domenica 30 giugno 2013

Quale Stato del Benessere se non c'è più una lira?


Gli standard che abbiamo conosciuto ormai vanno sparendo. Si può ugualmente riavere un sistema giusto con uno scatto culturale che prenda sul serio l'art. 118 della Costituzione 
Sfuggire al ricatto economico per ripensare con maggiore serenità a finalità e possibili miglioramenti dell'attuale struttura previdenziale 

Il welfare tradizionale sta cedendo di fronte alle revisioni imposte al bilancio dalle politiche di stabilità europee. Sul welfare locale pesano i tagli delle fonti di finanziamento statale, passate da 2,1 miliardi del 2008 a 0,55 miliardi di euro del 2011 (-74 per cento), con il totale azzeramento di alcuni fondi (politiche giovanili, inclusione degli immigrati, pari opportunità, non autosufficienza) e la riduzione del Fondo per le politiche sociali, passato da 930 a 43 milioni di euro. 
Il tema del futuro del welfare non rappresenta un'emergenza solo per l'Italia, ma un problema per tutti i Paesi sviluppati: basti pensare che il welfare europeo vale il 58 per cento di quello mondiale, nonostante gli europei siano solo l'8 per cento della popolazione mondiale.
Il welfare in Italia, dunque, rispetto agli standard a cui la mia generazione si era abituata, è finito e bisogna prenderne tristemente atto. (...)
Il paradosso è che in Italia ci si oppone, mentre nel Regno Unito la classe politica promuove la "Big Society", cioè l'intervento strutturale del privato nell'attività pubblica, a seguito della consapevolezza che il sistema sociale com'è attualmente, oltre a non essere sostenibile, produce la "dependency culture" e un notevole numero di approfittatori, da un radicale ridimensionamento dello Stato sociale.

La riforma inglese, varata dal Governo, mira a risparmi per 18 miliardi di sterline l'anno, e andrà a colpire i percettori di assegni familiari, i disabili, i beneficiari di sussidi per la casa, l'intero sistema sanitario nazionale, in un'ottica decisamente antikeynesiana, caldeggiata dalla Ue, dalla Bce e dall'Fmi.
Anche se il percorso intrapreso nel Regno Unito segna il passo, bisogna prendere dal modello della Big Society ciò che funziona e studiare come trasferirlo da noi. 

In particolare, il tentativo di trasferire direttamente alle collettività locali responsabilità nella definizione dei tributi, nella politica dei trasporti, nella gestione di scuole, musei, parchi pubblici, servizi alla persona eccetera.

Ad esempio, si può guardare con attenzione all'esperimento laggiù avviato, che sta trasferendo al cittadino, con un alleggerimento dell'impegno dell'amministrazione del beneficio sociale, l'onere della cura delle proprie esigenze socio-sanitarie.

L'esperimento avviato in alcuni comuni e contee denominato "In Control" ha avuto risultati lusinghieri soprattutto per quanto concerne il gradimento dei cittadini. Detto modello pilota predetermina le risorse economiche da assegnare agli utenti, in modo che possano pianificarne l'utilizzo. Poco tempo dopo aver chiesto assistenza, essi vengono a sapere quale sarà lo stanziamento di risorse a loro disposizione per acquistare sostegno. Molti richiedenti stabiliscono da soli i loro bisogni attraverso un semplice sistema di punteggi; in alcune contee questo calcolo si fa addirittura al telefono. In seguito lo stanziamento viene verificato e tradotto nell'assegnazione di un fondo consistente in una somma di denaro. 

I budget possono variare da poche decine di sterline la settimana, che servono a un anziano fragile per acquistare assistenza domiciliare, alle decine di migliaia di sterline che servono a un giovane gravemente disabile per ottenere assistenza 24 ore su 24.
La mia proposta presuppone la piena attuazione di quella mutazione culturale che, favorita dalla modifica dell'articolo 118 della Costituzione con l'introduzione del principio di sussidiarietà, ha rovesciato la concezione precedente di stampo statalista e assistenzialista, avviando il recepimento in senso positivo del contributo dell'associazionismo, dello spirito di iniziativa del privato sociale, della "cittadinanza attiva" alla soluzione dei problemi delle comunità locali che sono, poi, anche quelli dell'intero Paese. (...)
Lo Stato da parte sua (...) deve avere un ruolo da protagonista nel promuovere e regolare, negli indirizzi di fondo, questo nuovo welfare che stiamo definendo, compito al cui interno sta l'esigenza di una complessiva e coerente riforma dei corpi intermedi della società civile, e dell'impresa sociale, affinché quest'ultima faccia un salto di qualità, riuscendo ad attirare investimenti profit, dando corso contestualmente a una disciplina fiscale di favore per il terzo pilastro, secondo quanto accade in gran parte dei Paesi europei. Ma lo Stato sta alla dimensione pubblica come l'apparato scheletrico sta al corpo. Questa, nella metafora, dovrebbe essere la corretta relazione tra le istituzioni e la sfera degli interessi comuni. (...)
Uno Stato, per definirsi sociale, deve promuovere il principio del sostegno comune e dell'assicurazione collettiva contro la cattiva sorte individuale e i suoi effetti, principio che fa di una società semplicemente teorizzata una comunità reale, che promuove i singoli allo status di cittadini, cioè "stakeholders", oltre che "stockholders", e attori responsabili.
Se riusciamo a sfuggire al ricatto economico, allora possiamo ripensare con maggiore serenità finalità e funzionamento dell'attuale sistema di welfare, cui si accompagna una domanda di maggiore autonomia per i diversi attori sociali, nel quadro di una piena e sostanziale applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. (...)
Il welfare nazionale ha bisogno di una stagione istituente, in grado di valorizzare il modello italico, che ha prodotto nei secoli una ricchissima e diffusa ramificazione di iniziative e di opere sociali, che dal particolare sono riuscite a imporsi a livello universale.
Bisogna ritornare un po' alle origini, al capitale sociale esistente in quantità già significative nei territori, capitale capace di attenzioni antiche quali la mutualità e la solidarietà, per aggiornare il modello, affinché si pervenga a un welfare di nuova generazione, in grado di passare da una logica della prestazione e della moneta, tipica del vecchio sistema, a una logica del legame sociale, della partecipazione, del coordinamento delle politiche sociali, dell'impegno comune di tutti gli attori.

