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domenica 5 ottobre 2014

“L’Occidente si svegli ha il nemico in casa”

“L’immigrazione islamica porta a un nuovo totalitarismo”

«Il pericolo è il diffondersi in una parte della immigrazione europea demograficamente esorbitante di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, che nasce nelle dottrine che arrivano dal vicino Oriente. È nel montare di un nuovo totalitarismo islamista che divide il mondo in credenti ed eretici, puri ed impuri, e nella paura degli intellettuali occidentali di definire le cose con il loro nome…». Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici della Shoah, è attento osservatore di quel versante atroce dell’umanità che sembra esser passato, sotto nuove vesti, dal secolo trascorso nel subbuglio del presente. 

 

I partiti della destra xenofoba avanzano in Europa… 

«Una frangia marginale della opinione pubblica europea ha simpatie naziste, ma è un fenomeno che viene esagerato. Il vero pericolo è la nascita di un antisemitismo di tipo nuovo, violento, fisico: in gran parte legato alla congiunzione di una estrema destra antisionista come la vediamo in Francia e in Belgio, non necessariamente neonazista, e di un antisionismo molto violento di estrema sinistra non legato alla critica della politica di Israele, che è totalmente legittima, ma all’esistenza dello Stato di Israele, il che è molto diverso. Ma soprattutto c’è un terzo fattore: l’immigrazione arabo musulmana in Europa, di popolamento, estremamente numerosa, che ha completamente modificato il panorama demografico del continente». 

 

Il cuore di tenebra dunque è nei Paesi arabi… 

«In gran parte sì, nel senso che l’antigiudaismo ha assunto proporzione considerevoli dopo la nascita di Israele e soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni. Ma quando i media occidentali non prestano attenzione a ciò che si dice nei media arabi, nelle televisioni, nelle radio, a quanto si scrive sui giornali, ma insisto soprattutto sulle televisioni, si condannano a non comprendere quanto accade in Europa: perché tutto ciò è riportato in Europa attraverso le parabole. Quando l’integrazione fallisce per una certa parte di individui, soprattutto giovani, si ha una ripresa identitaria di un islam radicale e violento». 

 

Che si spiega con ragioni economiche o sociali o affonda in una ideologia religiosa, penso al salafitismo sunnita … 

«Non è il motivo principale, perché altre minoranze sono colpite dalla disoccupazione e non diventano violente. La causa economica serve come schermo per non vedere le cause più profonde, che sono due. In primo luogo un risentimento coloniale contro la Francia. Poi, l’antisemitismo nel Maghreb era molto potente ben prima dell’avvento di Israele. E vi è ancora un’altra dimensione ed è quella del Corano. Si trascura sempre di leggere il testo in arabo, lo si legge in francese o in italiano spesso in cattive traduzioni… Vi è nel Corano un antisemitismo e un anticristianesimo molto violento e per i musulmani praticanti il Corano è parola sacra, è la parola di Dio». 

 

In Siria e in Iraq oggi, con la nascita del califfato, non stiamo assistendo alla nascita di un nuovo totalitarismo, che, dopo la razza e l’ideologia, ha trovato nella religione un pretesto per dividere il mondo in puri e impuri, da eliminare? 

«Sì. Il totalitarismo nell’Unione Sovietica divideva il mondo tra i cattivi che avevano origini borghesi e i buoni che avevano origini proletarie; quello nazista tra la buona e la cattiva razza. Quello islamista divide tra i puri e gli impuri, tra i credenti e gli eretici. Perché parlo di totalitarismo? Perché l’islam è una religione totalitaria, inglobante che non distingue tra materiale e spirituale. E poi c’è il fattore demografico. Una delle forze del totalitarismo nazista è stata la demografia, la forte demografia tedesca nell’800 e nel ’900. Il numero gioca un ruolo chiave nella diffusione delle idee. E questo vale per l’islamismo di oggi». 

 

Un pericolo maggiore che il terrorismo… 

«Il pericolo maggiore non è il totalitarismo islamista, è l’incapacità degli intellettuali occidentali di vedere il pericolo per la paura di essere tacciati di islamofobia e di razzismo». 

 

Che fare dunque? 

