Visualizzazione post con etichetta SVILUPPO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SVILUPPO. Mostra tutti i post

mercoledì 16 agosto 2017

Crescono produzione, export e occupati «L’internazionalizzazione è la strada giusta» Il Rapporto agroalimentare 2016 di Regione e Unioncamere di GIUSEPPE CATAPANO

L’AGRICOLTURA. emilianoromagnola è in salute, nonostante le avversità meteorologiche. Non solo: conquista i mercati internazionali. Lo testimoniano i dati emersi dal Rapporto 2016 sul sistema agroalimentare regionale, frutto della collaborazione tra Regione Emilia Romagna e Unioncamere. Ecco, in sintesi, i risultati: si consolida il valore della produzione agricola, che per il secondo anno consecutivo mette a segno un risultato positivo e si attesta a quota 4,3 miliardi (+3%), prosegue anche la corsa dell’export agroalimentare che supera i 5,9 miliardi (+2,4%), con un ritmo di crescita più sostenuto dell’andamento complessivo delle esportazioni regionali; si rafforzano poi i segnali di miglioramento dell’occupazione, con gli addetti agricoli che salgono complessivamente a quota 76mila tra lavoratori autonomi e dipendenti, con un balzo in avanti del 15%. Bene anche l’industria alimentare, che chiude l’anno con il fatturato in crescita (+0,8%) e fa registrare una riduzione del ricorso agli ammortizzatori sociali.

PER QUANTO riguarda le esportazioni, il controvalore di oltre 5,9 miliardi di euro è il risultato di una vistosa accelerazione delle esportazioni agricole (oltre 890 milioni, + 6,4%), a fronte di un incremento più contenuto delle vendite oltreconfine dei prodotti dell’industria alimentare (circa 4,6 miliardi, +1,7%), bevande escluse. Grazie alla contestuale riduzione delle importazioni (-2%), si è registrato un miglioramento della bilancia commerciale di settore. I cinque principali Paesi di destinazione dei prodotti made in Emilia Romagna si confermano in ordine di importanza Germania (19% del totale), Francia (13,7%) e Stati Uniti (7%), seguiti da Regno Unito (6,8%) e Spagna (4,5). Tra i mercati più ricettivi nel 2016 si segnala la galassia dei Paesi dell’ex Europa dell’est, Russia in testa (+11,4%), poi Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Taiwan e Hong Kong tra gli asiatici, mentre a sorpresa arretrano Cina (-28,4%) e Giappone (-8,6%). Quelli più gettonati sui mercati esteri sono i derivati del latte (663 milioni, 11,2%), che precedono le specialità a base di carne (647 milioni, 10,9%), i prodotti della macellazione, esclusi i volatili (482 milioni, 8,1%), frutta e ortaggi lavorati e conservati (458, 7,7%), condimenti e spezie (450 milioni, 7,6%).
LA CRESCITA dell’export è dovuta anche all’aumentata presenza delle aziende emiliano-romagnole sui mercati esteri, che sfiora ormai quota 3mila (+6,2%). La provincia con il più elevato numero di imprese che esportano è Modena (682), seguita da Bologna (619) e Parma (506). Nella classifica per valore dell’export il gradino più alto del podio è appannaggio di Parma (circa 1,6 miliardi, 27,2% di quota), davanti a Modena (1,3 miliardi, 22,5%) e Reggio Emilia (597 milioni, 10,1%).
«L’ANNO che si siamo lasciati alle spalle si è chiuso con un bilancio complessivamente positivo – commenta Simona Caselli, assessore regionale all’Agricoltura –. Si conferma la crescita dell’export, anche rispetto ad un anno record come il 2015, a dimostrazione che la scelta di puntare sulla qualità e sull’internazionalizzazione è la strada giusta». «Peccato che alcuni comparti abbiano sofferto di forti criticità legate alla volatilità dei prezzi, che l’anno scorso ha colpito particolarmente il settore cerealicolo. La gestione dei rischi in agricoltura, sia quelli di mercato che quelli legati al cambiamento climatico, richiede la massima attenzione e le proposte in tal senso contenute nel cosiddetto ‘regolamento omnibus’ licenziato dalla Commissione bilancio del Parlamento Ue sono una prima risposta molto utile. Inoltre – conclude Caselli – stiamo investendo ingenti risorse – attraverso il Piano di sviluppo rurale, le Ocm e gli altri canali di finanziamento pubblico – per sostenere gli sforzi delle imprese sul fronte della sostenibilità della produzione, della ricerca e dell’innovazione, della sempre maggiore organizzazione dell’offerta e per diffondere buone pratiche agricole in grado di contrastare il cambiamento climatico».
Resto del Carlino - Dossier Agroalimentare estate 2017

