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sabato 22 agosto 2015

I primi 7 secondi sono fondamentali...

Nel lavoro, ma anche nel privato, quando vi presentate a una persona, questa nei primi 7 secondi si fa un'opinione su di voi. 
Se è quella sbagliata occorrerà molto tempo perché la modifichi.
Per questo motivo forse "l'abito non fa il monaco", ma lo aiuta parecchio. La prima impressione si basa quasi esclusivamente sul potere della comunicazione non verbale: abbigliamento, stretta di mano, sguardo, tono di voce, postura e cura del corpo sono fondamentali.
Scegliere l'abbigliamento adeguato aiuta sia nei colloqui di lavoro, ci sono testimonianze infinite su questo, sia per farsi accettare nell'ambiente dai colleghi o dai superiori oltre a migliorare le prestazioni. Una persona ben vestita naturalmente ispira più fiducia e non è da intendersi sempre giacca e cravatta per gli uomini o tailleur per le donne. 
L'abbigliamento è uno strumento di comunicazione efficace perché trasmette il modo in cui altre persone ci vedono, ma anche cosa pensiamo di noi stessi e cosa vogliamo esprimere. Si tratta di quella che viene chiamata "coscienza dell’abito" rappresentata dall'importanza simbolica che diamo ai nostri vestiti e sull'esperienza fisica di indossarli. 
Oggi grazie all’avvento degli outlet è possibile farsi un guardaroba discreto senza rovinarsi. Le donne sono più brave di solito e hanno maggiori opportunità di miscelare capi importanti con altri più abbordabili. Ricordate comunque che è la cura dei particolari a fare la differenza. Una certa ricerca per capire l'abbigliamento più giusto o che soddisfa maggiormente può essere un passatempo interessante. 
La cosa migliore è usare il buon senso e indossare sempre e solo abiti che fanno sentire a proprio agio. Dipende dalla professione che abbiamo intrapreso o intendiamo intraprendere.  Nei diversi ambienti ci sono sempre regole non scritte, ma che la maggioranza si aspetta che vengano rispettate. Si possono disattendere, ma generalmente chi lo fa se lo può permettere per ragioni differenti. Steve Jobs per esempio vestiva sempre in jeans e dolcevita nero (fatti però su misura appositamente per lui) per concentrarsi sulle cose che lui riteneva importanti. Ma era Jobs...
Non dimenticate infine che con il vostro abbigliamento non dovete sentirvi a mai disagio in qualsiasi situazione e che l'atteggiamento del corpo in un abito inadatto dice molto più di chi lo indossa di qualsiasi altra cosa.

domenica 8 febbraio 2015

Personal Branding: non è un gioco o una moda http://ift.tt/1zvFzOe

Personal Branding: non è un gioco o una moda http://ift.tt/1zvFzOe

by Pierangelo Raffini

Oggi si parla molto di Personal Branding. Cos'è il Personal Branding ?
E' il vostro "marchio", un insieme di reputazione, comunicazione, competenze, capacità di rendersi visibili, portare risultati e creare relazioni.
Servono meno di 30” per formare un’impressione duratura di voi davanti a un nuovo interlocutore, mentre possono servire decine di occasioni per cambiare una percezione negativa avuta in quei primi secondi. Gestire adeguatamente il proprio Personal Branding quindi significa farsi collocare nella giusta posizione percettiva dagli altri.
Non sono solo le parole o le azioni che definiscono il risultato della nostra strategia, ma la percezione che ne ha il vostro interlocutore.
La chiave del successo è quindi quella di differenziarsi dagli altri con particolari che siano, prima di tutto, memorabili ma anche parte caratterizzante di voi e vi rappresenti realmente.
Dovete lavorarci sopra, focalizzarvi, meditarci. Per costruire un brand ci vuole tempo, dedizione e passione. Non pensate che sia un gioco o una moda. Dedicatevi a queste attività, scrivete per chiarirvi.
E’ un lavoro sartoriale, il vostro Brand è il vostro abito su misura, deve starvi bene addosso e vi deve far sentire a vostro agio.
Identificate ciò che vi rende unici in relazione all’obiettivo che vi siete dati, cosa vi differenzia dagli altri, quali valori vi appartengono e ciò che non volete essere, qual è la vostra “vision”. Imparate a comunicarlo e a ripeterlo mantenendovi sostanziali, coerenti e empatici.
In un mondo che appare sempre più povero di tempo e ricco di informazioni, riuscire ad essere essenziali, distintivi e generare fiducia è essenziale.
Oggi per costruire il vostro Personal Branding è importante darsi una chiara strategia anche di social networking e saper maneggiare l’arte dello storytelling: dovete raccontare una storia, la vostra e rendere partecipi le persone che vi ascolteranno.
Promuovete il vostro marchio. Aiutatevi con le persone che vi sono amiche e che vi stimano, fateli diventare i vostri più importanti promotori e cercate di trovare conferme dal mercato se il vostro posizionamento è corretto.
Cambiate se la percezione che hanno gli altri di voi non è quella che vorreste. Cercate di capire cosa non funziona. Probabilmente non siete chiari nel vostro posizionamento.
Quando avete trovato il vostro brand, continuate ad affinarlo, a levigarlo, a migliorarlo. Ricordate che l’attività di Personal Branding è fatta anche di comunicazione verbale, non verbale e para-verbale, di scelte dell’abbigliamento, di letture, di relazioni, di pensieri e molto altro ancora.
Un vero e proprio percorso di affinamento e completamento che non finisce mai.
Il risultato dell'attività di Personal Branding deve essere lo stesso di chi persegue l'eleganza: non è farsi notare, ma farsi ricordare.

