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lunedì 16 marzo 2015

Presentato il libro “Lugo e le sue osterie” realizzato dalla Delegazione di Lugo di Romagna dell’Accademia Italiana della Cucina

Lunedì 16 Marzo 2015 - LugoBassa Romagna
Da sx Alessio Guidotti, Davide Ranalli, Anna Giulia Gallegati, Pierangelo Raffini

Si celebra così il decennale della nascita dell'Accademia sul territorio

La Delegazione di Lugo di Romagna dell’Accademia Italiana della Cucina(www.accademia1953.it) ha realizzato, per il decennale della sua presenza sul territorio di Lugo e dei comuni della Bassa Romagna, un libro dal titolo “Lugo e le sue osterie” con l’obiettivo di lasciare un ricordo tangibile e in linea con l’Istituzione Culturale che rappresenta. 

Alcune copie del volume verranno regalate alla Biblioteca del Comune che fu sede proprio del “battesimo” della nuova Delegazione.

Il libro è stato scritto dal Dott. Alessio Guidotti, docente di storia e filosofia, laureato in Storia e in Lettere presso l’Università di Bologna. Oltre ad aver conseguito due abilitazioni all’insegnamento secondario di secondo grado, ha ottenuto il Master di beni culturali ecclesiastici, presso l’Università degli Studi di Bologna, sede Ravenna e il Diploma di perfezionamento in La ricerca storica. Ha già pubblicato il volume “Verso l’Unità d’Italia passando dalla Romagna” e autore di alcuni articoli su Civiltà della Tavola (Rivista dell’Accademia Italiana della Cucina distribuita in tutto il mondo).

Il Delegato di Lugo di Romagna, Pierangelo Raffini, ha concordato con il Sindaco della città, Davide Ranalli, la presentazione del volumetto nell’ambito del mese della Cultura che tradizionalmente per questa Istituzione cade in marzo.

L'Accademia Italiana della Cucina è nata - naturalmente a tavola, come accade spesso per le cose importanti - quando un gruppo di amici, riuniti a cena il 29 luglio del 1953, ascoltarono e condivisero l'idea che Orio Vergani perseguiva da tempo: quella di fondare un'Accademia col compito di salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della tavola, espressione viva e attiva dell'intero Paese.

La cucina è infatti una delle espressioni più profonde della cultura di un Paese: è il frutto della storia e della vita dei suoi abitanti, diversa da regione a regione, da città a città, da villaggio a villaggio.

"La cucina - si legge in una nota del delegato Raffini - racconta chi siamo, riscopre le nostre radici, si evolve con noi, ci rappresenta al di là dei confini. La cultura della cucina è anche una delle forme espressive dell'ambiente che ci circonda, insieme al paesaggio, all'arte, a tutto ciò che crea partecipazione della persona in un contesto. È cultura attiva, frutto della tradizione e dell'innovazione e, per questo, da salvaguardare e da tramandare.

Civiltà della tavola vuol dire prima di tutto civiltà e cioè l'insieme di usi e costumi, di stili di vita, di consuetudini e di tradizioni degli uomini che li condividono. E civiltà del gusto, di quel senso preposto al piacere della tavola - quel gusto capace di affinarsi, di perfezionarsi, di riscoprire sapori perduti e di tentare il palato anche con il nuovo - vuol dire l'insieme dei valori che anche attraverso la tavola un popolo si tramanda, rinnovandoli continuamente, e che ne costituiscono l'identità culturale. Salvaguardare il gusto, quindi, diventa un elemento essenziale per la difesa non solo della civiltà della tavola, ma dell'identità stessa di un popolo".

giovedì 11 settembre 2014

#Eccletismi http://ift.tt/1xO5VLO 3 ottobre Imola

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Immagini per pensieri - 3\12 ottobre 2014
Il Centro Studi Luigi Einaudi presenta Eclettismi, una mostra di immagini e racconti. Si tratta di una combinazione di elementi diversi: fotografie e pensieri che hanno l'obiettivo di generare reazioni positive, riflessioni, ricordi. Gli scatti fotografici sono attimi di memoria privata, ma se condivisi, diventano suggestioni pubbliche: occasioni di confronto.
Prossime tappe: Milano e Roma

by Pierangelo Raffini




September 11, 2014 at 04:09PM

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domenica 23 marzo 2014

Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento: letti una...



Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento: letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.

