mercoledì 18 settembre 2013

La ripresa c’è, ma non per tutti dura selezione tra le imprese più soldi, niente assunzioni

Se questa fosse una guerra, un’impresa come quella di Tatiana Roberti andrebbe definita una creatura dei tunnel. Venivano chiamati così i figli dei Vietcong nati nei cunicoli scavati dai soldati per evitare i bombardamenti: per anni non videro mai la luce del sole, eppure crebbero lo stesso. Tatiana Roberti e suo marito Cristian Gatto hanno fondato la loro azienda nel 2007 in uno dei tanti capannoni dismessi che si trovano a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso.

Non sanno neanche cosa significhi fare gli imprenditori in tempi normali. Dall’inizio sono subito scesi nei tunnel per resistere ai colpi della recessione, che in questo caso significa un feroce controllo dei costi e massima specializzazione. Così la loro impresa di arredamento di spazi commercia-li, vetrine e showroom ha continuato a guadagnare per sette anni su sette, mentre l’economia italiana crollava del 9 per cento.
Ora però sta succedendo qualcosa di nuovo. Tatiana Roberti, 37 anni, nota nell’aria un fenomeno a lei quasi sconosciuto: «C’è movimento in giro », dice. Difficile spiegare in cosa consista, se non per un particolare: per chi ha resistito in questi anni – sostiene - sta diventando più facile riscuotere la fiducia dei committenti. La grande recessione ha selezionato i più coriacei, gli innovativi e magari anche chi ha avuto la buona sorte di non incappare nei ritardi di pagamento dello Stato. Molti degli altri hanno dovuto soccombere o si sono ritratti nelle loro nicchie. I più produttivi ora hanno finalmente lo spazio che cercavano. Forse è una ripresa darwiniana, ma per alcuni funziona. «Molti artigiani che non erano specializzati come noi non ci stanno più facendo concorrenza», spiega Tatiana Roberti. Lei sa cosa significhi stringere i denti e resistere. Mentre portava la sua impresa da 700 mila euro di fatturato a 1,8 milioni nel 2011 e 1,4 nel 2012, cercando di non superare mai i dieci dipendenti e affidandosi a collaboratori e consulenti, faceva anche altro. Ha avuto un figlio, spesso affidato ai nonni, e nel frattempo per cautela ha continuato a lavorare come dipendente in un’altra impresa. Tre vite in una aspettando che passasse la crisi.


Più difficile dire quando questo spicchio di buone notizie inizierà a vedersi anche nei grandi numeri del Paese. Per adesso in Italia si è visto solo un attutirsi della caduta, mentre nel complesso la zona euro ha festeggiato l’uscita dalla recessione con il secondo trimestre di quest’anno. Fra aprile e giugno la Germania è cresciuta dello 0,7 per cento, la Francia dello 0,5%, la Spagna ha avuto un segno meno di 0,1% e l’Italia è scivolata dello 0,3%. Non sarebbe niente da cui trarre conforto, se gli andamenti degli ultimi due anni non fossero stati ancora peggio.
In effetti non mancano i segnali che in autunno potrebbe essere finita la recessione più profonda mai vissuta dall’Italia in tempo di pace. Sulla base degli indici sul settore manifatturiero, il Centro studi di Confindustria ci crede. Gli investimenti sono scesi dell’1,1% nel secondo trimestre, ma è un passo avanti dopo il collasso dell’11% sul trimestre precedente; l’export è salito del 4,8%, dopo una caduta dell’8,2% fra gennaio e marzo (tutte variazioni trimestrali in ritmo annuale).
In sostanza la Cina sta tenendo meglio del previsto e la ripresa americana prosegue, dunque il made in Italy ha più compratori di prima. 

È in buona parte per questo che le imprese rimaste in vita, dopo un crollo di un quarto della produzione industriale, cercano di uscire dai tunnel e rinnovare le macchine per cogliere l’occasione.
Di recente per esempio la Pregia di Castelfranco, l’azienda di Tatiana Roberti, ha rifatto l’intera linea espositiva in Cina di un grande gruppo italiano dell’abbigliamento.
«È importante che questo miglioramento si sia registrato già prima dei pagamenti degli arretrati della pubblica amministrazione - osserva la banca Jp Morgan in un rapporto sull’Italia – adesso le entrate alzeranno molto la domanda e la fiducia delle imprese». Giovanni Bossi inizia a vederlo a Mestre, dov’è amministratore delegato di Banca Ifis. Il suo istituto compra crediti dalle imprese per riscuoterli e da luglio nota un’accelerazione. «Settembre di solito era un mese calmo, ma quest’anno sta andando eccezionalmente bene », osserva Bossi. I flussi di pagamento dello Stato si sono moltiplicati per sette, meno imprese debitrici saltano le rate di fine mese, mentre molte altre cercano di vendere i loro vecchi crediti per poter avere liquidità da investire subito. Morgan Stanley, un’altra grande banca americana, stima che in un anno il versamento degli arretrati dello Stato possa portare all’Italia mezzo punto percentuale di crescita in più. In altri tempi sarebbe stato un dettaglio statistico, oggi no.
C’è però chi non beneficerà di queste somme che, peraltro, sarebbero dovute da tempo. 

A Borgoricco, un’altra frazione del padovano, c’è un’altra azienda di una giovane coppia che ha resistito nei tunnel della recessione. Si chiama New Ecology e offre servizi ambientali, ma ha smesso da tempo di lavorare con commesse pubbliche. «Non ci possiamo permettere di correre il rischio di essere pagati con tanto ritardo», osserva la 39enne amministratrice Maria Dolores Nalesso. Anche lei in questi mesi si è trovata a decidere se comprare i portafogli clienti delle aziende che non ce l’hanno fatta e ora vede qualche occasione in più. Ma la sua esperienza le suggerisce che all’Italia qualche fermento di ripresa non basta, perché le trappole per le imprese sono ovunque. Il mese scorso si è accorta che per una falciatura d’erba lungo la ferrovia, un lavoro da tre giorni, deve investirne sei in licenze ammini-strative. Fra Imu, Irpef, Ires e Iva, il 70% del fatturato se ne va in tasse. E benché anche lei abbia aumentato l’efficienza e ridotto i costi, osserva, «ormai siamo all’osso ».
Con i sessanta dipendenti ha stretto un patto: nessuno finirà in cassa integrazione, ma tutti devono dare il massimo anche se i salari arrivano con dieci giorni di ritardo. «Come fa a girare il denaro – si chiede Nalesso – se i nostri clienti non sono sostenuti dalle banche? ».


La sua domanda grava sull’intera economia italiana. Gli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia mostrano che il credito alle imprese e alle famiglie continua a contrarsi, le sofferenze bancarie crescono e i tassi d’interesse su molti prestiti salgono. Nessuna ripresa è mai durata a lungo senza credito per comprare macchinari o beni di consumo. L’Italia non soffre più dello stress finanziario acuto di un anno fa, ma le spie del disagio non mancano.
I dati di Target 2, il sistema di pagamenti della Banca centrale europea, mostrano che in agosto le banche italiane hanno fatto ricorso all’ossigeno dell’Eurotower più che in luglio. La posizione debitoria della Spagna in Target 2, benché maggiore, cala molto più in fretta: è come se intorno all’Italia oggi permanesse un alone di sospetto.

Morgan Stanley, nel suo ultimo rapporto, sostiene che quel che manca è il senso di direzione. Secondo la banca il cosiddetto “potenziale di crescita”, il ritmo a cui il paese può normalmente procedere, resta poco sopra lo zero. «La stabilizzazione rischia di non diventare vera ripresa senza misure per affrontare le molte deficienze dell’economia», scrive Morgan Stanley. «Ma un sistema politico instabile rende difficili le riforme di sostanza».
A Castelfranco Tatiana Roberti non ha neanche il tempo per chiederselo. Potrebbe investire, assumere e crescere ancora, riconosce, ma si guarda bene dal farlo: non ci sono certezze sul credito, né sui costi del sistema Italia. «Ci siamo impegnati tanto. Ma finché la situazione resta così, chi si fida a esporsi di più?».

