giovedì 27 marzo 2014
Applicare l'etica del Guerriero ricercatore
sabato 22 febbraio 2014
La ricchezza è un bene se aiuta gli altri
La prefazione del Papa al libro del cardinale Müller «Povera per i poveri. La missione della Chiesa»
Papa FrancescoChi di noi non si sente a disagio nell’affrontare anche la sola parola «povertà»? Ci sono tante forme di povertà: fisiche, economiche, spirituali, sociali, morali. Il mondo occidentale identifica la povertà anzitutto con l’assenza di potere economico ed enfatizza negativamente questo status. Il suo governo, infatti, si fonda essenzialmente sull’enorme potere che il denaro ha acquisito oggi, un potere apparentemente superiore a ogni altro. Perciò un’assenza di potere economico significa irrilevanza a livello politico, sociale e persino umano. Chi non possiede denaro, viene considerato solo nella misura in cui può servire ad altri scopi. Ci sono tante povertà, ma la povertà economica è quella che viene guardata con maggior orrore. In questo c’è una grande verità. Il denaro è uno strumento che in qualche modo - come la proprietà - prolunga e accresce le capacità della libertà umana, consentendole di operare nel mondo, di agire, di portare frutto. Di per sé è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità. Tuttavia, questo mezzo può ritorcersi contro l’uomo. Il denaro e il potere economico, infatti, possono essere un mezzo che allontana l’uomo dall’uomo, confinandolo in un orizzonte egocentrico ed egoistico.
La stessa parola aramaica che Gesù utilizza nel Vangelo - mammona , cioè tesoro nascosto (cf. Mt 6, 24; Lc 16,13) - ce lo fa capire: quando il potere economico è uno strumento che produce tesori che si tengono solo per sé, nascondendoli agli altri, esso produce iniquità, perde la sua originaria valenza positiva. Anche il termine greco, usato da San Paolo, nella Lettera ai Filippesi (cf. Fil 2, 6) - arpagmos - rinvia a un bene trattenuto gelosamente per sé, o addirittura al frutto di ciò che si è rapinato agli altri. Questo accade quando dei beni vengono utilizzati da uomini che conoscono la solidarietà solo per la cerchia - piccola o grande che sia - dei propri conoscenti o quando si tratta di riceverla, ma non quando si tratta di offrirla. Questo accade quando l’uomo, avendo perso la speranza in un orizzonte trascendente, ha perso anche il gusto della gratuità, il gusto di fare il bene per la semplice bellezza di farlo (cf. Lc 6, 33 ss.).
Quando invece l’uomo è educato a riconoscere la fondamentale solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini - questo ci ricorda la Dottrina sociale della Chiesa - allora sa bene che non può tenere per sé i beni di cui dispone. Quando vive abitualmente nella solidarietà, l’uomo sa che ciò che nega ad altri e trattiene per sé, prima o poi, si ritorcerà contro di lui. In fondo, a questo allude nel Vangelo Gesù, quando accenna alla ruggine o alla tignola che rovinano le ricchezze possedute egoisticamente (cf. Mt 6, 19-20; Lc 12, 33).
Invece, quando i beni di cui si dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni, essi diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso. Infatti vi è un originale legame tra profitto e solidarietà, una circolarità feconda fra guadagno e dono, che il peccato tende a spezzare e offuscare. Compito dei cristiani è riscoprire, vivere e annunciare a tutti questa preziosa e originaria unità fra profitto e solidarietà. Quanto il mondo contemporaneo ha bisogno di riscoprire questa bella verità! Quanto più accetterà di fare i conti con questo, tanto più diminuiranno anche le povertà economiche che tanto ci affliggono.
Non possiamo però dimenticare che non esistono solo le povertà legate all’economia. È lo stesso Gesù a ricordarcelo, ammonendoci che la nostra vita non dipende solo «dai nostri beni» (cf. Lc 12, 15). Originariamente l’uomo è povero, è bisognoso e indigente. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni epoca e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere «creature»: non ci siamo fatti da noi stessi e da soli non possiamo darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come una virtù indispensabile allo stesso vivere.
In ogni caso, dipendiamo da qualcuno o da qualcosa. Possiamo vivere ciò come una debilitazione del vivere o come una possibilità, come una risorsa per fare i conti con un mondo in cui nessuno può far a meno dell’altro, in cui tutti siamo utili e preziosi per tutti, ciascuno a suo modo. Non c’è come scoprire questo che spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è allora, davvero, inscindibilmente personale e comune. È evidente che questa prassi può nascere solo da una nuova mentalità, dalla conversione ad un nuovo modo di guardarci gli uni con gli altri! Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come «fratelli», è possibile una prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta!
Quando l’uomo si concepisce così e si educa a vivere così, l’originaria povertà creaturale non è più sentita come un handicap , bensì come una risorsa, nella quale ciò che arricchisce ciascuno, e liberamente viene donato, è un bene e un dono che ricade poi a vantaggio di tutti. Questa è la luce positiva con cui anche il Vangelo ci invita a guardare alla povertà. Proprio questa luce ci aiuta dunque a comprendere perché Gesù trasforma questa condizione in una autentica «beatitudine»: « Beati voi poveri! » (Lc 6, 20).
Allora, pur facendo tutto ciò che è in nostro potere e rifuggendo ogni forma di irresponsabile assuefazione alle proprie debolezze, non temiamo di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è curvato (cf. Fil 2, 8) e si curva su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e per donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere.
