domenica 25 dicembre 2011

«Temo si torni alla violenza Serve più impegno»

Il cardinale Angelo Scola sta preparando il primo Natale da arcivescovo di Milano. Nella sala tra il chiostro, piazza Fontana e l' abside del Duomo sono appesi i ritratti dei predecessori: Achille Ratti divenuto Papa come Pio XI, Ildefonso Schuster, Giovanbattista Montini futuro Paolo VI, Giovanni Colombo, Carlo Maria Martini, Dionigi Tettamanzi. 

Eminenza, nel discorso di Sant' Ambrogio lei invita a non parlare sempre e solo di crisi, ma di travaglio e transizione. Che cosa intende dire? «Dobbiamo considerare con molto realismo l' effettiva gravità della crisi economico-finanziaria. Però in tutti questi anni ho sempre avuto la percezione che la categoria di "crisi" da sola non riesca ad esprimere tutto quello che c' è in gioco. Quel che è avvenuto ha come orizzonte la mutazione inedita che si è prodotta dopo la caduta dei muri. Dopo la fine delle utopie del XX secolo, si sono succeduti rapidissimamente cambiamenti, più che epocali, inediti: la civiltà delle reti, la globalizzazione, la mutazione della percezione corrente della sessualità e dell' amore, la possibilità - irta di rischi - di mettere le mani sul patrimonio genetico, i grandi sviluppi della fisica micromolecolare che indaga l' origine del cosmo - si pensi alla cosiddetta "particella di Dio" -, e poi il "meticciato di culture", i flussi migratori... Mi pare chiaro che, se noi non collochiamo la lettura della crisi all' interno di questo travaglio inedito, non ne usciremo. Una lettura tesa ad individuare ricette tecniche non basta». 

Lei contrappone alla degenerazione della finanza il tema del gratuito. «Questo è un tema su cui la Caritas in veritate ha scommesso moltissimo, ma è stata snobbata dai mondi dell' economia e della finanza. Si confonde il gratuito con il gratis. Quando parlo di gratuità mi riferisco alla coscienza che il lavoro produttivo e il lavoro finanziario, come ogni altro lavoro, possiedono in se stessi una bontà e una bellezza che è possibile riconoscere e attuare. Per i nostri artigiani una bella sedia doveva essere ben fatta prima che ben pagata. Certo, anche l' utile ha valore, ma viene in un secondo momento. La gratuità così intesa è antidoto all' avidità». 

In Italia però si è assistito a una svolta politica, alla nascita di un nuovo governo, che segna anche un nuovo impegno dei cattolici. Come lo giudica? «Il richiamo autorevole che viene dal Papa e dai vescovi all' impegno politico non prefigura alchimie partitiche. Il riferimento è alla visione antropologica che la dottrina sociale si porta dietro nella sua triplice articolazione - principi di riflessione, criteri di giudizio, direttive d' azione -, secondo la formulazione di Giovanni Paolo II che mentre correggeva la teologia della liberazione rilanciava la dottrina sociale della Chiesa».

Lei ha espresso gravi preoccupazioni sulle tensioni che stanno lacerando l' Europa. «Una volta si affrontavano i problemi di dialettica interna allo spazio europeo con la guerra. Ora li stiamo affrontando con lo spread: speriamo che dallo spread non si ritorni alla violenza». 

Teme davvero il ritorno alla violenza? «Sì, ho questo timore. Non penso a una guerra intraeuropea. Temo che i disequilibri del pianeta possano esplodere là dove la guerra è già in atto o incrociare la delicatissima evoluzione del Nord Africa. La speranza affidabile è che ci si muova tutti: la casa brucia. Per uscire dall' attuale "impagliatura", l' Europa deve ritrovare il meglio della sua storia. Solo così si potrà rivitalizzare la società civile. Inoltre non si può né si deve rinunciare al livello di guida e di indirizzo che la politica possiede per sua natura. In questo contesto la Chiesa italiana è chiamata ad approfondire con slancio deciso il cammino degli ultimi decenni, dal Convegno ecclesiale del 1976 in avanti. Abbiamo il dono del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Noi cristiani dobbiamo recuperare il nostro compito specifico, il compito educativo, a tutti i livelli, dal battesimo in avanti. Il risveglio dell' impegno politico diretto dei cattolici, se rettamente inteso, potrà poi dare un contributo alla rigenerazione del Paese». 

Ritiene che un primo passo verso il risveglio dei cattolici si sia compiuto con la formazione di questo governo? «È solo un segnale. Purché non la si metta in termini di potere. Ovviamente non c' è realtà associata in cui non sia implicato il potere. Ma che tipo di uomo è colui che è preso a servizio dalla società per guidarla, colui che assume un potere? Il problema non è come noi cattolici possiamo riprendere un' egemonia nel Paese. Il problema è vivere il potere nel suo aspetto di verità. Coloro che ascoltavano Gesù dicevano: "Costui parla con autorità" perché lo vedevano coinvolto in ciò che diceva. Gesù ha pagato di persona. La categoria della testimonianza è fondamentale. Gli statisti che hanno dato avvio all' Europa erano uomini che parlavano con autorità, perché erano per primi coinvolti nel progetto in cui credevano. Lungi da me sottovalutare la competenza, la tecnicalità, ma il motivo per cui uno si gioca ogni giorno nella vita viene prima di ogni ruolo o competenza: è il senso stesso del vivere. Lo sperimentiamo a Natale. Il "Dio con noi" cambia il senso della vita. Se Dio è con noi, io vivo in maniera diversa. Bisogna guardare in modo nuovo all' uomo e al suo essere in relazione. Giovanni Paolo II diceva che dalla seconda metà degli anni 60 si era aperta una grande contesa sull' humanum , ma in quegli anni tutti, anche nella durezza di certe fasi che il Paese ha attraversato, sapevamo cosa fosse l' humanum. Oggi noi dobbiamo riscoprirlo, ripensarlo». 

Sta dicendo che c' è un deficit della politica che da soli i tecnici non possono colmare? «Certo c' è un deficit della politica. Dobbiamo ripensarla in termini radicali. Non la impressiona il fatto di quanto poco si parli della storia recente? Accenno per esempio al rapporto tra movimento operaio e movimento cattolico. Anche i sindacati ne parlano troppo poco. Come si fa a leggere i cambiamenti radicali senza un riferimento a questa storia, per poter aprirci al futuro? Ricordo un colloquio con Augusto Del Noce che mi colpì molto. L' autore de Il suicidio della rivoluzione , profezia non piccola, intuì con molto anticipo che la Dc stava finendo perché aveva smarrito la testimonianza e aveva perso la cultura. Ho visto di persona fino agli anni 70 l' impegno gratuito di uomini e donne che, dopo aver lavorato duramente tutto il giorno, la sera trovavano l' energia per dare una mano nel gestire i mille campanili. Amministravano il Paese. Si tratta di intensificare il gusto, l' energia, la passione per la famiglia, il condominio, il campanile, il popolo». 

