venerdì 27 giugno 2008
Prezzi alle stelle, la frutta va al macero
martedì 24 giugno 2008
Sulla Vita
lunedì 23 giugno 2008
Il gelato artigianale da Sasso al sistema "made in Italy"

Altri tempi, anche per il gelato. In quegli anni di gelaterie artigianali ad Imola non ne ricordo molte: “Il Polo”, “Nicola”, il “Zanarini” imolese e non saprei quali altri citare. Erano anche anni in cui alcuni “artigiani” in realtà usavano “le bustine” per ottenere i diversi gusti. Anche le modalità di fruizione erano completamente differenti. Il gelato era soprattutto “da passeggio”, ordinarlo e consumarlo al tavolo veniva considerato un lusso che ci si poteva concedere qualche volta, ma non troppo spesso; portarlo poi a casa – non esistevano quelle simpatiche vaschette che ti danno oggi - significava arrivare con una buona parte di questo meraviglioso alimento (capirete che ne sono goloso) “squagliato” nella carta sottoponendoci ad un rito di recupero improprio che qui non descriverò nel dettaglio. In ultimo il gelato artigianale era assolutamente associato al periodo estivo.
Nel tempo l’attenzione e la domanda per il gelato sono via via cresciute, parallelamente alla cura e al raffinarsi dell’arte, e anche nella nostra città sono sorte nuove gelaterie. Dal 2000 poi, complice l’attenzione delle persone che aspirano a mettersi in proprio che le hanno considerate ottime fonti di affari, sono fioriti un tal numero di esercizi che è difficile anche a Imola farne un conto esatto. Tra l’altro ce ne sono altre di prossima apertura. E questo, potete constatarlo tutti, è un fenomeno nazionale.
Sono cambiati i tempi si diceva e il gelato oggi, anche se è un prodotto strettamente legato alla tradizione, lo si può trovare con un’incredibile varietà di gusti, declinato in diverse consistenze e proposto in numerose forme, il tutto consolidato da una ben radicata esperienza di cui noi italiani siamo certamente i maestri riconosciuti a livello mondiale. Oggi tutti parlano del gelato che viene a tutti gli effetti annoverato come un vero e proprio alimento. I nutrizionisti e i dietologi ormai considerano il gelato non più come un semplice dessert o una merenda, ma alla stregua di una importante componente dell’alimentazione (non solo estiva), ricco com’è di notevoli apporti nutritivi. Nell’ambito di un’alimentazione equilibrata o anche di vere e proprie diete, una porzione di gelato entra come componente sostitutivo di un pasto, appesantendo meno, oppure come merenda o “rompi digiuno. Una profonda trasformazione dunque negli usi e costumi alimentari non soltanto italiani, ma anche di molti altri Paesi, ovunque sia giunto un gelataio italiano a proporre le sue specialità. Ma non bisogna dimenticare che l’industria italiana è leader mondiale nella produzione anche di macchine per il gelato artigianale o industriale (Carpigiani docet), così come è prima nel mondo nella produzione di macchine per il caffè espresso. Un momento importante per il successo del “made in Italy” e del “Sistema Italia” che dovrebbe farci comprendere come possediamo ancora molte eccellenze su cui impegnarci. Il gelato ha radici antichissime recuperabili prima del “Natale di Roma”, naturalmente in forme diverse da come lo vediamo oggi, ma si sviluppa dagli alchimisti, medici e gastronomi delle corti mediterranee rinascimentali, prima in Sicilia e poi nel resto dell’Italia, da dove si diffuse a tutta l’Europa. Per molti secoli i sorbetti gelati, furono cibi più prestigiosi di quelli caldi ed appannaggio dei castelli e dei palazzi, che possedevano una ghiacciaia. Un aiuto alla diffusione europea del gelato fu dato appunto dai gelatai italiani e soprattutto di quelli veneti che, durante l'estate, emigravano dalle valli alpine e prealpine verso i paesi del nord. Con il “grande freddo” degli alchimisti, nella cucina – meglio nell’ambito della pasticceria – si è sviluppata l’arte della gelateria. I gelati, ottenuti con una sapiente combinazione di un forte freddo con un’azione meccanica, non sono gli unici alimenti della “cucina del freddo”, che comprende anche i sorbetti, i ghiaccioli, le granite (quelle vere!, non quelle ottenute con ghiaccio tritato), i frappé, i semifreddi e le torte gelate. Noi italiani siamo tra i maggiori consumatori di gelati artigianali (12 kg per persona e per anno) e tra i minori consumatori di quelli industriali (meno di 5 kg per persona e per anno) contrariamente ad americani ed australiani che sono i maggiori consumatori di gelato industriale (circa 24 e 23 kg pro capite).