Federico Fubini - La Repubblica - Le scommesse dell'economia


domenica 15 settembre 2013

Alimentare e farmaceutico già fuori dal tunnel la fiducia torna a crescere

Alimentare e farmaceutico hanno già il segno più nei primi sei mesi dell’anno. Il turismo sta archiviando un’estate ancora in passivo ma di poco, e comunque l’atteso tracollo non c’è stato, anzi. La ripresa sta arrivando e anche se tutti, economisti, manager e imprenditori sottolineano la prudenza, la luce in fondo al tunnel si sta facendo sempre più forte. Gli indicatori che misurano il grado di fiducia di famiglie e imprese volgono in su, gli ordini stanno riprendendo, l’export continua a tirare, il saldo commerciale positivo si consolida anche con il risveglio delle importazioni e Prometeia ha appena firmato una previsione per il terzo trimestre che si chiuderà a fine mese con un Pil che torna in positivo dopo 43 mesi. 
Il primo soffio di primavera, dopo anni di gelo, è arrivato da due settori anticiclici come alimentari e farmaceutici, le cui imprese, nel primo semestre di quest’anno hanno registrato un aumento del fatturato, contro una media dell’industria che rimane pesantemente negativa. A inizio estate la timida ripresa europea ha fatto da traino ad un miglioramento di comparti che avevano subito un crollo l’anno scorso: elettronica, elettrodomestici e, in parte, i mobili. Qualche segnale di assestamento arriva anche dall’auto, la cui caduta di immatricolazioni, in Europa come in Italia, sta rallentando, ma soprattutto dai beni intermedi che sono settori che
normalmente anticipano l’avvio della ripresa economica. Nessuno sa se si tratti di una rondine che volerà decisa, o di semplici segnali di un’inversione di tendenza: “Sono settori che fanno da pivot alla ripresa dice Prometeia - ma anche molto sensibili ai bassi livelli di magazzino raggiunti e alla necessità di ricostituire le scorte. Ma i timidi miglioramenti nei settori di beni di investimento come meccanica ed elettrotecnica fanno ben sperare”. A livello di dati generali c’è però una certezza acquisita: quel minimo, quel maledetto pavimento che tutti aspettavano da quasi due anni, è stato toccato tra maggio e giugno di quest’anno. E’ qui che sembra finire una delle cadute dell’economia più dolorose del secondo dopoguerra: una recessione che non ha eguali nemmeno in quelle che seguirono lo shock petrolifero. Dei settanta mesi passati dall’agosto 2007, 43 sono in contrazione 26 in crescita. Il Pil perso è pari al 4,3 tra il 2011 e il 2013, che si somma ai 7,2 del 2008-2009, quando nelle crisi petrolifere e valutarie del 1992-93 e del 1974-75 si oscillò tra l’1,5 e il 3,8. La fase di espansione, durata poco più di due anni, ha visto una crescita modesta, al contrario di quanto avveniva negli anni passati. Si capisce quindi perché ogni stormir di fronde nei dati viene accolto con liberazione, quasi fosse la fine di un incubo. Una produzione industriale che ricomincia ad alzare la testa, un clima di fiducia tra i consumatori e le imprese che non è più così cupo. Un risveglio della domanda di mutui da parte delle famiglie. Una qualche stabilità finanziaria che fa presagire un allentamento della pressione sul credito. 

E infine i dati dell’andamento del Pil che mostrano una discesa che va rallentando, tanto che Prometeia, nella sua ultima previsione stilata venerdì scorso, prevede un terzo trimestre già positivo e una discesa del Pil per l’intero 2013 che si fermerà a meno 1,6%. L’ultimo rapporto di Ref Ricerche spalma sul 2013 un miglioramento di 0,3 punti nel Pil per quest’anno (-1,6% contro un -1,9% prima previsto) e stima un 1% di aumento per l’anno prossimo (anziché lo 0,8%). Sono dati misurati al decimo, sottoposti a mille distinguo come ad esempio il fatto che l’Istat ha cambiato metodi di rilevazione del clima di fiducia di imprese e consumatori e gli indici hanno avuto un improvviso balzo - e che vengono commentati a corrente alternata tra chi plaude all’arrivo della prossima ripresa e che chi sottolinea il modesto presente: «Per ora è migliorata solo la derivata seconda della funzione, cioè stiamo scendendo… più piano» commenta Giacomo Vaciago presidente di Ref Ricerche che pure nella sua nota congiunturale prospetta una fine anno più positiva e la stabilizzazione della caduta dei beni di consumo durevoli a partire dall’auto, segno che ormai si è toccato il fondo e anche qui. A trainare il miglioramento produttivo sono stati due fattori. Da un lato la ricostituzione delle scorte, scese a livelli bassissimi, e che è stata spinta dalla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime; dall’altro la vitalità, ormai acquisita, delle nostre esportazioni. L’export italiano non ha mai smesso di crescere in questi anni riuscendo a recuperare in valore i livelli di vendite del 2007. Tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha fatto meglio dei concorrenti europei, nei primi mesi del 2013 i risultati sono migliori di quelli di Francia e Germania che hanno avuto una flessione del 3% dei valori esportati. «Abbiamo guadagnato quote di mercato nell’alimentare, nella farmaceutica che, grazie al confezionamento, finisce per produrre per il mercato europeo, nei beni di largo consumo come la detergenza, in cui l’Italia è un hub mondiale» dice Andrea Dossena di Prometeia. «Certo l’esportazione fa miracoli, la Russia non ha mai smesso di comprare beni come le calzature, i Bric si stanno riprendendo, la nostra meccanica va meglio e si ricomincia ad esportare in Germania. Il turismo non va male: l’Italia è il primo Paese europeo per pernottamenti di russi e cinesi. Ma la domanda interna è fiacca, non ce la fa a trainare la nostra capacità produttiva», dice Marco Fortis di Fondazione Edison. E non solo per motivi di quantità: «Siamo di fronte ad un cambiamento di lungo termine: si comprano pochi beni tradizionali, scarpe, vestiti. Le classi giovani consumano per lo più elettronica e informatica. La popolazione invecchia e le classi più avanzate più che beni chiedono servizi. Insomma la ripresa rischia per lo più di aumentare le importazioni e alimentare il commercio più che il nostro sistema produttivo». Il segno che la domanda interna è ancora debolissima sta nel miglioramento netto della nostra bilancia commerciale dovuto, oltre che all’aumento dell’export, anche alla sostanziale stabilità delle importazioni. Ma una ripresa basata solo su di esse non sembra essere sufficiente: «Neanche al Nordest dove molte aziende vivono di mercato interno e si sta ancora di più polarizzando il sistema produttivo», dice Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest. «Rischia di essere troppo lenta e allagare la spaccatura a metà del Paese tra Nord e Sud», dice Innocenzo Cipolletta. Si scruta, nella speranza di un risveglio, quel mercato della casa e quel settore delle costruzioni che, con la sua caduta, aggravata dalla crisi creditizia, ha trascinato nel baratro anche tutto un settore produttivo determinante per l’industria italiana come quello dell’arredo: tra il 2007 e il 2012 dal legno agli elettrodomestici, dai mobili ai serbatoi si registrano perdite di fatturato che oscillano tra il 15 e il 25%. 

