mercoledì 7 dicembre 2011

5 buoni motivi per usare un tablet sul lavoro


I tablet computer sono nati per il business. Lo sanno in pochi, ma è la verità. Anche se è stata la Apple a imporli come prodotti di massa, i loro antenati, che risalgono alla fine degli anni Ottanta, sono stati progettati come strumenti professionali.
Come spesso accade per le tecnologie di frontiera, a quel tempo non hanno avuto successo nel mondo consumer. Non sono stati né usati, né capiti. Ma da allora (dal 2007 in effetti, quando HP lanciò sul mercato il primo tablet consumer, che si chiamava Pavilion tx1x00) le cose sono molto cambiate. Oggi il tablet è cool. E chi lo compra lo fa soprattutto per motivi che poco hanno a che fare con il lavoro.
Primo motivo: i tablet sono semplici e pratici, ma (sempre più) potenti. Provate a pensare alle cose che vi fanno arrabbiare del vostro computer e poi applicate la stessa selezione a un tablet: scoprirete che quest’ultimo non è afflitto da quei difetti. La sua batteria dura un giorno intero (un Graal che i laptop non sono mai riusciti a raggiungere), è incredibilmente semplice da usare (sia iOS che Android, i due sistemi operativi con cui la maggior parte dei tablet funzionano, sono progettati con la semplicità d’uso in mente), non si rompe quasi mai (funziona con memorie allo stato solido praticamente indistruttibili, non ha una tastiera e ha pochissimi pulsanti: insomma è monolitico e compatto e quindi assai poco soggetto a guasti), è pratico (si può infilare dovunque e con una tastiera esterna è in grado di fare (quasi) tutto quello che fa un computer tradizionale).

Secondo motivo: presto potranno fare di tutto. I nuovi tablet nascono nell’era delle App e questo ne fa strumenti estremamente versatili. Le App sono tantissime (oggi ce ne sono già più di 500 mila per i tablet della Apple e più di 370 mila per Android. Al momento la maggior parte non è dedicata al mondo del lavoro (i giochi la fanno tuttora da padrone), ma il trend sta cambiando rapidamente e presto, diciamo fra due anni al massimo, le App professionali saranno la maggioranza (noi in Aton ne abbiamo realizzata una, .onSales, e che rende la vita molto più facile alla forza commerciale con decine di funzioni avanzate. Gira sull’iPad e presto anche sbarcherà anche sui tablet Android). Pensate ai primi cinque software aziendali che vi vengono in mente: è probabile che tutti e cinque abbiano già un client che funziona su un tablet (o che l’azienda che li produce abbia un team di ricercatori che ci sta lavorando).
Fra due anni un tablet vi permetterà di fare gran parte di ciò che vi serve nella vostra giornata lavorativa, dalla scrittura di un documento in word a una query su un As-400.

Terzo motivo: ci permettono di concentrarti sul cosa e non sul come. È vero oggi, ma non lo sarà domani. Perché ci sono cinque buoni motivi che mi portano a credere che presto, anzi prestissimo, i tablet torneranno “a casa”, diventando uno dei cardini informatici delle imprese. 
I computer tradizionali, anche quelli semplici, sono complicati. Chi lavora in una piccola azienda trascorre parte considerevole del suo tempo a risolvere problemi legati al sistema operativo, a installare (o reinstallare) applicazioni, a trovare funzioni o impararne altre, a cancellare virus… Chi invece lavora in una grande azienda chiede tutto questo al tecnico interno, il che porta comunque via tempo. Un tablet riduce drasticamente queste complessità. L’uomo dei computer verrà comunque a trovarvi, di quando in quando. Ma lo vedrete senza dubbio meno di prima. Lui avrà più tempo per dedicarsi a migliorare l’ICT della vostra azienda, voi potrete concentrarvi di più sul vostro lavoro (quello vero).
Quarto motivo: sono uno straordinario strumento di marketing. La portabilità estrema, la qualità dello schermo, l’assenza di “fronzoli”, la durata delle batterie, fanno dei tablet l’oggetto ideale per presentare il proprio lavoro ad altri. Che si tratti di una presentazione di slide o di un video, di un sito web o di un’immagine, il contenuto che vuoi mostrare a un cliente (o a un fornitore, un partner, un collega…) farà un figurone su un tablet computer. In più, il tutto sta (quasi) in tasca. E con batterie che durano otto ore buone, se non di più, difficilmente vi lascerà a piedi nel bel mezzo della presentazione. I tablet mettono il marketing nelle mani di un numero maggiore di figure aziendali. Offrono la possibilità a un maggior numero di manager e dipendenti di trasmettere all’esterno messaggi strutturati e coerenti con la policy della vostra impresa. I contenuti chiave, quelli progettati per essere diffusi all’esterno, si diffondono con maggior velocità e l’azienda da ciò ha tutto da guadagnare. Sta già accadendo in alcuni settori, come il Fashion. E grazie all futura diversificazione dei tablet (più modelli, con caratteristiche diverse) tenderà a succedere anche in settori più difficili, come quello della manutenzione e della vendita, dove se il tablet cade e si rompe è un guaio.
Quinto motivo: la vostra azienda ve ne comprerà presto uno. Per i motivi sopra descritti e per il fatto che costa (o costerà presto) molto meno di un computer portatile, la vostra azienda sarà sempre più incline ad acquistare grandi quantità di tablet per i propri dipendenti (secondo IDC, nel 2011 i tablet rappresentano già il 15% del mercato totale dei personal computer). Già accade con il top management. Ma molte imprese scelgono già il tablet come regalo aziendale per dipendenti, partner, clienti e molto presto questo oggetto entrerà a far parte della dotazione standard di un numero sempre maggiore di figure professionali. È una buona notizia per chi li produce. Ma la è senza dubbio, per le ragioni di cui sopra, anche per voi che ve li troverete presto sulla scrivania senza bisogno di comprarli.

mercoledì 30 novembre 2011

Le ultime volontà di Adriano


Trovandosi in punto di morte, Alessandro Magno convocò i suoi generali e comunicò loro gli ultimi tre desideri:

1 - Che la sua bara fosse portata a spalla e portata dai migliori medici del suo tempo.


2 - Che i tesori che aveva conquistato (argento, oro, pietre preziose), fossero sparsi lungo la strada che portava alla sua tomba, e. ..


3 - Che le mani fossero a penzoloni fuori dalla bara, e ben in vista.


Uno dei suoi generali, scioccato da questi desideri insoliti chiese ad Alessandro quali erano le sue ragioni.


Alessandro spiegò:


1 - Voglio che i medici più eminenti portino la mia bara per dimostrare loro che non hanno, davanti alla morte, il potere di guarire.


2 - Voglio che il suolo sia coperto dei miei tesori perchè tutti possano vedere che i beni materiali conquistati in questa terra, qui rimangono.


3 - Voglio che le mie mani oscillino al vento, in modo che la gente possa vedere che siamo venuti al mondo a mani vuote e a mani vuote ce ne andremo quando perderemo il tesoro più prezioso che é IL TEMPO.

domenica 27 novembre 2011

Considerazioni sulla vita

La vita a volte ti segna con esperienze traumatiche, fisiche o spirituali, che ti segnano e fungono da spartiacque per la nostra esistenza. Acquisisci consapevolezza a caro prezzo. Non tutti ce la fanno, alcuni soccombono e si portano alla deriva della vita, altri si rassegnano e forse è peggio. La vita in questi momenti non perdona. 
Se sei impreparato, pigro, distratto, se mostri debolezza, non ne esci. 

Altre volte la vita ti permette di costruirti interiormente, accade quando riesci ad esprimere organizzazione personale, capacità di durata allo sforzo, disciplina, resistenza alla fatica, dedizione completa alla tua vita e agli obiettivi. E' una sorta di via iniziatica che richiede tolleranza, pazienza e sviluppo delle proprie doti interiori di consapevolezza.