Quando si assapora un buon gelato ben lavorato e pastoso, che può essere leccato e che si scioglie delicatamente in bocca, di fatto si vive, a mio parere, una esperienza tutta particolare ed irripetibile per le sensazioni di appagamento e piacere che offre sia al palato che al nostro spirito.
Questi momenti, seppur brevi, permettono di ignorare per un poco il punto di vista calorico e il pensiero per la nostra forma che, oggi, paiono prendere il sopravvento sul piacere del vivere che è fatto anche di “rotondità”.
Scritto da Pierangelo Raffini e pubblicato su Il Domani di domenica 21 giugno 2008
sabato 21 giugno 2008
Ascolta il Cuore
S. Bambarèn
mercoledì 18 giugno 2008
Qualità di vita
martedì 17 giugno 2008
Letta tiene a battesimo 360 Circondario Imolese
È nata ufficialmente a Imola, sabato 14 giugno, in una Sala delle Stagioni piena di pubblico, Associazione 360 Circondario Imolese. Presenti, oltre a Enrico Letta, gli assessori del Comune di Imola, Visani, Bondi e Galavotti, il sindaco di Castel San, Pietro Zacchiroli, il consigliere Regionale, Bosi, e i consiglieri comunali Barelli e Mazzanti. A fare gli onori di casa uno dei vicepresidenti, Pierangelo Raffini - l'altro è Paolo Franceschi - che ha introdotto l'evento passando poi la parola prima al presidente dell'Associazione imolese, Cristina Baldazzi, e poi a Enrico Letta. «L'Associazione nasce dall'incontro di persone che si sono riconosciute nello stesso percorso in occasione delle primarie e hanno deciso di continuare a lavorare assieme uniti in un comune impegno politico - ha evidenziato la Baldazzi - per allargarsi ad una realtà più ampia e contribuire così alla costruzione collettiva del Partito democratico in un progetto politico e culturale condiviso ed allargato anche a chi non è iscritto al PD, nello spirito di quanto contenuto nello stesso statuto del PD (art. 30) che favorisce proprio il movimento associativo quale strumento di coinvolgimento più ampio». Enrico Letta ha poi spiegato che l'idea di fondo di TrecentoSessanta «prevede la partecipazione di persone con esperienze e appartenenze politiche differenti. Intendiamo aiutare, tramite un progetto di formazione politica, chi non fa politica ?per mestiere?, aiutarli in un percorso per metterli in grado, se eletti in cariche amministrative locali, regionali o nazionali, di gestire efficacemente ed eticamente la cosa pubblica». 360 Circondario Imolese sta definendo per l'autunno il suo programma di incontri e confronti che verteranno principalmente su disagio giovanile, immigrazione, sicurezza sul lavoro, collegamento tra scuola e imprese e ambiente, rapportandosi sulle differenti realtà locali e confrontandosi con le rispettive amministrazioni.lunedì 16 giugno 2008
L'orto una tradizione sopravvissuta alle ere
Orto, dal latino hortus, ha comune origine con le voci corte e giardino e con significato di recingere, onde il termine vale a significare chiuso, recinto, quindi pezzo di terra chiuso, recintato, nel quale si coltivano erbe mangerecce (ortaggi). L’orto è stato lo strumento attraverso il quale le donne, in modo particolare, hanno selezionato i vegetali e gli animali più adatti per l’alimentazione umana ed hanno sviluppato la cucina, con tutte le sue tecniche, dando poi avvio alla gastronomia.Che la nostra sia una terra non solo di campanili, ma anche di orti lo si evince transitando per le vie in alcuni quartieri della città e nelle strade dei paesi del circondario imolese. Dalla Pedagna a Ponticelli, dal lungo fiume (vicinanze Ponte Vecchio) alla zona dell’ospedale nuovo – per non parlare della “via degli orti” – si può notare come la tradizione legata alla coltivazione dell’orto non sia scomparsa e anche piccolissimi fazzoletti di terra, magari ristretti su un argine di un canale o di un fiume vengano coltivati con cura e assidua presenza. In molti Comuni della Romagna, e Imola è fra questi, vengono attuate per tradizione politiche atte a rendere disponibili aree appositamente dedicate a questo tipo di impiego. Ne consegue che possiamo ritrovare ancora oggi una ricca memoria gastronomica nella cucina legata ai prodotti degli orti avendo sempre avuto un’ importanza centrale nella vita delle famiglie in ogni epoca. Testimonianze culinarie legate ad alcuni prodotti in particolare che ancora oggi vengono proposte in famiglia, nei ristoranti o nelle osterie.
