domenica 28 ottobre 2012

Rolex, è tempo di etica e valori

NON VOGLIAMO ESSERE IDENTIFICATI CON IL LUSSO” DICE IL CEO MARINI SPIEGANDO LA STRATEGIA DEL GRUPPO DI PROMUOVERE CULTURA,COME A LOSANNA CON IL LEARNING CENTER, ED EVENTI CHE STIMOLINO LO SPIRITO DI TEAM, COME LA REGATA DI SANTA MARGHERITA.

Eisenhower, Churchill, e Che Guevara si accontentavano di indossarne uno per volta, solo polso sinistro. Fidel Castro preferiva averne due, uno per braccio, condizione indispensabile per leggere l’ora esatta di Mosca e quella di Cuba. Personaggi diversi per cultura, ideologia, uniti dalla scelta dell’orologio. E’ così che si è consolidata la forza di Rolex di creare un prodotto trasversale alle mode. Un’avventura cominciata all’inizio del secolo scorso con Hans Wilsdorf, un tedesco cresciuto con un pallino: rivoluzionare le vecchie abitudini per leggere il tempo. Mai più orologi da taschino, ma da polso, da chiamare con un nome semplice, d’effetto, che fosse pronunciato nello stesso modo in tutto il modo. Oggi Rolex continua ad accompagnare fuoriclasse del tennis, del golf, della vela, senza rinunciare a formule innovative, come quella della Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, che ha richiamato lo scorso week end a Santa Margherita Ligure oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata aagli svizzeri dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne: «La Rolex è molto attenta al mondo dei giovani - spiega Gian Riccardo Marini, ceo di Rolex - nel ‘76 ha creato il Rolex Award for Enterprise, negli ultimi anni è nata l’edizione per i giovani tra i 18 e i 30 anni, per nuovi progetti innovativi rivolti al miglioramento della vita, dall’ambiente alla scienza,
e la prossima edizione del 27 novembre sarà a Nuova Delhi, in India, un paese dove si può fare moltissimo. Per l’arte c’è Rolex Mentor and Protégé Arts Initiative, per dare l’opportunità a giovani di talento di esser seguiti da grandi maestri, come ad esempio Martin Scorsese per il cinema, Anish Kapoor per l’arte e Kazuyo Sejima, Premio Pritzker, per l’architettura. A Losanna nel Politecnico è stato creato il Rolex Learning Center, una biblioteca mediatica aperta anche al pubblico. Con la regata di Santa Margherita oltre alla competizione sportiva abbiamo voluto creare un’opportunità per far incontrare i futuri manager internazionali non solo in ambito accademico, e farli riflettere su tematiche economiche internazionali». Non ci piace esser identificati con il lusso, ma se rientriamo in questa fascia, vorrei sottolineare che il nostro obiettivo non è creare uno status symbol - aggiunge Marini - bensì un orologio che ha successo per i suoi valori reali, intrinseci». Nei giorni di Santa Margherita oltre alla vela, Rolex ha organizzato “Rethinking the future: Profitability, Sustainability, Innovation reinvented”, la conferenza moderata da Maurizio Dallocchio, ordinario e titolare della Cattedra Nomura di Finanza Aziendale, tenuta da due imprenditrici, Marina Salamon, e Penny Power, impegnate sui grandi temi al centro dell’economia mondiale, che in tempi di crisi stanno cercando nuovi equilibri per un’etica possibile. Ma anche un modo per capire cosa pensano le nuove generazioni. Dalle risposte ai quesiti di un sondaggio emerge un po’ di ottimismo. I tre quarti degli studenti ha fiducia nell’euro; mentre, a proposito della crisi, il 50% pensa che finirà entro 12-18 mesi. La Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, ha richiamato oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata all’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne.

Bettina Bush su Affari & Finanza

domenica 21 ottobre 2012

EL-ALAMEIN

70 anni fa la battaglia di El-Alamein.
Come scritto sulla lapide sul luogo: mancò la fortuna non il valore.

sabato 20 ottobre 2012

La preghiera

''La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene. E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare'' (Benedetto XVI - Omelia 8 gennaio 2012).

martedì 9 ottobre 2012

L'Etica

L'Etica è quella serie di regole non scritte che, se applicate, ci rendono persone migliori.

mercoledì 3 ottobre 2012

Diversità, risorsa per il bene comune, riflessioni su “La vita buona”


Da anni è in atto un processo di meticciato di civiltà, che sta trasformando, non senza difficoltà, la nostra società. La Chiesa accompagna tale processo favorendo l’accoglienza totale dell’altro in quanto persona. Compito diverso quello dello Stato, chiamato a governare la società in vista del bene comune.


