorata ancor più oggi dalla situazione mondiale, che il significato che si pone dietro alla parola sicurezza sia quanto di più vaporoso ci possa essere. Sicurezza può significare sapere sempre ciò che succederà, quindi niente emozioni, niente rischi, niente sfide, nessuna crescita che, per me, vuol dire morte interiore. La sicurezza è in realtà un mito creato dalla nostra società in un certo momento della storia.
In realtà l'unica sicurezza che possiamo avere e che vale la pena perseguire, è quella interiore, quella che veramente ci può aiutare e essere di supporto. E' la fiducia in noi stessi, nel sapere che, qualunque cosa accada, noi sapremo farvi fronte. Questa si che è una sicurezza durevole.
Le cose potranno volgere al peggio, potremo perdere molto o tutto, ma noi ci sentiremo come delle rocce, intatti nel senso del proprio valore. Sicurezza interiore significa anche coscienza di sapere affrontare tutto, compresa quella mancanza di sicurezza esterna che tanto si teme, capace di toglierci ogni capacità di vivere, di crescere e di realizzarsi pienamente.

lunedì 2 febbraio 2009

L'importanza di preparare la tavola


La convivialità e la conversazione si dimostrano i grandi “facilitatori” del gusto e, perciò, il centro di questa esperienza tornano a essere il cibo e l’alimentazione, in altre parole la cultura della tavola. Soprattutto in momenti di crisi come questo, dove si torna un po’ intimisti, dove si ricercano le cose un po’ perdute, un po’ trascurate, momenti di piacere solo per se stessi, attimi di felicità e pace in un mondo che pare sconvolgere qualsiasi regola, riapproriamoci del gusto, di questo antico sapere. Non dimentichiamo mai che la cultura della tavola è la cultura di un popolo, che si tramanda anche attraverso la memoria dei cibi e quindi della tradizione. Ricordiamo e riflettiamo che l’arte e la cultura costituiscono la base comune su cui ciascuno, partendo dal proprio grado di istruzione, misura e confronta l’esperienza del gusto. E allora se il cibo è - e deve essere - felicità, apparecchiamo ogni giorno la tavola come se avessimo ospiti, in famiglia ma anche se siamo soli. Provate a farlo – così quasi per gioco - qualche volta tanto per “capirne il sapore”, presumibilmente la sera quando certamente tornate a casa dopo le vostre attività e anche il mondo un poco si ferma, rallentate e degustate il momento. Scegliete con cura l’arredo, non per stupire, ma per godere. Il piacere del palato merita il miglior vetro, il miglior servizio, il miglior tessuto, la migliore apparecchiatura. Il piacere che il cibo può dare deve essere accompagnato da tovaglie e tovaglioli freschi di bucato, le posate sistemate in modo curato. Tutto come in un ottimo ristorante. Soprattutto oggi che andare al ristorante costa, il ristorante possiamo farlo noi, può diventare un motivo di novità e di ricerca che coinvolge il partner, la famiglia e, mi ripeto, noi stessi. E crea un “effetto domino” perché porta ad interessarsi di tutto ciò che concerne la Civiltà della Tavola: storia, regole, usi e costumi. Non dimentichiamo mai che la nostra fortuna, uno dei patrimoni più grandi, è avere una cultura del pasto che tutto il mondo ci invidia e cerca di copiare. Datemi retta, gli spuntini davanti alla televisione lasciamoli agli anglosassoni, oppure se proprio se c’è l’evento maximo imperdibile, e la plastica - assolutamente riciclata mi raccomando – riserviamola ai pic-nic fuori porta, al fiume o in collina, senza esagerare. L’improvvisazione alimentare nei parchi o nelle spiagge segnala un’occasione felice e spensierata, che non voglio certo condannare anzi, ma sulle tavole di casa – o ancora peggio sui divani – si trasforma invece in pressapochismo infelice. Un segnale di una “degenerazione” dei costumi, e personalmente ritengo anche dell’educazione, che si propaga velocemente a tanti aspetti della vita e ad atteggiamenti mentali, di cui si vedono i risultati tutti i giorni. D’altronde un nostro antico e illustre antenato ci ha lasciato a imperitura memoria una frase, e ognuno di noi dovrebbe scolpirsi mentalmente e non dimenticare mai, che recita, più o meno, così “…fatti non foste per viver come bruti… “.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 31 gennaio 2009

Quel sapore toscano giunto fino a Castel Guelfo

A Castel Guelfo da alcuni mesi c’è un nuovo ristorante – Il Torracchione - che propone quasi esclusivamente cucina toscana. Forse la cosa non è ancora molto nota, ma all’interno dell’Outlet, nella nuova zona di negozi appena ultimata, ha aperto i battenti questo locale che fa parte di una piccola catena già presente anche nell’Outlet di Barberino del Mugello (all’uscita del casello autostradale sulla Bologna-Firenze). Questo esercizio fa parte di una catena, così detta di “Food Franchising”, ma a dispetto della diffidenza che solitamente si nutre verso queste soluzioni, posso testimoniare che il “format” e la cucina che esprime, almeno nei luoghi da me provati, risultano di buona qualità. I locali sono ben ambientati con un arredamento rustico che ricorda immediatamente le vecchie osterie o i casolari di un tempo e le suppellettili sono realizzati con materiali quali: pietra e mattoni a vista per le pareti, pavimenti in cotto o in pietra, soffitti con travi a vista o a cassettone, tavole e sedie di legno, piatti e bicchieri in coccio, tini, botti di vino e grandi camini rustici con griglia e girarrosto. Non manca un grande bancone dove, in bella evidenza, si trovano tanti prodotti e le varie tipologie di carni servite. Il menù è interessante e sufficiente, con la presenza di piatti – alcuni anche locali – che si ispirano in maggioranza alle tradizioni della cucina rustica toscana. Troviamo cosi negli antipasti crostini e crostoni con vero pane toscano, affettati misti e tante minestre di “sapore” popolare della regione che fu la culla del Rinascimento. Tra i secondi si può ottenere soddisfazione nel palato con piatti come la ribollita, la trippa alla toscana (con il pomodoro), l’immancabile fiorentina con fagioli bianchi all’olio, il pollo alla diavola o ai ferri, contorni al forno e formaggi di pecora. Buona anche la selezione dei dolci. Le porzioni sono abbondanti e i prodotti - regionali e tradizionali – li ho trovati di buona qualità. Interessante anche la selezione dei vini, in grado di accontentare anche i gusti più esigenti, ma ho trovato gradevole anche il vino “nero” che è proposto in caraffa e la birra, tutto alla spina. Il personale è motivato, sorridente e solerte, prende le ordinazioni con palmari wi-fi (senza fili per intenderci), che trasmettono in tempo reale le vostre scelte alla cucina, miscelando così giustamente tradizione e innovazione per offrire un buon servizio al cliente. Ne risulta un’organizzazione efficiente che vuole soddisfare le molte richieste soprattutto concentrate nelle ore di punta all’interno del centro commerciale. La caratteristica di essere dislocato all’interno di quest’outlet è per di più un vantaggio, sia per la fruibilità da parte del cliente che da mezzogiorno, tutti i giorni, può sedersi a tavola “a orario continuato” fino a tarda notte, sia per l’avventore occasionale o curioso, che sa di poter contare su un’apertura non condizionata, finalmente, da giorni di chiusura o orari particolari. Sono un convinto assertore del fatto che la ristorazione deve essere un business-servizio sempre a disposizione dei clienti, come avviene in tanti altri paesi. A riprova di quanto affermo, sono andato in orari diversi e ho potuto notare dall’afflusso come la cosa sia apprezzata. Sono rimasto favorevolmente colpito altresì dal rapporto qualità/prezzo, che ho trovato equilibrato, essendo possibile soddisfare la propria “fame” rimanendo sui 18/20 Euro – ricordo che le portate sono “generose” - ma naturalmente la cifra può crescere se si decide di scegliere un pranzo o una cena con tutte le classiche portate. L’unica critica che muovo è l’eccessiva presenza di tavoli all’interno del locale che costringe, nei momenti di massima affluenza, a sederti a poca distanza dagli altri e questo, se ormai nelle grandi città nessuno ci fa più caso, in provincia può essere un poco fastidioso. Mancando un po’ di riservatezza inevitabilmente il convivio ne viene un po’ a soffrire.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 1 febbraio 2009

mercoledì 28 gennaio 2009

Solitudine

" Talvolta le persone rimangono sole perchè sono troppo concentrate su se stesse e troppo esigenti nei confronti degli altri. "
Dalai Lama

martedì 27 gennaio 2009

Vivere l'ottimismo

Se vogliamo vivere l'ottimismo, mantenerlo, curarlo continuamente nonostante tutti i problemi e le preoccupazioni che ci circondano, soprattutto in questi momenti, occorre continuamente rinnovarsi, aprirsi al nuovo e rivitalizzarsi. Si può cominciare, ad esempio, alzandosi abbastanza presto per riempire una mezz'ora, un'ora con qualche buona lettura ispiratrice, ascoltando musica motivante e riflettere sulle cose che ci accadono, conservando nella mente ciò che emerge. Vedere sorgere il mattino dona ottimismo. Occorre incontrare gente diversa, magari scegliere quelle più positive, modificare le proprie abitudine, cambiare le cose, frequentare bar e ristoranti differenti, cambiare letture, assumere meno impegni svolgendoli meglio, modificare qualche certezza oramai superata, rimanere alzati fino a molto tardi qualche volta e così via.
Insomma ritengo che sia necessario fare qualsiasi cosa che contribuisca a far si che la mente possa diventare un frullatore, in cui tutto venga mescolato molto bene. Normalmente nascono idee e voglia di fare, almeno a me.

