sabato 3 marzo 2012

Persisterò fino al successo

Ogni giorno vengo messo alla prova dalla vita. Se persisto, se continuo a provare, se continuo ad attaccare, avrò successo. 
Io non sono nato per la sconfitta, né il fallimento scorre nelle mie vene. Non sono una pecora, io sono un leone e mi rifiuto di parlare, camminare e dormire con le pecore.
Non ascolterò chi piange e chi si compiange perché la loro è una malattia contagiosa. Il mattatoio dell'insuccesso non è il mio destino. Sfuggirò dalle persone invidiose e maldicenti. Rovinano lo spirito e ammorbano chiunque gli stia attorno. 
I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi. Non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò fallire al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada delle mia vita. Non potrò sapere quanto è vicino se non svolterò l'angolo. Considererò lo sforzo di ogni giorno come un colpo della mia lama contro una quercia possente, colpo su colpo la quercia crollerà. Sarò simile alla goccia che rompe la roccia. Costruirò il mio tempio interiore ogni giorno, mattone dopo mattone, perché con piccoli sforzi ripetuti si porta a compimento qualsiasi impresa.

Non prenderò mai in considerazione la sconfitta e abolirò dal mio vocabolario parole e frasi come abbandonare, non posso, incapace, impossibile, fuori discussione, ineseguibile, improbabile, senza speranza, insuccesso, ritirata; perché queste sono le parole degli sciocchi.
Lavorerò sodo e sopporterò. Ignorerò gli ostacoli ai miei piedi e terrò gli occhi fissi alla meta. Ogni no mi porterà più vicino al suono del sì. Ogni difficoltà posta da altri mi fornirà l'energia per superarli. Ogni sfortuna di oggi reca in sé il seme della buona sorte di domani. Proverò, proverò, proverò ancora. Considererò ogni ostacolo come una semplice deviazione dalla meta e come una sfida alle mie capacità.
Non permetterò però che il successo di ieri mi culli nel compiacimento di oggi, poiché proprio questo è la base del fallimento.
Dimenticherò gli eventi del giorno passato, buoni o cattivi che fossero e saluterò il nuovo con la certezza che questo sarà il giorno più bello della mia vita. 
Fino a che avrò respiro persisterò. Persisterò fino alla meta.

mercoledì 29 febbraio 2012

Sua maestà il cappuccino


Nonostante la crisi e il calo delle prime colazioni al bar, il cappuccino rimane sempre il re delle consumazioni mattutine nel nostro Paese. Negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio culto per questa bevanda nel mondo. Così si assiste alle fantasiose proposizioni del cappuccino nelle caffetterie Starbucks come alla nascita della Milk art, l’arte del latte, che porta all’organizzazione di competizioni vere e proprie tra gli artisti di questa bevanda. Addirittura si organizza un campionato sul modello della coppa del mondo calcistica a Washington e a marzo, nella grande mela ci saranno le finali della New World Latte Art Competition. In Italia l’organo di riferimento per tutta l’arte legata alla caffetteria è “l’Accademia italiana maestri del caffè” che forma questa nuova classe di baristi, ad oggi ne ha diplomati più di 400, che si mettono in mostra anche su youtube e facebook, non più solo nei bar. E si fanno artisti. C’è anche un Campione d’Italia, si chiama Francesco Sanapo del “Barista Prima Coffeehouse” di Venezia, sul Canal Grande. Si dimostra bravo non solo nell’arte del caffè e del cappuccino, ma anche in quella della comunicazione in rete con un blog documentato e ben fatto. 

Con un pennino d’acciaio come matita e una tazza di latte montato come tela, questi artisti sono in grado in pochi secondi di dar vita al cappuccino: un sole che sorge sul mare, un fiore, le stelle, un arabesco intreccio o il tuo ritratto, con piccoli e lievi gesti la schiuma si trasforma grazie alle piccole gocce di cioccolata che scendono dal pennino e vengono trascinate prendendo vita. E la giornata prende un altro sapore, ti fa sentire un po’ speciale. Questa è la Milk Art e su quest’abilità sta nascendo una vasta letteratura fatta di libri, manuali ed enciclopedie web. E’ uno stimolo per i baristi che possono fare spettacolo per chi è di là dal bancone e non rischiano di alienarsi nella ripetizione, ogni pochi secondi, dei gesti “macino-doso-presso”. 


Comunque la Milk Art è tutt’uno con il cappuccino e anche per questo ci vuole la giusta ricetta. Spiega Luca Ramoni, presidente dell’Accademia: “In una tazza da 15-20 centilitri ci vanno un espresso (2,5 cl), latte (10 cl.) e aria (2,5 cl.) incorporata alle proteine del latte, che non montato a tessitura fine perché le bollicine non si devono vedere, con la schiuma bianca al centro e l’orlatura marrone che fa corona tutt’attorno. Prima di montare il latte occorre controllare la temperatura che deve essere di 55-60°. La bontà del cappuccino per l’ottanta per cento dipende comunque dalla mano del barista. Il cliente percepisce il gusto ma non si scotta se il latte è montato alla giusta temperatura.” La mano è importante anche nel versare il latte con la schiuma e nei gesti sicuri del disegno finale. Così il cappuccino vive nuova vita e probabilmente è solo l’inizio di un’altra fase, di un’evoluzione della professione del barista, dove è sempre più importante la relazione che si instaura con il cliente. Anche se per pochi minuti e, spesso, di fretta. 

Pierangelo Raffini su Leggilanotizia.it

mercoledì 15 febbraio 2012

Sotto la neve pane

Nei giorni scorsi d’intense nevicate mi è venuto in mente un detto che mi ripeteva sempre mia madre in queste situazioni “sotto la neve pane”. Come nel passato, anche ora le nevicate fanno bene alla terra dove sono seminati grano e cereali. Sono un’ottima premessa a buoni raccolti. 
Il pane: farina, acqua, sale e lievito. Un alimento così semplice eppure il mangiare del pane è uno dei gesti che da più tempo lega l’uomo alla terra. Fin dall’inizio della nostra storia il pane ha avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza, per il riconoscimento sociale, per la liturgia religiosa. Il pane è un nostro alimento almeno dal II secolo a.C., fu Roma a introdurre la panificazione nel nostro Paese probabilmente a seguito del trasferimento nella capitale di prigionieri macedoni. La mancanza del pane ha provocato rivolte violente, il colore ha determinato per lungo tempo il prestigio o meno, oggi completamente capovolto poiché il pane bianco è meno gradito rispetto a quello delle farine meticce, è un simbolo fondamentale per testimoniare la presenza del Signore tutti i giorni. Possiamo dire che quest’alimento è il simbolo stesso, per eccellenza, della vita. 