Le esportazioni hanno in qualche modo aiutato a evitare il peggio, i provvedimenti di agevolazione del governo si spera diano risultati. «La fase critica dell’immobiliare sembra essere alle spalle - dice Luca Dondi di Nomisma - c’è un’aspettativa di ripresa timida sulle compravendite, dovuta alla stabilizzazione del credito e alla discesa degli spread, che ha fatto salire la domanda di mutui. Ma sui prezzi il recupero sarà lentissimo così come sul settore delle costruzioni sul quale pesa un’offerta enorme di invenduto. Se il credito comincerà a riaffluire, si potrà sperare nel completamento di alcuni cantieri che la crisi ha bloccato». Sulla fine di una recessione che ha scremato duramente il sistema produttivo e che pone interrogativi sul suo futuro, dato che per ora sembra sopravvivere solo lo zoccolo duro di chi è riuscito a vincere nel mercato globale, pesano le incertezze dei prossimi mesi. Un credito ancora avaro, colpito come è dalle difficoltà delle banche a smaltire il cumulo di sofferenze, la fragilità di una situazione internazionale e di un’Europa che non ha certo le vele spiegate nell’uscire dalla crisi e in cui ci sono Paesi come Francia, Spagna e anche Olanda che devono ancora riaggiustare i conti. E sull’Italia che a fatica tenta di incassare il dividendo della stretta feroce degli anni scorsi per riaggiustare i conti, pesa come un macigno la precarietà della situazione politica che potrebbe far saltare quelle poche certezze cui era appesa la fine dell’incubo. Nella tabella qui sopra l’andamento dei principali settori industriali del Made in Italy nello studio di Prometeia -Intesa Sanpaolo Nei quattro grafici qui a destra, la svolta degli indicatori sulle attese di consumatori e imprese: il clima di fiducia inizia la risalita

“Da Google alla start up, lavoro nella Silicon Valley” - Molto interessante le differenze di mentalità messe in evidenza tra Italia e gli Stati Uniti. La Passione comunque è tutto !

All’inizio sembrava il paradiso dei lavoratori. Negli uffici italiani arrivavano leggende di giovani che trovavano investitori per realizzare le proprie idee, prati verdi accanto alle scrivanie, donne manager che riuscivano a essere perfette a casa e al lavoro. Negli ultimi tempi, però, sono arrivate le critiche. Il famoso spirito della Silicon Valley non convince più tutti.

Prima ci sono stati i dietrofront. Come quello di Marissa Mayer, ceo di Yahoo (assunta con un pancione di sei mesi), che ha detto stop a flessibilità e telelavoro. E quello di Google, che ha cancellato il benefit che permetteva ai dipendenti di dedicare il 20% delle ore lavorative a idee innovative (per intenderci: così è nata Gmail). 

Non sono mancate le inchieste giornalistiche che hanno mostrato come accanto alla struttura dei sogni di Googleplex, gli homeless (i senzatetto) siano cresciuti del 20%, e con loro vere e proprie tendopoli. Non ultimo, è arrivato il monito di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, prima a Google, che ha invitato le donne a darsi una mossa (il titolo del suo libro è Lean In, tradotto in Italia Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire), che ha denunciato sul New Yorker denunciando la cultura maschilista della valle.

L’ennesima critica è stata recapitata da Forbesnell’articolo “Why Silicon Valley’s Work Culture Is Killing Us”, “Perché la cultura del lavoro della Silicon Valley ci sta uccidendo”, che denuncia come con la storia del welfare aziendale e della flessibilità nella valle delle valli californiana «il lavoro sia diventato una religione e la vita privata qualcosa da schiacciare dentro». La proposta è quella di mettere delle regole. Come: “Non mandare email alle 10 di sera”.  

Ma davvero il modello Silicon Valley è in crisi e sta fallendo? «Non sono d’accordo», risponde da San Francisco Anna Gatti, alla guida di una startup per l’e-commerce dopo esperienze da manager tra Google, YouTube e Skype. Mamma e manager, lei la Silicon Valley la frequenta da quasi 15 anni. E dice: «Bisogna focalizzarsi mentre si è al lavoro e darsi una disciplina senza perdere tempo. Così non rinuncio alle cose importanti, come la cena con mia figlia. Almeno quattro vole alla settimana».

Come sei arrivata nella Silicon Valley e qual è stato il tuo percorso finora? 
Sono arrivata nella Silicon Valley nel 1999 per finire il programma di PhD iniziato in Bocconi all’università di Stanford, dopo una laurea in Economia aziendale all’Università Bocconi di Milano. Dopo un post-doc a Stanford, mi hanno offerto una posizione come ricercatrice all’Università di Berkley. Nel 2002 sono stata contattata dall’Onu per un lavoro a Ginevra, all’Organizzazione mondiale della sanità. Poi mi sono stancata di Ginevra, mi mancava lo spirito della Silicon Valley. Ho deciso di tornare. Mi hanno assunto a MyQube, fondo di venture capitalist che investe nelle startup. Dopo un paio di anni cercavo una esperienza più operativa. Ho fatto colloqui a Google e mi hanno assunto come capo di Consumer Operation International. Il passaggio successivo è a YouTube, come capo della parte internazionale di Online Sales and Operations. Dopo qualche anno, Skype, dove ero direttore di monetizzazione. Dopo che Microsoft ha comprato Skype, sono uscita e ho creato la mia startup, che si occupa di intelligenza artificiale per fare personalizzazione di e-commerce. È una bella sfida.

Cos’è lo spirito della Silicon Valley di cui parli? 
La Silicon Valley è un’area dove c’è la voglia di spingersi oltre i limiti. Davanti a un problema si cerca la soluzione migliore. Le persone si siedono e pensano “the best solution to any problem”. Ci sono persone disposte a parlare della tua idea, ad aiutarti a realizzarla. Non ci sono pregiudizi. Sai che puoi sperimentare. Non pensi “non ci provo se no faccio una brutta figura”. Se credi in qualcosa qui puoi farlo: “You can change the world”. La respiri per strada questa cosa. Qui è nata Tesla, qui ci sono le startup per le spedizioni nello spazio, il 3D printing del Dna.

Come vive una mamma manager nella Silicon Valley?
Sono soddisfatta per stile di vita, qualità e professionalità. Sono una single mother e mia figlia è completamente integrata nella mia vita. Lei viaggia con me per lavoro o piacere da quando aveva quattro settimane. Qui durante la gravidanza si lavora fino a due settimane prima del parto. A me non è pesato. Sono una manager, non faccio lavoro fisico di fatica. A YouTube ho preso una responsabilità maggiore con il compito di creare una una nuova funzione quando ero incinta di 7 mesi. Al colloquio di lavoro, dissi che avrei preso tutti e sei i mesi di maturità che Google offre (la legge americana garantisce sei settimane). E loro mi risposero che mi avrebbero aspettato. La mia bimba è nata il 18 febbraio, io ho lavorato fino al 7.

Come si organizzi la tua giornata lavorativa?
Devi essere molto focalizzata. In Italia si butta via molto tempo. Si prende il caffè con i colleghi e si perdono 15 minuti. Sono 15 minuti che toglierei al gioco con mia figlia. Bisogna aumentare l’efficienza, devi essere disciplinata, ci sono cose che voglio fare e le faccio. Non organizzo meeting di mattina prima delle 9 perché voglio accompagnare mia figlia a scuola. Allo stesso modo ho deciso che devo cenare a casa con mia figlia almeno quattro volte alla settimana. E lo faccio. Certo, c’è una tata che mi aiuta e che vive praticamente con noi. Ma sono molta rigorosa sul rispetto dei tempi, delle responsabilità e delle persone.