Nei nostri orti, oltre ai soliti prodotti reperibili probabilmente in tutti gli orti italiani, vale la pena citare la coltivazione dello scalogno, del sedano e del cardo giganti, del carciofo, della melanzana violetti e della zucca gialla; altri ortaggi che ritroviamo nelle ricette della tradizione sulle nostre tavole e nei ristoranti del territorio sono: cipolla, spinaci, asparagi, cavolfiore, patate, fagioli, “la barba di frate” (liscari), porri, radicchi di campo e la vitalbe (“viderba” in dialetto). Vale la pena ricordare che molti di questi prodotti della terra hanno costituito nei secoli passati o recenti le uniche possibilità che la natura metteva a disposizione delle classi meno abbienti. Proprio la disponibilità a volte anche sostanziosa dei prodotti proveniente dagli orti e una generale situazione di povertà che si poteva riscontrare nel territorio fino agli anni successivi al secondo conflitto mondiale, ci consente oggi di rintracciare – e recuperare -, al di là dell’utilizzo quale contorno ad altre pietanze, una serie di piatti e di ricette frutto anche dell’ingegno di chi faceva “di necessità virtù”. Così ritroviamo ancora oggi nelle “baracchine” sparse lungo le nostre strade, le piadine o i crescioni alle erbe con formaggio morbido, nei primi piatti “i curzul” (letteralmente in dialetto i lacci delle scarpe) al sugo di scalogno (piatto tipico quaresimale), i Malfattini o le zuppe al brodo di fagioli o con gli spinaci, i risotti con il radicchio o con la verza, tortelli alle erbe, gnocchi alle erbe, ed ancora i fritti con zucchine, carciofi, cipolla, cardo, sedano, ecc., le frittate di zucca, di barba o di vitalba, lo stufato di cipolla e alla campagnola, gli “antichi” radicchi con i bruciatini (la variante con l’aceto balsamico è stato introdotto recentemente per le mutate richieste del mercato), le zucchine ripiene e per finire le svariate e fantasiose frittate alle verdure dettate più dalla disponibilità del momento che da una particolare tendenza “all’estro” in cucina.
Negli ultimi tempi la richiesta di menù vegetariani nel mercato della ristorazione è aumentata notevolmente per i mutati interessi della società. Per vari motivi, che vanno da una valutazione di un maggior benessere a una presa di posizione si certi temi, stanno aumentando i ristoranti che propongono i prodotti degli orti lavorati con fantasia utilizzata ancor più nella loro descrizione cartacea.
Trovo molto positiva la cosa a conferma di quanto sostengo ogni volta in cui sono chiamato a presentare eventi o incontri: la “tradizione è innovazione e non statica conservazione del passato”, “dobbiamo essere custodi dinamici della memoria” secondo l’antica massima “aprirsi senza perdersi” ricordando sempre che la nostra tradizione gastronomica si fonda sul trinomio gusto, qualità e identità locale che diviene, nell’insieme, nazionale.
