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lunedì 9 giugno 2014

Se il web ora scopre la lettura lunga

NEW YORK


Nei «Racconti di Canterbury», classico inglese del XIV secolo, Geoffrey Chaucer racconta i disastri del quinto marito dello Donna di Bath, che lei vorrebbe sempre sedurre a letto e che invece si rintana nella protettiva lettura di un libro.  
Anche lo scrittore Italo Calvino, ne «Gli amori difficili» scrive de «L’avventura di un Lettore», sempre distratto dalla sua amata lettura. E nell’affascinante serie tv «Ai confini della realtà» (Twilight Zone), come dimenticare la storia del povero impiegato che non riesce mai a trovare il tempo per leggere e che la fine del mondo illude finalmente di riuscirci? 
La lotta per leggere in pace sembra una costante nella nostra vita e oggi spesso, invece, i critici del web, e ce ne sono di seri, imputano alla Rete l’eccesso di rapidità, l’illusione che a volo d’uccello si possa leggere e informarsi, magari con i 140 caratteri contenuti in un tweet o nel flash delle poche parole e immagini consentite in un Vine, senza l’impegno dei lettori di Chaucer e Calvino. L’accusa ha del vero, quando calcoliamo il tempo che gli utenti trascorrono in Rete su una singola voce, un giornale online, una photo gallery, siamo spesso sorpresi dalla velocità del consumo e dalla rapidità effimera con cui si passa da un tema all’altro.  

I giornali quotidiani riservano ancora alla homepage del loro sito la stessa cura amorosa che in chiusura dei quotidiani, nelle vecchie tipografie odorose di inchiostri e piombo fuso, si dedicava all’ultima edizione della prima pagina. Purtroppo i lettori arrivano quasi sempre non dalla homepage, ma dai motori di ricerca e dai social media, tanti click (ne scriverà in una prossima inchiesta il Wall Street Journal) sono ignari, - leggo un articolo de L’Eco di Peretola online, ma non so neppure cosa sia la testata, sono arrivato solo grazie a una search su Google -, oppure comprati alle grandi aste semiclandestine dei contatti (tema caldo, occhio!). 
Ma davvero il web incoraggia la superficialità? Davvero costringe la nostra mente a spasmi frenetici nella banalità? Il tema non è frivolo e va discusso a fondo. La prima obiezione che potrebbe avanzarsi è che «breve» non è mai sinonimo di «sciocco». I dieci Comandamenti della Bibbia occupano a stento tre tweet e sono riproducibili in tre Vines, eppure la saggezza e il diritto della civiltà occidentale poggia su quei due tweet e mezzo.  
Anche la tradizione orientale usa haiku e aforismi, il poeta greco Callimaco, lavorando alla Biblioteca di Alessandria, ci ammoniva «I libri lunghi sono lagne», Cicerone elogiava la «concinnitas», armonia del discorso senza dilungarsi. 

«Breve» non è dunque «sciocco», ma la vera, finale, obiezione è che online un tweet, un post di poche righe su Google o un blog, è solo la chiave che apre una biblioteca, e così il saggio cardinale Carlo Maria Martini considerava Internet, biblioteca del sapere a tutti aperta, che occorre imparare a compulsare con lo studio.  

Qui si afferma la fortuna del genere che il gergo web definisce «longform», «longread», articoli e saggi lunghi, un tempo soprannominati ironicamente «articolesse». Guardate il sito Arts and Letters Daily, www.aldaily.com, forse uno dei più interessanti online, un’attenta selezione dei migliori saggi dalle autorevoli riviste di cultura in lingua inglese. Seguendo giorno per giorno Aldaily avete accesso alla conversazione degli intellettuali, con i suoi tic e tabù, come sedendo in un salotto illuminista dei XVIII secolo: ne apprezzate la ricerca colta, ridete agli eccessi di narcisismo. 

La rivista The Atlantic svolge la stessa funzione con il sito longreads.com , antologizzando i testi impegnativi per i propri utenti, mentre il quotidiano inglese The Guardian mobilita insieme i giornalisti, i lettori e robot guidati da algoritmi per l’esperimento (dall’alterna fortuna, a mio avviso) che segnala quali articoli lunghi siano i più seguiti online. Il genere dilaga, Daily Beast ha i suoi «long read», ogni testata raccoglie il meglio – vero o presunto - della propria produzione. 
Se dunque online la lettura di testi non sincopati è di moda, se un tweet può solo essere la chiave che apre la Biblioteca di Babele del sapere universale l’ultima domanda da farsi prima di registrare il successo del longread è: dove mai, nella frenetica sarabanda delle nostre giornate, lavoro, famiglia, trasporti, burocrazie, troviamo il tempo per leggere pagine e pagine di testo?  


La risposta sta nei tablet, da Samsung a iPad e nei nuovi smartphone a schermo grande, che permetto
no di leggere con comodità e senza aguzzare la vista sui tram, in auto, in aereo, nella pausa pasto, non appena ci tocchi un momento di quiete. Quante volte vi capitava di ritrovarvi nella sala d’attesa di un ambulatorio, fuori dal colloquio con i professori dei figli, bloccati in coda a uno sportello alle Poste o alle Ferrovie? Senza un libro, senza una rivista a portata di mano sfogliavate annoiati i fascicoli vecchi di un anno abbandonati da chissà chi, o passavate il tempo leggendo frusti annunci pubblicitari.
Adesso queste pause inaspettate son benvenute, salta fuori di tasca il Samsung 8.0, il Kobo, il Kindle, il vostro supporto preferito e come d’incanto siete trasportati nella vostra lettura come gli eroi medievali, moderni o postmoderni di Chaucer, Calvino e Confini della Realtà. 