Perciò Gesù elogia i «poveri in spirito» ( Mt 5, 3), vale a dire coloro che guardano così ai propri bisogni e, bisognosi come sono, si affidano a Dio, non temendo di dipendere da Lui (cf. Mt 6, 26). Da Dio possiamo infatti avere quel Bene che nessun limite può fermare, perché Lui è più potente di ogni limite e ce lo ha dimostrato quando ha vinto la morte! Dio da ricco che era si è fatto povero (cf. 2 Cor 8, 9) per arricchirci con i suoi doni! Egli ci ama, ogni fibra del nostro essere gli è cara, ai suoi occhi ciascuno di noi è unico ed ha un valore immenso: «Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati... voi valete più di molti passeri » ( Lc 12, 7) .
Papa Francesco - @Pontifex_it - Corriere della sera - 19 febbraio
sabato 15 febbraio 2014
Se vuoi la pace accetta i tuoi limiti
giovedì 2 gennaio 2014
Non solo Web: le startup del Sociale
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| Lo slogan di Make a Cube, incubatore per imprese sociali |
domenica 29 dicembre 2013
Passione e coraggio
Soprattutto se sei una persona sensibile. Senti le cose più degli altri e le patisci più degli altri. Le sensazioni sono più forti, più belle, ma anche più dolorose.
Ho preso consapevolezza di ciò verso i 45 anni e questo mi è servito a sentirmi meglio con me stesso. Mi ha dato nuova energia e desiderio di imparare ancora, di continuare a scoprire. Accettare nuove sfide. Con creatività, passione, coraggio, entusiasmo, felicità, serietà, etica e con grande responsabilità. Senza mollare mai. Sono così, se credo in ciò che faccio, lotto fino ad arrivare all'obiettivo.
Mi piace lavorare, mi appassiona ciò che faccio, mi genera soddisfazione costruire e vedere giorno per giorno come compongo il mio lavoro. In realtà penso che non riuscirei a concepire la mia vita senza il lavoro. Al di là della condizione economica. MI piace avere molteplici interessi, conoscere, mantenermi informato. Amo entrare in contatto con le persone anche molto diverse tra loro, conoscerle, confrontarmi, trovare ispirazione. Ma amo anche i momenti di silenzio, di solitudine e interiorità per riflettere e lasciare la mente libera di vagare.
Nella vita però mi sono dato delle regole. Mi permettono di essere coerente con il mio "sentire", con il mio "credo". Combatto le mie battaglie fino in fondo, non venendo mai meno ai miei valori e al rispetto per gli altri. Se ritengo che vengano a mancare, perdo interesse alla competizione, al confronto, alla lotta. Da sempre costruisco ponti, non alzo muri. Amo mantenere un certo stile e usare la diplomazia fino in fondo. Mi ritengo un empatico per natura e cerco di non interrompere mai i rapporti. Se sono costretto non lo faccio mai con acredine.
Lascio sempre un contatto aperto.
Perchè il futuro ci appartiene, ma non ci è dato conoscerlo.
mercoledì 25 dicembre 2013
Sulla Democrazia
Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.
domenica 22 dicembre 2013
Statali infedeli e finti poveri Il patto etico rotto dagli Italiani
Noi che paghiamo ogni multa mentre i truffatori restano impuniti.
La notizia dei tre miliardi sottratti allo Stato da parte di 5.000 dipendenti pubblici, che si aggiunge a quella dei finti poveri, dei falsi ciechi o dei turlupinatori di pensioni che ogni giorno vengono «scoperti» dalla Guardia di Finanza, non può che turbare - dove «turbare» è un eufemismo - le tante persone oneste di questo Paese, sempre più perseguitate da un Fisco che li ritiene gli unici «privilegiati» interlocutori.
Non è populismo affermare che molti dei nostri problemi economici sarebbero in parte risolvibili con una bella e definitiva pulizia degli sprechi e degli assurdi privilegi che l’apparato statale permette e concede a tutti coloro che sono riusciti a infilarsi sotto le sue ali mafiosamente protettive. Com’è possibile, infatti, ci chiediamo noi contribuenti, che per dieci, venti, trent’anni una persona percepisca una pensione di invalidità come cieco pur essendo perfettamente vedente, mentre una nostra qualsiasi minima mancanza, che sia una multa o un mancato pagamento di un contributo, viene immediatamente sanzionata e punita con severità? Quanti ciechi ci vogliono per non vedere un finto cieco? Come ci interroghiamo anche - e purtroppo sappiamo già la risposta - su quanti di questi 5.073 dipendenti dello Stato che hanno rubato, truffato, corrotto avranno come conseguenza la perdita del loro posto di lavoro. Non sono un’esperta di amministrazione statale, ma temo che la risposta sia «nessuno».
Questi uomini e donne che hanno tradito il patto di fiducia etico su cui si regge la società, hanno anche danneggiato i loro colleghi che lavorano con serietà e dedizione. Quali conseguenze avrà questo tradimento? Forse soltanto una multa o il trascinarsi in un processo che durerà anni e che finirà in una bolla di sapone.
Il messaggio che ci viene costantemente dato dallo Stato è che in fondo le nostre azioni non sono influenti, che il comportarsi bene o male non cambia nulla, se si ha un posto garantito. Il messaggio che quindi passa alle generazioni future è quello che il merito e l’etica in Italia non hanno alcun peso, cosa che peraltro viene confermata in ogni ambito della nostra società, dall’università alla pubblica amministrazione.