Qual è il suo giudizio sull' era di Berlusconi? La Chiesa gli ha concesso un credito eccessivo? «È presto per dare un giudizio complessivo. La mia attenzione è puntata sul compito della Chiesa e degli uomini di Chiesa - quindi su ciò che mi riguarda personalmente -, su quello che la grande tradizione chiama il bonum Ecclesiae . L' espressione, ovviamente, non va tradotta con "ciò che è vantaggioso per la Chiesa". Per esempio, si sta facendo un gran polverone sull' Ici; andiamo piuttosto a vedere cosa c' è da tenere e cosa c' è da correggere. Difendere il bonum Ecclesiae , liberi da ogni pretesa egemonica, significa per i cristiani portare in tutti gli ambienti la proposta del Vangelo, la bellezza dell' esperienza cristiana nel quotidiano della vita associata. Se questo sarà vissuto nella sua giusta forma, avremo uomini capaci di virtù non solo teologali - fede, speranza, carità - ma anche cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Sarebbero belle virtù anche per un politico». 

Lei proviene dal movimento di Cl. Non teme che, tra i quasi diciassette anni di potere di Formigoni, gli affari, gli scandali, Cl sia caduta in qualche eccesso? «Credo che Cl sia un fenomeno educativo ecclesiale formidabile, in cui ha primaria importanza la trasmissione tra le generazioni di una modalità persuasiva e vitale di essere cristiani. Tutto il resto, finché io ho potuto vedere dall' interno, cioè fino a vent' anni fa, è sempre stato considerato dell' ordine delle conseguenze, della responsabilità personale di chi si assumeva un determinato compito. Credo che questo adesso sia ancora più chiaro, più marcato ed evidente. Non ho rapporti particolari con il movimento rispetto a quelli con altre realtà associative. Però da quel che vedo e leggo, mi pare che il successore di don Giussani si stia muovendo decisamente in questa direzione: gli uomini che si sono giocati in politica portano lì la loro faccia e su questa base sono stati e saranno valutati dai cittadini. Conosco Roberto Formigoni da quando aveva 14 anni, anche se da tempo ci si vedeva assai di rado. Se è stato eletto per quattro volte consecutive presidente della Regione Lombardia, ci sarà una ragione. Non credo fossero tutti voti di Cl. La sorte di un politico alla fine la determina chi vota». 

Che idea si è fatto del caso San Raffaele? «Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio che ora si baserebbe solo su quanto apprendo dai media. Tutti dicono che è un luogo di grande eccellenza. Non ho ragione per dubitarne. Qualche interrogativo è nato talvolta circa la ricerca biotecnologica. La fede non blocca la ricerca, ma chiede allo scienziato di essere un uomo fino in fondo e quindi di assumersi la responsabilità di rispettare un' antropologia e un' etica adeguate». 

Come giudica la nuova giunta di Milano? «Su questo è sufficiente ricordare l' insegnamento di san Paolo: l' autorità legittimamente eletta dal popolo, viene ultimamente da Dio; finché non ci sono atti o leggi contrari alla legge di Dio, massimo rispetto, massima apertura. Ho incontrato il sindaco Giuliano Pisapia, come ho incontrato Formigoni e il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà. Ho trovato grande correttezza, grande attenzione, come a Venezia in Cacciari, Galan e negli altri interlocutori politici. La Chiesa cerca rispetto per la verità». 

Lei è nato a Lecco, che fa parte della sua diocesi, e si è formato a Milano. Come l' ha ritrovata? «Per me Milano è entusiasmante. Ho passato qui gli anni dell' università e quand' ero fuori ci venivo molto spesso. Devo ammettere di aver fatto fatica a staccarmi da Venezia, che è un grande dono per l' umanità; ma la formula del mio "ritorno a casa" è vera. Sarà forse un anticipo del crepuscolo dovuto all' età...». Non dica così, lei ha appena compiuto settant' anni. «Di anni non ne avrò davanti tanti e sempre a Dio piacendo. Credo che per l' uscita dall' attuale travaglio Milano abbia una funzione di protagonista di primo piano. La sua è una storia in cui l' elemento lavoro è già ben "rodato" a partire dal ' 700. Inoltre la magnanimità e l' accoglienza appartengono al Dna di questa "terra di mezzo". Anche se, come da ogni parte, c' è bisogno di un surplus di relazione, di rispetto, di narrazione, di umiltà nel lasciarsi raccontare dagli altri, di tensione al riconoscimento reciproco, per trovare quel "compromesso nobile" che è il fondamento dell' azione sociale e politica in una società plurale come la nostra»

sabato 24 dicembre 2011

«Manca quella forza capace di indurre a rinunce e sacrifici»

«Alla fine dell' anno, l' Europa si trova in una crisi economica e finanziaria che, in ultima analisi, si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente». 
Benedetto XVI, circondato da cardinali e vescovi nella cinquecentesca Sala Clementina, ripercorre temi e avvenimenti dell' anno in una sorta di bilancio, il tradizionale discorso alla Curia prima di Natale è uno dei più importanti e attesi. E il Papa punta subito all' essenziale: nell' Europa affetta dalla «stanchezza della fede», dal «tedio di essere cristiani», spesso «manca la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici». Certo, «valori come la solidarietà, l' impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi», mormora il pontefice. Però «la conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo». Perché «la volontà che difende l' interesse personale oscura la conoscenza, e la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà». L' interesse personale o di gruppo, il bene comune. 

Benedetto XVI evoca l' immagine biblica della moglie di Lot che «guarda indietro» alla distruzione di Sodoma e Gomorra e viene trasformata in una statua di sale. Allo stesso modo gli uomini, a cominciare dai cristiani, sono tentati di «guardare indietro, a se stessi» e «diventano così interiormente vuoti, statue di sale!». Dalla crisi «emergono domande fondamentali», insomma: «Dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà?». La risposta è il tema centrale del suo pontificato, la necessità di una «nuova evangelizzazione» e di una riforma interiore. Tutto si tiene, nel magistero di Benedetto XVI: per il 2012 ha indetto l' «anno della fede»; già nel discorso alla Curia dell' anno scorso aveva paragonato il nostro tempo al «tramonto dell' impero romano», quando «si disfaceva» quel «consenso morale» senza il quale «le strutture giuridiche e politiche non funzionano». Ma il Papa guarda anzitutto alla Chiesa e riprende il memorabile discorso di settembre a Friburgo: «La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede». Nella sua Germania, il «Paese della Riforma» dove ha reso omaggio alla «passione profonda» di Lutero per la «questione su Dio», il Papa esortava la Chiesa a «liberarsi del suo fardello mondano e politico». Benedetto XVI sa che la «grande medicina» contro «la stanchezza» europea esiste già: è la «gioia» della fede vista in Africa come tra i giovani di Madrid. Che non erano mossi da interessi egoistici, «guadagnare il cielo», «sfuggire l' inferno» o «essere perfetti», no: «Questi giovani hanno fatto del bene - anche se è stato pesante, anche se ha richiesto sacrifici -, semplicemente perché fare il bene è bello, esserci per gli altri è bello. Occorre solo osare il salto».

martedì 20 dicembre 2011

Entusiasmo

Entusiasmo, dal greco "con Dio dentro di se". Significa il senso di essere allevati con il divino, di sentirsi "chiamati" inevitabilmente al di là della nostra finitezza umana, a fare o essere qualcosa che batte sempre le scarse risorse, la stanchezza, la durezza del momento, la bancarotta emotiva o finanziaria.
L'entusiasmo è contagioso. 
Forse non per tutti, ma per la maggioranza.
Ogni volta che qualcuno fa qualcosa per un ideale più alto che non sia lui stesso, li vicino c'è Dio.
Gli entusiasti sono sicuri di portare beneficio. 
Se sei in Dio, sei nell'Uno, sei nella soluzione, sei entusiasta.