mercoledì 19 febbraio 2014

CHE COS’È LA INTERNET OF EVERYTHING? TRA SCIENZA E FILOSOFIA, È IL NOSTRO FUTURO. IL MONDO CONNESSO SARÀ PIÙ INTELLIGENTE

Gli oggetti ci parlano, immersi in un eterno divenire di informazioni, grazie a nuove tecnologie di connessione: l’attenzione si sposta dall’Rfid alla Internet of Things (intelligenza delle cose) che qualcuno inizia a chiamare Internet of Everything (intelligenza di ogni cosa).
internet of things
Internet of Everything significa che tutto il mondo diventa comunicante grazie alle nuove tecnologie (con o senza fili). Le automobili, gli edifici, le piante, le confezioni dei prodotti, gli altoparlanti dello stereo, gli occhiali (i Google Glasses sono solo i dispositivi indossabili intelligenti di una lunga serie). Insomma tutti gli oggetti animati o inanimati possono dialogare con noi. Come lo fanno? Grazie a sensori, carte Sim, tag Rfid ma anche (e sempre più) attraverso i nostri smartphone. L’aggiunta di una nuova componentistica intelligente consentirà agli oggetti di diventare veri e propri nodi di una comunicazione che viaggia attraverso il World Wide Web.
“Oggi, poco meno dell’1% di ciò che può essere connesso alla Rete lo è effettivamente – ha spiegato David Bevilacqua, vicepresident South Europe Cisco -. Per arrivare a questo ci sono voluti almeno vent’anni, attraverso diverse fasi che si sono susseguite con rapidità crescente. Dalla prima era della connettività siamo passati alla Networked Economy (Economia della Rete), e oggi viviamo in un contesto in cui attraverso la rete si vivono esperienze relazionali e immersive: con i social network, con la collaboration, la possibilità di accedere ovunque in mobilità e con ogni mezzo al nostro mondo digitale”.

Sono dati ma, siccome sono tanti, si dicono Big Data

Big dataNon è un caso che la prima a parlare di Internet of Everything invece che di IoT sia stata Cisco (già un paio di anni fa)Signore storico del networking, il provider conosce la vera natura della Rete e delle possibilità applicative di questa intelligenza che viaggia tra cavi e satelliti, tra sensori, lettori e smartphone, gestita attraverso un corollario di software che veicolano e usano in vario modo quel nuovo flusso di informazioni (che gli esperti chiamano Big Data).
Internet, infatti, non è una rete: è la Rete. Un sistema neurale di connessioni che favorisce il passaggio delle informazioni più disparate, dal tasso di umidità dell’aria all’arrivo di un pulman, dal quantitativo di Like al numero di transazioni di pagamento.
Cisco sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione e di evangelizzazione sulla Internet of Everything, snocciolando dati  che spiegano i fatti: nel mondo sono 2,2 miliardi gli utenti connessi a Internet (in pratica un terzo della popolazione mondiale). Nel 2012 gli oggetti connessi erano dodici miliardi, nel 2015 saranno 15 miliardi, nel 2020 quaranta miliardi. L’evoluzione della Internet of Everything? Raggiungere il 99% di quel mondo ancora non collegato per capirlo meglio, trasformando la tecnologia in nuove opportunità di servizio.

Internet of Everything in un Italian Forum

Negli scorsi giorni l’Internet of Everything Italian Forum (road show itinerante del provider) si è tenuto a chiusura del Cisco Live, l’appuntamento più importante a livello europeo per la comunità di partner, clienti, sviluppatori Cisco. Settemila persone riunite a Milano per capire di che cosa si parla quando si tirano in ballo sensori, tag Rfid, connessioni e tutte le potenzialità dell’Internet of Everything. Cisco ha chiamato esperti e comunicatori capaci di trasformare il linguaggio dei tecnici (che parlano di Internet of Things e di Rfid) in un linguaggio per tutti. Perché una cosa è certa: l’Internet delle cose cambierà ogni cosa e, a mano a mano che nuove persone, processi, dati, cose potranno connettersi e interagire grazie alla Rete, potremo usufruire di nuove informazioni e servizi che prima non avremmo mai preso in considerazione.
Internet of Everything
L’interesse al tema è importante soprattutto perché la Internet of Everything (IoE) rappresenta la quarta rivoluzione industriale.
“È essenziale comprendere fin dall’inizio la portata della Internet of Everything per capire come sfruttare al meglio le opportunità aperte dall’evoluzione tecnologica che sta dando forma a questa nuova era, connettendo il nostro Paese con gli scenari globali – ha detto Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia -. Se oggi le persone interagiscono con il web con strumenti quali il pc o lo smarthpone, attraverso i social network e altre reti, nel mondo dell’Internet of Everything le persone stesse potranno diventare nodi della rete, comunicando dati e informazioni, attraverso sensori e in altre forme. Il valore e la rilevanza delle nuove connessioni che nasceranno sarà determinato dall’attivazione di processi in grado di garantire che le informazioni corrette raggiungano il destinatario corretto, nel momento giusto e nel modo più appropriato: in sicurezza e proteggendo la privacy. I dati prodotti da ciò che sarà connesso alla rete non saranno più disponibili solo in forma grezza, perché la maggiore intelligenza e le maggiori funzionalità disponibili permetteranno di combinarli producendo informazioni cui macchine, computer, umani potranno attingere”.