C’è chi ha scritto però che lo stile di vita della Silicon Valley ha fatto del lavoro una religione, a scapito della vita privata.
Non condivido quelli che criticano lo stile di lavoro della Silicon Valley, dicendo che il lavoro è una religione e la vita privata è solo qualcosa da incastrare dentro. Se voglio alle 10 di sera rispondo alle email, come chi scrive il post su Facebook prima di andare a letto. Se dalle 18,30 alle 21 non ho guardato assolutamente il computer perché ho voluto giocare con mia figlia, posso anche mandare una email alle dieci di sera. Ma non mi aspetto che mi rispondano alle 23. A Google si facevano dei meeting internamente per parlare di queste cose. Si diceva di non mandare le email a mezzanotte ai nuovi assunti, perché magari si sarebbero sentiti in dovere di rispondere subito. È una cosa di cui si discute sempre nelle aziende sane come Google. Questo modo di lavorare lo vedo più come un’opportunità che come un sacrificio. Ho lavorato nel team di Sheryl Sandberg, oggi direttore operativo di Facebook. Come italiana vedo enormemente la differenza tra l’Italia e la Silicon Valley. È una comunità che è nata su basi produttive e innovative. È un’area che nasce con il microchip.

In che modo si organizza il lavoro nella Silicon Valley?
Qui tutto si basa sulla performance. Gli orari di lavoro sono di otto ore, 9-18 o 8,30-17,30. Poi magari ci si ferma mezzora in più. Ma dopo le 18,30 è difficile che le persone siano in ufficio. Si possono avere meeting di lavoro alle 7,30 di mattina, anche per una questione di fusi orari. Quello che conta sono le performance e gli obiettivi. Ma la differenza fondamentale è un’altra. 

Quale?
Ma la differenza fondamentale è che qui il lavoro non è concepito come lavoro. Quello che tu fai non è lavoro, è la tua passione. Così come in una conversazione si può parlare di libri, cibo o viaggi, qui si parla dei progetti. Il business lo fai al barbecue. Così come un giornalista legge il New York Times alle dieci di sera, lo fa per lavoro o per passione? In Silicon Valley si trasferiscono le persone più ambiziose da tutte le parti del mondo. Qui c’è molto driver. Ci sono persone che vogliono migliorarsi. Io potevo fare benissimo la professoressa universitaria in Italia, come mi avevano proposto, invece sono volata qui. 

E il mito del welfare aziendale? È tutto vero?
Ho lavorato per aziende incredibili come Google. Ma ovviamente non tutte le aziende sono così. A Google nel mio ufficio c’era una piscina bellissima. Quando ero incinta, prima di lavorare facevo un’ora di nuoto. C’erano i miei colleghi che portavano i cani. Googleplex è il posto del welfare aziendale per eccellenza. 

Eppure, come ha ricordato anche Sheryl Sandberg, le donne nel top management sono poche. Così come gli ispanici. La Silicon Valley è davvero così meritocratica?
La Silicon Valley è meritocratica. Certo, resta ancora molta differenza tra uomini e donne. Ma rispetto all’Italia è il paradiso della donna per le opportunità professionali. In termini assoluti l’uomo ha più facilità. Questo secondo me è anche una tendenza biologica. Noi esseri umani siamo abbastanza isomorfi, rassicurati dai nostri simili. In un team di tre maschi, assumeranno piu’ facilmente un altro maschio perché pensano di capirlo meglio. Così come accade tra donne. Non c’è la parità. Ovviamente questi atteggiamenti si possono e devono cambiare. È un tema di cui si discute molto nella Silicon Valley. Questa situazione è dovuta sia al fatto che gli uomini ottengono una posizione di comando più facilmente, sia perché le donne non hanno imparato a negoziare con il capo gli aumenti, le promozioni. Quando si offrono posizioni di responsabilità a una donna, spesso pensa “se poi mi sposo, rimango incinta”, gli uomini no.  

@lidiabaratta - Linkiesta (www.linkiesta.it)


martedì 3 settembre 2013

La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa (F.D.Roosvelt)

Oggi è sufficiente sfogliare le pagine dei giornali, ascoltare i notiziari delle radio o vedere i telegiornali, per essere sommersi da notizie che ci deprimono o ci fanno arrabbiare. Se si cade nella convinzione che il mondo sia principalmente questo, ci si convince di essere circondati da un mondo ostile, in totale decadenza senza più possibilità di miglioramento. Una società verso il declino insomma.

È vero che oggi ci sono evidenti difficoltà per tutti, soprattutto per i giovani, e che abbiamo attraversato un periodo di crisi intenso. Ma se ripercorriamo la storia, grande maestra di vita, potremo scoprire come è stato sempre così in tutti i periodi di transizione dove costumi, valori, mezzi di comunicazione, consumi, istituzioni sono stati messi in discussione per i rapidi mutamenti avvenuti. E anche allora lo sconcerto, il pessimismo e l'allarmismo hanno preso, per un certo periodo, il sopravvento.

Questi sentimenti sono dettati, normalmente, dalla nostra inadeguatezza di giudizio dei problemi che ci stanno di fronte perché limitiamo il nostro orizzonte al breve periodo, incapaci di cogliere la complessità degli avvenimenti e quindi di darci risposte adeguate per costruirne uno nuovo. È inevitabile in queste condizioni che si cada nel pessimismo e nella paura.

Attingendo dalla storia possiamo capire come le comunità hanno sempre attinto l'energia necessaria per contrastare l'incedere che pareva inevitabile. Naturalmente essa non si ripete esattamente nelle diverse ere, ma ci sono forti analogie con epoche diverse. Ma diventa un laboratorio a cui attingere per illuminarsi non solo sul passato. La storia è una forma intellettuale per comprendere il mondo, come ha detto Johan Huizinga.

Se parliamo poi dello scenario italiano possiamo pensare alla sorprendente similarità della crisi dell'economia nel Seicento che colpì le grandi città manifatturiere della Penisola e quella incontrata oggi da molte industrie del nostro Paese a causa della scarsa capacità di competere, generata dalla scarsa propensione al l'innovazione dimostrata negli ultimi anni. Salvo le eccezioni che, infatti, producono utili a tutto spiano. Tanto per ribadire che lo studio della storia offre un prezioso strumento per l'uomo che può così comprendere a fondo il presente.

In tutti i casi anche se qualcuno vedesse l'ottimismo come una distorsione forzata della realtà voglio ricordare l'ammonimento un uomo politico e di alto rango che contribuì negli anni '50 alla costruzione della Comunità Europea, Jean Monet, che diceva "quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati". 

Rifletteteci su.

lunedì 2 settembre 2013

Cercate di essere ottimisti. C'è sempre tempo per mettersi a piangere. (M.Dietrich)

L'ottimismo oggi é, prima di tutto, uno stato d'animo o se vogliamo un irrazionale predisposizione al sorriso.

Guardando bene alle cose la crisi c'è, ma ci sono anche le ragioni per sorridere al futuro: corpi più sani e longevi, più calorie, alimentazione disponibile per (quasi) tutti, mezzi per viaggiare più veloci e altri per comunicare con tutto il pianeta. Sessant'anni senza guerre mondiali. 
Se penso ai racconti dei miei genitori che sono stati coinvolti nel secondo conflitto mondiale, mio padre perse anche un braccio a 14 anni, sono ottimista verso il futuro. 

Sono i numeri e i fatti che supportano il mio ottimismo. Basta che si osservino i miglioramenti avvenuti nella qualità della vita negli ultimi 50 anni, il reddito medio è cresciuto di tre volte (al netto dell'inflazione), l'aspettativa di vita è aumentata del 30%, la mortalità infantile è crollata del 70%. 
Dal crash finanziario del 2008 l'economia globale ha comunque reagito, dal 2010 il tasso di crescita è stato del 4% annuo e l'Africa è cresciuta per tre anni consecutivi di oltre il 5%. Tutti gli indici di prosperità sociale sono migliorati oltre il 20% negli ultimi vent'anni.

È vero tutto il sud dell'eurozona è ancora intrappolato in una recessione, ma è oggi più un problema politico che di mercato. Il mercato si sta riprendendo. Basta guardare i dati dell'export.
Dobbiamo incoraggiare un tipo di cultura imprenditoriale, le Startup, che da noi è appena sorta diversamente dai paesi anglosassoni. Dobbiamo rompere gli indugi e gli schemi, pensare diversamente, osare. Ma ce la possiamo fare.