domenica 25 gennaio 2009

La tradizione dell'arzdora e il pollo romagnolo


“…..quand che l’arzdora la va ala campagna, la perd piò che la’n guadagna….” (quando la massaia va a lavorare nei campi è un danno per la casa…). Questa frase dialettale descrive perfettamente il ruolo che la reggitrice delle cose di casa aveva nel governo del focolare nella civiltà contadina di un passato tutto sommato non ancora troppo lontano. Ho già descritto, tempo addietro, come l’Arzdora romagnola era il simbolo positivo di un’operosità instancabile e il cardine del tradizionale nucleo famigliare. Era anche, tra le altre cose, la responsabile della gestione del pollaio che in ordine d’importanza dalla gestione familiare era secondo solo alla stalla. Accudiva alla chioccia e i pulcini, per poi portare al mercato quei capi o quel certo numero di uova che eccedevano il consumo familiare, ricavando qualcosa per le piccole spese domestiche. Provvedeva altresì alla castratura dei galletti per produrre i “capponi” che prima di Natale erano rinchiusi in una stia e alimentati con un pastone più ricco per fornire una carne più grassa e saporita da consumarsi per le feste. Sembra che l’origine del cappone risalga al II secolo a.c., quando la Legge Faunia proibiva il consumo di galline ingrassate allo scopo di economizzare le granaglie; gli allevatori romani, allora, osservando che gli eunuchi al servizio degli imperatori erano tutti grassi, pensarono di castrare i galletti raddoppiando in tal modo le loro dimensioni… Il pollaio, in campagna, era generalmente ricavato da una piccola costruzione adiacente alla casa colonica, fatta di canne o di mattoni e un paio di volte l’anno era disinfettato con latte di calce. Comunque il pollo era in grado di volare e spesso preferiva dormire all’aperto, sui rami degli alberi, anche sotto la neve. Chiunque si fosse recato fino agli anni sessanta in un podere romagnolo, avrebbe notato come costante la presenza nell’aia di un buon numero di polli che razzolavano indisturbati e che nervosamente beccavano in continuazione il terreno muovendosi a scatti. Questo era – ed è grazie ad una nuova attenzione degli allevatori - il “pollo romagnolo” di cui tanti poeti locali, da Giovanni Pascoli a Tonino Guerra, hanno cantato le lodi. Il tipo di alimentazione e il perenne movimento producevano evidentemente una carne di primissima qualità, soda e saporita, adatta a qualsiasi preparazione, ma che si sublimava cotta “alla cacciatora” nel tegame di cotto, con pomodori e patate. A questo piatto in particolare erano destinati i polli più giovani mentre la fine naturale per i più vecchi era nella pentola per essere lessati e fornire il brodo. Nel nostro territorio segnalo il ristorante Canè a Dozza, che ha mantenuto una buona tradizione di questo piatto. I galletti giovani, sino a qualche decennio fa, erano anche oggetto di regalia da parte dei mezzadri in occasione della festa di S.Pietro (30 giugno) e proprio la preparazione “alla cacciatora” coronava la festa di fine raccolto o quella della trebbiatura. Con le loro rigaglie si otteneva poi un ottimo ragù per le tagliatelle. Le carni di pollo tradizionalmente si dovrebbero accompagnare, in Romagna, al vino bianco Trebbiano e non al rosso Sangiovese come si potrebbe pensare. Spesso il pollo veniva anche lessato e riempito con un impasto di pane e formaggio grattugiati, uova e mortadella o carne di maiale, producendo lo squisito e saporito “ripieno” che poi veniva servito a parte tagliato a fette. Personalmente ne vado matto. Ogni gallina poteva deporre fino a 150 uova all’anno con il guscio di un colore particolarmente bianco - come ricorderanno le persone più anziane - e avendo maggiore quantità di tuorlo rispetto all’albume, erano l’ideale per fare una sfoglia bella soda per ogni tipo di pasta. Il “pollo romagnolo”, trattandosi di animale a lento accrescimento, si presta con la sua carne soprattutto per preparazioni di media-lunga cottura, quali la gallina e il cappone lessati e i pollastri in umido. Oltre alla citata “cacciatora”, il nostro pollo può essere servito “stufato” (con la triade classica di cipolla, sedano e carota) o lesso, dopo che nel brodo si sono fatte cuocere paste ripiene. Una variante ormai desueta sono le cotolette di pollo. Lo scrittore romagnolo Graziano Pozzetto comunque, nelle sue 600 pagine di “Cucina di Romagna”, riporta oltre dieci ricette di polli, galline e galletti in tutte le “salse”.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 25 gennaio 2009

venerdì 23 gennaio 2009

Il pericolo della routine

La routine è il nostro più grande nemico. Diminuisce e limita pesantemente la capacità creativa e l'energia di cui si dispone. In questa società, in questo mondo che cambia ad una velocità impressionante, mai verificatasi prima, uscire dagli schemi è indispensabile per poter affrontare ogni situazione nel modo più adatto. E' indispensabile mantenere: energia, entusiasmo, perseveranza, metodo, penetrazione psicologica, competenza e, soprattutto, un sano e inossidabile ottimismo.

mercoledì 21 gennaio 2009

L'insegnamento che ci viene dagli errori

Il fatto che nella vita si commettano errori è una realtà della vita, una parte della nostra esistenza a cui nessuno sfugge, anche chi si atteggia ad attento e infallibile. Ciò che conta è come si sbaglia. Gli errori ci insegnano l'umiltà mettendoci di fronte ai nostri limiti, dimostrando che può capitare a tutti, che siamo umani. Ci insegnano a correggere le nostre scelte e le nostre azioni. Gli errori mettono alla prova il nostro carattere, la nostra personalità, il nostro spirito, obbligandoci a scavare in noi stessi per attingere a nuove risorse di fronte ad una scelta che si è rilevata un insuccesso, piccolo o grande che sia. Viene altresì messa alla prova la nostra capacità di perseveranza, ponendoci di fronte alla scelta se rinunciare, ritirarsi o diventare più determinati e insistere in ulteriori tentativi. Gli errori ci insegnano anche che si può sopravvivere alle sconfitte e che non bisogna vergognarsi di avere sbagliato, non si deve temere nel rialzarsi e riprovare. Anche più volte. Splendidi insegnamenti su ciò ci vengono dal passato. Successi, carriere e fortune costruite su errori e fallimenti a ripetizione, ma che non hanno piegato la volontà delle persone che ci hanno riprovato, cambiando, modificando l'approccio. Fino a riuscire. Così come c'è chi non impara dagli errori, ma sono i caratteri più deboli, più esposti, più influenzabili. Gli errori, come le ferite, fortificano, non dobbiamo spaventarci. Di fronte alla paura di sbagliare si può diventare troppo prudenti e non accettare di correre alcun rischio. Il rischio invece è una componente essenziale per il successo di qualsiasi azione o iniziativa che intraprendiamo e una condizione necessaria per imparare a crescere. Bisognerebbe non dimenticarlo mai.

lunedì 19 gennaio 2009

Friggione, vino e piadina nella storia delle osterie

Si può dire che non ci sono più, sono scomparse per lasciare posto alla loro mutazione: i bar, i caffè, i pub, ristoranti. Le osterie erano l’espressione della civiltà mediterranea, di una civiltà contadina che aveva tempi scanditi dalle stagioni e scorreva lenta con esse, sempre e comunque legato alla terra di cui quasi tutti vivevano. Da cui il vino che non era l’unicum delle osterie, sebbene ne fosse il maggior richiamo, perché servito in maggioranza e in diverse qualità in base alla capacità di spesa degli avventori. Erano luoghi consoni al modo di vivere della maggioranza della popolazione – maschile e adulta - di un tempo, in verità gli unici luoghi di ritrovo e di svago, l’altro era rappresentato dalle chiese. Nei giorni di mercato divenivano posti in cui le persone, i mercanti, i sensali, che venivano “da fuori” potevano mangiare piatti sostanziosi tipici della nostra tradizione (piada fritta, stufati, friggioni, pancetta, carne di maiale e altro), oppure sedersi consumando il pasto portato da casa sfruttando l’osteria solo per la mescita. Mangiare in osteria comunque non era “di moda” o un vezzo, ma lo si faceva per necessità, normalmente perché ci si trovava troppo lontano da casa per farvi ritorno o perché si doveva essere sempre disponibili (come succedeva per i facchini). Le osterie offrivano anche alloggio, naturalmente ci si accontentava, nelle stanze capitava di dormire anche con degli sconosciuti, a volte lo stanzone ove si mangiava e beveva, sgombrato degli ultimi clienti, si trasformava in dormitorio collettivo. Oggi paiono situazioni impossibili, ma allora la vita non concedeva a tanti cose che a noi paiono scontate. Naturalmente non erano luoghi per educande, il linguaggio non era certo castigato, la bestemmia pronta, ma con basso numero di risse, prontamente sedate, perché ci si conosceva tutti. In questi ritrovi nascevano anche le “compagnie” o “ditte” che finivano poi per ritrovarsi anche fuori a organizzare gite e feste, ma non solo. Si diventava così riconosciuti e di un tale si diceva che “batteva” una data osteria, significando che la frequentava abitualmente. In generale ci si trovava per giocare a carte, per concludere qualche affare e per discutere, spesso di politica. E’ innegabile che come ritrovi e centri di raccolta della popolazione meno abbiente e istruita, in esse si raccoglievano e diffondevano le notizie di cronaca politica locale, in gran parte, ma anche nazionali. Non per niente, soprattutto in Romagna, il partito repubblicano, nato come partito di azione rivoluzionaria, aveva posto nelle osterie di città le proprie sezioni e i propri circoli. E si portavano a comiziare anche illustri esponenti di quel partito. E non è certo un caso che la fine delle osterie, di fatto, coincida con la presa del potere da parte del fascismo. Dal 1800 al 1930, sono state sempre considerate covi di rivoluzionari e di sovversivi, pertanto controllati e perseguiti nel tempo dai poteri costituitisi nel nostro Paese. Del resto è indiscutibile la loro funzione politica, soprattutto nei nostri territori, come fucine in cui si seminavano i grani dell’anarchia e della democrazia. A Imola, come penso sia noto a molti, l’unica vera osteria che rimane di quelle “storiche” è quella chiamata e’Parlamintè (il parlamentino), perché Andrea Costa, padre del Socialismo italiano – nato prima come anarchico - e ispiratore delle società di mutuo soccorso, allorché divenuto deputato, aveva la consuetudine di ritrovarsi in questo luogo per presentare gli avvenimenti salienti discussi, appunto, in Parlamento e commentarli creando così una sorte di piccolo parlamentino. Quest’osteria mantenne la tradizione anche negli anni successivi tant’è che forse pochi sanno che il cortiletto interno in cui si può mangiare in estate, era “la via di fuga” utilizzata per scappare durante le retate fasciste. Confesso che entro sempre con piacere in quest’osteria in cui fa bella mostra il ritratto di Andrea Costa e dove mi ritrovo a immaginare il luogo allora e, a momenti, mi pare di coglierne dei frammenti quasi che i muri potessero ancora trasmettere sensazioni. Il merito va anche ai gestori attuali, la Marta in particolare, che hanno mantenuto presenza di alcuni simboli e testimoniano, loro stessi, una continuità “spirituale” del luogo. Aiuta la frequentazione dell’osteria anche l’ottima cucina che la famiglia è in grado di esprimere, con una presenza importante di piatti della nostra tradizione molto curati a cui si aggiungono alcune pietanze “storiche” di origine bretone-normanna, lascito di una presenza, anni addietro, in cucina di una cuoca originaria di quei luoghi.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 18 gennaio 2009