Da evitare i freddi, i distaccati, i demoralizzatori, quelli che vedono solo i problemi e le difficoltà, i "mai contenti", i cinici. Sottraggono energia e trasmettono solo negatività. 
Non saranno mai felici nella loro vita.

L'importanza del lavoro

Dovete trovare quello che amate.
Il lavoro occuperà una parte importante della vostra vita e l'unico modo per essere davvero soddisfatti è fare quello che credete sia uno splendido lavoro. 
E l'unico modo per fare uno splendido lavoro è amare quello che fate. Se non l'avete ancora trovato, continuate a cercare. 
Non accontentatevi.

Steve Jobs

domenica 18 dicembre 2011

Rallentare

Ci sono giorni in cui avvertiamo la necessità di rallentare la nostra vita. Frenare bruscamente per vivere un po' di tempo con la lentezza necessaria. Quella che consente di riflettere meglio su se stessi, su ciò che siamo e facciamo. Vivere lentamente quando tutto attorno continua a muoversi alla stessa velocità di prima. Sensazione strana, ma che ti dona quiete e serenità di spirito. Ricercare il silenzio, muoversi piano soppesando ogni azione, guardarsi mentre la si compie. Diventare sensibili e percepire tutto di noi. Nutrire l'animo di attenzioni anche solo per un giorno, aiuta a sentirsi più consapevoli e liberi.

Disinvolti in smoking (il segreto è nei dettagli)


Gli scivoloni: dal risvolto dei calzoni alle scarpe

C' è una scena di assoluto (paradossale) culto stilistico nel prologo di «Agente 007. Missione Goldfinger». È quando James Bond-Connery dopo essere riemerso dalle acque carico di dinamite per combinare grossi danni, sfilandosi la tuta da sub rimane in smoking. Il gusto del dettaglio: da una tasca salta fuori perfino il fiore da mettere all' occhiello dell' irreprensibile giacca bianca. E via, con noncuranza, verso altri sfracelli di ogni tipo. Ecco il nodo essenziale dello smoking: indossarlo con disinvolta dimenticanza, con quella spensierata scioltezza (senza ricorrere all' ammollo come 007), che ci risparmi il grottesco effetto manichino, purtroppo tragicamente a portata di mano. Buon proposito di cui tenere conto, perché le occasioni sono aumentate, così come l' offerta risulta ormai più ampia e accessibile (grande distribuzione compresa) d' un tempo. 


Considerato fino a qualche tempo fa, soprattutto in Italia, ingombrante divisa per paludate occasioni formali tipo prima della Scala o ricevimenti alle ambasciate, lo smoking viene sempre più spesso richiesto anche per appuntamenti più scapigliati genere cinema-moda-design ma pure per serate private ipoteticamente glamour. E questo ovunque. Lo conferma l' autorevole Financial Times che recentemente ha dedicato all' argomento un ampio servizio. «Le nuove generazioni lo portano spesso, comprandolo magari ai grandi magazzini, affittandolo o, i più fortunati, rubandolo dal guardaroba di papà». «Attenzione però ai dettagli - ammonisce il quotidiano economico britannico - perché è la scelta dei dettagli a rendere disinvolti e a sottolineare la vostra personalità». Prendiamo per esempio certi smoking visti l' altra sera alla prima del «Don Giovanni» e vediamo come alcuni dei dettagli possano dire qualcosa su chi li ha indossati. La giacca doppiopetto del presidente Napolitano: classica, rigorosa, costituzionalmente su misura. Il papillon bianco del governatore lombardo Roberto Formigoni: un candido (da candidatura?) distinguo ma contemplato dalle regole. Il farfallino nero del goleador (anche nel cuore di Barbara Berlusconi) Alexandre Pato, finto come tanti altri ma con orrendo gancetto a vista: gli inconvenienti della prima volta. Infine le camicie del sindaco milanese Giuliano Pisapia e del suo assessore Stefano Boeri: il primo con colletto liscio, il secondo con punte alzate, decisamente più expò. Stili inconciliabili: chi l' avrebbe mai detto. 


Ma esiste un codice universale che consenta, tornando agli agenti segreti, di stare più nei panni dell' uomo di mondo James Bond che dell' imbranatissimo Austin Powers? Partiamo dalla giacca nera: mono o doppiopetto (uno o due bottoni che raddoppiano, rivestiti di tessuto). Bianca? Non facile da portare. Smoking tutto bianco? Contemplato preferibilmente sulle terrazze estive. Revers a lancia o sciallati (più americani) coperti di seta. Nel monopetto possibile il panciotto. Pantaloni leggermente stretti in fondo con banda laterale setosa e mai troppo lunghi come invece capita al presidente Obama: vietati i passanti, sì alle bretelle, molto eleganti e pure sì, se fa comodo in quanto contenitiva, alla fascia di seta in vita. La camicia è bianca (dei colletti si è detto), può avere bottoncini in madreperla o gioiello (esagerato) da richiamare sui gemelli ai polsi. Le scarpe? Il comandamento indicherebbe le pump con i fiocchetti o le pantofole in vernice, ma ormai vanno bene anche le stringate di vitello purché tirate a specchio, con calze nere sottili. Bello il fazzoletto al taschino. Con una marcia in più il papillon annodato manualmente. 


L' importante è non cadere nell' horror con la scusa della novità, precipitando sul risvolto dei pantaloni e sugli spacchi della giacca o slittando su camicie button down o scarpe lavorate e a pelle opaca. In realtà da qualche tempo in tema smoking c' è un clamoroso rimescolamento di carte che pur lasciando spesso di stucco i puristi ha contribuito a democratizzare un capo ritenuto difficile e un po' impolverato. Così sulle passerelle modaiole si sono visti il giovanilistico accoppiamento smoking-jeans, il temerario (ma non nostalgico) ricorso alla camicia nera, l' uso di materiali inediti come pelle, cashmere, jersey, maglia, tessuti biodegradabili, filati di visone, lane destrutturate. I più giovani trovano molto chic gli smoking in velluto e ormai risultano sufficientemente collaudati pure gli spezzati con giacche viola o fucsia, colori non storicamente in catalogo. Il Grande Gatsby si sarebbe convertito? Ai veri dandy fitzgeraldiani in teoria sarebbe concessa una sola variazione sul tema: il completo blu notte. Ma forse sono soltanto suggestioni letterarie. 