Quella che storicamente è sempre stata la vocazione di Milano, essere un crocevia di popoli e di culture – l’etimologia più probabile di Mediolanum è, infatti, terra di mezzo –, oggi si sta rapidamente estendendo anche alle altre città d’Italia. La nostra – dicevamo la volta scorsa – è sempre più una società plurale in cui convivono etnie, religioni, culture e mondovisioni diverse. «Meticciato di civiltà » è l’espressione che mi è sembrata la meno inadeguata per definire il processo che stiamo vivendo. Un dato di fatto con cui tutti dobbiamo fare i conti, non un progetto studiato a tavolino. La storia avanza, infatti, per processi che non ci chiedono il permesso di accadere. E la nostra fede ci insegna che il cammino della storia, spesso segnata dal male, non è abbandonato in balìa di un caso maligno e capriccioso, ma saldamente tenuto dalle mani di un Padre, secondo il suo disegno – misterioso ma buono –, fino al definitivo compimento. Certo non si dà mai «meticciato» senza traumi, in modo indolore. Ogni incontro tra popoli, etnie, tradizioni religiose e culturali diverse porta con sé fatiche, contraddizioni e sofferenze.

La stessa parola in-contro, fatta da due preposizioni di segno opposto, racchiude in sé una drammatica tensione tra avvicinamento e allontanamento, tra accoglienza e rifiuto. La storia dei nostri emigrati del primo Novecento, con il pesante carico di dolore ma anche di esaltanti novità che ha comportato, è lì a documentarcelo. Ma la storia della Chiesa, fin dal suo inizio, testimonia che l’unità che Cristo è venuto a instaurare è più forte di ogni divisione. «Non c’è più giudeo né greco – scrive Paolo nella Lettera ai Galati – ma tutti noi siamo uno in Cristo Signore» (Gal 3,28). In forza della vita nuova che è entrata nella storia con la risurrezione del Signore, le diversità non devono più essere messe tra parentesi o eliminate, ma si rivelano come una risorsa per la costruzione del bene comune, di quella civiltà dell’amore di cui il Beato Giovanni Paolo II è stato instancabile annunciatore in tutto il mondo. Nella mia esperienza di pastore, a Venezia prima e ora a Milano, ho potuto verificare la straordinaria fecondità di questa elementare verità della nostra fede. I luoghi e le opere da essa generati (scuole, oratori, iniziative nate dall’inesauribile inventiva della carità, ma anche famiglie cristiane, comunità religiose…) sono bozzetti di società nuova, in cui si impara ad amare l’altro per se stesso. Gratuitamente, senza volerlo plasmare a nostra immagine e somiglianza, per il semplice motivo che Dio lo ha voluto e se ne prende cura, come fa con ciascuno di noi. Da qui ha origine la curiosità di conoscere l’altro, con la ricchezza della sua umanità e della sua storia, l’instancabile ricerca del dialogo, la condivisione paziente e tenace della vita, nel dono di sé.

Ho ancora negli occhi le toccanti immagini del film Uomini di Dio sul sacrificio dei sette monaci di Thibirine. Sapientemente il regista sceglie di mostrare, come paradigma della loro testimonianza, non tanto la scena del sequestro che li condurrà all’effusione del sangue, ma le scene della vita quotidiana, ritmata da preghiera e lavoro – e, soprattutto, totalmente spesa nel dono di sé a Dio e ai fratelli – dai monaci convocati nella stessa compagnia vocazionale e solidali con gli uomini e le donne del villaggio musulmano con cui condividevano la vita. Quello che ho cercato di descrivere è il compito, irrinunciabile, della comunità cristiana davanti al frangente storico fortemente segnato dal fenomeno dell’immigrazione in cui siamo chiamati a vivere. Sarebbe ingenuo, e ultimamente sbagliato, pensare che lo Stato abbia lo stesso compito. Lo Stato, assecondando i criteri della sussidiarietà e della solidarietà di cui abbiamo già parlato, ha un compito diverso e complementare. Quello di governare, ordinandola, la vita della società civile per favorire il bene comune. 



domenica 23 settembre 2012

Il social media logora chi non ce l'ha

Il mondo è diventato comunicazione, chi non ha accesso ai nuovi strumenti
è tagliato fuori

Perché si parla tanto di social media (da domani al centro di una manifestazione internazionale che per l’Italia sarà ospitata a Torino)?