Quelli come me continuano a riflettere per fare i conti con la propria coscienza, con la propria anima, non per darsi una compiacente pacca sulla spalla.
La fede fa la differenza. La fede non ammette dubbi. Pochi dubbi e la promessa di un futuro migliore aiutano a tenere comportamenti migliori in termini di risultati finali. E non è una questione di età. Chi ha un progetto ha fede, chi ha fede ha un progetto.



Come sarà il nostro futuro con le Apps

sabato 26 novembre 2011

Creatività

Creatività significa unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili. 
Nella vita servono creatività e capacità di cambiare. Occorre essere in grado di fare a pezzi gli schemi del già vissuto, del già visto, del già provato. Avere la capacità di lasciare andare le cose vecchie e abbracciarne di nuove.

La prima colonna della creatività è il coraggio, la seconda è la conoscenza. Non è importante una conoscenza specifica, lo è maggiormente una diffusa ed estesa. Più conosci, più puoi mettere insieme le cose in modo inaspettato. E l'inaspettato paga.
La terza colonna è l'immaginazione, che significa la capacità di generare idee che prima non esistevano oppure la generazione di diversi modi di vedere una situazione.

Gianni Rodari spiegava che attraverso lo sviluppo di un atteggiamento creativo, l'uomo maturo si forma e sarà in grado così di cambiare il corso delle cose e della sua vita, in base alla sua capacità di usare la propria immaginazione. Quante persone non sfruttano questa capacità.
Allenamento e sforzo su attività nuove e stimolanti, creano mappe cerebrali nuove fino a tarda età.

E' importante continuare a guardare le relazioni possibili tra le cose e le situazioni. Farsi sempre la sequenza di domande: come ? cosa ? chi ? dove ? quando ? quanto ? perché ? Aiuta a chiarire e delineare il problema organizzandolo e aprendolo a nuove connessioni.
Allenarsi a far finta di non poter sbagliare liberandosi dalla paura del giudizio degli altri. Spesso il limite alla nostra creatività è spesso la paura del giudizio altrui. Occorre ricordarsi che, comunque vada, qualcuno vi criticherà sempre. 

Una buona pratica è quella di dedicarsi spesso ad un semplice " brainstorming" trovando un posto che ci fa sentire a nostro agio e sereni. Si definisce il problema e si trovano soluzioni creative, poi si definisce  con chiarezza la situazione finale di gradimento. Mettete sul tavolo tutto ciò che può ispirarvi e... scrivete, disegnate, scrivete e scrivete ancora. Immaginate situazioni diverse e datevi delle risposte. Al termine valutate tutto ciò che è emerso e cogliete la soluzione che più vi rappresenta.

Altra colonna della creatività è il viaggiare. Se si può occorre viaggiare. Risparmiando sul resto. Abituatevi a vedere le cose anche in modo diverso. Mescolando le esperienza con la nostra cultura, spesso produce soluzioni innovative, oltre ad elevare il nostro livello di consapevolezza. Mai dimenticare che il nostro non è l'unico mondo possibile. 

domenica 20 novembre 2011

Mala educación a pranzo & cena



Quando l’educazione vien mangiando. In tempi di fast food, di cibi che si assaporano con le mani, come la pizza e l’hamburger, di pasti consumati velocemente anche davanti al televisore o al computer, di cellulari sempre accesi, le etichette cambiano. Però resistono. «Sfamarsi è un bisogno fisico, ma il pasto resta sempre un rito sociale a cui non si può rinunciare», scrive il Guardian, nostalgico delle vecchie abitudini e soprattutto «del sacro momento del tè servito in tazze di porcellana, ora sostituito dal veloce cappuccino caramellato di Starbucks». Bisogna rimediare «insegnando ai bambini come ci si comporta», suggerisce il giornale inglese, proprio come mostra il quadro «La preghiera prima del pasto» di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, in cui piccoli commensali pranzano con compostezza e in religioso silenzio.
Allora ci si chiede, le buone maniere a tavola interessano ancora?
«Più di prima. Le abbiamo dimenticate — risponde Giuseppe Scaraffia, storico e scrittore —. È da tempo immemorabile che si viene giudicati per come si mangia. Marcel Proust era criticato perché durante le cene si spostava con il piatto a ogni portata tra un invitato e l’altro, Charles-Maurice de Talleyrand si soffiava il naso senza fazzoletto, con le dita, in presenza dei commensali e Napoleone Bonaparte nella fretta si puliva le mani sui pantaloni di cashmere bianchi».
Anche oggi, «in molti film si scherza sullo smarrimento del novellino davanti alla molteplicità delle posate — continua —. Chi augura “buon appetito” fa la figura del provinciale. Chi non versa l’acqua alle signore è un cafone. E certo, bisognerebbe conversare equamente con il vicino di destra e con quello di sinistra, ma non è facile perché anche lui è impegnato nella stessa cosa con chi gli sta accanto».
Negli anni Cinquanta ci pensava Donna Letizia, Colette Cacciapuoti Rosselli, a invocare il buon gusto e a risolvere i piccoli dilemmi nella popolare rubrica «Il saper vivere»: «Quando si mangia i gomiti sono accostati al corpo e le mani non vanno mai abbandonate in grembo», consigliava. Oppure, «la minestra va gustata senza risucchi, appoggiando lateralmente il cucchiaio alle labbra». E ancora, «il tovagliolo non deve essere mai introdotto nel gilet o legato al collo, lo si spiega parzialmente distendendolo sulle ginocchia».
 La signora del bon ton aborriva lo stuzzicadenti («proibito alle signore e sconsigliabile agli uomini») e insegnava l’arte della conversazione («non si parla a voce alta e con chi è seduto lontano»). «Una saggezza ancora attuale, il ton a cui deve aspirare la società», conclude Scaraffia.
Ma la maleducazione a tavola può anche essere la conseguenza di un’infanzia viziata e capricciosa: «È bene insegnare da subito ai più piccoli come ci si comporta — afferma Anna Oliviero Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza —. L’imitazione è il loro grande strumento. Se l’adulto ha un atteggiamento corretto il bimbo lo farà suo. Bisogna dargli il tempo di imparare e non desistere dal ripetere e dall’agire. Senza creare piccoli drammi, con tranquillità si assimila meglio. È importante la sequenza con cui si fanno le cose. Il pasto è un rito ma anche un ritmo, se viene interrotto e frammentato si perde il valore pedagogico».
Cenare con i quattro figli e il marito, per Maria Teresa Orlando, 42 anni, magistrato di Napoli, è uno dei momenti più belli della giornata ma è ancheil tempo dei capricci e delle lotte. «Il padre è più severo, ci tiene che restino in modo corretto a tavola. Con me, invece, scherzano un po’ di più. Ho insegnato loro che sul tavolo si appoggiano sempre i polsi, qualche volta gli avambracci e mai gomiti, però l’hanno trasformata in una filastrocca da fare al contrario». Ma arrivano anche le soddisfazioni: «Il più piccolo mangia meglio degli altri tre e ha imparato a farlo da solo a un anno e tre mesi. Poi, scherziamo, ci raccontiamo la giornata e cerchiamo di restare tutti seduti fino alla fine».
Si dispera, invece, Marina Struzzo, 38 anni architetto di Venezia: «Nicola ha 7 anni, parla con la bocca piena, beve rumorosamente e agita per aria le posate. Insomma, è un piccolo selvaggio», sorride.
Urge l’aiuto di un’esperta: «L’esempio dei genitori è fondamentale — spiega Lucia Rizzi, specialista di terapie comportamentali e in televisione con «S.O.S. Tata» su Sky e La7 (è in uscita il suo libro «Fate famiglia», edito da Rizzoli) .
Stare a tavola in modo corretto significa dare al cibo l’esatta importanza. «Bastano poche regole: non rispondere al cellulare, non accendere il televisore. La tavola va apparecchiata e sono banditi i vassoi da portare in giro per casa. Il bambino molto piccolo vuole stare a tavola con i grandi, magari nei primi anni gli si può concedere di prendere qualcosa con le mani, poi sarà lui che vorrà crescere e avrà gli strumenti giusti per farlo. Non sottovalutare la formalità del “per piacere” e del “grazie” e creare un’atmosfera positiva, tirando fuori degli argomenti sereni».
«diventa, così, una forma di rispetto per noi e per gli altri con cui condividiamo un momento importante — spiega lo chef stellato Alfonso Iaccarino, titolare del Don Alfonso 1890 a Sant’Agata sui Due Golfi —. Con la fretta, la distrazione, consumando il pasto in piedi si compromette anche la nutrizione».
Le (buone) maniere cambiano «ma non resistono soltanto al ristorante — aggiunge —. Capisco e noto una trasformazione sociale più alla portata di tutti, però una certa americanizzazione del mangiare proprio non mi piace». Cioè? «Aprire il frigo e ingerire quello che capita. In Italia, invece, la cultura della tavola regge, soprattutto la sera. Adoro vedere una famiglia (nonni compresi) pranzare e cenare insieme con i più piccoli e regalarsi grandi sorrisi».
di Rossella Burattino - La 27esima ora - Corriere della Sera