Gian Luigi Paracchini

venerdì 9 dicembre 2011

Tutti quei gesti quotidiani «cancellati» dalla tecnologia


Con la meticolosa acribia degli anglosassoni, il Daily Mail ha pubblicato nei giorni scorsi l'elenco delle cinquanta occupazioni che hanno stravolto la nostra vita nell'era della tecnologia spinta. Ovviamente l'hanno stravolta in meglio, a dispetto di ciò che pensano i più luddisti o i più dandy di noi - per intenderci, quelli che spediscono ancora bigliettini di carta di riso vergati con la stilografica. Poter consultare l'orario ferroviario di qualsiasi paese, prenotare il posto desiderato - corridoio o finestrino, in senso di marcia o in direzione opposta - pagare digitando semplicemente i dati della carta di credito, il tutto senza recarsi all'agenzia di viaggi, restando anzi incollati alla poltrona del proprio salotto, bè, difficile negarne la comodità. Spedire e ricevere email, comunicazioni quasi sempre prive di fronzoli o preamboli, che non irrompono nella giornata con la petulanza del telefono ma attendono di essere lette finché non avremo la voglia e/o il tempo di farlo, bè, non è forse l'invenzione più civile che ci sia?

Già, però com'erano belle quelle telefonate a sorpresa! E anche i preamboli in fondo ci aiutavano a scaldare la conversazione, ci permettevano di arrivare al punto meno impreparati, dandoci comunque mille indizi sulla vita personale dell'interlocutore, sfumature spesso implicite nel tono di voce che ci dicevano come gli andava, che umore aveva, e finivano per situare la ragione della sua telefonata in un cuore vero, un cuore con nome e cognome, che sentivamo palpitare a distanza. E forse anche le code all'agenzia, o peggio all'ufficio postale, lasciavano uno spiraglio al caso, ci tenevano interconnessi in una rete più limitata (quella dei tizi e delle tizie stipate con noi in coda), ma fervida di possibili imprevisti e tendenzialmente più promettente sul piano dei rapporti umani. Esisteva il tempo, esisteva lo spazio, esisteva la simpatia. Insomma, non è facile venirne a capo. Per me almeno, e per tutta la generazione «anfibia», non lo è.


Nella mia esperienza di «testimone attivo» tendo a distinguere due fasi dell'avvento tecnologico: quella in cui i beni e i servizi sono entrati nelle nostre case e quella, più recente, in cui usciamo di casa inseguendo i nostri beni e i nostri servizi. Nella prima c'è la scoperta degli acquisti on line e di una nuova socialità virtuale: Skype, chat, social network, amicizie che nascono e muoiono senza strette di mano. Nella seconda c'è la scoperta degli smartphone e la rapida trasformazione della vita pubblica nell'ambito condiviso dei semafori, delle sale d'aspetto, delle pizzerie.
Ai semafori, chi non sapeva la strada si guardava attorno spaesato e finiva per abbassare il finestrino e chiedere informazioni all'automobilista accanto. In quell'attimo si creava un contatto: certo, superfluo, eppure di solito sia il richiedente che il rispondente si allontanavano con l'aria soddisfatta. Ora gli automobilisti (esattamente come i turisti a spasso nei dedali delle zone pedonali) seguono le indicazioni del navigatore satellitare.
In sala d'aspetto dal dentista quasi nessuno sfoglia più le riviste, avendo da aggiornare il profilo su Facebook o da postare il twitt «Ho sempre avuto un terrore folle dei dentisti». 
In pizzeria non è più possibile sparare quattro scemenze sull'ultimo film di Kaurismaki senza che almeno un paio di amici si tuffino all'istante su Wikipedia e perdano un'eternità chini così (leggono intere voci!) per dirti che in realtà «L'uomo senza passato» non è del 2000 ma del 2002 e comunque l'attrice Pelcola non si chiama Maria bensì Markku, con due k. Eccoci a un paradosso coi fiocchi: siamo gente che sta in compagnia quando resta sola in casa. E sta sola quando esce in compagnia.

Crisi e lusso

Devo sinceramente ammettere che in questi giorni sono colpito da un forte disagio nel leggere, sui quotidiani, gli articoli sulle conseguenze che avrà questa crisi su moltissimi italiani e vedere, nelle stesse pagine, varie pubblicità a largo spazio su articoli di lusso e brillanti.
Forse è una sensazione tutta personale, ma ai miei occhi stride in modo eloquente.

mercoledì 7 dicembre 2011

5 buoni motivi per usare un tablet sul lavoro


I tablet computer sono nati per il business. Lo sanno in pochi, ma è la verità. Anche se è stata la Apple a imporli come prodotti di massa, i loro antenati, che risalgono alla fine degli anni Ottanta, sono stati progettati come strumenti professionali.
Come spesso accade per le tecnologie di frontiera, a quel tempo non hanno avuto successo nel mondo consumer. Non sono stati né usati, né capiti. Ma da allora (dal 2007 in effetti, quando HP lanciò sul mercato il primo tablet consumer, che si chiamava Pavilion tx1x00) le cose sono molto cambiate. Oggi il tablet è cool. E chi lo compra lo fa soprattutto per motivi che poco hanno a che fare con il lavoro.
Primo motivo: i tablet sono semplici e pratici, ma (sempre più) potenti. Provate a pensare alle cose che vi fanno arrabbiare del vostro computer e poi applicate la stessa selezione a un tablet: scoprirete che quest’ultimo non è afflitto da quei difetti. La sua batteria dura un giorno intero (un Graal che i laptop non sono mai riusciti a raggiungere), è incredibilmente semplice da usare (sia iOS che Android, i due sistemi operativi con cui la maggior parte dei tablet funzionano, sono progettati con la semplicità d’uso in mente), non si rompe quasi mai (funziona con memorie allo stato solido praticamente indistruttibili, non ha una tastiera e ha pochissimi pulsanti: insomma è monolitico e compatto e quindi assai poco soggetto a guasti), è pratico (si può infilare dovunque e con una tastiera esterna è in grado di fare (quasi) tutto quello che fa un computer tradizionale).

Secondo motivo: presto potranno fare di tutto. I nuovi tablet nascono nell’era delle App e questo ne fa strumenti estremamente versatili. Le App sono tantissime (oggi ce ne sono già più di 500 mila per i tablet della Apple e più di 370 mila per Android. Al momento la maggior parte non è dedicata al mondo del lavoro (i giochi la fanno tuttora da padrone), ma il trend sta cambiando rapidamente e presto, diciamo fra due anni al massimo, le App professionali saranno la maggioranza (noi in Aton ne abbiamo realizzata una, .onSales, e che rende la vita molto più facile alla forza commerciale con decine di funzioni avanzate. Gira sull’iPad e presto anche sbarcherà anche sui tablet Android). Pensate ai primi cinque software aziendali che vi vengono in mente: è probabile che tutti e cinque abbiano già un client che funziona su un tablet (o che l’azienda che li produce abbia un team di ricercatori che ci sta lavorando).
Fra due anni un tablet vi permetterà di fare gran parte di ciò che vi serve nella vostra giornata lavorativa, dalla scrittura di un documento in word a una query su un As-400.