lunedì 21 aprile 2014

Da Obama e Lady Gaga dieci dritte sull'uso dei social media

Barack ObamaOprah Winfrey e Lady Gaga hanno molto da insegnarci su come usare i social media in modo strategico. Sono le conclusioni a cui è giunto il Cdo Club, gruppo che riunisce i Chief Digital Officers a livello mondiale, ovvero i rappresentanti di questa professionalità emergente che è in qualche modo trasversale all’interno di un’azienda e copre vari ambiti, dal marketing alla comunicazione all’Ict. Durante il summit annuale dei Cdo nel 2013 prestigiosi speaker sono intervenuti sul tema della gestione dei social  media: tra questi Teddy Goff, Digital Director delle due campagne presidenziali di Barack ObamaHarriet Seitler, Cmo e Evp di Harpo Studies di Own (il network di proprietà di Oprah Winfrey, celebre personaggio televisivo negli Usa); Laxmi Wordham, Cdo alla Michael J. Fox Foundation per la ricerca sul Parkinson; Rosemary Maggiore, ex President of Digital per Rachael Ray; e Katarina Markov, capo della Global Innovation alla Atom Factory, agenzia che rappresenta Lady GagaJohn Legend e altri artisti. Ecco le dieci dritte che è stato possibile ricavare dai loro insegnamenti in esclusiva per EconomyUp (qui il link all'infografica).
1.     Sii autentico
“Oprah twitta personalmente – dice Seitler – e lo fa in modo onesto e autentico”. Autenticità e trasparenza sono valori chiave nella vita che tendono a risaltare in ambito social. Quando gli è stato chiesto perché Obama sia riuscito a battere non solo gli avversari repubblicani ma anche gli stessi democratici come Hillary Clinton, Teddy Goff ha risposto: “Autenticità”.
2.     Sii semplice
Occorre essere semplice e sintetici il più possibile. Bisogna saper riassumere un argomento che interessa agli utenti in un paio di frasi se si è su Facebook o su Google Plus, o nei 140 caratteri di Twitter o anche attraverso una semplice infografica.
3.     Sii divertente
Goff doveva convincere i potenziali elettori di Obama a leggere un post sulla politica fiscale, argomento di per sé poco attraente. Così il suo team ha creato un gioco sul sito che induceva gli utenti a cliccare un bottone per avere dettagli sull’argomento. Ma, per i primi secondi, ogni volta che il lettore posizionava il mouse sopra il bottone, quello “svolazzava” per tutta la pagina. In 24 ore, sostiene Goff, il blog ha avuto milioni di like e su Facebook è stato twittato 70mila volte.
4.     Stabilisci la fiducia
Va a braccetto con la lezione numero uno: essere autentici. Dal momento che Oprah twitta in prima persona, dice Seitler, la sua audience “sa che si può fidare e che quello che dice è vero. Questo significa che, quando la conduttrice vuole promuovere o condividere qualcosa, il pubblico a sua volta la condivide”.
Se riesci a creare questa “fondamentale piattaforma di fiducia - prosegue Seitler – le tue parole e i tuoi consigli acquisiranno maggior peso”.
5.     Assumi il controllo
Essere sui social media non significa perdere il controllo della propria immagine. Tempo fa cominciarono a circolare online rumors sul fatto che Lady Gaga stava ingrassando. Per tutta risposta l’artista postò sul suo profilo nei social network una foto in lingerie, annunciando una “rivoluzione del corpo” e invitando i fan a postare proprie foto e condividere le riflessioni sul peso corporeo. Arrivarono migliaia di immagini e di storie. La lezione? Se il buzzing in Rete sulla tua organizzazione è fuori del tuo diretto controllo, per riprendere le redini occorre una risposta intelligente, autentica e strategica.
6.     Stimola la condivisione
La squadra di Goff scoprì, a un certo punto della campagna di Obama, che i follower erano molto interessati ai contenuti pubblicati, ma solo una piccola parte di essi voleva che “gli amici sapessero che erano interessati”. Ma è proprio da questo snodo che parte la viralità in Rete. Quindi chiunque si occupi di strategie per i social media deve chiedersi: quanti e quali sono gli argomenti che i miei utenti non soltanto individuano come preferiti ma desiderano far conoscere alla loro comunità di riferimento (e quindi sono pronti a condividere)?
7.     Acquisisci la proprietà dei dati, della piattaforma e dell’audience
I dati raccolti su quello che i clienti/utenti fanno, condividono e acquistano sono in grado di potenziare enormemente il marketing, il customer service e altre attività commerciali. Ma per poterlo fare occorre possedere questi dati. “Aziende come Facebook e Twitter – spiega Katarina Markov – sono ancora degli intermediari  perché possiedono i dati”. Così la sua agenzia ha creato un social network personale di Lady Gaga chiamato LittleMonsters.com: adesso tutti i dati generati dalle conversazioni social sono mantenuti in-house. Questo contribuisce ad instaurare una relazione più diretta tra Gaga e i fan ma soprattutto a incentivare il business di vendita di musica, profumi, vestiti, biglietti per spettacoli e altro.
8.     Personalizza le informazioni
Durante la campagna presidenziale di Obama, Goff inviò email a ex donors per informarli con precisione quanti dollari avrebbero dovuto nuovamente donare per ottenere uno speciale benefit. È importante poter contattare le persone con messaggi personalizzati e su misura. E se non è possibile essere così precisi come è stato il team di Goff, è comunque utile citare qualcosa di personale, e di particolare valore, per ogni singolo utente.
9.     Facile e veloce
Le persone ricercano la massima velocità e semplicità: questo,  in ambiente social, significa meno formulari e meno click. Goff ha reso le donazioni per Obama estremamente semplici creando un sito di safe-payment. Dopo che il donatore aveva inserito le sue informazioni, il team inviava email di sollecito con la scritta “Premi qui per donare”. Se l’utente cliccava su quel bottone, la donazione veniva presa in carico in modo automatico e sicuro prelevando il denaro dalla carta di credito dell’utente.
10.    Non essere tiepido
Sul web le persone vogliono leggere contenuti impegnativi, interessanti e certamente anche divertenti. Vogliono “roba buona”. Serve un gran lavoro in termini di impegno e di tempo, ma è essenziale: non si può essere timidi, poco attraenti o banali. Occorre essere efficaci e stimolanti.


sabato 5 aprile 2014

Sapete cos’è (e come si fa) “Personal Branding”?

