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venerdì 5 giugno 2015

La fortuna ? E' una questione di allenamento

"Faber est suae quisque fortunae" diceva Appio Claudio, "Ciascuno è artefice della propria sorte".Questa frase chiarisce bene il concetto che la fortuna o la sfortuna come entità paranormali non esistono, ma sono le nostre decisioni, le nostre scelte, che stabiliscono la nostra sorte o fortuna se si preferisce chiamarla così.
Esseri fortunati non è una casualità, ma una questione di preparazione mentale e materiale. L'opportunità capita a tutti se si è lavorato bene prima. Per molte persone però la sfortuna è una giustificazione che permette loro di non cambiare mai. Se non si modifica l'atteggiamento difficilmente ci si sentirà mai fortunati.
E' bene ricordare sempre alcune cose. Prima di tutto generalmente le persone non hanno la corretta percezione di tutte le volte in cui sono state "fortunate” perché il cervello tende a valorizzare negativamente molto di più un singolo evento sfortunato. In più un evento fortunato è assunto spesso come un fatto dovuto e lo si banalizza. Poi non c'è mai la possibilità di avere una controprova, a volte un fatto che riteniamo sul momento sfortunato ci apre nuove opportunità che forse non sarebbero arrivate in diverse condizioni. Inoltre normalmente la propria esistenza viene giudicata fortunata o meno in funzione di ciò che ottengono e possono fare gli altri, difficilmente ci si focalizza su se stessi facendo una seria autoanalisi. 
Come si fa a diventare fortunati ? Certamente cambiando atteggiamento. Abbandonando il pensiero negativo attraverso la comprensione dei motivi che ci inducono ad avere questi pensieri. Non è semplice, ma è importante lavorarci. Qualsiasi cammino si intraprenda non è possibile pensare che sia sempre tranquillo senza intoppi, avversità o problemi. Non giova pensare che agli altri vada tutto sempre bene, perché non è così. Ci sono persone che hanno avuto momenti di sorte favorevole, ma hanno compiuto errori o fatto scelte sbagliate e la "fortuna" se n'è andata. Non è stata colpa della "sfortuna". La responsabilità è sempre vostra alla fine.
Prepararsi, concentrarsi, migliorare, muoversi, frequentare, essere empatici, sono le parole che contengono la soluzione per essere fortunati. L'opportunità può esserci in ogni momento di una giornata, quando uno meno se lo aspetta. Bisogna arrivarci sempre preparati per coglierla e, soprattutto, mantenerla.
In ultimo: imparate a mantenere un approccio positivo alla vita, è contagioso anche per chi vi sta davanti. A volte la fortuna va aiutata...

venerdì 27 febbraio 2015

Lavoro, le ore più produttive? Il mattino presto


Gli italiani? Poco mattinieri, ma il 35% di manager, professionisti e impiegati gestisce la maggior parte delle pratiche nelle prime ore, lontano dall’ufficio tradizionale

Smartphone, tablet e connessioni in rete consentono di essere sempre operativi e collegati con il mondo del lavoro, con una sempre più crescente integrazione tra vita privata e attività professionale; di conseguenza i tradizionali orari d'ufficio (9-17) sono di fatto superati. Anche per questo, in una recente indagine Regus su 22 mila manager e professionisti a livello internazionale, il mattino presto viene indicato come la fascia oraria più produttiva della giornata.
UN ITALIANO SU DUE LEGATO ALL’ORARIO 9-17. Il 35% di manager, professionisti e impiegati (il 45% a livello globale) raggiungono la massima produttività e riescono a gestire una considerevole parte del lavoro al mattino presto, spesso lontano dall'ufficio tradizionale, prima dell'assalto di e-mail e telefonate che interrompono il flusso del lavoro e la concentrazione. La percentuale registrata nel nostro Paese è sensibilmente inferiore rispetto ai principali paesi europei (Spagna 50%, Francia 44%, Germania 39%, Regno Unito 49%); mentre il 48% degli italiani è ancora legato al tradizionale orario d'ufficio 9-17.
LE ORE PIÙ PRODUTTIVE. Gli orari dove la maggioranza dei rispondenti si ritiene meno produttiva viene indicata in tarda serata (Italia 15%) e durante la notte (Italia 2%). Percentuali più o meno allineate alla media globale e a quelle dei principali paesi europei con l'eccezione della Germania dove viene registrata una percentuale del 22%, quindi circa un quarto dei manager tedeschi, affermano di essere maggiormente produttivi nelle ore serali.
TRA CONCENTRAZIONE E PAUSA CAFFÈ. Anche il tempo durante il quale si riesce a mantenere la concentrazione svolge un importante ruolo nel determinare la produttività delle persone durante l'attività lavorativa. In media circa il 70% mantiene la concentrazione entro le tre (4% meno di un'ora, 31% tra una e due ore, 34% tra le due e le tre ore), solo un 30% dichiara di riuscire a rimanere concentrato sul lavoro senza interrompersi oltre le tre ore.
Brevi break, inoltre, sono necessari durante la lunga giornata lavorativa per mantenere il benessere psico-fisico, recuperare le energie e la capacità di rimanere concentrati. La pausa caffè rappresenta in Italia, ma anche negli altri paesi, un must delle interruzioni di relax sul lavoro, (29% Italia; 28% media globale); anche piccole passeggiate (all'interno o all'esterno degli uffici) costituiscono un'attività fisica per sgranchirsi un po' le gambe dopo essere rimasti seduti alla scrivania per molto tempo. Questa attività è più frequente all'estero (24% media globale, 21% Italia). Seguono poi il cambio di attività, passando a svolgere altri impegni e incombenze per poi riprendere (17% Italia, 14% globale) e brevi conversazioni con i colleghi (14% Italia, 11% media globale); anche guardare le notizie o navigare in rete (11% Italia e media globale) costituisce un momento di svago e relax.

martedì 30 dicembre 2014

Made in Italy, 10 verità sulla competitività (che c'è)

Manteniamo quote di mercato, siamo ecosostenibil e diamo del filo da torcere alla Germania. Queste e altri 7 dati di fatto contro il declino sono state individuate da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Ucimu. Che rappresenta un settore di punta: la meccanica



Tutte le volte che troviamo un buon motivo per ritenere in declino e non competitiva l’economia italiana ne possiamo reperire un altro che dimostra inequivocabilmente, numeri alla mano, quanto il made in Italy possa essere concorrenziale e all’altezza delle sfide globali.

Tra i soggetti che si dedicano con più tenacia a individuare le ragioni per essere ottimisti sull’Italia ci sono puntualmenteSymbola, Fondazione Edison e Unioncamere. Questa volta, nel Dossier 10 verità sulla competitività italiana che queste tre organizzazioni hanno realizzato per la Fondazione Ucimu, il focus è su uno dei nostri settori di punta: la meccanica.

Il rapporto parte da alcuni dati di sfondo molto incoraggianti. Solo 5 Paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi. E dal 2008 al 2013 abbiamo incrementato l’export del 16,5% facendo meglio di Germania (11,6%) e Francia (5,9%).

[Dieci buone notizie sul made in Italy che qualcuno dimentica]

Il sistema produttivo italiano, inoltre, è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: secondo l’Eurobarometro, entro la fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job”, quasi quanto Germania e Francia insieme.

In questo quadro di eccellenza, uno dei settori driver del made in Italy, con 53 miliardi di dollari di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, è appunto l’industria del machinery, terza nella graduatoria internazionale che misura il saldo della bilancia commerciale. Fanno meglio di noi solo la meccanica tedesca e giapponese e le nostre performance sono migliori rispetto a quelle cinese e sudcoreana. Tanto che su un totale di 496 prodotti, la meccanica italiana risulta essere prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 235 casi.