«La prima cosa è definire le cose per quello che sono. Più si definiranno le cose e più facilmente si risolverà il problema. In occidente invece si ha paura delle parole, si è terrorizzati da alcune parole. Per esempio dire che una parte della gioventù dell’immigrazione musulmana in Europa costituisce un potenziale pericolo, non tutta certo, una piccola parte. Ma è il cavallo di Troia che è già tra di noi». 

 

Tra i jihadisti del Califfato ci sono numerosi giovani «europei»… Il pericolo è tra noi? 

«Sì, è là. Nelle tre decapitazioni degli ostaggi l’assassino parla con un accento londinese, sono musulmani nati in Inghilterra. E si sa che il responsabile della strage di Bruxelles è stato il carceriere per molti mesi di ostaggi francesi in Siria, che li ha picchiati. Vuol dire che oggi in Europa ci sono centinaia di assassini potenziali: il pericolo è tra noi». 

 

L’attacco dell’islamismo non è per caso passato dal piano terroristico a quello militare? 

«Sì, ma i combattenti del Califfo sono 30mila, un nulla dal punto di vista militare rispetto all’Occidente; li si può distruggere in una settimana. Non siamo allo scontro Stato contro Stato, siamo nel quadro di un conflitto asimmetrico: come nel 1939 non sono le armi che mancano, è la determinazione politica di usarne. Era il senso dell’impegno di Churchill quando disse: “Voi avete voluto evitare la guerra e ora avrete la guerra e in più la viltà”. Siamo nello stesso scenario di allora». 



mercoledì 22 gennaio 2014

Loro costruirono il califfato, noi vili capaci solo di sperare

Gli argomenti di Oriana Fallaci sono laceranti come lame di coltello, ci si ferisce tanto quanto feriscono gli altri. Ma la sua grandezza è nell’esser stata una donna di passioni.
Ovvero di volta in volta distaccata e integrata, ricca e povera; della povertà di ieri fare la ricchezza di domani. Il suo libro, i suoi articoli sull’urgere assassino di un Islam guerriero sono un documento irrimediabile che porta l’orribile palpitazione di un attimo. Ha fatto urlare, ci fa urlare. Quante righe vorremmo modificare. Ma è impossibile.

Allora... Nel deserto, ai confini dell’Eufrate, forsennati dominati da vizi e passioni senza scampo, ancorati ai binari fissi della lotta brutale, le fermentazioni di un Islamismo decomposto, ricostruiscono il califfato di Omar. Califfato: la parola formidabile è in voga dal Vicino Oriente al Maghreb. E si preparano, sotto i nostri occhi transigenti e accomodanti, a riempire i giorni futuri, generosamente, fino all’orlo, di fumo di martiri di orrore. Gli appelli occidentali al cessate il fuoco, alla diplomazia, appaiono timidi tentativi di mettere argini di sabbia a un uragano.

Il califfato non è un sogno di fanatici antiquati che si sberrettano a un dio crudele. È un progetto politico preciso che divampa con sfacciata petulanza, ha mezzi economici, scadenze. E un esercito. Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica c’era una sola potenza in grado di muovere una armata in diversi luoghi del pianeta, rapidamente: gli Stati Uniti. Non la Cina, non le minuscole ex potenze europee, che hanno ancora la stolta voglia di fare i terribili, i feroci, i prepotenti, ma al massimo sono capaci di combattere piccole guerre post-coloniali. Ora quest’altra forza è: il jihadismo planetario. Può spostare migliaia di sperimentati nelle scienze della morte dall’Asia centrale alla Libia, dal Sahel alla Siria, dalla Somalia all’Iraq. Nella Mezzaluna fertile dove ovunque si cammina si calpesta la Storia, nella Siria decrepita degli Assad hanno individuato il primo possibile nucleo dello Stato Islamico. Qui i confini sono ancora quelli disegnati dalla prima guerra mondiale, le spartizioni fatte a tavolino dalle mani frettolose dei diplomatici inglesi e francesi. I jihadisti decompongono pezzo a pezzo quella umiliazione remota. Annettono, eliminano, ricompongono in unità, l’unica regola dell’Islam. Qui vivono uomini minacciati, quasi sopraffatti dal Male, in un mondo che non conosce più il senso della Pietà e della Carità. Andate in Siria, invece di impancarvi da profeti, al calduccio dei caffè d’Occidente: guardate, verificate, inorridite!