Circa vent’anni fa l’inventore del web, Tim Berners-Lee, progettò il web in modo che fosse strutturalmente «read/write», ovvero, «leggi/scrivi». In altre parole, il web nasce come una biblioteca i cui scaffali possono essere arricchiti da chiunque voglia contribuire, senza filtri all’ingresso. E non solo con libri e riviste, ma anche con diari, manifesti, lettere, fogli sparsi e semplici bigliettini. Si tratta di un cambiamento radicale del concetto tradizionale di «pubblicazione», un cambiamento col quale stiamo facendo ancora i conti.

Per pubblicare su Internet, però, occorre avere a disposizione un computer specializzato detto server web. Poiché purtroppo non è agevole avere un proprio server, a inizio secolo alcuni imprenditori iniziano a offrire spazio - a basso costo o addirittura gratuitamente - sui propri server. Per gli utenti è come accedere a scaffali gratuiti invece di doversene procurare di propri, una semplificazione molto gradita. Nascono quindi le prime piattaforme online che nel giro di pochi anni permettono dapprima la rapida diffusione dei blog e poi anche di fotografie e video. Naturalmente il servizio gratuito comporta rischi - incluso quello che lo scaffale scompaia all’improvviso o che il proprietario sorvegli, o magari reprima, le attività degli utenti - ma è innegabile che grazie alle piattaforme centinaia di milioni di persone sono riuscite a far sentire la propria voce online.

Negli ultimi anni avvengono due ulteriori svolte che portano alla situazione attuale. La prima è basata sul fatto che molte persone hanno almeno saltuariamente il desiderio di comunicare qualcosa di breve, come la segnalazione di un libro o di un link web, un commento o una notizia. Insomma, di inviare qualcosa che potremmo chiamare sms pubblici. Nascono quindi le piattaforme di «microblogging», tra cui le più famose sono oggi Twitter (circa 150 milioni di utenti attivi) e, con funzionalità più potenti, Tumblr (circa 65 milioni di microblog).

A questo sviluppo se ne affianca un secondo, ancora più rilevante, ovvero, l’aspetto sociale. A tutti, infatti, piace (anche per contrastare il sovraccarico informativo) concentrare l’attenzione su persone che per un qualche motivo interessano - che siano amici, conoscenti o persone famose - e a tutti piace avere canali per raggiungere la propria cerchia (o, meglio ancora, cerchie) di contatti. Questo desiderio è alla base del successo sia delle già menzionate piattaforme di microblogging, che sono tutte in qualche modo sociali, sia delle piattaforme più specificamente sociali come Facebook.
Grazie a questi strumenti, chiamati complessivamente «media sociali», e grazie anche ai sempre più diffusi smartphone, comunicare non è mai stato così facile, anche se spesso la comunicazione si riduce a un semplice «mi piace» o a un «retweet».

Le conseguenze sono pervasive. Dall’ambito personale da cui erano partiti, i media sociali sono ormai strumenti di informazione scientifica, di attività politica, di diplomazia internazionale, di pubblica amministrazione, di lavoro, di cultura, di marketing nonché di formazione della pubblica opinione. Discussioni che una volta si svolgevano esclusivamente nei bar (o nelle mailing list), ora si articolano anche su Twitter o su Facebook - con forti limiti, ma anche con una vitalità spesso straordinaria.

Con la consueta, ferrea transizione dal «si può» al «si deve» che caratterizza la tecnologia, sta quindi diventando difficile non avere una presenza «social», così come in precedenza, per restare ad anni recenti, era diventato difficile non avere un telefono cellulare. Ciò vale per aziende e istituzioni, ma anche per un numero crescente di individui, fosse anche solo per migliorare le proprie prospettive lavorative: molti datori di lavoro, infatti, usano i media sociali per trovare le persone di cui hanno bisogno (e viceversa). La chiave per affrontare questo cambiamento è triplice: chiarire i propri obiettivi comunicativi; informarsi sugli strumenti che si intende usare, e infine - e soprattutto - provare. Perché - più ancora che per altri aspetti del web - solo sperimentando di persona si riescono veramente a capire potenzialità e limiti di questi strumenti, che ormai sono diventati parti essenziali dell’esperienza digitale.