«L’Italia - spiegano infatti gli estensori del rapporto - è in crisi, una crisi profonda. Ma non è un Paese senza futuro. Dobbiamo affrontare problemi che vengono da lontano, che vanno ben oltre il pesante debito pubblico. E la crisi mondiale si è innestata proprio su questi mali. Rimediare non è facile, ma non è impossibile. Basta guardare con occhi nuovi al Paese e avere chiaro quali sono i nostri punti di forza».
 Ecco quali sono le 10 VERITA' che dimostrano questo punto di vista:
[Verità 1] L’Italia è tra i Paesi che, nella globalizzazione, hanno conservato maggiori quote di mercato mondiale. Mantenendo, dopo l’irruzione della Cina e degli altri Brics, il 72,6% della quota di export mondiale di prodotti manifatturieri rispetto a quella che aveva nel 1999. Performance migliore di quelle di Francia (59,8%), Giappone (57,3%), Regno Unito (53,4%)(elaborazione su dati Wto).
[Verità 2] Il modello produttivo italiano è tra i più innovativi in campo ambientale. Per ogni milione di euro prodotto dalla nostra economia emettiamo in atmosfera 104 tonnellate di CO2, la Spagna 110, il Regno Unito 130, la Germania 143. Non solo, siamo campioni europei nell’industria del riciclo: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea, nel nostro Paese ne sono state recuperate 24,1 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i Paesi europei (in Germania ne sono state recuperate 22,4 milioni). Nulla da stupirsi dunque, se il sistema produttivo italiano è anche quello che guida la “riconversione verde” dell’occupazione europea: entro la fine del 2014 il 51% delle Pmi italiane avrà almeno un green job, una quota superiore a quella media europea (39%) e ben al di sopra di quella del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%) (dati GreenItaly 2013).
[Verità 3] La zavorra del Pil italiano è il crollo della domanda interna. Dall’inizio della crisi mondiale al novembre 2013, il fatturato domestico manifatturiero italiano è crollato (-15,9%) diversamente da quanto accaduto in Francia e Germania (+4,6%, -0,3% rispettivamente). Il fatturato estero dell’Italia nel settore manifatturiero è invece cresciuto (+16,5%) risultando superiore a quello tedesco (+11,6%) e francese (5,9%) (dati Eurostat elaborati da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison).
[Verità 4] La crescita degli altri Paesi non è fatta di sola competitività ma anche di debito .Allo sviluppo delle altre economie ha contribuito un considerevole aumento del debito sia pubblico che privato. In Italia, viceversa, dal 1995, il debito aggregato (quello pubblico più quello delle aziende e delle famiglie) è cresciuto di una quota pari al 61% del Pil, valore inferiore a quello registrato in Spagna (141%), Regno Unito (93%), e Francia (81%) (dati Eurostat).
[Verità 5] Dagli anni ‘90 la “quota di mercato” dell’Italia nel debito pubblico totale dell’Eurozonaè costantemente calata. Non siamo il malato d’Europa: la responsabilità italiana nel debito pubblico complessivo dell’Eurozona si è ridotta in modo importante dagli anni ‘90 (28,7% nel 1995) a oggi (22,1% nel 2013) (dati Commissione Europea).
[Verità 6] L’Italia è uno dei soli cinque Paesi al mondo con surplus manifatturiero sopra i 100 mld di dollari. Con un surplus commerciale manifatturiero con l’estero di 131 mld $ nel 2013, si conferma il ruolo di punta del nostro Paese nell’industria mondiale. Lo stesso non si può dire di altre economie quali quella francese (-36 mld), del Regno Unito (-106 mld) e degli USA (-527 mld). (Dati Wto).
[Verità 7] L’industria italiana del machinery è campione di export. Con 53 miliardi di surplus nel 2012 e una prima stima di 70 miliardi nel 2013, la meccanica italiana è terza nella graduatoria mondiale per saldo della bilancia commerciale, preceduta dai competitor tedeschi e giapponesi, ma davanti a cinesi e sud coreani (fonte: International Trade Centre, Unctad/Wto).
[Verità 8] L’Italia è il secondo Paese più competitivo al mondo nel machinery. L’industria italiana del machinery occupa i vertici delle graduatorie mondiali di settore. Nella classifica di competitività calcolata sulla base del Trade performance Index, elaborato dall’International Trade Centre dell’UNCTAD/WTO, l’industria italiana della meccanica risulta seconda solo a quella tedesca .
[Verità 9] L’Italia è leader mondiale nella metà dei prodotti del settore meccanico. L’Italia è il Paese con il saldo attivo più alto in 62 dei 496 prodotti che caratterizzano il settore meccanico nel commercio mondiale (indice Fortis-Corradini, Fondazione Edison). Se si estende l’analisi alle prime tre posizioni, l’industria italiana di settore risulta al top per ben 235 prodotti, circa la metà del totale (elaborazione su dati Istat, Eurostat e Un Comtrade).
[Verità 10] L’Italia è il primo competitor della Germania nel machinery. Le imprese italiane sono le principali concorrenti di quelle tedesche. L’Italia infatti vanta 179 prodotti “meccanici” aventi un surplus di bilancia commerciale più elevato di quello della Germania presa come benchmark: una performance migliore di quella realizzata da altri colossi mondiali quali Cina, Giappone e Usa. (Indice Fortis-Corradini calcolato su dati UN Comtrade).

martedì 26 agosto 2014

I momenti di crisi. Non pretendiamo che le cose cambino, se...




I momenti di crisi

Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e nazioni, perché la crisi porta progressi.

La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. È dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.

Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.

Chi attribuisce alla crisi i propri insuccessi e disagi, inibisce il proprio talento e ha più rispetto dei problemi che delle soluzioni.

La vera crisi è la crisi dell’incompetenza.

La convenienza delle persone e delle nazioni è di trovare soluzioni e vie d’uscita.

Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia.

Senza crisi non ci sono meriti.

È dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno, poiché senza crisi ogni vento è una carezza.

Parlare della crisi significa promuoverla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece di ciò dobbiamo lavorare duro. Terminiamo definitivamente con l’unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein


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mercoledì 12 febbraio 2014

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking


“Evento si, evento, evento si, evento no, …” così recita uno startupper strappando i petali di una margherita dinanzi alla scelta se partecipare o meno a un evento. Immagine surreale che riflette molto la realtà. Vediamo perché..
Da quasi circa un anno si sono moltiplicati in tutta Italia gli eventi dedicati al mondo startup: workshop, conferenze, tavole rotonde, startup contest e aperitivi social. Occasioni per apprendere nuovi modelli, intercettare trend di mercato, conoscere investitori, trovare collaboratori, testare la propria idea, relazionarsi con i primi potenziali clienti. Un evento è il “campo di battaglia” per ampliare le proprie connessioni lavorative e raggiungere le cerchie di interessati che possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi di business. Considerate le numerose opportunità offerte, non partecipare è pura follia! Così ogni startupper provvede a redigere un vero e proprio piano di attacco cercando di incastrare i vari appuntamenti nella propria agenda, a volte disperandosi non potendo disporre del dono dell’ubiquità. Ma è giusto o sbagliato?
Molto spesso si dibatte sulla reale convenienza e sui benefici nel partecipare agli eventi proposti dall’ecosistema startup. Il dubbio che fa riflettere la maggior parte degli startupper ruota intorno a un semplice quesito: concentrarsi sullo sviluppo del prodotto o fare networking? Se ho il prodotto, ma non i contatti, non riuscirò mai a farmi conoscere nel mercato. Se, viceversa, ho i contatti, ma non il prodotto, sul mercato non andrò mai. Dunque, product (o service) oriented oppure public relation oriented? Non esiste una risposta univoca.
Come sempre il giusto è nel mezzo. Se da una parte lo sviluppo del prodotto o servizio rappresenta il punto di partenza per dare vita alla propria startup, dall’altra relazionarsi con l’esterno è l’attività principale per accelerare il processo di crescita della stessa. L’approccio Lean Startup, ideato da Eric Ries, suggerisce di lavorare a un minimum viable product (MVP), prodotto con le minime caratteristiche ma pronto a essere testato dagli utenti, e poi – con il tempo – migliorarlo in base all’evoluzione del mercato e ai feedback ricevuti. Le relazioni sono la base per alleanze strategiche, opportunità di partnership e per la condivisione di informazioni utili a creare nuove iniziative più velocemente, profittevolmente e con meno rischi. Il business è networking. Tutto ruota intorno alla rete di contatti che si crea. Ma come ogni attività strategica, questo richiede del tempo, sottratto ovviamente all’operatività.
La scelta di puntare su un team eterogeneo potrebbe essere una soluzione interessante per garantire quella flessibilità necessaria per portare avanti un progetto di startup e lavorare in parallelo su entrambe le attività. La partecipazione agli eventi è dunque “decretata” dal topic dell’evento stesso: ognuno segue gli appuntamenti in base al proprio ambito di competenza e ai propri interessi. In tal modo tutti i membri del team sono coinvolti costantemente nell’ecosistema: la startup non rispecchia l’identità del solo founder, ma dell’intero team.
Nel caso in cui siate ancora alla ricerca delle “anime gemelle” con cui condividere la propria idea di startup, di seguito alcuni consigli pratici per ottimizzare il proprio tempo e le risorse a disposizione.
  • Selezionate gli appuntamenti giusti. Nella miriade di eventi organizzati fare una scrematura diventa indispensabile. Individuate i convegni che trattano dei temi core della vostra startup. La probabilità di incontrare persone più affini e in linea con i vostri obiettivi professionali aumenta notevolmente. Molti eventi, purtroppo, sono vetrine per mettere in luce altri interessi lontani dal mondo startup. Informatevi sempre sui temi trattati. Se troppo generici, rinunciate.
  • Presentatevi preparati. Un evento è un’opportunità per conoscere nuove persone. Informatevi sui partecipanti, relatori e organizzatori, portate con voi biglietti da visita (che siano originali!) e blocco per gli appunti o iPad, abbiate cura del dress-code, siate curiosi ma non invadenti e ascoltate. Ricordatevi: non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
  • Presenziate i social media. Gli strumenti social sono un tema chiave per la propria web reputation e, di conseguenza, per il posizionamento strategico della vostra startup. Monitorate la rete, partecipate alle discussioni sui gruppi di LinkedIn, seguite persone che condividono i vostri stessi interessi su Twitter, aprite un blog. In sintesi: fate in modo che la gente vi noti.
  • Abbiate cura dei vostri contatti.  Sia nel caso di vecchi che nuovi contatti, coltivate le relazioni instaurate nel tempo. Ad esempio, dopo un evento ricordatevi di inviare una mail al contatto appena conosciuto oppure aggiungetelo su LinkedIn inserendo un messaggio di ringraziamento per lo scambio di contatti con riferimento all’evento.
Infine, vi consiglio il libro “Teniamoci in contatto”  (The Startup of you) di Reid Hoffman, founder di LinkedIn. Un ottimo investimento per comprendere il business networking. Stanno nascendo tantissimi eventi e opportunità per la nostra Italia. Non perdiamocele.  “Accendi il cervello. Le nuove idee nascono guardando le cose, parlando alla gente, sperimentando, facendo domande e andando fuori dall’ufficio!”. (cit. Steve Jobs).

martedì 21 gennaio 2014

15 cose da fare per avere successo


Vuoi avere successo? Complicati la vita! Questo l’insegnamento di Dan Waldschmidt, americano, consulente per aziende di fama internazionale e blogger di Businessinsider.com.
Nel suo blog spiega come riuscire negli affari e nella vita. Ecco alcuni dei suoi consigli:
1. Fai la telefonata che hai paura di fare.
2. Alzati dal letto prima di quanto vorresti.
3. Dai agli altri più di quanto quanto ricevi.
4. Prenditi cura degli altri più di quanto gli altri lo facciano per te.
5. Lotta sempre. Anche quando sei ferito, deluso, sanguinante.
6. Investi in te stesso anche se nessun crede in te.
7. Cerca una tua opinione sulle cose e non accettare mai verità precostituite.
8. Conduci anche quando non c’è nessuno ancora a seguirti.
9. Prova, fallisci e prova ancora.
10. Corri veloce anche quando sei a corto di fiato.
11. Sii gentile con le persone che sono state crudeli con te.
12. Prenditi la responsabilità delle tue azioni quando le cose vanno male.
13. Segui sempre la tua strada senza aver paura di ciò che hai di fronte.
14. Non avere paura di sbagliare.
15. Fai le cose più difficili, quelle che nessun altro farebbe. Quelle che ti spaventano.
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domenica 19 gennaio 2014