Emmanuele Emanuele - Il Sole 24 Ore Presidente della Fondazione Roma1


domenica 9 giugno 2013

Come la bellezza salverà il mondo e l'economia

In un paese come l’Italia l’idea del bello gira intorno a tutti noi, e nei nostri giorni migliori tutti voIn un In un paese come l’Italia l’idea del bello gira intorno a tutti noi, e nei nostri giorni migliori tutti vorremmo girare intorno al bello.

Le belle parole contro il rumore di fondo che ci opprime dalla tv. Il film la Grande Bellezza che ci commuove. Il mare nel weekend. Le scarpe fatte a mano di Saskia. A Firenze Ponte Vecchio al tramonto. Il bello del passato e il bello del presente, ma anche il bello del futuro, la rivoluzione industriale delle stampanti 3D, capaci di trasformare le merci standard dell’industria in oggetti smart, unici e personalizzati.

La bellezza salverà il mondo, scriveva Fiodor Dostoevskij che aveva conosciuto l’orrore di una finta esecuzione e della Siberia. Aveva ragione? La bellezza può salvare le nostre vite da una quotidianità distratta? La bellezza può farci sentire vivi, davanti allo schermo di un computer e nella vita di ogni giorno?

Dai siti, dai telegiornali, dalle prime pagine sembra quasi che la “crisi economica” sia ormai la nostra sola padrona. Invece, a sorpresa, posta del duello tra Old Artisans contro New Makers, il tradizionale “fatto a mano” contro la “tecnologia di moda”, è il bello. La nuova economia passa dall’estetica, non solo dall’high tech. E il mago Steve Jobs l’aveva capito prima di tutti e su questa scommessa ha vinto il suo impero e il suo fascino.

Il Made in Italy deve ora affrontare questa prova: artigianato, piccole produzioni di qualità, il classico “lavoro ben fatto”. Ma la qualità locale non basta nel mondo globale. Se la nostra “bellezza” non filtra lontano via web e social media è come un capolavoro dimenticato nella cantina di un museo, nessuno l’amerà.

Moda, arredamento, alimentare, i grandi brand si vestono ora da artigianato. “Lusso”, nella cris,i non è più un cartellino con un prezzo esoso, è cura, tempo, produzione limitata, a passo d’uomo. Nei “Tempi Moderni” di Charlot “industria” era una catena che legava l’operaio a una singola mansione e il consumatore a un singolo prodotto. La nuova rivoluzione industriale dice addio alla frenesia burocratica del “taylorismo” e dà il benvenuto al “taylor made”, produttori diversi per consumatori diversi, nel mercato d’Asia o sotto casa.

Manifattura additiva e fablabs sono solo l’inizio, e una parte, del nostro futuro di lavoro. Negli Usa, la metamorfosi della grande industria a new economy riconverte aree urbane e no, crea occupazione, ricerca laboratori. A San Francisco, in California, lo Stato rimette a disposizione spazi e capannoni dismessi; giovani e non ripartono con piccole, o medie, attività manifatturiere. Associazioni come SF Made promuovono le produzioni locali, e il processo si allarga a New York e Detroit. Dopo una generazione senza manifattura la capitale della Borsa e la vecchia metropoli dell’automobile tornano a “montare” oggetti e produrre beni e servizi. Vince non la nostalgia, ma l’orgoglio del fare “in casa”, a chilometro zero. E vale per le birre delle microbrewery, le distillerie locali, come per le stoviglie disegnate dai clienti e prodotte via additive manufacturing, o stampanti 3D.

“Sarebbe però un errore cercare una via alla rinascita manifatturiera italiana solo scimmiottando gli americani- osserva Roberto Scaccia, italiano co-fondatore della piattaforma Usa di e-commerce per l’artigianato Zanoby.com. Da noi, prima ancora di considerare un “update” tecnologico, sarebbe necessaria la coscienza del valore custodito dalle nostre piccole e medie imprese. La sapienza delle mani di chi lavora, il processo produttivo classico, capace di raccontare identità, luoghi e saperi che le lavorazioni artigianali racchiudono. Questa eredità è amata dagli utenti globali. Dobbiamo connetterci, ricevere i loro feedback su nuovi prodotti ed avviare una nuova “committenza” collaborativa, a tu per tu con il cliente finale.”

Zanoby.com, startup nata da 2 anni e attiva sul web da qualche mese, ha fatto di questa visione il proprio core business. Una piattaforma dove il bello è protagonista. Articoli di qualità rappresentati con immagini, video e contenuti multimediali da premio Oscar. Non vende semplici prodotti, vende il modo in cui sono creati, le storie dei produttori, i valori del territorio da cui provengono. Roberto è un antropologo, 35 anni, occhi furbi e fisico dalla cura californiana. Un cuore italiano che vive in USA da anni, e queste sensibilità gli fan sognare e progettare il Nuovo Rinascimento ArtigianoCi siamo conosciuti, prova a dirlo, grazie al web. Una sua collaboratrice aveva rintracciato il mio profilo facebook e scovato tra i miei post la visione “passionale” che ci accomunava.

Nella lunga skypecall Firenze-SanFranciso, Scaccia mi parla di manifattura “antropocentrica”, che in inglese suona meglio come “human centered manufacturing”. Una manifattura che fa della dimensione umana il suo punto di riferimento. “Nella sapienza delle mani risiede una coscienza collettiva del saper fare artigiano, custodita fra le linee della pelle e le articolazioni delle dita. Bisogna tornare a valorizzare questo patrimonio di sapere – insiste Scaccia – a partire dal sistema educativo, in tenera età, e farlo divenire una tradizione innovativa, e suggestiva, anche per i giovani imprenditori, in Brasile e in Brianza, per rigenerare tradizioni locali, aggiornandole con un senso estetico globale, comunicarle e rivenderle nel mondo”.

Roberto Scaccia è membro del comitato scientifico di CNANeXT, il Festival dell’intelligenza collettiva che  organizzeremo ad ottobre a Firenze. Nella capitale mondiale dell’artigianato parleremo della nuova manifattura.

Un sogno antico, ma fatturati modernissimi.

Francesca Mazzocchi - www.Chefuturo.it



domenica 2 giugno 2013

Una libertà minacciata


Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.

Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche - non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato - ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire ). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.
Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu ).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.
Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?
La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.
Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola - che sono i due pilastri della libertà politica - vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo - e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa - rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati.

Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima. 
È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» - ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto - ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».

Non temere !

Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.
Gabriele D'Annunzio 
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/paura-e-coraggio/frase-8152?f=a:4932>

sabato 1 giugno 2013

Tel Aviv, l'altra Silicon Valley

D«In Israele ci sono troppe buone idee: il problema è capire quali sono utili», quelle cioè che servono alla gente e al mercato e fanno guadagnare. A dispetto dei suoi 28 anni, Yoav Oz di Star-Tau, fisico da Navy Seals israeliani con i quali ha effettivamente prestato servizio di leva, insegna a chi ha quelle idee a farne un business. A trasformare un'intuizione in un'impresa.

Delle 20 domande di ammissione che ogni giorno riceve da quando ha aperto i battenti cinque mesi fa, Star-Tau ha selezionato 32 idee meritevoli di diventare una start-up. Questo stesso centro di educazione all'impresa creato da un gruppo di studenti all'ombra della Tau, l'Università di Tel Aviv, è una nuova impresa. La Tau aveva dato loro 1.500 dollari e oggi muovono un capitale da un milione.
Quando trova il suo terreno naturale, una start-up è un cromosoma culturale ed economico in continua mutazione. Secondo lo start-up Ecosystem Report 2012 nessun luogo al mondo dopo la Silicon Valley gli è più congeniale di Tel Aviv. Seguono Los Angeles, Seattle, New York, Boston e Londra. Per essere precisi, più di Tel Aviv, il quartiere Nord orientale di Ramat Hahayal. L'universo israeliano dell'hi-tech e dei media digitali lo ha sviluppato in questo quindicennio semplicemente perché nel folle mercato immobiliare della città, i prezzi erano i più bassi. E per la vicinanza all'Università: della fenomenale impresa israeliana delle start-up, i 57 college e le otto università del Paese sono un approdo fondamentale.

È più complesso spiegare perché in Israele è accaduto tutto questo. Perché in un Paese di 7,8 milioni di abitanti, con qualche serio problema geopolitico alle porte, operino 5mila start-up: alcune muoiono, molte diventano imprese consolidate, altre sono acquistate da stranieri. «Dopo 24 mesi una start-up deve incominciare a prendere i soldi dal mercato», dice Ziv Min-Dieli di The Time, uno dei 25 incubatori privati del Paese: in questo crescono 40 start-up e 400 sperano di entrare. Ma ogni anno ne nascono di nuove: 546 nel 2011, 575 l'anno scorso. Un programma statale iniziato un ventennio fa con 100mila dollari ha creato un'industria da quattro miliardi. «Un master plan non è mai esistito», spiega Benny Zeevi, co-presidente di Israel Advanced Technology Industries, una piattaforma delle start-up. «In un certo senso eravamo come Cristoforo Colombo: era partito con una mappa sbagliata eppure ha scoperto l'America».

Ma se negli Usa e in Europa le start-up sono genio e iniziativa privati con il corollario di amministrazioni locali lungimiranti, in Israele è molto di più. È l'impresa collettiva che definisce una nazione. Come i kibbutz 65 anni fa. Le start-up sono il kibbutz tecnologico del XXI secolo. Per spiegarne il senso, il miliardario Yossi Vardi usa la parabola della "madre ebrea": «La tecnologia è ovunque. Ma in Israele tutti i figli sanno che la mamma dirà loro: con tutto quello che ho fatto per te, è troppo chiederti almeno un Nobel?». Negli ultimi dieci anni Israele ne ha prodotti sei: le mamme dovrebbero essere soddisfatte.
Tutto incomincia nel 1985 (Primo ministro Shimon Peres) con il programma di stabilizzazione economica che trasforma Israele da Stato del welfare socialdemocratico in neo-liberale. Prosegue con la rivoluzione tecnologica delle Forze armate (Shimon Peres); con la Perestroika che permette a migliaia di scienziati, matematici, inventori russi di emigrare in Israele: il passaggio dal bagaglio teorico della loro educazione sovietica a quello applicativo e commerciale ha richiesto forse cinque anni, non una generazione. Poi c'è stato il dividendo della pace di Oslo: nel 1973 le spese militari erano il 35% del Pil, a partire dagli anni 90 scendono al 9. In maniera totalmente bipartisan, i governi assemblano il valore aggiunto di tutti questi avvenimenti politici e investono nei nuovi incubatori. A partire dal decennio scorso gli incubatori passano interamente ai privati. La nuova frontiera delle start-up ora è la ricerca nella neuro-biotecnologia. 

Senza lo Stato, tecnologia e start-up non avrebbero avuto queste dimensioni. «Israele è piccolo e non è uno Stato federale: per Gerusalemme è più facile determinare quel che accade a Tel Aviv», spiega Avi Hasson, responsabile dell'ufficio del Chief Scientist del ministero dell'Industria. Hasson è il regolatore del mondo delle start-up e dei suoi finanziamenti: controlla i 25 incubatori del Paese, garantisce le infrastrutture e molto denaro. «Noi non diamo soldi alle imprese ma ai progetti di ricerca», precisa Hasson, 46 anni, venti dei quali da venture capitalist privato, triennio di leva nello Shmoneh-Matayim. È l'Unità 8200 dove i giovani geni del Paese passano i tre anni di leva obbligatoria a inventare cose. Prima della pillola con la nanocamera per indagare nell'intestino, il suo creatore aveva concepito la microcamera sulla punta delle bombe sganciate dall'aviazione.

Fissate le regole, ogni università, ogni incubatore è libero di fare ricerca e raccogliere fondi. Anzi, ha il dovere di farlo. Get Taxi è incominciato con un app e ora non è solo più semplice chiamare da un cellulare un'auto pubblica in tutto Israele, 200 black cabs se sei a Londra e 200 taxi a San Pietroburgo. È nata una filosofia: «È più facile e meno dispendioso andare da un punto A a un punto B, riduce il traffico, è tutto più ecologico», dice Nimrod May, Global VP marketing di Get Taxi. Ma quando Dov Lautman di Delta, capitano storico dell'industria tradizionale, stabilisce che «prima della stoffa c'è il corpo» e vende 300 milioni di canotte e mutande nel mondo dopo un processo produttivo di 18 gradi d'innovazione, anche la grande manifattura gode delle ricadute delle start-up.