Terzo motivo: ci permettono di concentrarti sul cosa e non sul come. È vero oggi, ma non lo sarà domani. Perché ci sono cinque buoni motivi che mi portano a credere che presto, anzi prestissimo, i tablet torneranno “a casa”, diventando uno dei cardini informatici delle imprese. 
I computer tradizionali, anche quelli semplici, sono complicati. Chi lavora in una piccola azienda trascorre parte considerevole del suo tempo a risolvere problemi legati al sistema operativo, a installare (o reinstallare) applicazioni, a trovare funzioni o impararne altre, a cancellare virus… Chi invece lavora in una grande azienda chiede tutto questo al tecnico interno, il che porta comunque via tempo. Un tablet riduce drasticamente queste complessità. L’uomo dei computer verrà comunque a trovarvi, di quando in quando. Ma lo vedrete senza dubbio meno di prima. Lui avrà più tempo per dedicarsi a migliorare l’ICT della vostra azienda, voi potrete concentrarvi di più sul vostro lavoro (quello vero).
Quarto motivo: sono uno straordinario strumento di marketing. La portabilità estrema, la qualità dello schermo, l’assenza di “fronzoli”, la durata delle batterie, fanno dei tablet l’oggetto ideale per presentare il proprio lavoro ad altri. Che si tratti di una presentazione di slide o di un video, di un sito web o di un’immagine, il contenuto che vuoi mostrare a un cliente (o a un fornitore, un partner, un collega…) farà un figurone su un tablet computer. In più, il tutto sta (quasi) in tasca. E con batterie che durano otto ore buone, se non di più, difficilmente vi lascerà a piedi nel bel mezzo della presentazione. I tablet mettono il marketing nelle mani di un numero maggiore di figure aziendali. Offrono la possibilità a un maggior numero di manager e dipendenti di trasmettere all’esterno messaggi strutturati e coerenti con la policy della vostra impresa. I contenuti chiave, quelli progettati per essere diffusi all’esterno, si diffondono con maggior velocità e l’azienda da ciò ha tutto da guadagnare. Sta già accadendo in alcuni settori, come il Fashion. E grazie all futura diversificazione dei tablet (più modelli, con caratteristiche diverse) tenderà a succedere anche in settori più difficili, come quello della manutenzione e della vendita, dove se il tablet cade e si rompe è un guaio.
Quinto motivo: la vostra azienda ve ne comprerà presto uno. Per i motivi sopra descritti e per il fatto che costa (o costerà presto) molto meno di un computer portatile, la vostra azienda sarà sempre più incline ad acquistare grandi quantità di tablet per i propri dipendenti (secondo IDC, nel 2011 i tablet rappresentano già il 15% del mercato totale dei personal computer). Già accade con il top management. Ma molte imprese scelgono già il tablet come regalo aziendale per dipendenti, partner, clienti e molto presto questo oggetto entrerà a far parte della dotazione standard di un numero sempre maggiore di figure professionali. È una buona notizia per chi li produce. Ma la è senza dubbio, per le ragioni di cui sopra, anche per voi che ve li troverete presto sulla scrivania senza bisogno di comprarli.

mercoledì 30 novembre 2011

Le ultime volontà di Adriano


Trovandosi in punto di morte, Alessandro Magno convocò i suoi generali e comunicò loro gli ultimi tre desideri:

1 - Che la sua bara fosse portata a spalla e portata dai migliori medici del suo tempo.


2 - Che i tesori che aveva conquistato (argento, oro, pietre preziose), fossero sparsi lungo la strada che portava alla sua tomba, e. ..


3 - Che le mani fossero a penzoloni fuori dalla bara, e ben in vista.


Uno dei suoi generali, scioccato da questi desideri insoliti chiese ad Alessandro quali erano le sue ragioni.


Alessandro spiegò:


1 - Voglio che i medici più eminenti portino la mia bara per dimostrare loro che non hanno, davanti alla morte, il potere di guarire.


2 - Voglio che il suolo sia coperto dei miei tesori perchè tutti possano vedere che i beni materiali conquistati in questa terra, qui rimangono.


3 - Voglio che le mie mani oscillino al vento, in modo che la gente possa vedere che siamo venuti al mondo a mani vuote e a mani vuote ce ne andremo quando perderemo il tesoro più prezioso che é IL TEMPO.

domenica 27 novembre 2011

Considerazioni sulla vita

La vita a volte ti segna con esperienze traumatiche, fisiche o spirituali, che ti segnano e fungono da spartiacque per la nostra esistenza. Acquisisci consapevolezza a caro prezzo. Non tutti ce la fanno, alcuni soccombono e si portano alla deriva della vita, altri si rassegnano e forse è peggio. La vita in questi momenti non perdona. 
Se sei impreparato, pigro, distratto, se mostri debolezza, non ne esci. 

Altre volte la vita ti permette di costruirti interiormente, accade quando riesci ad esprimere organizzazione personale, capacità di durata allo sforzo, disciplina, resistenza alla fatica, dedizione completa alla tua vita e agli obiettivi. E' una sorta di via iniziatica che richiede tolleranza, pazienza e sviluppo delle proprie doti interiori di consapevolezza.

Quelli come me continuano a riflettere per fare i conti con la propria coscienza, con la propria anima, non per darsi una compiacente pacca sulla spalla.
La fede fa la differenza. La fede non ammette dubbi. Pochi dubbi e la promessa di un futuro migliore aiutano a tenere comportamenti migliori in termini di risultati finali. E non è una questione di età. Chi ha un progetto ha fede, chi ha fede ha un progetto.



Come sarà il nostro futuro con le Apps

sabato 26 novembre 2011

Creatività

Creatività significa unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili. 
Nella vita servono creatività e capacità di cambiare. Occorre essere in grado di fare a pezzi gli schemi del già vissuto, del già visto, del già provato. Avere la capacità di lasciare andare le cose vecchie e abbracciarne di nuove.

La prima colonna della creatività è il coraggio, la seconda è la conoscenza. Non è importante una conoscenza specifica, lo è maggiormente una diffusa ed estesa. Più conosci, più puoi mettere insieme le cose in modo inaspettato. E l'inaspettato paga.
La terza colonna è l'immaginazione, che significa la capacità di generare idee che prima non esistevano oppure la generazione di diversi modi di vedere una situazione.

Gianni Rodari spiegava che attraverso lo sviluppo di un atteggiamento creativo, l'uomo maturo si forma e sarà in grado così di cambiare il corso delle cose e della sua vita, in base alla sua capacità di usare la propria immaginazione. Quante persone non sfruttano questa capacità.
Allenamento e sforzo su attività nuove e stimolanti, creano mappe cerebrali nuove fino a tarda età.

E' importante continuare a guardare le relazioni possibili tra le cose e le situazioni. Farsi sempre la sequenza di domande: come ? cosa ? chi ? dove ? quando ? quanto ? perché ? Aiuta a chiarire e delineare il problema organizzandolo e aprendolo a nuove connessioni.
Allenarsi a far finta di non poter sbagliare liberandosi dalla paura del giudizio degli altri. Spesso il limite alla nostra creatività è spesso la paura del giudizio altrui. Occorre ricordarsi che, comunque vada, qualcuno vi criticherà sempre. 

Una buona pratica è quella di dedicarsi spesso ad un semplice " brainstorming" trovando un posto che ci fa sentire a nostro agio e sereni. Si definisce il problema e si trovano soluzioni creative, poi si definisce  con chiarezza la situazione finale di gradimento. Mettete sul tavolo tutto ciò che può ispirarvi e... scrivete, disegnate, scrivete e scrivete ancora. Immaginate situazioni diverse e datevi delle risposte. Al termine valutate tutto ciò che è emerso e cogliete la soluzione che più vi rappresenta.