giovedì 15 gennaio 2009

Avere una vita valida

Mi importa solo una cosa veramente: avere una vita valida. Affinare continuamente la mia anima, curandola giorno dopo giorno, sorvegliandola nelle sue debolezze, esaltando le tensioni interiori con lo scopo di spargere intorno un pò di fiducia, di felicità e di affetto per il prossimo. Credo nella crescita personale basata sulla condivisione di una crescita di chi ti circonda. Tutto il resto, quando ci rifletto bene, perde significato. Se riesci in questo non importa molto quando il Destino decide che per te. E' l'anima che deve dominare tutto il resto, è il sole della nostra anima che ci deve rendere forti, duri, gioiosi, calmi e compassionevoli. Da un pò di tempo cerco di guardare chi ha meno di me e sento felicità per ciò che possiedo, anche solo attimi, ma svuoto progressivamente la mia anima di chimere. Quando riesci ad essere sereno dentro, la vita è serena. L'esercizio più duro è quello di spogliarsi del disordine interno e delle schiavitù che spesso albergano nella nostra anima e ci "costringono" in routine che finiscono con il crearci solo ansietà e tristezza per qualcosa di nuovo da raggiungere, appena arrivati al punto che precedentemente ci eravamo posti. Donarsi completamente provoca felicità e se qualcuno se ne approfitta o non comprende, giudicandoci sognatori, non importa. Ciò che importa è che la sua aridità non sia in grado di contagiare chi gli sta accanto. Siamo già attorniati da tante cose mediocri, meschine o laide che mantenersi purificati interiormente è un esercizio essenziale. Ci sono strade da percorrere incessantemente per trovare e mantenere questo salutare equilibrio interiore. L'Arte è per me forse una delle più importanti o la più importante. Pittura, scultura, poesia, architettura, lettura, musica: non importa cosa pur di evadere dal banale, sollevarsi al di sopra di una polvere involutiva indistinta che tutto sta ricoprendo e ci annulla nella nostra capacità di esatta valutazione di ciò che è utile dall'inutile, da ciò che è giusto o sbagliato, da ciò che ci manipola o ci rende liberi. Solo in questo modo forgiamo i nostri cuori: forti, impetuosi, ma ordinati. E questo ci permette "Che il Destino ci trovi sempre forti e degni" come lessi in un libro molto tempo fa.

domenica 11 gennaio 2009

Una gita fuori porta in Romagna a Casa Artusi

Siete mai stati a Forlimpopoli a Casa Artusi ? Fatelo. A giusta ragione si definisce “casa della memoria e dell’appetito”. Penso che quasi tutti abbiano sentito nominare Artusi e il libro delle sue ricette. Scrittore e gastronomo, è considerato il padre riconosciuto della cucina italiana. Nato a “Frampul” (Forlimpopoli) nei primi del 1800, si occupò inizialmente dei commerci di famiglia ma grazie al successo delle sue attività a metà del secolo abbandonò le attività e incominciò a dedicarsi a tempo pieno alle sue passioni: la letteratura e la gastronomia. Il suo libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” è ancora oggi il testo di riferimento della cucina per tante “cuoche” italiane e ha avuto in innumerevoli edizioni. Il volume è una memoria storica dei risultati dei piatti realizzati, dopo varie prove, con l’aiuto del cuoco e di una serva di casa, e trascritti in ricette. L’Artusi insomma fu un signore che a un certo punto si trovò nella condizione giusta per “godersi la vita”, esercitando corpo e mente nelle arti della cucina e della scrittura, un autodidatta comunque, e un liberale che oltre a fare l’Italia voleva evidentemente fare (grande) anche la tavola. La sua “Casa” oggi è un museo vivo della cucina, aperto di giorno a cuoche e cuochi, dilettanti, gastronomi, buongustai e a tutti quelli che, senza un titolo preciso, amano cingere un grembiule, sedersi a tavola e trovarsi al meglio. All’interno si trovano anche lettere, fogli di note, arredi, immagini, ricette e pietanze di Casa Artusi; tutto in questi spazi, dalle cantine alla biblioteca, dalle sale da pranzo al loggiato, vuole ricordare e insegnare la buona accoglienza, il gusto fine e delicato, di un padrone di casa che, seppur assente per ragioni di forza maggiore, ha lasciato le sue buone istruzioni a parlare in sua vece. Associata a Casa Artusi si sviluppa una continua azione condotta, già da molti anni, la “Festa Artusiana”, che si propone di diventare un riferimento di cultura eno-gastronomica, con valenza economica e turistica che travalichi i confini nazionali. L’obiettivo è di contribuire alla promozione della cucina romagnola, ma anche degli ottimi prodotti sia del nostro territorio – con particolare attenzione a quelli di stagione – sia di una Regione, l’Emilia-Romagna, che basa il proprio successo anche sullo straordinario mix di bellezze storiche e naturali, tradizionale ospitalità, cucina di grande richiamo, basata su una solida produzione agro-alimentare di grande qualità. Sono pochi forse a sapere che con Casa Artusi ci sono diversi collegamenti e legami al nostro territorio. In primis, questo luogo fa parte del network “I Musei del Gusto” (http://www.museidelgusto.it/) unitamente all’Enoteca Regionale Emilia Romagna, che da maggio 2008 ha inaugurato una vera e propria filiale nei locali della Casa. Appartiene a questa rete di eccellenze anche il Museo del Castagno di Castel del Rio. Inoltre il Presidente del Comitato scientifico di Casa Artusi è l’imolese Massimo Montanari (Docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna) – autore di moltissimi libri di cui l’ultimo è “Il formaggio con le pere” - e direttore anche della prima collana dei Quaderni di Casa Artusi oltre ad avere collaborato anche in altre aree del Museo. Tra l’altro Montanari è anche membro dell’Accademia Italiana della Cucina (Delegazione di Imola) alla quale io stesso appartengo. Rinnovo l’esortazione fatta all’inizio e consiglio assolutamente una visita a Casa Artusi il sabato mattina – è collocata in un antico convento ubicato nel centro storico di Forlimpopoli - per cogliere la doppia opportunità Museo-Ristorante. Il locale, che è annesso alla struttura e ne è parte integrante insieme con un’osteria (aperta solo di sera fino a tarda notte), esprime un’ottima cucina con una ricerca interessante, in cui unisce tradizione e innovazione con grande qualità nelle portate servite. La luce, gli spazi, l’arredamento, la calma che regna, le vivande proposte, vi offriranno un viaggio in cui potrete assaporare appieno la “cultura del gusto”.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 11 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

Se vengono meno i principi della democrazia

Norberto Bobbio, la Repubblica, 08-01-2009

Questo testo comparve nel 1958 su "Risorgimento" che, in occasione del primo decennale della Costituzione, aveva promosso un´inchiesta. Venne poi pubblicato, nello stesso anno, sul bollettino dell´Ateneo di Torino.
Quando parliamo di democrazia, non ci riferiamo soltanto a un insieme di istituzioni, ma indichiamo anche una generale concezione della vita. Nella democrazia siamo impegnati non soltanto come cittadini aventi certi diritti e certi doveri, ma anche come uomini che debbono ispirarsi a un certo modo di vivere e di comportarsi con se stessi e con gli altri.Come regime politico la democrazia moderna è fondata sul riconoscimento e la garanzia della libertà sotto tre aspetti fondamentali: la libertà civile, la libertà politica e la libertà sociale. Per libertà civile s´intende la facoltà, attribuita ad ogni cittadino, di fare scelte personali senza ingerenza da parte dei pubblici poteri, in quei campi della vita spirituale ed economica, entro i quali si spiega, si esprime, si rafforza la personalità di ciascuno. Attraverso la libertà politica, che è il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla formazione delle leggi, viene riconosciuto al cittadino il potere di contribuire alle scelte politiche che determinano l´orientamento del governo, e di discutere e magari di modificare le scelte politiche fatte da altri, in modo che il potere politico perda il carattere odioso di oppressione dall´alto. Inoltre, oggi siamo convinti che libertà civile e libertà politica siano nomi vani qualora non vengano integrate dalla libertà sociale, che sola può dare al cittadino un potere effettivo e non solo astratto o formale, e gli consente di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di sviluppare le proprie capacità naturali.Queste tre libertà sono l´espressione di una compiuta concezione della vita e della storia, della più alta e umanamente più ricca concezione della vita e della storia che gli uomini abbiano creato nel corso dei secoli. Dietro la libertà civile c´è il riconoscimento dell´uomo come persona, e quindi il principio che società giusta è soltanto quella in cui il potere dello stato ha dei limiti ben stabiliti e invalicabili, e ogni abuso di potere può essere legittimamente, cioè con mezzi giuridici, respinto, e vi domina lo spirito del dialogo, il metodo della persuasione contro ogni forma di dogmatismo delle idee, di fanatismo, di oppressione spirituale, di violenza fisica e morale. Dietro la libertà politica c´è l´idea della fondamentale eguaglianza degli uomini di fronte al potere politico, il principio che dinanzi al compito di governare, essenziale per la sopravvivenza stessa e per lo sviluppo della società umana, non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati, classi inferiori e classi superiori, ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati, e gli uni e gli altri si avvicendano secondo gli eventi, gli interessi, le ideologie. Infine, dietro la libertà sociale c´è il principio, tardi e faticosamente apparso, ma non più rifiutabile, che gli uomini contano, devono contare, non per quello che hanno, ma per quello che fanno, e il lavoro, non la proprietà, il contributo effettivo che ciascuno può dare secondo le proprie capacità allo sviluppo sociale, e non il possesso che ciascuno detiene senza merito o in misura non proporzionata al merito, costituisce la dignità civile dell´uomo in società.Una democrazia ha bisogno, certo, di istituzioni adatte, ma non vive se queste istituzioni non sono alimentate da saldi principi. Là dove i principi che hanno ispirato le istituzioni perdono vigore negli animi, anche le istituzioni decadono, diventano, prima, vuoti scheletri, e rischiano poi al primo urto di finire in polvere. Se oggi c´è un problema della democrazia in Italia, è più un problema di principi che di istituzioni. A dieci anni dalla promulgazione della costituzione possiamo dire che le principali istituzioni per il funzionamento di uno stato democratico esistono. Ma possiamo dire con altrettanta sicurezza che i principi delle democrazia siano diventati parte viva del nostro costume? Non posso non esprime su questo punto qualche apprensione.Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell´umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenze sia stata necessaria per restituire l´Europa alla vita civile. La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme.