giovedì 12 giugno 2008
La povertà nascosta - La vergogna dei poveri nel paese dei ricchi
Riflettere su di sè
martedì 10 giugno 2008
Il casinò degli speculatori
La convergenza è notevole. Tutti e due hanno in mente la stessa cosa: l’inquietante enigma del caro-petrolio, che venerdì ha sfiorato i 140 dollari il barile e sembra deciso a realizzare la sospetta "profezia" della banca Goldman Sachs (200 dollari a barile). Si fa presto a dare la colpa ai soliti noti, Cina e India. Certo le superpotenze asiatiche, con centinaia di milioni di nuovi consumatori che accedono al benessere, sono la causa di fondo di un trend di rialzo secolare di tutte le materie prime. Inoltre le due locomotive cinese e indiana trainano lo sviluppo di molti altri nuovi protagonisti della globalizzazione, dalla Russia al Brasile. Ciascuno di questi diventa un consumatore delle stesse risorse naturali che vende all’estero: è sintomatica l’uscita dall’Opec dell’Indonesia, un ex-esportatore di greggio che oggi deve comprarlo sui mercati mondiali. Ma su questi cambiamenti storici si è innestata una marea di flussi finanziari che sono diventati a loro volta "il" problema. Quando in sole 48 ore di scambi al New York Mercantile Exchange (Nymex) i futures schizzano al rialzo del 13%, com’è successo tra giovedì e venerdì scorso, non c’è aumento dei consumi cinesi e indiani che tenga. Lo sviluppo economico asiatico, che comporta fra l’altro il boom della motorizzazione privata in paesi dove vivono 3,5 miliardi di persone, può spiegare l’aumento del 35% all’anno del petrolio negli ultimi cinque anni. Ma negli ultimi dodici mesi questo rincaro ha cominciato a puntare verso il cielo, raddoppiando di colpo. E il singolo aumento dei futures nella sola giornata di venerdì non si era mai verificato in quelle proporzioni da 25 anni. Ruchir Sharma, capo del dipartimento dei mercati emergenti alla Morgan Stanley, osserva che "flussi di capitali che si sono riversati sugli hedge fund che speculano sul petrolio, in soli tre mesi hanno superato tutto i1 2007, già un anno record". Qui la domanda e l’offerta della materia prima reale, il petrolio, non c’entrano più. Se non come un pretesto: uno scenario di fondo che viene utilizzato per orchestrarvi sopra una nuova ondata di scommesse finanziarie. Al Nymex ormai i contratti di futures sul petrolio movimentano un miliardo di barili al giorno, tutti virtuali; mentre la produzione del greggio vero è di soli 85 milioni di barili al giorno. La quantità di carta finanziaria che viene scambiata è immensamente superiore ai consumi mondiali di idrocarburi. E’ la ragione per cui in molti condividono l’analisi dì Soros: il casinò dove si puntano le giocate sui futures del petrolio è il luogo dove si è creata la nuova bolla speculativa.
Le conseguenze di questa iperinflazione petrolifera sull’economia reale rischiano di diventare sempre più drammatiche nei prossimi mesi. La Cina e l’India, costrette ad abbandonare i "prezzi politici" dei carburanti, non soltanto si espongono al malcontento dei consumatori e alle tensioni sociali, ma possono rallentare la loro crescita che è per il resto del mondo l’unica speranza di salvezza dalla recessione. In Europa l’ultima locomotiva - a mezzo servizio – che ci resta, e cioè la Germania, dovrà sacrificare una parte dei suoi consumi per far fronte al rialzo del 66% della benzina alla pompa. Questo significherà anche minor domanda di moda o mobili o elettrodomestici made in Italy sui nostri principali mercati di sbocco.
C’è almeno un effetto collaterale positivo, che può derivare dalla bolla finanziaria sul petrolio? I mercati, a modo loro, svolgono una funzione di supplenza. L’economista americano Kenneth Rogoff, ex direttore generale dei Fondo monetario internazionale, lo ha spiegato in questi termini sul Sole24 Ore: chi sospinge esageratamente al rialzo nel breve termine i prezzi del petrolio, "sta facendo molto di più per la difesa dell’ambiente di quanto non facciano i politici occidentali che cercano di prolungare l’epoca del consumismo occidentale eco-insostenibile".
lunedì 9 giugno 2008
Il pranzo più importante della vita: quello nuziale
Allora concentriamoci sulla componente enogastronomica dell’avvenimento e vediamo cosa si dovrebbe fare per “avvicinarsi alla perfezione”. Naturalmente essendo il matrimonio il giorno più importante della vita per le due persone coinvolte, ma non solo, la scelta del luogo in cui ricevere gli ospiti ha una sua rilevanza che comunque viene influenzata anche dal “portafoglio”. Quale luogo scegliere ? Ristorante, villa prestigiosa, agriturismo, hotel di lusso ? Ogni posto ha le sue caratteristiche, ma ciò che deve guidare nella preferenza è la considerazione dell’ambiente nel suo complesso. Un ospite è meno coinvolto emotivamente in quel giorno rispetto agli sposi o ai famigliari più stretti, pertanto l’esperienza che vivrà sarà comunque diversa; anche in questa giornata di cerimonia egli vivrà percezioni e sapori costituiti anche dalle sensazioni trasmesse da ciò che lo circonda, il luogo in cui il posto è situato, l’arredamento, i colori, l’ambiente. Cercare di fare attenzione anche a queste cose guardandole con un occhio diverso è importante, non focalizzare tutta l’attenzione solo sui cibi, ma guardarsi intorno perché anche il pranzo migliore offerto in un locale che in tutti gli altri giorni è un self-service non produrrà un effetto magnifico (eppure capita...). Sono perciò rilevanti anche gli spazi per muoversi, da considerare diversamente d’estate e d’inverno, perché nonostante che le regole del galateo richiederebbero di alzarsi da tavola solamente per alcune “chiamate” a cui non ci si può sottrarre, nella pratica oggi dopo che sono stati serviti i primi le persone “vogliono socializzare” ed è tutto un’alzarsi e agitarsi in modo variegato. Naturalmente parlo di pranzo perché tradizionalmente questo è la preferenza, ma negli ultimi anni avanza anche l’opzione per la cerimonia pomeridiana con cena a seguire; in questo caso ancora più importante da considerare il fattore ambiente (anche perché molti allungano il dopo-cena con musicanti o dj).
