venerdì 27 marzo 2015
Dall'Islam all'Apocalisse anatomia del Califfato Ecco cos'è, cosa vuole e come si può sconfiggere
mercoledì 25 marzo 2015
Il padrone rosso. Così la Cina sta comprando il mondo.
sabato 21 marzo 2015
Porre attenzione al tempo. I fine settimana che dovrebbero...
Porre attenzione al tempo.
I fine settimana che dovrebbero essere periodi dedicati, per eccellenza, a se stessi rischiano di diventare in molti casi giorni, anche questi, occupati e frenetici.
Così i momenti indispensabili da dedicarsi a riflessioni e valutazioni diventano minimi, accidentali o strappati di forza nel procedere forsennato delle attività da svolgere.
Non si dovrebbe mai dimenticare che i risultati o le decisioni importanti nella nostra vita, sono frutto anche del tempo giustamente dedicato a se stessi e alla propria interiorità.
Periodi, ore, momenti, trascorsi in silenzio e in solitudine con gusto e passione per la ricerca introspettiva, di sè stessi per affrontare sempre nuove sfide e raggiungere i nostri obiettivi con lucidità.
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mercoledì 18 marzo 2015
I miei pensieri. Guardo con dolcezza i miei pensieri, belli o...
I miei pensieri
Guardo con dolcezza i miei pensieri, belli o brutti che siano, perché non sono altro che energia sedimentata, modelli che prendono il sopravvento sulla mia essenza, sul mio Io. In particolar modo quelli negativi.
Li guardo e basta, non li commento,so che se ne andranno da soli. E’ questo il potere della consapevolezza, dello sguardo libero che disintegra tutto l’inutile che ci sovrasta.
Continuare a pensarci e a ripensarci, cercare di capire, di spiegare, di compenetrarli, contribuirà solo a far si che mi si appiccicheranno addosso ancora di più.I pensieri possono essere pesanti come il fango e trascinarti a fondo.
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martedì 17 marzo 2015
15 cose che le persone felici fanno in maniera diversa
lunedì 16 marzo 2015
Presentato il libro “Lugo e le sue osterie” realizzato dalla Delegazione di Lugo di Romagna dell’Accademia Italiana della Cucina
Da sx Alessio Guidotti, Davide Ranalli, Anna Giulia Gallegati, Pierangelo RaffiniSi celebra così il decennale della nascita dell'Accademia sul territorio
Alcune copie del volume verranno regalate alla Biblioteca del Comune che fu sede proprio del “battesimo” della nuova Delegazione.
Il libro è stato scritto dal Dott. Alessio Guidotti, docente di storia e filosofia, laureato in Storia e in Lettere presso l’Università di Bologna. Oltre ad aver conseguito due abilitazioni all’insegnamento secondario di secondo grado, ha ottenuto il Master di beni culturali ecclesiastici, presso l’Università degli Studi di Bologna, sede Ravenna e il Diploma di perfezionamento in La ricerca storica. Ha già pubblicato il volume “Verso l’Unità d’Italia passando dalla Romagna” e autore di alcuni articoli su Civiltà della Tavola (Rivista dell’Accademia Italiana della Cucina distribuita in tutto il mondo).
Il Delegato di Lugo di Romagna, Pierangelo Raffini, ha concordato con il Sindaco della città, Davide Ranalli, la presentazione del volumetto nell’ambito del mese della Cultura che tradizionalmente per questa Istituzione cade in marzo.
L'Accademia Italiana della Cucina è nata - naturalmente a tavola, come accade spesso per le cose importanti - quando un gruppo di amici, riuniti a cena il 29 luglio del 1953, ascoltarono e condivisero l'idea che Orio Vergani perseguiva da tempo: quella di fondare un'Accademia col compito di salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della tavola, espressione viva e attiva dell'intero Paese.
La cucina è infatti una delle espressioni più profonde della cultura di un Paese: è il frutto della storia e della vita dei suoi abitanti, diversa da regione a regione, da città a città, da villaggio a villaggio.
"La cucina - si legge in una nota del delegato Raffini - racconta chi siamo, riscopre le nostre radici, si evolve con noi, ci rappresenta al di là dei confini. La cultura della cucina è anche una delle forme espressive dell'ambiente che ci circonda, insieme al paesaggio, all'arte, a tutto ciò che crea partecipazione della persona in un contesto. È cultura attiva, frutto della tradizione e dell'innovazione e, per questo, da salvaguardare e da tramandare.