JUAN CARLOS DE MARTIN - La Stampa

sabato 22 settembre 2012

Social network e lavoro: uno "slalom" fra personal branding, reputazione digitale e consapevolezza del valore del lavoro


Social network e lavoro. Una relazione nuova, ricca di potenzialità ma spesso ancora da comprendere e da esplorare. Ne avevo già scritto qui e provo di nuovo a tornare sul tema. Storie di successo ce ne sono, ovvero di chi attraverso i social network ha saputo trovare la propria strada, ma il web è anche un luogo in continuo divenire, dove le figure professionali devono ancora consolidarsi così come la mentalità delle aziende e dei candidati che scelgono di lavorare sul web o di trovare lavoro attraverso il web, due cose non necessariamente coincidenti. Provo a mettere un po’ di carne al fuoco segnalando in modo volutamente descrittivo alcune storie e spazi che ho avuto modo di conoscere dopo il mio post di giugno. Andiamo con ordine. Subito dopo quel post mi ha contattata Luna Margherita per segnalarmi il suo caso di successo lavorativo grazie alla rete, alle sue capacità di farsi imprenditrice della propria immagine e di osare con ironia. Luna Margherita, infatti, attraverso il gruppo Facebook “No Free Jobs” (di cui parlerò più avanti) ha trovato un’offerta di lavoro per Husqvarna Italia, si è candidata ed è stata reclutata. Ho provato a farle qualche domanda.
Come sei venuta in contatto dell'offerta Husqvarna e come hai promosso la tua candidatura?
Grazie ai Nomadi Digitali ho saputo dell'esistenza dei ragazzi di NoFreeJobs; pochi giorni dopo ho visto un loro post in cui commentavano questa iniziativa di Husqvarna: €2200 al mese per guardare un tosaerba automatico, richiesta un'approfondita conoscenza dei social media.
Incuriosita, ho cercato ulteriori informazioni ma c'era poco online: semplicemente la foto del tosaerba automatico e l'ormai famoso claim "Pigri si diventa".
Per accedere alle selezioni era necessario caricare una videopresentazione di un minuto, alla quale non ho resistito: nell'ultimo anno, infatti, mi sono specializzata in "video stupidini che cambieranno il mondo" - in cui mi sdoppio e mi triplico e creo dialoghi surreali con me stessa che vanno a scandagliare le mie paure, i miei desideri e le mie aspettative. Ultimo di questi video, un tutorial su come trovare lavoro grazie alla Timeline di Facebook: paradossalmente, questo video è stato utilizzato anche da Adecco Italia.
Dopo aver caricato la videocandidatura nel mio canale Youtube le visualizzazioni sono salite, grazie agli adorati iscritti al mio canale (che ringrazio di cuore). In più attraverso la newsletter del mio blogTwitter Facebook si è iniziata a spargere la voce e Husqvarna mi ha chiamata per un colloquio: lì ho capito che avrei dovuto prenotare un volo e iniziare a contattare le agenzie immobiliari di Altavilla Vicentina, perché c'erano buone probabilità che sarei dovuta rientrare in Italia.

Cosa ti ha dato questa esperienza? Costa stai facendo adesso?
Già prima di iniziare avevo intuito che questa esperienza avrebbe segnato la mia vita professionale: ora la gente mi saluta per strada dicendomi "Ehi, ma tu sei la pigra!"...al di là di questo aspetto simpatico, Husqvarna si è dimostrata un'azienda solida, sana e in crescita; hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di associare il loro nome al mio volto e molte persone si sono rivolte all'azienda parlando direttamente con me, hanno conosciuto attraverso i video come sono gli uffici, come si lavora lì dentro...si è creato un ponte diretto tra utenti e azienda e credo sia proprio questo il senso della presenza di colossi del mercato nei social media. Addirittura diversi clienti mi hanno invitata ad andarli a trovare e conoscere i loro tosaerba! Sono molto affascinata da questo processo di "umanizzazione" dell'azienda e del prodotto, che sta avvenendo in tempi lampo.
Dopo l'esperienza con Husqvarna approfondirò la mia conoscenza dei social media attraverso dei corsi; professionalmente sono stata contattata da un'agenzia di comunicazione e da una radio locale, ma la proposta che mi interessa di più è quella di un'altra multinazionale...ancora preferisco non dire niente! Continuerò senza dubbio a fare la spola tra Italia e Inghilterra, con presenza fissa su YouTube, Facebook e Twitter e sicuramente lavorerò come graphic designer freelance, la mia prima passione e professione.
Il mio sogno nel cassetto è creare una figura professionale trasversale, che unisca le mie conoscenze teoriche e tecniche di comunicazione, passando dal video, alla fotografia, alla grafica, applicate nel mondo dei social media; il tutto condito dalla mia personalità, che non nascondo mai!