Quando Rafi Gidron attraversa la lobby del David Intercon la gente si volta a guardare, qualcuno si avvicina per stringergli la mano. Secondo la similitudine start-up/kibbutz, Rafi per Israele è un Moshe Dayan del XXI secolo. Fra le tante, nel 1997 ha creato una start-up chiamata Chromatis che nel 2000 Lucent ha comprato per 4,7 miliardi di dollari: la più grande acquisizione della storia d'Israele. 
Vent'anni fa, quando è iniziata l'avventura israeliana delle start-up, «un ingegnere di Tel Aviv guadagnava un quinto del salario di un americano», spiega Eyal Reshef, fondatore di Israel Media Mobile Association. «Ora non è più così: costa il 110% in più». È un segno di benessere, di maturità. E l'avviso che bisogna inventare qualcos'altro di nuovo, vincere altri Nobel per soddisfare gli investitori e continuare a far felici le mamme d'Israele.

Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-26/aviv-altra-silicon-valley-082209.shtml?uuid=AbYWxHzH&p=2



martedì 14 maggio 2013

La cucina dei gran sacerdoti. Bisogno primordiale addio, ma a tavola non siamo tutti uguali.

Si parla molto di cibo, oggi. Anche troppo. Ma non temiamo (o non illudiamoci) di essere i primi a farlo. Di cibo, gli uomini hanno sempre parlato molto. Letteralmente e metaforicamente. Da prospettive diverse, per ogni sorta di interessi, accompagnando l’intero percorso del cibo dalla produzione al mercato, dalla cucina alla tavola. Trattati di medicina e di dietetica, di agronomia e di botanica, norme legislative e regolamenti commerciali, libri di cucina e di buone maniere, letteratura d’invenzione e di intrattenimento, non c’è testo (da Omero alla Bibbia, fino ai giorni nostri) che non abbia in qualche modo intercettato uno o più aspetti della cultura alimentare. Ci sono poi le tradizioni orali, le esperienze e i saperi trasmessi — attraverso i gesti, o magari in forme proverbiali — senza neppure ricorrere allo scritto. La ragione di tutto ciò è semplicissima, addirittura banale. Mangiare è la prima e principale necessità del vivere quotidiano. Incarna ed esprime una gamma vastissima di valori materiali e mentali, tra fame e salute, necessità e piacere. Per questo, il discorso sul cibo ha sempre avuto un ruolo centrale nelle attenzioni degli uomini. E allora, perché stupirsi di quanto posto abbia oggi nei media?

Un elemento di novità in effetti esiste, ed è l’esistenza stessa dei media: non il contenuto (che è antico) ma il supporto dell’informazione. I mezzi di comunicazione di massa — giornali, radio, televisione, cinema, internet —hanno impresso un’accelerazione impressionante alla quantità di dati, di notizie, di discorsi che vengono quotidianamente scambiati nel mondo. Tuttavia, rispetto alle forme tradizionali di comunicazione c’è anche diversità nei contenuti.

Anzitutto, c’è il ruolo predominante del business (anch’esso realtà antica, ma mai nelle dimensioni attuali). L’industria del cibo — che non vuol dire l’industria alimentare in senso stretto,ma tutto ciò che ruota attorno alla produzione e alla preparazione degli alimenti, ai sistemi di ristorazione, al turismo gastronomico — ha spostato sul piano professionale molte attività che tradizionalmente appartenevano all’economia domestica. Molta più gente oggi si affida a «specialisti» per soddisfare il bisogno di cibo (e di discorsi sul cibo). La cucina, intesa nel suo senso più ampio (non solo il gesto «finale» del cuocere e condire, ma la filiera completa delle attività di reperimento, trasformazione e allestimento del cibo) non fa più parte delle pratiche e dei saperi collettivi ma è stata in gran parte delegata a una schiera di professionisti, quasi dei «sacerdoti» a cui si chiede di dare risposte a questo bisogno primario della società. E poiché non c’è business senza marketing, la professionalizzazione delle attività di cucina significa che informazione e comunicazione assumono caratteri sempre più decisamente (anche se non sempre esplicitamente) «pubblicitari». Parallelamente cresce l’esercito dei «critici» che insegnano a riconoscere il buono, a orientare i consumatori verso questo o quel prodotto, questo o quel locale, questo o quel cuoco. È il meccanismo tipico della società dei consumi, ampiamente sperimentato nel XX secolo: creare bisogni per vendere.

Quando la merce è il cibo, il bisogno è reale, addirittura primordiale. Ma il marketing alimentare non fa leva sul bisogno fisiologico di cibo, sul soddisfacimento della fame come esigenza primaria dell’organismo. Perno del discorso non è la sostanza del cibo, o della bevanda, ma la circostanza in cui si beve o si mangia qualcosa, per esprimere e rappresentare emozioni individuali e sentimenti collettivi. L’attenzione (lo notava già Roland Barthes in un celebre saggio sulla psico-sociologia dell’alimentazione contemporanea) in questo modo si sposta sul rito, sulla convenzione sociale, sull’occasione. Valori extra-nutrizionali, di natura culturale più che fisiologica.

Lo stesso tema della salute, un tempo percepito come variante fisiologica della nutrizione, tende oggi a declinarsi in questo senso, coinvolgendo (al di là della salute fisica dell’individuo) la «salute» della comunità e dell’ambiente in cui essa vive: è l’appello al consumo «responsabile» che rispetta la natura, non inquina gli spazi di vita, ha a cuore la dignità sociale dei produttori. Atteggiamenti, tutti, che conferiscono uno statuto nuovo al consumatore, in termini di consapevolezza e di conoscenza. Atteggiamenti che ridimensionano l’aspetto elementare della fame e del bisogno fisiologico, spostando il centro di interesse sul contesto «esterno» del consumo.

