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martedì 14 luglio 2015

Brian Cohen, «l’angelo» delle start-up: “L’Italia non ama chi ha successo” «L’Europa, indietro nelle tecnologie digitali, non ha mancanza di talenti. È un problema culturale: vi manca la cultura del fallimento»

NEW YORK – «Il problema dell’Europa, rimasta indietro nelle tecnologie digitali, non è la mancanza di talenti. È un problema culturale: vi manca la cultura del fallimento. Pochi provano. Troppa paura di sbagliare: da voi chi fallisce è marchiato a vita. Qui, invece, riparte subito: riprova, mette a frutto la lezione appresa con l’insuccesso. Ma, più ancora di questo, a voi manca la cultura del successo: se vinci la tua sfida e guadagni parecchio non vieni celebrato, vieni avvolto dal sospetto: chi sta soffrendo per colpa tua? A chi hai fatto del male mettendoti in tasca tutti quei soldi? Pensi di meritarli? Non dovresti darli a chi ne ha bisogno? Un giovane imprenditore che ha successo deve quasi nasconderlo. È terribile».

L’universo dei talent scout
Nell’universo dei talent scout e dei finanziatori delle imprese della Internet economy, Brian Cohen è un personaggio molto particolare: dopo vent’anni passati tra giornalismo scientifico, comunicazione delle grandi imprese (sua la celebre campagna dell’Ibm, quando il computer «Deep Blue» sfidò a scacchi il campione del mondo, Kasparov), marketing e pubblicità, Cohen è diventato uno dei più attivi finanziatori di start up. Ed è il presidente dei «New York Angels», una costellazione di 120 investitori, i più attivi della East Coast americana. Celebre soprattutto come scopritore di Pinterest, del quale è stato il primo finanziatore, Cohen, sempre in giro per il mondo a caccia di nuove idee e di imprese promettenti, vede nubi all’orizzonte per l’Europa e anche per le grandicorporation che considera un modello di organizzazione della produzione ormai superato. Lo incontro negli uffici che ha a WeWork, un incubatore che ospita decine di start-up in micro-uffici a basso costo divisi da vetrate nel cuore del Meatpaking District, a un passo dal nuovo Whitney Museum di Renzo Piano e dalla sede newyorchese di Google. Ha 55 anni, ma gira con aria scanzonata, in maglietta e con la curiosità di un ragazzino, tra i giovani imprenditori che solo lì, in corsa con il tempo, per sviluppare idee più o meno brillanti.

Molti qui sono europei, come l’italiano Alberto Pepe. Lei è un finanziatore della sua Authorea. Cosa li porta qui? Non è soprattutto la disponibilità dell’infrastruttura finanziaria Usa?
«Vengono perché qui c’è un grande mercato delle imprese e gente che sa valutarle: ho appena finito un incontro con un gruppo di start up svizzere. Domani tocca a quelle francesi. La settimana scorsa ho visto quelle spagnole. E seguo con attenzione anche quelle italiane. L’Italia, poi, l’amo per mille altre cose: cultura, luoghi, modo di vivere. Ci vado spesso, appena posso. Vado ovunque, dalle Marche alla Sicilia. Ma non si può essere accecati dall’amore. Il disprezzo per il capitalismo che è diffuso da voi non è soltanto un dato politico. È anche un freno alla crescita. Manca la cultura del rischio, del fare impresa. Un ragazzo che vuole iniziare una sua attività spesso si sente dire dai genitori che è meglio trovare un impiego sicuro in un’azienda o nel settore pubblico».

Niente garage come quelli di Bill Gates o Steve Jobs, in Europa, certo, ma…
«Guardi, per molto tempo ho pensato che questo della scarsa cultura del successo fosse uno stereotipo. Poi, viaggiando, visitando, parlando, mi sono reso conto che non è così. Sono appena tornato dalla Corea, ma prima avevo fatto un giro in Europa. A Bruxelles mi hanno organizzato un incontro con gli ambasciatori dei Paesi della Ue. Mi chiedevano come si fa ad avere successo con le start up. Ma anch’io avevo molto da chiedere loro e ho avuto conferma dei miei sospetti. I governi non c’entrano nulla con le start up: non servono, non vanno coinvolti. Invece in Europa vogliono essere coinvolti. A due livelli. Quello delle regolamentazioni, certo, ma poi c’è quella visione sociale o socialista – l’impresa o il governo che si devono prendere cura di te – che crea un ambiente ostile alla cultura delle start up. Che, però, sono destinate a giocare un ruolo sempre più rilevante in tutte le economie. Chi non lo capisce resta indietro».

Noi le start up siamo abituati a considerarle una nicchia. Dinamica, ma pur sempre nicchia. Che crea servizi innovativi ma poco lavoro.
«La corporation è un’invenzione. Mica esisteva in natura. Tanta gente messa insieme a lavorare con uno scopo: realizzare un prodotto in anni in cui queste attività richiedevano infrastrutture molto pesanti. Oggi in molti settori non è più così. Anni fa uscì un libro: Me Inc. La società individuale, i brand personali: sembravano idee stravaganti. È successo: ci sono start up come Smart Toothbrush e Toothwitz che producono spazzolini da denti migliori e meno costosi di quelli di Colgate. I giganti assaliti dalle microimprese. Ha presente Morte per mille tagli? Sta succedendo, e non è una storia cinese. Non solo, almeno. Aziende che si focalizzano come laser su qualche pezzo dei business dei grandi gruppi, riuscendo a fare le cose meglio e a prezzo più basso. Sono piccole, certo, ma sono anche agili. E non hanno i costi dei giganti».

La crisi della grande impresa la vediamo già. Ma un mondo fatto di piccole aziende, una specie di artigianato digitale, è difficile da immaginare.
«I big hanno solo un modo per sopravvivere. Hanno ancora molti soldi in cassa: possono usarli per comprare start-up che, così, diventano il loro centro ricerche. Molti lo stanno già facendo».

I piccoli sono competitivi perché hanno poco personale e non hanno i costi dei colossi. Non il massimo per la tenuta sociale. Il lavoro chi lo crea?
«A Brooklyn, il quartiere dal quale vengo, grazie ad Airbnb molta gente che ora affitta una camera incrementa il suo reddito e compra di più. Non solo. In quelle zone non c’erano alberghi. Ora che sono arrivati i turisti, anche bar, ristoranti e negozi locali ne sentono i benefici. È anche così che cresce l’economia. Comunque le cose vanno in questa direzione: non le fermi. L’Europa avrebbe bisogno di cambiare in fretta ma non credo che ce la farà. C’è il peso di vecchi sistemi difficili da abbandonare come quello delle pensioni. In America un sistema pensionistico privato quasi non esiste più. Da voi gli anziani si aspettano di incassare il loro assegno a vita, lo considerano un loro diritto. I giovani capiscono che non è più così, che è un vecchio modello, ma non possono cambiare le cose, almeno per ora».

Discorso complicato. Torniamo tra gli angeli. Come sceglie le aziende sulle quali puntare?
Prima di rispondere, Cohen indica con un gesto il naso e le braccia: «Fiuto e abbracci. Se fai questo lavoro di ricerca con intensità, sviluppi un fiuto per le buone idee. E, instaurando un rapporto umano con quelli che le propongono, capisci se sono in grado di trasformare l’intuizione in un’impresa che funziona. La possono far crescere? La sapranno guidare? Noi non investiamo in idee, investiamo nella loro esecuzione. Un’idea brillante sfruttata male non vale niente. Grazie ai servizi ormai disponibili - uffici low cost come questo, la possibilità di utilizzare pezzi di software già disponibili sul mercato – creare una start up è diventato assai poco costoso. Per questo noi angel investor, più piccoli e agili, abbiamo preso il posto del venture capital che è molto più strutturato. Ma se cominciare costa poco, far crescere un’impresa è invece costosissimo. Non basta saper scegliere, bisogna poi seguire con molta attenzione. Il nostro business non è l’investimento. Quello è facile: scrivi un assegno. Noi siamo nell’exit business: come rendere un’azienda appetibile per il mercato. Sono pochi gli angel investorche fanno soldi. Si innamorano di un’idea, di una società del lifestyle magari carina ma che fa fatica a trovare un business model o non è scalabile».