I dolci della Befana

Ricordo nitidamente che almeno per tutti gli anni sessanta i regali più importanti per i bambini si ricevevano per la Befana e non per Natale. Molti rammenteranno a questo proposito quanto erano “famose” le varie Befane distinte per “ceto lavorativo” e con mio padre, si andava nell’attuale sede dei Circoli in cui era consegnata quella dei dipendenti comunali (conservo ancora una foto con in mano un camion dei pompieri). Esiste naturalmente una ragione storica sulla scelta del 6 gennaio. Inizialmente non si conosceva la data del Redentore e quindi si era puntato su quella del suo battesimo nel Giordano che, essendo la prima “manifestazione divina” - in greco epifaneia - diede anche il nome alla festa. In seguito, dal momento che nell'ambito della religione mitriaca il 6 gennaio si festeggia la venuta dei Magi - sacerdoti persiani- la Chiesa di Roma modificò il ciclo natalizio dedicando quel giorno all'adorazione dei Re Magi. Il termine Befana invece è dovuto a uno storpiamento del vocabolo Epifania e la sua figura è costituita da una vecchietta, brutta e rugosa, con naso aquilino da strega e con i vestiti vecchi e rattoppati, che la notte tra il 5 e il 6 gennaio, volando nel cielo a cavallo di una scopa, dispensa dolci e caramelle ai bambini buoni, mentre a quelli cattivi lascia carbone e cipolle rosse. La leggenda più accreditata sulla festa della Befana trova la sua genesi nei riti pagani del folklore pre-cristiano legati alle tradizioni propiziatorie agrarie di inizio anno. La vecchia simboleggiava l’anno trascorso, al quale veniva dato l’addio bruciando sul rogo un fantoccio con abiti vecchi e strappati, dando così il benvenuto all’anno nuovo. I regali e i dolci erano simboli bene auguranti per l’anno nascente e quindi propiziatori per un ricco e abbondante raccolto. La civiltà contadina e la cultura della terra sono l’anima del nostro territorio e i “mangiari”, l'arte di creare cibi – cioè combinare i prodotti della terra e gli ingredienti, elaborarli creativamente, fino a ottenere un prodotto diverso dalla loro somma - sono la più antica forma di cultura popolare orale per eccellenza, dove la storia delle tradizioni e delle memorie popolari combacia straordinariamente con la storia della sua cucina. Nel giorno della Befana erano i dolci i cibi più importanti e, prima che arrivasse il panettone, era la ciambella romagnola (brazadèla) che chiudeva i ricchi pasti di queste feste. Ancora oggi rimane il dolce più caratteristico e gradito. Con la ciambella l’altro pezzo forte era la zuppa inglese, sempre presente nelle occasioni rilevanti. Questo dolce vanta diverse varianti d’ingredienti: cioccolato, mandorle, pinoli e ciliegie sotto spirito, come differenti liquori utilizzati - alchermes, rosolio, ma anche cognac - e una base che varia dal pan di spagna ai savoiardi e amaretti. Altri dolci tipici del 6 gennaio erano i tortelli, o ravioli, con marmellata, castagne e saba, anche fritti (naturalmente nello strutto), come i “sùgal” (sughi) - antichissimo dolce romagnolo - composto da mosto bollito, pane grattugiato, farina di granoturco, mela cotogna, buccia di limone e anice. Oppure il sanguinaccio o migliaccio o “burleng”, fatto con il sangue di maiale e arricchito con moltissimi elementi quali ad esempio il cioccolato, le mandorle dolci, i canditi, ancora la saba e altro. Personalmente lo trovo buonissimo, ma data l’origine, oggi è praticamente introvabile perché i “gusti” sono cambiati. Sono più caratteristici invece della provincia di Ravenna “I sabadò” – sabadoni, tortelli con la saba – composti da farina, fagioli lessi, castagne secche cotte, sale, saba e buccia di limone. In base alle località poi si potevano trovare anche budini vari - al ghiaccio, allo zabaglione, di riso - latte alla portoghese, torta di mele e “E castagnaz” (castagnaccio), nel nostro Appennino soprattutto, fatto con farina di castagne, buccia di limone e di arancia grattugiata, arricchito variamente con mandorle, pinoli, fichi secchi e altro. Infine tipici di questa festività anche il croccante, il torrone artigianale, gli zuccherini, la crema e… il carbone.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 4 gennaio 2009

giovedì 1 gennaio 2009

Riflessione da primo dell'anno

Penso che la vita non sia possesso, ma evoluzione. Non lasciamo mai il meglio di noi stessi - che sia il campo professionale, privato o sportivo - dietro le nostre vite, ma ciò che facciamo, impariamo e sbagliamo, è per sempre nostro.
Tutte le nostre esperienze, la nostra conoscenza e la nostra maturazione si radicano nella nostra vita e ce le portiamo dentro per sempre.
Così allo stesso modo è importante nella nostra vita privata, sportiva e soprattutto professionale, risulta fondamentale la capacità di perseverare, ma, se la situazione lo richiede, anche quella di ricominciare daccapo. Lasciarsi alle spalle le navi in fiamme e ripartire, ricostruendo.

mercoledì 31 dicembre 2008

Una storia… come tante

Ripensando oggi alla mia vita, alle mie esperienze e anche ai miei errori, mi rendo conto che le scelte fatte, i pensieri, i sentimenti che provo sono il risultato di una sedimentazione di conoscenze accumulate, che ritornano e riemergono restituendomi consapevolezza nelle decisioni del momento.

Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che ho, quello che possiedo, quello che sono, è frutto unicamente della mia volontà. I nonni avevano origini che non si possono nemmeno definire contadine, in quanto lavoravano la terra di altri – quando era data loro questa possibilità – e hanno continuamente sofferto la fame. Gente dell’Appennino tosco-romagnolo che, durante il fascismo, non prese né la tessera e nemmeno aderì idealmente in qualche modo al regime. Come ad esempio il padre di mia madre che durante la prima guerra mondiale fu un “ardito” più volte decorato e analfabeta. Nonostante avesse sette figli (di cui sei femmine) non prese mai la tessera del PNF.

Sono orgoglioso di queste origini, persone legate alla terra e alle cose veramente importanti, gente che ha lottato per la loro sopravvivenza e dei propri figli. Penso che qualcosa sia stato trasmesso anche a me: nell’anima, nel pensiero, nel sangue. Del pari i miei genitori erano dei semplici, ma di un’onestà e di una voglia di fare incredibile. Grande fede socialista respirata quotidianamente, nell’educazione, negli atteggiamenti, nelle letture. Tutte cose che ti rimangono dentro, non ti abbandonano mai e riemergono, prima o dopo. Quando si viene dal popolo si sviluppa un carattere che ti porta ad avere una tipica esperienza interiore che ritorna sempre.

Ci sono fatti nella mia vita che non dimentico e che sono stati in qualche modo i propulsori motivazionali delle mie azioni e delle mie scelte. Ricordo il periodo delle elementari quando dovetti constatare subito la “differenza di classe” – sociale intendo – con la mia compagna di banco che, essendo allora la figlia di un noto e affermato medico, non era mai dico mai, responsabile di nulla. Naturalmente le colpe erano sempre mie. Oppure alle scuole medie quando praticando nuoto agonistico esattamente come una mia compagna – figlia di una professoressa di liceo – venivo però messo all’indice dall’insegnate di matematica in quanto l'attività fisica non era compatibile, secondo lei, con lo studio. La regola era però valida solo per me…  Ho sempre sofferto queste situazioni.

Nulla mi è piovuto dal cielo o arrivato da altri. Ho sempre lottato per avere qualcosa o per dimostrare quel che valevo. Nella vita privata, in quella professionale e in quella sportiva. Non ho mai mollato, presenza continua, molta fatica, volontà ferrea, lealtà assoluta e grande dedizione. Tutte le scelte compiute nella vita sono fatte perché ci credo e questo mi permette di impegnarmi a fondo per ottenere risultati. Anche l’onestà di mio padre, non solo intellettuale, nel tempo mi è servita per essere come sono.