Quanto vale il mercato della Internet of Everything

Valore Internet of everythingNello sforzo di comprendere meglio questa rivoluzione, Cisco ha condotto un’analisi sull’impatto economico potenziale dell’Internet of Everything per quantificarne il valore. Il risultato? 14.400 miliardi di dollari per il solo settore privato, a livello globale, nei prossimi dieci anni, come risultante del progressivo emergere dell’Internet of Everything e 4.600 miliardi di dollari per il settore pubblico.
I risultati vengono da una combinazione del nuovo valore economico netto creato come conseguenza dell’Internet of Everything e del valore che migrerà dalle aziende, dalle amministrazioni e dai settori che resteranno indietro a quelle che sfrutteranno le innovazioni in arrivo, sottraendo a questo i costi di implementazione delle stesse. Basandosi su tale analisi, l’Internet of Everything ha la potenzialità di aumentare i profitti aziendali globali di un 21% aggregato, nei prossimi 10 anni.
Adottando un approccio bottom up, l’analisi prende in considerazione casi di utilizzo per i quali i dati sono disponibili, in opposizione a un approccio top down basato per buona parte su previsioni ad ampio raggio in termini di miglioramento della produttività e del Pil. Alcuni dei casi di utilizzo, come l’adozione di tecnologie di collaboration e il maggiore utilizzo del telelavoro, riguardano tutti i settori economici; altri, sono specifici di un settore.

IoT come …Italian of Things? Speriamo di no

La Internet of Everything è una realtà che chiama in causa non solo gli smartphone o le smart city (considerando che nel 2050 il 65% della popolazione mondiale vivrà in una città, la gestione dei servizi non sarà banale). Ci vuole tanta nuova intelligenza, anche per il sistema Italia. Sul palco di Cisco, infatti, chiamati a parlare esponenti diversi da quelli del solitobusiness. Stefano Mancuso, Director – Linv Polo Scientifico Università di Firenze, ad esempio, che in qualità di scienziato e di botanico ha ricordato che in Italia ci sono 70 milioni di piante che potremmo utilizzare come sensori per rilevare tantissime informazioni come l’umidità, l’inquinamento o i terremoti, senza doverne introdurre di nuovi e artificiali (aggiungendo che le piante in più sono autoriparanti, il che dice tante cose…). Il mondo della ricerca sta lavorando per noi, ad esempio su dei microrobot che possono sostituire le medicine, intervenendo in modo specifico e mirato sulla causa fisica della malattia per rimuoverla senza contaminare o intaccare l’organismo. Internet of Everything significa anche che dobbiamo rispettare la natura e sviluppare un’intelligenza capace di identificare nuovi rapporti tra forma e funzione.Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica delle Informazioni dell’Università di Oxford, ha accompagnato il pubblico nella comprensione più esistenziale della natura delle cose e del mondo che ci circonda, speculando come un tempo facevano i greci presocratici quando cercavano di dare un senso al mondo e al nostro essere nel tempo e nello spazio. Internet è interazione e noi siamo interattivi: invece di concentrarci sugli oggetti, dobbiamo focalizzarci sulle interazioni per capire la portata dell’innovazione e sviluppare il nostro futuro. L’Internet of everythings è il tempo delle cose immerse nel business ma anche quello di un Paese come l’Italia che, come ha ironizzato Riccardo Luna chiamato a chiudere la tech session, parla di futuro e di agenda digitale senza saper parlare inglese o che spiega l’Agenda Digitale con una pagina Web che per sei mesi è rimasta criptata dietro al cartello Sito in manutenzione. La Internet of Everything è un obiettivo importante per ogni singolo individuo che vuole contribuire a un nostro futuro più smart. Tutto questo al di là degli sviluppi del rapporto Caio, commissario di Governo per l’Agenda Digitale italiana che, speriamo, aiuti il Paese distinguendosi dai vari Tizio e Sempronio venuti prima di lui.



MICROSITE DI:  / 

 LAURA ZANOTTI   -  The BizLoft

domenica 9 febbraio 2014

La tirannia del gusto. Siamo tutti foodizzati

Nel nostro mondo foodizzato, le poche zone franche che ancora resistono all’invadenza della cucina e della sua dialettica si stanno assottigliando come i ghiacci polari. Una di queste zone franche corrisponde al kit spazzolino + dentifricio: il gesto di lavarsi i denti è, di per sé, negazione del cibo e atto di «purificazione» — non solo simbolica —, momento insomma di drastico stacco dai piaceri della tavola (qualcuno potrebbe interpretarlo come l’«atto zero» con cui ci prepariamo a ricominciare la festa, ma comunque sia è un istante di vuoto). Presto però le cose potrebbero cambiare. Il colosso Procter & Gamble lancia, per ora sul mercato inglese, il dentifricio gourmet che sa di menta e cioccolato, accoppiata che ricorda gli After Eight, sfogliette vendute nella scatola verde. «I soliti dentifrici sono noiosi — recita il claim della pubblicità —. Sii avventuroso, inoltrati lungo le nuove strade del gusto».

Negli Stati Uniti si è già visto di peggio: Mr. Bacon’s costa 5 dollari e 99, è prodotto in Cina in esclusiva per Accoutrements, sulla scatola ha il disegno di uno spazzolino con una bella fetta di pancetta croccante sdraiata sopra. C’è anche il bagnoschiuma, reclamizzato così: «Porta in modo nuovo l’aroma dell’amata pancetta nella tua routine mattutina!». Da una parte all’altra dell’oceano, la tirannia del gusto invece di allentarsi si fa più stretta. Il desiderio di prolungare il piacere che il sapore del cibo ci procura fa cadere steccati che finora avevano retto bene all’onda d’urto. Neppure quando siamo in bagno riusciamo ad evadere dalla «bolla» del profumo di cucina. Perché?

«L’alimentazione è uno dei grandi scenari dell’antropologia del nuovo millennio», scriveva il filosofo Paolo Rossi nel volumetto Mangiare, il cui sottotitolo «Bisogno, desiderio, ossessione» descrive in tre parole la parabola degli ultimi decenni.