L'Italia ? Con banche e Piccole Imprese può essere il Paese emergente 2014

La scommessa della svizzera Julius Bär: potete farcela, con qualche riforma

La sorpresa delle sorprese dell’economia del 2014 potrebbe essere l’Italia. «C’è lo spazio per effettuare la madre di tutte le rimonte», sostiene Marco Mazzucchelli, managing director della banca svizzera Julius Bär. La sua opinione è sfrontatamente controcorrente se si considerano le quantità di notizie negative che dall’Italia si sono riversate sui mercati mondiali negli ultimi anni. Ciononostante, non è un augurio ma è fondata su un’analisi che sta iniziando a farsi spazio tra gli economisti e gli strateghi di mercato. «Siamo in una congiunzione astrale favorevole: se colta potrebbe trasformare l’Italia nel mercato emergente maggiore del mondo», dice il banchiere italiano. 
Il punto da cui partire è il cambio di stagione che sta attraversando la globalizzazione. «Da alcuni mesi, è in atto un’inversione di tendenza secolare — secondo Mazzucchelli —. I capitali escono dai mercati emergenti per tornare in quelli maturi». Una dozzina d’anni di crescita caratterizzata da Cina, India, Russia, Brasile e economie simili sta esaurendosi. Nella visione generale del ciclo economico, per dire, la Cina è al di sotto del suo potenziale di crescita più di quanto lo siano, in ordine crescente, l’economia mondiale e quelle di Canada, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Svizzera (analisi di Julius Bär). Alcune ragioni di questo cambiamento sono di lungo periodo: la fine del boom dei prezzi delle materie prime che negli anni scorsi ha beneficiato molti emergenti; altre di breve ma potenzialmente dirompenti: il tapering della Federal Reserve americana — cioè la fine progressiva del suo intervento sui mercati allo scopo di tenere bassi i tassi d’interesse — che colpisce quei Paesi che hanno deficit delle partite correnti e faticano a finanziarsi (lo si è già notato in India e Turchia); altre ancora sono legate all’instabilità politica: in India, Turchia, Tailandia, Sudafrica, persino forse in Cina. 
Il radicale cambio di scenario significa un ritorno di masse di denaro, cioè di investimenti, nei Paesi sviluppati. «Finora — dice Mazzucchelli — ne hanno beneficiato i Paesi maturi con maggiore momento di crescita, ad esempio Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, oppure quelli che più hanno fatto in termini di riforme per invertire la rotta — Irlanda, Spagna e la stessa Grecia. Ma dobbiamo domandarci quale sarà il nuovo mercato emergente». La sua risposta/azzardo è: l’Italia. «Anzitutto, tra i grandi Paesi maturi è quello con il gap maggiore rispetto al pieno potenziale: il reddito pro capite è sceso di ben oltre il 10% rispetto al picco massimo». In secondo luogo, le imprese italiane funzionano abbastanza nonostante i limiti strutturali del Paese: il grafico delle aspettative dei responsabili degli acquisti indica che in Italia sono positive. «E i fattori che oggi debilitano i mercati emergenti non ci toccano — sostiene il banchiere —. Beneficiamo del ribasso dei prezzi delle materie prime, non abbiamo ricevuto capitali drogati dalla Federal Reserve, conviviamo con l’instabilità politica da generazioni». 
Soprattutto, c’è una sorpresa in quello che negli ultimi tempi è stato forse l’handicap più forte per l’economia italiana: il sistema bancario che non presta denaro a imprese e famiglie. Mazzucchelli dice che i recenti rialzi di Borsa delle banche europee, attorno al 10%, riflettono «non una fugace euforia di inizio d’anno, bensì sono sostenuti dalla consapevolezza che il temuto momento della verità — cioè il complesso delle regole di Basilea e i controlli sul sistema effettuati della Banca centrale europea — possa avere luogo in un contesto assai più favorevole del previsto». Migliorano le sofferenze bancarie, i rischi legati ai titoli degli Stati nei bilanci degli istituti di credito sono diminuiti, la fiducia negli interventi reali e possibili della Bce si è consolidata. 
In più, le cosiddette regole di Basilea — che riguardano la quantità di capitale che le banche devono possedere a seconda delle loro attività e dai rischi che prendono — nei giorni scorsi sono stati ammorbiditi. Questo ammorbidimento potrebbe essere in generale negativo. In un recente articolo, il capo della ricerca macroeconomica della Royal bank of Scotland, Alberto Gallo, ha sostenuto che le nuove regole di Basilea «vanno in favore dei grandi gruppi di investment banking, invece di aiutare le banche a fare ciò di cui hanno bisogno: prestare». I banchieri centrali riuniti a Basilea hanno annacquato il minimo obbligatorio di capitale che gli istituti di credito devono possedere: il che potrebbe indebolirli di fronte a una crisi come quella del 2008. 
Nel breve periodo, però, la fase di contrazione del credito sembra finita e, soprattutto, il gap tra banche dell’Europa «forte», che prestavano, e quelle dell’Europa «debole», che non prestavano, si sta chiudendo. Il grafico nella pagina segnala la convergenza tra periferia e cuore dell’Europa e indica anche che sta finendo la fase in cui le banche avevano smesso di prestare per mostrare di avere meno rischi e quindi rispondere con più facilità agli stress-test a cui le sottoporrà la Bce nei prossimi mesi. «I segnali provenienti da Basilea fanno pensare che il castigo per le banche sia finito», dice Mazzucchelli. 
Insomma, l’Italia è in potenza la prossima grande «economia emergente». «Una regola dei mercati — dice Mazzucchelli — è che vanno sempre dove fa più male. Quel luogo oggi è l’Italia, perché tante cassandre hanno convinto i più che ormai il Paese è fuori dai giochi e quindi molti ne sono usciti: la rimonta li prenderebbe in contropiede». Il solo guaio è che per creare il circolo virtuoso servono riforme che liberino la possibilità di fare economia: è la sola stella — politica — che manca alla «congiunzione astrale».

Danilo Taino - Approfondimenti - Corriere della Sera - 18 gennaio 2014 


giovedì 2 gennaio 2014

Non solo Web: le startup del Sociale

L'altra faccia delle imprese innovative: i servizi alla comunità e alla persona 
È noto che ormai la parola "startup" è una buzzword, un tormentone che va bene per tutto, tanto da essere quasi svuotata di significato. In effetti,  fin dei conti - benché il termine sia spesso applicato a società che creano o distribuiscono prodotti via Internet - "startup" non vuol dire altro che "impresa". Un'impresa che deve ancora consolidarsi, in fase di avviamento. Negli ultimi tempi, accanto a quello per le startup tecnologiche, si è acceso l'interesse anche per un altro tipo di imprese: quelle del Welfare. 
 

Ci sono fondi che si sono specializzati nell'investimento in startup a sfondo sociale. " Le imprese a finalità sociale ed ambientale - ha dichiarato di recente Luciano Balbo, ideatore di Oltre Venture, fondo da dieci milioni di euro - sono in fortissimo sviluppo a livello internazionale: solo in Europa sono presenti circa 2 milioni di imprese sociali (il 10% di tutte le imprese) che offrono oltre 11 milioni di posti di lavoro. Uno sviluppo dell’economia sociale nel nostro Paese potrebbe rappresentare una risposta positiva, spontanea, e dal basso, all’attuale crisi economica, con ricadute positive, oltre che sul PIL, sulla stabilità e coesione sociale". Ci sono incubatori, come il milanese Make a Cube, che agevolano la crescita di imprese attive nell'assistenza, nella sanità, nell'istruzione. Ci sono concorsi ad hoc. Due esempi: " Fellowship for longer lives", un premio del valore di 60mila euro per la migliore startup nel campo della longevità e dell’invecchiamento attivo, e " Make a Change - Il più bel lavoro del mondo", che mette in palio per il vincitore 40.000 euro, tra avviamento finanziario e 6 mesi di incubazione professionale e tutorship manageriale presso Make a Cube. Entrambe queste opportunità sono ancora accessibili, nell'edizione 2013-2014, a chi volesse candidarsi, anche se mancano ormai pochi giorni alla scadenza. 
 

Il termine ultimo per partecipare alla fellowship - nata per iniziativa di Impact Hub Milano, Axa Italia e Swiss Re Foundation - è il 4 gennaio; c'è un po' po' di tempo, fino al 31 gennaio, per l'altro concorso. Dalle scorse edizioni di Make a Change sono nate realtà interessanti e tutt'ora operative, come La locanda dei buoni e dei cattividella Fondazione Domus De Luna Onlus (un ristorante di qualità che forma e impiega giovani con storie di violenza familiare), Eye Assist (uno strumento a basso costo per far comunicare persone con grave disabilità motoria), edEggPlant (una società che utilizza lo smaltimento delle acque di vegetazione e l'inquinamento generato dalle plastiche tradizionali per la realizzazione di prodotti eco-compatibili). Altre iniziative interessanti, che coniugano l'attenzione all'innovazione con quella per i servizi alla persona sono ad esempio Agevolando, un'associazione che aiuta i giovani che escono dalle comunità per minori a integrarsi nella società, oppure Assixto, una rete di franchising, con sede principale a Udine e filiali in tutto il Friuli e in Veneto, che offre assistenza a domicilio per le famiglie.  
Lo slogan di Make a Cube, incubatore per imprese sociali
Ma in cosa si differenziano le imprese del sociale - oltre ovviamente che per le finalità - rispetto a una startup "normale"? 
 

