lunedì 9 giugno 2014
Se il web ora scopre la lettura lunga
mercoledì 19 febbraio 2014
CHE COS’È LA INTERNET OF EVERYTHING? TRA SCIENZA E FILOSOFIA, È IL NOSTRO FUTURO. IL MONDO CONNESSO SARÀ PIÙ INTELLIGENTE
“Oggi, poco meno dell’1% di ciò che può essere connesso alla Rete lo è effettivamente – ha spiegato David Bevilacqua, vicepresident South Europe Cisco -. Per arrivare a questo ci sono voluti almeno vent’anni, attraverso diverse fasi che si sono susseguite con rapidità crescente. Dalla prima era della connettività siamo passati alla Networked Economy (Economia della Rete), e oggi viviamo in un contesto in cui attraverso la rete si vivono esperienze relazionali e immersive: con i social network, con la collaboration, la possibilità di accedere ovunque in mobilità e con ogni mezzo al nostro mondo digitale”.
Sono dati ma, siccome sono tanti, si dicono Big Data
Non è un caso che la prima a parlare di Internet of Everything invece che di IoT sia stata Cisco (già un paio di anni fa). Signore storico del networking, il provider conosce la vera natura della Rete e delle possibilità applicative di questa intelligenza che viaggia tra cavi e satelliti, tra sensori, lettori e smartphone, gestita attraverso un corollario di software che veicolano e usano in vario modo quel nuovo flusso di informazioni (che gli esperti chiamano Big Data).Internet, infatti, non è una rete: è la Rete. Un sistema neurale di connessioni che favorisce il passaggio delle informazioni più disparate, dal tasso di umidità dell’aria all’arrivo di un pulman, dal quantitativo di Like al numero di transazioni di pagamento.
Cisco sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione e di evangelizzazione sulla Internet of Everything, snocciolando dati che spiegano i fatti: nel mondo sono 2,2 miliardi gli utenti connessi a Internet (in pratica un terzo della popolazione mondiale). Nel 2012 gli oggetti connessi erano dodici miliardi, nel 2015 saranno 15 miliardi, nel 2020 quaranta miliardi. L’evoluzione della Internet of Everything? Raggiungere il 99% di quel mondo ancora non collegato per capirlo meglio, trasformando la tecnologia in nuove opportunità di servizio.
Internet of Everything in un Italian Forum
“È essenziale comprendere fin dall’inizio la portata della Internet of Everything per capire come sfruttare al meglio le opportunità aperte dall’evoluzione tecnologica che sta dando forma a questa nuova era, connettendo il nostro Paese con gli scenari globali – ha detto Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia -. Se oggi le persone interagiscono con il web con strumenti quali il pc o lo smarthpone, attraverso i social network e altre reti, nel mondo dell’Internet of Everything le persone stesse potranno diventare nodi della rete, comunicando dati e informazioni, attraverso sensori e in altre forme. Il valore e la rilevanza delle nuove connessioni che nasceranno sarà determinato dall’attivazione di processi in grado di garantire che le informazioni corrette raggiungano il destinatario corretto, nel momento giusto e nel modo più appropriato: in sicurezza e proteggendo la privacy. I dati prodotti da ciò che sarà connesso alla rete non saranno più disponibili solo in forma grezza, perché la maggiore intelligenza e le maggiori funzionalità disponibili permetteranno di combinarli producendo informazioni cui macchine, computer, umani potranno attingere”.
Quanto vale il mercato della Internet of Everything
Nello sforzo di comprendere meglio questa rivoluzione, Cisco ha condotto un’analisi sull’impatto economico potenziale dell’Internet of Everything per quantificarne il valore. Il risultato? 14.400 miliardi di dollari per il solo settore privato, a livello globale, nei prossimi dieci anni, come risultante del progressivo emergere dell’Internet of Everything e 4.600 miliardi di dollari per il settore pubblico.I risultati vengono da una combinazione del nuovo valore economico netto creato come conseguenza dell’Internet of Everything e del valore che migrerà dalle aziende, dalle amministrazioni e dai settori che resteranno indietro a quelle che sfrutteranno le innovazioni in arrivo, sottraendo a questo i costi di implementazione delle stesse. Basandosi su tale analisi, l’Internet of Everything ha la potenzialità di aumentare i profitti aziendali globali di un 21% aggregato, nei prossimi 10 anni.
Adottando un approccio bottom up, l’analisi prende in considerazione casi di utilizzo per i quali i dati sono disponibili, in opposizione a un approccio top down basato per buona parte su previsioni ad ampio raggio in termini di miglioramento della produttività e del Pil. Alcuni dei casi di utilizzo, come l’adozione di tecnologie di collaboration e il maggiore utilizzo del telelavoro, riguardano tutti i settori economici; altri, sono specifici di un settore.