La volontà è la mia arma più forte. Ci sono persone che non sono disponibili a combattere per sempre, per tutta una vita. Non so cosa la vita mi riserverà nei prossimi anni, ma so certamente in quale modo intendo navigarla.

domenica 28 dicembre 2008

Scegliere il ristorante in periodo di crisi

Mai come durante le feste, in un momento difficile come questo per tante famiglie, la questione dei prezzi al ristorante torna all’ordine del giorno. Facendo parte dell’Accademia Italiana della Cucina, un Istituto Culturale che ha rapporti con ben quattro Ministeri – Politiche Agricole, Esteri, Attività Produttive e Cultura - abbiamo tra i nostri compiti anche quello di valutare l’aspetto «prezzi» da un punto d’osservazione altamente privilegiato. Infatti il continuo, attento e del tutto indipendente monitoraggio della tavola pubblica ci consente di avere in ogni momento il polso della situazione fino al singolo territorio. L’Accademia, e personalmente condivido pienamente, è preoccupata perché i prezzi in ascesa dei ristoranti, oltre che di una naturale rarefazione della clientela, sono la causa prima della disaffezione dei giovani, attratti sempre più da quelle forme alternative e surrettizie di ristorazione pubblica: offerte senza dubbio più economiche, ma spesso di scarsa qualità. Con un grave pregiudizio in aggiunta: non permettono ai giovani di affinare il loro senso del gusto, di apprezzare i sapori tradizionali, di godere di una tranquilla convivialità. Anche in questo modo si disgrega quel senso di buona cucina familiare legata alla tradizione che è alla base del gusto e del piacere della convivialità, demitizzando la cucina come atto d’amore. Certamente anche la ristorazione locale si trova a dover far fronte al momento di crisi – alcune mie fonti segnalano qualche difficoltà perfino per alcune pizzerie – aggravati da un aumento dei costi delle materie prime, da una più accentuata fiscalizzazione e da maggiori oneri sociali. Tutto questo non è comunque sufficiente a giustificare l’ascesa continua dei prezzi. Invito a riflettere su tre evidenti aspetti. Il primo sta nell’errore compiuto dai ristoratori nel cercare di compensare il calo delle presenze aumentando i prezzi, così il rapporto qualità-prezzo, che già in molti casi non era ottimo, è peggiorato. Il risultato evidente è che gli operatori hanno semplicemente “sostituito” i prezzi in lire con quelli in euro. Il secondo punto è questo: in un ristorante è soprattutto il costo del servizio – leggi soprattutto personale - che incide, non tanto la materia prima anche se è aumentata. Frequentando moltissimi ristoranti purtroppo non riscontro sempre tutta questa eccellenza nel servizio, nella cura dell’ambiente e della tavola, nello stile e nell’empatia dei camerieri. Naturalmente non intendo generalizzare, ma la tendenza è questa e trovo ancora più grave che la maggior parte dei clienti ormai non ci faccia più caso e accetti questo stato delle cose. Bisognerebbe invece diventare più attenti, esigere ciò che è corretto per certe cifre che si pagano (oltre alla qualità del cibo proposto, ovviamente). Paradossalmente oggi si è ridotta molto la forbice tra i ristoranti di alto livello - che non possono aumentare i prezzi più di tanto per non rischiare di avere il locale vuoto - e che offrono qualità sia nei prodotti sia nel servizio e quelli di livello inferiore che non sono paragonabili ai primi. Così come se confrontiamo esercizi di ristorazione di medio livello, è evidente in molti casi come passi pochissima differenza - nel conto - tra un ristorante e una pizzeria/ristorante (pongo l’accento ancora la diversità di servizio). Il terzo e ultimo punto, volendo essere sintetici, è il “ricarico” sui vini che sta raggiungendo spesso vette incredibili anche per etichette modeste. Questa politica sta portando a un calo dei consumi di vino nei ristoranti - mentre sta aumentando la vendita nei supermercati - e oggi molti esercizi stanno correndo ai ripari proponendo anche il singolo calice. Tornando all’attuale periodo di feste e volendo dare qualche indicazione generica sul come scegliere una proposta di menù per un pranzo - o una cena – completa, suggerirei di valutare innanzi tutto i piatti proposti - concentratevi sulla qualità non sul numero, oggi non si mangia più per necessità - se vi sono proposti piatti della tradizione, magari un po’ innovati, controllate se i prezzi comprendono le bevande (diversamente possono esserci sorprese sul conto), infine giudicate il locale e l’ambiente. Se non parliamo di ristoranti con stelle o con voti di massima eccellenza secondo le varie guide, ritengo che un prezzo onesto dovrebbe variare dai 30 ai 40/45 euro (bevande incluse naturalmente).
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 28 dicembre 2008

Io, società a responsabilità illimitata. Strumenti per fare la grande differenza

Rimango sempre stupito dalla perfetta sovrapposizione del mio pensiero e interpretazione della vita, con quello di Sebastiano. Ho letto tutti i suoi libri, ma ho trovato questa ultima sua fatica particolarmente interessante.

Il volume è una vera e propria "cassetta degli attrezzi" utile per il proprio percorso professionale - di qualunque tipo sia - da riconsultare spesso, grazie anche allo stile di scrittura veloce e sintetico.

Tutti i capitoli, ma cito in particolare quelli sul "Personal Branding" e sulla Leadership, sono un concentrato di valutazioni e riflessioni preziose per chi "ha orecchie per ascoltare" e voglia di rifelettere su se stesso.

Ho notato con piacere una ulteriore maturità nella scrittura e consiglio il libro sia per la lettura, sia come oggetto di regalo. Sarebbe particolarmente inidcato, il condizionale è d'obbligo in questo caso, per conoscenti o amici un poco presuntuosi e/o pieni di sè. Potrebbe essere d'aiuto... ma io sono un'inguaribile ottimista...

lunedì 22 dicembre 2008

La Politica come Professione


Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini.
La "mancanza di distacco" (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola.
La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...]
Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...] E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia, che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.

Max Weber - "La politica come professione" (1919)

domenica 21 dicembre 2008

L’atmosfera perfetta per il pranzo di Natale

Penso che a Natale il più grande regalo che possiamo farci o fare alla nostra famiglia è il “rispetto della tradizione”. Che sia a casa – preferibile - o al ristorante, il pranzo di Natale è la massima espressione di questa tradizione, il momento culminante, per festeggiare la continuità dei legami familiari. Ciascuno di noi ha alle spalle una storia di tradizioni che sono proprie della famiglia, dei nonni, dei genitori e il desiderio e la ricerca nel riscoprirle devono partire dalla riproposizione di un insieme di dettagli che servono a ricreare l’ambiente di un tempo. Ad esempio il Natale risveglia in me ricordi e profumi di quando ero bambino: l’aroma delle arance, l’odore del brodo e delle spezie, delle carni arrosto – coniglio, pollo o vitello - con le patate, il profumo della pasta fresca e del ripieno mentre “aiutavo” mia nonna nella preparazione dei cappelletti, del caramello nello stampo di metallo. Veri elementi fondamentali per trasmettere e comunicare emozioni, creare atmosfera al fine di condividere con le altre persone il momento del convivio sono: la tavola, la cucina e il cibo. Importante diventa quindi una tavola curata dove il colore fondamentale sia il bianco rappresentato da una candida tovaglia – preferibilmente di lino o di cotone importante – ricamata magari di rosso e verde che, nell’immaginario collettivo, rappresentano i due colori simbolo del Natale affiancati proprio al niveo colore della neve. Su questa tavola non potrà mancare una bella composizione di fiori come centrotavola, le candele e dei sottopiatti importanti, come lo dovrebbero essere posate, piatti e bicchieri per completare il colpo d’occhio e trasmettere suggestione alla vista. Anche l’ambiente è importante, una sala dove ci sia anche il camino acceso e qualche addobbo indubbiamente “fa più Natale”. Grande rilevanza, nella ricerca della tradizione, anche nel menù che deve essere ben equilibrato e bilanciato, abbastanza ricco e importante per enfatizzare il momento solenne – ed una certa tradizione romagnola dell’abbondanza nelle feste comandate – evitando però che diventi eccessivamente pesante, anche nella digestione. Personalmente evito il pesce in quel giorno in quanto era tradizione in Romagna mangiarlo - naturalmente a casa dei “Signori” - solo “in vigilia”. Per darvi un’ispirazione sul menù, posso citarvi quanto descritto nel libro dei Conti Manzoni, su come era normalmente composto il pranzo di Natale: cappelletti in brodo, cotechino e zampone con passato di patate stemperate al burro e con lenticchie (che sono propiziatorie per il benessere economico) pure loro al burro, pollo e cappone arrosto contornati da patate fritte, formaggi di Roma, d’Olanda, di Francia, frutta di stagione, zuppa inglese con savoiardi inzuppati nel liquore dolce e ricoperti di crema e cioccolato, pan speziale e ciambella dorata. Sulla “leggerezza” di tale convivio lascio però a voi giudicare…
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 12 dicembre 2008

venerdì 12 dicembre 2008

Le analogie di oggi con gli scritti di Tocqueville

Quando, presso un popolo, l’amore per i godimenti materiali si sviluppa più rapidamente della percezione e della pratica della libertà, viene un momento in cui gli uomini sono estasiati e come fuori di sé alla vista di questi beni nuovi che sono pronti ad afferrare. Preoccupati e indaffarati soltanto a fare fortuna, non si accorgono dello stretto vincolo che lega la fortuna privata alla prosperità di tutti. A cittadini del genere non c’è bisogno di strappare i diritti che possiedono: essi stessi se li lasciano senza resistenza sfuggire. L’esercizio dei doveri politici appare un contrattempo noioso che li distrae dalla loro attività. …

Queste persone … per meglio sovrintendere a ciò che chiamano i loro affari, trascurano il principale, che è di restare padroni di se stessi. …

Se in questo momento critico un ambizioso di ingegno arriva a impadronirsi del potere, trova via libera per ogni genere di usurpazione.È sufficiente che per qualche tempo abbia cura che prosperino tutti gli interessi materiali, e lo si dispenserà facilmente dal resto. L’essenziale è che garantisca soprattutto l’ordine. Di solito gli uomini che hanno la passione dei godimenti materiali scoprono che le agitazioni della libertà turbano il benessere, prima di capire che la libertà serve anche a procurarselo …
La paura dell’anarchia li tiene a lungo e senza tregua in sospeso, e sempre pronti a precipitare al di fuori della libertà, al solo primo disordine.Riconosco senz’altro che la pace pubblica è un gran bene, ma non intendo dimenticare che è proprio attraverso il buon ordine che i popoli sono arrivati alla tirannide. Non per questo i popoli devono disprezzare la pace pubblica, ma bisogna che non se ne accontentino. Una nazione che al suo governo non chieda nient’altro che il mantenimento dell’ordine, è già schiava nel profondo del cuore. Essa è schiava del suo benessere, e l’uomo destinato a incatenarla ha allora campo libero.
Da "La Democrazia in AMerica" - Alexis de Tocqueville

martedì 9 dicembre 2008

Accade anche ad altri ?