La next big thing? Il business del futuro?
«Me lo chiedono in tanti. Noi lavoriamo su una gamma molto vasta di progetti grazie alla wisdom of crowds: alla New York Angels siamo in 120 investitori divisi in gruppi. Ognuno dei quali segue un settore – moda, cibo, informazione – poi ci riuniamo per discutere. Anche la cannabis, la marijuana, sta diventando un affare promettente, con 36 Stati che ne hanno già autorizzato l’uso. E io ho finanziato perfino Comixology. Mi davano del matto: dare soldi a un cantante operistico appassionato di fumetti. Ma la sua società di comics digitali leggibili su terminali mobili ha avuto grande successo: alla fine l’ha comprata Amazon. Per il futuro io dico servizi per la salute in un mondo che invecchia e nel quale tutti vogliono restare giovani. Il cervello e l’estensione delle capacità sensoriali. E poi la mobilità, ma è banale: sono già tutti sull’auto che si guida da sola. Cinque anni fa sembrava il sogno di gente ingenua, adesso c’è. Molte cose vecchie torneranno a essere nuove perché dovranno essere reinventate per il mondo delle comunicazioni mobili. Alla domanda cos’è un’auto, un mio collega l’altro giorno ha risposto: uno smartphone con quattro ruote. Le sembrerà eccessivo, ma dà l’idea di dove stiamo andando».

E i suoi figli dove vanno?
«Ne ho tre: 25, 26 e 29 anni. Hanno tutti già creato le loro prime start up. Il più grande ne ha anche venduta qualcuna».



domenica 13 luglio 2014

Startup, ecco i 10 luoghi comuni da sfatare

In ogni puntata di EconomyUp, il martedì alle 22 su Reteconomy Sky 816, Emil Abirascid nella sua rubrica "Fa' la cosa giusta" smonta falsi miti sulle nuove imprese innovative. Qui ci fa la top ten delle idee (sbagliate) più diffuse. Da cancellare al più presto

di Maurizio Di Lucchio

Intorno alle startup ci sono una serie di luoghi comuni duri a morire. Provare a fare piazza pulita di tutte le convinzioni erronee che circolano nell’ecosistema, sia in Italia che oltre confine, è il dovere di ogni buon giornalista che si occupa di questi temi. Ed è proprio questa una delle attività preferite di Emil Abirascid, “innovologo” e CEO-fondatore di Startupbusiness: smontare i falsi miti. 

Lo spazio in cui Abirascid demolisce le certezze farlocche di cui si sente parlare tra esperti (e non) di nuove imprese è Fa’ la cosa giusta, una rubrica che va in onda ogni martedì sera alle 22 su Reteconomy all’interno del nostro format EconomyUp. Per l’occasione ci siamo fatti sintetizzare dal fondatore di Startupbusiness i dieci luoghi comuni più diffusi nel mondo startup. Quelli da smantellare prima possibile. 

1. Tutti possono creare una startup
Uno dei luoghi comuni più bizzarri è che nell’epoca delle startup tutti possono diventare imprenditori. Il motto “Se non hai un lavoro, inventalo” non vale per tutti. Ma solo per quelli che hanno capacità, competenza, intraprendenza. Startupper sì, ma con cautela… 

2. Le startup sono una cosa da giovani
Le startup sono una cosa per chi ha capito la filosofia della nuova imprenditoria. Sono certamente per una nuova generazione di imprenditori. Ma non è detto che la nuova generazione corrisponda automaticamente con i giovani dal punto di vista anagrafico. Ci sono molte startup create da gente più ‘attempata’ che crescono e fanno successo. 

3. Le startup sono un affare per esperti di tecnologia 
Può accadere che una persona con zero nozioni di informatica possa fondare una nuova impresa. Se si dota di uno staff in cui c’è chi ha anche quelle competenze non c’è nessun problema.  

4. Avere un’idea rivoluzionaria è tutto 
L’idea da sola vale zero, nulla. Diventa qualcosa soltanto se la si sa trasformare in un business. Se c’è la cosiddetta execution.

5. In Italia non ci sono abbastanza soldi a disposizione
Non ci sono sufficienti risorse per finanziare tutte le potenziali idee di business che ci sono. È vero. Questo però non significa che in Italia siamo a zero. Ci sono persone competenti e attente anche tra i finanziatori italiani. Però, l’ammontare complessivo di denaro a disposizione dell’innovazione deve crescere. 

6. Le banche non servono all’ecosistema startup  
Le banche, se viste come strumento di finanziamento in capitale di rischio, non posso essere utili allo scopo. Di solito operano in modo diverso: prestano soldi. Ma le startup non si fanno col debito. Se le banche ti danno dei prestiti, te li danno sulla base di garanzie. Se puoi offrirle, vai avanti. Altrimenti non ti viene erogato nessun prestito. Una startup nata con i soldi delle banche non si è mai vista. Eppure, le banche però hanno un ruolo importante nel costruire credibilità per il mondo delle nuove imprese agli occhi dei loro clienti corporate. E quindi possono lavorare per accrescere il loro valore presso il mondo industriale.  

7. L’innovazione costa tanto
Mettiamola così: ci sono innovazioni che costano più delle altre. Sostenere l’innovazione di una startup attiva nel web costa molto meno che quella di un farmaco. Per quanto possa costare, il nuovo valore prodotto dall’innovazione è cosi elevato da giustificare l’investimento fatto.

8. Anche un bar può essere una startup 
Tecnicamente qualsiasi nuova impresa è una startup. Quindi, anche un bar potrebbe essere una startup. Noi però ci riferiamo ad aziende di nuova generazione che sviluppano nuove cose ma che si caratterizzano perché hanno un nuovo approccio al concetto di imprenditoria. È più una questione culturale che di contenuto.  

9. Se non è scalabile rapidamente, non è una startup 
Tutte le startup sono imprese. Cominciamo a chiamarle così. Capaci di creare valore, fatturato, posti di lavoro, ricadute sul territorio. Le imprese ad alta scalabilità sono quelle che attirano di più l’attenzione degli investitori perché hanno la capacità di tradurre l’investimento iniziale in un ritorno di alto valore. Eppure, ci sono fondi di investimento che si concentrano su startup che hanno una scalabilità meno spiccata: si pensi al biotech.  O ancora, c’è chi, in campo industriale, si interessa e investe in nuove conoscenze e nuove tecnologie, senza pensare a un ritorno finanziario immediato.  