Che formazione hai? Come ti sei avvicinata al mondo dei social media?
Dopo aver conseguito una triennale in Graphic Design al Centro Sperimentale Design Poliarte di Ancona, ho sentito l'esigenza di ampliare le mie conoscenze e di cercare un approccio meno tecnico ai progetti: il mio interesse era rivolto soprattutto alla fase progettuale creativa, più che all'esecuzione.
Ho iniziato a scandagliare l'offerta formativa delle più importanti università europee, alla ricerca di qualcosa che mi permettesse non tanto di specializzarmi in uno specifico ramo del design, bensì un tipo di formazione ad ampio raggio che neanche io sapevo definire.
Ho trovato esattamente quello cercavo nel Master in Applied Imagination in the Creative Industries al Central Saint Martins College of Arts&Design di Londra. Un Master a cui accedono studenti da tutto il mondo, provenienti da background culturali molto variegati: i miei compagni erano ingegneri, designer, architetti, musicisti, laureati in economia...
Quello che ho imparato da questo Master è che non c'è niente che non possa essere portato a termine, indipendentemente dalla tua formazione: il mio progetto di tesi era un'applicazione iPhone basata sui baci e sul geotagging, in cui i social media erano il punto di forza per il broadcasting. Insieme al Dott. Beau Lotto, Neuroscienziato Presidente del LottoLab dello Science Museum di Londra, ho iniziato ad analizzare la natura dei social media e da lì è cambiato il mio approccio con questi mezzi che da sempre mi hanno affascinata, ma che mai avevo preso in considerazione professionalmente. Ora anche questo progetto si è evoluto e sta prendendo un'altra forma, che spero potrete tutti vedere presto.

Si tratta certo di un caso particolare, ma di storie analoghe se ne possono trovare diverse, come quella segnalata anche da Giovanna Cosenza sul suo blog il cui comun denominatore sembra essere in primo luogo la voglia di osare, di mettersi in gioco e di essere convinti nei propri mezzi (nonchè in quelli del web).
No Free Jobs è un’iniziativa nata quasi un anno da un hashtag Twitter ideato da Cristina Simone  e che è diventato poi “un movimento di sensibilizzazione contro il lavoro gratuito”, come si legge sul sito di Cristina, con una pagina Facebook e un profilo Twitter. Ho chiesto a Cristina di raccontare sinteticamente il progetto:
Puoi fare un bilancio di No free jobs?
No Free Jobs è un'iniziativa nata davvero per caso che, purtroppo, ha raggiunto l'interesse di tante persone online e offline. "Dico "purtroppo" perché non mi aspettavo che tante persone fossero entrate in contatto con offerte di lavoro di questo tipo. In questi mesi, quasi un anno a novembre, l’interesse non è scemato e ancora oggi sono tante le segnalazioni di proposte di lavoro indecenti che ci arrivano via Twitter, Facebook o e-mail.
Ma non solo segnalazioni in negativo, perché qualche mese fa avevamo segnalato sui nostri social network l’iniziativa di Husqvarna e una nostra follower, Luna Margherita, aveva visto l’annuncio e possiamo dire che, anche grazie a noi, ha trovato lavoro. Inoltre, la cosa che più ci piace è il fatto che tanti ci vedono come un sostegno morale e ci scrivono per sfogarsi o semplicemente per raccontare la loro esperienza, proprio come si fa con gli amici offline.

Ritenete che iniziative come la vostra siano utili per sensibilizzare su un tema importante come questo? Avete in mente altri progetti?
Cambiare le abitudini è la cosa più difficile e questo vale anche in campo lavorativo. Riuscire ad eliminare la pratica di offrire posti di lavoro senza salario è un’impresa ardua, ma la sensibilizzazione viene prima di ogni cosa. È importante far capire, soprattutto, ai giovani che si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro quanto sia negativo accettare lavori che non prevedono almeno un rimborso spese.
Rispetto ai progetti per il futuro a lungo termine ci piacerebbe collaborare con le aziende che sposano la nostra causa “no free jobs” e come progetto a breve termine stiamo cercando di candidare #nofreejobs come hashtag dell’anno per i Macchianera Awards 2012 [obiettivo non raggiunto n.d.r.].

La funzione dei social network non si esaurisce nel cercare lavoro e nel mostrare il proprio talento. Fare network, cercare e trovare supporto sembrano infatti, in un momento di forte transizione e crisi nel mondo del lavoro, costituire il loro valore aggiunto, insieme alla possibilità di crearsi una “reputazione digitale”.
Grazie a Roberto Favini ho conosciuto il gruppo LinkedIn JOB SEEKER ITALY - CERCO LAVORO IN ITALIA ideato da Enrico Filippucci, proprietario, manager e promotore del gruppo, che conta oltre 45.000 utenti e numerosi sottogruppi locali. Nel gruppo non ci sono solo segnalazioni di annunci, ma anche scambi di esperienze, consigli su come gestire al meglio la propria presenza su LinkedIn o il proprio CV. Per saperne di più ho parlato con uno dei moderatori più attivi, Paolo Bruno a cui ho posto alcune domande anche sugli effetti controproducenti che l’uso dei social network può avere a livello lavorativo.