Il nostro Paese può vantare, a giusta causa, un ruolo importante sul pane. I pani d’Italia sono più di 400 tipi diversi, tra cui molti già certificati Igp e Dop.  Nonostante i consumi si siano abbassati negli ultimi anni, complici le nuove tendenze alimentari per un fisico che si vorrebbe sempre perfetto, il pane rimane un alimento base per gli italiani. Oltre il 55 per cento della popolazione compra pane fresco tutte le mattine dai 23 mila fornai sparsi sulla penisola. Il consumo medio giornaliero varia tra gli 85 e 100 grammi a persona. Per dare un riferimento, negli anni Settanta era di 3 etti e mezzo. Comunque spendiamo ogni anno circa 312 euro a testa per l’acquisto del pane generando un fatturato di 18 miliardi di euro.
In realtà oggi il pane vive una nuova giovinezza. In virtù della continua ricerca di panificazioni in qualità fatta di farine integrali, forme e contenuti differenti, è sempre più apprezzato e ricercato. Tutti noi dovremmo essere esigenti e pretendere qualità per quest’alimento. A volte mi stupisco come in alcuni locali ci siano ancora ristoratori che scivolano su quest’alimento importante proponendo pane scadente, a volte non fresco o, peggio prodotti confezionati. 

Pensiamo all’esperienza dei sensi che compiamo quando ci troviamo in mano un bel pane un po’ rustico al tatto e ancora leggermente infarinato, l’odore che emana, il sapore che proviamo nella consistenza della soffice mollica in contrasto con il croccante suono che fa la crosta quando la spezziamo. Il pane ha “quel qualcosa” di rassicurante e familiare. E’ la nostra storia. E’ la tradizione che si perpetua nel tempo. 

L’aspetto più preoccupante che noto è che, a causa dell’industrializzazione, anche nella panificazione si sta perdendo memoria sia delle tipologie regionali dei pani, sia della capacità di comprendere la differenza tra un pane di qualità e uno qualunque. Una volta girare per i forni era un’esperienza incredibile: avvertivi la differenza, non solo nelle forme, tra una coppia ferrarese, famoso il pane di Ferrara grazie alla sua acqua, una michetta milanese, una focaccia genovese e un pane toscano “sciapo”. Purtroppo molte volte nei forni si trovano strane tipologie di pane con impasti senza personalità, omologati nel sapore e nella consistenza.  Tralasciando l’aspetto della tenuta della fragranza nella stessa giornata. Quando si acquista poi già affettato e imbustato, perde la sua centralità, e stravolgiamo la nostra e la sua storia. 


Pierangelo Raffini - pubblicato su leggilanotizia.it 

domenica 12 febbraio 2012

Le abitudini


Tutta la nostra vita è piena di meccanismi atti a procurarci soddisfazione o proteggerci dal dolore.

Questi meccanismi si chiamano abitudini. 

Le abitudini si radicano attraverso la ripetizione del gesto e possono essere inibenti o fortificanti. Penso che l'abitudine abbia sempre una componente che lega troppo la persona e può finire con il limitarla. Anche quelle che danno sicurezza e quindi riteniamo fortificanti. Se per qualche motivo si è costretti a cambiare forzatamente una di queste abitudini, si può andare in crisi e pensare di aver perso qualcosa o di non avere più motivazioni al mondo.

Quindi scegliete pure le abitudini che volete tra quelle che ritenete più coerenti con il vostro fine e con il vostro essere. Ma fate attenzione a non legarvi ad esse. Le abitudini sono azioni che, come la goccia, scavano la roccia.
Abituatevi a modificare le vostre abitudini, a non avere paura del nuovo, accettate di compiere percorsi anche diversi e prendere spunti e cultura anche da fonti molto differenti tra loro.
Imparate ad allenarvi. Si possono compiere anche solo piccoli gesti che aiutano a non radicare troppo le abitudini. Servirà a pensare altresì in modo differente da quello che avete sempre fatto.
Modificare il percorso per andare da casa al lavoro, cambiare la routine al mattino quando ci si alza, compiere azioni diverse da quelle che si è abituati a fare durante la giornata, leggere e guardare programmi differenti. 
Tutto serve per allenarsi.
Ricordate nel film Pretty Woman quando la Roberts fa togliere scarpe e calze ad un Gere vestito da business man e lo fa camminare sull'erba ?

sabato 11 febbraio 2012

Il paese del posto ereditato - La difficoltà di farcela da soli


Siamo parte di una generazione che vuole stare vicino a mamma e papà. E non si sfugge. Se sei un under 40 sei uno «sfigato» per essere rimasto parcheggiato troppo a lungo all'università. Se sei un under 30, peggio, sei un bamboccione, ancora appeso alla paghetta. Vogliamo tutti il posto fisso. La difesa dell'articolo 18. E li vogliamo anche sotto casa. Università e ufficio dietro l'angolo, con cordone ombelicale incluso. Riconosciamolo: l'immagine che ci descrive come un esercito di Tanguy, figli di genitori del boom economico - con il rischio concreto di diventare ora la generazione dello sboom - è umiliante. 

Siamo gli sconfitti, schiaffeggiati pubblicamente dalla nostra classe politica. Ma qualcuno è andato a vedere se c'è una ragione sociologica, fors'anche economica? Il convitato di pietra di tutte le discussioni sull'articolo 18 c'è ed è la mobilità sociale. Quella che non c'è. Il lavoro in Italia è un «affare di famiglia». E quasi mai è un buon affare visto che la società è piramidale. Chi sta sopra tende a rimanere sopra, chi sta sotto ha un solo vantaggio, per dire così: che più in basso non si può andare. Il 44,8% dei figli di operai «ristagna». Il 22,5 dei figli di piccoli borghesi «scivola». Il 22,7% dell'alta borghesia lo ha ereditato dalla famiglia, come fossimo ancora nel Medio Evo. 

Altro che Steve Jobs o Mark Zuckerberg, nuovi eroi del sogno americano dove tutti ce la possono fare a scalare la società anche partendo da un garage o dal dormitorio di Harvard. Qui bisogna più che altro difendersi. I dati sull'ascensore tra una classe e un'altra, supposto che ancora si possa fare questa distinzione, non sono molti. La scalabilità sociale è complessa da analizzare.