A volte, quando guardo i politici immersi nelle loro costanti e sterili polemiche televisive, mi domando: si rendono veramente conto dello stato di esasperazione della parte sana del nostro Paese? Credo proprio di no. Se si rendessero conto, infatti, agirebbero di conseguenza, senza timore dell’impopolarità, sfrondando, pulendo, liberandoci da tutto ciò che è inutile, offensivo e dannoso.
È la mancanza di questa semplice azione a spingere sempre più italiani verso l’indifferenza, il cinismo, il disinteresse o tra le braccia dei movimenti che afferrano le viscere e le torcono, perché è lì che, alla fine, si annida la disperazione degli onesti.
È su questo che riflettevo, andando in bicicletta per le colline umbre, desolata dallo spettacolo che ormai accompagna ogni mia escursione. Avevo appena superato la carcassa di un televisore abbandonato in mezzo ai rovi; doveva essere un lancio recente, dato che la settimana scorsa non c’era, come non c’era neppure il water di porcellana rovesciato in un fosso, sulla via del ritorno. Anche lui una new entry nel mio paesaggio ciclistico.
Chi, come i nostri politici, viaggia sempre in automobile forse non sa che quasi la totalità dei bordi delle nostre strade e autostrade è costellato di rifiuti e spazzatura. Ogni metro quadrato è invaso da bottiglie di acqua minerale, lattine, scatole di sigarette, pannolini, preservativi, batterie di automobili, plastiche: tutto viene allegramente scaraventato fuori dai finestrini. Se poi si abbandonano le strade asfaltate e si imboccano quelle bianche, il panorama diventa ancora più orrendamente variegato: frigoriferi, lavatrici, pneumatici di tutte le dimensioni, reti da letto sfondate, materassi, divani, poltrone, computer, bidet, carcasse di biciclette o di motorino e spesso anche automobili senza targa, per non parlare delle lastre di amianto, residui di pollai e di stalle, maldestramente nascosti sotto pochi centimetri di terra. E tutto questo non accade soltanto nella terra dei fuochi, ma anche nella verde e felice Umbria.
Bisogna aver il coraggio di dirlo apertamente: il nostro Paese - il meraviglioso giardino d’Europa - è una discarica a cielo aperto, di cui la «Terra dei fuochi» non è che la punta di un iceberg.
Questo disprezzo per il luogo in cui viviamo, oltre a provocare un enorme danno all’ambiente e al turismo, è uno specchio fedele dell’assenza di senso civico che permea ormai tutto il Paese e di cui la classe politica è stata, fino ad ora, la garante. Dopo di me il diluvio, potrebbe assurgere a nostro motto nazionale. Il fatto che esistano, in ogni comune, delle isole ecologiche in cui smaltire ciò che non serve più cambia solo in parte le cose, perché questi luoghi hanno orari e leggi da rispettare, e perché mai dovrei rispettare un orario e una legge, se posso non farlo?
Per anni, camminando in montagna, mi sono arrabbiata vedendo tutto quello che veniva abbandonato lungo i sentieri. Poi ho capito che quello sporco riguardava anche me, che arrabbiarsi e non fare niente mi rendeva complice del degrado. Così ho cominciato a raccogliere bottigliette di plastica, rifiuti e lattine come fossero fiori, riportandoli a valle con me. È questo che tutti noi dovremmo fare. Ciò che è fuori è sempre lo specchio di ciò che è dentro. L’immondizia che devasta il nostro Paese non è che la manifestazione del degrado etico che pervade ogni ambito della nostra società.
Così, pedalando desolata, pensavo: come sarebbe se ogni comune, ogni quartiere di città, mettesse a disposizione di noi cittadini dei mezzi per permetterci di raccogliere in prima persona i rifiuti abbandonati criminalmente per strada o nei boschi. E poi sarebbe anche bello che tutta questa spazzatura, invece di venir immediatamente smaltita e dimenticata, lasciando spazio all’arrivo di nuova, venisse portata nelle piazze principali dei paesi e dei quartieri e affidata alle mani esperte di ragazzi diplomati alle varie Accademie di belle arti, per venir trasformata, grazie alla loro creatività, in temporanei monumenti alla nostra inciviltà. Così, durante la passeggiata domenicale, prendendo un caffè o conversando con gli amici, tutti noi potremmo ammirare per un anno gli oggetti che abbiamo abbandonato: guarda, la mia vecchia lavatrice, il mio bidet, il televisore della nonna! Sarebbe istruttivo che poi tutti questi precari monumenti al nostro degrado venissero fotografati e raccolti in un delizioso libretto dal titolo: «Ciò che eravamo, ciò che non vogliamo più essere».