Ma a chi si rivolgono questi discorsi? Non sfugge a nessuno che la ricerca del buon cibo, della buona osteria e del bravo cuoco resta un fenomeno minoritario (come sempre è accaduto nella storia, ogniqualvolta le considerazioni sulla fame e la sopravvivenza hanno ceduto il posto ai temi del piacere, della salute o del cibo-spettacolo). La maggioranza dei consumatori non è affiliata alla ristretta schiera di intenditori che si avvicinano al cibo con il piacere della scoperta, la curiosità della sperimentazione, una multiforme complessità di prospettive intellettuali. È a questa minoranza di consumatori che si rivolgono le rubriche specializzate di giornali e riviste, certe trasmissioni radiofoniche e televisive, i blog di cucina che attraversano la rete. È a loro che parlano i cuochi-artisti, esibendosi con modalità e intenti non diversi da quelli di un cantante d’opera o di un attore di teatro. Ma i media non si accontentano di questo: la loro vocazione è parlare a tutti. Ecco allora moltiplicarsi giochi, gare, reality show, lezioni di cucina a tutte le ore e per ogni sorta di pubblico, a cavalcare l’onda di una moda che in modi diversi coinvolge tutti. Ciascuno ha diritto al suo spettacolo.

In ogni caso, il cibo rimane — come ai tempi di Omero e della Bibbia — la cosa più facile di cui parlare, perché, nonostante tutto, il tema conserva un livello di normalità e di accessibilità legato alla natura necessaria e quotidiana del gesto. L’esperienza esclusiva nel ristorante di moda e l’apparizione televisiva dello chef di grido sono aspetti diversi di un discorso comune, contrastanti sul piano sociale e culturale così come un tempo potevano esserlo il trattato di agronomia e le pratiche contadine, le regole delmanuale di dietetica e la saggezza dei detti proverbiali. L’identità di classe, il peso delle ideologie, il senso di appartenenza sociale e culturale rimangono forti, e non bastano una tavola e un piatto di minestra per sentirci (e per essere) tutti uguali.

Massimo Montanari - Universitá di Bologna (storia Medievale, storia dell'Alimentazione, dirige il master europeo "Storia e cultura dell'Alimentazione") - Il Club della Lettura - Corriere della Sera 
http://lettura.corriere.it/la-cucina-dei-gran-sacerdoti/


sabato 11 maggio 2013

La lezione di Cucinelli ai futuri manager: la mia ricetta vincente? È quella dei benedettini

Vedere negli occhi del proprio padre la sofferenza dell'umiliazione e, ancora ragazzini, promettere a se stessi che mai, mai più quei lampi umidi di dolore dignitoso si leggeranno negli occhi di un altro essere umano. La storia di Brunello Cucinelli, imprenditore del doppio filo di cashmere partito dall'Umbria alla conquista del mondo, inizia lì: dagli occhi del suo papà quando tornava dalla fabbrica dove aveva lavorato tutto il giorno: "Era stanco – ricorda Cucinelli – ma non si lamentava della fatica, soffriva però per le offese e le umiliazioni personali che subiva. E' stato in quel momento che ho capito che se mai avessi avuto un'azienda mia, nessun dipendente avrebbe dovuto patire quello che ha patito lui".

L'umanesimo di Cucinelli, puntellato su letture che vanno da Dostoevskji a Rousseau, fanno tappa nell'insegnamento di San Benedetto e si fondano su Aristotele e la sua etica, è l'esempio di quel capitalismo buono dimenticato, spesso, dalla globalizzazione selvaggia che ritiene possibile il profitto solo a scapito dell'uomo. "L'essere umano va trattato con dignità dal Bangladesh a Ravenna: in ogni parte del mondo l'uomo deve essere rispettato. Il mio sogno è sempre stato di rendere più umano possibile il lavoro dell'uomo e ho cercato di farlo seguendo una massima benedettina: sii rigoroso ma dolce, esigente ma abile". Il successo di Brunello Cucinelli è la prova che il rigore, non la rigidità, unito all'umanesimo sono le carte vincenti anche in un settore difficile come quello del tessile, dove lui opera. I numeri, del resto gli danno ragione, e contro quelli nemmeno il più sincero seguace di Antistene, può nulla. I breakdown ricavi degli ultimi anni parlano chiaro: nel 2010 sono di 203.599 (migliaia di euro), nel 2011 242.635 (migliaia di euro) e nel 2012, anno nero dell'economia globale, sono ancora saliti a quota 279.321 (migliaia di euro).

Cucinelli, a Bologna per partecipare al Mba lecture organizzato dalla Alma Graduate School, incontro moderato dal professor Massimo Bergami, risponde alla domanda che ogni giovane che si affaccia ad un colloquio di lavoro si pone: qual è la carta vincente per entrare in un'azienda, magari proprio la sua? «Io chiedo che scuola ha fatto, non mi interessa il voto, cerco di capire come immagina il mondo, che sogni ha, cosa vorrebbe dalla vita e soprattutto cerco di capire se è una persona per bene. Se lo è ecco, io lo scelgo».

E se si viene scelti da Brunello Cucinelli si entra a lavorare in un'azienda che conta 1020 dipendenti e 3000 collaboratori, in una struttura al cui interno ci sono due piccoli ristoranti (non mense aziendali), un parco dove trascorrere la pausa pranzo passeggiando e un capo che, tenendo comunque sotto controllo con un occhio i fatturati, con l'altro studia Marco Aurelio e cerca, per quanto umano, di migliorare quella fetta di mondo su cui può incidere.


di 8 maggio 2013 - Il Sole 24 ore - Domenica

venerdì 10 maggio 2013

Cos'è il Personal Branding

Quando mi è stato chiesto di fare un guest post sul Personal Branding mi sono ricordato che qui, su questo blog, non ne avevamo mai parlato.
Ci sono effettivamente blog dedicati esclusivamente a questo argomento e noi lo abbiamo sempre considerato come un argomento un po’ “sottinteso” nel momento in cui si parla di web marketing.
Sia io che Maria Pia e Gianluca, sviluppiamo il nostro personal branding per far crescere poi quello di Webinfermento.

Nel web marketing poi, soprattutto quello odierno, orientato alla costruzione di relazioni tra le persone, grazie anche allo sviluppo dei social, per lo sviluppo di fiducia, non se ne può più fare a meno. Pensiamo che seppur possa sembrare un concetto scontato, ogni azienda piccola e grande di successo nel web ha dietro di sè una persona che si è fatta notare, distinguendosi dalla massa.

Ci sono quelle aziende e quei progetti digitali, che ricordi sia per il nome del brand che della persona che lo ha portato al successo. In quei casi, c’è stata sicuramente un’azione di costruzione di personal branding efficace. Il web marketing si muove sempre più verso il personal branding; i social media ne sono l’esempio più lampante. Puoi diventare esperto della tua nicchia e in alcuni casi anche influenti, ma dovrai seguire un percorso di crescita ben definito per arrivarci. Anche Google, nel suo piccolo, ti spinge a investire nella promozione di te stesso, prima di tutto; basti pensare all’Authorship e all’attribuzione della paternità dei contenuti.