lunedì 14 novembre 2011

Elogio della Gentilezza (come Resistenza alla Volgarità)


LA GIORNATA MONDIALE DELLA «BUONA EDUCAZIONE» I RIFERIMENTI NELLA LETTERATURA.


Non ci sarebbe nessun bisogno della Giornata mondiale della Gentilezza, che si celebra tutti gli anni il 13 novembre. 


Eppure la gentilezza, nell' epoca del cosiddetto politicamente scorretto baldanzoso e dilagante, ha un che di anacronistico, come se fosse una categoria medievale, edificante e moralistica. Ma se solo la si oppone alla volgarità ecco che acquista tutta la sua urgenza, perché la gentilezza, così come la intendiamo oggi, non è affatto quella dei secoli scorsi: quella del Cortegiano, il famoso trattato di Baldassar Castiglione o del «giovin signore», il pupillo di Giuseppe Parini. Non è più la cortesia, un valore che appartiene alla cavalleria o alla nobiltà di sangue, ma pertiene alla sensibilità di tutti gli uomini, siano essi ricchi o poveri. Poi però ti guardi intorno e ti accorgi che la gentilezza, in questa sua estensione orizzontale, è quasi diventata un tabù, un' attitudine per nulla all' altezza dei tempi. Diciamolo pure: un' inclinazione ritenuta noiosa, da fessi, una virtù da deboli di spirito o da falliti. In effetti la gentilezza, se è vero che confina anche con la generosità, dovrebbe essere gratuita: che gesto gentile sarebbe quello che si aspettasse in cambio un compenso? I volontari di Genova, i ragazzi che sono andati a spazzare il fango dopo i giorni dell' alluvione, sono partiti con qualche pretesa di guadagno? Lo psicanalista inglese Donald Winnicott considerava la benevolenza e l' altruismo indicatori di salute mentale. Se ne può dedurre che non stiamo tanto bene. 

Ma forse, tutta la sua pessima reputazione sta nel fatto che la gentilezza viene identificata in nient' altro che in un gesto occasionale e autogratificante per chi lo compie, non una forma mentis ma un' espressione capricciosa del comportamento, qualcosa che si avvicina all' ipocrisia e che somiglia alla beneficenza che lasciamo distrattamente cadere sul piatto del mendicante un giorno sì e cento no. Del resto, qualcuno sostiene che l' elemosina è un atto inutile se non dannoso. La gentilezza ha perso l' alone aristocratico del tempo che fu, per diventare l' esatto opposto dell' aggressività «virile»: si potrebbe ritenere addirittura che si tratti di una barriera protettiva della propria vulnerabilità, una difesa preventiva contro l' aggressività altrui. Più una virtù da santi che da gente comune capace di stare al mondo. Daniel Defoe si avvicina all' accezione moderna: per il padre di Robinson Crusoe, il gentiluomo era il borghese sobrio, contrario alla sopraffazione e all' avidità mercantilistica. Sta di fatto che se in passato era definibile a occhi chiusi come status symbol, la gentilezza ha finito per occupare un campo semantico impervio, sdrucciolevole, ambiguo: persino Hitler poté apparire «gentile» alla sua segretaria, ma si trattava evidentemente di un errore ottico per eccesso di vicinanza (la gentilezza va valutata da lontano). Se invece è la negazione della prepotenza, dell' iracondia e dell' indifferenza; e se la si intende non solo nella sua manifestazione esteriore, deve avere qualcosa a che fare anche con la mitezza, di cui Norberto Bobbio scrisse un memorabile elogio: per il filosofo si tratta di una qualità morale, che coinvolge il rapporto con le altre persone, un' empatia suscettibile di essere coltivata e affinata con impegno dall' individuo e dalla comunità. Una ferma mitezza suona come un ossimoro. Una ferma gentilezza un po' meno, ma ambedue richiedono una buona dose di umiltà personale e di benevolenza, di comprensione per l' altro, ma anche, come sostiene Bobbio, di intransigenza a difesa della propria e altrui dignità. Eccolo lì il suo anacronismo: la gentilezza, è una resistenza (personale ma soprattutto sociale) al peggio che oggi rischia di sommergerci, come i rifiuti sommergono molte città (la Napoli dell' Ottocento apparve a Goethe come una «città gentile»). Una resistenza democratica. E per questo, alla fine, non va disprezzata nemmeno quando la si intenda semplicemente (ma non proprio semplicemente) come buona educazione. Gratificante, perché no, per l' individuo e per la società. 