Sul fatto che il cibo vada preso sul serio siamo tutti d’accordo: la gastronomia, piaccia o no, fa ormai parte di una sorta di «spirito del tempo» e l’alimentazione è diventata il punto nodale di una serie di tematiche ecologiche, economiche, sociali e politiche centrali per la nostra esistenza. Forse però stiamo esagerando: qua e là emergono forme diresistenza organizzata. Capofila di quelli che vorrebbero mettere un freno allo strapotere del cibo è l’inglese Steven Poole, che dalle colonne delGuardian chiamava alla rivolta al grido:

«La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Non faremmo meglio a preoccuparci di quello che mettiamo nella testa invece che di ciò che mettiamo nel piatto?». E continuava: «Di questi tempi non è giudicato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire che l’aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adrià “mi ha fatto piangere”».

Alla vigilia del crollo della Borsa dell’87 a New York girava la battuta: «Quando anche i baristi discutono di Dow Jones è il momento di vendere». Tutti possono discutere di cibo, come di sport o di previsioni del tempo, ma ancora in pochi decidono di «vendere». La maggioranza va in un’altra direzione: l’entusiasmo, anche intellettuale, non è mai stato tanto alto. Il cibo è dappertutto, anche dove non c’è. È «social currency», moneta da spendere in società: insieme alla tecnologia, è vissuto come il settore più innovativo (con gli chef trasformati in brand multipiattaforma).

«Non c’è niente di più identitario del cibo — dice Gianfranco Marrone, semiologo, che cura per Mimesis una collana di filosofia e cucina —. Prendiamo il caso delle ricette: secondo il senso comune si tratta di semplici istruzioni per l’uso, come quelle delle lavatrici e dei telefonini.Testi per imparare a cucinare. Ma non è affatto così. Sono testi ricchissimi, letterariamente rilevanti, che parlando del cibo parlano di noi, dei nostri valori profondi, della nostra intimità. Leggere un ricettario è come godere un romanzo, un sapere con in più un sapore». Esagerato? «L’Artusi è il secondo libro italiano più venduto nel mondo dopo Pinocchio», risponde lui, che per Bompiani ha in uscita un nuovo volume dal titolo scontato: Gastromania.

Così il gusto è diventato, insieme all’olfatto — che comunque sta in posizione ancillare — non solo la nostra fonte principale del piacere, ma anche veicolo di conoscenza e potente motore della comunicazione linguistica. «L’importanza attribuita oggi al cibo è forse comprensibile nei termini di una crisi del fare esperienza, cui nessun ambito della vita umana è sottratto — sostiene Nicola Perullo nel suo Per un’estetica del cibo —. L’esperienza del cibo potrebbe rivelarsi un volano per recuperare parte dellaframmentazione cui il nostro sentire è sottoposto».

In crisi d’identità, ci affidiamo dunque alla tavola. «Gustare è un gesto estremo, il gesto più incarnato, un atto fortemente radicato nell’esperienza corporea», riassume Rosalia Cavalieri, che ha appena dato alle stampe per il Mulino E l’uomo inventò i sapori. Poole, riallacciandosi al discorso sulla corporeità, dà una sua interpretazione (e forse, per una volta, potremmo essere tutti d’accordo):

«Mangiare è senza dubbio un piacere più affidabile del sesso, capita più spesso e, secondo i costumi moderni, è più normale goderne in gruppo».

 