10. Fare startup è “fico”
Fare startup è divertente, entusiasmante. Ma è un grande impegno, che richiede sacrificio e lavoro. Chi decide di avviare la sua impresa deve crederci fino in fondo, dedicarcisi totalmente, sapere che per i primi 3-4 anni ci deve essere solo quello, escluso il tempo per gli affetti. Bisogna sacrificare tempo libero, vacanze, attività di altro tipo per sviluppare l’impresa nel modo migliore possibile. Sapendo, tra l’altro, che il successo non è garantito. In conclusione, fare startup è “fico” ma faticoso. 


da EconomyUp ( http://www.economyup.it/startup/1344_startup-ecco-i-10-luoghi-comuni-da-sfatare.htm ) 

http://www.startupbusiness.it

@emilabirascid


Ecco i 10 errori più frequenti di chi fa startup

Ogni martedì sera alle 22 va in onda EconomyUp su Reteconomy (Sky816). Matteo Bogana del Polihub, che firma la rubrica Startup Corner, racconta i passi falsi più comuni dei giovani imprenditori. A cominciare dalla mancanza di sintesi (la "tendenza alla supercazzola")

di Ferdinando Cotugno

Matteo Bogana (Polihub)Matteo Bogana (Polihub)Gli startupper spesso commettono errori, che possono pregiudicare anche il successo anche di un’idea che altrimenti avrebbe funzionato. Matteo Bogana, da coordinatore delle start-up del Polihub, ne conosce tanti, di giovani aspiranti imprenditori, e negli anni ha imparato a valutare non solo il loro talento (sono molte le exit e le storie di successo dell'acceleratore della Fondazione Politecnico di Milano) ma anche i loro tic e i loro limiti.

Li racconta ogni martedì sera alle 10 su Reteconomy nella sua rubrica Startup Corner, all’interno del nostro format EconomyUp. In questa occasione, ci siamo fatti raccontare e sintetizzare da Bogana i dieci errori più frequenti tra gli startupper. Se avete un’idea e sognate di diventare il nuovo Zuckerberg, stampate questa pagina e attaccatela vicino al vostro computer. Vi tornerà utile. 

 

1) Non aprire un motore di ricerca web per cercare i competitor o le soluzioni sostitutive
“Troppo spesso la gente non fa neanche la fatica di verificare se c’è qualcun altro al mondo che ha avuto la stessa idea. Questo succede soprattutto con i social network, le app e tutto il mondo del digitale. In questi casi la competizione è internazionale, e la possibilità di un progetto simile già in giro sono molto alte”.  

2) Non trasmettere una visione: spesso si guarda al dito invece che alla luna
“Gli startupper tendono a non trasmettere un’idea abbastanza estesa e ad alto potenziale ai propri interlocutori. Quando mi raccontano il progetto, invece di mostrarmi le potenzialità, e far vedere il mercato, si perdono nel dettaglio tecnico. È un problema tipico soprattutto di tecnici e ingegneri”.  

3) Mancanza di sintesi: non andare velocemente al cuore del business 
“L’interlocutore non starà ad ascoltarvi oltre la terza slide. Invece i ragazzi prima di arrivare al punto fanno passare svariati minuti, perdendo l’attenzione di chi hanno di fronte. C’è una tendenza alla supercazzola per così dire”.  

4) Allinearsi al pensiero comune invece di andare controcorrente 
“Leland Stanford, tra le altre cose fondatore della Stanford University, diventò una delle persone più ricche al mondo vendendo picconi ai cercatori d’oro. Insomma, riuscì a fare soldi guardando in modo diverso, e creativo, alla corsa all’oro”.  

5) Non spiegare come si fanno i soldi e chi paga
“Ti raccontano diecimila cose ma dimenticano di chiedersi chi sono i clienti e come si fanno i soldi. Troppo spesso ci si mette a inventare prodotti o servizi senza avere in mente un revenue modeloppure, peggio, pensando di competere sul mercato andando al ribasso sul prezzo”.  

6) Sottovalutare l’importanza del core team
“Tecnico e venditore spesso si sottovalutano a vicenda, ma senza entrambi non si va da nessuna parte. Una startup è sempre fatta di qualcuno che inventa e qualcuno che vende”.  

7) Sottovalutare la complessità della tecnologia nello scale-up e la scarsezza di tecnici capaci, specialmente informatici
“Un problema tipico delle startup che incontro è quello di concepire soluzioni ad alto contenuto tecnologico senza essersi posti il problema di trovare i tecnici. Avere in partenza quel tipo di persone nella propria squadra è assolutamente strategico. Quando sollevo il problema, mi dicono: questo poi lo farà il consulente. E poi vengono da me disperati perché non lo trovano”.  

8) Non chiedere ai clienti che cosa pensino delle idee
“Errore tipico e grave: non confrontarsi con il mercato, avere paura di chiedere al cliente: ma questa cosa ti serve? Cosa ne pensi?”  

9) Non mettersi nelle condizioni di poter fornire una validazione del progetto imprenditoriale  (prototipo e feedback mercato)
“Troppo spesso ci si ferma alle idee, ai concetti, invece bisogna sempre avere pronti e in mano da mostrare a investitori e clienti qualcosa di concreto, reale”.  

10) Sottovalutare i costi reali per l’avviamento di una startup
“Anche in questo caso è un problema di visione corta. Un esempio tipico che vedo spesso sono le startup che non mettono in conto i costi di marketing, quando si tratta di promuovere un nuovo social network, una app oppure una piattaforma di e-commerce”. 


da EconomyUp ( http://www.economyup.it/startup/1258_ecco-i-10-errori-piu-frequenti-di-chi-fa-startup.htm )

lunedì 2 giugno 2014

Startup e territorio: il video @Italia_Startup @FedeBarilli @luigiorsi

Cambiare tutto o scomparire: ecco 2 (+ 5) consigli per innovare nelle aziende

Innovare o scomparire. Altre opzioni, oggi, non ce ne sono. Ma la vera domanda è: soltanto le nuove aziende che nascono da zero, le startup, o anche le vecchie imprese, siano esse multinazionali o PMI, possono percorrere la strada dell’innovazione di prodotto o di servizio?
Se pensiamo al termine innovazione, lo colleghiamo ad aziende come Google, YouTube, Facebook, Apple, AirBnb. Potremmo anche aggiungere Booking, Expedia e gli altri operatori delle prenotazioni online oggi sotto osservazione delle autorità, il contestatissimo Uber, le aziende che si occupano di tecnologia e telecomunicazione e molte altre imprese in settori meno noti al grande pubblico.
Rispondere alla domanda posta sopra leggendo questi nomi farebbe dire che l’innovazione è delle startup, punto e basta. Ma personalmente non credo a una risposta di questo tipo, piuttosto ritengo fondamentale analizzare cos’è accaduto e cosa sta ancora accadendo in queste aziende, nelle quali individuo alcune caratteristiche comuni alla maggior parte di loro:
1 – l’età dei fondatori, quasi tutti under 30;
2 – la costante ricerca di nuove soluzioni innovative, ricerca e sviluppo quindi;
3 – il coinvolgimento di tutti i dipendenti nel fare innovazione;
4 – processi decisionali rapidi;
5 – processi organizzativi volti a semplificare, velocizzare, premiare chi si impegna e merita.
Ora, chi di voi lavora in una media o grande azienda, magari con una certa storia alle spalle, si domandi se all’interno della propria organizzazione queste cinque caratteristiche sono tutte rispettate. E, se così non fosse, si chieda se la strada del declino è inesorabilmente tracciata o se esistono invece possibilità di invertire la rotta. Credo che la maggior parte di voi converranno con me: cambiare è possibile. Anzi, devo dire che è #facilecambiare per rispettare lo spirito che mi contraddistingue.
Come si fa a innovare: giovane, ovunque, chiunque, ora, semplice
Quali, allora, i principi fondamentali per innovare?
Proviamo a trasformare le cinque caratteristiche delle startup in cinque metodi da applicare all’interno delle old companies.
1 – Innovazione è giovane.
Non significa giovanilismo fine a se stesso, ma è fondamentale eliminare quelle sacche di resistenza che impediscono a chi è giovane di non poter dire la sua solo perché… è giovane, appunto. È una questione di cavatappi: va stappata quella bottiglia, anzi addirittura rotto quel collo di bottiglia, che impedisce a chi è portatore di creatività, determinazione e innovazione di esprimersi. Vanno fatti scorrere, all’interno delle aziende, fiumi di bollicine.
2 – Innovazione è ovunque.
Risulta prioritario innovare continuamente e su più fronti: se, per fare un esempio, un’azienda produce sedie, non dovrà innovare solo nei materiali e nelle forme, ma anche nella comunicazione, nella vendita, nella distribuzione. Non basta cioè innovare il proprio core business, ma, in proprio o con partner, è necessario innovare l’intero ciclo legato al proprio prodotto o servizio.
3 – Innovazione è chiunque.
No ai team di ricerca e sviluppo chiusi in se stessi. Sì all’innovazione diffusa, somma delle idee di qualsiasi persona che lavora in azienda. Basta insomma con la divisione tra chi si occupa dell’esistente e chi del futuro, l’innovazione non può essere confinata a tempo indeterminato in un ufficio o affidata soltanto e sempre alle stesse persone.
4 – Innovare è ora.
Non si può attendere, per colpa di risposte non date, processi lunghi o paura di decidere, perché l’innovazione va di corsa, ciò che è tale oggi non lo sarà più domani, altri arriveranno prima e in un mercato così liquido come quello di oggi essere i primi è fondamentale per diventare leader.
5 – Innovare è semplice.
Pensate al sistema burocratico italiano e misurate il livello di burocrazia all’interno delle vostre aziende: scoprirete che quando ce la prendiamo con lo Stato lo facciamo giustamente, ma le nostre imprese non sono poi così diverse. Tante, anzi troppe aziende, hanno una burocrazia interna pesantissima: serve quindi inserire procedure aziendali che sblocchino le decisioni e permettano di agire, non di compilare infiniti moduli e attendere risposte che spesso rimangono bloccate chissà dove.