Sono abituato a "riavvolgere il film" degli avvenimenti che mi accadono più volte dopo che sono avvenuti, a volte a distanza di molto tempo, di anni anche. Solitamente questo sviluppa in me delle riflessioni e parecchie volte esce una considerazione mai fatta in precedenza, che trovo logica e pertinente. Altre volte nascono nuove domande oppure certezze di quel tempo non sono più tali.
Applico questo "metodo" anche alla mia vita in generale e, passando naturalmente il tempo, la riflessione porta alla luce situazioni, avvenimenti e dati curiosi ed emblematici.
Ad esempio ho notato che, ciclicamente, ogni 7-8 anni entro in una "crisi personale" - a volte accelerata da fattori esterni - che mi costringe a rimettere in discussione tutte le mie certezze, i miei valori, le mie aspettative, i miei sogni e mi nasce l'enorme necessità di cambiare, anche radicalmente, alcune cose e abitudini della mia vita, per prendere nuova forza e mantenere lo stesso vigore e vitalità che normalmente inietto nelle azioni che intraprendo ogni giorno.
Sono riflessioni e processi interiori normalmente molto dolorosi per me... capiterà anche ad altri ?

giovedì 4 dicembre 2008

Che cos'è la libertà ?

...la libertà, come tutti i beni della vita, come tutti i valori, non è qualcosa che si può conquistare una volta per sempre, ma necessita un lavorio costante di conservazione attraverso lo sforzo di ogni giorno, rendendosene degni, avendo un animo abbastanza forte per affrontare la lotta in questione...
(A.C. Jemolo)

mercoledì 26 novembre 2008

I Believe

Il Credo di John D. Rockfeller - 1941
Credo nel valore supremo dell'individuo e nel suo diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

Credo che ogni diritto comporti una responsabilità; ogni opportunità un obbligo; ogni possesso un dovere.

Credo che la legge sia fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge; che il governo sia al servizio della gente e non il padrone della gente.

Credo nella dignità del lavoro, sia con le mani che con la mente; che nessuno abbia il diritto di essere mantenuto, ma che tutti abbiano il diritto a un'opportunità permantenersi.

Credo che la parsimonia sia essenziale alla vita bene ordinata e che l'economia sia il prerequisito di una struttura finanziaria sana, nel governo come nel business o negli affari personali.

Credo che la verità e la giustizia siano fondamentali per un ordine sociale duraturo.

Credo nella sacralità di una promessa che la parola di un uomo dovrebbe essere solvibile come la sua cambiale: cheil carattere - non la ricchezza o la posizione - è il valore supremo.

Credo che servire sia dovere universale del genere umano eche solo nel fuoco purificatore del sacrificio l'anima umanasi liberi dalla scoria dell'egoismo.

Credo in un Dio che tutto ama e tutto sa, chiamatelo come volete,e che la più elevata utilità individuale sia da cercare nell'armonia con la sua volontà.

Credo che l'amore sia la più grande cosa al mondo; che solo l'amore possa vincere l'odio; che il diritto possa trionfare sulla forza e che trionferà.

martedì 25 novembre 2008

Un piatto come opera d'arte

Sarà capitato a tutti, seduti al ristorante, di rimanere alcuni secondi in silenzio in un misto tra meraviglia e adorazione, momenti in cui avete colto tutta l’armonia, i colori, i profumi, la consistenza, l’architettura e la passione contenuti nel piatto che avevate di fronte. E di essere stati indecisi sul da farsi, tra il prendere la posata e perdere per sempre l’opera che vi stava davanti, o lasciare la portata così, intonsa, per appagare fino in fondo una sensazione personale difficilmente descrivibile. Vivere questa esperienza significa comprendere appieno il significato del “bello da mangiare” e quindi anche il tema del Baccanale di questo anno. Rotti al fine gli indugi poi, avrete avuto la conferma di gustare pure il buono... Quando si ha la passione per la cucina, si desidera andare per ristoranti per vivere un “viaggio” a tutto tondo che soddisfi lo spirito prima del palato, in grado di farci scoprire qualche piatto che provochi un’emozione che rimanga indelebile nei nostri ricordi come il piatto “indimenticabile“. In questi casi si spera di incontrare il maestro di cucina, l’artista, per scambiare qualche opinione e conoscere qualche particolare inedito della sua esperienza o di quel piatto specifico. Il “gastronauta” – uso sempre questa felice definizione coniata dal giornalista enogastronomico Davide Paolini - si appresta a vivere questi momenti con lo stesso stato d’animo con cui si avvicina ad una mostra di pittura, un percorso esperienziale che, spera, lo lasci un po’ arricchito dentro al suo termine. Nel suo itinere – a differenza di un turista che trova, il gastronauta cerca -alla scoperta del buono, del genuino e anche del bello, è concorde con l’antico adagio che recita “anche l’occhio vuole la sua parte”. Ugualmente ritiene la cucina una forma d’arte, applicata, come l’abbigliamento, l’architettura e il design, perché adempie da un lato a esigenze funzionali, nel caso del cibo la funzione biologica della nutrizione, e dall’altro ad esigenze estetiche. E a giusta ragione è convinto e sostiene che la cucina è per definizione Cultura, perché narra e conserva la storia dei popoli, le sue tradizioni, testimoniando il continuo mutare nel loro progredire. D’altronde il cibo è sempre stato coinvolto nell’arte in generale, cito a caso e ad esempio nella pittura dal ‘500 in avanti – Bruegel e Arcimboldo i capostipiti - nella letteratura il “Manifesto della cucina futurista” di Marinetti o il più recente scrittore Camilleri che fonde i suoi romanzi in modo indissolubile con la cucina. O, ancora, come all’inizio degli anni ‘70, nascendo l’espressione nouvelle cuisine – poi purtroppo degenerata, ma non accade forse così a volte nell’arte in generale ? - si iniziò a definire uno stile culinario di un gruppo di chef di talento, tra i quali Bocuse e Guérard, dove il momento più importante dell’elaborazione gastronomica non era più la perfetta applicazione di regole, ma la creatività, la capacità di accostare elementi inusuali, per ottenere nuove sensazioni e nuove armonie.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 22 novembre 2008

Il "divin porcello" spopola da novembre a gennaio

Da fine novembre - Sant’Andrea - a metà gennaio, il 17 è Sant’Antonio Abate, il protagonista nelle campagne, anche Romagnole, era ed è, là dove si mantiene viva una certa tradizione, il “divin porcello”, il maiale. Considerato normalmente un animale sporco e sudicio, vietato in certe religioni e demonizzato dalle diete oggi per essere “sempre in forma” salvo poi soffrire ugualmente di extra-large, il maiale trova consolazione nella tradizione cristiana che gli ha dato anche un santo protettore: appunto Sant'Antonio Abate. Da noi, in Romagna, era comunque considerato una "benedizione del Signore" o della provvidenza, anche dalle famiglie più atee e miscredenti. E il motivo di questa conversione temporanea era semplice: il maiale veniva allevato con gli avanzi di casa, con cibi poveri e forniva carne e salumi per l'intero anno. Del maiale, si dice, "non si butta via niente". Fino agli anni ’50-60 è stato così, oggi è meglio dire che “non si buttava” quando c'erano i maiali buoni certamente, ma soprattutto quando c'era la fame con la "F" maiuscola. Cambiando le abitudini e l’alimentazione, ora si scarta molto di più e certi dettami della modernità hanno praticamente ucciso preparazioni indimenticabili come “e migliaz” (il migliaccio) dolce sanguinaccio romagnolo a base di sangue suino. Come di estinguersi corrono il rischio i maiali di razza romagnola. La Mora Romagnola infatti è una razza suina che rischia l’estinzione - oggi sono circa 300 capi e un consorzio cerca di mantenere e aumentarne la produzione - una razza che un tempo era allevata nell'intera Romagna con prevalente diffusione nel Forlivese e nel Faentino. Si può dire che il maiale in Romagna è rintracciabile non solo a cose legate alla cucina. Nelle parole ad esempio. In certe zone del nostro Appennino, lo ricordo ancora io, i bambini venivano chiamati “ i ninè” che è lo stesso nome che si da al piccolo del maiale, ma non era usato in senso assolutamente offensivo. Probabilmente i bambini e i maialini erano comunque un segnale positivo della provvidenza… Ma pensate anche al detto “se sant’antonio u sé innamure in tu’n porz…” (se sant’Antonio si è innamorato in un maiale) che è sempre stato il lasciapassare per qualsiasi commento su una coppia di persone che “la gente” di paese non approvava nella loro unione sentimentale. Ma tornando al nostro maiale e al suo totale utilizzo ricordiamo cosa si produce dalla macellazione di questo animale: sangue per il migliaccio, ossa da cuocere e piluccare, strutto, salsicce, salami (in quelli “buoni” della tradizione si mette ancora il sangiovese dell’ultima vendemmia), capocollo, coppe, fegatelli, coppa di testa (dove finiscono testa, ossa, cotenne, orecchie, codino, zampetti...), guanciale, lardo, ciccioli, cotechini, pancetta (cotta all’alba con la piada fritta prima di andare nei campi), mortadelle, soppressate, lonzino, stinco, braciole, costolette, cotiche... fino ad arrivare al prosciutto, quello crudo. Il premio finale. L'ultimo a mangiarsi. In tavola tutto questo si traduce in alcuni piatti tradizionali romagnoli dei quali vale la pena segnalare: i fegatelli con la rete e la salvia in graticola, i bruciatini di pancetta all’aceto (oggi solo balsamico, ma è un falso storico), l’arrosto di lombata, la polenta al ragù o alla salciccia, la porchetta, le bracioline, “e frizon” (il friggione) con la salciccia in alcune zone. Ma un ruolo molto importante, oggi ormai perduto se non in pochi “capisaldi” della ristorazione tradizionale era quello svolto dallo strutto. Per friggere, conservare salsicce, fare la piadina, non solo un ingrediente, ma il simbolo di una civiltà gastronomica che fa da cerniera tra l’Italia del Nord che utilizza il burro e quella del sud che usa invece l’olio. Chi ricorda la differenza di sapore delle patate arrosto o fritte nello strutto, tagliate grosse con rosmarino e sale grosso ? Lo strutto era utilizzato anche per certi dolci, come le castagnole, le sfrappole, per i soffritti in genere, per il salto in padella delle erbe di campo. Ricordo ancora mia madre che per lungo tempo lo ha utilizzato al posto della margarina (perché il burro per lei che aveva visto la Fame vera durante la guerra nell’appennino romagnolo, era troppo nobile) o certi parenti di mio padre, contadini, con cui da piccolo andavo a trovare che avevano sempre la padella nera vicino al fuoco con due dita di strutto pronti per i diversi momenti di alimentazione legati al ciclo di vita dei campi.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 23 novembre 2008