Poi, verrà la seconda fase: l’annessione dei Paesi delle Primavere, inceppate o già convertite al Corano. Il waabitismo, il sordo rigorismo ritualistico nato in Arabia un secolo fa, guadagna consensi nella delusione e nella miseria di quei paesi, si fa subito armato e prepotente. La parola di Dio! Un ferro rovente. Le intelligenze carnivore, le bestie feroci e astute che credono di lavorare per il guadagno di Dio, la razzia degli uomini che vivono degli uomini sono al lavoro in Libia, nel Sud della Tunisia, in Somalia, in Nigeria, in Mauritania, nell’Algeria dove l’uscita di scena del presidente Bouteflika innescherà nuove turbolenze. In Marocco la controrivoluzione preventiva del re ha solo permesso di guadagnare tempo. Nel Sahel il ritiro dei francesi riapre le porte ai gruppi dei Tuareg convertiti alla fede militante, sconfitti ma non annientati, indomabili.

E poi l’Egitto, innanzitutto e soprattutto: ottanta milioni di abitanti, il Paese dove passa la storia di tutto il mondo arabo, che anticipa prova contagia da sempre, dove la condizione umana dell’Islam appare più spoglia, quasi a nudo. Il terrorismo e la rabbia delle masse dilagano dopo il golpe dei militari contro la «democrazia» dei Fratelli musulmani. Ancora errori dell’Occidente. Sostenitore di Mubarak, il faraone corrotto, ha applaudito l’Islam conservatore come a un accomodamento da comari, per poi inneggiare al Contrario, il ritorno dei carri armati, il dispotismo in uniforme che ci fa ancor più comodo.

Ecco il problema: decenni di interessata e distratta convivenza con i tiranni, che tenevano sotto chiave gli Islamisti e badavano per conto nostro alla fiumana dei poveri emigranti, ci hanno tolto ogni autorità morale, abbiamo stretto troppe mani per suggerire modelli, per autorizzare democrazie. L’hanno tolta anche ai terzomondisti, che trovavano «interessante» la laicità di qualche tiranno, purché abbaiasse contro gli americani. L’Occidente è diventato marginale, inutile, debole, in un mondo che ha dominato quasi sempre senza giustizia. E la nostra viltà è permanente, non uno stato d’animo passeggero, non una sorta di raffreddore da cui si guarisce facilmente.

Certo, non tutti i musulmani sono fanatici, che banalità! Il problema è che gli altri sono i tiepidi, i «mi faccio gli affari miei», i sudditi obbedienti di tutte le dittature e le prepotenze: fasciste, comuniste, tribali, Islamiche. Certo all’altro capo di quel mondo, nella piccola Tunisia dove tutto iniziò tre anni fa, altri musulmani scrivono, zitti e fieri, dopo prometeiche fatiche, una Costituzione che, ancorandosi disperatamente alla laicità e alla differenza, vuol gridare che l’Islam non è un universo immobile di capi spietati e indiscutibili, impastoiato a verità uniche, interdizioni fanatiche: che l’Islam non obbedisce sempre alla voce del Padrone. Forse quei giovani protagonisti non sono, dopo tre anni, anime asciutte, esausti come bambini dopo la fiera annuale, con volgarissimi rombi, stridori e squilli. Chi ha fatto una rivoluzione è virtuosamente contagiato, non può dimenticare ciò che ha vissuto, l’intolleranza alla rassegnazione, il «terra terra», la scoperta di un nuovo continente. E, forse, è capace di una risposta biblica al dispotismo: mai più!

Ecco: per evitare di doverci battere, militarmente, contro i ricostruttori del califfato dobbiamo sperare, un’altra volta, senza merito, nel coraggio, nel gusto di cenere di una gioventù sciupata dall’oppressione, ma in piccola parte, e ancora per poco, insensibile alle strimpellature Islamiste, che scrive in Tunisia, oggi, domani forse in altri luoghi, miracolose Costituzioni: di carta.