Il più grande e più importante compromesso a cui tutti devono essere disposti a scendere è quello di raccontarsi ogni giorno con sincerità e con dettagli personali

Twitter, Facebook, LinkedIn non possono essere, e non lo sono per natura, delle piattaforme su cui sistemare delle informazioni che poi non si vanno più a controllare e ad aggiornare. Piuttosto devono essere il racconto quotidiano del vostro passato e del vostro presente, per avvicinarvi agli obiettivi che volete raggiungere nei prossimi mesi, come farvi invitare come relatori ad un appuntamento pubblico; o nei prossimi anni, come ad esempio cambiare lavoro. Per questo dovete essere disposti a parlare dei vostri piaceri, dare le vostre opinioni, taggare le vostre foto anche, di lavoro e private. Se volete fare “Personal Branding”, quindi, apritevi e mettete sotto ai riflettori il vostro lavoro, le vostre passioni, i vostri desideri, le vostre attività e poi mantenete una comunicazione costante con chi ha deciso di seguirvi: vi permetterà di raggiungere ancora più persone e avvicinarvi ai vostri traguardi.

Per il secondo appuntamento con la nostra “Formazione a Colazione”, all’interno del palinsesto il Tempo delle Donne dedicato ai cambiamenti che stanno caratterizzando le donne e l’Italia, e in collaborazione con ValoreD, il guru indiscusso che ci ha guidato alla scoperta del Personal Branding è stato Marco Massarotto, Co-fondatore e partner di Hagakure, una delle più importanti agenzie di comunicazione digitale italiane; ma sono state fondamentali anche le testimonianze di due professioniste come Francesca Parviero, Specialista di Social Media e Coach per il Personal Branding e Sabrina Lucini, E-Commerce Manager di IKEA Retail e consigliera di ValoreD. Marco Massarotto ci ha fatto capire subito l’importanza del tema con una slide significativa: i Social Media sono, senza dubbio, uno “stile di vita” che si svolge quasi tutto il tempo sul nostro cellulare ed è fatto proprio per tutte quelle persone che pensano di non avere tempo per usarli e si disperano perché non sanno come sfruttarli. La verità è che sono molto più accessibili di quanto non si pensi, non impegnano troppo tempo durante la giornata e anche con poco si possono raggiungere dei risultati soddisfacenti. Tutto facile? No, soprattutto se bisogna ancora prendere confidenza e se avete solo un profilo sui Social principali (attenzione: non essere sul web con una propria pagina non viene preso in considerazione). Non è tutto scontato neanche per chi li usa più spesso: il salto di qualità sta nell’imparare a usare i trucchi della rete per fare emergere i contenuti che scegliete voi.

Una lezione in dieci punti fondamentali che potete rileggere con calma a questo link. Se volete promuovere la vostra storia ma non ve la sentite di mantenere un dominio con il vostro nome e cognome, sappiate che questi, nome e cognome saranno le chiavi più importanti per farvi trovare dai motori di ricerca e farvi associare ai contenuti che preferite. Ogni Social media ha una caratteristica che lo distingue e che può valorizzarvi in modo diverso. La biografia di Twitter, ad esempio, è l’occasione per raccontare, in pochi caratteri e con un tono simpatico, la vostra vita.LinkedIn invece ha bisogno di essere compilato in ogni suo campo con precisione, con più dettagli aggiornati. Le immagini di Facebook, poi, sono da sfruttare per “mostrare” la vostra vita, sia che scegliate di mettere nella vostra copertina la foto del vostro gruppo di lavoro, sia con una breve gallery del vostro ultimo viaggio.

Siate sempre ordinati, archiviate articoli e link che raccogliete sul web e se non li conoscete, imparate il significato di termini come “tag”, “feed” e “bookmarking”: vi saranno molto utili. Se poi avete deciso di aprire un blog, sappiate che la generosità nel condividere la vostra “conoscenza” verrà riconosciuta solo se sarete in grado di offrire un contenuto diverso, originale. Se sarete più bravi degli altri riuscirete a guadagnarci anche soldi veri. Infine misuratevi, sempre: quanti sono i vostri contatti? Quanti di questi si sentono coinvolti da quello che scrivete e potenzialmente lo rilanceranno? Solo in questo modo potrete sapere se state andando nella direzione giusta o se dovete migliorare e ricordate che il web non dimentica perciò attenzione a gaffe ed errori che potrebbero tornare a galla in futuro.

Avete mai fatto “egosurfing”? Cioè avete cercato il vostro nome sui motori di ricerca? Probabilmente sì e avete fatto bene, come ha spiegato Francesca Parviero, anzi fatelo su browser diversi, per verificare quali informazioni vengono esaltate e quali invece rimangono nascoste. E ancora se quelle che volevate mantenere private sono rimaste tali. Controllare tutto è impossibile ma un buon margine per scegliere cosa condividere e con chi lo abbiamo tutti grazie ai filtri, alle liste e alle regole della privacy del vostro Social.«Mantenere dei profili attivi e aggiornati è come prepararsi alla prova costume: pensarci solo quando mancano due settimane alla spiaggia, quindi solo quando cercate lavoro, non vi porterà ad ottenere grandi risultati» ci dice Sabrina Lucini.

Non è un caso se i Social network si chiamano proprio “sociali”. Si basano su connessioni che possono darci la possibilità di avvicinare persone lontane da noi, fisicamente o per importanza, e hanno tutti i vantaggi di una vetrina sul mondo ma poi in cambio chiedono di essere curati e arricchiti con costanza. Se saremo fortunati, e bravi, capiterà anche a noi di trovare un’amica, oltre che collaboratrice, come a Francesca e Sabrina, che concludono confermando quanto Networking, tema del primo incontro di Formazione a Colazione, e Personal Branding siano legati tra loro. Insieme saranno in grado di dare una spinta alle giovani donne di domani? Lo potremo chiedere alla prossima ospite-formatrice Maria Cristina Bombelli, che ci aiuterà a capire come si progetta in modo intelligente il proprio futuro. Vi aspettiamo il 10 aprile.