Come dice Scott Peck "una volta che riconosciamo che la vita è davvero difficile, una volta che comprendiamo e accettiamo questo fatto, allora la vita non sarà più così complicata"

domenica 25 agosto 2013

Siate ottimisti, siamo oltre la crisi verso l'Era della Nuova Normalità. Senza dimenticare Darwin.

Finalmente cominciano a parlarne anche i media. Stiamo entrando nell'Era "New Normal" dopo la grande crisi del mondo occidentale apertasi nel 2008 con il disastro finanziario originato dal crac Lehman. Questa è la definizione che hanno iniziato ad usare economisti e politologi da qualche tempo. L'emergenza sta avviandosi alla fine, ci si avvia alla normalità.

Ma la Nuova Normalità non sarà un ritorno al periodo pre-crisi, bensì stiamo andando verso un equilibrio diverso dal passato. Un futuro in cui non sarà subito facile vivere. Nell'Eurozona la recessione è finita anche se non in tutti i Paesi, quelli del Sud in particolare. In Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) è calato per l'ottavo trimestre consecutivo, ma dello 0,2% a un ritmo inferiore che in precedenza. Ma l'ottimismo è generato da tre circostanze doverse.

La crisi ha cambiato pelle alla globalizzazione economica così come è stata sempre interpretata. Fino ad ora il canovaccio era rappresentato dalle aziende occidentali che sono andate in Cina, India e Paesi a basso costo di manodopera, per aprire fabbriche chiudendole in Europa e USA. Di fatto è avvenuto un'esportazione di posti di lavoro. Le cose stanno cambiando perchè sta cambiando il modello di crescita che non è più fondato su investimenti ed esportazioni, ma sui consumi interni. 

L'Ocse infatti calcola che nel 2030 ci saranno nel mondo cinque miliardi di cittadini appartenenti a classi medie con buona capacità di spesa. Tre miliardi più di quelli di oggi. Le imprese che sapranno sfruttare questa grande opportunità avranno un new deal assicurato. Il nostro Paese è preparato a cogliere questa occasione ? La risposta classica, e ovvia, è un coro di no. Ma nonostante le molteplici e note difficoltà di fare impresa in Italia nel 2012 le esportazioni italiane sono salite del 4,2% a 474 miliardi, e le previsioni per il 2013 sono di un'ulteriore crescita di un 3,2% quest'anno e di un ulteriore 5,3% nel 2014 per un totale di 514 miliardi. Se pensiamo che queste imprese riescono a competere non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato, se quest'ultimo riuscirà in qualche riforma seria i risultati potrebbero essere eclatanti. Mi sembra che ci siano i segnali di una consapevolezza anche della politica in tal senso.

Tra l'altro alcuni analisti mettono in rilievo come questa consapevolezza può essere oggi un vantaggio competitivo nei confronti di altri Paesi, come la Francia, che sono ancora in fase di negazione dei loro problemi strutturali. C'è l'opportunità per la creazione di nuove imprese e per evitare che entrino in crisi quelle che ancora tengono il mercato. 

Nulla però sarà facile nell'Era della Nuova Normalità. Gli Stati Uniti hanno ripreso a correre e i Paesi emergenti continuano a crescere, l'Europa sta uscendo lentamente dalla situazione negativa. La disoccupazione diminuirà lentamente e non sarà possibile riassorbire tutte le risorse. Gli stessi consumi non saranno più quelli di un tempo.

Non sarà facile, ma si può fare. Diventa indispensabile sapersi adattare. Parafrasando ciò che disse Darwin non saranno le società più forti che sopravviveranno, nè le più intelligenti, ma quelle che si adatteranno più velocemente al cambiamento.




sabato 24 agosto 2013

Godetevi il caffè

Un gruppo di ex studenti universitari andarono a trovare un loro vecchio Professore.
Presto si ritrovarono a parlare della vita e dello stress.
Il Professore volle offrir loro del caffè e andò in cucina, ritornando subito con molte tazze tutte diverse: alcune di porcellana, altre di vetro, altre di cristallo, alcune di aspetto molto semplice, altre che sembravano molto costose.

Quando ciascuno ebbe una tazza di caffè in mano, il Professore disse:
"Come avrete notato, tutte le tazze che sembravano belle e costose sono state prese per prime, lasciando per ultime le tazze semplici. E' normale che ciascuno di voi cerchi di ottenere le cose migliori. Ma questa è anche la fonte del vostro stress.

Quello che volevate davvero era il caffè, non le tazze: ma tutti voi vi siete affrettati a prendere le tazze migliori e ciascuno guardava le tazze prese dagli altri!
La vita è il caffè; il lavoro, lo status sociale, è la tazza.
Sono solo oggetti che contengono il caffè".

Non lasciate che le vostre "tazze" guidino le vostre scelte. Godetevi il caffè! 

giovedì 22 agosto 2013

L'EPISODIO DE LA MADELEINE DI MARCEL PROUST

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita...non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.

 Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità...retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più...ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi...

All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio...."

Da "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust  


martedì 20 agosto 2013

Il falò delle Leadership

Si continua a citare la rapidità con la quale il Conclave dei cardinali cattolici ha eletto papa Francesco il 13 marzo scorso come un esempio invidiabile e inimitabile. È stata una sorprendente prova da parte di una Chiesa additata come lenta, in profonda crisi di identità e reduce da torbidi conflitti vaticani: una situazione così grave da avere indotto Benedetto XVI alle dimissioni, primo caso dopo oltre sei secoli. L’ammirazione è giustificata. Ma il rimpianto per l’incapacità della classe politica italiana di fare altrettanto forse non basta; né è sufficiente constatare che in Occidente molti personaggi di rilievo che guidano le loro nazioni hanno un’immagine appannata, quando non di impotenza.

D’altronde, con una crisi economica che dura da oltre un quinquennio (e in Italia, di fatto, da molto più tempo), sarebbe strano se le classi dirigenti non fossero logorate: soprattutto perché non offrono visioni nuove. L’insuccesso percepito ormai dall’opinione pubblica è associato ad alcune figure di vertice. Ma sta diventando sempre più chiaro che il problema non sono solo le persone, quanto il sistema di valori e il modello che esprimono. Senza una modifica del terreno di gioco, delle regole, dei punti di riferimento, il falò delle leadership presenti e future sarà inevitabile: o saranno distrutte o si autodistruggeranno.

Non solo: non esiste più un’«accademia» che forgi le leadership politiche. Da circa vent’anni, con rare eccezioni, l’Italia le ha prese in prestito da altri mondi di competenza, si trattasse di industria, università o magistratura. L’atteggiamento di rifiuto verso un malinteso professionismo della politica ha creato e radicato una nomenklatura di dilettanti, percepiti alla fine come professionisti solo in senso deteriore. Il risultato è sconfortante. La lezione è quella del fallimento di una democrazia e di un potere verticali e personalizzati. L’idea che una figura solitaria potesse da sola, o con pochi docili esecutori, risolvere i problemi si è rivelata un’illusione amara. Invece di ricostruire una classe dirigente, ne ha creato una caricatura, ricorrendo di volta in volta a «invenzioni» e scorciatoie che, alla fine, ne hanno impoverito il livello, e ritardato qualunque ipotesi di ripresa. Senza un progetto condiviso da una maggioranza che si fa fatica a identificare soltanto con quella elettorale o di uno schieramento, qualunque «capo», declinato al maschile o al femminile, è destinato a scontrarsi con resistenze e abitudini radicate e alla fine vincenti. Sembra difficile ripartire senza prendere atto che una stagione è finita, e che perpetuarla significa arretrare; ed eludendo una selezione dei futuri leader pensata in maniera radicalmente diversa dal passato.