Domenico Quirico - La Stampa - 19 gennaio

domenica 5 gennaio 2014

Indietro tutta: si torna alle buone maniere

È boom di manuali di galateo


Buona educazione. Basterebbe chiamarlo così, il galateo, per rendersi conto che non è un residuato d’altri tempi, riservato a nobili o fanatici. Certo molto è cambiato dal cinquecentesco testo di Della Casa o dai rigidi cerimoniali portati in tv da «Downton Abbey», ma conoscere le regole base, spesso molto vicine al comune buon senso, mette al riparo da brutte figure e aiuta nel lavoro.  

 

Con questo spirito, oltreoceano, Dorothea Johnson, fondatrice della Protocol School of Washington, ha scritto con la nipote Liv Tyler «Modern Manners» (ed. Potter Style). Una detta regole, l’altra racconta aneddoti e citano, un po’ a sorpresa, Cesare Pavese: «Le lezioni non si danno, si prendono». L’attrice, figlia del cantante degli Aerosmith e di una «groupie» modella di Playboy, attribuisce molto del suo successo proprio all’esempio datole dalla nonna, con cui ha vissuto da bambina. Insieme ricordano che è opportuno presentare le persone con un commento sulla loro attività e sul grado di parentela o di relazione, non scendendo in dettagli troppo personali.  

 

Sempre apprezzata, l’indicazione di introdurre l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, con la mano da porgere non «moscia» e tantomeno «a tenaglia». Mai fissare insistentemente, ma prestare attenzione al proprio interlocutore. Non a tutte potrà andare bene come all’allora adolescente protagonista di «Io ballo da sola» e «Il Signore degli anelli», di fronte all’idolo Johnny Depp: «Mi tese le mano e, occhi negli occhi mentre parlavamo – racconta -, mi fece sentire per qualche istante l’unica al mondo».  

 

Anche in Francia un nuovo volume giudica gli atteggiamenti più comuni del vivere in società: Juliette Dumas, animatrice del blog «Briller-en-ville», e Soledad Bravi, illustratrice della rivista «Elle», ripercorrono in 100 vignette buone e cattive abitudini in «Shine ou not Shine?» (ed. Marabout). Alle due parigine spetta il decalogo delle regole più sorprendenti, «trasgressive» per la loro semplicità, da cui ripartire: tenere la porta a chi entra dopo di noi; arrivare puntuali a un appuntamento e scusarsi in caso di ritardo; non fare scenate ai figli in pubblico; evitare di lamentarsi Liv Tyler: in continuazione; reintegrare il «grazie» nel proprio vocabolario, e soprattutto usarlo.  

 

«In tutto il mondo il recupero delle buone maniere è un must e la quotidianità è il banco di prova», sostiene l’esperta Barbara Ronchi della Rocca che con il suo ultimo «Si fa non si fa» (ed. Vallardi) 

ha dato una spolverata al codice di comportamento nell’era 2.0. Primo capitolo dedicato all’abbigliamento, che va adeguato all’età e alle circostanze: meglio evitare di partecipare a una cerimonia se si vuole essere alternativi a oltranza. Lo stile «shabby chic» non è per tutti, sconfina spesso in trascuratezza. «Da americani e francesi dovremmo imparare il vezzo di vestirsi eleganti in certe occasioni, come a teatro - sottolinea -. Un errore tutto italiano è quello di confondere il costo di un capo con la sua formalità». Intramontabile una classica apparecchiatura della tavola, senza eccessi, armonica.  

 

Il lifting? Consentito, con moderazione, così come il profumo. Le norme sono sempre più contaminate dalla «netiquette», codice del web. Il tramonto di lettere e cartoline non vuol dire sciatteria: vanno controllate punteggiatura e ortografia di sms ed e mail, ammessi quasi per tutto, ma carta e penna restano obbligatori per porgere le condoglianze. Anche lasciare il partner con un messaggino è una questione di cattivo gusto, ma in altre epoche lo hanno fatto Greta Garbo, via telegramma, e Daniel Day Lewis, con un fax. «I maleducati? Banali e prevedibili – conclude -, chic è conoscere le regole, e sapere quando si possono infrangere».  