Parliamo di LinkedIn: quanto può essere utile oggi per trovare un nuovo lavoro?
LinkedIn è uno strumento e come tale deve essere utilizzato nel modo corretto. Se usato nel modo errato potrebbe anche risultare dannoso. Principalmente LinkedIn serve per farsi trovare, non per cercare lavoro - in questo caso esistono già sistemi ben più funzionali simil Monster.
LinkedIn è una parte fondamentale per alcuni settori, in particolar modo se utilizzato al fine di raccolta informazioni su aziende e persone.
Più del 50% delle aziende Italiane si appoggiano al Social Recruiting durante un processo di selezione e nel ben oltre 30% dei casi hanno concluso utilizzando esclusivamente i Social Media. E' la normale evoluzione tecnologica, prima si portava il CV a mano o si spediva per posta, poi sono arrivate le mail e i grandi database ed ora è il momento dei Social Media - ciò non comporta che gli altri sistemi siano scomparsi ovviamente.
Sicuramente Linkedin non è un sostituto del CV - e viceversa - ma si integrano a vicenda aiutando a migliorare la propria visibilità e digital reputation. La presenza in rete è fondamentale, tra due candidati con lo stesso profilo è quasi naturale che la scelta ricadrà su quello di cui abbiamo maggiori informazioni.

Quello che i candidati scrivono su Facebook e Twitter conta nella selezione operata dai recruiter? Possono sussistere secondo te discriminazioni? 
Sì, durante la fase di selezione conta, e non poco. Un buon 25% dei selezionatori scarta i candidati per i contenuti presenti su Facebook e Twitter. Le discriminazioni ci sono ma durante la fase di selezione sono impossibili da scovare. Per legge il sesso o l'età non sono fattori discriminanti all'atto della selezione di un candidato, è raro, però, che si venga a conoscenza dei motivi per cui il proprio profilo non è stato selezionato. Ogni Social Network ha una funzione diversa, ad esempio la stessa immagine su Facebook o LinkedIn può avere un peso differente, in ogni caso sarebbe meglio prestare attenzione ai contenuti che si pubblicano in funzione del tipo di lavoro che si desidera.
Per quanto riguarda il periodo post-assunzione, salvo casi eccezionali - tipo violazione delle policy aziendali - in Italia è praticamente impossibile licenziare per i contenuti presenti sul web. Per quanto riguarda le discriminazioni sul posto di lavoro, è difficilmente dimostrabile, ma è facile dedurre che se un dipendente è visibilmente alla ricerca di un nuovo lavoro difficilmente otterrà una promozione all'interno dell'azienda attuale.

Sei uno dei moderatore del gruppo LinkedIn "Job Seeker Italia", quali funzioni ha il gruppo?
Fa da tramite per l'offerta/ricerca lavoro e gli utenti possono sfruttare lo spazio per auto-candidarsi, aumentando la propria visibilità. Aziende, agenzie del lavoro, recruiter, Head Hunter inseriscono offerte di lavoro che cerco per quanto possibile di filtrare - l'immondizia non la vogliamo e non serve a nessuno. Parallelamente è anche un gruppo di discussione, visto l'argomento trattato alcuni post sono molto accesi, ne abbiamo molti con centinaia se non migliaia di interventi e commenti.
Il gruppo aiuta ed ha aiutato molte persone - I'm not user, I'm person - nella ricerca di un lavoro, nelle scelte di carriera, nel dissipare dubbi, in particolar modo grazie alla presenza di professionisti del settore e alla condivisione delle singole esperienze, favorendo anche la crescita del gruppo stesso.

Sei anche un "Job Angel", hai qualche consiglio sulla gestione della digital reputation da dare?
Già prima ho accennato alla Digital Reputation, argomento complesso e che andrebbe valutato singolarmente, non vale solo per i candidati ma anche per le Società di Selezione.
Un solo consiglio - tutto il resto lo trovate su Google: pianificate e programmate prima la vostra carriera e poi di conseguenza strutturate la presenza on-line. Immedesimatevi in un'azienda, voi siete la vostra azienda. Fareste mai marketing senza aver prima pianificato gli obiettivi? Ponetevi degli obiettivi e stabilite gli step per raggiungerli, piccoli passi, fate un vero e proprio business-plan. La Digital Reputation non è un fungo, spesso ci vogliono anni per ottenere risultati, chi prima inizia meglio si troverà in futuro.
Abbiate costanza, un profilo morto equivale al non averlo e non fermatevi al raggiungimento dell'obiettivo, potreste crollare da un momento all'altro.