Tutti abbiamo l'idea di un passaggio difficile basato sulle nostre esperienze e le storie di parenti e amici che, inevitabilmente, tendono a provenire dalla stessa stratificazione. E poi c'è l'evidenza mediatica. Imprenditori che hanno il cognome di imprenditori. Politici che hanno il cognome dei politici. Giornalisti che hanno il cognome dei giornalisti. E, ça va sans dire, professori che hanno il cognome di professori. E se fosse tutto frutto di una percezione sbagliata?

Purtroppo no.

Il Censis nel 2006, ha fotografato il fenomeno partendo dai dati Istat «Uso del tempo, 2002-2003», sull'istruzione e la professione dei padri e dei figli. La sociologa Ketty Vaccaro, responsabile del settore welfare del Censis, ne va fiera, anche perché è stato un lavoraccio. «Rispetto alla generazione del boom economico oggi c'è un blocco nel passaggio da un livello all'altro. Un po' perché il titolo di studio è diventato una commodity laddove per i nostri genitori è stata condizione necessaria, ma spesso anche solo sufficiente, per il salto. Un po' anche perché siamo diventati tutti ceto medio con una borghesia a due velocità. 

L'ascesa, là dove c'è, riguarda soprattutto i liberi professionisti con il passaggio dello studio dei genitori e l'imprenditoria per la trasmissione tra padre e figli anche di un patrimonio familiare, come appunto l'azienda, i macchinari». In altri termini, il 44% degli architetti ha un figlio architetto, come ricorda, citando un'indagine Alma Laurea del 2008, Maria De Paola su lavoce.info. E continuando: il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con medesima laurea. I farmacisti? 41%. Gli ingegneri e i medici? 39%. I figli sono avatar professionali dei genitori.

L'Ocse analizza la mobilità sociale partendo da un altro parametro: il livello di stipendio dei figli in relazione a quello dei padri. Ma anche così il risultato non cambia. Nell'ultimo studio pubblicato nel 2010 «A family affair: Intergenerational social mobility across Oecd countries» risultiamo tra i peggiori in Europa. Sotto c'è solo la Gran Bretagna dove in effetti torna quella spiacevole percezione di non potercela fare se si nasce in un ceto senza l'accento giusto.

Siamo ancora una società di relazione. «Sfatiamo un mito: non siamo l'unico Paese in cui si utilizza un network protettivo per i figli. I club delle persone che contano ci sono in tutte le economie occidentali» ragiona Vaccaro. «Il punto è che qui la rete familiare e professionale è uno degli strumenti principali di inclusione». Si procede per cooptazione, telefonate, amicizie. La famiglia è ancora il miglior ufficio di collocamento. I curricula sono carta straccia (chi li guarda? Altro che LinkedIn...). «Anche il concorso in Italia non dico che sia pilotato, ma guidato sì» conclude impietosamente Vaccari.

Resta solo una speranza: che dai quei dati, negli ultimi dieci anni possa essere cambiato qualcosa.

E qualcosa è cambiato, ma in negativo. Il consensus è per il segno meno. «Non ci sono dati ma la mia presunzione è che sia ancora più grave oggi che in passato» sintetizza Andrea Ichinodell'Università di Bologna che con Daniele Checchi ha pubblicato nel '99 uno studio sulla mobilità sociale in Italia e negli Usa. «Però dobbiamo guardare a questi problemi nel loro insieme. 

Bisognerebbe iniziare a togliere a me, professore universitario, la sicurezza del mio posto che è difeso anche se non pubblico o non faccio nulla. Tra articolo 18 e immobilità sociale c'è un trade-off. Dobbiamo iniziare a ragionare sul fatto che meno garanzie potrebbero coincidere con più mobilità. Altrimenti i figli rimangono vicini alla famiglia perché la famiglia è il canale per trovare lavoro» spiega Ichino. Insomma, discutere della sospensione delle garanzie solo per i nuovi contratti sarebbe un boomerang che leva il cibo agli affamati e lo lascia a chi ha la pancia piena o mezza piena. Il lavoro cambierà pure. Ma la possibilità di farcela, eccezioni a parte, non fa parte della nostra genetica collettiva.

Dov'è lo svincolo per la meritocrazia?


Massimo Sideri - Pubblicato il 9 febbraio 2012 su il Corriere della Sera - Dossier sulla Mobilità sociale


Approfondimenti e tabelle

domenica 5 febbraio 2012

Il successo

Ridere spesso e di gusto, ottenere il rispetto di persone intelligenti e l'affetto dei bambini, prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e sopportare i tradimenti dei falsi amici, apprezzare la bellezza, scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un poco migliore, si tratti di un bambino guarito, di un'aiuola o del riscatto da una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito.
Ecco questo è avere successo.

Ralph Waldo Emerson

sabato 4 febbraio 2012

Le guide della cucina sono ancora utili?


Ogni anno c’è un’importante comunicazione su tutti i media all’uscita delle varie guide, più o meno titolate. Subito escono confronti, tabelle comparative su stelle, forchette, cappelli e simboli vari che concorrono a posizionare i vari ristoranti, insieme alla valutazione numerica.
Negli ultimi anni è stata pubblicata anche una “guida delle guide” che compara le valutazioni delle varie pubblicazioni enogastronomiche. Per abitudine e piacere sono solito acquistarne alcune. Negli ultimi anni però si è fatto strada in me un dubbio. Le guide così come sono concepite continuano a essere attuali oppure sono strumenti di un rito che si deve compiere, ma che rimangono “utili” solo per uno stretto giro di professionisti, tra cui i “Maestri di Cucina”? 
In questi anni l’enogastronomia è stata portata in primo piano dai media in generale: programmi televisivi, riviste, blog, raccolte, dvd, e chi più ne ha più ne metta. Da un lato questo è molto positivo perché si è posta l’attenzione su un’eccellenza tipica italiana, per troppi anni trascurata. Contemporaneamente si è elevato anche il grado di conoscenza e sensibilità del consumatore sull’importanza dei prodotti di qualità del nostro Paese. Di contro abbiamo avuto una fioritura di nuovi Chef senza precedenti che ha portato alla sublimazione esagerata di certi personaggi e di una cucina molte volte troppo imperniata sulla fantasia. 
Questo inevitabilmente si riflette sulle guide che incensano i locali di questi giovani emergenti. La cucina non deve certo essere statica e forzatamente tradizionale nella sua proposizione, ma nemmeno si devono proporre brutte copie dei Chef più famosi nella creatività. Non è obbligatorio essere particolarmente fantasiosi. Di solito paga di più una cucina ben fatta, proposta con attenzione condita con un servizio impeccabile.Oggi poi è la situazione cambiata. Penso che la gente non sia più tanto interessata a chi è il primo, secondo o terzo ristorante. 
Per quanto riguarda il top inoltre, le guide sono sostanzialmente d’accordo sui nomi e le valutazioni variano di poco tra una e l’altra.In questi tempi di crisi le persone sono più interessate a conoscere i locali dove si possa mangiare abbastanza bene spendendo il giusto. Si esce meno e quando si fa, si vorrebbe compiere un viaggio enogastronomico sicuro e piacevole. In più le guide ormai non eseguono più un vero lavoro di critica verso i locali. 