Oltre la consulenza: lean startup e sharing innovation

A questi principi è opportuno aggiungerne un altro: l’innovazione non si compra, la si fa dentro le aziende stesse. Società di consulenza come Bain e McKinsey, attive da anni nel supportare le imprese nella loro opera di innovazione, oggi trovano molte concorrenti che miscelano consulenza e formazione, che applicano i principi del design thinking sul modello delle americane Ideo e Innosight, che attivano le risorse interne alle aziende per co-innovare.
Non è più il tempo, insomma, del dossierone da tre chili e mezzo che dice cosa fare, con i consulenti che a fine lavoro salutano e i dipendenti che si trovano a lavorare su un progetto che non è nato con loro. Piuttosto, si devono attivare nuovi modi di innovare, coinvolgendo chi poi dovrà mettere in atto quei processi e allargando la consulenza alla formazione, per far sì che le risorse aziendali abbiano gli strumenti per innovare. Si può quindi procedere su questa nuova strada, appoggiandosi all’esterno, ma contemporaneamente si devono anche internalizzare alcuni processi, sperimentando metodi nuovi.
Individuo due metodi che partono da presupposti differenti e che possono, anzi devono, viaggiare insieme. Il primo, lean startup, è utile principalmente per la risoluzione di problemi e il miglioramento del business esistente o l’affinamento di nuovi business, il secondo, sharing innovation, serve soprattutto per trovare nuove strada da percorrere.
Lean-StarupIl metodo lean startup, inventato da Eric Ries e ben illustrato nel libro “Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo” (Rizzoli Etas), come suggerisce l’autore stesso non è applicabile solo alle nuove imprese ma anche a quelle esistenti. Si tratta di creare unità interne che siano libere di agire e a diretto riporto dell’amministratore delegato, una specie di “cellula” indipendente dotata di regole proprie e processi decisionali rapidissimi.
Ritengo utile la creazione di organismi temporanei di questo tipo, con persone provenienti da diversi dipartimenti aziendali, obiettivi chiari e concrete autorizzazioni per procedere diretti verso l’obiettivo. Immaginatevi quindi che da domani, nella vostra azienda, potrebbe esserci questa cellula, che alcuni di voi potrebbero farne parte e che sarà autorizzata a non seguire nessuna noiosa procedura ma potrà concretamente e in tempi brevi affrontare un caso e applicare soluzioni pratiche, non fare solo lunghi power point di analisi: quanti vorrebbero farne parte? Quanti, tra gli esclusi, spererebbero di essere chiamati nella successiva cellula?
Le persone capaci sarebbero in grado di agire, cosa che spesso non accade specie nelle grandi aziende, quelle incompetenti verrebbero smascherate. Un meccanismo di questo tipo, attenzione però, non è punitivo, ma premiante: premia le persone che meritano e premia l’azienda che lo applica, perché favorisce la crescita del business e il miglioramento delle performance.
Quanto appena illustrato, però, non coinvolge tutti i dipendenti e, essendo a chiamata, con le persone scelte cioè direttamente dal CEO, rischia di non fare scoprire i talenti nascosti, che spesso sono presenti nelle aziende. Ecco perché è opportuno e utile procedere anche sulla strada della sharing innovation: questo metodo prevede l’utilizzo di tutti quegli strumenti digital che mettono in connessione le persone all’interno dell’azienda e facilitano la trasmissione di conoscenze e la partecipazione ai processi di innovazione. Si deve cioè favorire chi vuole innovare, promuovendo la partecipazione di ogni risorsa aziendale secondo metodi di co-progettazione e co-creazione. Di più, sostenendo in modo libero e premiante l’innovazione: se ogni dipendente avesse alcune ore settimanali, all’interno del proprio orario di lavoro, per sviluppare, da solo o in team, progetti di innovazione, cosa accadrebbe? Che alcuni lo considererebbero tempo libero per non far nulla, molti pensano. Di certo è vero, ma cosa dire di chi invece cercherà di migliorare il proprio processo lavorativo e il business aziendale, o di chi immaginerà nuovi prodotti e servizi?
Le idee, messe in circolo e migliorate grazie a fasi di condivisione, sessioni di gestione della creatività e metodologie partecipative, premieranno chi le avrà e le saprà portare avanti. E il bilancio sarà sempre a favore di chi si impegna e dell’azienda stessa, perché ancora una volta i migliori emergeranno e, grazie alla sharing innovation, potranno farlo anche se fino a quel momento nessuno si era accorto di loro.
Piccola raccomandazione conclusiva. L’innovazione, oggi, è un fiume in piena: possiamo decidere di guardare l’acqua che passa, oppure buttarci dentro e nuotare. Troppe old companies, troppe aziende grandi, medie e piccole, in Italia cercano di non farsi travolgere, costruiscono argini, cedono pezzi di terreno. Finiranno tutte spazzate via. Ma a loro, agli imprenditori e agli amministratori che le guidano, oggi viene offerta una straordinaria opportunità: liberare energie e iniziare a innovare in modo disruptive a partire dai metodi applicati. Davvero c’è chi si ostina a non provarci?
Milano, 30 maggio 2014
ALESSANDRO RIMASSA  - Che Futuro - @Rimassasonoio 

domenica 18 maggio 2014

Startup a 20 anni o a 40?

Chi fa startup in Italia? Le nuove frontiere imprenditoriali sono ambite solo dai ventenni? Non proprio. A lanciarsi nel mondo delle neoimprese sono sempre più spesso ex manager sulla quarantina che, abbandonate carriera e vecchia vita, si accettano nuove sfide professionali. Ecco alcuni casi esemplari

a cura di Concetta Desando

Dici startup e pensi alla gioventù: un ragazzo sulla ventina, un po' sognatore e un po' coraggioso, uno disposto a tutto pur di realizzare un progetto e mettere su una vera impresa. Generalmente preparato, spesso con esperienze di lavoro e studio all'estero ma tipicamente romantico e disposto ad essere etichettato come precario e sfigato pur di tornare nel Belpaese. E, soprattutto, convinto che basti l'idea giusta, un investimento e un pizzico di fortuna per mettere le ali a una startup. Nell'immaginario collettivo l'aspirante imprenditore italiano è così: uno alla Mark Zuckerber per intenderci che, grazie a un'idea geniale, non ancora trentenne può ritrovarsi con un conto in banca stratosferico.