Dal punto di vista della performance - spiega a La Stampa Davide Agazzi, responsabile di Make a Cube - non cambia molto, valutiamo le stesse variabili. Le imprese con finalità sociale sono più legate però al design del prodotto, si deve capire prima di tutto se esiste un bisogno che può essere soddisfatto in maniera più efficiente di quanto avvenga al momento, e se l'impresa può essere sostenibile ". 
 

Un approccio un po' diverso insomma, dal classico, "partiamo e vediamo quel che succede" tipico di molti imprenditori da garage. " Inoltre - continua Agazzi - noi ci concentriamo molto sui processi e sulle dinamiche relazionali ". E poi, la differenza fondamentale, riguarda naturalmente la redistribuzione degli utili. Le cosiddette imprese sociali non possono, per legge, redistribuire gli utili fra i soci, cosa che frena, forse, velleità speculative, ma disincentiva anche l'ingresso di investitori, che vorrebbero ricavare comunque un ritorno - per quanto contenuto e minore di quello ottenibile in altri settori - dal loro sostegno all'azienda. " Per questo - spiega Agazzi -assieme a Make a Change siamo in prima linea in una battaglia culturale per cambiare le normative, in modo da favorire la comparsa di un nuovo modello di impresa sociale che coniughi i lati positivi della gestione pubblica e di quella privata". Nel frattempo alcune aziende, non necessariamente no-profit ma operanti comunque nel campo sociale, si stanno autoregolando decidendo, per statuto, di assegnare una quota minoritaria di profitti agli investitori 
 

martedì 31 dicembre 2013

Il Manifesto di EconomyUp: 10 parole chiave per la crescita

Coraggio, creatività, digitale, futuro, innovazione, internazionalizzazione, made in Italy, ottimismo, sostenibilità e start up: sono questi i termini chiave per lo sviluppo del Paese declinati da 10 imprenditori che hanno dimostrato e stanno dimostrando che crescere è possibile

Dieci parole chiave per lo sviluppo, declinate da 10 campioni del Made in Italy, e la mappa dell'ecosistema italiano delle startup: è il contenuto del Manifesto di EconomyUp.it, un numero da collezionare e un’edizione speciale che arriva in un momento particolare per l’Italia, quando sembra più facile vedere quel che non va piuttosto che valorizzare quello che va.

Economyup.it crede nella necessità di un incontro fra start up e Made in Italy. Per questo il Manifesto parte proprio dalle start up, dalle nuove imprese ad alto contenuto tecnologico. Senza, però dimenticare quelle che start up sono state 10, 20 o 30 e più anni fa. E oggi sono grande aziende, con prospettive di crescita internazionale. Sono i nostri campioni del Made in Italy. Solo 10 fra tanti possibili per dimostrare che, nonostante tutto, si può guardare al futuro con ottimismo. E con coraggio.

Ecco, dunque, 10 parole chiave per la crescita possibile declinate da 10 imprenditori che hanno dimostrato e stanno dimostrando che crescere è possibile.

1. CORAGGIO di Oscar Farinetti, fondatore e presidente di Eataly

CREATIVITÀ di Nerio Alessandri, fondatore e presidente di Technogym

3. DIGITALE di Paolo Ainio, fondatore e amministratore delegato di Banzai

4. FUTURO  di Federico Marchetti, fondatore e amministratore delegato di Yoox

5. INNOVAZIONE di Sergio Dompé, presidente di Dompé Farmaceutici

6. INTERNAZIONALIZZAZIONE di Remo Pedon, amministratore delegato del Gruppo Pedon

7. MADE IN ITALY di Brunello Cucinelli, fondatore e amministratore delegato della Brunello Cucinelli

8. OTTIMISMO di Guido Martinetti e Federico Grom, fondatori delle Gelaterie Grom

9. SOSTENIBILITA’ di Gian Luca Sghedoni, amministratore delegato di Kerakoll

10. START UP di Fabio Cannavale, presidente di Bravofly Rumbo Group

 

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domenica 29 dicembre 2013

Passione e coraggio

Passione e coraggio. Servono nella vita. Sono indispensabili ora. Sono cambiate molte cose, anche le regole del gioco. Servono più che mai passione e coraggio.
Soprattutto se sei una persona sensibile. Senti le cose più degli altri e le patisci più degli altri. Le sensazioni sono più forti, più belle, ma anche più dolorose.

Ho preso consapevolezza di ciò verso i 45 anni e questo mi è servito a sentirmi meglio con me stesso. Mi ha dato nuova energia e desiderio di imparare ancora, di continuare a scoprire. Accettare nuove sfide. Con creatività, passione, coraggio, entusiasmo, felicità, serietà, etica e con grande responsabilità. Senza mollare mai. Sono così, se credo in ciò che faccio, lotto fino ad arrivare all'obiettivo.

Mi piace lavorare, mi appassiona ciò che faccio, mi genera soddisfazione costruire e vedere giorno per giorno come compongo il mio lavoro. In realtà penso che non riuscirei a concepire la mia vita senza il lavoro. Al di là della condizione economica. MI piace avere molteplici interessi, conoscere, mantenermi informato. Amo entrare in contatto con le persone anche molto diverse tra loro, conoscerle, confrontarmi, trovare ispirazione. Ma amo anche i momenti di silenzio, di solitudine e interiorità per riflettere e lasciare la mente libera di vagare.

A 52 anni ho ancora aspettative dalla vita e sogno. I sogni sono importanti perché trasmettono energia ai tuoi obiettivi e le persone che ti circondano percepiscono questo e ne traggono beneficio. Ci sono persone più brave di me e mi piace riuscire a conoscerle, non sempre è possibile, per cogliere la loro passione e il loro coraggio. Imparare dalle loro esperienze. C'è sempre un mentore nella tua vita se sai guardare con i giusti occhi.

Nella vita però mi sono dato delle regole. Mi permettono di essere coerente con il mio "sentire", con il mio "credo". Combatto le mie battaglie fino in fondo, non venendo mai meno ai miei valori e al rispetto per gli altri. Se ritengo che vengano a mancare, perdo interesse alla competizione, al confronto, alla lotta. Da sempre costruisco ponti, non alzo muri. Amo mantenere un certo stile e usare la diplomazia fino in fondo. Mi ritengo un empatico per natura e cerco di non interrompere mai i rapporti. Se sono costretto non lo faccio mai con acredine.
Lascio sempre un contatto aperto.
Perchè il futuro ci appartiene, ma non ci è dato conoscerlo.

mercoledì 11 dicembre 2013

Ottimismo

Dentro la crisi economica c’è anche una crisi psicologica. Pensare positivo è un passo necessario per la crescita. L’ottimismo è la consapevolezza, terribile e spaventosa, che possiamo prendere in mano la nostra vita. Non importa che desideriate scoprire luoghi inesplorati, o cambiare la storia dello sport. Siate ottimisti. Alzatevi presto, e correte dietro all’unico sole che conta: il vostro talento

di Federico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie Grom

Federico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie GromFederico Grom e Guido Martinetti, fondatori e amministratori delegati delle Gelaterie GromTalvolta, c’è confusione. Talvolta, confondiamo l’ottimismo con la fortuna. Invece no: l’ottimismo è fatica, determinazione, lavoro.

In natura c’è un bell’esempio di ottimismo: semplice, pulito, profondo. Il girasole, innamorato del sole, lo segue attraverso il giorno e i giorni, voltando instancabilmente il capo verso di lui.