Raramente capita di leggere qualche giudizio di biasimo nei quotidiani da parte di singoli giornalisti. Le guide che dovrebbero indirizzare e tutelare il consumatore non sono più utili in tal senso. Sarà capitato a tutti di scegliere un locale da una di queste pubblicazioni e fare un’amara esperienza, magari con l’aggravio di un conto finale molto differente da quanto indicato dalla guida stessa. Certe volte trovo più indicativi i commenti sui blog. Leggendo i commenti su un locale e facendo una media dei giudizi, da quello più celebrativo a quello più critico, si riesce a scegliere sapendo cosa ci può aspettare. In tutti i casi internet che ha rivoluzionato il modo di pensare e comunicare ci viene in aiuto sia per i fedeli alle “guide di marca” sia per quelle gratuite. 
Oggi sono disponibile anche sotto forma di App scaricabili sul proprio smartphone a pochi euro o gratuite. Hanno il vantaggio di essere costantemente aggiornate, grazie al GPS ti propongono immediatamente i locali più vicini al punto in cui ti trovi e molte oggi ti consentono di aggiungere i tuoi commenti.

venerdì 3 febbraio 2012

La propria vita

Bisogna fare della propria vita, come si fa di un'opera d'arte. Bisogna che la vita di un uomo d'intelletto sia opera di lui.
La superiorità vera è tutta qui.

Gabriele D'annunzio

Lo spirito giusto

Qualsiasi lavoro se svolto con lo spirito giusto, vi rende vittoriosi su voi stessi. 
Ciò che conta è l'atteggiamento con il quale lavorate.
La pigrizia mentale e l'indolenza nuocciono al carattere.
Fate le cose con piacere e spirito di servizio. 
Svolgete i compiti con lo spirito giusto, siate consapevoli che servire è un privilegio. 
Vi sentirete bene e vicini a Dio.

mercoledì 1 febbraio 2012

Da Roma a Londra: così cresce l'impero Eataly

«Eataly di Roma sarà il più grande del mondo», Oscar Farinetti, già fondatore di UniEuro, ha spinto il piede sull’acceleratore. Dopo aver fatto decollare nel 2007, a Torino, il primo tempio dell’enogastronomia facendo rivivere la vecchia sede della Carpano con una formula del tutto innovativa, ne ha aperti altri 7 in Italia, più cinque in franchising, 1 a New York e ben 7 in Giappone. Ma da aprile, con l’apertura di Eataly Roma, parte la nuova stagione. «Ora che abbiamo verificato che la formula funziona anche sotto il profilo economico e che guadagna, possiamo ampliare la rete e dare il via definitivo al progetto», racconta. Cinquantasette anni, figlio del comandante Paolo, un partigiano leggendario che a capo del XXI Brigata Matteotti ha liberato Alba, oggi è lui a scrivere un pezzo di storia, stavolta economica, d’Italia. La sede di Roma aprirà il 21 aprile. Stessa la formula, cibo di qualità a prezzi sostenibili, ma le dimensioni sono impressionanti: 16.000 metri di superficie, disposti su 4 livelli che diventeranno un vero e proprio epicentro del gusto e qualità culinaria made in Italy. Anche la sede parla: la stazione Ostiense, il terminale dei treni alta velocità di Ntv, la compagnia privata di Montezemolo. Ci saranno 14 ristoranti a tema dedicati a carne, pesce, salumi, formaggi, pasta, pizza, panini, pasticceria, piadineria, gelateria, cucina tipica laziale. Una novità assoluta: la friggitoria. E poi supermercati, rigorosamente d’élite. Una enoteca imponente, per esaltare i vini locali ma proporre anche etichette estere più difficili da trovare. «Si compra dove mangi e mangi cosa compri, ma impari anche», racconta Farinetti. Già perché il grande centro congressi e la sala eventi sono deputati a ospitare lezioni, showcooking e degustazioni. Si imparerà anche a vedere come si produce, nel piccolo birrificio artigianale, e dove la mozzarella verrà fatta a vista. Insomma, «un grande ambaradam», come dice lui stesso. La sede è nella stessa zona della Città del gusto del Gambero Rosso. Una guerra in vista? Magari, invece, una nuova alleanza in nome del Made in Italy Alto di gamma. Cibi di qualità a prezzi abbordabili. Il business corre su due binari: Eataly distribuzione, con la partecipazione societaria di Coop, e Eataly produzione, con 19 aziende di cui Eataly è diventata socia, in qualche caso con partecipazioni solo del 20%. «Un’operazione e unica, ha creato la marcainsegna nel fresco dove trovare dei brand era finora praticamente impossibile», commenta Armando Branchini, segretario generale di Fondazione Altagamma. Racconta Branchini: «Ci ha lavorato sopra tre anni creando un modello di business innovativo che ha alle spalle una catena logistica forte. Innovativa è anche l’idea di entrare come socio nella gran parte dei fornitori, piccoli produttori di nicchia che potevano rischiare o di restare strangolati sui prezzi o di venir travolti dall’aumento improvviso di richiesta. Invece, come insegnano Gucci o Ferragamo, si può crescere mantenendo l’eccellenza». Prendiamo una delle otto cantine in portafoglio, Fontanafredda, dismessa dal Monte dei Paschi di Siena. Ha abolito i concimi in vigna, abbattuto la solforosa nel vino, confezionato con vetro riciclato le bottiglie. Il risultato: etichette di punta che sposano la moda del naturale con il prodotto di eccellenza. D’altronde è nato il 24 settembre «in piena vendemmia», come ama ripetere, «da madre di Barolo e padre di Barbaresco», racconta. Ma la formula si ripete con successo anche con gli altri prodotti: il culatello, la pasta di Gragnano, e tutti gli altri presidi Slow Food, il perno di tutta l’operazione. Il Bulgari dell’enogastronomia ma che, grazie al modello di business, riesce a tenere i prezzi abbordabili per tutti. Tra le società partecipate due marchi di birra che si sono affermati in tutto il mondo. Baladin di Teo Musso, il birraio più bravo del mondo, come l’ha premiato la Heineken, che da Piozzo, in provincia di Cuneo, è approdato a New York, sulla terrazza del Flatiron Building, il grattacielo più famoso di New York dove ha sede Eataly, all'incrocio tra la Quinta Strada e Broadway. L’altro è La Birra del Borgo, di Borgorose, vicino Rieti, fondata da Leonardo Di Vincenzo, altro guru internazionale della birra artigianale. Dal nord al sud, la marcia si fa inarrestabile. «Entro l’anno apriranno le sedi di Bari e Piacenza e nel 2013 a Milano e Firenze. A Milano una sede già c’è, ma quella nuova sarà imponente, nell’ex teatro Smeraldo. Poi nel 2014 inizia l’approdo nel resto d’Europa, cominciando da Londra», annuncia Farinetti. Una bella vetrina per il Made in Italy agroalimentare, che sempre più si sta rivelando uno degli asset chiave della nostra economia. Il giro d’affari, oggi attorno ai 200 milioni di euro tra distribuzione e produzione, è destinato a moltiplicarsi. Ripetendo il successo che Farinetti aveva già sperimentato nei consumi di elettronica, con UniEuro, insegna che nasce ad Alba nel 1967, come supermercato fondato da Paolo Farinetti, il padre di Oscar, con un nome ispirato al mercato unico, nato con i trattati di Roma. Poi lo sbarco in Liguria e l’espansione dell’insegna negli elettrodomestici, con la formula del franchising. UniEuro, che nel frattempo aveva comprato anche Trony, è stata venduta nel 2002 al gruppo britannico Dsg International. E lì comincia la nuova avventura.