Ezra Pound

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giovedì 18 luglio 2013

Gli snob della cultura

Mario Vargas Llosa, uno dei più grandi e meritatamente celebrati scrittori contemporanei, un paio di secoli fa sarebbe stato considerato uno scribacchino intento ad attentare alla purezza della Grande Cultura. Nel suo ultimo libro La civiltà dello spettacolo (Einaudi) Vargas Llosa tuona contro le nefandezze della cultura di massa, irride quell’insieme di abitudini degradate che connotano apocalitticamente la democrazia culturale fatta «esclusivamente di film, programmi televisivi, videogiochi, concerti rock, pop e rap, video e tablet». Praticamente i suoi colleghi romanzieri nell’Europa all’inizio dell’Ottocento erano considerati allo stesso modo: dei poco di buono, sabotatori della nostra civiltà. Cambiano i bersagli dell’invettiva, ma il lamento sulle brutture della democrazia culturale, quello non cambia mai.
Vargas Llosa sostiene che la cultura contemporanea, a differenza del passato, ha assunto le forme di un gigantesco e abietto videogioco. C’è un bellissimo passaggio de La cultura degli europei di Donald Sassoon che però dovrebbe farlo riflettere. Anche il romanzo «è stato infatti considerato un genere inferiore: la preoccupazione per le conseguenze dell’allargamento del mercato culturale è sempre presente nella storia della cultura. Ogni passo avanti nella divulgazione, ogni rivoluzione tecnologica, ogni innovazione sono accompagnati da crisi di panico per l’imminente crollo della civiltà». E Sassoon continua, con esempi che sono esattamente quelli evocati da Vargas Llosa: «Al giorno d’oggi genitori e insegnanti piangono lacrime di gioia se un bambino preferisce i romanzi alla televisione o ai videogiochi; all’inizio dell’Ottocento invece molti letterati guardavano con preoccupazione alla crescente passione per i romanzi nelle famiglie borghesi, temendone i possibili effetti sui soggetti più impressionabili, cioè donne e bambini». E infatti lo stesso Flaubert, che conMadame Bovary ha descritto le conseguenze rovinose della lettura di storie sentimentali nella mente «impressionabile» dei nuovi lettori, ha voluto scolpire nel Dizionario dei luoghi comuni la massima simbolo di tutti i detrattori della democrazia culturale: «I romanzi corrompono le masse».
La critica alla democrazia culturale è un campionario di luoghi comuni, spiace notarlo nel commento a un libro di un grandissimo scrittore. I puristi della cultura ammonivano sulle nefaste conseguenze dell’invenzione del pianoforte, destinato a soppiantare la sacralità della musica d’organo. Poi se la sono presa con il pianoforte amuro, versione piccolo borghese di quello a coda. Poi se la sono presa con il fonografo, che avrebbe distrutto, grazie alla «riproducibilità tecnica» descritta da Walter Benjamin, ogni «aura» artistica alla musica. Se l’erano presa con l’opera lirica e il melodramma, e invece i nuovi borghesi dell’Ottocento, che beneficiavano delle nuove opportunità della democrazia culturale insegnarono ai fanfaroni dell’aristocrazia la buona educazione e la regola del silenzio a teatro, prima usato come esibizione volgare di superiorità sociale (nei palchi nobiliari si chiacchierava durante lo spettacolo, si mangiava, si flirtava, si orinava addirittura). Altro che degradazione portata dal mercato. Grazie al mercato, Mozart, vessato da mecenati meschini e filistei ma che erano stati la sua unica fonte di sostentamento, poté comporre Il flauto magico: sarebbe diventato ricco grazie al suo ingegno, se la morte precoce non avesse strappato quel genio dal palcoscenico del mondo. Persino l’invenzione «gutenberghiana» dei caratteri a stampa incitò i conservatori ai soliti sospiri malmostosi sull’imminente «fine della civiltà». C’è sempre la fine di qualcosa ogni volta che si allarga la platea dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori. C’è sempre la fine di qualcosa quando una barriera si infrange, un privilegio santificato dalla Tradizione viene meno. Con l’invenzione della fotografia si gridò alla fine dell’arte. Con l’invenzione del cinema si pianse sulla fine del teatro. Con l’irrompere del romanzo, tra l’altro contaminato con il giornalismo popolare, si lamentò la fine delle Lettere.
Chi grida alla fine di qualcosa ha un’idea hegeliana nella testa. Pensa che lo Spirito del Mondo si incarni in una forma, e in una forma soltanto, escludendo tutte le altre. L’hegelismo culturale presta attenzione solo alla forma dominante e ne fa l’unica espressione di un’epoca. Non tollera la varietà, la pluralità, la coesistenza. Non concepisce che la democrazia culturale sia una sfida continua, uno stimolo pressante al cambiamento. Pensa che la competizione sia un Male, uno stress inutile, una profanazione nel Tempio della Cultura. E infatti a gridare alla «fine» di qualcosa di eccelso sono sempre i nemici della democrazia culturale, quelli che pensano che il mercato sia qualcosa di inverecondo, qualcosa che involgarisce e corrompe gli autori e i fruitori della cultura. Ma il loro è un pregiudizio: le cose nella storia non sono andate assecondando le loro fosche e ripetitive profezie apocalittiche.
Senza l’invenzione della fotografia non avremmo avuto l’Impressionismo e forse tutte quelle forme dell’arte che vogliono rappresentare qualcosa di diverso dalla «realtà» e dal realismo fotografici. Quando venne inventato il cinema, il mondo ha conosciuto una stagione fertilissima nella drammaturgia e nel teatro. Quando venne introdotto il sonoro nel cinema Luigi Pirandello proclamò perentoriamente che era la «fine» della settima arte. Poi è arrivata la televisione, che non ha provocato l’esaurimento del cinema. Teatro, cinema e televisione «convivono ». Con le stesse tecniche che hanno consentito l’invasione dei videogiochi deplorati da Vargas Llosa, con pochi clic è possibile visitare i più bei musei del mondo, con una riproduzione meravigliosa delle opere d’arte e spiegazioni di ottimo livello. È una degradazione culturale? Oppure ad affollare i musei, il British Museum, gli Uffizi, il Louvre, il MoMa a New York sono persone, classi, popoli che mai prima di adesso hanno potuto apprezzare anche l’ombra di un’opera d’arte? Degradazione rispetto a quale standard precedente?
Le persone più colte e più sofisticate hanno tutte le possibilità di non uscire da una dimensione raffinata ed elitaria della loro esistenza: tenendo la tv rigorosamente spenta possono continuare e leggere tutti i libri che desiderano, andare ai concerti, visitare musei ancora non raggiunti dallo scalpiccio e dal cattivo odore delle grandi masse corrotte e volgari, avere in casa una fantastica cineteca di film rari e pressoché sconosciuti al popolo succube della tv, frequentare i ristorantini raffinati dove si servono i prodotti Doc consigliati da Slow Food senza mai mettere piede in una fetentissima hamburgeria tanto amata da sciami di giovani incolti e schiavi della civiltà dei consumi frivoli. Chi glielo impedisce? Gli hegeliani nemici della democrazia culturale sono dei paranoici inveterati: hanno paura di tutto e soprattutto si ribellano preventivamente all’ondata della cultura di massa che potrebbe sommergerli. Ma nessuno vuole toccarli. Loro conoscevano perfettamente l’opera omnia di Cajkovskij, ma non dovrebbero deplorare il fatto chemilioni di spettatori siano arrivati al suo Concerto per violino e orchestra attraverso la visione di quel film straordinario e commovente che è Il concerto di Radu Mihaileanu. Certo, la confusione è sempre in agguato e può capitare, come è capitato realmente, che si confonda Mozart con un jingle di Carosello e che qualcuno, ascoltando per caso le note della Nona di Beethoven, abbia esclamato: «Questa è la colonna sonora di Arancia Meccanica!». Ma in fondo anche Kubrick è stato un grande artista, l’equivoco può essere dissipato.
Si è perduta l’«aura», certo. Ma solo per chi ne apprezzava la presenza. E non è sempre colpa della «tecnica» che riproduce serialmente un’opera, attentando alla sua irriducibile «unicità». Se le chiesemoderne sono mediamente più brutte e incolori di quelle costruite in passato non è colpa della civiltà degradata dalla democrazia culturale, ma dall’indebolirsi della fede e delle convinzioni religiose. Si pubblicano romanzi peggiori di decenni fa come pure, con encomiabile ironia autocritica, suggerisce Vargas Llosa? Può darsi, ma non è detto che la colpa sia degli editori troppo attaccati al quattrino e al guadagno facile. Chi è preoccupato per le sorti della civiltà dovrebbe angosciarsi perché la scuola non funziona, o perché i giovani ricercatori sono asfissiati dalle caste baronali. Invece di invocare i finanziamenti pubblici a pioggia e indiscriminati per la cultura, dovrebbe concentrarsi in quei settori (sale da concerto, orchestre, teatri lirici) che non riescono a reggere con i soli proventi del mercato e dunque rischiano di morire, impoverendo, qui davvero, il patrimonio culturale dell’umanità. Ma senza dimenticare — lo spiega sempre Sassoon con dovizia di particolari — che proprio l’istituzione di quelle orchestre, di quei teatri aperti alla borghesia, fu interpretata come la fine di un mondo, quella in cui imperversava la musica sacra o la musica da camera.
Ma è difficile per gli intellettuali, così propensi a fustigare la corruzione del mercato e le novità della democrazia culturale, accettare questa realtà. Victor Hugo era uno scrittore celebrato come un monumento nazionale e i suoi funerali furono maestosi e commoventi. Eppure Hugo era malvisto dai suoi colleghi perché troppo «popolare» con i suoi Miserabili e quando chiesero ad André Gide chi fosse a suo parere il più grande scrittore moderno lui rispose, sconfortato: «Hugo, purtroppo!». Tutta la storia si concentra in quel «purtroppo». Purtroppo Arthur Conan Doylemalediceva il suo editore accusato di voler pubblicare soltanto i suoi libri con Sherlock Holmes, una miniera d’oro: si sentiva schiavo del successo ottenuto con la letteratura «minore» e voleva che gli venisse pubblicata un’opera d’arte di rango «superiore» e che nessuno, presumibilmente, avrebbe letto. Forse considerava le avventure di Sherlock Holmes la «fine della letteratura»: l’orrore della democrazia culturale.
Pierluigi Battista - La Lettura - Corriere della Sera