ELENA MASUELLI (AGB) - La Stampa (http://www.lastampa.it/2014/01/05/societa/indietro-tutta-si-torna-alle-buone-maniere-9j0y2iGlSVIsPljXhTVcyI/pagina.html)


Alcuni manuali sulle buone maniere (Pierangelo Raffini)



  

domenica 17 febbraio 2013

Il valore intrinseco della cultura

Le dottrine umanistiche - con il contributo fondamentale che esse possono dare allo sviluppo di un pernsiero critico - sono fondamentali per la salute della democrazia. Lo sarebbero anche per la crescita economica, perchè non c'è buona economia ingorando fattori come l'immaginazione, l'etica o la responsabilità sociale. Ma è necessario che sappiano riformarsi.

di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013

Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.

Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.

Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.

Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.

Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.

Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.

La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?

Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.

La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.

Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.

MicroMega

mercoledì 8 agosto 2012

La fabbrica del cibo

Prima gli elettrodomestici. Poi i megastore della buona cucina. Sempre collezionando successi, fino al più grande dei suoi negozi, quello appena aperto a Roma. Ma ha l'idea di mollare tra due anni. Per fare che cosa? Visto il successo, magari la politica... Il patron di Eataly Oscar Farinetti si racconta.

Oscar Farinetti è un uomo sfrontatamente contento della vita. Lo ascolti mentre ti mostra con occhi ridenti la sua ultima realizzazione, lo smisurato luna park romano di cibi buoni e sani, e ti convinci che l'ha fatto per te. Mica per soldi, per business, per fare impresa, ma per addolcire la vita a quelli come te. Che forse ancora non sanno che mangiare bene è un piacere del corpo che affina lo spirito, alimenta la cultura e salverà l'economia.

I tentativi di sottrarsi all'entusiasmo contagioso di questo signore piemontese, che in pochi anni è diventato l'emblema della qualità alimentare italiana nel mondo, vacillano di fronte alla mozzarella campana impastata a vista, alla produzione diretta della birra, alla frutta saporosa, al pesce mediterraneo quasi vivo, ai 23 ristorantini tematici.
Ma crollano del tutto quando si entra direttamente nella favola, con la gianduia tiepida che scende senza interruzione da un rubinetto dorato. "La fabbrica del cioccolato" di Dahl è ora una realtà, qui a Roma, nell'ex Terminal Ostiense di Italia '90.

Farinetti, lei in questi giorni è al culmine del successo. Come sta vivendo il suo momento?
"Scoppio di orgoglio, non si vede? Cerco di non montarmi la testa, ma godo da morire. Il successo è un piacere che va provato in vita. Tra Leopardi e Alessandro Dumas padre, che vendeva la sua firma a 100 mila franchi, viva Dumas".

Eppure lei si definisce con parole modeste: droghiere, mercante.
"Se insinua che faccio il furbo, ha fatto centro. La furbizia ci vuole ma va abbinata a qualche concetto opposto, in questo caso l'onestà. Uno dei principi più forti di Eataly è quello di essere furbi ma onesti. Un altro è quello di essere informali ma autorevoli. Solo così si diventa speciali. Se vuole, mi faccio altri complimenti".

Le piacciono molto i complimenti?
"Ne vado matto, e adoro anche farli agli altri. Certi giorni esco di casa e a tutti quelli che incontro dico: "Come sei ringiovanito, come sei dimagrito!". Faccio felice la gente con poco".

Nei suoi megastore invece ha deciso di farci felici prendendoci per la gola.
"Sì, ma è una gola creativa, innovativa. Mi permetta di essere serio e mi creda sulla parola. In questa impresa io ci ho messo altruismo, onestà, passione. Credo alla supremazia dell'altruismo sull'egoismo, come una volta si credeva alla supremazia culturale della sinistra. Oggi questo è il mio modo di far politica".

Ha conosciuto altri modi in altri tempi?
"Guardi questa tessera che tengo in tasca come una reliquia. Era di mio padre, c'è la foto di Nenni e la mia firma come segretario della sezione di Alba del partito socialista. Era il 1981 e avevo 27 anni, poi il Psi di Craxi mi deluse irreversibilmente e da allora vivo l'impresa come un missionarato".

Non sta esagerando, Farinetti? Così sovverte due secoli di capitalismo.
"Può darsi, ma oggi quella dell'imprenditore è una missione. Deve dare lavoro e farlo in modo equo. Io ho un programma in tre punti: la quindicesima a tutti, e finora ci sono sempre riuscito; nessun salario inferiore ai mille euro, e ci sto quasi riuscendo; lo stipendio più alto che non deve superare più di cinque volte il più basso. E poi lezioni per bambini e pensionati. Agli anziani insegniamo a cucinare piatti ricchi con ingredienti poveri. Così la sardina diventa un branzino".