Daniela Monti - Tempi liberi - Corriere della Sera - @danicor



sabato 8 febbraio 2014

10 trend che cambieranno il social media marketing nel 2014

Ogni anno il panorama dei social media muta, offrendo nuove sfide interpretative agli studiosi e mettendo in crisi le certezze degli uomini e delle donne di marketing. L’anno appena iniziato potrebbe portare mutamenti, qui descritti, che richiederanno azioni non prorogabili da parte delle aziende.
I social media non sono più un “campo giochi”, ma sono ormai ambienti relazionali maturi, sempre meno isolati, in grado di incidere sulle performance aziendali. Ecco perché conviene, fin da ora, prendere coscienza di quali potrebbero essere i cambiamenti del social media marketing nel 2014.
1) Brand come editoricatturare l’attenzione delle persone sarà sempre più difficile, anche a causa degli algoritmi che governano la visibilità degli oggetti sociali. Ecco perché produrre contenuti di qualità non può essere un’attività da fare saltuariamente, in occasione di specifiche campagne. Le aziende dovranno pensarsi come veri e propri editori, come dimostrano i casi di successo di RedBull o Coca Cola, che ha trasformato il sito in un magazine;
2) Real time: i contenuti di qualità potrebbero non bastare. Una nuova capacità che i marketer dovranno acquisire è quella di inserirsi velocemente nel flusso informativo nel quale siamo immersi. Oggi si può fare padroneggiando gli strumenti di monitoraggio delle conversazioni per metterli a servizio della creatività e della capacità di comunicazione. L’emblema di questo modus operandi è Oreo, che ha sfruttato il black out durante il Super Bowl per pubblicare un tweet a tema.
3) Advertising: la pubblicità invaderà i social media. Il buon marketer si distinguerà dagli altri perché riuscirà ad utilizzarla, senza considerarla un corpo estraneo, per veicolare al meglio contenuti di qualità, ma senza infastidire il proprio pubblico di riferimento. Il 2014 sarà anche l’anno in cui appariranno nuovi formati, come i +Post Ads in grado di prendere un contenuto nato nei social network e usarlo come elemento di engagement anche nel web aperto;
4) Instant Messagingle applicazioni nate per dare la possibilità di scambiaremessaggi in tempo reale sono già entrate nella routine di milioni di persone. Assisteremo ad una guerra tra Whatsapp, WeChat, Snapchat, iMessage, Facebook Messenger, Google+ Messenger, che porterà ad un consolidamento, ma anche ad una maturazione. Alla chat privata si affiancherà uno spazio pubblico, che offrirà alle imprese nuove possibilità di “parlare” alla propria audience di riferimento. Inoltre queste app diventeranno delle vere e proprie piattaforme di e-commerce, che le aziende potranno usare per promuovere contenuti brandizzati (stickers, applicazioni, giochi);
5) Social caringnon basta più essere presenti sui social media pubblicandocontenuti, seppur utili e divertenti. Le persone sempre più spesso utilizzano questi spazi per rivolgere domande e chiedere assistenza. È fondamentale farsi trovare preparati per dare risposte tempestive ed esaustive. Solo così si eviterà la perdita del cliente ed eventuali ripercussioni sulla reputazione aziendale. È un’opportunità alla quale prepararsi con processi ben progettati e risorse competenti (come già fanno alcuni brand italiani);
6) Social + SEO: le tecniche tese a dare maggior visibilità ai contenuti prodotti non potranno non tener conto della capacità dell’azienda di comunicare efficacemente sui social media. In tal ottica quest’anno bisognerà iniziare a studiare con attenzione Google+, il social layer di Big G, che conta oltre 400 milioni di utenti attivi al mese in tutto il mondo e che in qualche misura influisce sui risultati del motore più usato.
7) Mobile: l’utilizzo dei dispositivi mobili, smartphone, tablet e presto smartwatch, sta crescendo in maniera impressionante. Gartner prevede che quest’anno verranno commercializzati 2,5 miliardi si computer, 1,9 dei quali dispositivi mobili. È ormai impensabile impostare una stategia di marketing senza pensare all’esperienza vissuta in mobilità. Avere un sito responsive non basta, bisogna anche pensare a contenuti che siano adatti ad essere fruiti e condivisi ovunque ci si trovi, come ad esempio quelli visivi.
8) Geolocation: soprattutto per i brand che hanno dei punti di contatto dislocati sul territorio sarà fondamentale prevedere una strategia di Geo Marketing. Al momento lo si può fare sfruttando Foursquare e Google+ Local. È probabile che nei prossimi mesi le piattaforme offriranno contenuti personalizzati, in modalità push o pull, sulla base del luogo nel quale si trova l’utente in un certo momento (i primi esperimenti sono appena stati proposti da Foursquare).
9) Social commerce: il commercio elettronico sta cambiando, seguendo le nuove abitudini di fruizione della rete. E’ tempo di comprendere che il compratore non guarda più soltanto al prezzo, ma anche al lato sociale dell’esperienza d’acquisto. Molti i modi per andare incontro a questa esigenza. Per un’approfondimento consiglio il nuovo libro di Gianluca Diegoli.
10) Social TV: l’abitudine delle persone di commentare le trasmissioni televisive inrete è destinata a crescere. Oggi questi pensieri sono visibili soprattutto su Twitter, ma quest’anno lo saranno anche su Facebook (i recenti annunci di nuove API e dei trending topic vanno in questa direzione). Ma la social tv non è interessante solo per i broadcaster. Anche i brand potranno averne dei vantaggi se sapranno intercettare questi flussi di conversazione per dare visibilità alla propria offerta;
Chiaramente queste attività, qui soltanto accennate, dovranno essere valutate attentamente nel contesto di un piano di marketing globale, che non tralasci la misurazione, anche competitiva, già discussa in precedenza. Solo così si potrà evitare di rincorre l’ultima moda e rischiare di sprecare risorse preziose.

giovedì 7 novembre 2013

LE 10 LEGGI FONDAMENTALI DEL SOCIAL MEDIA MARKETING


Avere successo con i Social Media e permettere al proprio brand di incrementare e consolidare la propria brand awareness, magari aumentando anche le vendite, è il sogno di tutti i Social Media Manager. Spesso però basta compiere anche un minimo passo falso per distruggere mesi di lavoro sulla costruzione del buon rapporto con i propri fans/followers.

Per non cadere in qualche tranello, ci vengono in aiuto le 10 Leggi del Social Media Marketing, stilate da Susan Gunelius, fondatrice di womenonbusiness.com.
Un vero e proprio decalogo da seguire attentamente per una vincente strategia di Social Media Marketing.

LA LEGGE DELL’ ASCOLTO.

Un buon Social Media Manager deve essere prima di tutto un buon ascoltatore. Ascoltare vuol dire sondare e scandagliare il proprio target e il proprio settore di mercato al punto da immedesimarsi completamente in esso. Significa creare contenuti interessanti che leggano nei gusti e nella mente del nostro pubblico, e che anticipino le esigenze e gli interessi di chi ci legge.

LA LEGGE DEL FOCUS SULL’OBIETTIVO PRIMARIO.

Affinché sia vincente, la nostra strategia di Social Media Marketing deve essere focalizzata su un obiettivo ben preciso. E’ meglio fare una cosa sola ma fatta bene che voler mettere le mani in pasta ovunque con scarsi risultati.

LA LEGGE DELLA QUALITÀ.

E’ meglio avere 1.000 fans che interagiscono ed apprezzano i nostri contenuti piuttosto che averne 10.000 che dopo aver messo il like alla nostra fanpage si dimenticano che esistiamo! Quindi non importa quanto è numeroso il nostro pubblico, quello che conta è che sia di qualità.

LA LEGGE DELLA PAZIENZA.

E’ chiaro che i risultati e i frutti non arrivano subito, pertanto il buon Social Media Manager deve essere dotato di grande pazienza e perseveranza. Deve stare sempre all’erta ed essere pronto a correggere il tiro se necessario, senza mai perdere di vista la strategia per raggiungere l’obiettivo finale.

LA LEGGE DELL’ INCREMENTO.