domenica 17 febbraio 2013

Il valore intrinseco della cultura

Le dottrine umanistiche - con il contributo fondamentale che esse possono dare allo sviluppo di un pernsiero critico - sono fondamentali per la salute della democrazia. Lo sarebbero anche per la crescita economica, perchè non c'è buona economia ingorando fattori come l'immaginazione, l'etica o la responsabilità sociale. Ma è necessario che sappiano riformarsi.

di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013

Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.

Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.

Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.

Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.

Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.

Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.

La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?

Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.

La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.

Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.

MicroMega

lunedì 10 dicembre 2012

Cultura e ricerca per guardare lontano

Sono stato invitato e ho accettato di venire qui perché sono convinto – e non solo per quello che riguarda me stesso, ma per la responsabilità che ricopro – che quando i padri costituenti hanno scritto la nostra Carta fondamentale non hanno immaginato per il Capo dello Stato un ruolo che si risolvesse (come si dice per i re in altri Paesi) nel tagliare nastri alle inaugurazioni. Ho ritenuto che il Presidente della Repubblica dovesse, secondo la nostra concezione costituzionale, prendersi delle responsabilità, senza invadere campi che non sono suoi: le responsabilità del Governo non sono quelle del Presidente della Repubblica, e viceversa. Ma credo di dovere sempre cercare di interpretare le esigenze, gli interessi generali del Paese, anche in rapporto a scelte del Governo – che rispetto, perché non posso assolutamente sostituirmi a chi ha la responsabilità del potere esecutivo – attraverso un dialogo al quale intendo dare il mio contributo.
Innanzitutto – se posso dire qualcosa a proposito del titolo di questa assemblea – forse «emergenza dimenticata» non è l'espressione più adatta. Perché non è una questione di emergenza: quando parliamo di cultura parliamo di una scelta di fondo trascurata in un lungo arco di tempo. E le questioni che abbiamo davanti oggi non sono nate un anno fa, con questo Governo; la scelta che auspichiamo per la cultura resta da fare perché non è stata fatta in modo conseguente per anni, per non dire per decenni, nel nostro Paese.
Il Manifesto del Sole 24 Ore e il Rapporto 2012 di Federculture ci dicono molto a proposito della cultura come motore o moltiplicatore dello sviluppo – questa espressione è ritornata anche nell'intervento del ministro Fabrizio Barca – perché quello che ci deve assillare è come rilanciare lo sviluppo nel nostro Paese: sviluppo produttivo, sviluppo dell'occupazione e, soprattutto, prospettiva di valorizzazione delle personalità e dei talenti dei giovani, delle giovani generazioni. Questo deve essere il nostro assillo. E dobbiamo sapere che la cultura può rappresentare un volano fondamentale per avviare una nuova prospettiva di sviluppo non solo in Italia ma anche, più in generale, in Europa.
Ho apprezzato anche il contributo che in questi documenti si dà a un'analisi delle diverse componenti della cultura, sotto il profilo delle ricadute sulla crescita dell'economia e concretamente sulla crescita del Pil. Lo ha fatto, in modo particolare, in un suo studio il professor Sacco, che ha individuato sette componenti: da un cosiddetto «nucleo non-industriale» alle industrie culturali e alle industrie creative, alla scienza e alla tecnologia, e ha misurato quale sia il peso occupazionale di ciascuna di queste componenti della sfera complessiva della cultura, e anche quale sia – cosa molto significativa – il grado di propensione all'export, e di successo nell'export, di queste componenti delle attività culturali.
Persiste in Italia – perché non è nata ieri – una sottovalutazione clamorosa di queste tematiche, di queste analisi, di queste ricerche: una sottovalutazione clamorosa da parte delle istituzioni rappresentative del mondo della politica, del governo nazionale, dei governi locali e anche di diversi settori della società civile. C'è una sottovalutazione clamorosa, quindi, delle conseguenze che invece bisognerebbe trarne sul piano delle politiche pubbliche; e non inganni la parola "pubbliche", perché politiche come quella fiscale vanno rivolte a sollecitare e rendere sostenibili anche iniziative private, del settore privato e del settore sociale: non si tratta di affidare tutto al pubblico, tutto allo Stato.
Comunque, a monte di tutte le carenze che qui sono state denunciate, di tutte le cecità di cui soffre la condizione riservata alla cultura oggi in Italia, c'è la scarsa consapevolezza – l'ho ripetuto anche qualche giorno fa – dell'importanza decisiva per il nostro Paese di uno straordinario patrimonio, «ben più largo – ha detto Giuliano Amato – di quello costituito dalle opere d'arte e tuttavia nutrito dallo stesso patrimonio genetico». Ma non voglio ritornare su questa accezione più larga, che il presidente Amato ha assai bene prospettato ed esemplificato. Riprendo invece la sua difesa della scelta dell'Assemblea Costituente. Difendo l'articolo 9 come uno dei principi fondamentali della Repubblica e della Costituzione, come scelta meditata, lungimirante e di sorprendente attualità; anche per come ha saputo abbracciare in due righe tutti gli aspetti essenziali del tema che ancor oggi dibattiamo (e voglio rendere omaggio a quei signori che sapevano scrivere in due righe una norma: sapevano scrivere in italiano le leggi, e innanzitutto la Legge fondamentale).
Vogliamo rileggerle, quelle due righe? Cito anche il primo comma, non solo il secondo: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» – e già questo è un accoppiamento che non dovremmo mai trascurare nei nostri discorsi: cultura e ricerca scientifica e tecnica. L'articolo quindi continua: «La Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ebbene, quanto oggi le istituzioni della Repubblica «promuovono» e «tutelano»? Promuovono e tutelano ancora pochissimo, in modo radicalmente insufficiente. Quale peso – ci dobbiamo chiedere, al di là delle proclamazioni – si sta di fatto riconoscendo a quel dettato costituzionale, e dunque a una corretta visione del rapporto tra cultura e scienza, da una parte, e sviluppo dell'economia e dell'occupazione dall'altra? Non vorrei ragionare soltanto in termini economici: quale peso si sta riconoscendo al rapporto tra cultura e scienza, ulteriore incivilimento del Paese, benessere dei cittadini misurato secondo nuovi indici qualitativi, valorizzazione dell'identità e del prestigio dell'Italia nel mondo? Perché non c'è soltanto da valutare quale aiuto diano alla crescita del prodotto lordo la cultura e la scienza, ma come esse siano parte integrante del nostro stare nel mondo, con il profilo e il prestigio che le generazioni che ci hanno preceduto hanno assicurato all'Italia.