Di Stefano Paolo

domenica 6 novembre 2011

QUELLE VITE GIOCATE (E PERSE) AI VIDEOPOKER


A Vicenza, una donna distrutta dalla dipendenza si toglie la vita. A Torino salvano un uomo "sull'orlo del suicidio". Tra finti derubati (denunciati) per coprire i soldi svaniti e neo-rapinatori (arrestati) per rientrare del denarn buttato, è allarme sociale.
Una malia che t'invade piano ma poi si impossessa di ogni pensiero. di ogni intenzione, di ogni attimo della giornata, ormai vuota a perdere. A perdere tutto. Al punto di perdersi. Una febbre che sale, linea dopo linea, tasto dopo tasto: fino a bruciarti, dentro e fuori, qualsiasi altro desiderio e pure il capitale. Un'influenza che non c'è verso di debellare, di scacciare: schiacciare il pulsante, nella solitudine chiassosa di un bar, come la sola maniera di sentir pulsare la vita. Giocare e giocare (e pendere, perdere) in modo che non sia mai finita. Lei aveva quarant'anni, un lavoro, una famiglia serena. Viveva dalle parti di Vicenza e faceva l'impiegata: una tranquillità schermata però da una dipendenza malata, con lei sempre più prigioniera dei videopoker del quartiere. Le era sempre piaciuto giocare, infilare una monetina per hobby e guardare il punto entrare. Ma il lieve passatempo s'era fatto lentamente il senso di tutto e l'ossessione di ogni minuto: sicché, invece del punto, entravano a rotta di collo in quella fessura, predisposta all'usura della propria serenità, sempre più monetine. Fino a costruire una pila infinita, fatta prima del proprio stipendio e degli averi personali. poi del risparmio di famiglia. Una pila alta, in pochi mesi, più di 80mila euro. t familiari hanno provato a farla desistere ottenendo promesse non mantenute. Hanno allentato i baristi della zona perché l'aiutassero a non buttarsi via in quel modo, ma lei cambiava esercizi, ripetendo la sua mano quello abituale: infilare la moneta, premere il tasto, infilare di nuovo. Disperati, hanno schierato pure psicologo e comunità di recupero, ma a quel punto lei ha detto "basta" e l'ha fatta finita con il gioco e con la vita, che ormai tendevano ad assomigliarsi fino a confondersi. «Chiedo scusa a tutti. Non ha più senso per me vivere», ha lasciato scritto, prima di infilare la testa dentro un cappio.
Storia tragica ed estrema, ma da noi la dipendenza da videopoker, anche per via della crisi che si mangia le sicurezze e incita alle scorciatoie, sta facendo ogni giorno più guasti. Se tentare la fortuna è sempre stato, nei momenti di difficoltà economica, l'unico miraggio consentito, la pozzanghera dove tuffarsi pensando di poter fare il bagno, be', nessun gioco come il videopoker&simili oggi possiede tanta forza di distrazione di cassa e di volontà personali. Potendo garantire, a differenza di "grattini' e lotterie varie, l'assenza di una mediazione psicologica alla spesa: davanti a te solo una fessura, mentre dai le spalle al mondo, che ti fa sentire meno in colpa e unico padrone (ma è solo pia illusione) del tuo gesto iterato. Mica è un caso se le mafie - l'inchiesta sulla 'ndrangheta nel Ponente ligure è nata dalla richiesta di installare video-poker - stanno giocando anch'esse la partita. Qualche storia di ordinaria dipendenza di questi tempi? A Torino, Roberto P., 40 anni, operaio specializzato, tre figli, è finito al reparto psichiatrico delle Molinette dopo che s'è presentato al Pronto soccorso piangendo: «Aiutatemi, il videopoker mi ha fatto impazzire*. E i medici han spiegato che s'è salvato con l'ultima «briciola di energia e volontà: la dipendenza dal videopoker lo aveva condannato, era a un passo dal suicidio». E ancora, un infermiere romano lo scorso 9 settembre e un impiegato umbro lo scorso 27 settembre, hanno finto entrambi di aver subito una rapina, dopo aver perso tutto al videopoker, mentre un infermiere spezzino. dopo aver infilato l'ultima moneta, s'è fatto lui stesso rapinatore, alleggerendo una banca del Carrarese, per rientrare del denaro svanito. Poi, c'è la donna di Prato, denunciata per danneggiamento, che ha scagliato uno sgabello sul videopoker davanti al quale giocava il marito; c'è l'uomo che di macchinette ne ha distrutte sette in un bar di Trieste dopo aver perduto, senza riuscire più a smettere. migliaia di euro: e c'è la coppia denunciata in ottobre a Torino per aver lasciato la bimba di 3 anni in auto: papà e mamma nel bar a giocare e lei, aperta la portiera, in strada piangente, soccorsa da una passante. Dipendenze rovinose e fallimenti economici di tanti che già faticano a guardare avanti, mentre la Corte dei Conti - quasi un beffardo contrappasso - quantificherà di nuovo alla politica, entro sessanta giorni, a quanto ammonta (tre anni fa lo valutò in 98 miliardi di euro: bruscolini, giusto l'importo di due Finanziarie!) "il contenzioso che i concessionari dei giochi hanno con lo Stato creditore", senza che nessuno, neppure in questi giorni magri, si decida a mettere mano al settore.
Cesare Fiumi (Sette - Corriere della Sera)

Uomini nuovi

Tutti gli scandali, il decadere dell'onestà e dell'onore, l'impudenza nella certezza dell'impunità, la passione per il denaro che spazza via convenzioni, dignità, rispetto di sé stessi, l'amoralità, divenuta inconscia, rivelano il male profondo che esige rimedi di pari intensità.

E' stata la passione per la ricchezza, la voglia di essere potenti non importa con quali mezzi, la frenesia di onori; è stato il materialismo, l'appagamento spregiudicato degli istinti, a corrompere gli uomini, e, mediante loro, le istituzioni.

Come riusciremo ad uscirne ? Potremo uscire da questo decadimento solo attraverso un'immensa rettificazione morale, reinsegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, lottare, sperare e a morire, se necessario, per un ideale superiore.

Contano solo la fede, la fiducia ardente, l'assenza completa di egoismo e di individualismo, la tensione di tutto l'essere verso il "servizio", per quanto ingrato possa essere, ovunque si svolga. Il servizio di una causa che va oltre l'uomo. Contano solo la qualità dell'anima, le sue vibrazioni, la volontà di tener alto al di sopra di tutto un ideale, nel disinteresse più assoluto.

Sarà necessario formare uomini nuovi per cambiare il Paese.


venerdì 4 novembre 2011

Se il logo va alla guerra (da Tripoli a Kabul)


Spot negativi, le aziende cambiano strategie

L' attrice Anne Hathaway è stata pagata per indossare un collier di diamanti nella notte degli Oscar. Si parla di 750mila dollari per un mega spot al traino della luccicante statuina hollywoodiana. I teorici del marketing lo chiamano «product placement», ma è il parente prossimo di quello che una volta si chiamava «pubblicità occulta». Il concetto è banale e sfrutta il desiderio di partecipare ad un mondo che consideriamo affascinante. È lo stessa solleticazione dell' umana invidia che si ripropone quando si associa un marchio a una celebrità: attori, campioni, cantanti, tutti reclutati per mostrare a noi consumatori che potremmo anche assomigliargli se bevessimo quel caffè, guidassimo quell' automobile o viaggiassimo con quella valigia. Solo in Italia si pagano «testimonial» per almeno 450 milioni l' anno. 
Il problema è che non sempre si possono scegliere i propri ambasciatori o il luogo dove mostrare i prodotti. Il golfista Tiger Woods si può cancellare dagli spot dopo aver scoperto le sue infedeltà coniugali e, dopo l' attentato dell' 11 settembre, si può evitare di mandare in onda intere campagne pubblicitarie nelle televisioni affollate di dramma. Ma è impossibile licenziare i talebani che viaggiano su pick up Toyota, tagliagole liberiani che sfoggiano magliette dell' Inter, libici che asciugano le mani insanguinate su una tuta Adidas, terroristi iracheni nascosti dietro a passamontagna della Nike. Qui non ci possono essere contratti con clausole di protezione contro i «cattivi ragazzi». «Venir associati alla tragedia della guerra è l' ultima cosa che un' impresa vorrebbe per i suoi prodotti - sostiene il pubblicitario Ignasi Clarà -. L' effetto è pessimo, come quando un marchio viene accusato di sfruttare il lavoro minorile». Il fenomeno però dilaga, come la globalizzazione che porta gli stessi brand in tutto il mondo. Solo vent' anni fa non avveniva affatto. I vietnamiti bruciati dal napalm americano negli anni ' 60 non indossavano Dolce e Gabbana contraffatti. Ancora nella prima guerra del Golfo (1990-1991), Saddam Hussein avrebbe pagato oro per mostrare una vittima dei bombardamenti alleati con una maglietta del Barcellona sponsorizzata dall' Unicef. Invece nella guerra di Libia i reporter fotografavano pro o anti gheddafisti, con indosso firme internazionali, viaggiare su camionette con imbullonate sopra mitragliatrici contraeree. 
Clara Alberti, di Toyota in Spagna, ha raccontato al giornale La Vanguardia che la casa giapponese ha cambiato stile dei propri pick up per sfuggire all' identificazione tra brand e violenza. «La scritta Toyota a lettere maiuscole sul retro è stata resa meno visibile». «Forse l' unico che ha tentato di rovesciare a favore di un prodotto comune la spontanea repulsione per la guerra è stato Oliviero Toscani. Lo fece fotografando gli abiti laceri di una vittima della Guerra di Bosnia come fossero maglioncini appena usciti dalla fabbrica. Lo scandalo portò il marchio al centro dell' attenzione» spiega Nino Florenzano del Laboratorio Creativo Maverick. Gli altri casi rientrano nella normalità del meccanismo di emulazione. Il kalashnikov in mano a guerriglieri di ogni latitudine è stata la miglior pubblicità per il mitra sovietico. Così come i gipponi Hummer che hanno creato una versione civile per beneficiare dell' immagine di potenza degli americani a Bagdad. Ad alcuni la guerra piace. A pochi, per fortuna. 