Civiltà della tavola vuol dire prima di tutto civiltà e cioè l'insieme di usi e costumi, di stili di vita, di consuetudini e di tradizioni degli uomini che li condividono. E civiltà del gusto, di quel senso preposto al piacere della tavola - quel gusto capace di affinarsi, di perfezionarsi, di riscoprire sapori perduti e di tentare il palato anche con il nuovo - vuol dire l'insieme dei valori che anche attraverso la tavola un popolo si tramanda, rinnovandoli continuamente, e che ne costituiscono l'identità culturale. Salvaguardare il gusto, quindi, diventa un elemento essenziale per la difesa non solo della civiltà della tavola, ma dell'identità stessa di un popolo".
giovedì 5 marzo 2015
Così il Mediterraneo torna al centro della Storia
di DOMENICO QUIRICO su La Stampa (http://www.lastampa.it/2015/03/02/esteri/cos-il-mediterraneo-torna-al-centro-della-storia-5sIbIMGGf9EDz7mXvWcedP/premium.html)
venerdì 27 febbraio 2015
Lavoro, le ore più produttive? Il mattino presto
Gli italiani? Poco mattinieri, ma il 35% di manager, professionisti e impiegati gestisce la maggior parte delle pratiche nelle prime ore, lontano dall’ufficio tradizionale
Brevi break, inoltre, sono necessari durante la lunga giornata lavorativa per mantenere il benessere psico-fisico, recuperare le energie e la capacità di rimanere concentrati. La pausa caffè rappresenta in Italia, ma anche negli altri paesi, un must delle interruzioni di relax sul lavoro, (29% Italia; 28% media globale); anche piccole passeggiate (all'interno o all'esterno degli uffici) costituiscono un'attività fisica per sgranchirsi un po' le gambe dopo essere rimasti seduti alla scrivania per molto tempo. Questa attività è più frequente all'estero (24% media globale, 21% Italia). Seguono poi il cambio di attività, passando a svolgere altri impegni e incombenze per poi riprendere (17% Italia, 14% globale) e brevi conversazioni con i colleghi (14% Italia, 11% media globale); anche guardare le notizie o navigare in rete (11% Italia e media globale) costituisce un momento di svago e relax.
giovedì 26 febbraio 2015
Il debito perpetuo
Nelle trattative a livello europeo la Grecia ha avanzato l’ipotesi (invisa ai tedeschi) di convertire parte del suo debito pubblico in perpetual bond, titoli di Stato senza scadenza. Si tratta di uno strumento finanziario che ha una lunga storia dietro di sé, visto che venne adottato inizialmente dalla Gran Bretagna nel XVIII secolo e che il governo di Londra ha deciso di rimborsare il prossimo 9 marzo una parte dei perpetual bond emessi per coprire le spese della Prima guerra mondiale. Ma il concetto di debito perenne non riguarda solo una particolare categoria di titoli, poiché gli oneri gravanti sulle finanze di alcuni Paesi, compresa l’Italia, hanno assunto da tempo un carattere che ne condiziona la vita in modo permanente. Da qualche tempo la questione è centrale per il nostro futuro: per questa ragione, al di là dei problemi economici contingenti, ci è sembrato utile esplorarne gli aspetti di natura culturale. Per esempio il retroterra storico ripercorso in queste pagine da Sergio Romano, con puntuali riferimenti alle vicende del Regno d’Italia. Oppure i risvolti di natura antropologica su cui si sofferma Adriano Favole, smentendo alcune consuete raffigurazioni della teoria economica classica. Per finire con le questioni filosofiche esaminate da Donatella Di Cesare, che ribadisce l’importanza della distinzione tra etica ed economia, ponendo in rilievo la pericolosità del nesso istituito tra debito e colpa morale.
Storia
Sella, Luzzatti & C. Il Dna dell’Italia che risana i conti si è quasi perduto
Era un affare privato dei re ma tutto cambiò con lo Stato moderno
Quello che noi chiamiamo «debito pubblico» fu per molto tempo il debito dei sovrani, vale a dire il «rosso» di un bilancio in cui era difficile separare le spese pubbliche da quelle private. Sino a quando gli Stati furono patrimoniali, i re avevano bisogno di denaro per i loro palazzi, per il corpo delle guardie reali, per le forze armate di cui sarebbero divenuti comandanti supremi allo scoppio di una guerra. Potevano contare su dazi e balzelli, sulla vendita o sull’affitto di pubbliche funzioni, sulla rendita dei feudi di cui la dinastia si era impossessata nel corso della sua storia. Ma se il denaro non bastava, occorreva rivolgersi ai banchieri, soprattutto fiorentini o tedeschi. Durante la Seconda guerra mondiale, quando l’Inghilterra, in linguaggio fascista, era la «perfida Albione», Giovacchino Forzano diresse un film (Il re d’Inghilterra non paga) sul prestito contratto da Edoardo III re d’Inghilterra, intorno al 1340, con due banchieri fiorentini, Bardi e Peruzzi. Era il denaro di cui Edoardo aveva bisogno per la guerra con cui rivendicava la corona di Francia. Vinse molte battaglie, ma non onorò il suo debito e i banchieri fiorentini fallirono.