lunedì 30 gennaio 2012

La rete degli oggetti connessi


Rilevare incendi nei boschi in tempo reale: il progetto di monitoraggio ambientale nel Parco naturale di Castel Fusano attiva l'allerta per i soccorsi attraverso una rete di sensori wireless installati sul territorio per prevedere la rapidità e l'intensità nella diffusione delle fiamme. È tra i casi segnalati nel primo report «Internet of things» della School of management del Politecnico di Milano, in uscita il prossimo marzo. Che esplora alcune iniziative operative in Italia, all'interno di una galassia in rapida espansione. Ma ancora ai primi passi. Come Smart Town del Comune di Nettuno, autofinanziata con il risparmio in cinque anni sulle spese per l'illuminazione pubblica: i lampioni nella città laziale sono in grado di accendersi attraverso una gestione centralizzata a distanza che permette il risparmio energetico e semplifica la manutenzione. È un terreno di crescita per start up e spinoff universitari impegnati a investire in ricerca e innovazione. «Nascono piccole aziende specializzate per offrire tipologie di servizi legati all'internet delle cose: il grande salto sarà quando si riuscirà a definire un modello scalabile per abbattere i costi delle soluzioni e facilitare la loro diffusione», osserva Angela Tumino, responsabile dell'Osservatorio internet of things del Politecnico di Milano.
Le intuizioni tecnologiche alimentano iniziative imprenditoriali. Officine Arduino ha sede nel Fablab di Torino. È una start up che deriva da un progetto per la didattica rivolto agli studenti di design: si tratta di una scheda elettronica, Arduino, capace di semplificare l'integrazione con hardware elettronico e software. In pochi anni diventa un punto di partenza per costruire una comunità globale di tecnoartigiani in grado di sperimentare con luci, robot, strumenti musicali, installazioni artistiche, sensori. In particolare, il software semplifica l'uso da parte dei non addetti ai lavori: non bisogna essere sviluppatori informatici o ingegneri per mettere le mani nei suoi codici. «I computer più diffusi in realtà sono in oggetti come il termostato caldaia o il telecomando del televisore: finora sono sempre stati difficili da utilizzare e Arduino rende accessibile la loro programmazione», spiega Massimo Banzi, cofondatore della start up torinese che può contare sulla cultura hacker di chi esplora le opportunità delle tecnologie. È un sapere valorizzato di recente anche dai giganti dell'hi-tech. Google ha varato l'anno scorso il suo Android@home, un sistema operativo adattabile alle interazioni con le tecnologie di casa. Ibm da anni investe sul programma Smarter city. E Kinect è al centro di ricerche amatoriali e professionali per capirne l'integrazione negli ambienti domestici, condotte anche con il sostegno di Microsoft.

venerdì 27 gennaio 2012

ABRAHAM LINCOLN non mollò mai !

In quei momenti in cui la forza di volontà mi sembra venire meno, ripenso sempre alla vita di Abraham Lincoln. Un formidabile esempio di tenacia. Non mollò mai anche quando tutto pareva congiurare contro di lui. 
Nacque in miseria e la sua vita fu sempre dura, segnata da continue sconfitte. Perse otto competizioni elettorali, fallì due volte negli affari. Superò un esaurimento nervoso. 
Avrebbe potuto mollare, ma non lo fece, mai. Alla fine divenne uno dei più grandi presidenti della storia degli Stati Uniti. E' uno splendido esempio di come non ci si deve mai dare per vinti. 
Le date che segnano il percorso della sua vita :
1816 - La sua famiglia viene sfrattata. Deve lavorare per sostenerla.
1818 - Muore sua madre.
1831 - Fallisce in affari.
1832 - Si candida al parlamento statale: sconfitto.
1832 - Inoltre perde il lavoro: vuole entrare alla facoltà di giurisprudenza ma non viene ammesso.
1833 - Si fa prestare dei soldi da un amico per avviare un’attività e alla fine dell’anno è già in fallimento. Passerà i successivi diciassette anni di vita a ripagare il debito.
1834 - Si candida al parlamento statale: eletto.
1835 - Si fidanza, ma la promessa sposa muore. 
1836 - Ha un grave esaurimento nervoso e rimane a letto sei mesi.
1838 - Cerca di diventare elettore delegato, ma viene sconfitto.
1843 - Si candida al Congresso USA. E' sconfitto.
1846 - Si candida nuovamente al Congresso, viene eletto, va a Washington e fa un buon lavoro.
1848 - Si candida per la rielezione al Congresso: sconfitto.
1849 - Fa domanda per diventare amministratore demaniale del suo Stato. Viene respinta.
1854 - Si candida al Senato degli Stati Uniti: sconfitto.
1856 - Cerca la candidatura a vicepresidente al congresso nazionale del suo partito. Ottiene meno di cento voti.
1858 - Si candida di nuovo al senato USA. Nuovamente sconfitto.
1860 - Eletto Presidente degli Stati Uniti. 