lunedì 31 luglio 2017

Quasi due anni di mandato


Qui racconto sul mio lavoro nei quasi due anni di mandato #assessorato #sviluppo #economico #agricoltura presso il #Comune di #Imola #lamiacittà #lavoro #futuro

sabato 22 agosto 2015

il capitale umano è un bene pubblico (ma non da noi)

Non passa convegno in Italia senza che qualche relatore non ripeta il mantra che la risorsa umana è il vero asset strategico per le imprese o che risuoni la retorica del capitale umano come fattore competitivo. Salvo poi rientrare nella quotidianità dei comportamenti aziendali e scoprire che gli investimenti formativi stagnano, attestandosi complessivamente su un modesto 0,5 per cento del fatturato o che alle assemblee nessuno discuta sui metodi con cui vengono ricompensati i manager (vedi la Relazione sulla remunerazione che nessuno si occupa di dibattere).Tutto ciò è sicuramente uno specchio dei tempi. 
Il recente trentennio di dittatura della finanza e del pensiero unico, secondo cui l?impresa avrebbe come unica missione il valore economico per gli azionisti, ha lasciato un forte strascico, spodestando dal podio delle priorità altre missioni che fossero altrettanto cruciali, proprio come la rilevanza della risorsa umana. E gli otto anni della crisi globale hanno fatto il resto, privilegiando ristrutturazioni e outplacement e spingendo le aziende ad asciugare il proprio organico, a strizzare il più possibile le competenze delle persone senza compensare con nuova educazione, a bloccare gli ingressi e l?affermazione di nuove generazioni e di nuova linfa vitale. Di fatto, rovesciando sulla società una serie di esternalità, in cambio di un nuovo assetto più agile e flessibile (nel breve termine). 
Che le Direzioni del personale non debbano essere necessariamente condannate al mero ridimensionamento di organico lo dimostra un esempio che viene dagli Stati Uniti. Nelle scorse settimane, Starbucks ha lanciato il College Achievement Plan, un progetto attraverso cui il gruppo guidato da Howard Schultz offre il pagamento o rimborso delle spese universitarie a tutti i propri partners (così Starbucks chiama i propri dipendenti ) a tempo pieno o parziale. Oltre 140 mila lavoratori possono scegliere liberamente tra oltre 50 corsi di laurea offerti da Arizona State University, una delle scuole leader al mondo nella online education. 
Tale investimento non ha vincoli, tant?è che Starbucks esplicitamente prevede che i propri dipendenti possano poi cambiare impiego e datore di lavoro senza alcuna penalizzazione. Starbucks sa che più del 70 per cento dei propri giovani dipendenti aspira a laurearsi e ha deciso di aiutarli.Decisioni come quelle di Starbucks non si spiegano in termini di ottimizzazione dei costi o di convenienza di bilancio, né in termini di interventi per innalzare la motivazione. 
Ciò che Schultz sembra voler trasmettere è che il capitale umano e il lavoro sono, alla fin fine, una sorta di bene pubblico, un «common» che non può essere gestito senza considerare e valutare le conseguenze successive alla conclusione di qualsiasi rapporto di lavoro. Per cui è responsabilità delle imprese e dei loro gruppi dirigenti far sì che le persone rimangano impiegabili lungo tutto l?arco della vita professionale.
Che le politiche di gestione delle risorse umane debbano essere ripensate in un?ottica più ampia da parte del management aziendale è dimostrato anche da uno choccante studio di Jeffrey Pfeffer, docente a Stanford, che stima quali siano i costi sociali associati a decisioni ricorrenti riguardanti i dipendenti. Secondo i risultati della ricerca, prassi aziendali che implicano il lavoro precario, l?esposizione a turni o a orari di lavoro particolarmente lunghi, lo svolgimento di mansioni senza autonomia o usuranti, l?incompatibilità tra lavoro e famiglia, il fatto di lavorare in un?organizzazione iniqua e che non dà supporto sociale, generano costi per la collettività superiori a 100 miliardi di dollari e un numero di decessi superiore a 100 mila unità. Lo studio si riferisce agli Usa, ma, fatte le debite proporzioni, le medesime conseguenze sarebbero probabilmente riscontrabili in tutto il mondo industrializzato, Italia inclusa.
La magnitudo di questi dati pone una sfida epocale: occorre rendere possibili logiche di gestione delle persone che non generino, per le altre imprese e la società, una vera e propria «tassa occulta». La prospettiva di concentrarsi solo sulla generazione di valore per gli azionisti è dunque miope, perché le ricadute negative di scelte aziendali apparentemente ottimizzanti riguardo alla redditività economica hanno invece impatti e costi sociali che non solo l'ambiente esterno è costretto a sopportare, ma che, in ultima analisi, rappresentano un onere indiretto anche per le stesse imprese.
Quando il mercato del lavoro ha regole «deboli» e le sue istituzioni sono «sottili», manager e imprenditori sono agenti sia degli azionisti che della società. Essi hanno la responsabilità di contribuire a mantenere le condizioni di sostenibilità ed eventualmente generarle o rigenerarle, in modo tale da garantire la legittimazione sociale dell?impresa capitalistica. E, come ben dimostrano il caso Starbucks e la ricerca del professor Pfeffer, devono farlo anche se ciò va a decurtare la potenziale performance economico-finanziaria e il ritorno del capitale dei proprietari delle azioni.