Kibra Sebhat - La 27 ora - Corriere della Sera (http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-cose-e-come-si-fapersonal-branding/


martedì 18 febbraio 2014

Cosa si dovrebbe sapere sul Personal Branding, di Sebastiano Zanolli

Riprendo e pubblico questo post di Sebastiano Zanolli, grande amico e fantastico ispiratore.

Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
• Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
• Network. Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
• Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
• Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
• Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. 
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.

Da V+:

Cosa si dovrebbe sapere sul Personal Branding.

Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
• Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
• Network. Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
• Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
• Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
• Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. 
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende  meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente  e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.
www.sebastianozanolli.com - www.venderedipiu.it 

sabato 8 febbraio 2014

Perché Pinterest è importante per la tua azienda?

Oggi proponiamo un’interessante infografica che riporta moltissimi dati su Pinterest. Inizialmente pubblicata in spagnolo su Seetio.com e successivamente tradotta in inglese per dargli una maggiore diffusione. I dati sono del 2012, nel 2013 la diffusione di Pinterest è aumentata ulteriormente. Il Global Web Index (Q2 – 2013) parla chiaro, ha superato Twitter e si attesta come terzo social più utilizzato dopo Facebook e LinkedIn. In Italia, secondo i dati Alexa, è al 37° posto fra i siti web più visitati. In Inghilterra nel Q4-2013 (dati del social intelligence report for Q4 2013 pubblicato da Adobe):
  • Facebook, Twitter, Pinterest e Tumblr hanno portato una quantità di traffico senza precedenti verso i siti e-commerce, con un RPV (Revenue per visit) in aumento da tutti i canali sociali.
  • Pinterest si sta rapidamente avvantaggiando del rallentamento di Facebook, ottenendo un aumento che arriva al 50% del RPV.
Secondo un rapporto di Shareaholic Facebook rimane al primo posto come referral, con un 13,8% del traffico complessivo, seguito da Pinterest con il 4,3%.
Tutto questo per dire che Pinterest cresce, è in ottima forma e fa sicuramente parte della schiera disocial network da utilizzare per la promozione aziendale e del sito web. Non va bene per tutti i settori e tutti i temi, è adatto a tutti i settori che possono proporre una declinazione visivamente accattivante del loro business. L’infografica seguente riassume un po’ tutti questi aspetti e può essere usata come linea guida per decidere se è il caso di affidarsi a Pinterest o meno.
Le chiavi del successo di Pinterest:
  • Semplicità di utilizzo
  • Layout ricercato e minimal
  • Meccanismo virale, ispirato al Like di Facebook.

Quali aziende devono usare Pinterest

I seguenti sono i temi che hanno maggiore successo su Pinterest, con annessi alcuni business che potrebbero sfruttare tale diffusione per migliorare la conoscenza del brand e dei servizi/prodotti offerti.
  1. Matrimonio: è uno strumento molto utilizzato da future spose, appassionati del tema wedding e chiaramente organizzatori di eventi e wedding planner. Basta creare una serie di board per raccogliere idee e ispirazioni per bouquet, addobbi floreali, abiti, location, partecipazioni, mise en place ecc.
  2. Condividere il tuo stile: se stai decorando la tua casa, se sei un appassionato e su di lavoro ti occupi di arredamento d’interni, puoi utilizzare Pinterest per condividere le tue opere e per cercare ispirazione.
  3. Costumi: essendo una fucina di idee di ogni genere, Pinterest è ottimo anche per trovare idee per maschere e costumi di Carnevale e Halloween.
  4. Brainstorming: se fai un lavoro creativo potresti avere bisogno di idee e di condividerle di sicuro Pinterest fa per te.
  5. Catalogo online: se hai un e-commerce puoi utilizzare Pinterest per pubblicizzare il tuo catalogo, mostrandone anche i prezzi, e attirare nuova clientela.
  6. Feedback: Pinterest può essere anche un banco di prova per le tue creazioni, per vedere se ricevono consensi e/o critiche.
  7. Portfolio: creativi, designer, fotografi…possono utilizzare Pinterest per raccogliere il loro portoflio e dargli maggiore visibilità.
  8. Book fotografico: modelle, modelli, attori e attrici possono sfruttare Pinterest per pubblicare il loro book fotografico.
  9. Settore immobiliare: anche le agenzie immobiliari possono usare la piattaforma per condividere le foto delle case in vendita o delle location in cui propongono immobili.
  10. Liste: un utente normale, quindi non un’azienda che propone prodotti e servizio, usa Pinterest per raccogliere i suoi interessi, per conservarne i link.
  11. Umorismo: Pinterest è anche un social per condividere vignette umoristiche e meme, attraverso cui portare traffico a siti che trattano argomenti meno visuali, ad esempio quelli di web agency.
  12. Ricette: Pinterest è il regno della cucina, ricette di ogni tipo e da tutti i paesi vengono condivise, utile per le semplici appassionate, ma soprattutto per chi ha un food blog.
  13. Viaggio: anche i luoghi da visitare, scorci particolari, vedute spettacolari sono molto amati su Pinterest, dagli appassionati di viaggio e dalle agenzie che vogliono proporre pacchetti e offerte.
Per vedere l’infografica completa clicca sull’immagine sottostante
Pinterest per il business

martedì 21 gennaio 2014

15 cose da fare per avere successo


Vuoi avere successo? Complicati la vita! Questo l’insegnamento di Dan Waldschmidt, americano, consulente per aziende di fama internazionale e blogger di Businessinsider.com.
Nel suo blog spiega come riuscire negli affari e nella vita. Ecco alcuni dei suoi consigli:
1. Fai la telefonata che hai paura di fare.
2. Alzati dal letto prima di quanto vorresti.
3. Dai agli altri più di quanto quanto ricevi.
4. Prenditi cura degli altri più di quanto gli altri lo facciano per te.
5. Lotta sempre. Anche quando sei ferito, deluso, sanguinante.
6. Investi in te stesso anche se nessun crede in te.
7. Cerca una tua opinione sulle cose e non accettare mai verità precostituite.
8. Conduci anche quando non c’è nessuno ancora a seguirti.
9. Prova, fallisci e prova ancora.
10. Corri veloce anche quando sei a corto di fiato.
11. Sii gentile con le persone che sono state crudeli con te.
12. Prenditi la responsabilità delle tue azioni quando le cose vanno male.
13. Segui sempre la tua strada senza aver paura di ciò che hai di fronte.
14. Non avere paura di sbagliare.
15. Fai le cose più difficili, quelle che nessun altro farebbe. Quelle che ti spaventano.
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venerdì 15 novembre 2013

Personal Branding: le 10 regole per gestire la propria reputazione online


A chi non è mai capitato di cercare su Google o sui social network il nome della persona appena conosciuta al telefono o in riunione per reperire il massimo numero di informazioni? Età, formazione, ruolo, luogo di lavoro o semplicemente per dargli un volto. Il web offre oggi tutte queste “curiosità” su un piatto d’argento e in molti casi reperirle è facile come un click.