Insomma un Adriano Olivetti aggiornato al Duemila.
"Tengo un suo ritratto nelle sedi Eataly".

Come mai per la sua missione ha scelto il cibo di qualità o il vino senza solfiti e non altre merci?
"Perché questo è il momento del buon cibo ed io ho forse il merito di averlo capito per primo, ispirato anche dal lavoro di Carlo Petrini, amico mio da sempre, e dal suo geniale slow food".

Non sente un piccolo stridore a offrire tutta questa opulenza in tempo di crisi?
"Al contrario. Io dimostro che si può comprare una mozzarella sublime allo stesso prezzo di una pessima. E così forse contribuisco a uscire dalla crisi".

Come?
"Indicando un modello di sviluppo diverso, che ci salvi o ci faccia riprendere dall'imminente collasso della civiltà dei consumi. Noi italiani potremo farcela solo attraverso la nostra creatività, come è già avvenuto nel Rinascimento. Allora c'era l'arte, oggi ci sono l'agro-alimentare, il design, la moda, la cultura, l'industria manifatturiera di precisione. E allora via con le esportazioni delle nostre eccellenze, magari legandole a un logo che ultimamente siamo tornati ad amare: la bandiera italiana. Sarebbe una forma eccezionale di pubblicità".

Altra arte in cui lei si diverte a innovare. Semina dubbi sul suo stesso lavoro, fa autocritica...
"Sì, ho deciso di farla finita con il modello Mosè, il primo che ha lanciato un messaggio promozionale. È andato sul monte più alto e ha detto: se seguite questi dieci precetti vi prometto il paradiso. Da allora tutti hanno creduto che bisognasse far promesse".

Invece?
"Io ho rivoltato la frittata. Per esempio, fra pochi giorni usciremo con una pagina pubblicitaria con lo slogan "Non siamo ancora soddisfatti" e racconteremo tutti i nostri errori. C'è del vero ma è anche una furbata: se chiedi scusa in anticipo, nessuno ha più il coraggio di criticarti. Mase fosse per me farei pubblicità anche più azzardate".

Chi glielo impedisce?
"I miei figli. Mi censurano un sacco di idee".

Ne racconti qualcuna.
"L'ultima è quella del lievito madre. Ho proposto di ribattezzarlo "lievito padre" spiegando che è maschio, è ciò che entra, è lo sperma. Mi hanno detto che non si può. Qualche tempo fa mi hanno anche vietato di mandare a Berlusconi un dissuasore sessuale e di raccontarlo pubblicamente. Lei sa cos'è?".

Francamente no.
"È uno strumento che sostituisce i concimi chimici. I dissuasori attirano i parassiti maschi che, scambiandoli per delle femmine, fanno autoerotismo illudendosi di far l'amore. Un modo geniale di bloccare la riproduzione senza far del male a nessuno. La lettera di accompagnamento per Berlusconi diceva: "Usi questo, presidente, così avrà tempo per dedicarsi al Paese". Niente da fare, me lo hanno bocciato".

Ha dei figli moralisti?
"Ho dei figli geniali. Il più grande, che somiglia molto a mio padre, mi mette addirittura la stessa soggezione che provavo per lui, grande comandante partigiano della brigata Matteotti, poi a lungo presidente dell'Anpi, ma sempre un po' distante. Troppo mitico come padre".

Come ha vissuto da ragazzo la diceria che indicava in suo padre uno di quelli che si era appropriato di un leggendario tesoro affidato ai partigiani?
"Come una leggenda, appunto. E come la rivalsa degli invidiosi. Si figuri che, quando a 24 anni ho cominciato a lavorare nel suo supermercato, mio padre spesso non aveva neanche i soldi per pagarmi lo stipendio. Si andava avanti grazie alle 600 mila lire mensili di mia moglie, che per fortuna aveva vinto un concorso in banca".

A proposito di sua moglie, lei è sposato da più di trent'anni. Qual è il trucco per far durare così tanto un matrimonio?
"Non dimenticare mai il passato e non cedere alle tentazioni dei cinquant'anni. Non è difficile. Mia moglie mi è stata sempre accanto e oggi lavora con me. Abbiamo fatto tre figli maschi che non consideriamo una proprietà, ma un contributo dell'amore alla società. Ci siamo sempre sentiti in due".