domenica 30 ottobre 2011

Un Paese che dimentica il futuro


L’Italia comincerà a vendere titoli di Stato anche su internet, con una campagna pubblicitaria ad hoc, a partire dalla primavera 2012. Il successo di analoghe iniziative di banche private (Mediobanca tra le altre) spinge online il ministero del Tesoro, impegnato l’anno venturo in un safari a caccia di 250 miliardi di euro, per sostenere il famelico debito dei 1900 miliardi. Sembrerebbe una notizia positiva, anche le nuove tecnologie mobilitate per salvare il Paese e l’euro, se non cadesse, nelle stesse ore, l’occhio sul Punto D, della «Lettera di intenti» che il governo ha inviato all’Unione europea promettendo riforme strutturali contro la crisi e per la crescita. Il Punto D si ammanta di un titolo cruciale «Sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione», è lungo appena 16 righe, e non ha il tono un po’ da vecchio notaio del resto del documento, tra un antiquato «Resesi» e un burocratico «Efficientamento». Il «sostegno all’imprenditorialità» è replica dell’agenda proposta dal 2008, ma la vera sorpresa - negativa - è sull’«innovazione». Perché delle 16 righe non una, anzi neppure una parola, è spesa su progetti, proposte, impegni a favore dell’economia digitale.

Andremo sul web cercando di piazzare qualche Bot, ma non abbiamo nulla da dire sul web per creare ricchezza, lavoro, start up, ricerca. Tv, giornali e internet ancora grondano commozione per il genio perduto di Steve Jobs, ma le lacrime italiane sono di coccodrillo digitale, perché non un euro, non un’idea, neppure una banale promessa elettorale, è spesa sulla Digital economy. E se ieri i mercati hanno confermato lo scetticismo sulle nostre riforme, mandando i Bot decennali al record negativo, anche i silenzi del Punto D hanno di certo contato. Il mercato sa che chi non innova muore. La Rete si è accorta per prima della mancanza di un progetto digitale e sul «Daily Wired» Marina Pennisi ha dato voce alle preoccupazioni di aziende e operatori. In un Paese che da un decennio non cresce, con la disoccupazione giovanile cronica, specie al Sud e tra le donne, con un bastione però formidabile di ricchezza privata alto 9.000 miliardi di euro, fra quadri informatici spesso di ottima qualità, davvero non era possibile far di meglio? Per comprendere il valore della nuova frontiera per lavoro e sapere, il lettore dia un’occhiata, anche frettolosa, alRapporto McKinsey: «Già oggi, se misurati come settore indipendente, i consumi e le spese relative a internet sono superiori all’agricoltura o all’energia. Internet rappresenta il 3,4% del prodotto interno lordo dei Paesi G8, Brasile, Cina, India, Sud Corea e Svezia». L’economia internet eguaglia la potenza economica del Canada, ma cresce a un ritmo più veloce del Brasile. Il settore che l’Italia non considera nelle sue promesse all’Unione Europea è il solo che sia in crescita ovunque. Se il mercato globale riduce l’occupazione nel mondo occidentale, il web invece crea 2,6 posti di lavoro per ognuno che si è perduto, chiudendo il gap che semina rancore nell’opinione pubblica. Una ricerca mondiale su un campione di 4.800 piccole e medie imprese stima la crescita legata al web al 21% negli ultimi dieci anni, il doppio del decennio precedente e malgrado la crisi paralizzante del 2007.Le speranze che gli Stati Uniti nutrono di mantenere la leadership economica sono tutte legate all’innovazione, di cui detengono ancora il 30% del mercato e il 40% dei profitti, grazie a un buon equilibrio fra hardware, software e comunicazione e a un formidabile network di laboratori e aziende. Regno Unito e Svezia incalzano, soprattutto sulle telecomunicazioni, India e Cina crescono «nell’ecosistema internet a un tasso del 20% annuo». Inseguono Francia, Germania e Canada, più indietro Giappone, Russia, Brasile.E l’Italia? I rapporti a disposizione (Digital advisory group, Akamai) concordano sul 2% del Pil legato alle nuove tecnologie, 700.000 posti creati, 1,8% in più di quelli perduti. Per comprendere il potenziale di crescita della nuova economia su cui il governo tace, in Francia internet crea già 2,4 posti per ognuno perduto. Il nostro Paese, la seconda manifattura europea invidiata anche dal Financial Times, reticolo di piccole e medie imprese, non sembra realizzare che le tecnologie sono il solo passaggio al futuro, la sola salvezza per i piccoli nel mercato globale. McKinsey (2011) stima che i due miliardi di esseri umani che lavorano su internet producono effetti immediati e clamorosi sulle Pmi: le piccole aziende che innovano a partire da internet, e-commerce e software hanno un aumento della produttività del +10%. E in un confronto diretto fra Pmi dello stesso settore, quelle che scelgono di ideare e produrre con sistemi web 2.0 hanno una crescita doppia sui concorrenti legati a modelli tradizionali.Inutile ripetere la tiritera sui mancati investimenti per la banda larga, gli 800 milioni promessi e mai spesi, i 4.300.000 cittadini costretti a collegamenti lumaca, la rincorsa sulla fibra ottica, sul mobile, su Lte4g, su Wimax. Inutile fare l’elenco delle assenze, siamo indietro, non rafforziamo scuola, università, start up, Pmi e nessuno sembra scaldarsi più di tanto.Si deve augurare ogni fortuna al safari del Tesoro per vendere Bot online in primavera. Ma il silenzio sul punto D della «Lettera di intenti» è la resa insieme del governo e della classe dirigente tutta, paralizzati davanti alla rivoluzione digitale tra l’Arsenico delle polemiche politiche e i Vecchi Merletti di un modo di fare industria decrepito. Ogni riforma economica, ogni dibattito culturale, ogni manifesto di maggioranza o opposizione, dovrebbe partire dalla proposta di un nuovo Punto D: D come futuro, ricchezza, cultura Digitale.

Gianni Riotta

giovedì 20 ottobre 2011

Non basta il PIL a fare la felicità


Uno studio di Barilla propone nuovi indicatori per il benessere. L'Italia? In crisi, ma non troppo

E se invece di considerare solo il Pil dei vari Paesi ragionassimo sul benessere di chi ci vive? Considerando, oltre al reddito, il tasso di scolarizzazione, il rispetto per l’ambiente, lo stile di vita e perfino dettagli piccoli ma significativi come il tempo che si passa a tavola? Come diceva Heine: non chiedermi cos’ho, chiedimi cosa sono.
L’idea è venuta alla Barilla, per la precisione al Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn), che presenta oggi a Parigi il Bcfn Index 2011 di «Misurazione del benessere e della sua sostenibilità», un grande studio curato dall’economista francese JeanPaul Fitoussi su dieci Paesi, otto europei (Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Grecia, Svezia e Danimarca), più Stati Uniti e Giappone. Il linguaggio è piuttosto tecnico, ma le innumerevoli tabelle propongono qualche sorpresa e molte conferme.Prendete l’Italia. 