domenica 15 settembre 2013

Alimentare e farmaceutico già fuori dal tunnel la fiducia torna a crescere

Alimentare e farmaceutico hanno già il segno più nei primi sei mesi dell’anno. Il turismo sta archiviando un’estate ancora in passivo ma di poco, e comunque l’atteso tracollo non c’è stato, anzi. La ripresa sta arrivando e anche se tutti, economisti, manager e imprenditori sottolineano la prudenza, la luce in fondo al tunnel si sta facendo sempre più forte. Gli indicatori che misurano il grado di fiducia di famiglie e imprese volgono in su, gli ordini stanno riprendendo, l’export continua a tirare, il saldo commerciale positivo si consolida anche con il risveglio delle importazioni e Prometeia ha appena firmato una previsione per il terzo trimestre che si chiuderà a fine mese con un Pil che torna in positivo dopo 43 mesi. 
Il primo soffio di primavera, dopo anni di gelo, è arrivato da due settori anticiclici come alimentari e farmaceutici, le cui imprese, nel primo semestre di quest’anno hanno registrato un aumento del fatturato, contro una media dell’industria che rimane pesantemente negativa. A inizio estate la timida ripresa europea ha fatto da traino ad un miglioramento di comparti che avevano subito un crollo l’anno scorso: elettronica, elettrodomestici e, in parte, i mobili. Qualche segnale di assestamento arriva anche dall’auto, la cui caduta di immatricolazioni, in Europa come in Italia, sta rallentando, ma soprattutto dai beni intermedi che sono settori che
normalmente anticipano l’avvio della ripresa economica. Nessuno sa se si tratti di una rondine che volerà decisa, o di semplici segnali di un’inversione di tendenza: “Sono settori che fanno da pivot alla ripresa dice Prometeia - ma anche molto sensibili ai bassi livelli di magazzino raggiunti e alla necessità di ricostituire le scorte. Ma i timidi miglioramenti nei settori di beni di investimento come meccanica ed elettrotecnica fanno ben sperare”. A livello di dati generali c’è però una certezza acquisita: quel minimo, quel maledetto pavimento che tutti aspettavano da quasi due anni, è stato toccato tra maggio e giugno di quest’anno. E’ qui che sembra finire una delle cadute dell’economia più dolorose del secondo dopoguerra: una recessione che non ha eguali nemmeno in quelle che seguirono lo shock petrolifero. Dei settanta mesi passati dall’agosto 2007, 43 sono in contrazione 26 in crescita. Il Pil perso è pari al 4,3 tra il 2011 e il 2013, che si somma ai 7,2 del 2008-2009, quando nelle crisi petrolifere e valutarie del 1992-93 e del 1974-75 si oscillò tra l’1,5 e il 3,8. La fase di espansione, durata poco più di due anni, ha visto una crescita modesta, al contrario di quanto avveniva negli anni passati. Si capisce quindi perché ogni stormir di fronde nei dati viene accolto con liberazione, quasi fosse la fine di un incubo. Una produzione industriale che ricomincia ad alzare la testa, un clima di fiducia tra i consumatori e le imprese che non è più così cupo. Un risveglio della domanda di mutui da parte delle famiglie. Una qualche stabilità finanziaria che fa presagire un allentamento della pressione sul credito. 

