NON VOGLIAMO ESSERE IDENTIFICATI CON IL LUSSO” DICE IL CEO MARINI SPIEGANDO LA STRATEGIA DEL GRUPPO DI PROMUOVERE CULTURA,COME A LOSANNA CON IL LEARNING CENTER, ED EVENTI CHE STIMOLINO LO SPIRITO DI TEAM, COME LA REGATA DI SANTA MARGHERITA.
Eisenhower, Churchill, e Che Guevara si accontentavano di indossarne uno per volta, solo polso sinistro. Fidel Castro preferiva averne due, uno per braccio, condizione indispensabile per leggere l’ora esatta di Mosca e quella di Cuba. Personaggi diversi per cultura, ideologia, uniti dalla scelta dell’orologio. E’ così che si è consolidata la forza di Rolex di creare un prodotto trasversale alle mode. Un’avventura cominciata all’inizio del secolo scorso con Hans Wilsdorf, un tedesco cresciuto con un pallino: rivoluzionare le vecchie abitudini per leggere il tempo. Mai più orologi da taschino, ma da polso, da chiamare con un nome semplice, d’effetto, che fosse pronunciato nello stesso modo in tutto il modo. Oggi Rolex continua ad accompagnare fuoriclasse del tennis, del golf, della vela, senza rinunciare a formule innovative, come quella della Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, che ha richiamato lo scorso week end a Santa Margherita Ligure oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata aagli svizzeri dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne: «La Rolex è molto attenta al mondo dei giovani - spiega Gian Riccardo Marini, ceo di Rolex - nel ‘76 ha creato il Rolex Award for Enterprise, negli ultimi anni è nata l’edizione per i giovani tra i 18 e i 30 anni, per nuovi progetti innovativi rivolti al miglioramento della vita, dall’ambiente alla scienza,
e la prossima edizione del 27 novembre sarà a Nuova Delhi, in India, un paese dove si può fare moltissimo. Per l’arte c’è Rolex Mentor and Protégé Arts Initiative, per dare l’opportunità a giovani di talento di esser seguiti da grandi maestri, come ad esempio Martin Scorsese per il cinema, Anish Kapoor per l’arte e Kazuyo Sejima, Premio Pritzker, per l’architettura. A Losanna nel Politecnico è stato creato il Rolex Learning Center, una biblioteca mediatica aperta anche al pubblico. Con la regata di Santa Margherita oltre alla competizione sportiva abbiamo voluto creare un’opportunità per far incontrare i futuri manager internazionali non solo in ambito accademico, e farli riflettere su tematiche economiche internazionali». Non ci piace esser identificati con il lusso, ma se rientriamo in questa fascia, vorrei sottolineare che il nostro obiettivo non è creare uno status symbol - aggiunge Marini - bensì un orologio che ha successo per i suoi valori reali, intrinseci». Nei giorni di Santa Margherita oltre alla vela, Rolex ha organizzato “Rethinking the future: Profitability, Sustainability, Innovation reinvented”, la conferenza moderata da Maurizio Dallocchio, ordinario e titolare della Cattedra Nomura di Finanza Aziendale, tenuta da due imprenditrici, Marina Salamon, e Penny Power, impegnate sui grandi temi al centro dell’economia mondiale, che in tempi di crisi stanno cercando nuovi equilibri per un’etica possibile. Ma anche un modo per capire cosa pensano le nuove generazioni. Dalle risposte ai quesiti di un sondaggio emerge un po’ di ottimismo. I tre quarti degli studenti ha fiducia nell’euro; mentre, a proposito della crisi, il 50% pensa che finirà entro 12-18 mesi. La Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, ha richiamato oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata all’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne.