Ma cosa succede se i risultati che appaiono nelle prime pagine del motore di ricerca non risultano legati alle proprie esperienze lavorative o formative, ma al contrario a situazioni - come foto o video - non propriamente “professionali” e che rischiano di mettere in imbarazzo? Quanto questo tipo di informazioni possono influire nella ricerca di un lavoro?

In questo contesto entra in gioco il personal branding che consiste nella promozione di se stessi, delle proprie capacità, professionalità e reputazione proprio come se la persona fosse un marchio. La rete rappresenta oggi il primo mezzo di personal branding e gli strumenti messi a disposizione dal mondo online contribuiscono a creare la propria identità digitale, la cosiddetta digital reputation. Scopo del personal branding è quello di renderci visibili, riconoscibili e ben reputati agli occhi di chi cerca il nostro nome sul web.

Per capire nel dettaglio in cosa consiste il personal branding abbiamo parlato con Andrea Barchiesi, “Fondatore e CEO di Reputation Manager”:

Perchè è importante lavorare sul personal branding?

L’immagine online è il nostro primo biglietto da visita; per sapere qualcosa di una persona appena conosciuta la prima cosa che facciamo è digitare il suo nome su Google. Ciò che appare sulla prima pagina di risultati orienta immediatamente la nostra opinione. Se poi i contenuti dovessero avere una valenza negativa o addirittura lesiva, la prima impressione si trasformerebbe in un giudizio. Questo vale naturalmente anche per i contenuti positivi. Un terzo caso è quello in cui nella prima pagina si trovino cose che non c’entrano nulla con noi, in questo modo è come se non esistessimo online. E anche questo potrebbe deporre a nostro sfavore, specie se la ragione del contatto è professionale. Per questo è di fondamentale importanza lavorare innanzitutto su quel primo spazio di incontro, i primi risultati associati al nostro nome sul motore di ricerca. Posizionare il contenuto desiderato proprio lì è un obiettivo non semplice che richiede lavoro e perseveranza e, nei casi più difficili, l’intervento di un professionista.

In quali momenti è importante avere una reputazione online di “buona qualità”?

Innanzitutto quando si è alla ricerca di un lavoro. È di fondamentale importanza verificare, prima di proporsi per un colloquio, che la propria identità digitale risulti adeguata, quindi innanzitutto che non sia compromessa da contenuti sconvenienti. Particolare attenzione va dedicata alle foto e ai video, che sono i primi contenuti ad attirare l’attenzione e anche i primi proposti dal motore di ricerca. La situazione ideale è quella in cui i primi risultati raccontano già qualcosa di noi, di ciò che sappiamo fare e della nostra reputazione in un determinato settore. Per questo è molto importante anche la cura del proprio profilo nei portali specialistici e social network professionali, dove abbiamo la possibilità di pubblicare il nostro curriculum, intervenire in dibattiti pubblici nel nostro settore, stringere relazioni significative e dunque mostrare che abbiamo competenza. Se a questo si aggiunge anche un proprio sito personale, completo e aggiornato nelle informazioni, i punti guadagnati aumentano. 

Come vengono reperite le informazioni su di noi da ipotetici datori di lavoro?

Secondo i risultati dell’indagine Adecco 2013 su “Social Recruiting e Digital Reputation” il 77% dei responsabili HR ha cercato il nome di un candidato attraverso un motore di ricerca e l’88% utilizza almeno un canale online nel proprio lavoro di selezione, i primi tre sono: Facebook, Linkedin e Twitter. Il primo motivo è verificare il cv, il secondo allargare il bacino dei candidati e il terzo è trovare candidati mirati. Infine il 34% dichiara di aver assunto qualcuno utilizzando i social network. Sono numeri significativi e in crescita, che dimostrano quanto la reputazione digitale sia un elemento cruciale per conquistare opportunità di lavoro.

Come è possibile misurare la propria identità digitale?

Esistono diversi tool per monitorare la propria influenza online ma ci siamo accorti che nel panorama italiano mancava uno strumento per monitorare in modo semplice la propria reputazione e identità digitale. Così Reputation Manager ha sviluppato My Reputation ® una piattaforma che permette gratuitamente a chiunque di verificare quanto vale la propria reputazione sul web. Tutto è riassunto attraverso il My Reputation Score, l’indice della reputazione online che esprime la propria presenza sui motori di ricerca, la completezza del proprio profilo e l’attività nei social network. I contenuti online immediatamente associabili al proprio nome a seguito di una ricerca formano l’identità percettiva, fatta di testi, immagini, video. L’identità percettiva è dinamica, cambia nel tempo a seconda dei contenuti che il motore di ricerca ritiene più rilevanti, per questo è molto importante monitorarla costantemente.

Di cosa si occupano realtà come reputation manager?