Ma è davvero così? Chi fa startup in Italia? È roba da ventenni? Non proprio o, almeno, non sempre. A lanciarsi nel mondo delle nuove imprese sono sempre più spesso ex manager che, abbandonata carriera e vecchia vita, si sono lanciati in nuovi progetti e nuove sfide professionali. Non hanno certo la freschezza dei ventenni, sono meno disposti a dormire sotto un ponte e sono, forse, meno creativi. Ma hanno dalla loro parte esperienza e background professionale molto più elevati, maggiore conoscenza del mondo del lavoro, capacità tecniche E, spesso, una buona base economica dalla quale partire. Non solo. Chi fa startup a 40 anni e oltre  non insegue gloria o riconoscimenti: c'è chi lo fa per insegnare ai figli che cambiare rotta è sempre possibile, chi per costruire qualcosa che possa essere davvero utile, chi semplicemente, per provare la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta e dormire sereno di notte.

Abbiamo raccolto alcune storie di nuovi imprenditori che spiegano bene quali sono le differenze nel fare startup a 20 anni e farla a 40 e di chi ha rivestito il ruolo di dirigente d'azienda prima di ritrovarsi startupper.

Claudio Cubito founder di Growish. Classe 1967, è passato dal ruolo di manager a founder di una piattaforma per acquistare un regalo tramite colletta online. “Voglio dimostrare ai miei figli che non è mai tardi per invertire la rotta” dice. E spiega le differenze nel fare impresa a 20 anni e farla alla soglia dei 50: "A 20 anni sei creativo, affamato di conoscenza e disposto a dormire sotto i ponti pur di raggiungere un obiettivo; a 40 hai maggiore competenza, esperienza, professionalità e preparazione. Elementi, questi, fondamentali per avviare un’impresa ma che possono arrivare solo con l’età e con i sacrifici: io mi sono fatto un 'mazzo' così per arrivare dove sono, non guardo la televisione per mesi pur di dedicarmi alla mia preparazione professionale, investo sulla mia formazione frequentando corsi anche all’estero”
 

Chiara Burberi, founder di Redooc. Laurea con lode in economia alla Bocconi, docente alla stessa università, poi consulente e manager in McKinsey e in Unicredit, a 47 anni e con due figli ha mollato fama, successo e aspirazioni professionali per fondare una piattaforma di education online di materie scientifiche per i ragazzi del liceo. “Dopo 40 anni è bello svegliarsi la mattina e pensare di aver fatto qualcosa che possa restare ai propri figli e anche agli altri. Come potevo andare a dormire la sera pensando di non aver utilizzato le mie energie per il futuro dei giovani? Ma, vi prego, non chiamatemi startupperin Italia fare impresa è considerato solo un tentativo, un ‘chissà se ce la farò’. Io, invece, sono sicura di quello che sto facendo, so che è un lavoro, che porterà dei risultati e che realizzerò i miei obiettivi. Io non ci sto provando, non mi sto buttando. Io ci riesco”.

Massimo Bocchi, founder di Cellply. Ingegnere elettronico di Bologna, 36 anni, ha fondato la startup specializzata nella diagnostica molecolare che ha ottenuto un investimento di oltre due milioni di euro da Italian Angels for Growth (IAG), Zernike META Ventures e Atlante Seed. Il suo spirito imprenditoriale nasce durante un'esperienza in America, "un ambiente pro-startup, dove è facile essere contagiati dalla voglia di fare impresa" racconta. E dà un consiglio agli aspiranti imprenditori italiani: "Non guardate solo al digitale. In Italia c'è tantissimo rumore attorno alle startup digitali, ma abbiamo bisogno di altro: siamo fortissimi nella biotecnologia, nella moda, nel food e nel design. Bisogna imparare a fare impresa anche in questi settori"

- Il team di pptArt. È la prima startup italiana di crowdsourcing per l’arte. Propone opere su misura per il cliente, che può scegliere tra quelle realizzate ad hoc dagli artisti della piattaforma. A guidarla manager di esperienza ventennale nella finanza e nell'arte: Luca Desiata, dirigente dell’Enel e docente di Corporate Art al Master of Art della Luiss Business School di Roma; Chiara Compostella, storica dell’arte con ventennale esperienza internazionale di gestione di progetti nel campo dell’arte figurativa e un master in Arts Administration alla Columbia University di New York;  Mircea Flore, esperienza ventennale come investment banker ed esperta finanziaria; Milena Marucci, architetto presso uno dei principali studi di architettura al mondo; Stefania Barbier , fotografa professionista, già consulente di strategia per Bai; e Giuseppe Ariano, Project Manager press il Ministero dei Beni Culturali.

Antonio Ranaldo, presidente e fondatore di Chef Dovunque. Non appartiene alla schiera dei giovanissimi neanche Antonio Ranaldo, presidente e fondatoredella startup del food che ha brevettato i primi piatti della cucina nostrana bio, predosati e confezionati in un comodo kit, e che ha ricevuto un investimento di 1,2 milioni di euro da Vertis Capital e tre Business Angel. Grazie a lui, spaghetti aglio, olio e peperoncino, spaghetti pomodoro e basilico e pennette all’arrabbiata oggi valgono milioni di euro.

Roberto Mircoli, amministratore delegato di Eco4Cloud. Lui è il classico esempio di ex top manager che entra nel mondo delle startup: 45 anni, per 13 anni a Cisco, ora è alla guida della startup che aiuta Telecom a risparmiare. Tl, infatti, ha firmato un contratto triennale con la neo-impresa fornitrice di una soluzione in grado di abbattere dal 30 al 60% la bolletta energetica (e le relative emissioni equivalenti di CO2) dei data center ad elevata virtualizzazione.

Il team di GlassUp. Hanno tra i 40 e i 50 anni i componenti del team degli occhiali del futuro che costituiscono l’alternativa italiana ai Google Glass. Francesco Giartosio, modenese che si autodefinisce “startupper seriale”, un bresciano laureato in fisica e medicina psicosomatica, Gianluigi Tregnaghi, e il padovano Andrea Tellatin stanno realizzando occhiali a realtà aumentata che grazie al Bluetooth, diventano un secondo schermo dello smartphone e permettono di leggere email, sms o messaggi direttamente sugli occhiali.

Pietro Carratù, ceo di Youbiquo.  Non è giovanissimo neanche il ceo della società finanziata da Invitalia con Smart&Start che ha creato occhiali hi-tech a realtà aumentata. Il suo obiettivo è cerare prodotti su misura per i piccoli o per grandi aziende con particolari esigenze
 

Concetta Desando su Economyup (http://www.economyup.it/startup/1100_startup-a-20-anni-o-a-40.htm)

domenica 4 maggio 2014

5 cose da sapere sul sacrificio nel lavoro per avviare la vostra impresa o startup

Non si può evitare un certo sacrificio di tempo, a scapito di tutto il resto, durante la partenza e l'espansione di una società. Tuttavia, si può essere più intelligente di come ci si comporta solitamente ed evitare privazioni inutili che finiscono per portare stress negativo. 

Di seguito cinque punti da tenere presente per mantenere un certo equilibrio psico-fisico:

Impostare un numero di ore normali (se possibile).