Bettina Bush su Affari & Finanza
Quella che storicamente è sempre stata la vocazione di Milano, essere un crocevia di popoli e di culture – l’etimologia più probabile di Mediolanum è, infatti, terra di mezzo –, oggi si sta rapidamente estendendo anche alle altre città d’Italia. La nostra – dicevamo la volta scorsa – è sempre più una società plurale in cui convivono etnie, religioni, culture e mondovisioni diverse. «Meticciato di civiltà » è l’espressione che mi è sembrata la meno inadeguata per definire il processo che stiamo vivendo. Un dato di fatto con cui tutti dobbiamo fare i conti, non un progetto studiato a tavolino. La storia avanza, infatti, per processi che non ci chiedono il permesso di accadere. E la nostra fede ci insegna che il cammino della storia, spesso segnata dal male, non è abbandonato in balìa di un caso maligno e capriccioso, ma saldamente tenuto dalle mani di un Padre, secondo il suo disegno – misterioso ma buono –, fino al definitivo compimento. Certo non si dà mai «meticciato» senza traumi, in modo indolore. Ogni incontro tra popoli, etnie, tradizioni religiose e culturali diverse porta con sé fatiche, contraddizioni e sofferenze.
La stessa parola in-contro, fatta da due preposizioni di segno opposto, racchiude in sé una drammatica tensione tra avvicinamento e allontanamento, tra accoglienza e rifiuto. La storia dei nostri emigrati del primo Novecento, con il pesante carico di dolore ma anche di esaltanti novità che ha comportato, è lì a documentarcelo. Ma la storia della Chiesa, fin dal suo inizio, testimonia che l’unità che Cristo è venuto a instaurare è più forte di ogni divisione. «Non c’è più giudeo né greco – scrive Paolo nella Lettera ai Galati – ma tutti noi siamo uno in Cristo Signore» (Gal 3,28). In forza della vita nuova che è entrata nella storia con la risurrezione del Signore, le diversità non devono più essere messe tra parentesi o eliminate, ma si rivelano come una risorsa per la costruzione del bene comune, di quella civiltà dell’amore di cui il Beato Giovanni Paolo II è stato instancabile annunciatore in tutto il mondo. Nella mia esperienza di pastore, a Venezia prima e ora a Milano, ho potuto verificare la straordinaria fecondità di questa elementare verità della nostra fede. I luoghi e le opere da essa generati (scuole, oratori, iniziative nate dall’inesauribile inventiva della carità, ma anche famiglie cristiane, comunità religiose…) sono bozzetti di società nuova, in cui si impara ad amare l’altro per se stesso. Gratuitamente, senza volerlo plasmare a nostra immagine e somiglianza, per il semplice motivo che Dio lo ha voluto e se ne prende cura, come fa con ciascuno di noi. Da qui ha origine la curiosità di conoscere l’altro, con la ricchezza della sua umanità e della sua storia, l’instancabile ricerca del dialogo, la condivisione paziente e tenace della vita, nel dono di sé.
Ho ancora negli occhi le toccanti immagini del film Uomini di Dio sul sacrificio dei sette monaci di Thibirine. Sapientemente il regista sceglie di mostrare, come paradigma della loro testimonianza, non tanto la scena del sequestro che li condurrà all’effusione del sangue, ma le scene della vita quotidiana, ritmata da preghiera e lavoro – e, soprattutto, totalmente spesa nel dono di sé a Dio e ai fratelli – dai monaci convocati nella stessa compagnia vocazionale e solidali con gli uomini e le donne del villaggio musulmano con cui condividevano la vita. Quello che ho cercato di descrivere è il compito, irrinunciabile, della comunità cristiana davanti al frangente storico fortemente segnato dal fenomeno dell’immigrazione in cui siamo chiamati a vivere. Sarebbe ingenuo, e ultimamente sbagliato, pensare che lo Stato abbia lo stesso compito. Lo Stato, assecondando i criteri della sussidiarietà e della solidarietà di cui abbiamo già parlato, ha un compito diverso e complementare. Quello di governare, ordinandola, la vita della società civile per favorire il bene comune.


