Da questo punto di vista, il caso di Jorge Mario Bergoglio è molto istruttivo. Il Papa argentino è figlio di una Chiesa cattolica che si è sentita pericolosamente vicina al collasso. E rappresenta la risposta radicale, sebbene non ancora la soluzione, a questa deriva. È dunque il prodotto di una sorta di trauma salutare, di successione-choc preparata e ottenuta da quanti hanno capito che era necessario un rivolgimento totale, perché i paradigmi del passato stavano affossando il governo vaticano. Senza questa acuta consapevolezza di dover rompere col passato, non si registrerebbero l’interesse e le attese provocati dal Pontefice.

La sua elezione è stata possibile grazie a una scuola di leadership a rete, globale, non improvvisata ma forgiata nelle realtà e nell’esperienza degli episcopati locali, che hanno permesso di «pescare» il nuovo capo della Chiesa in un lembo periferico e remoto del cattolicesimo. L’ansia involontaria con la quale gli elementi più retrivi della Curia tendono a minimizzare la portata della novità fa riflettere. Conferma che la cesura è così vistosa da indurli a suggerire e quasi invocare minacciosamente una frenata, per evitare che crolli tutto. Ma la leadership di Francesco funziona e fa breccia solo se mette in discussione il sistema precedente e prosciuga le sacche dell’immobilismo; se accoglie il segnale disperato dato da Benedetto XVI con la propria rinuncia al papato.

Insomma, Francesco si consolida come leader se dimostra di avere dietro una classe dirigente ecclesiastica che ne condivide gli obiettivi e perfino i metodi. Per questo si aspetta di capire come riplasmerà il governo del Vaticano dopo avere rivoluzionato in quattro mesi l’immagine del pontificato. Senza quel passaggio, il logoramento minaccia di indebolire anche quanto ha fatto finora e, appunto, la sua stessa leadership. Ma pensare di «imitare» il Papa nella politica italiana e europea rischia di essere illusorio e fuorviante. Il carisma e i margini di comando che l’uomo all’apice delle gerarchie vaticane possiede non sono paragonabili a quelli di un leader politico. E viene da dire: per fortuna.

È indicativo che il cancelliere Angela Merkel sia avviata alla vittoria alle elezioni di autunno in Germania, eppure non escluda di dar vita a un governo di unità nazionale. Evidentemente, in una fase così ostica anche le percentuali più trionfali vanno compensate con un consenso allargato. Le difficoltà che incontra Barack Obama negli Stati Uniti nascono dal tentativo frustrato di emanciparsi da una partisanship, cioè da un’appartenenza di partito, che lo limita. Il secondo mandato presidenziale sembra accentuarla al di là della sua volontà, incattivendo la minoranza repubblicana e togliendo smalto a una leadership nata con l’ambizione di unificare il Paese; e che dopo quasi cinque anni deve constatare di non esserci riuscita.

Nella stessa Europa, dove pure le quotazioni di Obama rimangono altissime in termini di popolarità — l’80 per cento, secondo un rapporto del 2012 del Pew Global Research —, la questione delle intercettazioni a tappeto ha creato tensioni con i governi alleati, solo parzialmente riassorbite. E proprio mentre si tendono i rapporti fra la Casa Bianca e il Cremlino per l’asilo politico concesso da Vladimir Putin all’ex agente della Cia, Edward Snowden, nelle nazioni centro orientali europee, che prima gravitavano intorno alla Russia e ora si sentono Occidente, si nota una punta di delusione per il «potenziale buttato» da Obama. L’accusa è di avere rinunciato alla leadership politico-strategica su questi Paesi: dalla Polonia alla Repubblica Ceca, all’Ucraina e agli Stati baltici.

Sull’ultimo numero della rivista polacca in lingua inglese «New Eastern Europe», uno studioso della Georgetown University di Washington, Filip Mazurczak, fa notare che George W. Bush visitò per sette volte l’Europa centro orientale durante i primi quattro anni di mandato; Obama lo ha fatto solo tre volte. E che nel suo recente viaggio europeo, il segretario di Stato Usa, John Kerry, si è limitato a toccare alcune capitali occidentali. Ma l’aspetto che investe più direttamente anche l’Italia è l’appannamento delle istituzioni europee. Si tratta di una tendenza accentuata dalla rinascita di nazionalismi in Stati che in realtà sono per primi in crisi. L’Ue fa registrare una doppia carenza di guida: a livello nazionale e sovranazionale. Basta scorrere i guai che colpiscono i maggiori Paesi, dalla Spagna alla Francia, all’Italia, alla Gran Bretagna, che pure cerca di scaricarli chiamando in causa l’invadenza burocratica di Bruxelles fino a minacciare un referendum entro il 2017.

L’immagine dei leader è quella di esponenti politici costretti a inseguire e tacitare un’opinione pubblica nervosa per un livello di vita in declino; e soprattutto per l’assenza di prospettive di recupero a breve termine. L’affanno delle istituzioni politiche dell’Unione la riflette. Ed è diventata così vistosa da far dire che il «vero» leader dell’Ue non si trova a Bruxelles o a Strasburgo, ma a Francoforte. A torto o a ragione, viene citato il numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, che ha la sua sede appunto nella città tedesca di Francoforte. In parte, la percezione di uno spostamento del baricentro del potere appare inevitabile.

Quelle che fino alla guerra fredda e negli anni subito successivi erano priorità strategiche e geopolitiche, oggi sono diventate economiche e finanziarie. In passato il cosiddetto «vincolo esterno», che condizionava molte scelte anche di politica interna, era la Nato, oltre all’Ue. Adesso il riferimento obbligato non è la sicurezza nazionale in termini militari, ma una sorta di «sicurezza finanziaria internazionale»: fra l’altro, l’esigenza di ridurre la spesa pubblica colpisce in modo tangibile quella militare. A guardar bene, anche nella scelta di papa Francesco di aggredire subito i misteri e le inefficienze torbide dello Ior, la cosiddetta «banca vaticana», si può avvertire un’eco simbolica di questo cambio di priorità strategiche. Ma la natura ibrida della Bce finisce per non sancire un nuovo equilibrio. Ufficializza, invece, i limiti, le contraddizioni e l’incompiutezza di quanto è stato costruito finora a livello di istituzioni.

L’Italia rappresenta, in proposito, un ottimo esempio di occasioni mancate: è la miniatura esagerata, e uno dei capri espiatori a intermittenza, delle disfunzioni europee. Lo sfarinamento della maggioranza berlusconiana del 2008, che pure era schiacciante in Parlamento, è avvenuta in meno di tre anni e per contraddizioni tutte interne alla coalizione. E quella che l’ha sostituita, prima con Mario Monti e poi con Enrico Letta, è quanto di più «innaturale» si potesse immaginare. Eppure, le cosiddette «larghe intese» rappresentano la maggioranza obbligata e insostituibile in una fase di transizione nella quale nessuno ha i voti per governare.

Più che di leader, si sente il bisogno di cambiare schema, mostrare unità di intenti, cancellare l’immagine di precarietà patologica che accompagna l’Italia. L’eterodossia delle «larghe intese» è, in realtà, la premessa per affermare un nuovo sistema e leadership inclusive, che non diventino alibi per l’immobilismo. Il dubbio è che la nomenklatura politica di oggi sia inadatta a questo compito. È cresciuta in una cultura della parzialità e della rissa che esalta «ragioni» frammentate; inoltre rispecchia una società aggrappata alle sue posizioni di rendita. I consensi sono stati costruiti intorno a blocchi di interessi che fino a pochi anni fa, forse, erano ancora un elemento di forza; oggi, invece, esprimono pezzi di società minoritari, perfino residuali.