L’ottimismo è il girasole e il suo girare. L’ottimismo è l’incrollabile voglia di fare. E’ quello di Ernest Shackelton, il primo uomo ad attraversare l’Antartide, che nel 1914 pubblicò sul New York Times questo annuncio: “Cerchiamo uomini per spedizioni all'avventura. Bassa paga. Freddo estremo. Lunghi mesi di oscurità totale. Pericolo costante. Ritorno a casa non assicurato. Onori e riconoscimenti in caso di successo.”  L’ottimismo è quello del grande Michael Jordan: “…ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

L’ottimismo è la consapevolezza, terribile e spaventosa, che possiamo prendere in mano la nostra vita. Non importa che desideriate scoprire luoghi inesplorati, o cambiare la storia dello sport. Siate ottimisti. Alzatevi presto, e correte dietro all’unico sole che conta: il vostro talento. La vita.  Il resto, sono palle.

 

Economyup 

mercoledì 18 settembre 2013

La ripresa c’è, ma non per tutti dura selezione tra le imprese più soldi, niente assunzioni

Se questa fosse una guerra, un’impresa come quella di Tatiana Roberti andrebbe definita una creatura dei tunnel. Venivano chiamati così i figli dei Vietcong nati nei cunicoli scavati dai soldati per evitare i bombardamenti: per anni non videro mai la luce del sole, eppure crebbero lo stesso. Tatiana Roberti e suo marito Cristian Gatto hanno fondato la loro azienda nel 2007 in uno dei tanti capannoni dismessi che si trovano a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso.

Non sanno neanche cosa significhi fare gli imprenditori in tempi normali. Dall’inizio sono subito scesi nei tunnel per resistere ai colpi della recessione, che in questo caso significa un feroce controllo dei costi e massima specializzazione. Così la loro impresa di arredamento di spazi commercia-li, vetrine e showroom ha continuato a guadagnare per sette anni su sette, mentre l’economia italiana crollava del 9 per cento.
Ora però sta succedendo qualcosa di nuovo. Tatiana Roberti, 37 anni, nota nell’aria un fenomeno a lei quasi sconosciuto: «C’è movimento in giro », dice. Difficile spiegare in cosa consista, se non per un particolare: per chi ha resistito in questi anni – sostiene - sta diventando più facile riscuotere la fiducia dei committenti. La grande recessione ha selezionato i più coriacei, gli innovativi e magari anche chi ha avuto la buona sorte di non incappare nei ritardi di pagamento dello Stato. Molti degli altri hanno dovuto soccombere o si sono ritratti nelle loro nicchie. I più produttivi ora hanno finalmente lo spazio che cercavano. Forse è una ripresa darwiniana, ma per alcuni funziona. «Molti artigiani che non erano specializzati come noi non ci stanno più facendo concorrenza», spiega Tatiana Roberti. Lei sa cosa significhi stringere i denti e resistere. Mentre portava la sua impresa da 700 mila euro di fatturato a 1,8 milioni nel 2011 e 1,4 nel 2012, cercando di non superare mai i dieci dipendenti e affidandosi a collaboratori e consulenti, faceva anche altro. Ha avuto un figlio, spesso affidato ai nonni, e nel frattempo per cautela ha continuato a lavorare come dipendente in un’altra impresa. Tre vite in una aspettando che passasse la crisi.


Più difficile dire quando questo spicchio di buone notizie inizierà a vedersi anche nei grandi numeri del Paese. Per adesso in Italia si è visto solo un attutirsi della caduta, mentre nel complesso la zona euro ha festeggiato l’uscita dalla recessione con il secondo trimestre di quest’anno. Fra aprile e giugno la Germania è cresciuta dello 0,7 per cento, la Francia dello 0,5%, la Spagna ha avuto un segno meno di 0,1% e l’Italia è scivolata dello 0,3%. Non sarebbe niente da cui trarre conforto, se gli andamenti degli ultimi due anni non fossero stati ancora peggio.
In effetti non mancano i segnali che in autunno potrebbe essere finita la recessione più profonda mai vissuta dall’Italia in tempo di pace. Sulla base degli indici sul settore manifatturiero, il Centro studi di Confindustria ci crede. Gli investimenti sono scesi dell’1,1% nel secondo trimestre, ma è un passo avanti dopo il collasso dell’11% sul trimestre precedente; l’export è salito del 4,8%, dopo una caduta dell’8,2% fra gennaio e marzo (tutte variazioni trimestrali in ritmo annuale).
In sostanza la Cina sta tenendo meglio del previsto e la ripresa americana prosegue, dunque il made in Italy ha più compratori di prima. 

È in buona parte per questo che le imprese rimaste in vita, dopo un crollo di un quarto della produzione industriale, cercano di uscire dai tunnel e rinnovare le macchine per cogliere l’occasione.
Di recente per esempio la Pregia di Castelfranco, l’azienda di Tatiana Roberti, ha rifatto l’intera linea espositiva in Cina di un grande gruppo italiano dell’abbigliamento.
«È importante che questo miglioramento si sia registrato già prima dei pagamenti degli arretrati della pubblica amministrazione - osserva la banca Jp Morgan in un rapporto sull’Italia – adesso le entrate alzeranno molto la domanda e la fiducia delle imprese». Giovanni Bossi inizia a vederlo a Mestre, dov’è amministratore delegato di Banca Ifis. Il suo istituto compra crediti dalle imprese per riscuoterli e da luglio nota un’accelerazione. «Settembre di solito era un mese calmo, ma quest’anno sta andando eccezionalmente bene », osserva Bossi. I flussi di pagamento dello Stato si sono moltiplicati per sette, meno imprese debitrici saltano le rate di fine mese, mentre molte altre cercano di vendere i loro vecchi crediti per poter avere liquidità da investire subito. Morgan Stanley, un’altra grande banca americana, stima che in un anno il versamento degli arretrati dello Stato possa portare all’Italia mezzo punto percentuale di crescita in più. In altri tempi sarebbe stato un dettaglio statistico, oggi no.
C’è però chi non beneficerà di queste somme che, peraltro, sarebbero dovute da tempo. 

A Borgoricco, un’altra frazione del padovano, c’è un’altra azienda di una giovane coppia che ha resistito nei tunnel della recessione. Si chiama New Ecology e offre servizi ambientali, ma ha smesso da tempo di lavorare con commesse pubbliche. «Non ci possiamo permettere di correre il rischio di essere pagati con tanto ritardo», osserva la 39enne amministratrice Maria Dolores Nalesso. Anche lei in questi mesi si è trovata a decidere se comprare i portafogli clienti delle aziende che non ce l’hanno fatta e ora vede qualche occasione in più. Ma la sua esperienza le suggerisce che all’Italia qualche fermento di ripresa non basta, perché le trappole per le imprese sono ovunque. Il mese scorso si è accorta che per una falciatura d’erba lungo la ferrovia, un lavoro da tre giorni, deve investirne sei in licenze ammini-strative. Fra Imu, Irpef, Ires e Iva, il 70% del fatturato se ne va in tasse. E benché anche lei abbia aumentato l’efficienza e ridotto i costi, osserva, «ormai siamo all’osso ».
Con i sessanta dipendenti ha stretto un patto: nessuno finirà in cassa integrazione, ma tutti devono dare il massimo anche se i salari arrivano con dieci giorni di ritardo. «Come fa a girare il denaro – si chiede Nalesso – se i nostri clienti non sono sostenuti dalle banche? ».