Un capitolo di un suo libro si intitola "Meno Chiesa più Gesù". È il suo modo di essere religioso?
"È il mio modo di detestare il potere della Chiesa che si perpetua attraverso l'uso del mistero per impedire alla gente di pensare. Immagini che effetto le farebbe se alle domande che lei mi sta facendo, io rispondessi ogni volta: "Eh... mistero!". Troppo facile. Gesù invece è stato il più grande genio dell'umanità. Se tornasse oggi, scaccerebbe tutti i mercanti da tutti i templi, compresi quelli della finanza e delle banche che hanno snaturato l'economia".

È per questo che, nonostante i suoi successi, ancora non si quota in Borsa?
"La Borsa, che era una cosa seria e valutava le aziende secondo la verità delle loro performances, è diventata una scommessa, peraltro truccata, perché aziende che vanno bene scendono, altre che vanno male salgono. Finché è così, non mi avrà".

Un'ultima domanda, Facchinetti. Lei ha mai conosciuto l'ozio?
"Ma certo! Sono un pigro incorreggibile. Vivo con il rimorso perenne di non essermi svegliato un'ora prima, anche se poi le cose le faccio lo stesso. A proposito, non le ho ancora detto che io vado a cicli e cambio mestiere ogni otto-dieci anni. L'ho fatto con Unieuro e lo farò con Eataly. A fine 2014 passerò il testimone ai figli".

Per fare che cosa?
"So che mi metto nei guai ma glielo sussurro: forse la politica. Però per cortesia scriva che non voglio andare a scaldare qualche poltrona a Roma. Voglio fare la politica vera, nel territorio, quella che può cambiare davvero le cose. E prometto che farò solo due mandati. Tanto dopo dieci anni cambierei di nuovo".

Stefania Rossini - L'Espresso

mercoledì 7 marzo 2012

La conoscenza ci libera dal pizzo

Il manifesto per una «costituente della cultura» lanciato la scorsa domenica da questo supplemento culturale forse mette finalmente l'accento su uno snodo cruciale della sfida che la classe politica e i cittadini di questo Paese devono affrontare, se fanno sul serio quando auspicano una ricostruzione economica e civile. Chi intrattiene rapporti di collaborazione con colleghi del mondo accademico straniero si sente spesso chiedere come sia stato e sia possibile che l'Italia attraversi una crisi che verosimilmente dura da alcuni decenni. E lo stupore nasce dal fatto che questa condizione appare paradossale, considerando che possediamo un patrimonio culturale di inestimabile valore, una tradizione di creatività artistica e scientifica individuale abbastanza unica e un sistema di istruzione che ha certamente dei difetti ma continua a sfornare cervelli in grado di emergere quasi con facilità nei dipartimenti universitari stranieri, sia umanistici sia scientifici, o all'interno di enti internazionali, pubblici o privati, che producono o elaborano conoscenze, tecnologie, analisi economiche e politiche eccetera.