Elisabetta Locatelli per Linkiesta
* Il post è stato aggiornato in data 20 settembre 2012.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/galassia-zuckerberg-inattuali-dal-web/social-network-e-lavoro-uno-slalom-fra-personal-branding#ixzz27AvuJdDU

domenica 9 settembre 2012

I ristoranti nell'era di Groupon

Siamo nell’era di Internet 2.0 dove la comunicazione ormai è “glocal”, globale e locale allo stesso tempo, la mobilità e le app (applicazioni per smartphone e tablet) ci permettono di ricevere e trasmettere informazioni praticamente da ogni luogo. Siamo in un’era dove il business cambia velocemente e la tecnologia è fondamentale per rimanervi. E siamo anche in un periodo di grande difficoltà economica per le imprese e per le famiglie. Ma ogni crisi può diventare un’opportunità come ci spiega la filosofia orientale che utilizza lo stesso ideogramma per rappresentare questa situazione.
Cambiano le regole ugualmente nell’offerta enogastronomia e così molti ristoranti, anche quotati, hanno deciso da tempo di proporsi sulle piattaforme di “gruppi di acquisto” tipo Groupon il più famoso, GroupaliaBazarcoupon, ecc., con offerte veramente speciali. In momenti di crisi dove si taglia sul superfluo e dove pure le pizzerie sono in difficoltà, è sempre più faticoso attirare clienti e garantire un numero di coperti costante. Soprattutto se un ristorante è “griffato” e magari decentrato rispetto alle grandi città. Come si dice quindi si fa di necessità virtù e è spinti a provare formule nuove e strade impensabili qualche anno fa. 

Mi è capitato così che curiosando nella rete abbia incrociato un’offerta anche del nostro San Domenico ad Imola. Ristorante con 2 stelle sulla guida Michelin. L’offerta era “ghiotta” in tutti i sensi: 119 Euro per un menù di coppia che comprendeva un flùte di Franciacorta come aperitivo, un’entrèe, un antipasto, un primo, un secondo, il dolce e la (famosa) piccola pasticceria del San Domenico. Vino escluso ma con il 15% di sconto sull’eventuale bottiglia scelta. 
Ci ho pensato un poco se provare quest’esperienza perché avevo letto su alcuni blog molte critiche su queste formule. La disapprovazione che generalmente viene mossa ai ristoratori, dopo aver fatto la visita “in offerta”,  è quella che faticano a capire che non dovrebbero esserci disparità di trattamento tra chi paga il prezzo pieno e chi compra il coupon scontato su internet. Ai Portali che offrono questo servizio invece viene imputata leggerezza e scarso controllo sulle proposte. Vero è che piattaforme d’acquisto come Groupon non servono a riempire dei tavoli e neppure ad aggiustare i conti. Sono un vero e proprio investimento, un efficace mezzo per farsi pubblicità, per far conoscere la bontà della propria cucina e per provare a conquistare nuova clientela. Non tutti quelli che usufruiscono delle offerte di Groupon sono persone che cercano sempre e solo l’affare. 
Un po’ perché sono un curioso delle nuove tecnologie un po’ per gusto della sperimentazione mi sono deciso e ho aderito alla proposta pagando con carta di credito l’importo. Mi è arrivata immediatamente una prima email dove mi confermavano l’operazione e il giorno dopo ne ho ricevuta un’altra che mi avvertiva che potevo contattare il partner, il ristorante, per fissare la data. Così ho fatto e mi sono presentato nel giorno stabilito. 

Nonostante Groupon non sia stato molto chiaro nell’illustrare gli step da seguire per la prenotazione e il menù previsto, Natale Mercatilli vero maestro di sala non ha fatto alcun problema sfoderando tutta la professionalità e il servizio che si possono avere in questo ristorante. Scelti i piatti si è iniziato: flùte di aperitivo e una piccola insalatina d’asparagi con guanciale croccante; il famoso Uovo Mollè, famoso come l’altro Uovo in Raviolo (entrambi i piatti provengono dalle segrete ricette di Nino Bergese il famoso cuoco dell’aristocrazia che ruotava intorno a casa Savoia); Gnocchi di “Patata Rossa” di Imola al lardo di Arnad, fave novelle e pomodorini confit al timo; Guancialino di vitello brasato con polentina gratinata al formaggio di fossa; tris di dolci fantastici accompagnati dalla piccola pasticceria e caffè finale. 