IoT come …Italian of Things? Speriamo di no
MICROSITE DI: /
LAURA ZANOTTI - The BizLoftdomenica 9 febbraio 2014
La tirannia del gusto. Siamo tutti foodizzati
Nel nostro mondo foodizzato, le poche zone franche che ancora resistono all’invadenza della cucina e della sua dialettica si stanno assottigliando come i ghiacci polari. Una di queste zone franche corrisponde al kit spazzolino + dentifricio: il gesto di lavarsi i denti è, di per sé, negazione del cibo e atto di «purificazione» — non solo simbolica —, momento insomma di drastico stacco dai piaceri della tavola (qualcuno potrebbe interpretarlo come l’«atto zero» con cui ci prepariamo a ricominciare la festa, ma comunque sia è un istante di vuoto). Presto però le cose potrebbero cambiare. Il colosso Procter & Gamble lancia, per ora sul mercato inglese, il dentifricio gourmet che sa di menta e cioccolato, accoppiata che ricorda gli After Eight, sfogliette vendute nella scatola verde. «I soliti dentifrici sono noiosi — recita il claim della pubblicità —. Sii avventuroso, inoltrati lungo le nuove strade del gusto».
Negli Stati Uniti si è già visto di peggio: Mr. Bacon’s costa 5 dollari e 99, è prodotto in Cina in esclusiva per Accoutrements, sulla scatola ha il disegno di uno spazzolino con una bella fetta di pancetta croccante sdraiata sopra. C’è anche il bagnoschiuma, reclamizzato così: «Porta in modo nuovo l’aroma dell’amata pancetta nella tua routine mattutina!». Da una parte all’altra dell’oceano, la tirannia del gusto invece di allentarsi si fa più stretta. Il desiderio di prolungare il piacere che il sapore del cibo ci procura fa cadere steccati che finora avevano retto bene all’onda d’urto. Neppure quando siamo in bagno riusciamo ad evadere dalla «bolla» del profumo di cucina. Perché?
«L’alimentazione è uno dei grandi scenari dell’antropologia del nuovo millennio», scriveva il filosofo Paolo Rossi nel volumetto Mangiare, il cui sottotitolo «Bisogno, desiderio, ossessione» descrive in tre parole la parabola degli ultimi decenni.
Sul fatto che il cibo vada preso sul serio siamo tutti d’accordo: la gastronomia, piaccia o no, fa ormai parte di una sorta di «spirito del tempo» e l’alimentazione è diventata il punto nodale di una serie di tematiche ecologiche, economiche, sociali e politiche centrali per la nostra esistenza. Forse però stiamo esagerando: qua e là emergono forme diresistenza organizzata. Capofila di quelli che vorrebbero mettere un freno allo strapotere del cibo è l’inglese Steven Poole, che dalle colonne delGuardian chiamava alla rivolta al grido:
«La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Non faremmo meglio a preoccuparci di quello che mettiamo nella testa invece che di ciò che mettiamo nel piatto?». E continuava: «Di questi tempi non è giudicato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire che l’aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adrià “mi ha fatto piangere”».
Alla vigilia del crollo della Borsa dell’87 a New York girava la battuta: «Quando anche i baristi discutono di Dow Jones è il momento di vendere». Tutti possono discutere di cibo, come di sport o di previsioni del tempo, ma ancora in pochi decidono di «vendere». La maggioranza va in un’altra direzione: l’entusiasmo, anche intellettuale, non è mai stato tanto alto. Il cibo è dappertutto, anche dove non c’è. È «social currency», moneta da spendere in società: insieme alla tecnologia, è vissuto come il settore più innovativo (con gli chef trasformati in brand multipiattaforma).
«Non c’è niente di più identitario del cibo — dice Gianfranco Marrone, semiologo, che cura per Mimesis una collana di filosofia e cucina —. Prendiamo il caso delle ricette: secondo il senso comune si tratta di semplici istruzioni per l’uso, come quelle delle lavatrici e dei telefonini.Testi per imparare a cucinare. Ma non è affatto così. Sono testi ricchissimi, letterariamente rilevanti, che parlando del cibo parlano di noi, dei nostri valori profondi, della nostra intimità. Leggere un ricettario è come godere un romanzo, un sapere con in più un sapore». Esagerato? «L’Artusi è il secondo libro italiano più venduto nel mondo dopo Pinocchio», risponde lui, che per Bompiani ha in uscita un nuovo volume dal titolo scontato: Gastromania.
Così il gusto è diventato, insieme all’olfatto — che comunque sta in posizione ancillare — non solo la nostra fonte principale del piacere, ma anche veicolo di conoscenza e potente motore della comunicazione linguistica. «L’importanza attribuita oggi al cibo è forse comprensibile nei termini di una crisi del fare esperienza, cui nessun ambito della vita umana è sottratto — sostiene Nicola Perullo nel suo Per un’estetica del cibo —. L’esperienza del cibo potrebbe rivelarsi un volano per recuperare parte dellaframmentazione cui il nostro sentire è sottoposto».
In crisi d’identità, ci affidiamo dunque alla tavola. «Gustare è un gesto estremo, il gesto più incarnato, un atto fortemente radicato nell’esperienza corporea», riassume Rosalia Cavalieri, che ha appena dato alle stampe per il Mulino E l’uomo inventò i sapori. Poole, riallacciandosi al discorso sulla corporeità, dà una sua interpretazione (e forse, per una volta, potremmo essere tutti d’accordo):
«Mangiare è senza dubbio un piacere più affidabile del sesso, capita più spesso e, secondo i costumi moderni, è più normale goderne in gruppo».