Altro punto da considerare è il servizio legato alla proposizione delle pietanze scelte per il menù. Il servizio è fornito con cibi che arrivano espressi dalla cucina oppure si è pensato di affidarsi ad un catering ? E’ un pranzo classico – sempre tutti seduti – oppure un misto, si sta tutti in piedi con un buffet oppure c’è la possibilità di sedersi ad un tavolo con il proprio piatto e bicchiere ? Non sono dettagli perché in base alla opzione scelta si dovrebbe, il condizionale è d’obbligo perché ho constatato di persona che quasi mai avviene, di conseguenza scegliere il menù adatto onde evitare che la maggior parte delle portate rimanga nei piatti. Passiamo alla scelta del cibo. Su questo punto vorrei lanciare un grido (anche di dolore) che cadrà sicuramente nel vuoto: viva la semplicità e la misura, non lasciatevi sedurre dalle proposte “gourmet” dei vari ristoranti o catering, perché si rivelano spesso insoddisfacenti nel loro risultato finale. Un tempo le tavole in questo giorno dovevano essere opulente, abbondanti, testimoniare una grande prosperità (anche augurale) e in Romagna si arrivava anche agli eccessi di mangiare fino a sette volte nello stesso giorno. In quei tempi c’erano molte persone che soffrivano la fame quotidianamente e in quel giorno non di doveva correre il rischio che accadesse. Questi tempi non ci sono più, la società è cambiata nelle quantità e nei gusti, ma una cosa paga sempre: la semplicità delle cose, perché aiuta nella qualità della proposta. Quindi pensate sempre a cose che siano di facile gestione per la cucina ed il servizio – soprattutto se c’è un catering di mezzo - considerando che le portate verranno comunque per “grandi numeri”, non correte il rischio che i cibi possano arrivare monolitici, freddi, scomposti, iper-cotti o crudi.
Vorrei indicare con qualche esempio di errori tipici che constato in questi pranzi partendo dall’aperitivo con stuzzicheria che deve assolutamente evitare i piccoli fritti ormai freddi o i mignon salati grondanti di salse e maionese, passando ai primi con paste talmente lavorate con la panna da risultare dei blocchi uniformi ed indistinti, alla mania di inserire il filetto nei menù (che normalmente viene richiesto con cotture variabili e diverse da tutti) con il risultato che arrivano certi “pezzi di suola” che poi tornano al mittente e finendo ai dolci con mix “improbabili” e pesantissimi modello “Luisona” del Bar Sport di Stefano Benni.
Infine il tempo per stare a tavola, cerimonia o no dovrebbe sempre essere limitato al massimo nelle due ore e mezza. Cosa che, purtroppo, non avviene mai.
domenica 8 giugno 2008
Rifkin, l'energia fai-da-te così ci salveremo dal nucleare
venerdì 6 giugno 2008
La meritocrazie sbandierata e i sotterfugi praticati
mercoledì 4 giugno 2008
Senza scatole né latte Il rifiuto non c'è più
Giovanna NigiÈ esistito un tempo in cui i prodotti venivano venduti sfusi, avvolti ognuno in una sua carta specifica, carta paglia per la pasta, il pane, il riso, o carta da zucchero, di un bel colore azzurrino, che per molti anni servì anche a definire quella particolare tonalità di azzurro: color carta da zucchero. Era il tempo in cui le esigenze erano più piccoline, e non ci si vergognava a comprare dal tabaccaio una o due sigarette alla volta.