Avere un pubblico vasto e partecipativo e creare contenuti di qualità che sappiano attrarre ed incuriosire il lettore, ripaga anche dal punto di vista della potenziale probabilità di essere trovati dai motori di ricerca come Google. Infatti se chi ci segue condivide i nostri contenuti sui propri social network, ma anche su blog e siti web, ciò incrementa le nostre possibilità di essere trovati da un pubblico sempre più vasto.

LA LEGGE DELL’INFLUENZA.

E’ fondamentale costruire relazioni con fanpage e profili che nel nostro settore risultino autorevoli ed importanti. In questo modo,se i nostri contenuti lo meritano, potremmo avere la possibilità che costoro li condividano, raggiungendo così un pubblico molto più ampio e sfruttando il processo già spiegato dalla precedente legge dell’incremento.

LA LEGGE DEL VALORE.

Affinché i nostri social network siano seguiti e non abbandonati è fondamentale adottare un buon piano editoriale con contenuti interessanti che creino un valore aggiunto e siano utili per chi li legge. Se passiamo tutto il nostro tempo a promuovere il brand o il nostro prodotto come se i Social Media fossero un mezzo esclusivo per fare pubblicità, è sicuro che il nostro pubblico ben presto si annoierà e smetterà di seguirci. Quando guardiamo la TV ed interrompono il nostro programma preferito per fare pubblicità in effetti cambiamo canale. Con i Social Media è lo stesso, perciò dobbiamo saper dosare bene i contenuti e fare in modo che quello che pubblichiamo non sia esclusivamente di carattere commerciale.

LA LEGGE DEL RICONOSCIMENTO.

La costruzione di una solida rete di relazioni è alla base di una buona strategia di Social Media Marketing. Ecco perché ognuno dei nostri fans/followers deve sentirsi riconosciuto ed accettato dal parte del nostro brand. Ciò significa dare importanza alle sue idee a alle sue opinioni, ascoltare i suoi bisogni e le sue esigenze, insomma in un aggettivo, farlo sentire importante.

LA LEGGE DI DISPONIBILITÀ.

Occorre pubblicare contenuti con costanza ed essere sempre presenti e reperibili con i nostri fans/followers. Non c’è niente di peggio di un Social Media Manager che se ne frega e trascura il proprio pubblico!

LA LEGGE DI RECIPROCITÀ.

Non si fa mai nulla senza aver niente in cambio. Ecco perché se vogliamo che i nostri contenuti siano apprezzati e condivisi, dovremmo fare altrettanto con quelli degli altri! Una parte del tempo del Social Media Manager modello dovrebbe pertanto essere dedicata alla condivisione dei contenuti altrui ( share, retweet ecc.).


giovedì 22 agosto 2013

L'EPISODIO DE LA MADELEINE DI MARCEL PROUST

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita...non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.

 Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità...retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più...ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi...

All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio...."

Da "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust  


sabato 22 settembre 2012

Social network e lavoro: uno "slalom" fra personal branding, reputazione digitale e consapevolezza del valore del lavoro


Social network e lavoro. Una relazione nuova, ricca di potenzialità ma spesso ancora da comprendere e da esplorare. Ne avevo già scritto qui e provo di nuovo a tornare sul tema. Storie di successo ce ne sono, ovvero di chi attraverso i social network ha saputo trovare la propria strada, ma il web è anche un luogo in continuo divenire, dove le figure professionali devono ancora consolidarsi così come la mentalità delle aziende e dei candidati che scelgono di lavorare sul web o di trovare lavoro attraverso il web, due cose non necessariamente coincidenti. Provo a mettere un po’ di carne al fuoco segnalando in modo volutamente descrittivo alcune storie e spazi che ho avuto modo di conoscere dopo il mio post di giugno. Andiamo con ordine. Subito dopo quel post mi ha contattata Luna Margherita per segnalarmi il suo caso di successo lavorativo grazie alla rete, alle sue capacità di farsi imprenditrice della propria immagine e di osare con ironia. Luna Margherita, infatti, attraverso il gruppo Facebook “No Free Jobs” (di cui parlerò più avanti) ha trovato un’offerta di lavoro per Husqvarna Italia, si è candidata ed è stata reclutata. Ho provato a farle qualche domanda.
Come sei venuta in contatto dell'offerta Husqvarna e come hai promosso la tua candidatura?
Grazie ai Nomadi Digitali ho saputo dell'esistenza dei ragazzi di NoFreeJobs; pochi giorni dopo ho visto un loro post in cui commentavano questa iniziativa di Husqvarna: €2200 al mese per guardare un tosaerba automatico, richiesta un'approfondita conoscenza dei social media.
Incuriosita, ho cercato ulteriori informazioni ma c'era poco online: semplicemente la foto del tosaerba automatico e l'ormai famoso claim "Pigri si diventa".
Per accedere alle selezioni era necessario caricare una videopresentazione di un minuto, alla quale non ho resistito: nell'ultimo anno, infatti, mi sono specializzata in "video stupidini che cambieranno il mondo" - in cui mi sdoppio e mi triplico e creo dialoghi surreali con me stessa che vanno a scandagliare le mie paure, i miei desideri e le mie aspettative. Ultimo di questi video, un tutorial su come trovare lavoro grazie alla Timeline di Facebook: paradossalmente, questo video è stato utilizzato anche da Adecco Italia.
Dopo aver caricato la videocandidatura nel mio canale Youtube le visualizzazioni sono salite, grazie agli adorati iscritti al mio canale (che ringrazio di cuore). In più attraverso la newsletter del mio blogTwitter Facebook si è iniziata a spargere la voce e Husqvarna mi ha chiamata per un colloquio: lì ho capito che avrei dovuto prenotare un volo e iniziare a contattare le agenzie immobiliari di Altavilla Vicentina, perché c'erano buone probabilità che sarei dovuta rientrare in Italia.