Il nostro lavoro di “Ingegneria Reputazionale” ruota intorno a tre cardini di un ciclo: Analisi, Strategia e Intervento. Il primo lavoro è quello di analizzare la situazione di partenza, quindi definire preliminarmente punti di forza, debolezza e lacune. Dopo di che si definisce una strategia in base a quelli che sono i desiderata del cliente. A seconda del target cambiano naturalmente anche gli obiettivi: un conto è un privato cittadino che abbia problemi di reputazione personale, un altro un professionista che voglia rafforzare il proprio curriculum digitale e un altro ancora un executive che debba mantenere un profilo autorevole e di spessore. Dopo la definizione della strategia si passa all’intervento vero e proprio, dunque alla pubblicazione di contenuti, apertura di canali e ove è necessario rimozione di contenuti lesivi/diffamatori; in questo ultimo caso è necessario lavorare in sinergia con la parte legale.

Esistono delle regole di massima che può essere utile tenere a mente per non incorrere in errori che potrebbero compromettere la propria reputazione online:

1. Prima di pubblicare su YouTube video di situazioni imbarazzanti (scherzi in spiaggia, battute da osteria, atteggiamenti o situazioni particolari, ecc.) è bene ragionare sul fatto che diventeranno di pubblico dominio. È importante inoltre non firmarli con nome e cognome.

2. Datori di lavoro, selezionatori del personale così come colleghi, docenti e compagni di scuola monitorano sempre i social network. È meglio usare immagini del proprio profilo non toppo ardite.

3. Verificare le impostazioni relative alla privacy dei propri account sui social network? Quando si postano foto o commenti personali è necessario prima pensare a chi è listato tra i propri contatti (solo amici, o anche colleghi, capo ufficio, professori, ecc.). E se le cartelle sono private o pubbliche.

4. Attenzione a inviare proprie foto a persone appena conosciute tramite chat, sms, e-mail: non si sai mai a chi potrebbero essere inviate.

5. Occhio ai TAG! Esseri taggati rende pubbliche ad altri le foto che magari non avresti mai voluto girassero sul web.

6. Prima di farsi fotografare in locali pubblici in situazioni “imbarazzanti” è bene sapere che probabilmente le foto saranno pubblicate sul sito e sulle pagine social del locale e condivise innumerevoli volte.

7. Attenzione alla geolocalizzazione (tag luoghi, check in, ecc.) quando si postano foto o messaggi. Soprattutto se non si vuol far sapere dove ci si trova.

8. Il contatto Facebook è il nuovo numero di telefono, è meglio distribuirlo con parsimonia.

9. Non postare mai le date di partenza e rientro: anche i ladri monitorano il web

10. Attenzione a postare sui social network le immagini di minori


Luca Orioli - Panorama






domenica 11 agosto 2013

Change is a costant. Never surrender !

Ho preso consapevolezza di avere la capacità di unire passione, creatività e professionalità tardi, ma ora mi sento bene. In questi anni ho sviluppato una sorta di energia interiore che mi sprona a imparare continuamente, ad accettare nuove sfide e il cambiamento come normalità per essere sempre competitivo per il mercato. 
Creatività e passione dunque, ma anche entusiasmo, felicità, serietà, etica e grande senso di responsabilità verso gli altri e me stesso. Senza mollare mai ! Never surrender !

Quando prendo un impegno è perchè ci credo e lotto per arrivare a ciò che mi sono posto. Mi piace lavorare, mi piace quello che faccio, mi piace costruire giorno per giorno e vedere come si compongono i risultati, come si arriva agli obiettivi. In realtà non riesco a concepire la vita senza il lavoro in questo momento. Non riuscirei a rinunciarvi. Ho ancora molte mete che intendo raggiungere. 
Non solo lavoro però, amo avere molteplici interessi e conoscenze per essere informato il più possibile. Questo mi permette di interagire a qualsiasi livello e relazionarmi con chiunque. Entro in contatto sempre volentieri con le persone, sono empatico per piacere, mi piace conoscerle, confrontarmi, ascoltarle. Sono sempre fonte di riflessione e a volte di ispirazione.
Amo anche i momenti di silenzio, di solitudine e interiorità. Sono momenti fondamentali per fare chiarezza, per dare il giusto peso alle situazioni, per ritrovare a volte un equilibrio. E' un toccasana anche camminare da solo o con la mia Brenda soprattutto al mattino all'alba.

Ho ancora aspettative nella vita e dei sogni. Ho rubato una frase che ripeto sempre: i sogni sono degli obiettivi con una scadenza. I sogni sono importanti perché trasmettono energia anche alle persone che ti circondano.  I sogni ti permettono di credere in ciò che fai e le persone che vengono a contatto con te penso lo percepiscano e sono soddisfatte di lavorare insieme.
Ma nella vita mi sono dato anche delle regole che mi permettono di essere coerente con me stesso e il mio modo di sentire. Sono pronto a combattere sempre fino in fondo, ma sempre con un certo stile e non venendo mai meno ai valori in cui credo e al rispetto per gli altri. Se mi rendo conto che dall'altra parte non ci sono gli stessi codici, la competizione non mi interessa più. 
Ho sempre fatto molto sport a livello agonistico. La vita la interpreto come una disciplina sportiva e mi ha sempre guidato trovandoci io una speculare assonanza con essa.

Sono da sempre uno che costruisce ponti, utilizzo la diplomazia e l'empatia per questo. Non ho mai interrotto rapporti con acredine con nessuno. 
Lascio sempre una porta aperta perché il futuro mi appartiene, ma non mi è dato conoscerlo.

venerdì 10 maggio 2013

Cos'è il Personal Branding

Quando mi è stato chiesto di fare un guest post sul Personal Branding mi sono ricordato che qui, su questo blog, non ne avevamo mai parlato.
Ci sono effettivamente blog dedicati esclusivamente a questo argomento e noi lo abbiamo sempre considerato come un argomento un po’ “sottinteso” nel momento in cui si parla di web marketing.
Sia io che Maria Pia e Gianluca, sviluppiamo il nostro personal branding per far crescere poi quello di Webinfermento.

Nel web marketing poi, soprattutto quello odierno, orientato alla costruzione di relazioni tra le persone, grazie anche allo sviluppo dei social, per lo sviluppo di fiducia, non se ne può più fare a meno. Pensiamo che seppur possa sembrare un concetto scontato, ogni azienda piccola e grande di successo nel web ha dietro di sè una persona che si è fatta notare, distinguendosi dalla massa.