Susanna Tamaro - Corriere della Sera
domenica 10 novembre 2013
Papa Francesco: la dea tangente toglie dignità
giovedì 11 luglio 2013
Cucinelli: ecco il vero valore aggiunto
VALORIZZANDO “IL TESORO NASCOSTO DELL’ANTICA VOCAZIONE DEL BELLO”, DICE IL RE DEL CACHEMIRE, IL PAESE SI SALVERÀ
VALORIZZANDO “IL TESORO NASCOSTO DELL’ANTICA VOCAZIONE DEL BELLO”, DICE IL RE DEL CACHEMIRE, IL PAESE SI SALVERÀ
Il capitalista visionario Brunello Cucinelli è convinto che sì, l’Italia ce la farà: perché è il paese più bello del mondo, patria di Leonardo, Michelangelo, Tiziano. Deve solo abbandonare il segmento medio e concentrarsi sui prodotti ad alto valore aggiunto, che incorporano stile, design, creatività. Insomma, «l’Italia deve fare l’Italia, la bella Italia» e smetterla di ripararsi dietro la crisi, il debito, la politica. Quanto a lui, con l’Ipo (il titolo ha guadagnato in un anno il 110%) ha azzerato il debito e concentrato le risorse nell’apertura di nuovi negozi. Oggi sono 80 nelle grandi città e nelle località del glamour: Aspen, Capri, St. Tropez, Porto Cervo. I ricavi 2012 sono cresciuti del 15% a 279 milioni, e il primo trimestre si è chiuso a 88,8 milioni (+14% sullo stesso periodo). Il marchio produce interamente in Italia e realizza il 20% delle vendite nel Belpaese: il 32% in Europa, il 31% negli Usa, il 6% in Cina e il resto negli altri Paesi del mondo. Nel 2012 Cucinelli ha investito 27,3 milioni (e altri 16,4 nel primo trimestre 2013) nello sviluppo della rete dei monomarca e nell’ampliamento del polo di Solomeo, in provincia di Perugia, cuore dell’azienda. Lo incontriamo a Treviso dove partecipa a Modesign, un progetto a supporto di Venezia Nordest capitale europea della cultura 2019, e ha voluto omaggiare i Benetton, «ai quali sono legato perché a loro mi sono ispirato quando ho deciso di fareil cachemire colorato ».
Cucinelli, dove stiamo andando? «Come nel ‘500 i mercanti che tornavano dalle Americhe hanno portato il mais, la patata e il pomodoro cambiando il nostro modo di produrre, ci troviamo alla vigilia di un’altra rivoluzione, quella della conoscenza. Vede, mio babbo faceva l’operaio e così i miei fratelli. Nessuno di loro sapeva nulla dei profitti dell’imprenditore per cui lavoravano. Al massimo si sapeva che s’era comprato la Mercedes. Oggi non è più così: basta un clic dal più sperduto paese e chiunque può sapere dove abiti, quanto guadagni, cosa fai. E’ un cambiamento epocale perché ha messo in rete la conoscenza». Il mondo finanziario è pieno di bucanieri: pensa che questa stagione sia finita? «Con la circolazione della conoscenza, per essere credibile devi essere vero, non si può ingannare nessuno. Io credo che sia finito questo tipo di capitalismo. E che sia in arrivo una sorta di capitalismo umanistico contemporaneo. Aristotele sosteneva che l’etica è la parte più alta della filosofia. Abbiamo pensato di governare il mondo con la matematica e la finanza, ma è dall’unione con i saperi umanistici che sono nate le grandi università. È con le conoscenze umanistiche che ne usciremo».
Oggi però la disoccupazione è ai record e l’Italia somiglia più a un paese in declino che a una potenza industriale. Non crede? «La nostra, prima che una crisi economica, è una crisi di civiltà, di valori, di cultura. Adesso stiamo ridisegnando la mappa del mondo: sul breve soffriremo ancora un po’, ci sarà crisi di lavoro. Ma grazie ai nostri saperi umanistici ne usciremo prima e meglio degli altri, ne sono convinto: il mondo è affascinato dal prodotto italiano, dalla nostra storia, dal nostro stile. Cerca e vuole i nostri prodotti. Come si fa a pensare che non abbiamo un futuro? Il problema che abbiamo davanti è come realizzare prodotti di grande qualità se non investiamo nel capitale umano. Le persone sono il fulcro. Bisogna tornare a dare dignità al lavoro: un giusto salario, l’ascolto delle persone che lavorano con noi, la condivisione ».
Cosa fare in pratica? «Ci sono prodotti che non trovano più mercato. Non diamo la colpa alla crisi, alla politica: il mercato cambia, deve cambiare l’impresa. Se domani il cachemire italiano non lo comprasse più nessuno, bisognerà prenderne atto e mettersi a fare altro. Senza la parola fallimento: io abolirei questa parola dal codice civile, a meno che non vi sia del dolo. I ragazzi della Silicon Valley hanno chiuso cinque volte prima di sfondare». Gli imprenditori italiani sono maturi per cambiare il proprio modello industriale? «In un mondo come il nostro, il mercato cambia rapidamente: dobbiamo lasciare il segmento medio, che non è più di nostra competenza ma di altri, e salire di livello, cercando di produrre made in Italy, che peraltro nel mondo è ricercato. Cinesi, americani, russi adorano il prodotto italiano. E noi lo sappiamo fare meglio di tutti ». Dopo la quotazione, che programmi ha? «Sto investendo nel brand di segmento molto alto, e nei negozi: pochi, selezionati, nei posti giusti. Nessuno dei miei investitori mi ha chiesto di cambiare: voglio continuare così, a fare il cachemire più bello del mondo, nella mia Solomeo, con gli amici del circolo del paese».