È inutile recriminare sulle responsabilità, ma si dovrebbe prendere atto che per varie ragioni negli ultimi decenni si è selezionata una classe politica decisamente scarsa sul piano culturale. E che forse anche per questo non si rende conto del fatto che i Paesi nei quali, storicamente e attualmente, si cresce economicamente e dove si registra un grado elevato di senso civico investono cospicuamente in cultura. E questo perché chi li governa o sa o si è documentato, invece di limitarsi a commissionare sondaggi, sul fatto che la produzione e diffusione di cultura, umanistica o scientifica, purché di qualità, stimola la creatività, e quindi promuove l'innovazione, nonché migliora la vita civile e istituzionale di una società.
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare tanto lontano per documentarsi. Nel 2009 la direzione generale per l'educazione e la cultura della Commissione europea ha prodotto uno studio intitolato The impact of culture on creativity. Si tratta di un'ampia riflessione, con tanto di casi di studio e bibliografia, in cui si dimostra con solidi argomenti e dati empirici che dalla combinazione di competenze artistiche, capacità immaginative e un ambiente in cui vi sia un consistente investimento in cultura e istruzione, scaturisce una diffusa creatività basata sulla cultura, che produce innovazione in tutti i settori della vita economica e istituzionale di un Paese. La cultura, spiega e dimostra il rapporto, migliora il profilo affettivo delle persone, la loro spontaneità e l'autonomia, le capacità intuitive, la memoria, l'immaginazione e il senso estetico. Tratti, questi, che generano valori economici e sociali. Per esempio, nuovi modi di guardare i problemi, che aiutano a trovare più rapidamente soluzioni adeguate, una differenziazione dei prodotti, dei consumi e delle aspettative, una salutare messa in discussione di tradizioni conservatrici che solitamente generano diseguaglianze o discriminazioni sociali, senso di identità e appartenenza comunitari che favoriscono la cooperazione e, non ultima, un'attenzione personale più spiccata e qualificata per i valori spirituali, simbolici e immateriali.
È singolare che da parte della classe politica italiana non si sia capito in tempo che aderire alla strategia o processo di Lisbona, cioè accettare di concorrere a trasformare l'Europa nell'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del pianeta, significava prima di tutto investire in produzione di conoscenza e in valorizzazione del patrimonio culturale secondo una logica innovativa ed evolutiva basata su modelli imprenditoriali pertinenti. Non che gli altri Paesi europei abbiano poi saputo far meglio dell'Italia. Ma alcune economie emergenti, davvero basate sulla conoscenza, invece hanno capito molto bene come si alimenta la creatività e l'innovazione da cui la produzione di nuova conoscenza dipende direttamente.

Quasi tutti sanno che Singapore è una delle economie più dinamiche e con una crescita a due cifre da circa dieci anni. Sono forse meno numerosi coloro informati del fatto che dal 1989 quella repubblica sviluppa un intenso programma di investimenti culturali, culminato in un rapporto del 2002, Investing in Singapore's Cultural Capital che disegna per la cultura una funzione non meramente di consumo, ma a supporto della creatività, dell'innovazione e della qualità della vita. Nel 2008 Singapore è stata pubblicizzata nel mondo come Global City of the Arts con espliciti richiami al Rinascimento italiano. I suoi spettacolari musei d'arte, storia, e scienza, nonché l'intensa produzione culturale e gli investimenti nei campi dell'istruzione e della ricerca rendono questa città-Stato una presenza culturale tra le più vivaci non solo nel mondo asiatico, ma su scala internazionale.

Un recente studio condotto da Niklas Potrafke dell'Università di Costanza su 125 Paesi (Intelligence and Corruption, pubblicato a gennaio in «Economics Letters», Vol. 114, No. 1) ha rilevato che dove ci sono livelli di prestazioni intellettuali più alti, la corruzione, che è uno dei fattori che più danneggiano la crescita economica (e noi purtroppo ne sappiamo qualcosa), è più bassa. Si tratta dell'ennesima correlazione che va nel senso di indicare come il capitale cognitivo è il fattore chiave per lo sviluppo economico di un Paese. Da diversi anni si effettuano studi comparativi su decine di Paesi, in cui si confrontano le prestazioni scolastiche, misurate attraverso i vari test di valutazione (ad esempio Pisa), o la proporzione di «capitale cognitivo», cioè di competenze scientifiche e tecniche in senso lato ma soprattutto nei settori di frontiera della ricerca scientifica e tecnologica, presente in una data nazione, mettendo questi parametri in relazione con i livelli di libertà economica, di efficienza istituzionale (in particolare il livello di salute dello Stato di diritto) e di gradimento della democrazia. I risultati non sorprendono chi abbia un minimo di familiarità con il pensiero di certi illuministi, primi fra tutti i Padri Fondatori della democrazia statunitense, o frequenti la letteratura più recente nei campi della psicologia sociale e cognitiva o della neuroeconomia e dell'economia evoluzionistica. Stupisce che la politica non ne sia informata e non ne abbia tratte le conseguenze. Infatti, tutti gli studi mostrano che nei Paesi dove le performance scolastiche misurate attraverso i test attitudinali sono più elevate e dove si investe per garantire la presenza di una consistente smart fraction, si registrano i livelli più alti di efficienza istituzionale, di funzionamento meritocratico, di libertà economica e di reddito pro capite.