Come indice di «benessere attuale», non siamo messi bene: settimo posto, con un punteggio, da uno a dieci, di 4,9: in testa ci sono, manco a dirlo, Danimarca e Svezia, in coda Spagna e Grecia. Come indice di sostenibilità del benessere, cioè il benessere in prospettiva futura, siamo messi peggio: penultimi a 5,1, meglio solo della Grecia e lontani dai soliti scandinavi, questa volta con la Svezia che batte la Danimarca. E poi: male come benessere materiale (4,9 su 10), ambientale (5,5), educativo (ultimi con 1,9!), sociale (4,5) e, manco a dirlo, politico (1,5: peggio di noi solo la Grecia, ma la terz’ultima, che è poi la Francia, ci stacca con il 3,6).E però forse il Belpaese non è tutto da buttare, a conferma di quel che molti pensano, cioè che l’Italia è un disastro, ma gli italiani no. Prendete i suicidi. Su 100 mila italiani, la fanno finita poco meno di 5, più dei greci, nonostante la crisi (2,6) ma meno di tutti gli altri, e di gran lunga: i giapponesi sono a quota 19,4, i francesi al 13,5, gli svedesi al 10,6. Siamo penultimi, per fortuna, anche come spesa per gli antidepressivi: 7,7 euro a testa all’anno, con gli americani a 36 e rotti. Siamo in testa come benessere psico-fisico (7,7 su 10, ultimi gli americani a 2,5) e secondi come stile di vita (6,6, a ridosso degli svedesi).Insomma, siamo in crisi ma non viviamo male. E con i piedi sotto la tavola: gli italiani sono terzi per il tempo medio dedicato ai pasti, 117 minuti al giorno contro i 76 degli americani. Ci superano solo i francesi (136 minuti, un record) e i giapponesi. Mangia che ti passa.

sabato 15 ottobre 2011

Quelle aziende che pagano la difficoltà di innovare

Motorola invento' i cellulari, ora è fuori gioco. Commodore è sparita. Quelle aziende che pagano la difficoltà di innovare. Da Kodak a BlackBerry, il rischio di diventare ex colossi Il caso Apple Prima del ritorno di Steve Jobs, nel 1997, il gruppo era in crisi L' Asia La concorrenza asiatica ha spazzato via molti grossi gruppi europei «Non è come un iPhone ma per le email è una bomba» dicevano dei BlackBerry gli esperti fino a tre giorni fa. La bomba però è esplosa e Research in Motion (Rim), l' azienda che produce i BlackBerry, è colpita al cuore nella sua roccaforte, la gestione della posta elettronica. Un' abitudine, quella all' email in mobilità, che ha fatto la fortuna di Rim ma che ora le si è ritorta contro. Ieri i disservizi sono lentamente rientrati e il fondatore Mike Lazaradis è comparso in video con aria visibilmente contrita, chiedendo scusa per i disagi che per tre giorni hanno flagellato i proprietari di uno smartphone con la mora sopra. I problemi per i BlackBerry non sono del tutto terminati, ma i guai forse sono appena iniziati. Non solo perché gli utenti furiosi potrebbero chiedere i danni in tutto il mondo, a suon di class action . Ma anche perché il rovescio arriva per Rim in un periodo delicato, con il crollo delle azioni al Nasdaq e i BlackBerry che non tirano più come una volta, schiacciati dall' ascesa di iPhone e Android-Google. «È come un colpo sopra un livido» ha commentato l' analista Richard Winsdor, facendo intendere che la situazione della società canadese rischia ora di precipitare. Ma Rim è in buona, anzi cattiva, compagnia. La storia è costellata di colossi tecnologici passati dalla prosperità al fallimento. O che hanno sfiorato il baratro per poi risollevarsi con una piroetta. Per restare alla telefonia, il boom di Apple e Google nella telefonia ha mandato in crisi nomi storici. Come Motorola, che il cellulare l' ha inventato: era il 1973, si chiamava DynaTac e pesava un chilo e mezzo. Dopo un paio di decenni di alti e bassi e dopo aver dilapidato in un amen, 5-6 anni fa, il successo stratosferico del sottilissimo Razr V3, Motorola ha deciso in agosto di cedere la sua divisione di telefonini proprio a Google. Ma anche Nokia non se la passa benissimo. Nel 2007, uno smartphone su due venduto nel mondo era finlandese. Ora la quota di mercato è scesa a poco più del 20%. Il 2007 è, non a caso, l' anno del debutto dell' iPhone di Apple. Che i manager di Nokia liquidarono come poco più di un giocattolo. Salvo poi correre ai ripari producendo in tutta fretta telefoni con il touchscreen, che però non hanno mai convinto. Da qui l' abbraccio con Microsoft per produrre cellulari con Windows Phone 7: i primi esemplari si vedranno tra due settimane. Per i finlandesi un «piano B» non c' è: o funziona l' intesa con il gigante americano o il futuro si tingerà di toni scuri. Solo pochi mesi fa Hp ha annunciato lo stop al suo settore tablet e smartphone. L' ultimo chiodo sulla bara di Palm, un marchio che ha fatto la storia dell' informatica negli anni Novanta con i suoi palmari (la versione evoluta delle agende elettroniche del decennio precedente) ma che non ha saputo fare il salto nel mercato della telefonia. Ed è di pochi giorni fa il turbinio di voci che vuole Kodak molto vicina a portare i libri in tribunale. «You press the button, we do the rest» («Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto»): uno slogan che per decenni ha sostenuto il business dell' azienda, quasi monopolista nelle pellicole per fotocamere. Ma ora siamo nell' era del digitale, dove si scatta di più ma si stampa molto meno. I fotografi vogliono fare da sé e non lasciar fare a Kodak. Risale invece a metà anni Novanta l' uscita di scena di Commodore, che ha fatto scoprire i videogame a mezzo mondo con il C64 e l' Amiga ma non è sopravvissuta a errori societari e strategici. Era il 1994 e proprio in quell' anno debuttava la Playstation di Sony, in un simbolico passaggio di testimone nel mondo dei giochi elettronici. È stata invece l' avanzata irresistibile dei produttori asiatici a spezzare le reni ai signori degli elettrodomestici europei, come la tedesca Grundig o la francese Thomson. E anche i tv Philips non se la passano benissimo. Spostandosi dagli atomi ai bit, è Internet il territorio dei cambiamenti di scenario più repentini e selvaggi. Qui i «cadaveri» sono innumerevoli. Dal primo grande motore di ricerca, Altavista, destinazione obbligata dei navigatori a metà anni Novanta poi soppiantata dall' onnipresente Google, allo stesso Yahoo, che sta a galla ma che perde terreno, a MySpace, social network oscurato da Facebook. Anche Apple, prima del ritorno di Jobs nel 1997, era con le spalle al muro. Una storia che insegna che nella tecnologia c' è speranza per tutti. Peccato che non tutti abbiano un Jobs. Paolo Ottolina