Daniele Ferrazza - Affari & Finanza - Repubblica
sabato 11 maggio 2013
La lezione di Cucinelli ai futuri manager: la mia ricetta vincente? È quella dei benedettini
L'umanesimo di Cucinelli, puntellato su letture che vanno da Dostoevskji a Rousseau, fanno tappa nell'insegnamento di San Benedetto e si fondano su Aristotele e la sua etica, è l'esempio di quel capitalismo buono dimenticato, spesso, dalla globalizzazione selvaggia che ritiene possibile il profitto solo a scapito dell'uomo. "L'essere umano va trattato con dignità dal Bangladesh a Ravenna: in ogni parte del mondo l'uomo deve essere rispettato. Il mio sogno è sempre stato di rendere più umano possibile il lavoro dell'uomo e ho cercato di farlo seguendo una massima benedettina: sii rigoroso ma dolce, esigente ma abile". Il successo di Brunello Cucinelli è la prova che il rigore, non la rigidità, unito all'umanesimo sono le carte vincenti anche in un settore difficile come quello del tessile, dove lui opera. I numeri, del resto gli danno ragione, e contro quelli nemmeno il più sincero seguace di Antistene, può nulla. I breakdown ricavi degli ultimi anni parlano chiaro: nel 2010 sono di 203.599 (migliaia di euro), nel 2011 242.635 (migliaia di euro) e nel 2012, anno nero dell'economia globale, sono ancora saliti a quota 279.321 (migliaia di euro).
Cucinelli, a Bologna per partecipare al Mba lecture organizzato dalla Alma Graduate School, incontro moderato dal professor Massimo Bergami, risponde alla domanda che ogni giovane che si affaccia ad un colloquio di lavoro si pone: qual è la carta vincente per entrare in un'azienda, magari proprio la sua? «Io chiedo che scuola ha fatto, non mi interessa il voto, cerco di capire come immagina il mondo, che sogni ha, cosa vorrebbe dalla vita e soprattutto cerco di capire se è una persona per bene. Se lo è ecco, io lo scelgo».
E se si viene scelti da Brunello Cucinelli si entra a lavorare in un'azienda che conta 1020 dipendenti e 3000 collaboratori, in una struttura al cui interno ci sono due piccoli ristoranti (non mense aziendali), un parco dove trascorrere la pausa pranzo passeggiando e un capo che, tenendo comunque sotto controllo con un occhio i fatturati, con l'altro studia Marco Aurelio e cerca, per quanto umano, di migliorare quella fetta di mondo su cui può incidere.
di Deborah Dirani8 maggio 2013 - Il Sole 24 ore - Domenica
mercoledì 6 marzo 2013
Sobrietà
Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”
J. Ratzinger
domenica 20 gennaio 2013
Contro l'abuso della questione morale
Sulla contemplazione della propria diversità morale si costruiscono infatti fragili piedistalli, e anche reputazioni usurpate. Ma l’abuso della «questione morale» produce in ogni caso risultati disastrosi, cancella la politica come possibile rimozione di problemi e assegna alla lotta politica compiti impropri. La politica non dovrebbe avere la missione di sradicare dal cuore degli uomini la predisposizione al ladrocinio, ma di creare le condizioni perché i ladri siano neutralizzati e costretti a condurre una vita difficile. Forse Machiavelli era troppo cinico, ma Savonarola ha creato disastri ben maggiori.
Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui i partiti devono difendersi dagli effetti di una pessima nomea, peraltro egregiamente conquistata sul campo dopo decenni di ostinata cattiva gestione della cosa pubblica. La nomea di associazioni dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, veicoli di corruzione, collettori di tangenti, terra di pascolo per clientele e gruppi affaristici che attraverso la politica si procurano i mezzi per un arricchimento smisurato. È fondata questa nomea o è soltanto il frutto di una propaganda demagogica, o «qualunquista», come si diceva un tempo? È, purtroppo, una nomea più che fondata. Assistere allo spettacolo di consiglieri regionali che scialano in cene pantagrueliche i soldi pubblici degli italiani intascati con appositi regolamenti autopromozionali, oppure vedere in ogni parte d’Italia dilagare, a destra e a sinistra, nel Nord e nel Sud, le ruberie consumate ai danni della sanità italiana, tutto questo rende comprensibilmente sospetto l’appello a non abusare della «questione morale» durante e dopo la campagna elettorale in corso, pena l’accusa di voler minimizzare le colpe di chi fa politica per arricchirsi. Tuttavia bisognerebbe insistere: meglio accantonarla, la «questione morale». E non solo per la ragione trivialmente fattuale, eppure difficilmente confutabile, che nessuno degli schieramenti oggi in competizione può rivendicare una purezza cristallina che ne legittimi le pretese di supremazia etica. Ma perché la «questione morale» perpetua un equivoco e concentra l’attenzione sui comportamenti etici e non piuttosto sulle istituzioni e sulle leggi che dovrebbero impedire una deriva «immorale» nel governo dello Stato.
La «questione morale» è entrata prepotentemente nel lessico politico italiano, all’inizio degli anni Ottanta, con il leader del Pci Enrico Berlinguer. Oggi è molto diffusa la tentazione di idealizzare nostalgicamente il passato e fare di Berlinguer un santino. Ma non è mancanza di rispetto per un protagonista giustamente molto amato e stimato della vita politica italiana constatare che l’abuso berlingueriano della «questione morale» fu il frutto di un errore politico e di una distorsione culturale (lo diceva anche Miriam Mafai in Dimenticare Berlinguer: solo che purtroppo è stato dimenticato non Berlinguer, ma proprio quel fondamentale libro della Mafai). L’errore politico (allora blandamente contrastato dall’ala migliorista del Pci, con Giorgio Napolitano) fu quello di voler uscire dall’impasse del compromesso storico sconfitto con un’accentuazione del settarismo, con la sopravvalutazione della «diversità» e con un attacco furioso al socialismo craxiano, accusato di aver corrotto il Psi in una deplorevole e peccaminosa «mutazione genetica» della tradizione socialista di matrice «frontista»,molto poco conflittuale con il Pci. La distorsione culturale fu invece quella di stabilire una insuperabile barriera antropologica tra il mondo comunista, magnificato come moralmente superiore, eticamente integro, e il resto del mondo politico, confinato nel recinto infetto della corruttela e del malaffare solo per il fatto di «non» essere comunista e di non credere nei valori che il comunismo stava storicamente incarnando. Ma mentre l’errore politico è stato riassorbito dai tempi lunghi della storia, l’errore culturale invece ha dispiegato i suoi effetti negativi nel corso dei decenni, tanto da proiettare la sua ombra sulla sinistra italiana, in forme e con parole nuove, sino ai nostri giorni.