Molto più cospicua, a quanto pare, fu la somma (800 mila fiorini) che Carlo V, re di Spagna, prese a prestito in Germania, a Firenze e a Genova per comprare i voti dei grandi elettori che nel 1519 lo avrebbero eletto sacro romano imperatore. Il suo maggiore creditore, Jacob Fugger di Augusta, volle una fideiussione per 300 mila fiorini e fu pagato con le miniere di cui Carlo, conte del Tirolo, era proprietario a nord delle Alpi. Nel Settecento la Francia era la maggiore potenza militare europea. Ma le guerre di Luigi XIV avevano svuotato le casse dello Stato e gli aiuti forniti ai ribelli americani contro la Gran Bretagna da Luigi XVI avevano ulteriormente aumentato il debito pubblico. Fu chiamato per risanare i conti pubblici un famoso banchiere ginevrino, Jacques Necker, allora padre di una graziosa ragazzina che diventerà famosa con il nome di Madame de Staël, che impinguò anzitutto le casse dello Stato con la rente viagère, una sorta di prestito a vita che fruttava al creditore una rendita del 10%. Ma ordinò anche una spending review che irritò le sue vittime (pubblici funzionari, aristocrazia) e gli costò il posto. Il suo successore, Charles-Alexandre de Colonne, propose una sorta di prestito forzoso sulle rendite fondiarie che suscitò altrettanti malumori ed ebbe per effetto la convocazione degli Stati generali. Da quel momento la storia del debito francese si intreccia con la storia politica di Francia, dalla Rivoluzione a Waterloo. È una storia in cui i passivi sono rappresentati soprattutto dalle enormi spese militari e gli attivi dal modo in cui la Francia riuscì a distribuire l’onere del debito su alleati e vassalli.
Nella storia del debito, dal 1815 al 1915, esistono almeno due buoni capitoli italiani. Il primo cominciò nel 1861. L’Italia portava sulle sue spalle, al momento della nascita, il debito contratto da Cavour, soprattutto con le banche inglesi, e quello degli Stati preunitari che il Piemonte, per legittimare l’operazione unitaria, intendeva onorare. Un ministro delle Finanze, Pietro Bastogi, creò il Grande libro del debito in cui vennero iscritti tutti i debiti vecchi e nuovi del giovane Stato. Vennero pagati con la vendita dei beni ecclesiastici, la privatizzazione del demanio degli Stati preunitari e, soprattutto, le imposte, fra cui quella particolarmente impopolare sul macinato. Il pareggio fu annunciato da Quintino Sella nel 1876 e fu l’ultimo dono della Destra al Paese prima del suo declino.
Il secondo capitolo appartiene agli anni in cui il presidente del Consiglio era un altro piemontese, Giovanni Giolitti. Per pagare il debito che si era progressivamente accumulato nei decenni precedenti, l’Italia doveva iscrivere a bilancio, ogni anno, gli interessi passivi d’una somma corrispondente a circa 16 miliardi di lire, pari, grosso modo, a 60 miliardi di euro dei nostri giorni. Di quei 16 miliardi circa la metà era rappresentata da debiti contratti a un interesse elevato (il 5%) in anni durante i quali lo stato dell’economia nazionale era alquanto peggiore. Ma agli inizi del Novecento vi erano ormai le condizioni per convertire la rendita più onerosa dal 5 al 3,5%, con un risparmio considerevole per il bilancio dello Stato. Un’Italia più prospera e più dinamica poteva legittimamente pretendere tassi meno elevati. L’operazione durò qualche anno e richiese l’avallo di una grande banca parigina (quella dei Rothschild), ma rimase sempre nelle mani di un uomo politico veneziano, Luigi Luzzatti, che la gestì magistralmente. È lecito sperare che il Dna dei Bastogi, dei Sella, dei Giolitti e dei Luzzatti non sia andato interamente perduto?
Sergio Romano (http://lettura.corriere.it/debates/il-debito-perpetuo/) -
martedì 10 febbraio 2015
Cala la sera anche su questa giornata. Il lavoro continua sotto un'altra luce... #Capecod #istantphoto… http://ift.tt/1ATDOfs
Ottima qualità e fantasia nel pesce alla Taverna Dei Velai.
by Pierangelo Raffini
February 10, 2015 at 06:54AM
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