La gestione di un'impresa, sia nuova ma anche già sul mercato, può significare dedicare ad essa lunghe ore. Ma non dovrebbe trasformarsi in una serie infinita di giornate da 16/18 ore o di nottate. Si finisce per bruciarsi mentalmente e fisicamente. E' importante prendersi dei periodi di pausa per ricaricarsi, per mantenere il pensiero chiaro ed elastico. Adottare questa strategia aiuta moltissimo e si torna più carichi e aumentano le possibilità di avere successo. Impostate orari, per quanto possibili, normali. Ci saranno certamente momenti in cui non si può lasciare quando si è pianificato, ma fate del vostro meglio per mantenere questa regola.

Mantenere il giusto equilibrio.
Una delle idee che spingono gli imprenditori a passare tutto il loro tempo al lavoro è il pensiero che questo sia indispensabile se si vuole che l'azienda proceda. Spesso questo è vero fino ad un certo punto. Si concentrano su ogni singolo particolare perdendo di vista un disegno più grande. Di solito soddisfano un bisogno interiore che li spinge a pensare di essere gli unici che possono fare bene determinate cose. 
Per combattere questa "mania" e mantenere il giusto rapporto con il lavoro è una sana abitudine dedicare il tempo libero a qualche hobby e alle persone che si amano, vivendo con loro il tempo per mantenere contatto con la realtà quotidiana e mantenere un certo equilibrio di giudizio e di tolleranza. A volte, attraverso i particolari della vita quotidiana, si sviluppano riflessioni utili per un giusto atteggiamento sul lavoro.
Non vivere nel pensiero negativo costante.
Comprendo che a volte è difficile, soprattutto quando si parte con una startup o si cerca di risollevarsi da una situazione di mercato difficile. Ma affrontare la vita d'impresa con una visione costantemente negativa, con la paura che qualsiasi notizia non positiva sia il preludio della fine, non giova né all'imprenditore, né alla società. Un clima di continua fibrillazione per ogni minima notizia alla lunga destabilizza la mente del boss, ma anche quella dei dipendenti. Creano spesso una inutile confusione nel lavoro e sugli obiettivi. La riflessione e la meditazione vengono in aiuto di questi atteggiamenti non produttivi. E' utile fare ogni tanto delle passeggiate quando arrivano notizie di cui avremmo fatto volentieri a meno. Servono a decomprimere e aiutano a ristabilire un atteggiamento positivo e di reazione corretta alle notizie. Mai essere impulsivi.
Non occorre essere sempre l'eroe.
Molti imprenditori vogliono essere visti sempre come gli unici che possono risolvere un problema. Purtroppo, questo è qualcosa che alimenta il loro ego, ma non aiuta ad espandere il business. Molte volte si deve essere quello che prende l'ultima decisione o che lavora su un progetto particolarmente importante. Altre volte però altre persone possono essere più adatte a fare ciò che deve essere fatto. Bisognerebbe non dimenticarsi di dare anche ai dipendenti, familiari, o chi collabora, la possibilità di "brillare" qualche volta sotto i riflettori. Le persone non rimangono in una società solo per i soldi.
Ricordare sempre che le cose cambiano.
Questa può essere una delle cose più difficili da attuare. Appena l'azienda inizia ad avviarsi, è facile cadere nelle abitudini su come deve funzionare la società e che cosa può o non può permettersi l'imprenditore. Ad esempio a volte pensare di prendersi una settimana di vacanza, o anche due, diventa difficile perché si pensa di mettere in pericolo il business. Invece occorre mantenere sempre a mente i punti precedenti per essere sempre freschi, efficaci ed efficienti. Niente è immutabile. Ricordarsi sempre che i sacrifici personali sono necessari in certi momenti, ma non devono diventare la regola se si vuole crescere.

lunedì 21 aprile 2014

Startup, che cosa dice il rapporto Guidi

Il ministro delle Sviluppo economico, Federica GuidiIl ministro delle Sviluppo economico, Federica GuidiPer la prima volta un ministro presenta una Relazione sulle startup innovative e  introduce il concetto di valutazione delle policy pubbliche di sostegno all’economia. La responsabile dello Sviluppo economicoFederica Guidi ha disposto la pubblicazione online sul sito del Mise della prima Relazione annuale sullo stato d'attuazione della politica del governo a sostegno dell'ecosistema delle startup innovative. La relazione fotografa la situazione come era meno di due mesi fa, quando queste realtà imprenditoriali iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese risultavano essere 1.719: il 30% nel Nord-Ovest, il 28% nel Nord-Est, il 23% al Centro e il 19% nell'Italia meridionale e insulare. I dati risalgono a febbraio perché la Relazione, che è datata 1 marzo 2014, è stata consegnata il mese scorso al presidente della Camera, a quello del Senato, ai presidenti delle Commissioni Industria di entrambe le Camere e al presidente della Repubblica. In assenza di osservazioni, è stata pubblicata. I dati nel frattempo sono cambiati: dalRegistro delle startup innovative di Infocamereaggiornato al 14 aprile, è emerso che siamo arivati a quota 1.941. Quindi, in meno di due mesi, ne sono state iscritte 222 in più: un trend decisamente positivo.
Ma al di là dei numeri il documento è significativo perché introduce per la prima volta il concetto di valutazione delle politiche pubbliche, ovvero prevede che, dopo l’emanazione di una norma, venga elaborata e diffusa pubblicamente una valutazione dei suoi risultati. Nella Relazione, per esempio, sono state “riversate” le osservazioni del Comitato di valutazione e monitoraggio istituito a gennaio. Ovviamente, essendo la normativa sulle startup relativamente recente, il dossier della Guidi scatta una fotografia dell’esistente. È previsto comunque che una volta all’anno, a marzo, il ministro dello Sviluppo economico consegni un rapporto annuale sulle startup innovative. Quello del prossimo anno potrà essere giocoforza più circostanziato e dare maggiore spazio alla valutazione degli effetti della legge sull’economia del Paese.
"Le startup innovative sono al centro della strategia di rilancio del sistema produttivo nazionale cui stiamo lavorando - spiega nel documento il ministro Guidi – perciò sostenendo la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative vogliamo favorire un approccio di politica industriale premiante per quelle aziende capaci di incidere profondamente sulla competitività e sulla produttività del nostro tessuto economico, generando effetti positivi sull'occupazione, in particolare giovanile. Sotto la mia direzione, l'impegno del ministero dello Sviluppo economico su questo fronte viene, se possibile, ulteriormente rafforzato: diverse sono infatti le nuove misure attualmente in fase di studio, tra queste è ormai  prossimo al lancio il programma Italia Startup Visa, il cui obiettivo è la semplificazione del meccanismo di concessione di visti per i cittadini extra-Ue che intendono avviare una startup innovativa in Italia".
Quanto ai dati contenuti della Relazione, uno degli elementi presi in esame è la distribuzione settoriale delle 1.719 startup innovative censite a febbraio, il 78% delle startup innovative opera nei servizi (in particolare nella produzione di software e nelle attività di ricerca e sviluppo), il 18% nell'industria e nell'artigianato, il 4% nel commercio, ma non mancano esempi di startup attive nel campo del turismo e dell'agricoltura. Sono inoltre 19 (sempre secondo i dati di febbraio) gli incubatori certificati: strutture con esperienza consolidata nell’attività di sostegno alle startup innovative.
Tra le Regioni vince la Lombardia per numero di startup (341), seguita da Emilia-Romagna (192) e  Lazio (177). In coda Calabria (20), Molise (10) e Basilicata (9).
Per quanto riguarda la tipologia prevalgono nettamente le attività connesse con il mondo del digitale sia fra i servizi che nella trasformazione industriale. In particolare, esaminando le 4 cifre della classificazione Ateco 2007, tra le attività dei servizi sono in evidenza le attività di produzione di software (354 imprese), le altre attività di ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze naturali e dell'ingegneria (215), la produzione di portali web (95), consulenza nel settore delle tecnologie dell'informatica (88), altre attività dei servizi connessi alle tecnologie dell'informatica (85).
Tra le attività industriali spicca la fabbricazione di computer e unità periferiche (19 imprese), la fabbricazione di motori, generatori e trasformatori elettrici (18), la fabbricazionedi altre macchine di impiego generale (15), la fabbricazione di macchine per impieghi speciali – incluse parti e accessori (15), la fabbricazione di strumenti e apparecchi di misurazione, prova e navigazione – esclusi quelli ottici (14).

venerdì 28 febbraio 2014

Che cosa vuol dire Startup (e perché l'Italia ha le carte in regola per investire sul suo futuro)

Il termine è avanti per definizione: start up. Fa molto americano, ma dietro c’è un mondo nuovo che  può contribuire a rilanciare il lavoro, l’occupazione e fare innovazione. Start up è anche un approccio culturaleche va alimentato, insegnato, spiegato, diffuso, supportato e utilizzato per contribuire a rilanciare il sistema Paese in generale e i territori in particolare.