Non ruberò altro tempo alla tua lettura, perché l’intervista che segue saprà spiegare meglio di me quello che è il Personal Branding, come costruirlo e come diventare padroni di se stessi.

Sebastiano Zanolli fa il manager, un manager un po’ atipico, che sceglie un approccio alla professione misto di pragmatismo e di sentimento. Nato nel 1964 a Bassano del Grappa (Vi), dopo la laurea in Economia presso l’Università di Cà Foscari, incontra alcune grandi aziende, tra cui Adidas, nella quale ha ricoperto il ruolo di direttore marketing in Germania, e Diesel, di cui è stato General Manager per la filiale italiana. Per 6 anni è stato Amministratore Delegato di 55DSL srl. Attualmente è Direttore Generale della nuova divisone 55DSL, linea giovane del Gruppo Only The Brave Diesel.
Sebastiano Zanolli: sito web e pagina Facebook


Sebastiano, qual è la tua definizione di Personal Branding?

Il “Personal Branding” è un trasposizione in campo personale dei processi che caratterizzano l’attività di marketing aziendale.

Il “Personal Branding” si potrebbe tradurre in italiano con “creazione e gestione del proprio marchio personale”, ma, come spesso avviene, la traduzione è un po’ pesante e goffa.

Perdonate, userò l’inglese. Abbreviamolo in “P.B.”. Il P.B. è l’idea e l’aspettativa che facciamo venire alla mente di chi sta pensando a noi.

È l’insieme di valori, competenze, visioni, passioni, caratteristiche e ricordi in genere che immediatamente chi ci sta attorno collega alla nostra comparsa fisica
o anche solo virtuale. Anche solo a pensarci.

E’ qualcosa di simile alla USP (Unique Selling Proposition) per un azienda?

Si, è qualcosa che ti rende assolutamente differente e memorabile per il frutto del tuo lavoro

Il P.B. si dedica proprio a questo, ma a livello personale.

Arghhh!… Ho sentito bene un paio di commenti…“Ma come si fa a paragonare un prodotto a delle persone?”, “ma questo Sebastiano è senz’altro un cinico manager che confonde lavoro e vita…”.

Li ho sentiti, e ne scrivo, perché ho avuto di fronte platee per più di 10.000 persone negli ultimi cinque anni e so che statisticamente, una percentuale, progressivamente sempre più sottile,
non riesce ad accettare il fatto che il P.B. sia una pratica che tutti pratichiamo fin da bambini,
in modo spontaneo.

Quello di cui vi sto parlando presenta la stessa differenza che esiste tra l’imparare a camminare e diventare esperti corridori di maratona. Certo, il principio è lo stesso. Ma i risultati no.

E’ per questo che è così importante?

Tutti tentiamo spontaneamente di essere unici. Altrimenti non si spiegherebbero i successi
dei marchi dei prodotti di bellezza e la quantità della loro offerta.

C’è poi chi stabilisce in modo deciso di essere unico, così da ottenere i risultati a cui tiene.
Il P.B. è solo maturità e comprensione che esiste l’esigenza, in una società veloce, velocissima, di lasciare un buon e giusto ricordo di noi e di quello che rappresentiamo.
Soprattutto un ricordo coerente con gli obiettivi che ci prefiggiamo
.

Da dove si deve partire costruire un Personal Branding efficace?
Quanto tempo ci vuole?

Ricordate che le ricerche mostrano come servano meno di 30 secondi
per formarci un’impressione duratura di un nuovo interlocutore, mentre possono servire decine di occasioni ripetute per cambiare una percezione negativa già avuta.

Le ricerche mostrano inoltre come non siano le parole o le azioni in sé a definire il risultato della nostra strategia, ma piuttosto la percezione che ne ha l’interlocutore.

Si tratta dunque di gestire le percezioni di chi entra in contatto con noi, in modo che abbia una corretta comprensione di chi siamo.
Diventeremo poi la prima scelta di questa persona tutte le volte che gli si presenterà un’occasione
che potrebbe legare la situazione a noi.
Questo significa molte cose.
Più opportunità, più occasioni, più possibilità per ampliare i nostri orizzonti. Personali o professionali.

In tutto questo che ruolo gioca la comunicazione personale?

Creare opportunità coerenti con i risultati cercati. Tra i vantaggi del decidere di maneggiare in modo adeguato il proprio personale marchio, c’è quello, non trascurabile, di aumentare la propria sicurezza e le proprie capacità comunicative.
E a pensarci bene non c’è da stupirsi.

Pensate a chi ha abbracciato il P.B. da millenni. Ad esempio gli appartenenti agli ordini religiosi, militari e istituzionali. Di tutto il mondo. Chiarissimo personal branding in termini estetici
(paramenti, indumenti, rituali) e comunicativi (professioni di fede pubbliche, prediche, orazioni).

Avete pochi dubbi quando pensate a dove collocare il Papa, o il Dalai Lama o il generale dell’Arma dei Carabinieri o il ministro delle Finanze.
Nessun dubbio, il processo di P.B. è stato condotto perfettamente e ripetutamente.

Jacques Seguela, uno dei più importanti comunicatori del ’900, artefice delle campagne pubblicitarie di Francois Mitterand, nel suo libro “Hollywood lava più bianco” scrive così:
«L’impero romano cadde per aver creduto che i giochi da stadio sarebbero stati più forti di quelli della chiesa.

Ogni persona usa il proprio istinto per giudicare il prossimo e lo usa in modo immediato.
In un mondo povero di tempo e ricco d’informazioni, andare all’essenza è fondamentale.
Fare in modo che la nostra presenza generi fiducia diventa la chiave di volta dei nostri successi.

Questo fa il P.B.: stimola la fiducia nelle capacità e negli aspetti che voi volete sottolineare.
Risparmierete il vostro e l’altrui tempo se saprete creare il vostro personale marchio.
Ridurrete il vostro e l’altrui stress nel cercare una soluzione mutuamente soddisfacente nel business o nella vita se avrete saputo gestire bene il vostro marchio.
Siete unici, lo sapete.

Concretamente quali sono i passi per costruire il proprio Brand Personale ?