Un tempo più parco e meno folle, a cui ripensare come modello, in questi periodi di acquisti più oculati. Finalmente -sarà per la crisi economica o per la rinnovata coscienza ecologica?- abbiamo capito che la mole di rifiuti che produciamo è decisamente folle, e che i veri responsabili di un incremento così massiccio e di una politica del consumo tanto dissennata sono gli imballaggi. Il cammino verso uno smaltimento dei rifiuti differenziati passa necessariamente attraverso la riduzione di essi. Sono gli involucri, dalle buste in cellophane alle scatole, alle bottiglie alle "vaschette", ai contenitori di plastica, a pesare più di ogni altra cosa sulla quantità di rifiuti che produciamo ogni giorno. E a far lievitare sensibilmente il prezzo di qualsiasi prodotto.
Progetti all'insegna di "sfuso è bello" sono nati un po' dappertutto, in Italia, dai detersivi alla pasta, alla frutta secca. Il problema è rappresentato dal rischio che tali apprezzabili iniziative restino casi isolati: un'inversione di tendenza in questo senso infatti è utile solamente se i cambiamenti di rotta avvengono su larga scala e a livello nazionale.
I problemi con cui ci si scontra sono essenzialmente quelli della pubblicità: le aziende, infatti, non di rado "remano contro". Se per i consumatori l'abolizione dell'involucro si traduce immediatamente in un doppio vantaggio, economico ed ecologico, lo stesso non si può dire per le aziende che confezionano il prodotto e che tendono a renderlo immediatamente riconoscibile: l'involucro che paghiamo caro a tutti i livelli, è anche un potente veicolo pubblicitario a bassissimo costo (e siamo noi a dovercene fare carico!).
Si potrebbe intervenire sul volume e sul colore, tanto per cominciare, tenendo presente che gli imballaggi più colorati sono anche i più inquinanti, anche se per catturare l'attenzione si fa a gara a usare tutta la gamma di colori disponibili inclusi i fluorescenti.
Certamente non si tratta di un'impresa facile, anche se tentativi in questo senso sono stati fatti un po' dovunque: in Svezia ogni azienda ha dovuto organizzare un settore riservato esclusivamente all'abbassamento dei consumi energetici,e alla riduzione degli sprechi e degli imballaggi.
In Svizzera si sono mossi diversamente, attraverso una marca da bollo applicata sui sacchetti della spazzatura: si paga a seconda dei chili di rifiuto prodotti. Ai consumatori conviene quindi ridurre i rifiuti il più possibile per arrivare a ottimizzare la capienza del sacchetto, e questo ha portato alcune aziende a mettere in commercio confezioni più sottili e più facilmente deformabili.
Andrea Costa: il suo Manifesto al Nuovo Secolo a me caro
XXXI DICEMBRE MCM - I GENNAIO MCMIE’ l’alba del secolo novo. Gettate fiori a piene mani. Lavoratori, Pensatori, Uomini. Se il secolo che muore Vide la Unità e l’Indipendenza della Patria il Secolo che nasce ne vedrà la federazione. Se i conati di emancipazione delle classi lavoratrici di città e di campagna dal 1831 al 1871 Spietatamente nel Sangue furono soffocati la prossima generazione ne vedrà il trionfo. Se la donna soggiace ancora all’obbrobrio secolare, se il fanciullo non ebbe né pane né educazione, se il vecchio non trovò tetto e riposo Provvedi o Novo Secolo alla redenzione della donna, alla protezione del fanciullo, alla tutela del vecchio. Se la Internazionale parve Utopia! Cammina o Secolo. Ci sarà realtà. Avanti cittadini. Quand’anco i fiori dovessero al suolo cadere calpesti come strame e l’Osanna intonarsi in De Profundis. Avanti lanciamo al Secolo che non ci vide nascere, ma che ci vedrà morire il nostro core vivo. E pensando, lavorando, combattendo, amando, forti del falò storico che ne sospinge dalla scienza illuminati. Diamo oh! Diamo a tutti i figli degli uomini Lavoro, Libertà, Giustizia, Pace!
Andrea Costa
martedì 3 giugno 2008
Il vero Politico
venerdì 30 maggio 2008
Se le virtù del manager vanno oltre il mercato
mercoledì 28 maggio 2008
Il calo dei consumi del vino colpa della crisi economica ? Non solo...