L’etica e le macerie
Nel corso degli anni Novanta, durante l’intero arco della Seconda Repubblica, il progressivo abbandono del marxismo ha infatti dato alla dimensione eticizzante una risonanza tutta nuova in una sinistra ex comunista che ha rischiato di essere travolta dalle macerie del Muro di Berlino. Il pertinace rifiuto di confluire, sin dalla scelta del nome del nuovo partito, in unmodello culturale di tipo socialista o socialdemocratico classico ha spinto la cultura lasciata orfana dalla scomparsa del Pci ad abbracciare una cultura di tipo giacobino e «azionista», con tutte le approssimazioni che questa definizione comporta, ma comunque fondata anch’essa su un’idea di due Italie irriducibilmente contrapposte lungo una frontiera di tipo «morale»: l’Italia dei pochi, degli spiriti magni, delle minoranze illuminate, l’Italia civile immersa in un’Italia maggioritaria, ma corrotta nel profondo, volgare, plebea, maleducata, avida, arraffona. Contro quell’Italia materialista, incapace di raggiungere la purezza etica delle minoranze intransigenti e combattive, si scagliarono Giovanni Amendola, censore dell’Italia che «non ci piace», e poi Piero Gobetti, che detestava a tal punto il riformismo socialista e quello «popolare» di don Sturzo (i «partiti del ventre») da intonare l’«elogio della ghigliottina» come estremo rimedio per raddrizzare il legno storto del popolo italiano. E la ghigliottina stava arrivando, portata sui carri che trasportavano le camicie nere nella marcia su Roma che avrebbe gettato l’Italia nella dittatura, facendo dello stesso Gobetti un martire della libertà conculcata.
Forse ricordare Gobetti e Giovanni Amendola riporta troppo indietro nel tempo. Ma la ripresa post-berlingueriana della «questione morale», intesa come ossessiva e autocelebrativa riproposizione di una chiave manichea di lettura delle cose italiane, ha avuto proprio questo sfondo culturale in cui crescere. Incrociandosi con la «rivoluzione giudiziaria» che ha seppellito una buona parte della Prima Repubblica e segnatamente i partiti che storicamente sono stati antagonisti alla sinistra comunista, l’enfasi sulla «questione morale» è infatti diventata il codice di una sinistra che, pur nella sconfitta, ha continuato a viversi come la parte «migliore» della società italiana. «Migliore» in senso morale, e agitando la «questione morale» in modo improprio e anche strumentale. Ma allora, come giustificare, sulla base di una presunta diversità-superiorità morale e antropologica, la scoperta di casi di malaffare anche nella casa della sinistra, dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia? Semplicemente non giustificandola, ovvero immergendola in una nebbia ideologica molto autoconsolatoria. E infatti si è voluto recintare quei fenomeni moralmente riprovevoli come casi isolati, pecore nere, episodi deplorevoli, ma non tali da inficiare la complessiva alterità della propria parte rispetto al sistema corrotto dell’Italia, anzi dell’«altra» Italia, «alle vongole», vorace e cleptomane. Il che non solo non soddisfa un criterio minimo di equanimità e di pari indignazione per fenomeni che purtroppo hanno coinvolto ambedue i lati della geografia politica italiana (assieme al Centro, ovviamente). Ma oscura e rende incomprensibili le ragioni, politiche, istituzionali ed economiche, di una rete di corruzione tanto diffusa.
A cominciare da una sempre negata, ma decisiva sul piano degli effetti corruttivi sulla gestione della cosa pubblica, dilatazione dell’ambito dell’intermediazione politica nella sfera degli affari e della vita economica dell’Italia, a livello centrale e soprattutto negli enti locali, dove il traffico degli appalti dominati dalla politica è tanto più intenso e pervasivo quanto più è largo il confine delle scelte economiche costrette a dipendere da scelte di natura esclusivamente politica. L’abuso della «questione morale» offusca il fatto che lo Stato occupa ancora, in tutte le sue articolazioni, uno spazio asfissiante nella vita sociale ed economica di tantissimi cittadini. Quando occorre rivolgersi alla «politica» per ottenere un appalto, ricevere un permesso, strappare un’autorizzazione, partecipare a una gara pubblica con una ragionevole possibilità di vincerla, incassare un finanziamento pubblico, conquistare un posto di lavoro, vuol dire che troppo spesso i cittadini si informano su chi vince le competizioni elettorali per capire da che parte andare e quale colore indossare. Si apre uno spazio di discrezionalità politica su ambiti della vita e del lavoro che altrove sono regolati da criteri di merito e di trasparenza e che nessuna bandiera sulla «questione morale» sarà capace di cancellare. Invece di chiedere la ritirata dello Stato da sfere che non gli sono proprie, si continua a pensare che la «buona politica» sia solo un problema di rettitudine personale che attiene alla moralità e non al funzionamento della cosa pubblica.