Cosa ti ha dato questa esperienza? Costa stai facendo adesso?
Già prima di iniziare avevo intuito che questa esperienza avrebbe segnato la mia vita professionale: ora la gente mi saluta per strada dicendomi "Ehi, ma tu sei la pigra!"...al di là di questo aspetto simpatico, Husqvarna si è dimostrata un'azienda solida, sana e in crescita; hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di associare il loro nome al mio volto e molte persone si sono rivolte all'azienda parlando direttamente con me, hanno conosciuto attraverso i video come sono gli uffici, come si lavora lì dentro...si è creato un ponte diretto tra utenti e azienda e credo sia proprio questo il senso della presenza di colossi del mercato nei social media. Addirittura diversi clienti mi hanno invitata ad andarli a trovare e conoscere i loro tosaerba! Sono molto affascinata da questo processo di "umanizzazione" dell'azienda e del prodotto, che sta avvenendo in tempi lampo.
Dopo l'esperienza con Husqvarna approfondirò la mia conoscenza dei social media attraverso dei corsi; professionalmente sono stata contattata da un'agenzia di comunicazione e da una radio locale, ma la proposta che mi interessa di più è quella di un'altra multinazionale...ancora preferisco non dire niente! Continuerò senza dubbio a fare la spola tra Italia e Inghilterra, con presenza fissa su YouTube, Facebook e Twitter e sicuramente lavorerò come graphic designer freelance, la mia prima passione e professione.
Il mio sogno nel cassetto è creare una figura professionale trasversale, che unisca le mie conoscenze teoriche e tecniche di comunicazione, passando dal video, alla fotografia, alla grafica, applicate nel mondo dei social media; il tutto condito dalla mia personalità, che non nascondo mai!

Che formazione hai? Come ti sei avvicinata al mondo dei social media?
Dopo aver conseguito una triennale in Graphic Design al Centro Sperimentale Design Poliarte di Ancona, ho sentito l'esigenza di ampliare le mie conoscenze e di cercare un approccio meno tecnico ai progetti: il mio interesse era rivolto soprattutto alla fase progettuale creativa, più che all'esecuzione.
Ho iniziato a scandagliare l'offerta formativa delle più importanti università europee, alla ricerca di qualcosa che mi permettesse non tanto di specializzarmi in uno specifico ramo del design, bensì un tipo di formazione ad ampio raggio che neanche io sapevo definire.
Ho trovato esattamente quello cercavo nel Master in Applied Imagination in the Creative Industries al Central Saint Martins College of Arts&Design di Londra. Un Master a cui accedono studenti da tutto il mondo, provenienti da background culturali molto variegati: i miei compagni erano ingegneri, designer, architetti, musicisti, laureati in economia...
Quello che ho imparato da questo Master è che non c'è niente che non possa essere portato a termine, indipendentemente dalla tua formazione: il mio progetto di tesi era un'applicazione iPhone basata sui baci e sul geotagging, in cui i social media erano il punto di forza per il broadcasting. Insieme al Dott. Beau Lotto, Neuroscienziato Presidente del LottoLab dello Science Museum di Londra, ho iniziato ad analizzare la natura dei social media e da lì è cambiato il mio approccio con questi mezzi che da sempre mi hanno affascinata, ma che mai avevo preso in considerazione professionalmente. Ora anche questo progetto si è evoluto e sta prendendo un'altra forma, che spero potrete tutti vedere presto.

Si tratta certo di un caso particolare, ma di storie analoghe se ne possono trovare diverse, come quella segnalata anche da Giovanna Cosenza sul suo blog il cui comun denominatore sembra essere in primo luogo la voglia di osare, di mettersi in gioco e di essere convinti nei propri mezzi (nonchè in quelli del web).
No Free Jobs è un’iniziativa nata quasi un anno da un hashtag Twitter ideato da Cristina Simone  e che è diventato poi “un movimento di sensibilizzazione contro il lavoro gratuito”, come si legge sul sito di Cristina, con una pagina Facebook e un profilo Twitter. Ho chiesto a Cristina di raccontare sinteticamente il progetto:
Puoi fare un bilancio di No free jobs?
No Free Jobs è un'iniziativa nata davvero per caso che, purtroppo, ha raggiunto l'interesse di tante persone online e offline. "Dico "purtroppo" perché non mi aspettavo che tante persone fossero entrate in contatto con offerte di lavoro di questo tipo. In questi mesi, quasi un anno a novembre, l’interesse non è scemato e ancora oggi sono tante le segnalazioni di proposte di lavoro indecenti che ci arrivano via Twitter, Facebook o e-mail.
Ma non solo segnalazioni in negativo, perché qualche mese fa avevamo segnalato sui nostri social network l’iniziativa di Husqvarna e una nostra follower, Luna Margherita, aveva visto l’annuncio e possiamo dire che, anche grazie a noi, ha trovato lavoro. Inoltre, la cosa che più ci piace è il fatto che tanti ci vedono come un sostegno morale e ci scrivono per sfogarsi o semplicemente per raccontare la loro esperienza, proprio come si fa con gli amici offline.

Ritenete che iniziative come la vostra siano utili per sensibilizzare su un tema importante come questo? Avete in mente altri progetti?
Cambiare le abitudini è la cosa più difficile e questo vale anche in campo lavorativo. Riuscire ad eliminare la pratica di offrire posti di lavoro senza salario è un’impresa ardua, ma la sensibilizzazione viene prima di ogni cosa. È importante far capire, soprattutto, ai giovani che si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro quanto sia negativo accettare lavori che non prevedono almeno un rimborso spese.
Rispetto ai progetti per il futuro a lungo termine ci piacerebbe collaborare con le aziende che sposano la nostra causa “no free jobs” e come progetto a breve termine stiamo cercando di candidare #nofreejobs come hashtag dell’anno per i Macchianera Awards 2012 [obiettivo non raggiunto n.d.r.].