Richard Branson

Non ho segreti. Nel mondo degli affari non esistono regole. Mi limito a lavorare sodo e, come ho sempre fatto, a credere di potercela fare, ma soprattutto cerco di divertirmi.


giovedì 26 gennaio 2012

"Cafonal" al ristorante

Sarà capitato anche a voi... Così iniziava una canzoncina che faceva da sigla, alla fine degli anni ’70, a una trasmissione domenicale di successo. Sarà capitato anche a voi di notare atteggiamenti maleducati al ristorante sia da parte del cliente, sia da quella del gestore o dei suoi dipendenti. Quando si parla di “civiltà della tavola”, s’intendono comprese anche la buona educazione e la conoscenza di certe regole, pur non scritte. Purtroppo da qualche tempo non è più così. Noto un progressivo e continuo decadimento delle buone maniere e del rispetto delle parti. Qualche esempio per capire.
Sedersi al tavolo e trovare un cameriere che, durante la presa in carico della comanda, si piega sul tavolo quasi sdraiandosi, è forse comodo per lui, ma assolutamente inaccettabile. Come il personale che, pensando di fraternizzare, ti appoggia la mano sulla spalla o su un braccio, per darti “il consiglio” sul piatto del giorno. Dalla parte opposta ci sono avventori che arrivando nel locale pensano di essere tutt’uno con il proprietario e il suo ristorante, non rendendosi conto che sono solo utili comprimari per il suo business. Li vedi perché si sentono un po’ delle star e spesso commentano a voce alta oppure ritengono di poter distribuire consigli ai tavoli su cibi e accostamenti di vini. Altri invece, pensano che per il solo fatto di essere dei clienti, siano autorizzati a trattare chi sta servendo come fossero servi usando anche una certa dose di arroganza. Così si annoverano soggetti che gesticolano come operatori di borsa per attirare l’attenzione dei camerieri oppure ritmano il coltello sul bicchiere. Negli eccessi mi è capitato anche di sentire fischiare. Spesso sono indisponenti e ogni richiesta deve essere soddisfatta immediatamente. Di contro i camerieri e i maitre di sala dovrebbero sempre avere uno sguardo sui commensali per coglierne le richieste appena alzano lo sguardo verso di loro. Peccato che in molti ristoranti sembra che il personale sia scelto tra i più timidi: sguardo basso e pedalare. 
Altro aspetto “cafonal” è il volume della conversazione tenuto a tavola. Il bon ton richiederebbe di moderare la voce per non disturbare gli altri, che non sono per forza interessati alle conversazioni altrui, e impedire che il luogo diventi una casbah. Ma, complice anche il proliferare delle pizzerie dove tutto sembra permesso, ormai siamo nella cosiddetta “società delle urla”. Se malauguratamente poi si capita accanto ad una tavolata di persone, il volume si alzerà proporzionalmente all’aumentare del tasso alcolico dei conviviali. 
Un argomento spinoso ma doveroso da trattare oggi riguarda i bambini. I genitori dovrebbero insegnare ai figli, fin da piccoli, che ci sono anche momenti di noia nella vita. Stare seduti per un’ora o più, non è un divertimento per i più piccoli, ma la buona educazione “vorrebbe” che ci si alzi solo quando lo fa prima il papà. Non è difficile, solo un po’ impegnativo all’inizio. Ho vari amici che con i loro figli sono splendidi esempi da imitare. Spesso però sono i genitori, i primi a non conoscere le regole... Di fronte al richiamo dei camerieri in situazioni in cui la maleducazione ha raggiunto punte estreme, ho anche udito certi genitori indispettiti reagire “...ma insomma sono solo dei bambini...”. E allora, pizzeria o ristorante che sia, lasciamoli crescere già incivili tra i tavoli. 
Altro capitolo il fumo. Oggi fortunatamente è vietato fumare nei locali. Molti hanno allestito dei dehors esterni per la bella stagione. Purtroppo molti fumatori non si preoccupano minimamente di chi gli sta accanto e, come accadeva al chiuso, accendono sigarette in continuazione senza nessuna attenzione. 
Infine, anche se ci sarebbe materia per scrivere ancora, da quando il cellulare ha fatto il suo ingresso in società molte attenzioni, negative, si sono rivolte a questo importante accessorio. Pare che siano in pochi a sapere che può essere messo anche in vibrazione. Di conseguenza assistiamo e ascoltiamo, forzatamente, trilli e conversazioni di cui faremmo volentieri a meno.


Pierangelo Raffini su Leggilanotizia.it

domenica 22 gennaio 2012

Sono Tradizionale

Sono un uomo legato alla Tradizione, ma questo non mi impedisce di essere innovativo, di credere nel cambiamento, di sentirmi libero dal passato. La Tradizione non è un qualcosa di statico del passato, ma uno strumento, una conoscenza che ci è stata consegnata per disegnare il futuro, affrontando il presente in modo dinamico. La Tradizione è qualcosa che è mutata nel tempo offrendoci una sapienza che possiamo utilizzare per il nuovo.                                                                   
Sono tradizionale perché ho sempre coltivato e riconosciuto in me un lato "antico", un "sentire" millenario, un attaccamento a Valori che ritengo imprescindibili. Ma sono al contempo innovativo e curioso per tutto quanto riguarda il cambiamento, l'innovazione. Una mente aperta, un pensiero libero. 
Comprendo che attraverso il sapere della Tradizione si costruisce il cambiamento. Sono assolutamente convinto che si può e si deve innovare utilizzando il sapere antico per portare trasformazioni vere e concrete. 


venerdì 20 gennaio 2012

Resilienza

Resilienza. Questa dovrebbe essere la parola d'ordine oggi nel mondo dell'imprenditoria. Alle prese con la recessione e con le conseguenze dei processi di ristrutturazione, la resilienza connota la capacità di resistere, di accusare il colpo, ma di riuscire comunque a uscirne migliori. La resilienza è il processo di riadattamento di fronte ad avversità traumi, tragedie, minacce, o anche significative fonti di stress per seri  problemi legati a pesanti situazioni finanziarie e lavorative. Resilienza significa riprendersi dalle esperienze difficiliCon le proprie forze.