Mercato e regole
La cultura media italiana è ancora incline a bollare come biecamente e selvaggiamente «liberista» la proposta di ridurre il raggio d’azione della politica e di lasciare la società libera di svolgere le proprie attività senza dover fare anticamera con i politici di turno, assessori prepotenti, sindaci arroganti, consiglieri regionali disattenti ed esosi. C’è ancora l’idea, molto diffusa tra i più convinti vessilliferi della «questione morale», che il mercato sia il luogo dell’immoralità e dell’avidità e che dunque ogni proposta di restituire al mercato ciò che è stato usurpato dall’intermediazione politica non possa che aggravare i termini di un’urgente «questione morale». Mentre è il mercato regolato dalle leggi, ma non asfissiato da una politica avida e intrusiva, a diminuire l’occasione per i partiti di ottenere qualcosa in cambio di autorizzazioni e appalti che non dovrebbero essere concessioni magnanime di un potere pubblico, questo sì sregolato e invadente, ma diritti. Diritti dei singoli. Diritti dei cittadini. Diritti degli imprenditori che non devono essere costretti a chiedere favori. Questa è la vera «questione morale»: considerare del tutto ovvio che sia elargito come un favore ciò che un cittadino dovrebbe e potrebbe esercitare come un diritto. Machiavelli e il suo cinismo politico non c’entrano. C’entra la pretesa di una politica che pretende di dettare un’agenda morale, anziché riconoscere l’immoralità della propria illimitatezza e onnipotenza. Per diventare finalmente un Paese normale, come si aspetta, vanamente, da decenni.
Pierluigi Battista - La Lettura de Il Corriere della Sera
lunedì 31 dicembre 2012
Cucinelli “I nuovi mercati sognano l’Italia. Per questo abbiamo un futuro d’oro”
Un successo imprenditoriale, insomma. Eppure, durante un colloquio di oltre un’ora per preparare questa intervista, Brunello Cucinelli ha raccontato la storia sua e della sua azienda senza pronunciare mai - mai - espressioni come «budget», «Ebitda» o «tassi di interesse». Ha invece parlato di umanesimo e di moralità, del suo sogno di diventare un monaco, di Socrate e della passione per l’imperatore Marco Aurelio («Un genio dell’umanità»), dell’importanza di vivere in un borgo umbro del Trecento - Solomeo - che ha restaurato e in cui ha sede l’azienda o delle regole organizzative che si è dato (alle 18 gli uffici chiudono, anche per il titolare, e si fa altro).
Ancora, ha raccontato l’amore per le camminate in solitudine nei boschi, «da cui ritorno ubriaco di bei pensieri», o il piacere di prendere appunti - «due pagine fitte fitte» - ascoltando Roberto Benigni parlare della Costituzione in televisione.
Ragionamenti e suggestioni che si ancorano però ad alcune certezze. La prima, di non essere un romantico visionario, a dispetto dell’originalità dell’approccio agli affari rispetto a tanti colleghi; e i risultati, rileva, sono lì a dimostrarlo. La seconda, di credere che l’Italia non solo riuscirà a superare questa crisi terribile, ma che avrà davanti a sé uno sviluppo inatteso, un «nuovo Rinascimento» grazie alla fame che i nuovi mercati mondiali hanno dei nostri prodotti.
È una filosofia di vita e di impresa che Cucinelli - 59 anni, sposato, due figlie che lavorano con lui - sviluppa attraverso alcune parole-chiave. Eccole.
Dignità
«Ho investito tutto nella dignità dell’essere umano. Se devo dire un segreto per la mia attività, parto da qui. Ho sempre pensato che l’essere umano che lavora in condizioni migliori è più creativo, geniale, ha un livello di responsabilità altissimo. Io vengo da una famiglia di contadini, ho visto mio padre soffrire quando ha lasciato i campi per lavorare in fabbrica, dove si sentiva umiliato, offeso. Non si lamentava dello stipendio, ma di come veniva trattato. E io mi sono detto - avrò avuto 15 o 16 anni - che quello che avrei fatto nella vita, l’avrei realizzato rispettando l’essere umano. Il premio dato a Natale ai dipendenti è un segno di ringraziamento per questi 34 anni insieme. Ma poiché siamo un’azienda quotata, è giusto spiegare che è stata un’elargizione fatta dalla mia famiglia, privata».
Regole
«Nel costruire la mia impresa mi sono ispirato ad alcune regole. Si entra alle 8 e siamo tutti puntuali, ma nessuno lavora dopo le 18. E non è che io vado a casa e mi metto al computer. Anzi, se non devo uscire, magari resto davanti al fuoco a pensare. Nel mio lavoro ho preso a esempio la cultura di San Benedetto, laddove dice di essere rigoroso e dolce, esigente maestro e amabile padre. Dice anche “cura la mente con lo studio, l’anima con la preghiera e il lavoro”. Ecco, io credo che dobbiamo tornare a fare una vita più umana, in cui lavoro, studio e preghiera siano ben bilanciati».
Fascino
«Stiamo continuando a crescere, sì, siamo un’azienda internazionale, esportiamo quasi l’80% dei nostri prodotti. Io, che sognavo di fare il monaco, oggi vivo quasi tre mesi l’anno all’estero, e vi assicuro che c’è un mondo intero, un nuovo mondo, che è affascinato dall’Italia, dai nostri manufatti, dalla nostra bellezza, cultura, unicità. Non esiste un solo cinese che non abbia il sogno di conoscere noi e i nostri prodotti. È ancora un valore essere un’azienda italiana, e poiché siamo sempre la seconda manifattura d’Europa e abbiamo industrie solide e competenze riconosciute, non ho dubbi che il nostro modello di business abbia un futuro».