Daniela Monti - Tempi liberi - Corriere della Sera - @danicor
sabato 8 febbraio 2014
10 trend che cambieranno il social media marketing nel 2014
giovedì 7 novembre 2013
LE 10 LEGGI FONDAMENTALI DEL SOCIAL MEDIA MARKETING
LA LEGGE DELL’ ASCOLTO.
Un buon Social Media Manager deve essere prima di tutto un buon ascoltatore. Ascoltare vuol dire sondare e scandagliare il proprio target e il proprio settore di mercato al punto da immedesimarsi completamente in esso. Significa creare contenuti interessanti che leggano nei gusti e nella mente del nostro pubblico, e che anticipino le esigenze e gli interessi di chi ci legge.
LA LEGGE DEL FOCUS SULL’OBIETTIVO PRIMARIO.
Affinché sia vincente, la nostra strategia di Social Media Marketing deve essere focalizzata su un obiettivo ben preciso. E’ meglio fare una cosa sola ma fatta bene che voler mettere le mani in pasta ovunque con scarsi risultati.
LA LEGGE DELLA QUALITÀ.
E’ meglio avere 1.000 fans che interagiscono ed apprezzano i nostri contenuti piuttosto che averne 10.000 che dopo aver messo il like alla nostra fanpage si dimenticano che esistiamo! Quindi non importa quanto è numeroso il nostro pubblico, quello che conta è che sia di qualità.
LA LEGGE DELLA PAZIENZA.
E’ chiaro che i risultati e i frutti non arrivano subito, pertanto il buon Social Media Manager deve essere dotato di grande pazienza e perseveranza. Deve stare sempre all’erta ed essere pronto a correggere il tiro se necessario, senza mai perdere di vista la strategia per raggiungere l’obiettivo finale.
LA LEGGE DELL’ INCREMENTO.
Avere un pubblico vasto e partecipativo e creare contenuti di qualità che sappiano attrarre ed incuriosire il lettore, ripaga anche dal punto di vista della potenziale probabilità di essere trovati dai motori di ricerca come Google. Infatti se chi ci segue condivide i nostri contenuti sui propri social network, ma anche su blog e siti web, ciò incrementa le nostre possibilità di essere trovati da un pubblico sempre più vasto.
LA LEGGE DELL’INFLUENZA.
E’ fondamentale costruire relazioni con fanpage e profili che nel nostro settore risultino autorevoli ed importanti. In questo modo,se i nostri contenuti lo meritano, potremmo avere la possibilità che costoro li condividano, raggiungendo così un pubblico molto più ampio e sfruttando il processo già spiegato dalla precedente legge dell’incremento.
LA LEGGE DEL VALORE.
Affinché i nostri social network siano seguiti e non abbandonati è fondamentale adottare un buon piano editoriale con contenuti interessanti che creino un valore aggiunto e siano utili per chi li legge. Se passiamo tutto il nostro tempo a promuovere il brand o il nostro prodotto come se i Social Media fossero un mezzo esclusivo per fare pubblicità, è sicuro che il nostro pubblico ben presto si annoierà e smetterà di seguirci. Quando guardiamo la TV ed interrompono il nostro programma preferito per fare pubblicità in effetti cambiamo canale. Con i Social Media è lo stesso, perciò dobbiamo saper dosare bene i contenuti e fare in modo che quello che pubblichiamo non sia esclusivamente di carattere commerciale.
LA LEGGE DEL RICONOSCIMENTO.
La costruzione di una solida rete di relazioni è alla base di una buona strategia di Social Media Marketing. Ecco perché ognuno dei nostri fans/followers deve sentirsi riconosciuto ed accettato dal parte del nostro brand. Ciò significa dare importanza alle sue idee a alle sue opinioni, ascoltare i suoi bisogni e le sue esigenze, insomma in un aggettivo, farlo sentire importante.
LA LEGGE DI DISPONIBILITÀ.
Occorre pubblicare contenuti con costanza ed essere sempre presenti e reperibili con i nostri fans/followers. Non c’è niente di peggio di un Social Media Manager che se ne frega e trascura il proprio pubblico!
LA LEGGE DI RECIPROCITÀ.
Non si fa mai nulla senza aver niente in cambio. Ecco perché se vogliamo che i nostri contenuti siano apprezzati e condivisi, dovremmo fare altrettanto con quelli degli altri! Una parte del tempo del Social Media Manager modello dovrebbe pertanto essere dedicata alla condivisione dei contenuti altrui ( share, retweet ecc.).
giovedì 22 agosto 2013
L'EPISODIO DE LA MADELEINE DI MARCEL PROUST
Da "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust
sabato 22 settembre 2012
Social network e lavoro: uno "slalom" fra personal branding, reputazione digitale e consapevolezza del valore del lavoro
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/galassia-zuckerberg-inattuali-dal-web/social-network-e-lavoro-uno-slalom-fra-personal-branding#ixzz27AvuJdDU