In effetti, ripeto, si sta prestando a tutti questi fattori un'attenzione assolutamente inadeguata. E io ho posto, e ancora oggi intendo porre, questo problema in via prioritaria e di principio, cioè per quel che di per sé esso significa, prima di venire a considerazioni relative a temi di intervento legislativo e di finanza pubblica. Ma non eludo questi temi, e non esito a esprimermi con spirito critico anche nei confronti dei comportamenti dell'attuale governo nel suo complesso, pur conoscendo la sensibilità e l'impegno dei singoli ministri, e non perdendo di vista quel che l'Italia deve al governo del PresidenteMario Monti per un recupero incontestabile di credibilità e di ruolo in Europa e nel mondo.
Sappiamo – anche se qui non si tratta di fare i ragionieri, ma di ragionare politicamente: fare i ragionieri e ragionare sono due cose diverse – che è stato e resta necessario fare i conti con un livello di indebitamento pubblico raggiunto nel corso di decenni e con un grado di esposizione ai rischi del mercato dei titoli del debito sovrano nella Zona Euro, e quindi resta indispensabile perseguire obbiettivi rigorosi, in tempi stretti, concertati in sede europea, di riduzione della spesa pubblica e di contenimento della sua dinamica. Se non facciamo questo, a quale livello schizzeranno gli interessi dei nostri titoli pubblici? Quanto dovremo pagare? C'è anche tanta gente modesta che ha comprato buoni del tesoro: come facciamo a non rendere loro gli interessi che ci siamo impegnati a pagare e che rischiano di crescere? Oggi, dobbiamo pagare fino a 80 miliardi all'anno di interessi sul debito pubblico: che cosa potremmo fare anche solo con una piccola parte di questi 80 miliardi? Dobbiamo scrollarci dalle spalle questo peso insopportabile. E dobbiamo farlo perché altrimenti questi sono i casi e i modi in cui uno Stato può fallire, e non credo che possiamo giocare con questo rischio oggi e nel prossimo futuro, nel nostro Paese, chiunque governi e qualunque situazione politica e parlamentare esca dalle elezioni.
Però, io pongo una domanda, chiaramente molto problematica, anzi critica: ma è fatale che per riuscire in questo sforzo di risanamento della finanza pubblica si debba ancora procedere con tagli rilevanti a impegni di finanziamento in ogni settore di spesa, tagli più o meno uniformi o, come si dice – è diventato un termine abbastanza consueto – «lineari», senza tentare di far emergere una nuova scala di priorità nell'intervento pubblico, e quindi nella ripartizione delle risorse? Non credo, onestamente – pur avendo grande considerazione per chi deve far quadrare i conti pubblici: badate che non è uno scherzo per nessuno – che ciò sia fatale e che ci si debba arrendere a fuorvianti automatismi. La logica della spending review dovrebbe essere di ottenere risparmi di spesa, in qualsiasi settore, attraverso modifiche strutturali, modifiche di meccanismi generatori di spreco e distorsioni pesanti, e attraverso l'avvio di processi innovativi nella produzione di servizi pubblici e nella costruzione di programmi di intervento pubblico.
Questa logica dovrebbe però far salva un'attribuzione di maggiori risorse e finanziamenti da considerare finora sacrificati, a impegni che sono invece essenziali per una ripresa e una nuova qualificazione dello sviluppo del Paese. Si deve salvaguardare una quota accresciuta e consistente di risorse, pur nella generale riduzione della spesa pubblica, per cultura e ricerca, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Perché il contenimento della spesa pubblica e soprattutto della sua dinamica, e innanzitutto la riduzione della sua entità attuale, non comportano che non ci debba essere e non ci possa essere selezione. È molto arduo scegliere e dire: "questo sì e questo no", ma questa è la politica; la responsabilità della politica sta nello scegliere, nel dire dei «no» e nel dire dei «sì». E io credo che debbano essere detti più «sì» a tutto quello che riguarda la cultura, la scienza, la ricerca, la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio.
Qualche spunto specifico. Ritorno innanzitutto sulla ricerca scientifica, di cui ho detto qualche giorno fa in occasione della «Giornata per la ricerca sul cancro». L'Italia ha in campi fondamentali della ricerca tradizioni ed energie vive, dei talenti e un prestigio di cui molti, a ogni livello, nella sfera istituzionale e nell'opinione diffusa, non si rendono conto. Abbiamo dei tesori ignorati, delle capacità, un dinamismo di competenze e di passione per la scienza che vengono largamente ignorati. Parlo di talenti che operano anche fuori d'Italia: qualche giorno fa, in Quirinale, alla «Giornata per la ricerca sul cancro» c'era, fra gli altri, il professor Pier Paolo Pandolfi, un italiano che vive in America da vent'anni e da cinque dirige il Centro di Ricerca Oncologica di Harvard, uno dei più importanti al mondo, ed è venuto a dirci: voi avete tali istituti e tali talenti che dobbiamo lavorare insieme, io italiano dall'America e voi italiani in Italia.
Voglio parlare anche di quei tanti italiani che vivono e operano servendo in istituzioni di ricerca europee. Sono andato a Ginevra e ho incontrato centinaia di ricercatori italiani al Cern; sono andato a L'Aja, all'Estec, centro di ricerche e tecnologie spaziali: altre centinaia di italiani che sono andati lì anche poco dopo i vent'anni, dopo aver preso la laurea o il dottorato, e che sono chiusi tutti i giorni, dalla mattina alla sera – in luoghi che non sono Roma, che non sono belli come le nostre città – mossi non solo dalla passione per la ricerca e dall'impegno per onorare la tradizione scientifica del nostro Paese. È qualcosa che deve far riflettere profondamente, anche quando sentiamo dire: aiutateci, non solo con finanziamenti. Per esempio, i due centri che ho citato sono naturalmente finanziati dalle istituzioni europee, e noi – non ce lo dimentichiamo – siamo tra i maggiori contributori, e quindi contribuiamo a finanziare sia la ricerca spaziale, sia le ricerche del Cern; però, è giustissimo dire: "non solo questo, non solo i soldi, occorre dell'altro". Occorrono capacità operative, occorre liberarsi dal peso delle procedure burocratiche – lo ha detto bene e con forza Ilaria Capua – e anche dal peso crescente di una oramai impraticabile foresta legislativa e normativa che non fa che crescere da una settimana all'altra.
Abbiamo talenti e abbiamo istituzioni. E io mi domando – vi svelo un particolare – come sia stato possibile qualche tempo fa che un oscuro estensore di norme abbia preteso di redigere un articolo di legge che prevedeva la immediata soppressione di 12 istituti di ricerca. Il lavoro di questo signore è finito nel cestino, perché abbiamo cercato – non è vero, ministro Profumo? – di tenere insieme gli occhi aperti. Ma è una spia di che cosa può significare la peggiore mentalità burocratica quando è chiamata a collaborare a scelte di governo, che devono invece essere libere da queste incrostazioni.