La sua domanda grava sull’intera economia italiana. Gli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia mostrano che il credito alle imprese e alle famiglie continua a contrarsi, le sofferenze bancarie crescono e i tassi d’interesse su molti prestiti salgono. Nessuna ripresa è mai durata a lungo senza credito per comprare macchinari o beni di consumo. L’Italia non soffre più dello stress finanziario acuto di un anno fa, ma le spie del disagio non mancano.
I dati di Target 2, il sistema di pagamenti della Banca centrale europea, mostrano che in agosto le banche italiane hanno fatto ricorso all’ossigeno dell’Eurotower più che in luglio. La posizione debitoria della Spagna in Target 2, benché maggiore, cala molto più in fretta: è come se intorno all’Italia oggi permanesse un alone di sospetto.

Morgan Stanley, nel suo ultimo rapporto, sostiene che quel che manca è il senso di direzione. Secondo la banca il cosiddetto “potenziale di crescita”, il ritmo a cui il paese può normalmente procedere, resta poco sopra lo zero. «La stabilizzazione rischia di non diventare vera ripresa senza misure per affrontare le molte deficienze dell’economia», scrive Morgan Stanley. «Ma un sistema politico instabile rende difficili le riforme di sostanza».
A Castelfranco Tatiana Roberti non ha neanche il tempo per chiederselo. Potrebbe investire, assumere e crescere ancora, riconosce, ma si guarda bene dal farlo: non ci sono certezze sul credito, né sui costi del sistema Italia. «Ci siamo impegnati tanto. Ma finché la situazione resta così, chi si fida a esporsi di più?».

Federico Fubini - La Repubblica - Le scommesse dell'economia


domenica 15 settembre 2013

Alimentare e farmaceutico già fuori dal tunnel la fiducia torna a crescere

Alimentare e farmaceutico hanno già il segno più nei primi sei mesi dell’anno. Il turismo sta archiviando un’estate ancora in passivo ma di poco, e comunque l’atteso tracollo non c’è stato, anzi. La ripresa sta arrivando e anche se tutti, economisti, manager e imprenditori sottolineano la prudenza, la luce in fondo al tunnel si sta facendo sempre più forte. Gli indicatori che misurano il grado di fiducia di famiglie e imprese volgono in su, gli ordini stanno riprendendo, l’export continua a tirare, il saldo commerciale positivo si consolida anche con il risveglio delle importazioni e Prometeia ha appena firmato una previsione per il terzo trimestre che si chiuderà a fine mese con un Pil che torna in positivo dopo 43 mesi. 
Il primo soffio di primavera, dopo anni di gelo, è arrivato da due settori anticiclici come alimentari e farmaceutici, le cui imprese, nel primo semestre di quest’anno hanno registrato un aumento del fatturato, contro una media dell’industria che rimane pesantemente negativa. A inizio estate la timida ripresa europea ha fatto da traino ad un miglioramento di comparti che avevano subito un crollo l’anno scorso: elettronica, elettrodomestici e, in parte, i mobili. Qualche segnale di assestamento arriva anche dall’auto, la cui caduta di immatricolazioni, in Europa come in Italia, sta rallentando, ma soprattutto dai beni intermedi che sono settori che
normalmente anticipano l’avvio della ripresa economica. Nessuno sa se si tratti di una rondine che volerà decisa, o di semplici segnali di un’inversione di tendenza: “Sono settori che fanno da pivot alla ripresa dice Prometeia - ma anche molto sensibili ai bassi livelli di magazzino raggiunti e alla necessità di ricostituire le scorte. Ma i timidi miglioramenti nei settori di beni di investimento come meccanica ed elettrotecnica fanno ben sperare”. A livello di dati generali c’è però una certezza acquisita: quel minimo, quel maledetto pavimento che tutti aspettavano da quasi due anni, è stato toccato tra maggio e giugno di quest’anno. E’ qui che sembra finire una delle cadute dell’economia più dolorose del secondo dopoguerra: una recessione che non ha eguali nemmeno in quelle che seguirono lo shock petrolifero. Dei settanta mesi passati dall’agosto 2007, 43 sono in contrazione 26 in crescita. Il Pil perso è pari al 4,3 tra il 2011 e il 2013, che si somma ai 7,2 del 2008-2009, quando nelle crisi petrolifere e valutarie del 1992-93 e del 1974-75 si oscillò tra l’1,5 e il 3,8. La fase di espansione, durata poco più di due anni, ha visto una crescita modesta, al contrario di quanto avveniva negli anni passati. Si capisce quindi perché ogni stormir di fronde nei dati viene accolto con liberazione, quasi fosse la fine di un incubo. Una produzione industriale che ricomincia ad alzare la testa, un clima di fiducia tra i consumatori e le imprese che non è più così cupo. Un risveglio della domanda di mutui da parte delle famiglie. Una qualche stabilità finanziaria che fa presagire un allentamento della pressione sul credito. 

E infine i dati dell’andamento del Pil che mostrano una discesa che va rallentando, tanto che Prometeia, nella sua ultima previsione stilata venerdì scorso, prevede un terzo trimestre già positivo e una discesa del Pil per l’intero 2013 che si fermerà a meno 1,6%. L’ultimo rapporto di Ref Ricerche spalma sul 2013 un miglioramento di 0,3 punti nel Pil per quest’anno (-1,6% contro un -1,9% prima previsto) e stima un 1% di aumento per l’anno prossimo (anziché lo 0,8%). Sono dati misurati al decimo, sottoposti a mille distinguo come ad esempio il fatto che l’Istat ha cambiato metodi di rilevazione del clima di fiducia di imprese e consumatori e gli indici hanno avuto un improvviso balzo - e che vengono commentati a corrente alternata tra chi plaude all’arrivo della prossima ripresa e che chi sottolinea il modesto presente: «Per ora è migliorata solo la derivata seconda della funzione, cioè stiamo scendendo… più piano» commenta Giacomo Vaciago presidente di Ref Ricerche che pure nella sua nota congiunturale prospetta una fine anno più positiva e la stabilizzazione della caduta dei beni di consumo durevoli a partire dall’auto, segno che ormai si è toccato il fondo e anche qui. A trainare il miglioramento produttivo sono stati due fattori. Da un lato la ricostituzione delle scorte, scese a livelli bassissimi, e che è stata spinta dalla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime; dall’altro la vitalità, ormai acquisita, delle nostre esportazioni. L’export italiano non ha mai smesso di crescere in questi anni riuscendo a recuperare in valore i livelli di vendite del 2007. Tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha fatto meglio dei concorrenti europei, nei primi mesi del 2013 i risultati sono migliori di quelli di Francia e Germania che hanno avuto una flessione del 3% dei valori esportati. «Abbiamo guadagnato quote di mercato nell’alimentare, nella farmaceutica che, grazie al confezionamento, finisce per produrre per il mercato europeo, nei beni di largo consumo come la detergenza, in cui l’Italia è un hub mondiale» dice Andrea Dossena di Prometeia. «Certo l’esportazione fa miracoli, la Russia non ha mai smesso di comprare beni come le calzature, i Bric si stanno riprendendo, la nostra meccanica va meglio e si ricomincia ad esportare in Germania. Il turismo non va male: l’Italia è il primo Paese europeo per pernottamenti di russi e cinesi. Ma la domanda interna è fiacca, non ce la fa a trainare la nostra capacità produttiva», dice Marco Fortis di Fondazione Edison. E non solo per motivi di quantità: «Siamo di fronte ad un cambiamento di lungo termine: si comprano pochi beni tradizionali, scarpe, vestiti. Le classi giovani consumano per lo più elettronica e informatica. La popolazione invecchia e le classi più avanzate più che beni chiedono servizi. Insomma la ripresa rischia per lo più di aumentare le importazioni e alimentare il commercio più che il nostro sistema produttivo». Il segno che la domanda interna è ancora debolissima sta nel miglioramento netto della nostra bilancia commerciale dovuto, oltre che all’aumento dell’export, anche alla sostanziale stabilità delle importazioni. Ma una ripresa basata solo su di esse non sembra essere sufficiente: «Neanche al Nordest dove molte aziende vivono di mercato interno e si sta ancora di più polarizzando il sistema produttivo», dice Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest. «Rischia di essere troppo lenta e allagare la spaccatura a metà del Paese tra Nord e Sud», dice Innocenzo Cipolletta. Si scruta, nella speranza di un risveglio, quel mercato della casa e quel settore delle costruzioni che, con la sua caduta, aggravata dalla crisi creditizia, ha trascinato nel baratro anche tutto un settore produttivo determinante per l’industria italiana come quello dell’arredo: tra il 2007 e il 2012 dal legno agli elettrodomestici, dai mobili ai serbatoi si registrano perdite di fatturato che oscillano tra il 15 e il 25%. 