I resilienti sono abili "bricoleur" della vita, capaci con pazienza e con tenacia di usare tutto quello che hanno a disposizione, anche se non si tratta delle risorse ideali, per trovare una via di uscita dai problemi. Fanno tesoro del passato per vivere il presente ed esserci anche nel futuro. L'obiettivo è restare a galla. Anche se la fase lavorativa non è la migliore. Good enough. Resistere.
Approfittare anche di questi momenti per riflettere, magari fare un pò di "downshifting", scalare un pò le marce, recuperare tempo per sé, lasciare più spazio alla meditazione, darsi altre priorità. Ma non mollare.


martedì 17 gennaio 2012

Falsificare Pound


Ezra Pound era un grande poeta. Meglio: un grande poeta fascista. Forse gli scrittori e gli intellettuali che hanno firmato una lettera di solidarietà alla figlia di Pound in lotta contro l’«appropriazione indebita» da parte di Casa-Pound pensano invece che un grande poeta non possa essere un grande poeta fascista. Dicono infatti di essere «sdegnati» per l’«uso improprio» che l’estrema destra farebbe del «valore universale della poesia» di Pound. Perché, le poesie di un grande poeta fascista, nel caso fossero grandi poesie belle ed emozionanti, non possono avere un «valore universale»? Dicono anche con una certa imprudenza interpretativa, i Belpoliti e i Cucchi, i Magrelli e i Guglielmi, i Ghezzi e i Balestrini e gli altri firmatari dell’appello, che l’estrema destra che si appropria del nome di Pound sarebbe lontana «dall’universo culturale» del grande poeta (fascista). «Lontano» in che senso?
Ezra Pound era un grande poeta fascista. Era così fascista che concepì i suoi meravigliosi Cantos vicino a Pisa, precisamente nel campo di Coltano, insieme a numerosi altri fascisti che lì erano internati dopo il 25 aprile, dove il grande poeta venne rinchiuso in una gabbia all’aperto, sotto il sole cocente o sotto una pioggia torrenziale: non ci furono grandi poeti e scrittori dello schieramento antifascista che si sentirono di difendere il «valore universale» di Pound. Pound era così fascista che venne segregato per tredici anni in un manicomio criminale perché, da fascista, durante la guerra aveva fatto il propagandista di Mussolini contro gli Stati Uniti: un fascista, e per giunta traditore del suo Paese. Pound era un grande poeta. E purtroppo, con le sue polemiche sull’usurocrazia delle banche a suo avviso pervase di «spirito giudaico», non esente da un antisemitismo imperdonabile. Non c’è nessuno scandalo nel fatto che, amolti anni di distanza, dei gruppi giovanili fascisti si rifacciano al nome di un grande poeta fascista. Come non ci sarebbe scandalo se un gruppo dell’estrema sinistra si richiamasse al comunista Bertolt Brecht, o al comunista Pablo Neruda. Ne verrebbe forse compromesso il «valore universale» di magnifiche opere teatrali e di splendide poesie?
Si fatica ad accettare l’idea che una grande cultura possa essere partorita da un fascista e che tra fascismo e cultura, malgrado le indicazioni di Norberto Bobbio contenute in una delle opere meno brillanti del grande filosofo torinese, non ci siano una inconciliabilità e una incompatibilità assolute. Si considera ancora il fascismo dei grandi scrittori, artisti, poeti, architetti, drammaturghi, registi fascisti come una parentesi insignificante, un accidente biografico, al massimo un deplorevolema momentaneo cedimento che non inficia la grandezza dell’arte e della letteratura. Oppure li si depura, si dà loro una versione purgata, narcotizzata, decolorata della loro arte e del loro pensiero.
Si sente ancora l’eco delle furiose polemiche degli heideggeriani di sinistra contro una biografia di Heidegger che si era permessa di sottolineare l’adesione del grande filosofo tedesco al nazismo e il celeberrimo discorso universitario in cui il grande filosofo tedesco riconosceva in Adolf Hitler l’uomo del Destino venuto a guidare il suo popolo verso le vette dell’autenticità.
Anche Carl Schmitt è stato sottoposto a un processo di denazificazione postuma per farne un maestro della filosofia politica asettico e neutro. I recenti lavori critici di Ernesto Ferrero e Riccardo De Benedetti hanno restituito di Louis-Ferdinand Céline una pienezza di significati che non prescinde dalle nefandezze antiebraiche profuse da Céline nelle pagine delle Bagatelle per un massacroViaggio al termine della notte è un capolavoro della letteratura del Novecento, ma l’opera di Céline non può essere tagliata a fette, a seconda delle simpatie e delle convenienze. Céline era un grande scrittore, ma un grande scrittore antisemita. Purtroppo le due cose possono convivere: la cosa peggiore è far finta che non sia così, dare un’immagine di comodo di uno scrittore maledetto, scrostarlo di ogni contaminazione ideologica, darne una biografia culturale dimezzata. Del resto, non tardarono ad accorgersi dell’identità fascista degli scrittori e intellettuali appena menzionati i vincitori della Seconda guerra mondiale che non esitarono a sanzionare duramente Heidegger, Céline e Carl Schmitt (il cui caso finì addirittura a Norimberga). A Pound venne riservata, come abbiamo visto, la punizione più crudele. Furono pochissime le voci indignate per il trattamento subito dal grande poeta, pochissimi si interrogarono sul paradosso che vedeva un poeta artefice di poesie di «valore universale» trattato come un pericoloso criminale. E perché mai gli estremisti di destra non dovrebbero rivendicare la loro simpatia per Pound? E come si può ragionevolmente dire che Pound era «lontano» dall’universo culturale dell’estrema destra?
Il difetto sta appunto nel voler dividere l’indivisibile, nel nascondere le parti brutte per prenderne solo quelle più belle. Invece bisognerebbe per prima cosa riconoscere che cultura e fascismo non sono incompatibili. E in secondo luogo ammettere che l’ammirazione per le poesie di Pound (o per i romanzi di Céline, o per il teatro di Brecht) può benissimo convivere con la certezza che il loro autore disse e scrisse anche mostruose sciocchezze. In terzo luogo ricordare che purtroppo la stragrande maggioranza degli artisti e degli scrittori appoggiò uno dei grandi totalitarismi del Novecento, e talvolta, ma non tanto infrequentemente, tutti e due, in più o meno rapida sequenza. È così «improprio» ricordarlo?
Pierluigi Battista Il Club della Lettura - Corriere della Sera