Start up

“Con il termine start up s’identifica l’operazione e il periodo durante il quale si avvia un’impresa. Nello start up possono avvenire operazioni di acquisizione delle risorse tecniche correnti, di definizione delle gerarchie e dei metodi di produzione, di ricerca di personale, ma anche studi di mercato con i quali si cerca di definire le attività e gli indirizzi aziendali”.

Questa la definizione che fornisce Wikipedia di start up e fa comprendere il significato di questo termine che sempre più spesso leggiamo e viene citato dai media.

Start up e Agenda Digitale

Quando si parla di start up si tende a pensare unicamente al settore high-tech, all’informatica, alle imprese che lavorano in Internet. Non è così anche se è vero che l’informatica è ormai pervasiva in ogni attività che intraprendiamo e la Rete ci permette di oltrepassare i confini fisici del territorio in cui nasce l’impresa, la start up. Quindi la tecnologia è una componente ormai irrinunciabile per fare impresa. Ma le start up possono originarsi dai settori più diversi e a volte mai considerati. Da qualche tempo, anche nel nostro Paese, si sta acquisendo consapevolezza su quest’aspetto. Tant’è vero che l’ex-ministro Corrado Passera ha dotato per la prima volta l’Italia di un’Agenda Digitale che poi è sfociata (non per nulla) nel Decreto di Crescita 2.0. Un vero e proprio programma d’indirizzo sulle start up, con una proposta di legislazione e di agevolazioni fiscali destinate a queste nuove imprese che, sul modello americano, devono essere snelle, rapide nel partire e se non funzionano, anche nel fallire. Oltre a introdurre regole chiare per ilcrowdfunding, il finanziamento collettivo veicolato sempre più spesso da piattaforme online. A questo proposito, per chi non lo conoscesse, consiglio di scaricare Il dossier Restart, Italia!, redatto da una task force di esperti. Uno strumento per fare dell’Italia un Paese per giovani e imprese giovani (ovvero, per le start up). Sì, perché il fallimento è contemplato nei paesi più avanzati e non viene vissuto come una vergogna, ma come un tentativo andato male che fornisce esperienza per migliorare nel successivo. Oltreoceano è pieno di imprese di successo i cui titolari provengono da insuccessi iniziali.

La cultura del give backstart up in Italia - bisogna crederci e investire ora

Sono un convinto sostenitore e nutro grande passione per il mondo delle start up. Per questo, oltre alla mia attività professionale, mi interesso e studio molto sul tema. Sono socio di Italia Startup e anche mentore per Innovami, un incubatore che si trova in provincia di Bologna. In questo modo ho sviluppato diverse idee sul modo in cui un territorio potrebbe diventare una culla per l’innovazione e un esempio in Italia e in Europa attraverso le start up, gli incubatori o degli acceleratori.
Proprio in virtù del tessuto imprenditoriale privato esistente in Italia ritengo che occorra sviluppare anche la cultura del give back. Questo termine sottende a un concetto che si basa su due punti. Il primo sta nella disponibilità di chi ha avuto successo nel mettersi a disposizione, gratuitamente, per valutare la business-idea delle giovani imprese e una volta scelte, riversare la propria esperienza sulle stesse. Il secondo punto è l’interesse a finanziare le neo imprese con modalità che possono variare da quella del business angel a quella del venture capital. Diffondere quest’approccio sarebbe un vantaggio per il territorio perché creerebbe un ciclo virtuoso del valore, offrirebbe posti di lavoro e svilupperebbe la capacità di pensare al lavoro in modo innovativo.

Una ricchezza per il territorio

Molti territori nel nostro Paese offrono possibilità uniche per la creazione di start up: dalla meccanica all’energia, dall’information technology alle charity company (imprese dedicate al sociale). Tutte in grado di sviluppare business e ricchezza per il territorio stesso. Un forte e riconosciuto incubatore in grado di far nascere, seguire e fare decollare le nuove imprese generano richieste di nuovi spazi abitativi e per ufficio, aumenta i consumi e la richiesta di servizi (si parla di tre posti di lavoro generati da ogni persona impiegata in una start up per lavanderia, pulizie, ristorazione, eccetera…), induce alla nascita di nuovi nuclei familiari che sono portati a rimanere sul territorio e richiama a sua volta altri capitali. Senza trascurare lo sviluppo di un più forte legame con le università in quei territori dove sono presenti.

Guardare al futuro, ora!start up - una ricchezza per il territorio

Il tema è lungo e articolato, porterò altri contributi prossimamente. Sottolineo che nulla si ottiene se non con un lavoro metodico, programmato e concreto. È una questione di approccio, di cultura, di cambio di mentalità. E di speranza nel futuro. Un solo esempio illuminante: Israele ha 8 milioni di abitanti, non ha materie prime (come noi), ma questo non le impedisce di essere la nazione con il numero maggiore di start up nel mondo (5000, in Italia sono circa 1300) di cui un buon 50% è quotato al Nasdaq (la borsa dei titoli tecnologici americana). Impiegano 237mila persone e generano il 60% dell’export. Hanno trasformato le difficoltà in risorse, senza ricchezze naturali hanno sviluppato la creatività. Che a noi non manca, come ci riconosce il mondo. Ma il momento è adesso. Se non ora, quando?

mercoledì 19 febbraio 2014

CHE COS’È LA INTERNET OF EVERYTHING? TRA SCIENZA E FILOSOFIA, È IL NOSTRO FUTURO. IL MONDO CONNESSO SARÀ PIÙ INTELLIGENTE

Gli oggetti ci parlano, immersi in un eterno divenire di informazioni, grazie a nuove tecnologie di connessione: l’attenzione si sposta dall’Rfid alla Internet of Things (intelligenza delle cose) che qualcuno inizia a chiamare Internet of Everything (intelligenza di ogni cosa).
internet of things
Internet of Everything significa che tutto il mondo diventa comunicante grazie alle nuove tecnologie (con o senza fili). Le automobili, gli edifici, le piante, le confezioni dei prodotti, gli altoparlanti dello stereo, gli occhiali (i Google Glasses sono solo i dispositivi indossabili intelligenti di una lunga serie). Insomma tutti gli oggetti animati o inanimati possono dialogare con noi. Come lo fanno? Grazie a sensori, carte Sim, tag Rfid ma anche (e sempre più) attraverso i nostri smartphone. L’aggiunta di una nuova componentistica intelligente consentirà agli oggetti di diventare veri e propri nodi di una comunicazione che viaggia attraverso il World Wide Web.
“Oggi, poco meno dell’1% di ciò che può essere connesso alla Rete lo è effettivamente – ha spiegato David Bevilacqua, vicepresident South Europe Cisco -. Per arrivare a questo ci sono voluti almeno vent’anni, attraverso diverse fasi che si sono susseguite con rapidità crescente. Dalla prima era della connettività siamo passati alla Networked Economy (Economia della Rete), e oggi viviamo in un contesto in cui attraverso la rete si vivono esperienze relazionali e immersive: con i social network, con la collaboration, la possibilità di accedere ovunque in mobilità e con ogni mezzo al nostro mondo digitale”.