Si leggono da qualche tempo articoli più o meno allarmistici sul fatto che gli italiani da alcuni anni hanno calato il consumo di vino. Sulle motivazioni la discussione è aperta. Il mercato interno in Italia è sempre stato importantissimo e i litri che venivano e vengono consumati nel nostro Paese, ne fanno ancora il mercato di riferimento più importante. Anche di molti altri paesi geograficamente molto più vasti del nostro. Ma le cose stanno cambiando, purtroppo. Faccio anche io qualche considerazione in merito basandomi su ciò che osservo e rifletto. Per prima cosa ritengo che l’ incapacità di “fare sistema” anche per questo prodotto ci rende più vulnerabili sia per l’export che per il mercato interno. La stragrande maggioranza dei produttori italiani è fatta di piccole aziende per le quali, se il resto del mondo è irraggiungibile senza aggregarsi, sta diventando problematico il confronto anche sul mercato interno dove stanno avanzando concorrenti esteri molto più organizzati e agguerriti. Con prodotti, tra l’altro, che sono sempre più qualitativamente ottimi, anche perché si avvalgono di enologi italiani.
Un altro motivo è certamente riconducibili alle campagne antialcool, ma il fatto che i produttori sostengano che fare vini migliori costa sempre più caro e, di conseguenza, spesso tirino troppo la corda sui prezzi non aiuta. Come non aiuta trovarsi con sgradevoli sorprese di prezzo altresì quando si và direttamente in azienda ad acquistare il nettare. Complice a mio parere la grande “sbornia” di guide, premi e riconoscimenti che hanno fatto credere a molti produttori di avere una gioielleria. Non aiuta neppure che lungo la “filiera del vino” ci siano rincari eccessivi e assolutamente immotivati per un’offerta di non-organizzazione nella distribuzione – nonostante tanto invenduto nelle cantine - che si trasferisce poi al consumatore tramite le enoteche e i ristoratori che lamentano si la lievitazione dei prezzi in generale, ma stanno continuando da anni a proporre vini che mediamente sono prezzati al di sopra della loro qualità. Il risultato è che i clienti sempre più raramente al ristorante si permettono più d´una bottiglia.
Ritengo invece che la GDO (grande distribuzione organizzata) stia svolgendo un buon lavoro perché opera una certa selezione nelle bottiglie e nelle aziende – parlo ovviamente delle catene di distribuzione di peso, non gli “hard-discount” - garantendo qualità attraverso il proprio brand e mantenendo conte mporaneamente un prezzo “sostenibile”. I risultati, se i dati in mio possesso non sono errati, evidenziano infatti una crescita di acquisto proprio nei supermercati soprattutto nella fascia 3-5 euro (la bottiglia ovviamente).
Mi chiedo anche perché non viene adeguatamente incentivato il consumo anche del singolo bicchiere, come si fa da anni in molti paesi, nei ristoranti. Quando vi capita di andare a cena provate a chiedere, anche solo per sfizio, se è previsto il consumo del singolo calice. Questo servizio sta cominciando a prendere piede, ma potrete notare che la cosa non è mai estesa alle etichette più prestigiose. Ma questo sarebbe proprio il modo per incentivare i consumatori/clienti al vino di qualità facendo contemporaneamente buona informazione, soprattutto quando si parla di neofiti che avrebbero la curiosità e anche il desiderio di provare nettari di pregio, ma non possono (o non vogliono) farsi carico dei prezzi inabbordabili delle etichette (presunte) migliori. Sui prezzi infine sono molto pessimista, soprattutto quando leggo ad esempio di un titolare di un’enoteca di Roma che avrebbe offerto un vino al bicchiere a 5,5 euro (con un ottimo rapporto prezzo/qualità sostiene lui), ma si lamentava perché i clienti lo hanno rifiutato sostenendo che costasse troppo poco. Consentitemi, lasciandovi, di dissentire su questa cosa. Quell’enoteca si può permettere tali prezzi, forse perché a Roma, o forse perché frequentata da gente importante, ma io trovo “leggermente” immorale proporre un bicchiere di vino a più di 10.000 lire...
martedì 27 maggio 2008
Le idee
" O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perchè questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza"Ernesto Che Guevara
lunedì 26 maggio 2008
Le ciccione lo fanno meglio - Caterina Cavina
Ho conosciuto Caterina Cavina qualche tempo fa e ho appena finito di leggere il suo libro. Confermo ciò che lei mi disse subito quando ne parlammo: il titolo del libro porta ad equivocare ciò che sta scritto nel suo contenuto. Penso che dal punto di vista del marketing questo abbia giovato molto alla performance sulle vendite. Caterina è una persona dolce, pacata e quasi spaventata da tutta questa attenzione di cui è fatta oggetto da riviste, giornali e media in genere.