venerdì 14 novembre 2008

Scuola Democratica

"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
On. Pietro Calamandrei 20 marzo 1950

giovedì 13 novembre 2008

YES, WEB CAN


Adesso lo sappiamo e quindi possiamo scriverlo: Internet non l' ha inventata Al Gore, ma Barack Obama. Nella sfortunata campagna elettorale del 2000 il democratico «sconfitto» si attribuì goffamente la scoperta della Rete. In quella trionfale appena conclusa il vincitore ne ha fatto un uso senza precedenti, scovandone ogni dote e potenziandola esponenzialmente. Titola il sito di «Wired», il giornale più attento alla rete e alle nuove teconologie: «Spinto da Internet, Obama conquista la presidenza». È davvero così? Oltre al primo Presidente nero e meticcio abbiamo il primo Presidente.com? È stata la teconologia l' arma vincente di questa formidabile ascesa? Risposta: sì, ma. Partiamo dal sì. E' vero. Barack Obama è stato un perfetto candidato.com. In questo tuttavia non inedito. Già la campagna elettorale del 2000 era sbarcata su Internet. E chi era stato il primo a muoversi con qualche agilità nel territorio virtuale? Pensa te: John Mc Cain. Il vecchietto (già allora), utilizzò la rete nella sua purtroppo perdente sfida a George W. Bush, uno che si è vantato dei bassi voti a scuola e che si faceva caricare la playlist sull' I Pod da un assistente (limitandosi a pretendere la presenza della becera «My Sharona»). Poi, nel 2004, la corsa delle primarie democratiche partì, anziché con un colpo dello starter, con un clic dal Vermont: la discesa in campo di Howard Dean, lanciato da un passa-e-mail, sorretto dal popolo del web e stroncato dal popolino dei caucus nell' Iowa. Né McCain né Dean, nonostante l' intuizione del mezzo, raggiunsero il fine. Perché? Perché nessuno dei due era Barack Obama. Non basta usare Internet per arrivare alla Casa Bianca, bisogna sapere che cosa farne e occorre essere la persona giusta nel «non-posto» giusto. Obama, a differenza dei predecessori lo è stato. Ha vinto, sul web, con il web e grazie al web in tre www.mosse. La prima: ha giocato a tutto campo. Ha sfruttato ogni potenzialità, moltiplicato qualsiasi fattore. Aprire un sito, inserire qualche link, uploadare un paio di video su You Tube è sufficiente (forse) per il lancio di un film. Per arrivare alla Casa Bianca occorreva un' occupazione gentile e capillare, una conquista dei cuori e delle menti con una strategia militare che puntasse alla «missione compiuta» nel breve termine di una stagione elettorale. Obama (e/o chi per lui) non ha trascurato nulla. Ha creato il suo sito, ti ha fatto creare il tuo «sotto-sito» (mybarackobama.com), ha invaso YouTube e Facebook, di cui ha perfino arruolato uno dei fondatori. In una catena tendente all' infinito e all' incredibile ogni sito ne generava un altro con diversa funzione. Obama (e/o) chi per lui ha capito la Rete. Ha guardato all' esperienza di Clinton e considerato quanto il pettegolezzo nato sul web possa essere micidiale se non spento subito. Ha creato un sito apposito per smentire ogni voce (Fightthesmears.com, l' anti Drudge report). Ha messo un esercito di ragazzi a navigare cercando ogni possibile formazione di mucillagine e fango sul percorso, per dissolverla prima che potesse diventare un ostacolo. Ha guardato i terminali del flusso originato dalla Rete e ha occupato anche quelli. Si è fatto costruire una «Obama applicazione» per l' I Phone, in grado di dare informazioni, indicare comizi e raggiungere in via preferenziale residenti negli «Stati in bilico». Ha inserito in ogni sito un sistema per deviare l' informazione direttamente a un cellulare via sms. Ha immediatamente utilizzato il twitter. Era sulla cresta di ogni onda appena superava la linea dell' orizzonte. Ma non sarebbe bastato senza... ...la seconda mossa: come un contemporaneo Bernardo di Chartres, Obama ha valutato le nuove tecnologie «nani sedute sulle spalle dei giganti». Ovvero: nuovi strumenti per fare vecchie cose. Ha capito che la modernità è una strada diversa per andare dalla stessa parte, un aggiornamento e non una rifondazione. Sul web non si va a giocare un campionato di fantapolitica, ma ad aumentare le possibilità di vincere un' elezione reale. Come? Facendo lì, oltre che e non invece che altrove, le stesse vecchie insostituibili cose: raccogliere fondi, diffondere parole d' ordine, controinformare. Ha affiancato alla macchina tradizionale che tirava su donazioni in un unico assegno milionario da Warren Buffett, una flotta di automobiline virtuali che hanno caricato 600 milioni di dollari da tre milioni di persone sparse e mai radunabili sotto lo stesso tetto (oltreché, dicono i detrattori, non rintracciabili). Ha creato una virtuosa filiera di e-mail e sms per portare chiunque si fosse dichiarato un sostenitore al voto il 4 novembre (e non anche il 5, spiegava il sito di controinformazione, smentendo una voce diffusa ad arte per limitare l' afflusso). Contribuisci, vota e fai votare: sono imperativi vecchi come la democrazia, la novità era il modo di esprimerli, la tempestività e l' ampiezza con cui venivano diffusi. In questi mesi la squadra di Obama ha preso il web e l' ha portato sulla terra, ha tagliato corto sulla sua propensione al giocoso e all' inconcludente e l' ha reso macchina da fatti e non da parole o immagini. Perché questo non riuscì a Mc Cain nel '99, a Gore nel 2000, a Dean nel 2004 e alla Clinton nel 2007? Per via della... . ..terza mossa, che una mossa non è. Semplicemente è la natura di Obama. McCain può essere un eroe, Gore un vice, Hillary una moglie con qualche diritto ereditario, ma solo Obama può essere un avatar. La sua figura appare disegnata, la sua biografia irreale, il suo procedere nella storia staccato dalle leggi della fisica e della logica. Non ha bisogno di essere giovanilista perché è giovane. Né di mostrarsi diverso, giacché lo è. Obama non appare come una figura della realtà che diviene fantasia, ma viceversa. È come quel nickname senza sembianze certificate con cui hai chattato per mesi e che ti ha fatto sognare, credere di essere, dietro il sipario, la persona giusta, ti ha spinto a sostenerlo, a faticare per incontrarlo, infine eccolo lì, corrispondente a quell' immagine eterea, costruita da milioni di pixel e viaggi generazionali nello spazio e nel tempo, eppure, va ammesso, autentica. Obama, e soltanto lui nel panorama politico non soltanto americano ma mondiale, è «web-compatibile». Lo è perché appare «web generato». Tanto Gore non era credibile quando affermava: «Ho creato Internet» quanto Obama lo sarebbe se dicesse: «Internet mi ha creato». Obama è un link tra questo presente e una nuova pagina. È il download di un' aspirazione collettiva che prima di lui concepiva la propria esistenza, ma non il proprio oggetto, un mero dominio in costruzione, da riempire di contenuti. È un motore di ricerca, che procede per parole chiave: «cambiamento», «speranza», «possibilità». Tutto questo, attenzione, come la sua già raggiunta dimensione di mito contemporaneo che siede alla destra del Che e alla sinistra di Jackie O, ne faceva un superlativo candidato. E un perfetto candidato.com. Ma dal 20 gennaio dovrà essere un presidente (se vorrà, un presidente.com). Starà a lui (e/o chi per lui) inventare un modo per far diventare Internet strumento di governo e non solo di lotta. E trasformare, anche grazie a questo, la più straordinaria delle campagne elettorali in un' amministrazione che esercita con metodi nuovi la vecchia e desueta arte del buongoverno.

GABRIELE ROMAGNOLI - Repubblica — 06 novembre 2008

lunedì 10 novembre 2008

Gli appetiti del buffet

Quando partecipo ad un evento dove è previsto un buffet, trovo sempre divertente osservare e riflettere sulla natura umana degli intervenuti e i loro comportamenti. Di fronte ai tavoli imbanditi, che dovrebbero rappresentare un momento di piacevole informalità e socialità, senza la “schiavitù” dell’etichetta, alcune persone si trasformano. Non è un fatto di censo, ho visto scene incredibili in ogni occasione, dall’inaugurazione del negozio alla presentazione della mostra, dalla cena in giardino al party per la presentazione del nuovo libro. A prescindere dagli invitati sono arrivato alla conclusione che l’istinto primordiale nei riguardi del cibo scateni la competizione.
Tralascio i “professionisti del buffet” – ad Imola ad esempio ho individuato un paio di famiglie – presenti a tutte le inaugurazioni e non so come facciano ad essere così informati, che si posizionano su un angolo del tavolo e divorano letteralmente una quantità di cibo incredibile, facendo “muro” e impedendo agli altri di arrivare al cibo, soprattutto se non è prevista la fila. A tutti però sarà capitato di vedere come alcune persone si avventino sul banchetto come se fossero giorni che non hanno mangiato. In un buffet in realtà è bello avere la libertà di poter assaggiare davvero un po’ di tutto e potersi relazionare con più persone. Trovo sgradevole vedere persone tornare dal tavolo delle vivande col piatto stracolmo, con portate che si stratificano in precario equilibrio col rischio di far cadere il cibo e sprecarlo inutilmente. Oggi in cui non mangiamo più per necessità – salvo i casi di indigenza sociale – ma per piacere o per il gusto di farlo, trovo spiacevoli questi atteggiamenti, aggravati dal fatto che spesso capita poi di vedere gli stessi piatti abbandonati con ancora abbondanza di cibo. La condotta da adottare invece dovrebbe essere lo stesso che usiamo al ristorante, ma in modalità di assaggio: un po’ di antipasto, un primo, un secondo, verdura, dolce o frutta. Il piatto andrebbe riempito per un 70% e contenere al massimo 3 o 4 cose. Nei buffet, il divertimento, sta anche nell’andare più volte al tavolo per “spizzicare” le cose in modo però sempre misurato. La regola sarebbe “mettere poco e andare spesso”, tra l’altro questo permette di muoversi appunto e aumentare la socialità conoscendo anche nuove persone, magari iniziando il discorso in modo semplice parlando proprio del cibo. Ricordare sempre che la tavola unisce enon divide.
Per concludere lancio un appello agli organizzatori dei buffet. La cosa più difficoltosa e antipatica, partecipando ad un rinfresco, è la gestione del proprio bicchiere. Nella mia lunga frequentazione solo due volte, a Milano, i simpatici organizzatori davano inserito nel piatto un utile supportino in plastica per inserire lo stelo del bicchiere. Così si hanno le mani libere e il bicchiere sotto controllo. Come direbbe Bisio in una sua pubblicità: geniale !
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Sabato Sera DUE il 8 novembre 2008