Sono dati ma, siccome sono tanti, si dicono Big Data

Big dataNon è un caso che la prima a parlare di Internet of Everything invece che di IoT sia stata Cisco (già un paio di anni fa)Signore storico del networking, il provider conosce la vera natura della Rete e delle possibilità applicative di questa intelligenza che viaggia tra cavi e satelliti, tra sensori, lettori e smartphone, gestita attraverso un corollario di software che veicolano e usano in vario modo quel nuovo flusso di informazioni (che gli esperti chiamano Big Data).
Internet, infatti, non è una rete: è la Rete. Un sistema neurale di connessioni che favorisce il passaggio delle informazioni più disparate, dal tasso di umidità dell’aria all’arrivo di un pulman, dal quantitativo di Like al numero di transazioni di pagamento.
Cisco sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione e di evangelizzazione sulla Internet of Everything, snocciolando dati  che spiegano i fatti: nel mondo sono 2,2 miliardi gli utenti connessi a Internet (in pratica un terzo della popolazione mondiale). Nel 2012 gli oggetti connessi erano dodici miliardi, nel 2015 saranno 15 miliardi, nel 2020 quaranta miliardi. L’evoluzione della Internet of Everything? Raggiungere il 99% di quel mondo ancora non collegato per capirlo meglio, trasformando la tecnologia in nuove opportunità di servizio.

Internet of Everything in un Italian Forum

Negli scorsi giorni l’Internet of Everything Italian Forum (road show itinerante del provider) si è tenuto a chiusura del Cisco Live, l’appuntamento più importante a livello europeo per la comunità di partner, clienti, sviluppatori Cisco. Settemila persone riunite a Milano per capire di che cosa si parla quando si tirano in ballo sensori, tag Rfid, connessioni e tutte le potenzialità dell’Internet of Everything. Cisco ha chiamato esperti e comunicatori capaci di trasformare il linguaggio dei tecnici (che parlano di Internet of Things e di Rfid) in un linguaggio per tutti. Perché una cosa è certa: l’Internet delle cose cambierà ogni cosa e, a mano a mano che nuove persone, processi, dati, cose potranno connettersi e interagire grazie alla Rete, potremo usufruire di nuove informazioni e servizi che prima non avremmo mai preso in considerazione.
Internet of Everything
L’interesse al tema è importante soprattutto perché la Internet of Everything (IoE) rappresenta la quarta rivoluzione industriale.
“È essenziale comprendere fin dall’inizio la portata della Internet of Everything per capire come sfruttare al meglio le opportunità aperte dall’evoluzione tecnologica che sta dando forma a questa nuova era, connettendo il nostro Paese con gli scenari globali – ha detto Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia -. Se oggi le persone interagiscono con il web con strumenti quali il pc o lo smarthpone, attraverso i social network e altre reti, nel mondo dell’Internet of Everything le persone stesse potranno diventare nodi della rete, comunicando dati e informazioni, attraverso sensori e in altre forme. Il valore e la rilevanza delle nuove connessioni che nasceranno sarà determinato dall’attivazione di processi in grado di garantire che le informazioni corrette raggiungano il destinatario corretto, nel momento giusto e nel modo più appropriato: in sicurezza e proteggendo la privacy. I dati prodotti da ciò che sarà connesso alla rete non saranno più disponibili solo in forma grezza, perché la maggiore intelligenza e le maggiori funzionalità disponibili permetteranno di combinarli producendo informazioni cui macchine, computer, umani potranno attingere”.

Quanto vale il mercato della Internet of Everything

Valore Internet of everythingNello sforzo di comprendere meglio questa rivoluzione, Cisco ha condotto un’analisi sull’impatto economico potenziale dell’Internet of Everything per quantificarne il valore. Il risultato? 14.400 miliardi di dollari per il solo settore privato, a livello globale, nei prossimi dieci anni, come risultante del progressivo emergere dell’Internet of Everything e 4.600 miliardi di dollari per il settore pubblico.
I risultati vengono da una combinazione del nuovo valore economico netto creato come conseguenza dell’Internet of Everything e del valore che migrerà dalle aziende, dalle amministrazioni e dai settori che resteranno indietro a quelle che sfrutteranno le innovazioni in arrivo, sottraendo a questo i costi di implementazione delle stesse. Basandosi su tale analisi, l’Internet of Everything ha la potenzialità di aumentare i profitti aziendali globali di un 21% aggregato, nei prossimi 10 anni.
Adottando un approccio bottom up, l’analisi prende in considerazione casi di utilizzo per i quali i dati sono disponibili, in opposizione a un approccio top down basato per buona parte su previsioni ad ampio raggio in termini di miglioramento della produttività e del Pil. Alcuni dei casi di utilizzo, come l’adozione di tecnologie di collaboration e il maggiore utilizzo del telelavoro, riguardano tutti i settori economici; altri, sono specifici di un settore.

IoT come …Italian of Things? Speriamo di no

La Internet of Everything è una realtà che chiama in causa non solo gli smartphone o le smart city (considerando che nel 2050 il 65% della popolazione mondiale vivrà in una città, la gestione dei servizi non sarà banale). Ci vuole tanta nuova intelligenza, anche per il sistema Italia. Sul palco di Cisco, infatti, chiamati a parlare esponenti diversi da quelli del solitobusiness. Stefano Mancuso, Director – Linv Polo Scientifico Università di Firenze, ad esempio, che in qualità di scienziato e di botanico ha ricordato che in Italia ci sono 70 milioni di piante che potremmo utilizzare come sensori per rilevare tantissime informazioni come l’umidità, l’inquinamento o i terremoti, senza doverne introdurre di nuovi e artificiali (aggiungendo che le piante in più sono autoriparanti, il che dice tante cose…). Il mondo della ricerca sta lavorando per noi, ad esempio su dei microrobot che possono sostituire le medicine, intervenendo in modo specifico e mirato sulla causa fisica della malattia per rimuoverla senza contaminare o intaccare l’organismo. Internet of Everything significa anche che dobbiamo rispettare la natura e sviluppare un’intelligenza capace di identificare nuovi rapporti tra forma e funzione.Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica delle Informazioni dell’Università di Oxford, ha accompagnato il pubblico nella comprensione più esistenziale della natura delle cose e del mondo che ci circonda, speculando come un tempo facevano i greci presocratici quando cercavano di dare un senso al mondo e al nostro essere nel tempo e nello spazio. Internet è interazione e noi siamo interattivi: invece di concentrarci sugli oggetti, dobbiamo focalizzarci sulle interazioni per capire la portata dell’innovazione e sviluppare il nostro futuro. L’Internet of everythings è il tempo delle cose immerse nel business ma anche quello di un Paese come l’Italia che, come ha ironizzato Riccardo Luna chiamato a chiudere la tech session, parla di futuro e di agenda digitale senza saper parlare inglese o che spiega l’Agenda Digitale con una pagina Web che per sei mesi è rimasta criptata dietro al cartello Sito in manutenzione. La Internet of Everything è un obiettivo importante per ogni singolo individuo che vuole contribuire a un nostro futuro più smart. Tutto questo al di là degli sviluppi del rapporto Caio, commissario di Governo per l’Agenda Digitale italiana che, speriamo, aiuti il Paese distinguendosi dai vari Tizio e Sempronio venuti prima di lui.



MICROSITE DI:  / 

 LAURA ZANOTTI   -  The BizLoft