Bisogna chiedersi perché nessun esponente della cosiddetta Seconda Repubblica sia stato un candidato vincente alla Presidenza della Repubblica. A sinistra, i nomi proposti non hanno ricevuto neppure tutti i voti dei propri parlamentari. Evidentemente, c’è uno steccato invisibile che disconosce leadership istituzionali condivise. È stato necessario prolungare il settennato di Giorgio Napolitano, che si presenta anche come il vero garante del governo Letta. E la rapidità con la quale si gonfia il fenomeno dell’astensionismo suona come bocciatura implicita dell’offerta politica. Il dramma è che non si vede chi possa ricomporre un quadro sociale, prima che partitico, a rischio di lacerazione.

Anche perché l’impopolarità è in agguato, e nessuno sembra proporre una visione che vada oltre le prossime elezioni. Anzi, c’è chi si illude di sopravvivere evocando le urne. È una miopia che si sta pagando a caro prezzo. L’ipoteca dei vecchi equilibri fa somigliare in modo preoccupante l’Italia al Vaticano: non a quello di Francesco, ma al precedente, diviso e acefalo, che per sperare di salvarsi ha dovuto sbattere contro la realtà inedita delle dimissioni di Joseph Ratzinger. La differenza è che un epilogo del genere, in Italia, dà i brividi. Nonostante ambizioni e velleità, la fabbrica delle leadership tende a produrre al massimo «esperimenti» o cloni del passato.

Massimo Franco - La Lettura - Corriere della Sera


domenica 11 agosto 2013

Change is a costant. Never surrender !

Ho preso consapevolezza di avere la capacità di unire passione, creatività e professionalità tardi, ma ora mi sento bene. In questi anni ho sviluppato una sorta di energia interiore che mi sprona a imparare continuamente, ad accettare nuove sfide e il cambiamento come normalità per essere sempre competitivo per il mercato. 
Creatività e passione dunque, ma anche entusiasmo, felicità, serietà, etica e grande senso di responsabilità verso gli altri e me stesso. Senza mollare mai ! Never surrender !

Quando prendo un impegno è perchè ci credo e lotto per arrivare a ciò che mi sono posto. Mi piace lavorare, mi piace quello che faccio, mi piace costruire giorno per giorno e vedere come si compongono i risultati, come si arriva agli obiettivi. In realtà non riesco a concepire la vita senza il lavoro in questo momento. Non riuscirei a rinunciarvi. Ho ancora molte mete che intendo raggiungere. 
Non solo lavoro però, amo avere molteplici interessi e conoscenze per essere informato il più possibile. Questo mi permette di interagire a qualsiasi livello e relazionarmi con chiunque. Entro in contatto sempre volentieri con le persone, sono empatico per piacere, mi piace conoscerle, confrontarmi, ascoltarle. Sono sempre fonte di riflessione e a volte di ispirazione.
Amo anche i momenti di silenzio, di solitudine e interiorità. Sono momenti fondamentali per fare chiarezza, per dare il giusto peso alle situazioni, per ritrovare a volte un equilibrio. E' un toccasana anche camminare da solo o con la mia Brenda soprattutto al mattino all'alba.

Ho ancora aspettative nella vita e dei sogni. Ho rubato una frase che ripeto sempre: i sogni sono degli obiettivi con una scadenza. I sogni sono importanti perché trasmettono energia anche alle persone che ti circondano.  I sogni ti permettono di credere in ciò che fai e le persone che vengono a contatto con te penso lo percepiscano e sono soddisfatte di lavorare insieme.
Ma nella vita mi sono dato anche delle regole che mi permettono di essere coerente con me stesso e il mio modo di sentire. Sono pronto a combattere sempre fino in fondo, ma sempre con un certo stile e non venendo mai meno ai valori in cui credo e al rispetto per gli altri. Se mi rendo conto che dall'altra parte non ci sono gli stessi codici, la competizione non mi interessa più. 
Ho sempre fatto molto sport a livello agonistico. La vita la interpreto come una disciplina sportiva e mi ha sempre guidato trovandoci io una speculare assonanza con essa.

Sono da sempre uno che costruisce ponti, utilizzo la diplomazia e l'empatia per questo. Non ho mai interrotto rapporti con acredine con nessuno. 
Lascio sempre una porta aperta perché il futuro mi appartiene, ma non mi è dato conoscerlo.

lunedì 5 agosto 2013

Così America ed Europa dicono addio alle fabbriche

La produzione si sposta in Cina. Ma in Occidente restano le attività ad alto valore aggiunto. Per sopravvivere dobbiamo puntare sulla tecnologia.

La cartina economica del mondo sta cambiando rapidamente e radicalmente. Nuovi centri di propulsione economica stanno soppiantando i vecchi. Città che fino a qualche decennio fa non erano che minuscoli punti a stento percepibili sulle cartine si sono trasformate in floride megalopoli con migliaia di nuove aziende e milioni di nuovi posti di lavoro.  

 

In nessun luogo al mondo tale fenomeno è più evidente che nella cinese Shenzhen. Se non l’avete mai sentita nominare, prendetene nota. È uno dei centri urbani con il più rapido ritmo di crescita a livello mondiale.  

 

In trent’anni si è trasformata da piccolo villaggio di pescatori a immane metropoli di oltre 15 milioni di persone. Shenzhen ha visto crescere la propria popolazione di 300 volte; e in questo processo è diventata una delle capitali dell’industria manifatturiera del pianeta.  

 

Il suo destino fu deciso nel 1979, quando le autorità cinesi si risolsero a farne la prima «Zona Economica Speciale» del Paese. In breve tempo le aree di questo tipo cominciarono a calamitare investimenti esteri. Il flusso degli investimenti fece sorgere migliaia di nuove fabbriche che producono una parte sempre crescente dei beni di consumo dei paesi ricchi. Una porzione consistente dell’industria manifatturiera americana si è trasferita in quelle fabbriche. Mentre Detroit e Cleveland perdevano posti di lavoro e si avviavano al declino, Shenzhen prendeva quota. Oggi è disseminata di grandi stabilimenti produttivi. È al primo posto tra i centri della Cina per volume di esportazioni e vanta uno dei porti più trafficati del mondo, pieno di gru enormi, camion imponenti e container di tutti i colori, che vengono trasferiti su navi da carico pronte a salpare per la costa occidentale degli Stati Uniti o per l’Europa. Ogni anno lasciano il porto venticinque milioni di container: quasi uno al secondo. In poche settimane la merce arriva a Los Angeles, Rotterdam o Genova e viene immediatamente caricata su un camion diretto verso un centro di distribuzione Walmart, un magazzino Ikea o un Apple store. 

 

Shenzhen è il luogo dove vengono assemblati l’iPhone e l’Ipad, esempi iconici della globalizzazione. La Apple è nota per dedicare grande attenzione e risorse alla progettazione e al design. Nel caso dell’iPhone e dell’iPad, la Apple ha dedicato la stessa attenzione alla progettazione e all’ottimizzazione della catena di produzione globale. Capire come e dove si svolge la produzione di celebri smartphone e tablet è importante per capire come la nuova economia globale stia ridisegnando la localizzazione dei posti di lavoro e quali siano le sfide del futuro per i lavoratori dei Paesi occidentali.  

 

L’iPhone e iPad sono stati concepiti e progettati dagli ingegneri della Apple a Cupertino, in California. Questa è l’unica fase del processo di produzione realizzata negli Stati Uniti. Vi rientrano il design del prodotto, lo sviluppo di software e hardware, la gestione commerciale, il marketing e altre funzioni ad alto valore aggiunto. In questo stadio i costi del lavoro non rappresentano il fattore principale. Gli elementi chiave sono piuttosto la creatività e l’inventiva degli ingeneri e dei designer. I componenti elettronici dell’iPhone – sofisticati, ma non innovativi quanto il design – sono fabbricati in gran parte a Singapore e Taiwan. L’ultima fase della produzione è quella a più elevata intensità di manodopera, con gli operai che assemblano a mano le centinaia di componenti che costituiscono il telefono e lo predispongono per la distribuzione. Questo stadio, in cui il fattore essenziale è il costo del lavoro, si svolge nella periferia di Shenzhen. Lo stabilimento è uno dei più grandi al mondo e le sue dimensioni sono già in sé qualcosa di straordinario: con 400.000 dipendenti, supermercati, dormitori, campi da pallavolo e persino sale cinematografiche, più che una fabbrica sembra una città. Se comprate un iPhone online, vi viene spedito direttamente da Shenzhen. 