domenica 9 novembre 2008

Il "no profit" sulla tavola del pranzo della domenica

In qualità di membro dell’Accademia Italiana della Cucina ritengo interessante parlare di una ricerca realizzata dal Centro Studi dell’Accademia stessa - che è Istituto Culturale “no profit” - su un appuntamento che forse molti potrebbero pensare sia un rito dimenticato o presente ormai solo in alcuni territori: parliamo del pranzo della domenica. Al contrario, un po' a sorpresa, lo studio conferma come questo appuntamento sia ancora attuale e vivo nelle abitudini delle famiglie italiane. Emerge dai dati raccolti, che il 52 per cento delle famiglie tutte le domeniche si siede a tavola con parenti o amici per assaporare menù e piatti che sono praticamente immutati nel tempo, dagli antipasti seguiti da pastasciutta pasta ripiena o in brodo, agli arrosti vari con patate o i bolliti con l'intramontabile insalata, alle crostate, torte di mele, budini, tiramisù o i classici pasticcini sul cabaret comprati nella migliore pasticceria. Protagonisti assoluti sono i manicaretti tradizionali, dai segreti tramandati in famiglia, realizzati soprattutto da mamme/suocere, zie e nonne ancora in gran forma. Piatti simili in tutto il paese, diversi nella realtà perché la cucina italiana non è solo una cucina regionale, ma anche territoriale, zonale, in una frammentazione che diventa però ricchezza e patrimonio storico-culturale. Lo studio, che ha coinvolto anche tutte le Delegazioni in Italia, ha consentito di prendere in esame un campione molto rappresentativo delle famiglie del paese. Ne è uscito che il pranzo della domenica è in verità un classico dei nostri appuntamenti di convivialità, una sorta di cerimoniale amato – forse qualche volta anche subito – sicuramente diffuso in ogni angolo parte del nostro paese. La domenica insomma è vietata a surgelati, fast food e ristoranti, a testimonianza di ciò provate a cercare un ristorante aperto a mezzogiorno: buona fortuna!. Altri dati dello studio dicono che intorno al tavolo di casa, alla domenica, si raccoglie in media un gruppo di 5 persone, con punte anche tra i 7 e i 10 quando si ritrovano nonni, zii, genitori e nipoti. Naturalmente la tavola a cui si fa riferimento è nel 70%, dei casi quella dei genitori, per il 17% dei figli, per il 4% di altri parenti o amici. Solo per un 5% circa il luogo ideale è quella del ristorante. Si può quindi dire che il pranzo della domenica resta inossidabile, specchio di un paese che cambia rimanendo però fedele a se stesso. Ritengo che in questo appuntamento “tradizionale” si possa leggere in qualche modo la nostra storia con l’evoluzione dei costumi e della cultura gastronomica. A partire dai primi del novecento fino agli anni '50 dove la carne era un lusso e si consumava – quelli che potevano - sotto forma di arrosti, brasati o bolliti, solo la domenica, ai tempi del “boom economico” con le prime “gite fuori porta” e i primi picnic, quando dalle città si spostavano in campagna – ricordo molto bene queste trasferte al fiume o negli Appennini – file di auto con plaid, piatti, stoviglie e cibarie. Passando poi agli anni Settanta dove subentra la nouvelle cuisine a quella tradizionale, sull’onda lunga della contestazione in cui tutto doveva cambiare, per arrivare agli anni '80 dove, vuoi per la perdita dei valori, per la “crisi della famiglia”, per il diffondersi delle diete e per l'affermarsi di cibi precotti e surgelati – il tempo comincia a scarseggiare - il pranzo della domenica subisce un calo di popolarità. Con gli anni '90 si assiste ad un ritorno alle origini, si esaltano i sapori genuini, i piatti della nonna che sembrano dimenticati e tra la fine dell’ultimo decennio e il nuovo secolo è tutto un fiorire di libri e nuove pubblicazioni di cucina, di trasmissioni tematiche, di Chef che impazzano nei media. E’ una sorta di nuovo Rinascimento Gastronomico in cui gli italiani si appassionano a quest’arte, in cui si elaborano ricette innovative ma nel solco delle tradizioni locali, si riscoprono e valorizzano i prodotti e i vitigni del territorio. Il pranzo della domenica, mai veramente abbandonato, torna pertanto ad avere un ruolo importante di (ri)unione e di ritorno alle nostre tradizioni. Magari – visto che i tempi cambiano – con sempre più attenzione a ingredienti di qualità, prodotti biologici, locali, stagionali e porzioni ... meno abbondanti.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 9 novembre 2008

lunedì 3 novembre 2008

La tradizione delle fave dei morti che arriva dalla Romagna

La tradizione legata ad Ognissanti e quindi alle ricorrenze dei primi di novembre nascono nell’antichità e in Romagna si sviluppano principalmente grazie all’afflusso dei componenti delle legioni romane che Cesare, di ritorno dalla Gallia, premiò regalando loro – come era uso fare allora – appezzamenti di terra da coltivare. Forse non tutti sanno queste legioni, come quasi tutte da un certo momento in poi , erano composte da “barbari” (come erano definiti dai romani tutti i cittadini dell’impero che non fossero compresi nel territorio dell’Urbe, che andò allargandosi nel tempo). I legionari di Cesare, nella fattispecie, erano Gallici e quindi portarono con loro, in Romagna, le tradizioni celtiche ancora oggi riscontrabili in numerose sfumature dei nostri usi e costumi. Quindi prima che Colombo partisse per l'America, la festa di Halloween veniva festeggiata con altro nome e caratteristiche non troppo dissimili in varie parti d'Europa, fra cui anche l'Italia settentrionale e la Romagna.

Essendo una festa che esorcizzava la paura della morte, nel nostro territorio in queste giornate, venivano messe in atto diverse usanze tese all'accoglimento dei trapassati che in quel periodo tornavano tra i vivi nelle loro case, che coinvolgevano la casa, ma pure gli animali e la terra. Ad esempio i contadini, nella mattina di questa festa, si alzavano presto per lasciar il posto ai morti e per l'occasione si metteva nei letti biancheria pulita e profumata. Alla sera veniva invece loro preparato del cibo e nella vigilia dei morti non si sparecchiava la tavola. Veniva lasciato tutto pulito ed ordinato, il pane fresco già tagliato. I contadini romagnoli usavano altresì mangiare proprio delle fave in questo anniversario, perché si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Si mangia quindi la fava secca lessata, condita di cotiche e rosmarino. E sempre la fava, veniva posta sui davanzali in ciotole ricolme, per gli ignoti transitanti, altrimenti potevano venir poste negli angoli delle strade bigonci o ciotole piene di ceci e lupini lessi. Altra tradizione era quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne, utilizzando quindi formaggi quali il raviggiolo e da qui la differenza con il tortellino emiliano in cui la carne è sempre presente. Altro piatto tradizionale erano i maltagliati insaporiti con l'alloro e il vino rosso.

Le offerte per i defunti potevano venir poste anche agli angoli delle strade strade: bigonci o ciotole piene di ceci e lupini lessi.
Altra tradizione consisteva anche nel portare una certa quantità di grano alla chiesa parrocchiale stendendolo sull'avello dei propri morti e collocandovi una candela accesa. Oppure veniva posta una bigoncia dietro la porta della chiesa, dove chi poteva, metteva del grano. Un’ulteriore usanza, che ci riporta a certe “mode” rispolverate senza conoscerne la genesi, era quella legata alle offerte fatte ai morti, lasciandole sulle tombe o dandole a chi li impersonava bussando alla porta di casa per una questua rituale, perché si ricordassero di pregare per i defunti. Solo che, al posto dei dolcetti, legumi bolliti. Anche le zucche appartengono alla tradizione e ci sono numerose testimonianze secondo cui nella prima metà di novembre si usava collocare nottempo nei crocicchi, o in altri luoghi del paese, zucche svuotate ed intagliate a forma di faccia, con dentro una candela accesa che servivano a a"spaventare le streghe. Possiamo quindi dire che le usanze tanto in voga negli ultimi anni sono di fatto un ritorno – con caratteristiche un po’ troppo “gioiose” perché nella tradizione la festa non aveva nulla di allegro – alle nostre radici.

Le fave comunque sono sempre state legate al culto dei morti per la loro capacità di evocare la continuità della vita che proprio dalla morte trae nuovo impulso, in un ciclo di eterno ritorno. Quindi un anello di congiuntura tra la vita e la morte. Oggi di tutto questo, a parte alcuni aspetti allegorici, rimangono solo le fave dolci, detti "Fave dei morti", dolcetti che, insieme a focacce e pani anch’essi dolci, venivano offerti in dono, nelle notti precedenti la ricorrenza dei morti, alle fate.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 2 novembre 2008