Un secondo spunto: tutela del paesaggio e del patrimonio. Tutela, cura e valorizzazione del territorio, perché questo è qualcosa che spesso – ma la signora Ilaria Buitoni lo sa benissimo, e lo sa benissimo il Fai – sfugge: si pensa solo al costruito e non si pensa al dove si costruisce, alla messa in sicurezza del territorio. Quello che stiamo vivendo in questi giorni con le alluvioni, in tante parti del Paese, ci allarma. Sono stato mesi fa, dopo le alluvioni nelle Cinque Terre, a Vernazza, e – scusate se mi ripeto, ma certe volte è inutile inventare qualcosa di diverso – ho detto lì: «Abbiamo alle spalle una lunga storia di piani per la difesa del suolo, l'ultimo del 2010, con cui si stanziava credo un miliardo; ebbene, è una lunga storia di piani, di stanziamenti via via disgregatisi, persisi per strada, non portati a compimento. Questa è la dura storia, questa è la realtà. Quante volte abbiamo aperto questo capitolo, a partire dall'alluvione del 1966 a Firenze, e poi ce ne siamo dimenticati o lo abbiamo chiuso alla meglio, abbiamo rinviato a un successivo piano quello che non eravamo stati capaci di fare, realizzando il piano precedente! E questo rischio antico si è fatto più acuto, ha assunto dimensioni diverse, forme più violente perché siamo – piaccia o no – nell'epoca del cambiamento climatico». Oggi le alluvioni non sono quelle di sempre, le frane non sono quelle di sempre, e abbiamo bisogno di un impegno ancora più forte, ancora più determinato e soprattutto operativo. E non ci siamo: non ci siamo né nella comprensione del problema né nell'azione conseguente a tutti i livelli, innanzitutto – dico – a tutti i livelli istituzionali.
Ora, se mi consentite, io vorrei fare anche qualche osservazione per così dire di carattere "trasversale", cioè che riguarda tutti i settori di attività culturale a cui ci siamo riferiti. Le considerazioni da fare sono abbastanza semplici. Innanzitutto, dobbiamo assicurarci che ci siano anche comportamenti individuali e collettivi nuovi (ecco in che senso "educare", "far crescere" il Paese), perché ci sono – parliamoci chiaro – comportamenti che recano ingiuria e danno al nostro patrimonio monumentale, che non solo non si tutela ma spesso si lascia devastare, si lascia ferire, vandalizzare.
Abbiamo bisogno di comportamenti responsabili in questo senso; e abbiamo bisogno di comportamenti sensibili anche per quello che riguarda la spesa per i consumi, la spesa delle famiglie. Viviamo in un periodo difficile, perché si restringono le entrate disponibili per moltissime famiglie, c'è mancanza di lavoro, c'è cassa-integrazione, ci sono giovani che vedono un'ombra pesante sul loro futuro. Nello stesso tempo, proprio in questo periodo di restrizioni dure e obbligate, vediamo anche i segni di una evoluzione nuova nel costume, nelle scelte dei consumi. E il fatto che diminuiscono sì tanti consumi di beni durevoli o abituali beni di consumo, ma invece non diminuisca la spesa per la fruizione del patrimonio culturale, né la spesa per i musei, né la spesa per quel che riguarda la partecipazione ad attività culturali, e di arricchimento morale e civile, questo è un segno molto incoraggiante che noi dovremmo riuscire a generalizzare nella realtà del nostro Paese.
Poi c'è qualche cosa che non posso sottacere. Badate che in tutti i settori, anche in quelli che fanno capo ad attività culturali, occorrono scelte non conservative per quel che riguarda le strutture e per quel che riguarda le realtà che si sono venute accumulando e incrostando nel corso del tempo. Guai se dovessero prevalere atteggiamenti difensivi, di difesa e conservazione di tutto l'esistente; e anche, diciamo pure, guai se dovessero prevalere atteggiamenti puramente difensivi di posizioni acquisite in termini di categoria, in termini corporativi.
Abbiamo bisogno di innovare soprattutto nel senso – come giustamente si è detto – della sburocratizzazione e del miglior uso delle scarse o limitate risorse disponibili nel complessivo bilancio dello Stato. Non dobbiamo, in questo modo, farci imbrigliare: non tutto quel che c'è in ognuna delle nostre istituzioni che si occupano di cultura e di scienza è difendibile, non tutto è valido, non tutto è produttivo. E dobbiamo avere il coraggio di innovare, se vogliamo salvaguardare l'essenziale, la funzione e il futuro di queste nostre attività.
Infine – ma non entro nel merito e spero che oggi pomeriggio si sviluppi anche questa dimensione del dibattito – i soggetti: quali sono i soggetti che debbono entrare in campo per portare avanti una nuova politica, una nuova visione del ruolo della cultura in tutte le sue espressioni? Il ministro Barca ha detto provocatoriamente – però ha fatto bene – che non è questione di soldi, o non è solo questione di soldi. Penso che se io vi avessi detto: "non esiste nessuna questione di soldi", non mi sareste stati a sentire, perché una questione di soldi esiste, per la cultura, per la scuola, per l'università e per la ricerca; esiste, e l'ho già detto. Però esiste anche una questione fondamentale che si chiama capacità progettuale, realizzatrice e gestionale. Questo significa innanzitutto che abbiamo bisogno in questo senso di una nuova qualificazione delle istituzioni pubbliche. Per esempio le Regioni: non getto l'anatema sulle Regioni – ci mancherebbe altro – però dell'esperienza dei fondi europei per il Mezzogiorno dobbiamo sentire tutto il peso – stavo per dire la vergogna, ma non voglio esagerare – per non avere utilizzate risorse preziose o per averle utilizzate male. Credo che l'impegno con cui il ministro Barca si è messo all'opera per perseguire il recupero e la riprogrammazione delle risorse dei fondi europei determinando delle scelte sapienti – che hanno dato un posto di grande rilievo, per esempio, a progetti per la cultura, come per Pompei – sia uno dei segni positivi venuti da questo Governo, e dobbiamo incoraggiarlo. Soggetti istituzionali da riqualificare e soggetti del privato e del privato sociale da chiamare a raccolta, da stimolare: lei lo sa presidente Squinzi, io dico sempre che c'è un problema di più forte impegno negli investimenti pubblici e privati per la ricerca, e quindi anche da parte delle aziende, soprattutto di quelle maggiori, ma delle stesse medie aziende che oggi competono sul piano internazionale con successo in quanto hanno alle spalle non solo un'eredità – quella di cui ci ha parlato Giuliano Amato, il grande background della creatività italiana – ma perché hanno investito in ricerca e innovazione.
Abbiamo bisogno di investimenti privati, abbiamo bisogno di investimenti pubblici, abbiamo bisogno di mobilitazione nuova di soggetti sociali e cooperativi, anche adeguando – come ha detto la signora Buitoni – la legislazione italiana all'esigenza di valorizzare questi apporti.
Io capisco – voglio dirlo francamente – tante impazienze. Naturalmente, io ho fatto nel passato il "comiziante", e quindi sono abituato anche ad affrontare battibecchi in piazza, non soltanto cioè parlando io e prendendo gli applausi di chi mi ascolta. Ma oggi faccio un altro mestiere, e vorrei dire con molta pacatezza e senso di responsabilità: fate valere le vostre legittime preoccupazioni, esigenze, insofferenze, proteste, fatele valere con il massimo sforzo di razionalità e di responsabilità perché solo così potremo portare la cultura più avanti e il Paese fuori dalla crisi.