Ci sono quelle aziende e quei progetti digitali, che ricordi sia per il nome del brand che della persona che lo ha portato al successo. In quei casi, c’è stata sicuramente un’azione di costruzione di personal branding efficace. Il web marketing si muove sempre più verso il personal branding; i social media ne sono l’esempio più lampante. Puoi diventare esperto della tua nicchia e in alcuni casi anche influenti, ma dovrai seguire un percorso di crescita ben definito per arrivarci. Anche Google, nel suo piccolo, ti spinge a investire nella promozione di te stesso, prima di tutto; basti pensare all’Authorship e all’attribuzione della paternità dei contenuti.

Non ruberò altro tempo alla tua lettura, perché l’intervista che segue saprà spiegare meglio di me quello che è il Personal Branding, come costruirlo e come diventare padroni di se stessi.

Sebastiano Zanolli fa il manager, un manager un po’ atipico, che sceglie un approccio alla professione misto di pragmatismo e di sentimento. Nato nel 1964 a Bassano del Grappa (Vi), dopo la laurea in Economia presso l’Università di Cà Foscari, incontra alcune grandi aziende, tra cui Adidas, nella quale ha ricoperto il ruolo di direttore marketing in Germania, e Diesel, di cui è stato General Manager per la filiale italiana. Per 6 anni è stato Amministratore Delegato di 55DSL srl. Attualmente è Direttore Generale della nuova divisone 55DSL, linea giovane del Gruppo Only The Brave Diesel.
Sebastiano Zanolli: sito web e pagina Facebook


Sebastiano, qual è la tua definizione di Personal Branding?

Il “Personal Branding” è un trasposizione in campo personale dei processi che caratterizzano l’attività di marketing aziendale.

Il “Personal Branding” si potrebbe tradurre in italiano con “creazione e gestione del proprio marchio personale”, ma, come spesso avviene, la traduzione è un po’ pesante e goffa.

Perdonate, userò l’inglese. Abbreviamolo in “P.B.”. Il P.B. è l’idea e l’aspettativa che facciamo venire alla mente di chi sta pensando a noi.

È l’insieme di valori, competenze, visioni, passioni, caratteristiche e ricordi in genere che immediatamente chi ci sta attorno collega alla nostra comparsa fisica
o anche solo virtuale. Anche solo a pensarci.

E’ qualcosa di simile alla USP (Unique Selling Proposition) per un azienda?

Si, è qualcosa che ti rende assolutamente differente e memorabile per il frutto del tuo lavoro

Il P.B. si dedica proprio a questo, ma a livello personale.

Arghhh!… Ho sentito bene un paio di commenti…“Ma come si fa a paragonare un prodotto a delle persone?”, “ma questo Sebastiano è senz’altro un cinico manager che confonde lavoro e vita…”.

Li ho sentiti, e ne scrivo, perché ho avuto di fronte platee per più di 10.000 persone negli ultimi cinque anni e so che statisticamente, una percentuale, progressivamente sempre più sottile,
non riesce ad accettare il fatto che il P.B. sia una pratica che tutti pratichiamo fin da bambini,
in modo spontaneo.

Quello di cui vi sto parlando presenta la stessa differenza che esiste tra l’imparare a camminare e diventare esperti corridori di maratona. Certo, il principio è lo stesso. Ma i risultati no.

E’ per questo che è così importante?

Tutti tentiamo spontaneamente di essere unici. Altrimenti non si spiegherebbero i successi
dei marchi dei prodotti di bellezza e la quantità della loro offerta.

C’è poi chi stabilisce in modo deciso di essere unico, così da ottenere i risultati a cui tiene.
Il P.B. è solo maturità e comprensione che esiste l’esigenza, in una società veloce, velocissima, di lasciare un buon e giusto ricordo di noi e di quello che rappresentiamo.
Soprattutto un ricordo coerente con gli obiettivi che ci prefiggiamo
.

Da dove si deve partire costruire un Personal Branding efficace?
Quanto tempo ci vuole?

Ricordate che le ricerche mostrano come servano meno di 30 secondi
per formarci un’impressione duratura di un nuovo interlocutore, mentre possono servire decine di occasioni ripetute per cambiare una percezione negativa già avuta.

Le ricerche mostrano inoltre come non siano le parole o le azioni in sé a definire il risultato della nostra strategia, ma piuttosto la percezione che ne ha l’interlocutore.

Si tratta dunque di gestire le percezioni di chi entra in contatto con noi, in modo che abbia una corretta comprensione di chi siamo.
Diventeremo poi la prima scelta di questa persona tutte le volte che gli si presenterà un’occasione
che potrebbe legare la situazione a noi.
Questo significa molte cose.
Più opportunità, più occasioni, più possibilità per ampliare i nostri orizzonti. Personali o professionali.

In tutto questo che ruolo gioca la comunicazione personale?

Creare opportunità coerenti con i risultati cercati. Tra i vantaggi del decidere di maneggiare in modo adeguato il proprio personale marchio, c’è quello, non trascurabile, di aumentare la propria sicurezza e le proprie capacità comunicative.
E a pensarci bene non c’è da stupirsi.

Pensate a chi ha abbracciato il P.B. da millenni. Ad esempio gli appartenenti agli ordini religiosi, militari e istituzionali. Di tutto il mondo. Chiarissimo personal branding in termini estetici
(paramenti, indumenti, rituali) e comunicativi (professioni di fede pubbliche, prediche, orazioni).

Avete pochi dubbi quando pensate a dove collocare il Papa, o il Dalai Lama o il generale dell’Arma dei Carabinieri o il ministro delle Finanze.
Nessun dubbio, il processo di P.B. è stato condotto perfettamente e ripetutamente.

Jacques Seguela, uno dei più importanti comunicatori del ’900, artefice delle campagne pubblicitarie di Francois Mitterand, nel suo libro “Hollywood lava più bianco” scrive così:
«L’impero romano cadde per aver creduto che i giochi da stadio sarebbero stati più forti di quelli della chiesa.