Identificate il Vostro valore personale di brand, cioè ciò che vi rende unici in relazione
alla missione e al futuro che vi siete disegnati e prefissati.

Può essere la simpatia, la correttezza, la perspicacia, una conoscenza di un materia particolare,
qualsiasi caratteristica fisica, psichica, morale… una dote che vi permetta di comunicare
in modo veloce e chiaro ciò che “vi significa”.

“Significare” esprime il concetto del far intendere qualcosa a qualcuno attraverso parole o segni… simboli.

Ecco, trovate i simboli più adatti per far riconoscere il vostro significato “di base”. Il vostro significato ultimo nella vostra esistenza.
La vostra promessa, il vostro destino. Almeno fino a quando non li cambierete.
Se vale per i bastoncini di pesce “dei capitani di domani” che mio figlio non scambierebbe mai per quelli uguali identici ma “sbrandizzati” della Coop, questo vale anche per noi una volta sul mercato.

Lavorateci sopra seriamente. Come si lavora quando il vostro capo vi chiede di elaborare un piano o vi dà un compito in azienda.
Il vostro futuro vale almeno quanto quello dell’azienda per cui lavorate.

Cosa è cambiato, in questi ultimi anni, nell’ambito del Personal Branding, Internet e i social media in che modo hanno influito?

Internet e i social media hanno reso tutto più veloce. E’ necessario raccontare perché facciamo quello che facciamo.
La scrittrice Isabel Allende dice che ognuno è il cantastorie della propria esistenza e che spetta a ciascuno la possibilità di trasformare quella esistenza in una leggenda oppure no.
Questo si fa attraverso ciò che si comunica. In tutti i modi possibili. Circondatevi di gente che vi è amica. Moltiplicate la vostra presenza attraverso ciò che di buono la gente dice di voi.
Non è un concetto banale.
Anzi, è molto probabile che molti non comprendano la profondità del messaggio.
E difatti rimarranno ancorati al palo della propria misantropia. Gli amici vi stimano. La stima provoca un’irresistibile propensione alla condivisione della fonte della stima stessa.
È come quando consigliate il vostro dermatologo a qualcun altro.
Siete i più fenomenali e grandi promotori delle sue capacità.
E senza che vi si chieda nulla.

Circondatevi di amici, veri, e il vostro brand inizierà a brillare come non mai.
Ricordate la formula che crea la fiducia.

Questa formula molto poco teorica, e forse a volte non perfetta, ma molto pratica, dice che:
F = T x Esp.Com. Dove F significa fiducia, T significa tempo, Esp.Com. significa esperienze emotive condivise.

In parole povere, per creare fiducia, o si spende molto tempo con le persone, o si vivono insieme esperienze emotivamente coinvolgenti, o tutte e due le cose.

Pensate al periodo di leva militare o a quello delle esperienze scolastiche.
Le persone dopo anni si ritrovano assieme e sentono ancora fiducia verso individui
con cui avevano perso i contatti. È l’effetto di esperienze profonde condivise.

Ma il grado di fiducia è frutto anche di un altro fenomeno:

F = P.man / P.eff.

Dove F significa sempre fiducia,
P.man sta per promesse mantenute,
e P.eff per promesse effettuate.

Ogni persona che viene in contatto con noi calcola questo indice. Se volete che sia alto, promettete poco e mantenete molto.

Il brand serve a conservare la fiducia, ma non prima di averla costruita. Nel caso in cui non vi sia il tempo per creare fiducia, ricordate che al vostro interlocutore serve comunque un’esperienza,
per quanto immaginata, della relazione con voi.
In parole povere, deve sentire il benessere che proverà a intrattenere dei rapporti con voi.

Questo è quello che caratterizza i fan. Voi ne avete? La vostra azienda ne ha?
Se no, questo si ottiene facendo sentire, vedere, toccare qualcosa che ancora non c’è.

Da questo punto di vista, la capacità narrativa è molto importante.

Sappiate dove andare, o perlomeno ipotizzate di saperlo. Altrimenti andrete a finire in qualche altro posto.

Avere in mente la propria proiezione sul mondo, attuale e futura, è il mezzo per rimanere fedeli
a se stessi e cambiare solo quando è necessario e voluto.

Il P.B. è un modo per essere coerenti e migliorare, in un circolo virtuoso che ci vuole tanto più credibili e capaci di attivare risorse ed energie quanto più capaci di far percepire velocemente la propria intima essenza.

Ascoltate le idee di quanta più gente possibilecirca il vostro progetto, specialmente se vi ammirano già. Essere capaci e avere l’umiltà di ascoltare ed eventualmente adottare spunti non nostri è una grande marcia in più.
Non credete alla storia degli uomini di valore o di successo che non hanno mai dato retta a nessuno.
Hanno ascoltato tutti, e poi hanno usato solo ciò che hanno ritenuto interessante.
Persino Napoleone ascoltava molto.

Sebastiano ci dai 3 consigli che si possano applicare alla attività di Personal Branding?

  1. Create sempre una storia intera da raccontare attorno.
  2. Comportatevi in modo da evitare di dover fingere. Siate trasparenti.
  3. Se ve la sentite, coinvolgete in un dialogo continuo potenziali “clienti” per preparare questi punti.

Siete voi il vostro marchio.

Se ve ne dimenticate, fate il gioco della concorrenza.

Intervista da www.webinfermento.it 

giovedì 9 maggio 2013

Startup e territorio

Con il termine Startup si identifica l'operazione e il periodo durante il quale si avvia un'impresa. Nello Startup possono avvenire operazioni di acquisizione delle risorse tecniche correnti, di definizione delle gerarchie e dei metodi di produzione, di ricerca di personale, ma anche studi di mercato con i quali si cerca di definire le attività e gli indirizzi aziendali. Questa la definizione che fornisce Wikipedia di Startup e fa comprendere il significato di questo termine che sempre più spesso leggiamo e viene citato dai media.

Dietro questo termine molto americano c'è un mondo tutto nuovo. È una delle strade, una grande opportunità per rilanciare il lavoro, l'occupazione e fare innovazione. È un approccio culturale che va alimentato, insegnato, spiegato, diffuso, supportato e utilizzato per contribuire a rilanciare il "sistema Paese" in generale e il nostro territorio territorio in particolare. Quando si parla si Startup si tende a pensare unicamente al settore High-Tech, all'informatica, alle imprese che lavorano in internet. Non è così in realtà o meglio l'informatica è ormai pervasiva in ogni attività che intraprendiamo e la rete ci permette di oltrepassare i confini fisici del territorio in cui nasce l'impresa, la Startup. Quindi  la tecnologia è una componente ormai irrinunciabile per "fare impresa". Ma le Startup possono originarsi dai settori più diversi e a volte mai considerati.