Altra colonna della creatività è il viaggiare. Se si può occorre viaggiare. Risparmiando sul resto. Abituatevi a vedere le cose anche in modo diverso. Mescolando le esperienza con la nostra cultura, spesso produce soluzioni innovative, oltre ad elevare il nostro livello di consapevolezza. Mai dimenticare che il nostro non è l'unico mondo possibile. 

domenica 20 novembre 2011

Mala educación a pranzo & cena



Quando l’educazione vien mangiando. In tempi di fast food, di cibi che si assaporano con le mani, come la pizza e l’hamburger, di pasti consumati velocemente anche davanti al televisore o al computer, di cellulari sempre accesi, le etichette cambiano. Però resistono. «Sfamarsi è un bisogno fisico, ma il pasto resta sempre un rito sociale a cui non si può rinunciare», scrive il Guardian, nostalgico delle vecchie abitudini e soprattutto «del sacro momento del tè servito in tazze di porcellana, ora sostituito dal veloce cappuccino caramellato di Starbucks». Bisogna rimediare «insegnando ai bambini come ci si comporta», suggerisce il giornale inglese, proprio come mostra il quadro «La preghiera prima del pasto» di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, in cui piccoli commensali pranzano con compostezza e in religioso silenzio.
Allora ci si chiede, le buone maniere a tavola interessano ancora?
«Più di prima. Le abbiamo dimenticate — risponde Giuseppe Scaraffia, storico e scrittore —. È da tempo immemorabile che si viene giudicati per come si mangia. Marcel Proust era criticato perché durante le cene si spostava con il piatto a ogni portata tra un invitato e l’altro, Charles-Maurice de Talleyrand si soffiava il naso senza fazzoletto, con le dita, in presenza dei commensali e Napoleone Bonaparte nella fretta si puliva le mani sui pantaloni di cashmere bianchi».
Anche oggi, «in molti film si scherza sullo smarrimento del novellino davanti alla molteplicità delle posate — continua —. Chi augura “buon appetito” fa la figura del provinciale. Chi non versa l’acqua alle signore è un cafone. E certo, bisognerebbe conversare equamente con il vicino di destra e con quello di sinistra, ma non è facile perché anche lui è impegnato nella stessa cosa con chi gli sta accanto».
Negli anni Cinquanta ci pensava Donna Letizia, Colette Cacciapuoti Rosselli, a invocare il buon gusto e a risolvere i piccoli dilemmi nella popolare rubrica «Il saper vivere»: «Quando si mangia i gomiti sono accostati al corpo e le mani non vanno mai abbandonate in grembo», consigliava. Oppure, «la minestra va gustata senza risucchi, appoggiando lateralmente il cucchiaio alle labbra». E ancora, «il tovagliolo non deve essere mai introdotto nel gilet o legato al collo, lo si spiega parzialmente distendendolo sulle ginocchia».
 La signora del bon ton aborriva lo stuzzicadenti («proibito alle signore e sconsigliabile agli uomini») e insegnava l’arte della conversazione («non si parla a voce alta e con chi è seduto lontano»). «Una saggezza ancora attuale, il ton a cui deve aspirare la società», conclude Scaraffia.
Ma la maleducazione a tavola può anche essere la conseguenza di un’infanzia viziata e capricciosa: «È bene insegnare da subito ai più piccoli come ci si comporta — afferma Anna Oliviero Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza —. L’imitazione è il loro grande strumento. Se l’adulto ha un atteggiamento corretto il bimbo lo farà suo. Bisogna dargli il tempo di imparare e non desistere dal ripetere e dall’agire. Senza creare piccoli drammi, con tranquillità si assimila meglio. È importante la sequenza con cui si fanno le cose. Il pasto è un rito ma anche un ritmo, se viene interrotto e frammentato si perde il valore pedagogico».
Cenare con i quattro figli e il marito, per Maria Teresa Orlando, 42 anni, magistrato di Napoli, è uno dei momenti più belli della giornata ma è ancheil tempo dei capricci e delle lotte. «Il padre è più severo, ci tiene che restino in modo corretto a tavola. Con me, invece, scherzano un po’ di più. Ho insegnato loro che sul tavolo si appoggiano sempre i polsi, qualche volta gli avambracci e mai gomiti, però l’hanno trasformata in una filastrocca da fare al contrario». Ma arrivano anche le soddisfazioni: «Il più piccolo mangia meglio degli altri tre e ha imparato a farlo da solo a un anno e tre mesi. Poi, scherziamo, ci raccontiamo la giornata e cerchiamo di restare tutti seduti fino alla fine».
Si dispera, invece, Marina Struzzo, 38 anni architetto di Venezia: «Nicola ha 7 anni, parla con la bocca piena, beve rumorosamente e agita per aria le posate. Insomma, è un piccolo selvaggio», sorride.
Urge l’aiuto di un’esperta: «L’esempio dei genitori è fondamentale — spiega Lucia Rizzi, specialista di terapie comportamentali e in televisione con «S.O.S. Tata» su Sky e La7 (è in uscita il suo libro «Fate famiglia», edito da Rizzoli) .
Stare a tavola in modo corretto significa dare al cibo l’esatta importanza. «Bastano poche regole: non rispondere al cellulare, non accendere il televisore. La tavola va apparecchiata e sono banditi i vassoi da portare in giro per casa. Il bambino molto piccolo vuole stare a tavola con i grandi, magari nei primi anni gli si può concedere di prendere qualcosa con le mani, poi sarà lui che vorrà crescere e avrà gli strumenti giusti per farlo. Non sottovalutare la formalità del “per piacere” e del “grazie” e creare un’atmosfera positiva, tirando fuori degli argomenti sereni».
«diventa, così, una forma di rispetto per noi e per gli altri con cui condividiamo un momento importante — spiega lo chef stellato Alfonso Iaccarino, titolare del Don Alfonso 1890 a Sant’Agata sui Due Golfi —. Con la fretta, la distrazione, consumando il pasto in piedi si compromette anche la nutrizione».
Le (buone) maniere cambiano «ma non resistono soltanto al ristorante — aggiunge —. Capisco e noto una trasformazione sociale più alla portata di tutti, però una certa americanizzazione del mangiare proprio non mi piace». Cioè? «Aprire il frigo e ingerire quello che capita. In Italia, invece, la cultura della tavola regge, soprattutto la sera. Adoro vedere una famiglia (nonni compresi) pranzare e cenare insieme con i più piccoli e regalarsi grandi sorrisi».
di Rossella Burattino - La 27esima ora - Corriere della Sera

lunedì 14 novembre 2011

Elogio della Gentilezza (come Resistenza alla Volgarità)


LA GIORNATA MONDIALE DELLA «BUONA EDUCAZIONE» I RIFERIMENTI NELLA LETTERATURA.


Non ci sarebbe nessun bisogno della Giornata mondiale della Gentilezza, che si celebra tutti gli anni il 13 novembre. 