domenica 15 gennaio 2012

Identificarsi

Il nemico peggiore si chiama identificazione. Credere che ci si debba per forza richiamare ad una visione comune. Rientrare in schemi che ci hanno disegnato altri. 
Normalmente passiamo il 99 % della vita ad imitare e a malapena l'1 % a creare.
Tutta la vita diventa una grande imitazione. Gli antichi lo avevano ben chiaro e chiamavano questa situazione Astarte, la dea che costringeva a somigliare continuamente ad un modello, per finire facile preda inconscia degli altri.

venerdì 6 gennaio 2012

E' il momento del coraggio

Coraggio. Forse la parola più importante del 2012 dovrebbe essere proprio questa. 
Coraggio per continuare a fare impresa, coraggio per rimettersi in gioco se non si ha più un lavoro, coraggio per realizzare le proprie idee, coraggio per credere in un futuro migliore nonostante tutto ciò che si legge o si ascolta. 
I momenti di crisi sono momenti anche di grandi opportunità, in questo tempo tribolato occorre mettere da parte l'inerzia, la pigrizia, la rassegnazione e mostrare il coraggio per trovare la forza di realizzare i propri sogni, le proprie aspettative.
E' il coraggio che permette di fare saltare l'ostacolo. E' sufficiente riflettete su chiunque abbia realizzato qualcosa di importante: alla base di tutto si sono misurati con il loro coraggio. E il coraggio è contagioso. Gli uomini non seguono gli uomini, seguono il coraggio. 
Mai porsi dei limiti, a nessuna età, guardare alto, lontano, con una forte determinazione e praticità. Non si tratta di fare voli pindarici che rischiano di avvitarci senza portare conclusioni, ma di usare la nostra forza di volontà per superare qualsiasi problema. Impedendoci di trovare scuse e giustificazioni. Questo significa avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e rischi calcolati, per le proprie idee. Pensare in grande ed agire subito. Le decisioni portano al cambiamento.
Il coraggio si esercita anche quotidianamente, anche nelle piccole cose. Ci si può allenare al coraggio. In questo modo accresciamo la nostra autostima. Che permette di abbandonare l'abitudine di guardare la vita nello specchietto retrovisore. Lo sguardo invece deve essere rivolto in avanti. Verso il futuro.

E quindi: ad maiora, donec ad metam.

martedì 3 gennaio 2012

Un Capodanno Romagnolo

Vivere la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo in Romagna vuole dire assaporarlo in tutte le sue tradizioni, a forte valore simbolico, che avevano come obiettivo quello di assicurarsi l'abbondanza, il benessere e la felicità per l’intera festività dell’anno nascente. Il tutto si mostrava anche nella scelta dei cibi e di alcune usanze che dovevano contribuire ad assicurarsi un po’ di “benessere”. Per un 2012 che si annuncia già difficile prima di arrivare, potremmo provare a seguire la tradizione. Un po’ scaramanticamente, potrebbe funzionare... Nel passato i ceti più abbienti erano in grado di festeggiare anche il Capodanno con il “cenone” e le tavole erano imbandite con minestra di lenticchie - che sono foriere di benessere economico - cotechino e dolci quali la zuppa inglese (che di inglese ha solo il nome). Non mancava la ciambella da sposare con vino, che ritroviamo nei pranzi del primo dell’anno. Elemento essenziale a fine pasto l’uva, obbligatori 12 chicchi, vero cibo propiziatorio che racchiude in sé la forza rigenerativa dei semi e della polpa, capace nel magico processo fermentativo di cambiare essenza e di arricchirsi da se trasformandosi in vino. Simbolo rituale nel passaggio dell’anno, “dovrebbe” favorire la ricchezza e il guadagno. Non servirà però, poiché è anche piacevole, consiglio di mangiarne visti i anche chiari di luna. La maggioranza della popolazione, contadini e braccianti, limitava i festeggiamenti al pranzo del 1° gennaio con un menù che si presentava con il piatto forte di questa terra: i passatelli. Rigorosamente in brodo, di carne nell’entroterra, di pesce sulla costa, in base alle possibilità erano fatti solamente con il pangrattato oppure arricchiti con formaggi fatti in casa. Con il diffondersi del benessere economico si è virato all’utilizzo del parmigiano grattugiato. Completano la ricetta uova e noce moscata (alcuni mettevano la scorza di limone). Il brodo era insaporito con midollo di bue, a volte inserito anche nell’impasto, muscolo, rigata, osso di stinco ed eventualmente lingua, parti di gallina o oca. In alternativa poteva esserci una prevalenza di carne di “bassa macelleria”, con aggiunta di carote, sedano e, a volte, cipolla. E’ solo dagli anni ’60 che è aggiunta anche la “forma” (la buccia del parmigiano), servita poi come contorno unitamente a tutti gli altri prodotti rimanenti dalla bollitura del brodo. Per insaporire ulteriormente il brodo e i passatelli, una volta serviti, era usanza mettere un cucchiaio di Sangiovese, a testimonianza del forte legame che la Romagna ha sempre avuto con il vino. La minestra che poteva sostituire i passatelli in questo giorno erano le lasagne verdi alla romagnola. Anche questo un piatto che, per ricchezza d’ingredienti, voleva essere di buon auspicio per un anno di abbondanza. In Romagna l’inizio anno si viveva poi nel principio dell'analogia e del contrasto, si diceva, infatti, in dialetto, che “bisognava fare un poco di tutti i lavori perché cosi, andavano a riuscire tutti bene”. Un altro simbolo positivo in quel giorno era dato dall’incontro come prima persona di un uomo, ancor migliore se benestante. Non me ne vogliano le donne, ma, la tradizione è questa, d’altronde sacro e profano da sempre s’intrecciano in questa terra anarchica, repubblicana e socialista.