Da qualche tempo anche nel nostro Paese si sta prendendo consapevolezza su questo aspetto tanto è vero che il governo precedente, per mano dell'allora ministro Passera, ha dotato per la prima volta l'Italia di un'Agenda Digitale chiamato, non per nulla, Decreto di Crescita 2.0. Un vero e proprio programma di indirizzo sulle Startup con una proposta di legislazione e di agevolazioni destinate a queste nuove imprese che, sul modello americano, devono essere snelle, rapide nel partire e se non funzionano, anche nel fallire. Si perché il fallimento é contemplato nei paesi più avanzati e non viene vissuto come una vergogna, ma come un tentativo andato male che fornisce esperienza per migliorare nel successivo. Oltreoceano é pieno di imprese di successo i cui titolari provengono da insuccessi iniziali. 
Mi auguro che anche il governo Letta abbia la volontà e il tempo di continuare a lavorare su questo decreto.

Sono un convinto sostenitore e nutro grande passione per il mondo delle Startup. Per questo, oltre alla mia attivitá di lavoro, mi interesso e studio molto sul tema. Sono socio di Italia Startup e anche mentore per Innovami, un Incubatore che si trova a Imola. Ho sviluppato diverse idee sul modo in cui un territorio come il nostro potrebbe diventare una culla per l'innovazione e un esempio in Italia e in Europa attraverso le Startup e  l'Incubatore. Possiamo contribuire a creare lavoro grazie alla nostra storia che ha dimostrato la grande industriosità e la capacità di sviluppare ricerca e innovazione in questa regione.

Proprio in virtù del tessuto imprenditoriale privato e cooperativo esistente ritengo che occorra sviluppare la cultura del "give back". Questo termine sottende ad un concetto che si basa su due punti. Il primo sta nella disponibilità di chi ha avuto successo nel mettersi a disposizione, gratuitamente, per valutare la business-idea delle giovani imprese e una volta  scelte, riversare la propria esperienza sulle stesse. Il secondo punto nell'interesse a finanziare le neo imprese con modalità che possono variare da quella del "business angel" a quella del "Venture Capital". Diffondere questo approccio sarebbe un vantaggio per il territorio perché creerebbe un ciclo virtuoso del valore, creerebbe posti di lavoro e svilupperebbe la capacità di pensare al lavoro in modo innovativo.

Il nostro territorio offre possibilità uniche per la creazione di Startup: dalla Meccanica all'Energia, dall'Information Technology alle Charity Company (imprese dedicate al sociale). Tutte in grado di sviluppare business e ricchezza per il territorio. Un forte e riconosciuto incubatore in grado di far nascere, seguire e far decollare le nuove imprese genera richieste di nuovi spazi abitativi e per ufficio, aumenta i consumi e la richiesta di servizi, induce alla nascita di nuovi nuclei familiari che sono portati a rimanere sul territorio e richiama a sua volta altri capitali. Senza trascurare lo sviluppo di un più forte legame con l'Università.

Il tema è lungo e articolato, porterò altri contributi prossimamente. Ma sottolineo che nulla si ottiene con un lavoro metodico, programmato e concreto. E' una questione di approccio, di cultura, di cambio di mentalità. Un solo esempio illuminante: Israele ha 8 milioni di abitanti, non ha materie prime (come noi), ma questo non gli impedisce di essere la nazione con il numero maggiore di Startup nel mondo di cui un buon 50% è quotato al Nasdaq (la borsa dei titoli tecnologici americana). 

Ma il momento è adesso. Se non ora quando ?

Qualche definizione esplicativa dei termini

Incubatore. L'incubatore aziendale o, in lingua inglese business incubator è un programma progettato per accelerare lo sviluppo di imprese attraverso una serie di risorse di sostegno alle imprese e servizi, sviluppate e orchestrate dall'incubator management ed offerte sia tramite l'incubator che attraverso la sua rete di contatti. Gli incubatori variano nel modo in cui forniscono i loro servizi, nella loro struttura organizzativa, e nel tipo di clienti che servono. Il positivo completamento di un programma di business incubation aumenta la probabilità che una start-up rimanga in attività per il lungo termine: storicamente, l'87% degli incubator graduates continua l'attività.

Business Angel. Un angel investor o business angel si può tradurre in italiano come investitore informale nel capitale di rischio di imprese. L'aggettivo "Informale" contrappone tale figura agli investitori nel capitale di rischio di tipo "formale", ossia coloro che adottano un approccio di analisi formale agli investimenti nell'equity, quali i Fondi Chiusi d'Investimento, più propriamenti i fondi di Venture Capital e Private Equity.
I Business Angel sono ex titolari di impresa, manager in pensione o in attività, liberi professionisti che hanno il gusto della sfida imprenditoriale, il desiderio di poter acquisire parte di una società che operi in un business, spesso innovativo, rischioso ma ad alto rendimento atteso, con l'obiettivo di realizzare nel medio termine, 5-7 anni, delle plusvalenze dalla vendita, parziale o totale, della partecipazione iniziale.
I Business Angel sono quindi degli "uomini di impresa", dotati di un buon patrimonio personale ed in grado di fornire all’impresa, sia in fase di start up, sia in fase di sviluppo, preziosi consigli gestionali e conoscenze tecnico-operative, oltre a una consolidata rete di relazioni nel mondo degli affari.

Venture Capital. Il venture capital è l'apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l'avvio o la crescita di un'attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo. Spesso lo stesso nome è dato ai fondi creati appositamente, mentre i soggetti che effettuano queste operazioni sono detti venture capitalist.
Nella maggioranza dei casi, fondi necessari sono erogati da limited partnership o holding in aziende che per natura della attività e stadio di sviluppo non risultano finanziabili dai tradizionali intermediari finanziari (come ad esempio le banche). Il venture capital è una categoria del settore del private equity, che raggruppa tutte le categorie di investimenti in società non quotate su un mercato regolamentato.


(Pierangelo Raffini - Twitter @pier61) - Mio articolo su www.leggilanotizia.it