Eppure la gentilezza, nell' epoca del cosiddetto politicamente scorretto baldanzoso e dilagante, ha un che di anacronistico, come se fosse una categoria medievale, edificante e moralistica. Ma se solo la si oppone alla volgarità ecco che acquista tutta la sua urgenza, perché la gentilezza, così come la intendiamo oggi, non è affatto quella dei secoli scorsi: quella del Cortegiano, il famoso trattato di Baldassar Castiglione o del «giovin signore», il pupillo di Giuseppe Parini. Non è più la cortesia, un valore che appartiene alla cavalleria o alla nobiltà di sangue, ma pertiene alla sensibilità di tutti gli uomini, siano essi ricchi o poveri. Poi però ti guardi intorno e ti accorgi che la gentilezza, in questa sua estensione orizzontale, è quasi diventata un tabù, un' attitudine per nulla all' altezza dei tempi. Diciamolo pure: un' inclinazione ritenuta noiosa, da fessi, una virtù da deboli di spirito o da falliti. In effetti la gentilezza, se è vero che confina anche con la generosità, dovrebbe essere gratuita: che gesto gentile sarebbe quello che si aspettasse in cambio un compenso? I volontari di Genova, i ragazzi che sono andati a spazzare il fango dopo i giorni dell' alluvione, sono partiti con qualche pretesa di guadagno? Lo psicanalista inglese Donald Winnicott considerava la benevolenza e l' altruismo indicatori di salute mentale. Se ne può dedurre che non stiamo tanto bene. 

Ma forse, tutta la sua pessima reputazione sta nel fatto che la gentilezza viene identificata in nient' altro che in un gesto occasionale e autogratificante per chi lo compie, non una forma mentis ma un' espressione capricciosa del comportamento, qualcosa che si avvicina all' ipocrisia e che somiglia alla beneficenza che lasciamo distrattamente cadere sul piatto del mendicante un giorno sì e cento no. Del resto, qualcuno sostiene che l' elemosina è un atto inutile se non dannoso. La gentilezza ha perso l' alone aristocratico del tempo che fu, per diventare l' esatto opposto dell' aggressività «virile»: si potrebbe ritenere addirittura che si tratti di una barriera protettiva della propria vulnerabilità, una difesa preventiva contro l' aggressività altrui. Più una virtù da santi che da gente comune capace di stare al mondo. Daniel Defoe si avvicina all' accezione moderna: per il padre di Robinson Crusoe, il gentiluomo era il borghese sobrio, contrario alla sopraffazione e all' avidità mercantilistica. Sta di fatto che se in passato era definibile a occhi chiusi come status symbol, la gentilezza ha finito per occupare un campo semantico impervio, sdrucciolevole, ambiguo: persino Hitler poté apparire «gentile» alla sua segretaria, ma si trattava evidentemente di un errore ottico per eccesso di vicinanza (la gentilezza va valutata da lontano). Se invece è la negazione della prepotenza, dell' iracondia e dell' indifferenza; e se la si intende non solo nella sua manifestazione esteriore, deve avere qualcosa a che fare anche con la mitezza, di cui Norberto Bobbio scrisse un memorabile elogio: per il filosofo si tratta di una qualità morale, che coinvolge il rapporto con le altre persone, un' empatia suscettibile di essere coltivata e affinata con impegno dall' individuo e dalla comunità. Una ferma mitezza suona come un ossimoro. Una ferma gentilezza un po' meno, ma ambedue richiedono una buona dose di umiltà personale e di benevolenza, di comprensione per l' altro, ma anche, come sostiene Bobbio, di intransigenza a difesa della propria e altrui dignità. Eccolo lì il suo anacronismo: la gentilezza, è una resistenza (personale ma soprattutto sociale) al peggio che oggi rischia di sommergerci, come i rifiuti sommergono molte città (la Napoli dell' Ottocento apparve a Goethe come una «città gentile»). Una resistenza democratica. E per questo, alla fine, non va disprezzata nemmeno quando la si intenda semplicemente (ma non proprio semplicemente) come buona educazione. Gratificante, perché no, per l' individuo e per la società. 


Di Stefano Paolo

domenica 6 novembre 2011

QUELLE VITE GIOCATE (E PERSE) AI VIDEOPOKER


A Vicenza, una donna distrutta dalla dipendenza si toglie la vita. A Torino salvano un uomo "sull'orlo del suicidio". Tra finti derubati (denunciati) per coprire i soldi svaniti e neo-rapinatori (arrestati) per rientrare del denarn buttato, è allarme sociale.
Una malia che t'invade piano ma poi si impossessa di ogni pensiero. di ogni intenzione, di ogni attimo della giornata, ormai vuota a perdere. A perdere tutto. Al punto di perdersi. Una febbre che sale, linea dopo linea, tasto dopo tasto: fino a bruciarti, dentro e fuori, qualsiasi altro desiderio e pure il capitale. Un'influenza che non c'è verso di debellare, di scacciare: schiacciare il pulsante, nella solitudine chiassosa di un bar, come la sola maniera di sentir pulsare la vita. Giocare e giocare (e pendere, perdere) in modo che non sia mai finita. Lei aveva quarant'anni, un lavoro, una famiglia serena. Viveva dalle parti di Vicenza e faceva l'impiegata: una tranquillità schermata però da una dipendenza malata, con lei sempre più prigioniera dei videopoker del quartiere. Le era sempre piaciuto giocare, infilare una monetina per hobby e guardare il punto entrare. Ma il lieve passatempo s'era fatto lentamente il senso di tutto e l'ossessione di ogni minuto: sicché, invece del punto, entravano a rotta di collo in quella fessura, predisposta all'usura della propria serenità, sempre più monetine. Fino a costruire una pila infinita, fatta prima del proprio stipendio e degli averi personali. poi del risparmio di famiglia. Una pila alta, in pochi mesi, più di 80mila euro. t familiari hanno provato a farla desistere ottenendo promesse non mantenute. Hanno allentato i baristi della zona perché l'aiutassero a non buttarsi via in quel modo, ma lei cambiava esercizi, ripetendo la sua mano quello abituale: infilare la moneta, premere il tasto, infilare di nuovo. Disperati, hanno schierato pure psicologo e comunità di recupero, ma a quel punto lei ha detto "basta" e l'ha fatta finita con il gioco e con la vita, che ormai tendevano ad assomigliarsi fino a confondersi. «Chiedo scusa a tutti. Non ha più senso per me vivere», ha lasciato scritto, prima di infilare la testa dentro un cappio.
Storia tragica ed estrema, ma da noi la dipendenza da videopoker, anche per via della crisi che si mangia le sicurezze e incita alle scorciatoie, sta facendo ogni giorno più guasti. Se tentare la fortuna è sempre stato, nei momenti di difficoltà economica, l'unico miraggio consentito, la pozzanghera dove tuffarsi pensando di poter fare il bagno, be', nessun gioco come il videopoker&simili oggi possiede tanta forza di distrazione di cassa e di volontà personali. Potendo garantire, a differenza di "grattini' e lotterie varie, l'assenza di una mediazione psicologica alla spesa: davanti a te solo una fessura, mentre dai le spalle al mondo, che ti fa sentire meno in colpa e unico padrone (ma è solo pia illusione) del tuo gesto iterato. Mica è un caso se le mafie - l'inchiesta sulla 'ndrangheta nel Ponente ligure è nata dalla richiesta di installare video-poker - stanno giocando anch'esse la partita. Qualche storia di ordinaria dipendenza di questi tempi? A Torino, Roberto P., 40 anni, operaio specializzato, tre figli, è finito al reparto psichiatrico delle Molinette dopo che s'è presentato al Pronto soccorso piangendo: «Aiutatemi, il videopoker mi ha fatto impazzire*. E i medici han spiegato che s'è salvato con l'ultima «briciola di energia e volontà: la dipendenza dal videopoker lo aveva condannato, era a un passo dal suicidio». E ancora, un infermiere romano lo scorso 9 settembre e un impiegato umbro lo scorso 27 settembre, hanno finto entrambi di aver subito una rapina, dopo aver perso tutto al videopoker, mentre un infermiere spezzino. dopo aver infilato l'ultima moneta, s'è fatto lui stesso rapinatore, alleggerendo una banca del Carrarese, per rientrare del denaro svanito. Poi, c'è la donna di Prato, denunciata per danneggiamento, che ha scagliato uno sgabello sul videopoker davanti al quale giocava il marito; c'è l'uomo che di macchinette ne ha distrutte sette in un bar di Trieste dopo aver perduto, senza riuscire più a smettere. migliaia di euro: e c'è la coppia denunciata in ottobre a Torino per aver lasciato la bimba di 3 anni in auto: papà e mamma nel bar a giocare e lei, aperta la portiera, in strada piangente, soccorsa da una passante. Dipendenze rovinose e fallimenti economici di tanti che già faticano a guardare avanti, mentre la Corte dei Conti - quasi un beffardo contrappasso - quantificherà di nuovo alla politica, entro sessanta giorni, a quanto ammonta (tre anni fa lo valutò in 98 miliardi di euro: bruscolini, giusto l'importo di due Finanziarie!) "il contenzioso che i concessionari dei giochi hanno con lo Stato creditore", senza che nessuno, neppure in questi giorni magri, si decida a mettere mano al settore.
Cesare Fiumi (Sette - Corriere della Sera)