E infine i dati dell’andamento del Pil che mostrano una discesa che va rallentando, tanto che Prometeia, nella sua ultima previsione stilata venerdì scorso, prevede un terzo trimestre già positivo e una discesa del Pil per l’intero 2013 che si fermerà a meno 1,6%. L’ultimo rapporto di Ref Ricerche spalma sul 2013 un miglioramento di 0,3 punti nel Pil per quest’anno (-1,6% contro un -1,9% prima previsto) e stima un 1% di aumento per l’anno prossimo (anziché lo 0,8%). Sono dati misurati al decimo, sottoposti a mille distinguo come ad esempio il fatto che l’Istat ha cambiato metodi di rilevazione del clima di fiducia di imprese e consumatori e gli indici hanno avuto un improvviso balzo - e che vengono commentati a corrente alternata tra chi plaude all’arrivo della prossima ripresa e che chi sottolinea il modesto presente: «Per ora è migliorata solo la derivata seconda della funzione, cioè stiamo scendendo… più piano» commenta Giacomo Vaciago presidente di Ref Ricerche che pure nella sua nota congiunturale prospetta una fine anno più positiva e la stabilizzazione della caduta dei beni di consumo durevoli a partire dall’auto, segno che ormai si è toccato il fondo e anche qui. A trainare il miglioramento produttivo sono stati due fattori. Da un lato la ricostituzione delle scorte, scese a livelli bassissimi, e che è stata spinta dalla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime; dall’altro la vitalità, ormai acquisita, delle nostre esportazioni. L’export italiano non ha mai smesso di crescere in questi anni riuscendo a recuperare in valore i livelli di vendite del 2007. Tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha fatto meglio dei concorrenti europei, nei primi mesi del 2013 i risultati sono migliori di quelli di Francia e Germania che hanno avuto una flessione del 3% dei valori esportati. «Abbiamo guadagnato quote di mercato nell’alimentare, nella farmaceutica che, grazie al confezionamento, finisce per produrre per il mercato europeo, nei beni di largo consumo come la detergenza, in cui l’Italia è un hub mondiale» dice Andrea Dossena di Prometeia. «Certo l’esportazione fa miracoli, la Russia non ha mai smesso di comprare beni come le calzature, i Bric si stanno riprendendo, la nostra meccanica va meglio e si ricomincia ad esportare in Germania. Il turismo non va male: l’Italia è il primo Paese europeo per pernottamenti di russi e cinesi. Ma la domanda interna è fiacca, non ce la fa a trainare la nostra capacità produttiva», dice Marco Fortis di Fondazione Edison. E non solo per motivi di quantità: «Siamo di fronte ad un cambiamento di lungo termine: si comprano pochi beni tradizionali, scarpe, vestiti. Le classi giovani consumano per lo più elettronica e informatica. La popolazione invecchia e le classi più avanzate più che beni chiedono servizi. Insomma la ripresa rischia per lo più di aumentare le importazioni e alimentare il commercio più che il nostro sistema produttivo». Il segno che la domanda interna è ancora debolissima sta nel miglioramento netto della nostra bilancia commerciale dovuto, oltre che all’aumento dell’export, anche alla sostanziale stabilità delle importazioni. Ma una ripresa basata solo su di esse non sembra essere sufficiente: «Neanche al Nordest dove molte aziende vivono di mercato interno e si sta ancora di più polarizzando il sistema produttivo», dice Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest. «Rischia di essere troppo lenta e allagare la spaccatura a metà del Paese tra Nord e Sud», dice Innocenzo Cipolletta. Si scruta, nella speranza di un risveglio, quel mercato della casa e quel settore delle costruzioni che, con la sua caduta, aggravata dalla crisi creditizia, ha trascinato nel baratro anche tutto un settore produttivo determinante per l’industria italiana come quello dell’arredo: tra il 2007 e il 2012 dal legno agli elettrodomestici, dai mobili ai serbatoi si registrano perdite di fatturato che oscillano tra il 15 e il 25%. 