domenica 22 luglio 2012

Niente cultura, niente sviluppo

Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da "giacimenti di un passato glorioso", ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l'intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell'occupazione.


Una costituente per la cultura 
Cultura e ricerca sono due capisaldi della nostra Carta fondamentale. Le riflessioni programmantiche che proponiamo qui cercano di mettere a punto alcuni elementi «Per una costituente della cultura». L'articolo 9 della Costituzione «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Sono temi saldamente intrecciati tra loro.

Perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico. Niente cultura, niente sviluppo. Dove per "cultura" deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per "sviluppo" non una nozione meramente economicistica, incentrata sull'aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto del benessere collettivo e ha indotto, per fare solo un esempio, la commissione mista Cnel-Istat a includere cultura e tutela del paesaggio e dell'ambiente tra i parametri da considerare.
La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall'altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo.

Strategie di lungo periodo 
Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un'idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell'Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un'ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento.

La cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell'azione di governo. Dell'intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d'uscita.
Anche la crisi del nostro dopoguerra, a ben vedere, fu affrontata investendo in cultura. Le nostre città, durante quella stagione, sono state protagoniste della crescita, hanno costruito "cittadini", e il valore sociale condiviso che ne è derivato ha creato una nuova cultura economica.
Ora le sfide paiono meno tangibili rispetto alle macerie del dopoguerra, ma le necessità e la capacità di immaginare e creare il futuro sono ancor più necessarie e non rinviabili. Se oggi quelle stesse città che sono state laboratori viventi sembrano traumatizzate da un senso di inadeguatezza nell'interpretare le nuove sfide, ciò va ascritto a precise responsabilità di governo e a politiche e pratiche decisionali sbagliate. Negli ultimi decenni nel nostro paese – a differenza di altri, Francia, Germania, Stati Uniti oltre a economie recentemente "emerse" – è accaduto esattamente l'inverso di ciò che era necessario. Si è affermata la marginalità della cultura, del suo Ministero, e dei Ministeri che se ne occupano (Beni e Attività Culturali e Istruzione, Università e Ricerca) considerati centri di spesa improduttiva, da trattare con tagli trasversali.
Cooperazione tra i ministeri 
Oggi si impone un radicale cambiamento di marcia. Porre la reale funzione di sviluppo della cultura al centro delle scelte dell'intero Governo, significa che la strategia e le conseguenti scelte operative, devono essere condivise dal ministro dei Beni Culturali con quello dello Sviluppo, del Welfare, della Istruzione e ricerca, degli Esteri e con il Presidente del Consiglio. Inoltre il ministero dei Beni Culturali e del paesaggio dovrebbe agire in stretta coordinazione con quelli dell'Ambiente e del Turismo.
Non si tratta solo di una razionalizzazione di risorse e competenze, ma dell'assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Responsabilità né marginali né rinviabili. Se realisticamente una vera integrazione degli obiettivi sembra difficile date le strutture relative di potere di ogni ministero e la complessità di azione propria dei ministeri stessi, tuttavia questo non deve diventare un alibi per l'inazione. Al contrario: esso deve imprimere il senso della necessità di favorire ogni forma di sperimentazione possibile che vada nella direzione di una cooperazione tra ministeri, oltre che ripristinare i necessari collegamenti tra Nord e Sud, tra centro e periferie. Si tratta di promuovere il funzionamento delle istituzioni mediante la loro leale cooperazione, individuando e risolvendo i conflitti a livello normativo (per esempio i conflitti Stato-Regioni per le norme su ambiente e paesaggio).

L'arte a scuola, il merito e la cultura scientifica 
È importante anche che l'azione pubblica contribuisca a radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all'università, lo studio dell'arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro. Per studio dell'arte si intende l'acquisizione di pratiche creative e non solo lo studio della storia dell'arte. Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata, in forza del suo costitutivo antidogmatismo, un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spitito critico e aperto. La dicotomia tra cultura umanistica e scientifica si è rivelata infondata proprio grazie a una serie di studi cognitivi che dimostrano che i ragazzi impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico.

Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all'accettazione di precise regole per la valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio. Non manca il merito, nei percorsi italiani di formazione. Lo dimostra il crescente successo di giovani educati in Italia che trovano impiego nelle più prestigiose università di ricerca in tutto il mondo. Ma finché non riusciremo ad attrarre altrettanti "cervelli" dall'estero, questo saldo passivo dissanguerà la nostra scienza e la nostra economia.
È necessario, riguardo a ognuno degli aspetti trattati, creare le condizioni per una reale complementarità tra investimento pubblico e intervento dei privati, che abbatta anche questa falsa dicotomia. È la mancata centralità della cultura per lo sviluppo che ha portato a normative fiscali incoerenti e inefficaci.

Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale 
La complementarità pubblico/privato, che implica una forte apertura all'intervento dei privati nella gestione del patrimonio pubblico, deve divenire cultura diffusa e non presentarsi solo in episodi isolati. Può nascere solo se non è pensata come sostitutiva dell'intervento pubblico, ma fondata sulla condivisione con le imprese e i singoli cittadini del valore pubblico della cultura. Si è osservato in questi anni che laddove il pubblico si ritira anche il privato diminuisce in incisività, mentre politiche pubbliche assennate hanno un forte potere motivazionale e spingono anche i privati a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Provvedimenti legislativi a sostegno dell'intervento privato vanno poi ulteriormente sostenuti attraverso un sistema di sgravi fiscali (in molti paesi persino il biglietto per un museo o un teatro è detraibile). Misure di questo genere ben si armonizzano con l'attuale azione di contrasto all'evasione a favore di un'equità fiscale finalizzata a uno scopo comune: il superamento degli ostacoli allo sviluppo del paese.