Uomini nuovi

Tutti gli scandali, il decadere dell'onestà e dell'onore, l'impudenza nella certezza dell'impunità, la passione per il denaro che spazza via convenzioni, dignità, rispetto di sé stessi, l'amoralità, divenuta inconscia, rivelano il male profondo che esige rimedi di pari intensità.

E' stata la passione per la ricchezza, la voglia di essere potenti non importa con quali mezzi, la frenesia di onori; è stato il materialismo, l'appagamento spregiudicato degli istinti, a corrompere gli uomini, e, mediante loro, le istituzioni.

Come riusciremo ad uscirne ? Potremo uscire da questo decadimento solo attraverso un'immensa rettificazione morale, reinsegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, lottare, sperare e a morire, se necessario, per un ideale superiore.

Contano solo la fede, la fiducia ardente, l'assenza completa di egoismo e di individualismo, la tensione di tutto l'essere verso il "servizio", per quanto ingrato possa essere, ovunque si svolga. Il servizio di una causa che va oltre l'uomo. Contano solo la qualità dell'anima, le sue vibrazioni, la volontà di tener alto al di sopra di tutto un ideale, nel disinteresse più assoluto.

Sarà necessario formare uomini nuovi per cambiare il Paese.


venerdì 4 novembre 2011

Se il logo va alla guerra (da Tripoli a Kabul)


Spot negativi, le aziende cambiano strategie

L' attrice Anne Hathaway è stata pagata per indossare un collier di diamanti nella notte degli Oscar. Si parla di 750mila dollari per un mega spot al traino della luccicante statuina hollywoodiana. I teorici del marketing lo chiamano «product placement», ma è il parente prossimo di quello che una volta si chiamava «pubblicità occulta». Il concetto è banale e sfrutta il desiderio di partecipare ad un mondo che consideriamo affascinante. È lo stessa solleticazione dell' umana invidia che si ripropone quando si associa un marchio a una celebrità: attori, campioni, cantanti, tutti reclutati per mostrare a noi consumatori che potremmo anche assomigliargli se bevessimo quel caffè, guidassimo quell' automobile o viaggiassimo con quella valigia. Solo in Italia si pagano «testimonial» per almeno 450 milioni l' anno. 
Il problema è che non sempre si possono scegliere i propri ambasciatori o il luogo dove mostrare i prodotti. Il golfista Tiger Woods si può cancellare dagli spot dopo aver scoperto le sue infedeltà coniugali e, dopo l' attentato dell' 11 settembre, si può evitare di mandare in onda intere campagne pubblicitarie nelle televisioni affollate di dramma. Ma è impossibile licenziare i talebani che viaggiano su pick up Toyota, tagliagole liberiani che sfoggiano magliette dell' Inter, libici che asciugano le mani insanguinate su una tuta Adidas, terroristi iracheni nascosti dietro a passamontagna della Nike. Qui non ci possono essere contratti con clausole di protezione contro i «cattivi ragazzi». «Venir associati alla tragedia della guerra è l' ultima cosa che un' impresa vorrebbe per i suoi prodotti - sostiene il pubblicitario Ignasi Clarà -. L' effetto è pessimo, come quando un marchio viene accusato di sfruttare il lavoro minorile». Il fenomeno però dilaga, come la globalizzazione che porta gli stessi brand in tutto il mondo. Solo vent' anni fa non avveniva affatto. I vietnamiti bruciati dal napalm americano negli anni ' 60 non indossavano Dolce e Gabbana contraffatti. Ancora nella prima guerra del Golfo (1990-1991), Saddam Hussein avrebbe pagato oro per mostrare una vittima dei bombardamenti alleati con una maglietta del Barcellona sponsorizzata dall' Unicef. Invece nella guerra di Libia i reporter fotografavano pro o anti gheddafisti, con indosso firme internazionali, viaggiare su camionette con imbullonate sopra mitragliatrici contraeree. 
Clara Alberti, di Toyota in Spagna, ha raccontato al giornale La Vanguardia che la casa giapponese ha cambiato stile dei propri pick up per sfuggire all' identificazione tra brand e violenza. «La scritta Toyota a lettere maiuscole sul retro è stata resa meno visibile». «Forse l' unico che ha tentato di rovesciare a favore di un prodotto comune la spontanea repulsione per la guerra è stato Oliviero Toscani. Lo fece fotografando gli abiti laceri di una vittima della Guerra di Bosnia come fossero maglioncini appena usciti dalla fabbrica. Lo scandalo portò il marchio al centro dell' attenzione» spiega Nino Florenzano del Laboratorio Creativo Maverick. Gli altri casi rientrano nella normalità del meccanismo di emulazione. Il kalashnikov in mano a guerriglieri di ogni latitudine è stata la miglior pubblicità per il mitra sovietico. Così come i gipponi Hummer che hanno creato una versione civile per beneficiare dell' immagine di potenza degli americani a Bagdad. Ad alcuni la guerra piace. A pochi, per fortuna.