Le esportazioni hanno in qualche modo aiutato a evitare il peggio, i provvedimenti di agevolazione del governo si spera diano risultati. «La fase critica dell’immobiliare sembra essere alle spalle - dice Luca Dondi di Nomisma - c’è un’aspettativa di ripresa timida sulle compravendite, dovuta alla stabilizzazione del credito e alla discesa degli spread, che ha fatto salire la domanda di mutui. Ma sui prezzi il recupero sarà lentissimo così come sul settore delle costruzioni sul quale pesa un’offerta enorme di invenduto. Se il credito comincerà a riaffluire, si potrà sperare nel completamento di alcuni cantieri che la crisi ha bloccato». Sulla fine di una recessione che ha scremato duramente il sistema produttivo e che pone interrogativi sul suo futuro, dato che per ora sembra sopravvivere solo lo zoccolo duro di chi è riuscito a vincere nel mercato globale, pesano le incertezze dei prossimi mesi. Un credito ancora avaro, colpito come è dalle difficoltà delle banche a smaltire il cumulo di sofferenze, la fragilità di una situazione internazionale e di un’Europa che non ha certo le vele spiegate nell’uscire dalla crisi e in cui ci sono Paesi come Francia, Spagna e anche Olanda che devono ancora riaggiustare i conti. E sull’Italia che a fatica tenta di incassare il dividendo della stretta feroce degli anni scorsi per riaggiustare i conti, pesa come un macigno la precarietà della situazione politica che potrebbe far saltare quelle poche certezze cui era appesa la fine dell’incubo. Nella tabella qui sopra l’andamento dei principali settori industriali del Made in Italy nello studio di Prometeia -Intesa Sanpaolo Nei quattro grafici qui a destra, la svolta degli indicatori sulle attese di consumatori e imprese: il clima di fiducia inizia la risalita

domenica 25 agosto 2013

Siate ottimisti, siamo oltre la crisi verso l'Era della Nuova Normalità. Senza dimenticare Darwin.

Finalmente cominciano a parlarne anche i media. Stiamo entrando nell'Era "New Normal" dopo la grande crisi del mondo occidentale apertasi nel 2008 con il disastro finanziario originato dal crac Lehman. Questa è la definizione che hanno iniziato ad usare economisti e politologi da qualche tempo. L'emergenza sta avviandosi alla fine, ci si avvia alla normalità.

Ma la Nuova Normalità non sarà un ritorno al periodo pre-crisi, bensì stiamo andando verso un equilibrio diverso dal passato. Un futuro in cui non sarà subito facile vivere. Nell'Eurozona la recessione è finita anche se non in tutti i Paesi, quelli del Sud in particolare. In Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) è calato per l'ottavo trimestre consecutivo, ma dello 0,2% a un ritmo inferiore che in precedenza. Ma l'ottimismo è generato da tre circostanze doverse.

La crisi ha cambiato pelle alla globalizzazione economica così come è stata sempre interpretata. Fino ad ora il canovaccio era rappresentato dalle aziende occidentali che sono andate in Cina, India e Paesi a basso costo di manodopera, per aprire fabbriche chiudendole in Europa e USA. Di fatto è avvenuto un'esportazione di posti di lavoro. Le cose stanno cambiando perchè sta cambiando il modello di crescita che non è più fondato su investimenti ed esportazioni, ma sui consumi interni. 