La cultura vale quanto la finanza


D'accordo, l'Italia deve fronteggiare la crisi finanziaria e il debito pubblico. Ma la cultura, comunque. Perché come recita il Manifesto pubblicato da questo giornale il 19 febbraio niente cultura, niente sviluppo. Il risanamento dell'economia si può fare in tanti modi. Per Ermete Realacci, presidente di Symbola, quello migliore è farlo «con un'idea di futuro», come ha detto ieri nella prima giornata del seminario estivo della Fondazione, a Treia, vicino Macerata. E poi, se vuole guardare al domani «l'Italia deve fare l'Italia perché è quando sceglie come naturale collocazione della competitività economica il terreno della bellezza, dell'innovazione, della ricerca, del made in Italy, che spesso incrociano la green economy, che vince. Non è un caso che l'industria culturale sia molto forte nelle regioni e nelle province che hanno un manifatturiero evoluto».


Nel rapporto 2012 sull'industria culturale in Italia, intitolato "L'Italia che verrà" e fatto in collaborazione dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, 20 esperti, con la supervisione del professor Pierluigi Sacco, hanno percorso la penisola in lungo e in largo, alla ricerca delle esperienze più avanzate e delle tendenze emergenti di ogni settore. È stato, il loro, un viaggio tra cultura, creatività, tradizione, innovazione, genio, ingegno e saper fare che passa per un milione e mezzo di realtà. In mezzo a milioni di monumenti e opere d'arte, ricordiamolo. Dal biocarburante di seconda generazione del Piemonte, alle sartorie tradizionali di Ginosa di Puglia, dalla Brianza del mobile all'occhialeria di Belluno. O dall'Emilia dei motori alle ceramiche di Deruta, dall'arredo casa del Friuli Venezia Giulia al cashmere dell'Umbria. E poi ancora dall'Abruzzo dell'alta sartoria e della pasta alle calzature marchigiane fino a Napoli, dove si concentrano le migliori sartorie di capospalla del mondo. Per non dire della Toscana del vino e del marmo di Carrara, del tessile di Prato e della nautica di Lucca, o della nascente filiera dell'animazione fortemente votata all'export.



La geografia dell'industria culturale ha eletto Arezzo come propria capitale. Qui, infatti, il valore aggiunto della cultura è il più alto d'Italia: l'8,4% del totale prodotto dalla provincia. Seconde classificate a pari merito Pordenone e Milano con l'8%, terze ex equo Pesaro e Urbino e Vicenza col 7,9%. Seguono la provincia di Roma con il 7,6%, quella di Treviso al 7,5%, Macerata e Pisa, entrambe al 6,9%, e Verona con il 6,8%. Dal punto di vista dell'incidenza dell'occupazione del sistema produttivo culturale sul totale dell'economia c'è sempre Arezzo al primo posto. Nella provincia toscana infatti l'incidenza dell'occupazione culturale rispetto al totale dell'economia è del 9,8%. Ma subito dopo Arezzo troviamo la provincia di Pesaro e Urbino, con un'incidenza del 9,5%, quindi quella di Vicenza al 9,1 per cento.

Mettendo insieme tutte queste esperienze è emerso un quadro che porta Claudio Gagliardi, segretario generale Unioncamere, a dire che «la dimensione dell'industria culturale in Italia non si può trascurare per il valore aggiunto, addirittura superiore a quello della finanza e delle assicurazioni, ma anche per l'export e per gli occupati». Prendendo come riferimenti questi indicatori l'industria culturale frutta al Paese il 5,4% del Pil, equivalente a quasi 76 miliardi di euro. Ma dà anche lavoro a un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,6% del totale degli occupati del Paese. Superiore, ad esempio, al settore primario, oppure a quello della meccanica. «Pari al doppio della somma del comparto della finanza e delle assicurazioni messi insieme», insiste Gagliardi. E allargando lo sguardo dalle imprese che producono cultura in senso stretto a tutta la filiera, il valore aggiunto passa dal 5,4 al 15% del totale dell'economia nazionale e impiega ben 4 milioni e mezzo di persone, quasi un quinto (il 18,1%) degli occupati.

Per questo dal seminario di Symbola, è arrivata una richiesta forte di considerare questa industria come strategica, «non la si può considerare centrale solo quando si devono fare tagli alla spesa pubblica», osserva Realacci. Anche perché se guardiamo il trend del quadriennio 2007-2011 il settore può dirsi, sotto molto aspetti, anticiclico. La crescita nominale del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura è stata dello 0,9% annuo, più del doppio rispetto all'economia italiana nel suo complesso (+0,4% annuo). E l'occupazione tiene, anzi aumenta, seppure in maniera contenuta, quando a livello generale cala. Tra il 2007 e il 2011, gli occupati nel settore sono cresciuti dello 0,8% annuo, a fronte della flessione dello 0,4% annuo subita a livello complessivo. E non è ancora finita. A completare il quadro c'è il saldo della bilancia commerciale: per la cultura nel 2011 l'attivo è stato 20,3 miliardi di euro, per l'economia complessiva, invece, -24,6 miliardi. Non sono solo numeri questi, «sono il frutto di uno sforzo per guardare all'Italia con occhi meno pigri». Niente cultura, niente sviluppo.


domenica 18 marzo 2012

Noi analfabeti seduti su un tesoro


Due dati dovrebbero impressionarci come italiani, se vogliamo vederci (anzi, diciamo pure, venderci) come cittadini del mondo.Il primo è quello che riguarda la strepitosa immagine positiva che ancora siamo in grado di diffondere all'estero. Chiunque di noi si presenti come italiano in un qualunque ambiente di New York, Parigi, Tokyo, Pechino, Singapore, non riceverà che elogi e espressioni di ammirazione.

Perché? Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo. E di che cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura. Noi siamo il Paese della Cultura. Ovunque nel mondo. Nel mondo che conta e che si arricchisce. Lo dico con un'enfasi che non è la mia (e neppure l'uso disinvolto di parole del marketing come brand lo è, ma è per intendersi), perché non amo la retorica e per me cultura è anche tante altre cose assai più piccole (è anche ingegnosità minuta, fumetti, videogiochi, grafica, artigianato) e anche meno piccole ma in genere poco amate dagli umanisti: scienza, diritto, economia. Ma c'è poco da fare: è quello il brand che, quando siamo bravi, riusciamo a vendere, e dobbiamo andarne fieri. Anche nelle piccole cose: nel nostro design, nelle nostre automobili, nel nostro abbigliamento, nei nostri orologi di lusso, nei nostri mobili, in tutto il made in Italy c'è un riverbero della nostra gloriosissima storia, in un'immagine in cui lo straniero vede tutta la grandezza dell'antica Roma e del nostro Rinascimento, che condisce con i nostri musicisti, gli inventori dell'Opera lirica, i poeti, i grandi navigatori, i fondatori della scienza galileiana, cioè di quel metodo che è alla base del prodigioso progresso tecnico-scientifico degli ultimi quattro secoli in Europa e nel mondo.
Ma di questo si parla nelle pagine centrali di questo numero, dove si può vedere bene, dati alla mano, che nei casi migliori la cultura «fattura», anche al nostro interno, nelle nostre regioni e province.