La funzione dei social network non si esaurisce nel cercare lavoro e nel mostrare il proprio talento. Fare network, cercare e trovare supporto sembrano infatti, in un momento di forte transizione e crisi nel mondo del lavoro, costituire il loro valore aggiunto, insieme alla possibilità di crearsi una “reputazione digitale”.
Grazie a Roberto Favini ho conosciuto il gruppo LinkedIn JOB SEEKER ITALY - CERCO LAVORO IN ITALIA ideato da Enrico Filippucci, proprietario, manager e promotore del gruppo, che conta oltre 45.000 utenti e numerosi sottogruppi locali. Nel gruppo non ci sono solo segnalazioni di annunci, ma anche scambi di esperienze, consigli su come gestire al meglio la propria presenza su LinkedIn o il proprio CV. Per saperne di più ho parlato con uno dei moderatori più attivi, Paolo Bruno a cui ho posto alcune domande anche sugli effetti controproducenti che l’uso dei social network può avere a livello lavorativo.

Parliamo di LinkedIn: quanto può essere utile oggi per trovare un nuovo lavoro?
LinkedIn è uno strumento e come tale deve essere utilizzato nel modo corretto. Se usato nel modo errato potrebbe anche risultare dannoso. Principalmente LinkedIn serve per farsi trovare, non per cercare lavoro - in questo caso esistono già sistemi ben più funzionali simil Monster.
LinkedIn è una parte fondamentale per alcuni settori, in particolar modo se utilizzato al fine di raccolta informazioni su aziende e persone.
Più del 50% delle aziende Italiane si appoggiano al Social Recruiting durante un processo di selezione e nel ben oltre 30% dei casi hanno concluso utilizzando esclusivamente i Social Media. E' la normale evoluzione tecnologica, prima si portava il CV a mano o si spediva per posta, poi sono arrivate le mail e i grandi database ed ora è il momento dei Social Media - ciò non comporta che gli altri sistemi siano scomparsi ovviamente.
Sicuramente Linkedin non è un sostituto del CV - e viceversa - ma si integrano a vicenda aiutando a migliorare la propria visibilità e digital reputation. La presenza in rete è fondamentale, tra due candidati con lo stesso profilo è quasi naturale che la scelta ricadrà su quello di cui abbiamo maggiori informazioni.

Quello che i candidati scrivono su Facebook e Twitter conta nella selezione operata dai recruiter? Possono sussistere secondo te discriminazioni? 
Sì, durante la fase di selezione conta, e non poco. Un buon 25% dei selezionatori scarta i candidati per i contenuti presenti su Facebook e Twitter. Le discriminazioni ci sono ma durante la fase di selezione sono impossibili da scovare. Per legge il sesso o l'età non sono fattori discriminanti all'atto della selezione di un candidato, è raro, però, che si venga a conoscenza dei motivi per cui il proprio profilo non è stato selezionato. Ogni Social Network ha una funzione diversa, ad esempio la stessa immagine su Facebook o LinkedIn può avere un peso differente, in ogni caso sarebbe meglio prestare attenzione ai contenuti che si pubblicano in funzione del tipo di lavoro che si desidera.
Per quanto riguarda il periodo post-assunzione, salvo casi eccezionali - tipo violazione delle policy aziendali - in Italia è praticamente impossibile licenziare per i contenuti presenti sul web. Per quanto riguarda le discriminazioni sul posto di lavoro, è difficilmente dimostrabile, ma è facile dedurre che se un dipendente è visibilmente alla ricerca di un nuovo lavoro difficilmente otterrà una promozione all'interno dell'azienda attuale.

Sei uno dei moderatore del gruppo LinkedIn "Job Seeker Italia", quali funzioni ha il gruppo?
Fa da tramite per l'offerta/ricerca lavoro e gli utenti possono sfruttare lo spazio per auto-candidarsi, aumentando la propria visibilità. Aziende, agenzie del lavoro, recruiter, Head Hunter inseriscono offerte di lavoro che cerco per quanto possibile di filtrare - l'immondizia non la vogliamo e non serve a nessuno. Parallelamente è anche un gruppo di discussione, visto l'argomento trattato alcuni post sono molto accesi, ne abbiamo molti con centinaia se non migliaia di interventi e commenti.
Il gruppo aiuta ed ha aiutato molte persone - I'm not user, I'm person - nella ricerca di un lavoro, nelle scelte di carriera, nel dissipare dubbi, in particolar modo grazie alla presenza di professionisti del settore e alla condivisione delle singole esperienze, favorendo anche la crescita del gruppo stesso.

Sei anche un "Job Angel", hai qualche consiglio sulla gestione della digital reputation da dare?
Già prima ho accennato alla Digital Reputation, argomento complesso e che andrebbe valutato singolarmente, non vale solo per i candidati ma anche per le Società di Selezione.
Un solo consiglio - tutto il resto lo trovate su Google: pianificate e programmate prima la vostra carriera e poi di conseguenza strutturate la presenza on-line. Immedesimatevi in un'azienda, voi siete la vostra azienda. Fareste mai marketing senza aver prima pianificato gli obiettivi? Ponetevi degli obiettivi e stabilite gli step per raggiungerli, piccoli passi, fate un vero e proprio business-plan. La Digital Reputation non è un fungo, spesso ci vogliono anni per ottenere risultati, chi prima inizia meglio si troverà in futuro.
Abbiate costanza, un profilo morto equivale al non averlo e non fermatevi al raggiungimento dell'obiettivo, potreste crollare da un momento all'altro.

Elisabetta Locatelli per Linkiesta
* Il post è stato aggiornato in data 20 settembre 2012.

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