L'Ocse infatti calcola che nel 2030 ci saranno nel mondo cinque miliardi di cittadini appartenenti a classi medie con buona capacità di spesa. Tre miliardi più di quelli di oggi. Le imprese che sapranno sfruttare questa grande opportunità avranno un new deal assicurato. Il nostro Paese è preparato a cogliere questa occasione ? La risposta classica, e ovvia, è un coro di no. Ma nonostante le molteplici e note difficoltà di fare impresa in Italia nel 2012 le esportazioni italiane sono salite del 4,2% a 474 miliardi, e le previsioni per il 2013 sono di un'ulteriore crescita di un 3,2% quest'anno e di un ulteriore 5,3% nel 2014 per un totale di 514 miliardi. Se pensiamo che queste imprese riescono a competere non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato, se quest'ultimo riuscirà in qualche riforma seria i risultati potrebbero essere eclatanti. Mi sembra che ci siano i segnali di una consapevolezza anche della politica in tal senso.

Tra l'altro alcuni analisti mettono in rilievo come questa consapevolezza può essere oggi un vantaggio competitivo nei confronti di altri Paesi, come la Francia, che sono ancora in fase di negazione dei loro problemi strutturali. C'è l'opportunità per la creazione di nuove imprese e per evitare che entrino in crisi quelle che ancora tengono il mercato. 

Nulla però sarà facile nell'Era della Nuova Normalità. Gli Stati Uniti hanno ripreso a correre e i Paesi emergenti continuano a crescere, l'Europa sta uscendo lentamente dalla situazione negativa. La disoccupazione diminuirà lentamente e non sarà possibile riassorbire tutte le risorse. Gli stessi consumi non saranno più quelli di un tempo.

Non sarà facile, ma si può fare. Diventa indispensabile sapersi adattare. Parafrasando ciò che disse Darwin non saranno le società più forti che sopravviveranno, nè le più intelligenti, ma quelle che si adatteranno più velocemente al cambiamento.




domenica 28 luglio 2013

L’America riparte da Internet Le città hi-tech creano più lavoro

Istruzione e innovazione fanno la differenza. L’indotto di Facebook e Google supera quello dell’industria
ENRICO MORETTI Prof alla University of California di Berkeley - La Stampa  

 

L’economia americana sta ripartendo. A differenza di quella italiana, negli Stati Uniti occupazione e salari medi sono in crescita da più di un anno. Il quadro economico, però, è profondamente diverso in aree differenti degli Stati Uniti. Mentre alcune regioni del Paese sono ancora in piena recessione, altre sono in piena espansione.  

Molte delle città della vecchia Rust Belt industriale hanno ancora tassi di disoccupazione alti. L’economia di Detroit, per esempio, continua a contrarsi e da questa settimana è ufficialmente in bancarotta, schiacciata da miliardi di dollari di debiti pubblici non pagati. Il mercato del lavoro in città ad alto tasso di innovazione, invece, è in piena espansione.  

 

Il modello San Francisco  

L’esempio principale è San Francisco, la città dove vivo, che in questo momento è l’economia più dinamica in America. I posti di lavoro nel settore del software, Internet, semiconduttori, ricerca medica e farmacologica (in particolare biotecnologica), sono in crescita costante da anni e hanno nettamente ripreso forza dopo una breve pausa dovuta alla recessione. A questi settori tradizionali dell’hi-tech si sono aggiunti settori nuovi come il clean-tech, digital entertainement e i nuovi materiali (per esempio il nano-tech). 

L’occupazione sta crescendo così rapidamente che le imprese cominciano ad avere difficoltà a trovare lavoratori. Facebook e Apple stanno assumendo a ritmi senza precedenti. Google, che aveva già tra i salari più alti del settore, li ha dovuti alzare ulteriormente per evitare che i suoi dipendenti cercassero altri posti di lavoro meglio remunerati. Twitter ha raddoppiato la forza lavoro in meno di un anno. Nell’aria si percepisce un ottimismo tangibile e un senso di opportunità senza confini. I ristoranti, i caffè e i pub sono pieni. Le strade e le piazze sono affollate da giovani trasferitisi da poco dal resto degli Stati Uniti, che vengono a cercare lavoro o a creare lavoro. Centinaia di nuove start-up impegnate a disegnare le tecnologie del futuro vengono create ogni mese. 