Rinascimento
«No, non esagero a dire che ci aspetta un secolo d’oro, una nuova primavera, un secondo Rinascimento. C’è un bel momento, intorno al 1535, quando i mercanti tornano dall’America e portano pomodoro, mais e patate e sconvolgono i sistemi di produzione europea. Mi sembra simile alla fase che viviamo oggi, no? Ci sono nuovi mondi che sono arrivati con i loro prodotti e stanno cambiando l’umanità, ma in questo progetto noi siamo al centro, perché per questi popoli noi siamo un punto di riferimento. Quindi è vero che nel breve periodo avremo ancora difficoltà, ci saranno problemi di disoccupazione, ma se guardo a lungo termine vedo che il meglio per il Paese deve ancora arrivare. Certo, dobbiamo essere rigorosi con noi stessi e capire se un’impresa deve cambiare strada rispetto al passato. Come ha detto il ministro Passera, non bisogna più vedere il fallimento di un’azienda come una vergogna, ma come un passaggio a volte necessario per intraprendere una nuova avventura».
Formula
«Non creda che la formula d’impresa che ho realizzato valga solo perché ho un’azienda d’abbigliamento che lavora con il cashmere. Certo, se la nostra sede sorgesse in una zona industriale, avremmo un po’ meno fascino, perché il borgo medievale, il teatro, l’accademia, la biblioteca, beh..., contribuiscono a creare un ambiente particolare. Ma il modello è replicabile, nel mondo del lusso come nell’industria pesante, perché l’essere umano ha gli stessi sentimenti, dal Bangladesh a Perugia».
Coscienza
«Negli ultimi due-tre mesi vedo emergere i segni di una nuova presa di coscienza umana, civile, morale nel nostro Paese. C’è una diversa consapevolezza della realtà e del futuro. Le racconto un episodio. Ogni due mesi facciamo un’assemblea con i dipendenti, analizziamo la situazione, discutiamo di strategie. Nell’ultima, ho detto ai ragazzi: mi raccomando, cerchiamo di essere molto speciali, di risparmiare qualcosa per un amico che ha perso il lavoro, ma continuiamo a credere che possiamo vivere un anno speciale. E ho visto molti con gli occhi lucidi, convinti che siamo ancora una nazione seria, con uomini seri, che non dobbiamo avere paura. Ho visto prima mio nonno, poi mio padre, soffrire la fame, patire la guerra e la dittatura. Come facciamo noi ad avere paura? Oggi vediamo il mondo cambiare, aprirsi, dobbiamo tornare a credere nei grandi ideali».
Artigiani
«Fino a un paio di anni fa una giovane si vergognava di ammettere che faceva la sarta. Oggi non è più così. Sta cambiando la percezione. Io credo fermamente nella grandissima artigianalità italiana, nel valore di produrre tutto qui con artigiani che siano contemporanei, creativi, innovativi. C’è poi il discorso economico. Sapere di cominciare un lavoro per circa 1000 euro al mese, con la prospettiva di arrivare a 1250 dopo otto anni, ecco..., dobbiamo cambiare qualcosa. Un prodotto che esce da noi a 350 euro e arriva in negozio a 1000, ha diciamo 70 euro di manualità vera. Se noi ne diamo 90, non pregiudica nulla dell’attività, ma abbiamo trovato il modo di riconoscere qualcosa di più a persone che sono la nostra fonte di vita e la nostra cultura. Così nasce la decisione di retribuire i dipendenti con il 20% in più rispetto al contratto».
Umanesimo
«No, non credo ci sia contraddizione tra parlare di morale ed etica nel lavoro e prodotti venduti a 1000 euro. Vorrei che mi dicessero che i nostri prodotti sono costosi, sì, ma non cari. Se sono costosi, si riconosce l’opera di chi li ha lavorati, se sono cari allora qualcuno ne ha approfittato. Vorrei che chi compra i nostri articoli sapesse che cerchiamo di fare un profitto sano, garbato, senza cercare di recar danni a nessuno. Sono convinto che stia nascendo una forma di capitalismo contemporaneo, che io chiamo umanistico, in cui le persone che lavorano con me sanno tutto di me, sanno come la penso e dove vado in vacanza, perché l’unico modo per essere credibili, oggi, è essere veri. Ripeto spesso che mi sento custode della mia azienda, con l’impegno di farla crescere e donarla a chi verrà dopo. È un principio che ho imparato da Marco Aurelio, “vivi come fosse l’ultimo giorno, progetta come se avessi davanti l’eternità”».
Politica
«Sono affascinato dalla politica, la rispetto, discuto, parlo di politica anche con i miei dipendenti, ma no, non mi candido a nulla. Ricorda Socrate? C’era un poeta capace, che voleva fare il politico e alla fine non riuscì a far bene il politico e neppure più il poeta... Ecco, io faccio solo l’industriale artigiano. Sono di formazione socialista, forse più correttamente direi socialdemocratica. Di recente ho visto una bella politica con l’esperienza delle primarie del Pd. Renzi? Ha restituito alla politica sogno e garbo, tranne che per quella espressione, “rottamare”, sarebbe servito un termine meno duro. Le dico però che avrei votato anche alle primarie del Pdl, se le avessero fatte».
Luca Ubaldeschi - La Stampa