venerdì 7 ottobre 2011

Quanto vale l'economia del sommerso in Italia

Dopo un’estate passata a discutere sull’entità e la portata dell’evasione fiscale nel nostro paese può essere utile dare un’occhiata ai dati che riguardano l’impatto complessivo dell’economia sommersa e del lavoro irregolare sulla ricchezza (Pil) prodotta in Italia negli ultimi dieci anni. Lo studio è stato condotto nel primo semestre 2011 dal gruppo di lavoro “economia non osservata e flussi finanziari”, istituito presso il ministero dell'economia in previsione della tanto attesa (e probabilmente ancora a lungo) riforma fiscale, e guidato da Enrico Giovannini, presidente dell'Istat. Dai dati emerge un valore complessivo dell’economia sommersa (2008) che oscilla tra 255 e i 275 miliardi di euro, pari rispettivamente al 16,3% e al 17,5% del Pil. Rispetto al 2000 (217-228 miliardi) il sommerso è in crescita ma paradossalmente costituisce una fetta inferiore della ricchezza (il Pil nel frattempo è cresciuto). In valore assoluto quindi il sommerso economico è aumentato di quasi 40 miliardi di euro in otto anni. Nel 2008 la ricchezza prodotta nell’area dell’economia irregolare dal solo settore dell’agricoltura è stato pari al 31% del valore aggiunto ai prezzi del produttore. In pratica grazie alla violazione delle norme fiscali e contributive sono stati intascati più di 9 miliardi di euro. Un parte considerevole dell’economia sommersa è rappresentata quindi dal valore aggiunto non dichiarato, alla cui produzione partecipano lavoratori non regolari. Nel 2009 erano 2 milioni e 966mila unità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 326mila contro i 640 mila indipendenti). Nel 2001 il lavoro non regolare contava 3milioni e 280mila unità, il livello è quindi diminuito sensibilmente e paradossalmente grazie alle forme di lavoro flessibile che in Italia sono state regolamentate e modificate soprattutto a partire dai primi anni 2000. A questo risultato ha contribuito anche la progressiva regolarizzazione dei lavoratori stranieri, attraverso le quote di ingresso introdotte nel 2007. Passando ai settori, il comparto con la maggiore incidenza di lavoratori irregolari è l’agricoltura , dove il tasso è cresciuto dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009, questo grazie al carattere stagionale dell’attività e al’’utilizzo del lavoro a giornata. Seguono i servizi, in calo dal 15,8 al 13,7% e  l’industria, passata dal 7,4% del 2001 al 6,2% del 2009. A livello territoriale, il tasso di irregolarità delle unità di lavoro presente al Sud è più del doppio di quello presente al Nord. Se nel Veneto ed in Lombardia è rispettivamente pari al 9,4% e 9,6%, in Campania raggiunge il 15,3%, in Puglia il 18,7%, in Sicilia il 19,2% ed in Calabria addirittura il 29,2%. Nelle infografiche i dati relativi all’evoluzione dal 2001 al 2009 delle unità di lavoro irregolari per settore e regione. Carlo Di Foggia

lunedì 3 ottobre 2011

Dove sta il coraggio di essere ottimisti

Moisés Naim In Italia, tutto il dibattito politico nazionale è condizionato dalla certezza che il passato era migliore del presente e sarà migliore del futuro. Forse è vero, forse l'Italia è condannata al declino. Ma prima di giungere a questa conclusione è utile tenere presente tre cose: la prima è che forse questo pessimismo è infondato e che il futuro potrebbe essere molto migliore del passato; la seconda è che la maggior parte degli abitanti del pianeta oggi se la passano meglio che in qualsiasi altro momento storico; la terza è che se altri Paesi sono riusciti a superare crisi croniche e a progredire a ritmo sostenuto, perché l'Italia non dovrebbe riuscire a fare altrettanto? Cominciamo col ricordare che la percentuale di popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà è drasticamente diminuita: dal 63 per cento del 1950 al 35 per cento del 1980 e al 12 per cento del 1999; e continua a diminuire, nonostante la crisi. Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano dell'Onu, solo tra il 1990 e il 2010 la maggioranza dell'umanità è progredita al punto che ora è più sana, vive più a lungo, ha un livello di istruzione più alto e ha accesso a più beni e più servizi di tutte le generazioni precedenti. E sono anche diventati più numerosi gli abitanti del pianeta che hanno il potere di scegliere i propri leader e mandarli a casa quando perdono il consenso popolare. L'obiezione ovvia a questa visione rosea del mondo è che il progresso non avanza allo stesso modo ovunque. È vero: in Africa e nell'ex Unione Sovietica la povertà è diminuita meno che in altre zone del mondo. Altri indicatori sociali ed economici, però, sono migliorati ovunque: la mortalità infantile è diminuita e l'aspettativa di vita è cresciuta. A metà degli anni Settanta, una persona viveva in media 72 anni nei Paesi sviluppati e 59 nei Paesi più poveri: ora nel primo gruppo siamo arrivati a 74 anni e nel secondo a 62,4. Gli abitanti del pianeta che soffrono la fame (cioè che assumono meno di 2.200 calorie al giorno) sono diminuiti dal 56 per cento degli anni 60 a meno del 10 per cento oggi. Negli anni 50 la metà della popolazione mondiale non sapeva leggere e scrivere: oggi l'analfabetismo interessa il 19 per cento degli esseri umani, e continua a scendere. Tutto questo vale soprattutto per le donne: nel 1970 per ogni 100 uomini capaci di leggere e scrivere c'erano 59 donne, oggi sono 80. Nelle aule scolastiche di tutto il mondo capita sempre più spesso che le bambine siano più numerose dei maschi, e il divario di istruzione fra i due sessi è ai livelli più bassi nella storia dell'umanità. Nel 1960, il 25 per cento dei bambini in età scolare svolgeva un lavoro a tempo pieno: oggi i bambini lavoratori sono solo il 10 per cento. Il progresso è ancora più evidente se si prendono in considerazione altri indicatori: l'accesso all'energia elettrica e all'acqua potabile, ai telefoni, alla televisione, alla radio, alle automobili e ad altri beni materiali. In generale, il numero di persone che dispongono di questi servizi e prodotti è aumentato enormemente negli ultimi trent'anni, e in alcuni casi questo aumento non è avvenuto solo in cifre assolute, ma anche in percentuale, nonostante il rapido incremento della popolazione. Francis Heylighen e Jan Bernheim, due ricercatori belgi, hanno sviluppato un modello che incorpora un elevato numero di variabili: probabilità di morte per incidente, omicidio o guerra, libertà politiche ed economiche, difesa dei diritti umani, accesso all'informazione ecc. L'analisi dei due ricercatori giunge alla conclusione che oltre a un progresso quantitativo su tutti i fronti ci sono anche dati che segnalano un incremento del coefficiente intellettuale medio della popolazione mondiale. Dal Brasile alla Turchia, dal Cile alla Cina, dal Camerun alla Colombia, le sorprese positive si susseguono. Da Internet alla decodificazione del genoma umano, la scienza e la tecnologia aprono porte di cui non sospettavamo nemmeno l'esistenza. Il mondo progredisce. Ovviamente, questo brevissimo resoconto di quello che è successo nel mondo negli ultimi decenni ha un taglio deliberatamente positivo e ottimista. Sussistono molti problemi gravi, e l'elenco lo conosciamo tutti. Un'altra obiezione comune è che è più facile far uscire dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone che risolvere i problemi strutturali di un Paese avanzato, maturo e complesso come l'Italia. Non è necessariamente così. Non c'è niente di più difficile che rompere le catene che imprigionano una famiglia in una situazione di povertà estrema. E non c'è motivo per supporre che i problemi del Cile o della Malaysia fossero più facili da risolvere dei problemi dell'Italia odierna. So che è facile tacciare questa tesi di un'Italia in grado di trasformarsi in modo rapido e nella direzione giusta come una visione ingenua e semplicistica. Ma so anche che è ancora più ingenuo e semplicistico arrendersi all'idea che l'Italia sia condannata a non riuscirci. E soprattutto, dovrebbe essere inaccettabile.