 

L’indotto dell’hi-tech  

A beneficiare di questa crescita non sono solo scienziati ed ingegneri. L’aspetto più importante di questa crescita è il suo effetto indiretto su chi non è impiegato nel settore. Questo aspetto è fondamentale, perché il lavoratore medio non sarà mai un impiegato di Apple, Google o di una startup della biotecnologia. Le industrie dell’innovazione portano a San Francisco buoni posti di lavoro, non solo direttamente nel settore dell’innovazione, ma anche indirettamente in altri settori, specialmente nei servizi locali e così incidono sull’economia locale, molto più in profondità di quanto risulti dal loro effetto immediato. Attrarre in una città uno scienziato o un ingegnere informatico significa innescare un effetto moltiplicatore che va ad aumentare i posti di lavoro e i salari di chi fornisce servizi locali.  

La mia ricerca dimostra che per ogni nuovo posto di lavoro ad alto contenuto tecnologico creatosi in una città vengono a prodursi cinque nuovi posti, frutto indiretto del settore hi-tech di quella città. Si tratta sia di occupazioni qualificate (avvocati, insegnanti, infermieri) sia di occupazioni non qualificate (camerieri, parrucchieri, meccanici, muratori). Per esempio, per ogni nuovo software designer reclutato da Twitter o da Google, a San Francisco si creano cinque nuove opportunità di lavoro per baristi, personal trainer, medici e tassisti. Nella prospettiva di una città, insomma, un posto di lavoro ad alto contenuto tecnologico è molto più che un singolo posto di lavoro.  

 

Le tre Americhe  

Questi trend non sono passeggeri ma riflettono un cambiamento strutturale nel mercato del lavoro americano e mondiale in atto da 40 anni. Siamo abituati a pensare all’America come un Paese unico. In realtà oggi esistono tre Americhe, molto distinte l’una dall’altra. A un estremo troviamo gli hub mondiali dell’innovazione: San Francisco, appunto, ma anche San Jose, Seattle, Austin, Boston, Raleigh e Washington. Sono città con una solida base di capitale umano e un’economia fondata su creatività e ricerca – città che da decenni continuano ad attrarre un numero sempre crescente di imprese di successo e di posti di lavoro con salari elevati. Queste città hanno una delle forze lavoro più istruite, creative e produttive del mondo.  

All’estremo opposto si collocano le città dove un tempo dominava l’industria tradizionale, ridotte a centri in rapido declino che continuano a perdere posti di lavoro e abitanti: Cleveland, Flint, Buffalo, Philadelphia e ovviamente Detroit. L’economia qui è caratterizzata da attività produttive tradizionali, livelli di capitale umano molto più bassi, e ovviamente retribuzioni modeste. Chi lavora nelle città nel primo gruppo guadagna il doppio o il triplo di chi svolge lo stesso lavoro nelle città nel secondo gruppo, a parità di qualifiche professionali. Il resto d’America si trova in mezzo a questi due estremi, e potrebbe evolversi in una direzione o involvere nell’altra.  

 

Manifattura e innovazione  

Le città con economie più forti si vanno rafforzando, mentre le città con economie più fragili vanno indebolendosi. Questa «grande divergenza» è in atto in tutto il mondo occidentale, ed è uno degli sviluppi più importanti nella storia economica e sociale dal dopoguerra a oggi. Il divario crescente tra città nel livello di sviluppo economico non è un fenomeno accidentale, ma l’ineluttabile risultato di forze economiche con radici profonde. Le sue cause ultime risiedono in un cambiamento profondo e strutturale nei modi di produzione che sta investendo, seppure a velocità diverse, tutte le società post-industriali.  

Negli Anni 50 e 60, il successo economico di una città o di una regione dipendeva dalla manifattura. Città come Detroit e Cleveland erano tra le più ricche al mondo perché avevano i settori industriali più dinamici, e questo si traduceva in occupazione fiorente e salari tra i più alti sulla faccia della terra. Lo stesso, anche se su scala minore, accadeva a Torino, Milano e Genova.  