Ogni persona usa il proprio istinto per giudicare il prossimo e lo usa in modo immediato.
In un mondo povero di tempo e ricco d’informazioni, andare all’essenza è fondamentale.
Fare in modo che la nostra presenza generi fiducia diventa la chiave di volta dei nostri successi.

Questo fa il P.B.: stimola la fiducia nelle capacità e negli aspetti che voi volete sottolineare.
Risparmierete il vostro e l’altrui tempo se saprete creare il vostro personale marchio.
Ridurrete il vostro e l’altrui stress nel cercare una soluzione mutuamente soddisfacente nel business o nella vita se avrete saputo gestire bene il vostro marchio.
Siete unici, lo sapete.

Concretamente quali sono i passi per costruire il proprio Brand Personale ?

Identificate il Vostro valore personale di brand, cioè ciò che vi rende unici in relazione
alla missione e al futuro che vi siete disegnati e prefissati.

Può essere la simpatia, la correttezza, la perspicacia, una conoscenza di un materia particolare,
qualsiasi caratteristica fisica, psichica, morale… una dote che vi permetta di comunicare
in modo veloce e chiaro ciò che “vi significa”.

“Significare” esprime il concetto del far intendere qualcosa a qualcuno attraverso parole o segni… simboli.

Ecco, trovate i simboli più adatti per far riconoscere il vostro significato “di base”. Il vostro significato ultimo nella vostra esistenza.
La vostra promessa, il vostro destino. Almeno fino a quando non li cambierete.
Se vale per i bastoncini di pesce “dei capitani di domani” che mio figlio non scambierebbe mai per quelli uguali identici ma “sbrandizzati” della Coop, questo vale anche per noi una volta sul mercato.

Lavorateci sopra seriamente. Come si lavora quando il vostro capo vi chiede di elaborare un piano o vi dà un compito in azienda.
Il vostro futuro vale almeno quanto quello dell’azienda per cui lavorate.

Cosa è cambiato, in questi ultimi anni, nell’ambito del Personal Branding, Internet e i social media in che modo hanno influito?

Internet e i social media hanno reso tutto più veloce. E’ necessario raccontare perché facciamo quello che facciamo.
La scrittrice Isabel Allende dice che ognuno è il cantastorie della propria esistenza e che spetta a ciascuno la possibilità di trasformare quella esistenza in una leggenda oppure no.
Questo si fa attraverso ciò che si comunica. In tutti i modi possibili. Circondatevi di gente che vi è amica. Moltiplicate la vostra presenza attraverso ciò che di buono la gente dice di voi.
Non è un concetto banale.
Anzi, è molto probabile che molti non comprendano la profondità del messaggio.
E difatti rimarranno ancorati al palo della propria misantropia. Gli amici vi stimano. La stima provoca un’irresistibile propensione alla condivisione della fonte della stima stessa.
È come quando consigliate il vostro dermatologo a qualcun altro.
Siete i più fenomenali e grandi promotori delle sue capacità.
E senza che vi si chieda nulla.

Circondatevi di amici, veri, e il vostro brand inizierà a brillare come non mai.
Ricordate la formula che crea la fiducia.

Questa formula molto poco teorica, e forse a volte non perfetta, ma molto pratica, dice che:
F = T x Esp.Com. Dove F significa fiducia, T significa tempo, Esp.Com. significa esperienze emotive condivise.

In parole povere, per creare fiducia, o si spende molto tempo con le persone, o si vivono insieme esperienze emotivamente coinvolgenti, o tutte e due le cose.

Pensate al periodo di leva militare o a quello delle esperienze scolastiche.
Le persone dopo anni si ritrovano assieme e sentono ancora fiducia verso individui
con cui avevano perso i contatti. È l’effetto di esperienze profonde condivise.

Ma il grado di fiducia è frutto anche di un altro fenomeno:

F = P.man / P.eff.

Dove F significa sempre fiducia,
P.man sta per promesse mantenute,
e P.eff per promesse effettuate.

Ogni persona che viene in contatto con noi calcola questo indice. Se volete che sia alto, promettete poco e mantenete molto.

Il brand serve a conservare la fiducia, ma non prima di averla costruita. Nel caso in cui non vi sia il tempo per creare fiducia, ricordate che al vostro interlocutore serve comunque un’esperienza,
per quanto immaginata, della relazione con voi.
In parole povere, deve sentire il benessere che proverà a intrattenere dei rapporti con voi.

Questo è quello che caratterizza i fan. Voi ne avete? La vostra azienda ne ha?
Se no, questo si ottiene facendo sentire, vedere, toccare qualcosa che ancora non c’è.

Da questo punto di vista, la capacità narrativa è molto importante.

Sappiate dove andare, o perlomeno ipotizzate di saperlo. Altrimenti andrete a finire in qualche altro posto.

Avere in mente la propria proiezione sul mondo, attuale e futura, è il mezzo per rimanere fedeli
a se stessi e cambiare solo quando è necessario e voluto.

Il P.B. è un modo per essere coerenti e migliorare, in un circolo virtuoso che ci vuole tanto più credibili e capaci di attivare risorse ed energie quanto più capaci di far percepire velocemente la propria intima essenza.

Ascoltate le idee di quanta più gente possibilecirca il vostro progetto, specialmente se vi ammirano già. Essere capaci e avere l’umiltà di ascoltare ed eventualmente adottare spunti non nostri è una grande marcia in più.
Non credete alla storia degli uomini di valore o di successo che non hanno mai dato retta a nessuno.
Hanno ascoltato tutti, e poi hanno usato solo ciò che hanno ritenuto interessante.
Persino Napoleone ascoltava molto.

Sebastiano ci dai 3 consigli che si possano applicare alla attività di Personal Branding?

  1. Create sempre una storia intera da raccontare attorno.
  2. Comportatevi in modo da evitare di dover fingere. Siate trasparenti.
  3. Se ve la sentite, coinvolgete in un dialogo continuo potenziali “clienti” per preparare questi punti.

Siete voi il vostro marchio.

Se ve ne dimenticate, fate il gioco della concorrenza.

Intervista da www.webinfermento.it