Se ha voluto inserire uno sfondo autobiografico, forse ha cercato di comunicare che in lei c’è una grande sensibilità e una grande sofferenza vinta, ma non dimenticata. Consiglio assolutamente.
venerdì 16 maggio 2008
Sogno
Attizza il fuoco della brace
Il Cuore mi luccica di un passato
Che non riesco a ricordare
Come il fiammeggiar delle braci
Non è il fuoco, ma un segno di fuoco
Io disperdo il tesoro vuoto
Del mio senso di me stesso
Come la pioggia nel mare
Io mi disperdo dentro di me
Fernando Pessoa
giovedì 15 maggio 2008
Per favore: basta con i piatti quadrati

martedì 13 maggio 2008
Carpe diem
venerdì 9 maggio 2008
Presenza o pensiero ?
mercoledì 7 maggio 2008
Il dubbio
Bertrand Russell
lunedì 5 maggio 2008
L'età di mezzo
lunedì 28 aprile 2008
Un libro da leggere: Volevo solo vendere la pizza
Consiglio vivamente questo librettino, scorrevole, breve, ma educativo sulla burocrazia imposta alle imprese - in particolar modo le PMI - e su come è declinata oggi, putroppo troppo spesso, la tutela del lavoro. Per chi ha una piccola impresa è una conferma, per gli altri è utile capire a cosa si deve sottostare quando si decide la via imprenditoriale. Per esperienza posso confermare alcuni aspetti descritti nel racconto. Ultima annotazione, lo scrittore è giornalista del Gruppo Espresso e ha condiviso questa "esperienza" con un altro giornalista de La Repubblica.Volevo solo vendere la pizza Le disavventure di un piccolo imprenditore Saggi Prefazione di Marco Travaglio.
«Un ritratto del nostro Welfare straccione folgorante e impietoso, politicamente scorrettissimo proprio perché molto più autentico e realistico di qualunque trattato economico. Vivamente consigliato ai politici e ai sindacalisti che vogliono guardarsi allo specchio e uscire dal loro polveroso Jurassic Park.»
Dalla prefazione di Marco Travaglio.
Eroica e sfortunata protagonista, una piccola società che «voleva solo vendere la pizza». Dove è più facile aprire un’impresa? In un paese dove si possono fare affari con relativa semplicità. Nella classifica della Banca Mondiale, l’Italia è all’82º posto, dopo il Kazakhistan, la Serbia, la Giordania e la Colombia. Merito della nostra infernale burocrazia.Un giornalista prova a diventare imprenditore. Segue i corsi di primo soccorso, quello antincendio, quello sulla prevenzione degli infortuni. Frequenta commercialisti e avvocati. Informa le «lavoratrici gestanti» dei rischi che corrono – ma solo quelle «di età superiore ad anni 15». E poi c’è l’ASL con tutti i regolamenti sull’igiene e l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi (non basta il topicida, vogliono fare una statistica?). C’è persino il decalogo che insegna quando bisogna lavarsi le mani. Compra centinaia di marche da bollo, compila (e paga) un’infinità di bollettini postali.Sei mesi dopo e con centomila euro di meno, apre finalmente l’attività: un piccolo negozio di pizza d’asporto. Ma a quel punto si trova a dover fare i conti con i cosiddetti «lavoratori» e con i sindacati. Dopo due anni infernali, chiuderà bottega. L’eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro porta a un eccesso di flessibilità? Le leggi troppo restrittive spingono inevitabilmente verso l’economia sommersa e il lavoro nero? Sono i temi di discussione in questi mesi caldi, mentre si parla di riforma della Legge Biagi.Quello di Gigi Furini non è un trattato di economia del lavoro. È il resoconto di due anni impossibili, con tanti aneddoti spassosi. Come ultimo sfizio, prima di alzare bandiera bianca è stato quello di capire se è stato lui uno sfigato o capita a tutti. Dall'INPS di Roma rispondono che nel 2003, su 20 milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati 12 milioni di certificati medici per complessive 60 milioni di giornate lavorative perdute. Quindi non è sfiga, è il sistema. Ma Luigi, anzichè buttarsi a destra, è rimasto eroicamente comunista, ma viste anche le ultime elezioni, forse è capitato solo a lui.