Negli ultimi cinquant’anni, tutto questo è cambiato. Gli Stati Uniti sono passati da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore manifatturiero si è dimezzata e continua a calare anno dopo anno. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale non sono più i macchinari ed infrastrutture fisiche, ma le persone: sono loro a sfornare nuove idee.  

 

Il valore dell’istruzione  

La mia ricerca mostra che a partire dagli Anni Settanta il destino economico delle città americane comincia a dipendere in misura sempre maggiore dal livello di istruzione dei loro abitanti. Le città con un più alto numero di lavoratori provvisti di formazione universitaria hanno cominciato ad attirarne sempre di più, mentre le città con una forza lavoro meno istruita hanno iniziato a perdere terreno.  

È un trend in accelerazione: l’effetto è che la distribuzione geografica dei lavoratori americani va sempre più configurandosi in base al profilo professionale. Proprio mentre stanno assistendo alla scomparsa delle segregazione razziale, le comunità americane vedono crescere la segregazione socioeconomica. Questa tendenza si osserva anche in Gran Bretagna, sebbene in misura minore, e nell’Europa continentale, Italia inclusa. La scolarità è divenuta la nuova discriminante sociale, sia a livello individuale che di comunità. 

L’economia post-industriale, basata sul sapere e sull’innovazione, ha una tendenza intrinseca molto forte verso l’agglomerazione geografica. Città e regioni in grado di attirare lavoratori qualificati e imprese innovative, tendono ad attirarne sempre più; le comunità che non riescono ad attrarre lavoratori qualificati e imprese innovative, invece, perdono sempre più terreno. In questa realtà, il successo propizia ulteriore successo, mentre l’insuccesso condanna ad altri insuccessi. 

 

L’ecosistema produttivo  

La ragione è un cambiamento profondo nel modo in cui si produce oggi. Nella nuova economia dell’innovazione il successo di un’azienda o di una città non dipende soltanto dalla qualità dei suoi lavoratori, ma anche dall’ecosistema produttivo in cui è inserita. Un insieme sempre più nutrito di studi economici sta rivelando che le città non sono una mera concentrazione di individui, ma un ambiente complesso e ricco di interrelazioni che favorisce la creazione di nuove idee e nuovi modi di fare impresa. L’interazione sociale tra gli imprenditori, per esempio, tende a generare opportunità di apprendimento che vanno a beneficio dell’innovazione e della produttività. Stare tra persone intelligenti ci rende più intelligenti, più innovativi e più creativi. Operando in contiguità geografica, gli innovatori rafforzano reciprocamente il proprio potenziale creativo e accrescono le proprie possibilità di successo. Questo è un aspetto importante, perché fa sì che mentre l’industria tradizionale continua a delocalizzarsi in Paesi in via di sviluppo, l’industria dell’innovazione continua a concentrarsi in poche aree chiave del mondo. Per esempio, uno stabilimento tessile è un’entità autonoma che può essere collocata più o meno in qualsiasi parte del mondo dove ci sia abbondanza di manodopera. È facile per un produttore americano o europeo delocalizzare in Bangladesh o in Romania. Ma un laboratorio biotecnologico o elettronico è piuttosto difficile da trasferire altrove, perché non si tratta di spostare solo un’azienda, ma un intero ecosistema.  

 

La grande divergenza  

Per rimanere creativo e innovativo, deve stare vicino ad altre imprese high tech. Quindi una città che già possiede lavoratori creativi e aziende innovative vedrà evolvere la propria economia in direzioni che la renderanno ancora più attraente per gli innovatori. È questo, in definitiva, ciò che determina la «grande divergenza», per cui alcune città vedono aumentare la concentrazione di buoni impieghi, talento e investimenti, mentre altre vanno in caduta libera. 

Queste dinamiche, già molto chiare in America e ancora in nuce in gran parte d’Europa, hanno importanti implicazioni per il futuro di molti Paesi europei. In questo quadro, l’Italia non è messa molto bene. Con una struttura industriale vecchia e poco innovativa, l’Italia è più vicina a Detroit che a San Francisco. Nei prossimi articoli esploreremo in dettaglio che cosa causa queste dinamiche e che cosa implicano per il futuro dell’Italia.