Le esportazioni hanno in qualche modo aiutato a evitare il peggio, i provvedimenti di agevolazione del governo si spera diano risultati. «La fase critica dell’immobiliare sembra essere alle spalle - dice Luca Dondi di Nomisma - c’è un’aspettativa di ripresa timida sulle compravendite, dovuta alla stabilizzazione del credito e alla discesa degli spread, che ha fatto salire la domanda di mutui. Ma sui prezzi il recupero sarà lentissimo così come sul settore delle costruzioni sul quale pesa un’offerta enorme di invenduto. Se il credito comincerà a riaffluire, si potrà sperare nel completamento di alcuni cantieri che la crisi ha bloccato». Sulla fine di una recessione che ha scremato duramente il sistema produttivo e che pone interrogativi sul suo futuro, dato che per ora sembra sopravvivere solo lo zoccolo duro di chi è riuscito a vincere nel mercato globale, pesano le incertezze dei prossimi mesi. Un credito ancora avaro, colpito come è dalle difficoltà delle banche a smaltire il cumulo di sofferenze, la fragilità di una situazione internazionale e di un’Europa che non ha certo le vele spiegate nell’uscire dalla crisi e in cui ci sono Paesi come Francia, Spagna e anche Olanda che devono ancora riaggiustare i conti. E sull’Italia che a fatica tenta di incassare il dividendo della stretta feroce degli anni scorsi per riaggiustare i conti, pesa come un macigno la precarietà della situazione politica che potrebbe far saltare quelle poche certezze cui era appesa la fine dell’incubo. Nella tabella qui sopra l’andamento dei principali settori industriali del Made in Italy nello studio di Prometeia -Intesa Sanpaolo Nei quattro grafici qui a destra, la svolta degli indicatori sulle attese di consumatori e imprese: il clima di fiducia inizia la risalita

martedì 3 settembre 2013

La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa (F.D.Roosvelt)

Oggi è sufficiente sfogliare le pagine dei giornali, ascoltare i notiziari delle radio o vedere i telegiornali, per essere sommersi da notizie che ci deprimono o ci fanno arrabbiare. Se si cade nella convinzione che il mondo sia principalmente questo, ci si convince di essere circondati da un mondo ostile, in totale decadenza senza più possibilità di miglioramento. Una società verso il declino insomma.

È vero che oggi ci sono evidenti difficoltà per tutti, soprattutto per i giovani, e che abbiamo attraversato un periodo di crisi intenso. Ma se ripercorriamo la storia, grande maestra di vita, potremo scoprire come è stato sempre così in tutti i periodi di transizione dove costumi, valori, mezzi di comunicazione, consumi, istituzioni sono stati messi in discussione per i rapidi mutamenti avvenuti. E anche allora lo sconcerto, il pessimismo e l'allarmismo hanno preso, per un certo periodo, il sopravvento.

Questi sentimenti sono dettati, normalmente, dalla nostra inadeguatezza di giudizio dei problemi che ci stanno di fronte perché limitiamo il nostro orizzonte al breve periodo, incapaci di cogliere la complessità degli avvenimenti e quindi di darci risposte adeguate per costruirne uno nuovo. È inevitabile in queste condizioni che si cada nel pessimismo e nella paura.

Attingendo dalla storia possiamo capire come le comunità hanno sempre attinto l'energia necessaria per contrastare l'incedere che pareva inevitabile. Naturalmente essa non si ripete esattamente nelle diverse ere, ma ci sono forti analogie con epoche diverse. Ma diventa un laboratorio a cui attingere per illuminarsi non solo sul passato. La storia è una forma intellettuale per comprendere il mondo, come ha detto Johan Huizinga.

Se parliamo poi dello scenario italiano possiamo pensare alla sorprendente similarità della crisi dell'economia nel Seicento che colpì le grandi città manifatturiere della Penisola e quella incontrata oggi da molte industrie del nostro Paese a causa della scarsa capacità di competere, generata dalla scarsa propensione al l'innovazione dimostrata negli ultimi anni. Salvo le eccezioni che, infatti, producono utili a tutto spiano. Tanto per ribadire che lo studio della storia offre un prezioso strumento per l'uomo che può così comprendere a fondo il presente.

In tutti i casi anche se qualcuno vedesse l'ottimismo come una distorsione forzata della realtà voglio ricordare l'ammonimento un uomo politico e di alto rango che contribuì negli anni '50 alla costruzione della Comunità Europea, Jean Monet, che diceva "quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati". 

Rifletteteci su.

lunedì 2 settembre 2013

Cercate di essere ottimisti. C'è sempre tempo per mettersi a piangere. (M.Dietrich)

L'ottimismo oggi é, prima di tutto, uno stato d'animo o se vogliamo un irrazionale predisposizione al sorriso.

Guardando bene alle cose la crisi c'è, ma ci sono anche le ragioni per sorridere al futuro: corpi più sani e longevi, più calorie, alimentazione disponibile per (quasi) tutti, mezzi per viaggiare più veloci e altri per comunicare con tutto il pianeta. Sessant'anni senza guerre mondiali. 
Se penso ai racconti dei miei genitori che sono stati coinvolti nel secondo conflitto mondiale, mio padre perse anche un braccio a 14 anni, sono ottimista verso il futuro. 

Sono i numeri e i fatti che supportano il mio ottimismo. Basta che si osservino i miglioramenti avvenuti nella qualità della vita negli ultimi 50 anni, il reddito medio è cresciuto di tre volte (al netto dell'inflazione), l'aspettativa di vita è aumentata del 30%, la mortalità infantile è crollata del 70%. 
Dal crash finanziario del 2008 l'economia globale ha comunque reagito, dal 2010 il tasso di crescita è stato del 4% annuo e l'Africa è cresciuta per tre anni consecutivi di oltre il 5%. Tutti gli indici di prosperità sociale sono migliorati oltre il 20% negli ultimi vent'anni.

È vero tutto il sud dell'eurozona è ancora intrappolato in una recessione, ma è oggi più un problema politico che di mercato. Il mercato si sta riprendendo. Basta guardare i dati dell'export.
Dobbiamo incoraggiare un tipo di cultura imprenditoriale, le Startup, che da noi è appena sorta diversamente dai paesi anglosassoni. Dobbiamo rompere gli indugi e gli schemi, pensare diversamente, osare. Ma ce la possiamo fare.

Come dice Scott Peck "una volta che riconosciamo che la vita è davvero difficile, una volta che comprendiamo e accettiamo questo fatto, allora la vita non sarà più così complicata"