Passiamo dunque al secondo dato che dovrebbe impressionarci. Anzi, in questo caso, allarmarci. Noi italiani appariamo come primi ‐ primi assoluti! ‐ in una ben poco encomiabile lista. Tutto il mondo la può leggere e stupirsene. È pubblicata nella voce «functional illiteracy» di Wikipedia (la voce corrispondente «analfabetismo funzionale» non c'è nella versione italiana di Wikipedia, qualcuno la allestisca!), e dice che il 47 per cento degli italiani dai 14 ai 65 anni ha forti deficienze nella semplice comprensione di un testo. All'Italia seguono il Messico (43,2%), l'Irlanda (22,6%), Gran Bretagna (21,8), Usa (20), Belgio (18,4) giù giù (anzi su su) fino alla alfabetizzatissima Svezia (7,5%!).


Il 47 per cento di analfabeti vi sembra un'esagerazione? Prima di allarmarci potremmo provare a consolarci in due modi. Primo: obiettare che i dati della voce di Wikipedia si fermano al 2003. Magra consolazione. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ci ha ricordato, nel suo recentissimo Investire in conoscenza e sul Sole 24 Ore-Domenica di due settimane fa, che negli anni successivi gli analfabeti funzionali sono saliti all'80%! E un allarme simile è confermato da uno dei nostri massimi linguisti, Tullio De Mauro. Anche la tv, dopo aver fortemente contribuito alla crescita e unificazione linguistica del Paese, ora sta assecondando il movimento opposto.

Secondo modo di consolarci: si tratta di «analfabetsimo funzionale» e non di analfabetismo tout court, dal quale siamo usciti con un grande sforzo collettivo con la ricostruzione del secondo dopoguerra.
Magra, magrissima consolazione anche questa, alla quale si può rispondere con la famosa battuta di Eugenio Montale, che aveva già capito tutto: «Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere». Sanno leggere 'tecnicamente', nel senso che per lo più riconoscono i caratteri, e sanno maldestramente far di conto. Peccato che nell'80 per cento dei casi non capiscano quello che leggono e non dispongano di quel minimo di attrezzatura intellettuale utile a orientarsi nel mondo. Non sono in grado per esempio di capire e compilare un modulo in cui vengano richieste non solo informazioni anagrafiche, ma anche riguardanti la propria posizione professionale, previdenziale o fiscale. E se nei paesi civili la media dei cittadini di questo tipo si assesta sul 20%, da noi le percentuali sono invertite!

Dove può andare il Paese più ricco di opere d'arte del mondo, che futuro può immaginare per il suoi giovani, per la qualità della vita, per riattivare quel «circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione», se parte da questa miserevole dotazione di capitale umano?
Mettendo insieme le due immagini ‐ quella del brand e quella dell'analfabetismo ‐ viene da pensare al grande illuminista tedesco Ephraim Lessing, il quale suggellò il suo Grand Tour con una favola in cui i moderni italiani che si vantano di discendere dagli antichi romani vengono paragonati a vespe che uscendo dalla carogna di un cavallo esclamano: «Da quale nobile animale abbiamo tratto origine!»

Quanto gli italiani sappiano diventare boriosi proprio in ragione della loro storia e al loro patrimonio lo ha poi ribadito un altro filosofo. «Il tratto principale del carattere nazionale degli Italiani - annotava Arthur Schopenhauer in un Taccuino del 1823 - è un'assoluta spudoratezza. Che consiste in questo: da un lato non c'è nulla di cui non ci si ritenga all'altezza, e quindi si è presuntuosi e arroganti; dall'altro non c'è nulla di cui ci si ritenga abbastanza esperti, e quindi si è codardi. Chi ha pudore, invece, è troppo timido per alcune cose, troppo orgoglioso per altre. L'Italiano non è né l'uno né l'altro, bensì, a seconda delle circostanze, o è pavido o è borioso».
Oggi dobbiamo avere l'umiltà di ricominciare da capo, di ripensare i saperi e le competenze, e acquisire piuttosto la consapevolezza di essere degli analfabeti seduti sopra un tesoro, sempre di più privi di quegli strumenti di base che ci permetterebbero non solo di capire, ma anche di far fruttare i formidabili talenti che ci circondano.

Smettiamola, con il nostro turismo d'accatto, di presentarci come degli straccioni che a un certo punto scoprono di avere il Colosseo (oggi usato come una specie di rotatoria per le automobili) e cercano di mungerlo il più possibile, senza aggiungerci nulla in termini di innovazione, intelligenza, conoscenza, capitale umano. Totò che vende la fontana di Trevi a un turista americano è un'altra immagine appropriata, e ancora attuale. Ci fa ancora ridere. Ridiamoci pure sopra. Ma allarmiamoci anche, perché Totò ci sta dicendo ancora la verità. Abbiamo capito che quell'opera ha un valore inestimabile, ma ne capiamo sempre meno il significato, mentre è proprio questo che gli altri Paesi civili ed emergenti comprendono e apprezzano, e spesso sfruttano economicamente, con maggiore lungimiranza, al nostro posto.

Ecco allora il vero senso di emergenza che il nostro Manifesto per la cultura vuole imprimere ai decisori pubblici attuali, e al Governo intero, che non possono sottrarsi a questa enorme responsabilità storica solo perché da trent'anni i loro predecessori lo hanno fatto. Il senso dell'urgenza sta in quei dati agghiaccianti, in quel misero 20% di italiani (8 milioni circa) che dispone di strumenti di lettura e scrittura minimi indispensabili. Siamo in gravissimo ritardo nel quadro internazionale e nell'ambito di una società globalizzata cosiddetta della «conoscenza». Se poi aggiungiamo i dati relativi ai ragazzi di 15-16 anni dei famosi test Pisa c'è da allarmarsi ancora di più.
Dunque prima ancora che dalla Cultura, partiamo dalle sue basi, dall'istruzione, e ripensiamola nei termini dell'unico possibile investimento per il nostro futuro dopo la crisi. Prendiamo il coraggio ‐ e i dati ‐ a due mani e diamoci da fare. Io sono certo, con la maggior parte di voi, che impegnandoci un po' possiamo tranquillamente dimostrare che Lessing e Schopenhauer avevano torto.