 

E quando raggiunge il consumatore americano il prodotto finale è stato toccato da un solo lavoratore americano: l’addetto alle consegne dell’Ups. È naturale, quindi, domandarsi che cosa resterà ai lavoratori americani (e per estensione, europei) nei prossimi decenni. L’America e l’Europa stanno entrando in una fase di irreversibile declino? La risposta, almeno per l’America, è ottimistica. Per l’Europa, un po’ meno. Nel XX secolo, la ricchezza di un Paese era in gran parte determinata dalla forza del suo settore manifatturiero. Oggi questo sta cambiano. In tutti i Paesi occidentali, l’occupazione nell’industria manifatturiera sta calando ormai da trent’anni. Come si vede dalla figura, questo trend accomuna un po’ tutte le società avanzate, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’Italia e persino la Germania. Oggi l’impiego nell’industria rappresenta più l’eccezione che la regola: in America, meno di un lavoratore su dieci lavora in fabbrica. E’ molto più probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica. Dal 1985 negli Stati Uniti l’industria manifatturiera ha perso in media 372.000 posti di lavoro all’anno.  

 

Questo declino non è solo l’effetto di fenomeni a breve termine, come le recessioni: l’industria perde posti di lavoro anche durante le fasi di espansione. Le ragioni sono due forze economiche profonde: progresso tecnologico e globalizzazione. Grazie agli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione, le fabbriche occidentali sono molto più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno manodopera. Oggi, in media, l’operaio americano fabbrica ogni anno beni per 180.000 dollari, oltre il triplo che nel 1978. Per l’economia in generale l’accresciuta produttività è un’ottima cosa, ma per le tute blu ha conseguenze negative. Pensiamo, per esempio, alla General Motors. Negli Anni 50, gli anni d’oro di Detroit, ogni operaio dell’azienda produceva una media di sette auto l’anno. Oggi ne produce 29 all’anno. Il calcolo dei posti di lavoro persi è molto semplice: per fabbricare ogni auto oggi la General Motors impiega un numero di operai quattro volte inferiore a quello del 1950. Gli operai dell’industria producono più che in passato, e di conseguenza guadagnano stipendi più alti, ma sono numericamente ridotti. 

 

La seconda forza che sta decimando l’occupazione manifatturiera dei paesi occidentali è la globalizzazione. Le produzioni più tradizionali sono state le prime a essere delocalizzate. L’industria tessile è l’esempio più ovvio. Provate a guardare dove sono fabbricati gli abiti che indossate. Se si tratta di capi venduti da una ditta occidentale, probabilmente sono stati prodotti da qualche terzista ubicato in Paesi come il Vietnam o il Bangladesh. I brand americani e europei godono di ottima salute, ma solo una manciata di posti di lavoro – nel design, nel marketing e nella distribuzione – sono rimasti negli Stati Uniti e in Europa.  

 

Altre parti della manifattura tradizionale hanno esattamente le stesse dinamiche. Persino la produzione di componenti elettroniche, computer e semiconduttori non è immune da questi trend. Oggi, in America, lavorano nelle fabbriche di computer meno addetti che nel 1975, quando il personal computer non era ancora stato introdotto.  

 

La ragione è che ormai fabbricare computer non è più particolarmente innovativo. L’hardware è diventata un’industria matura, quasi quanto il tessile. L’assemblaggio e la fabbricazione di molti componenti è stata trasferita in Cina o Taiwan. Il primo lotto di duecento computer Apple I fu assemblato nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak nel leggendario garage di Los Altos, nel cuore di Silicon Valley. Negli Anni 80 la Apple fabbricava la maggior parte dei suoi Mac in uno stabilimento situato poco lontano, a Fremont. Ma nel 1992 l’impianto fu chiuso e la produzione spostata, prima in aree più economiche della California orientale e del Colorado, poi in Irlanda e a Singapore. Oggi a Shenzen. È lo schema seguito da tutte le altre imprese americane. Tutti conosciamo Apple, Ibm, Dell, Sony, Hp e Toshiba. Quasi nessuno ha mai sentito parlare di Quanta, Compal, Inventec, Wistron, Asustek. Eppure il 90% dei computer portatili e dei notebook venduti con quei marchi famosi è in realtà fabbricato negli impianti di una di queste cinque aziende, a Shenzhen. 

Anche se tutte le società occidentali sono accomunate dalla contrazione strutturale del settore manifatturiero, non tutte hanno saputo reagire in maniera soddisfacente a questo declino. In questo quadro, l’economia Americana è posizionata molto meglio di molto altri paesi occidentali.  

 

A differenza della maggior parte dei Paesi Europei, e dell’Italia in particolare, negli ultimi cinquant’anni, gli Stati Uniti si sono reinventati, passando da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale sono insomma le persone: sono loro a sfornare nuove idee. Le due forze che hanno decimato le industrie manifatturiere tradizionali – la globalizzazione e il progresso tecnologico – stanno ora determinando l’espansione dei posti di lavoro nel campo dell’innovazione.  

 

La globalizzazione e il progresso tecnologico hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività.  

 

Non sorprende perciò che la parte più importante di valore aggiunto dei nuovi prodotti sia appannaggio degli innovatori. L’iPhone consta di 634 componenti. Anche se vi lavorano in centinaia di migliaia, il valore aggiunto generato a Shenzhen è molto basso, perché l’assemblaggio potrebbe essere effettuato in qualsiasi parte del mondo. La forte competizione globale limita anche il valore aggiunto dei componenti, comprese le parti elettroniche più sofisticate, come la flash memory o il retina display. La maggior parte del valore aggiunto dell’iPhone viene dall’originalità dell’idea, dalla formidabile progettazione ingegneristica e dall’elegante design. Quindi non deve stupire che, pur non producendo nessuna parte materiale del telefono, la Apple guadagni 321 dollari per ogni iPhone venduto, il 65% del totale, ben più che qualsiasi fornitore di componenti coinvolto nella fabbricazione fisica dell’apparecchio. Ciò è di notevole importanza non solo per i margini di profitto della Apple, ma soprattutto perché si traduce nella creazione di buoni posti di lavoro in America. 

Oggi è questa la parte dell’economia che crea valore aggiunto. Una parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a reclutare nuovo personale. Studi economici recenti mostrano che più un’impresa è innovativa, più alti sono i salari offerti ai dipendenti. 

 

Il settore dell’innovazione comprende l’advanced manufacturing, o industria avanzata (come quella che progetta gli iPhone o gli iPad), software e servizi Internet, le biotecnologia, l’hi-tech del settore medico, la robotica, la scienza dei nuovi materiali e le nanotecnologie. Ma l’ambito dell’innovazione non è circoscritto all’alta tecnologia. Vi rientra qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti. Ci sono innovatori nel settore dell’intrattenimento, in quello dell’ambiente e persino nella finanza e nel marketing. L’elemento che li accomuna è la capacità di creare prodotti nuovi che non possono essere facilmente replicati. Tendiamo a concepire l’innovazione in termini di beni materiali, ma può anche trattarsi di servizi, per esempio di nuovi modi per raggiungere i consumatori o per impiegare il nostro tempo libero.  

 

Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città popolate da lavoratori interconnessi e creativi diventeranno le nuove fabbriche del futuro. Nel prossimo articolo vedremo come l’Italia si posiziona in questo quadro globale sempre più competitivo. 

 

Enrico Moretti, docente di Economia alla University of California di Berkeley, è autore di «La nuova geografia del lavoro», per la rivista Forbes «il libro di economia più importante dell’anno»