Spogliarsi del disordine per vivere in felicità

Occorre prima di tutto, spogliarsi del disordine di tutte le schiavitù, per trovare alla fine la gioia, che fiorisce solo nella anime nude. Mantenere sempre il cuore puro e l'occhio sereno. Che il Destino co colga sempre forti e degni ! Amare la felicità è importante, come si ama il cantar del vento per quanto sfuggevole o i colori del tramonto, anche sapendo che stanno per morire. Essere felici al termine di tutto significa tenderai in avanti, donarsi completamente. Sulla terra esistono tante cose mediocri, meschine o laide, che un giorno potrebbero finire per sommergerci. L'arte è la nostra salute interiore, il nostro giardino segreto che continuamente ci rinfresca. Poesia, pittura, scultura, musica. Non importa cosa pur di evadere dal banale, sollevarsi al dis sopra della polvere, creare grandi cose, far scaturire quella scintilla di "straordinario" che ciascuno di noi possiede, convertendola in un grandioso incendio che divora tutto il brutto e purifica. Le uniche ve gioie sono quelle che portiamo dentro di noi, che è la nostra fede a creare, il nostro dinamismo a nutrire. E che ci permette do creare qualcosa di grande e di bello. Le disfatte, le vittorie, i sogni o i successi materiali passano, si dimenticano. L'unica cosa che rimane in noi è la grande illuminazione spirituale, senza la quale il mondo è nulla. Nella vita tutto è questione di fede e di tenacia. La fiducia non la si mendica, la si conquista. Il modo migliore per conquistarla e donarsi completamente. Che importa soffrire se vi è stata nella nostra vita qualche ora immortale ? Quanto meno si è vissuto !

domenica 2 ottobre 2011

Einaudi: smitizzare la "patrimoniale" - Italia 1946


«Se noi daremo la sensazione netta precisa si- cura al contribuente che il letto di Procuste in cui egli ora è costretto dal grottesco cumulo di imposte vigenti sarà allungato ed appianato; che ad ogni anno non si rinnoverà il tormento del taglio minacciato di qualche membro del suo corpo vivo; se gli si assicurerà che, saltato il fosso, egli si ritroverà sul terreno solo e respirerà di nuovo liberamente, anche il contribuente italiano salterà il fosso; ossia pagherà la im- posta straordinaria patri- moniale». 

E’ l’Italia postbellica quella a cui fa appello Luigi Einaudi nel suo volumetto del 1946 "L’imposta patrimoniale". Ma le aspettative - regolarmente deluse - sul fisco, il senso di emergenza di fronte a conti pubblici fuori controllo, il dibattito su quale sia la «giustizia in materia d’imposta», potrebbero riguardare con minimi aggiornamenti anche l’Italia di oggi che ri- schia di scivolare ai margini dell’Europa. A riportare una voce ve- ra del liberalismo - lontana anni luce dalle versioni talvolta caricaturali della dottrina cui siamo abituati - nel dibattito attualissimo sul ruolo della politica fiscale in situazioni d’emergenza è Chiarelettere editore nella sua collana di «Instant Book». Testi che per l’appunto arrivano il libreria sull’onda dell’attualità. E forse proprio la formula edi- toriale veloce spiega qualche refuso che nelle 62 pagi- ne dello snello libriccino, corredate dalla prefazione di Francesco Giavazzi, si sarebbe potuto evitare. All’imposta patrimoniale straordinaria che secondo le sinistre dovrebbe contribuire ad aggredire i profitti illeciti ottenuti durante la guerra, Einaudi - all’epoca Governatore della Banca d’Italia ma anche deputato della Costituente - dedica la sua prosa minuziosa e chiarissima. Spiegando subito che la patrimoniale come strumento di giustizia sociale, preferibile ad esempio a un’imposta straordinaria sui redditi, va smitizzata. «Giustizia in materia di imposta vuol dire uguaglianza di trattamento per le persone le quali si trovino in condizioni uguali. Ma giustizia non si fa ricorrendo soltanto all’imposta patrimoniale ovvero a quella sul reddito; ma si fa, in ambo le ipotesi guardando all’insieme delle situazioni complessive dei contribuenti». Dunque «la imposta patrimoniale per se stessa non è atta a far giustizia; ossia non è per se stessa "democratica"». 

L’economista e il divulgatore che convivono in Einaudi spiegano chiaramente come di fronte a una patrimoniale di grande durezza («L’imposta patrimoniale straordinaria non avrebbe ra- gion d’essere se non fosse rilevante»), l’effetto perverso sarebbe quello di costringere i contribuenti con patrimoni di una certa consistenza rispetto al proprio reddito o alla rendita che il patrimonio stesso garantisce a «pagare in un anno un’imposta superiore all’intiero loro reddito». «Certo è - scrive - che la massima parte dei contribuenti non ha i mezzi di pagare "col reddito", né in uno né in due anni, una straordinaria patri- moniale che voglia essere ta- le sul serio». Per la cronaca, nel marzo 1947 la patrimoniale passa in versione assai «soft». Lo stesso Einaudi, sul Corriere della Sera, replicherà l’invito a non coltivare grandi speranze sugli effetti dell’imposta.

Ma al di là della questione di attualità nell’Italia del ‘46 come in quella del 2011, quel che colpisce nel testo è il proporsi anche come manifesto per una fiscalità equa: «Semplificare il groviglio, ridurre il numero, abbassare la scala delle aliquote delle imposte sul reddito è la condizione essenziale perché gli accertamenti e le riscossioni cessino di essere un inganno, anzi una farsa». Einaudi ammette che «oggi la frode è provoca- ta dalla legge» e vorrebbe ap- punto un modello diverso nel rapporto tra contribuente e Stato. Quale? Il faro, ovvia- mente, è quello dell’Inghilterra, con la sua «income tax»; un Paese dove «non si parla di imposte straordinarie patrimoniali» perché «gli inglesi col loro solido buon senso hanno preferito di manovrare l’arma dell’imposta sul reddito: abbassarla in tempo di pace, rialzarla sino quasi a toccare l’intero reddito (per i ricchissimi) in tempo di guerra e tenerla alta, sebbene un po’ meno alta, nei primi anni del dopo guerra». E’ il sogno destinato a rimanere tale per un Paese dove invece «gli italiani hanno sentito gran bei discorsi sulla necessità di sgravare i contribuenti, ma i fatti hanno insegnato ad essi che le imposte crescono sempre». Italia, 1946.

sabato 1 ottobre 2011

La solitudine

Tante volte la compagnia diventa agitazione, rumore, disturbo della propria solitudine. Quanti temono di ritrovarsi soli con se stessi e sono alla continua ricerca della compagnia. La felicità forse risiede unicamente nello stare insieme agli altri ? Non credo. C'è una grande differenza tra il piacere superficiale che si prova insieme in mezzo ad altri e quella profonda, essenziale, del convivere con sé stessi, analizzando i propri pensieri intimi, la propria anima, i sentimenti più segreti.
La solitudine rappresenta per noi una magnifica occasione per conoscersi, controllarsi, analizzarsi, formarsi. Questi sono i momenti del cuore, in cui si vede se i sentimenti sono tenaci oppure se sono solo rumore, che si confonde con l'esterno. I sentimenti elevati possono vivere da soli, senza necessità di una presenza fisica. L'isolamento li purifica, li innalza, li rende cristallini.
Al termine di tutto rimane l'attività dello spirito, che ti da gioia vera. La gioia che si posa come un blocco di granito sotto l'acqua che scorre, una gioia che non ti abbandona e non ti delude mai. La gioia provocata dalla lotta interiore, nell'esaltazione interiore. Controllarsi, dominarsi, purificarsi, elevarsi, avere il coraggio di pensare.

E' cosa di tutti i giorni, che si evince anche dai giornali, invece che i molti si accontentano dei godimenti immediati, esteriori, che falsamente si ritengono superiori, ma è vacuità. Spesso non rimane nulla, solo polvere sul cuore e macchie nell'anima.
L'obiettivo da porsi è quello di distaccarsi progressivamente dagli elementi esteriori, sino a che non si è in grado di vivere soli con sé stessi. Aprire le porte all'anima, conoscersi, meditare e riflettere, confrontarsi con il proprio spirito e schiudersi misticamente al proprio io.