Il test è stato veramente positivo e sono rimasto molto soddisfatto. Nessun trattamento diverso né atteggiamenti sgraditi. Tutt’altro. Non voglio dubitare sulla veridicità dei commenti che ho letto in Rete, ma come tutte le cose di questo mondo la ricetta giusta la fanno gli uomini. Se il ristoratore ha ben inquadrato l’utilità e l’obiettivo che si pone con questo tipo di iniziative e il cliente non si avvicina in modo prevenuto o diffidente, ritengo che non si corrono rischi di brutte sorprese. Naturalmente l’eccezione non fa la regola.

Pierangelo Raffini per Leggilanotizia

domenica 2 settembre 2012

Cappuccino e pizza sono italiani ma i soldi li fanno Starbucks e PizzaHut

Pizza e pasta sono italiane ma l’idea di inserirle in un concept innovativo di ristorazione è venuta a Pizza Hut che ne ha fatto un successo mondiale. L’Italia ha inventato il cappuccino e l’espresso, ma sono Starbucks e Nestlé-Nespresso a dominare nel mondo. Sono i colossi francesi Lvmh e Ppr che salvano e vendono il lusso italiano di Gucci, Bottega Veneta, Bulgari e le scarpe di RossiModa. Forse l’Italia non è degna della grandezza del Made in Italy?
Dal libro La sindrome del turione di Giovanni Costa

E se provassimo a spiegare la crisi attuale (iniziata prima di quella finanziaria) con una carenza di spirito imprenditoriale capitalistico, a lungo occultata dalla retorica dell’imprenditorialità diffusa? In Italia, non mancano certo le piccole imprese, mentre non sono abbastanza numerose le imprese in grado di essere protagoniste nei settori che crescono e si globalizzano. Le conseguenze sono presto dette: minore sviluppo del mercato finanziario (quello sano), minore produttività, minore capacità di pianificare il medio termine, minore capacità di investire in ricerca e sviluppo, minore managerialità, minore internazionalità. Le carenze nella finanza e nella ricerca e sviluppo non però vanno drammatizzate ricordando i tempi non lontanissimi in cui, pur con le stesse carenze, lo spirito imprenditoriale italiano è riuscito a creare onde lunghe di sviluppo, mobilitando forze «deboli».

Alcuni esempi:
– agganciare l’abbigliamento a uno stile di vita emergente e a tutti i valori che lo alimentano, è stata un’idea base per molte aziende del fashion che da Benetton a Diesel hanno modificato, assieme al prodotto, il modo di fabbricarlo e distribuirlo;
– trasformare una protesi sanitaria (occhiale da vista) o uno strumento di protezione (occhiale da sole) in un accessorio di moda che risponde al bisogno di cambiarsi un po’ la faccia senza ricorrere alla chirurgia, è stata l’idea base da cui ha preso il volo l’occhialeria griffata, da Luxottica a Safilo;
– convertire la grappa, un alcolico dai sapori grevi in un distillato evocativo di valori e sapori raffinati, è stata l’idea che ha trasformato un sottoprodotto della vinificazione in un business di tutto rispetto da Nonino a Poli;
– mettere alla portata dei sempre più numerosi single il tortellino di pasta fresca, tipico prodotto della famiglia tradizionale, è stata la scommessa vincente che ha portato Rana ad affermarsi in un settore molto frazionato.

E non mancano altri esempi in settori più tecnici. Le imprese leader che si sono imposte nei decenni passati, oggi sembrano ferme. Di nuovi protagonisti non ne appaiono e quelli affermati amministrano talora molto bene i loro successi, e i loro patrimoni, o poco più. Eppure basterebbe tirar fuori un po’ di grinta capitalistica per rivitalizzare un patrimonio di competenze che ci appartiene. Partiamo dalle cose più semplici: in Italia la pizza e la pasta fanno parte della cultura alimentare e culinaria, eppure l’idea di inserirle in un «concept» innovativo di ristorazione è venuta a Pizza Hut che ne ha fatto un successo mondiale. L’Italia ha inventato prodotti come il cappuccino, il caffè espresso, i gelati ma ha lasciato a Starbucks, Nestlé-Nespresso, Baskin-Robbins l’opportunità di farne dei business mondiali. Solo recentemente c’è qualche tentativo di recupero come è dimostrato dalle gelaterie Grom di Federico Grom e Guido Martinetti; e da Eataly di Oscar Farinetti.

Molti pensano all’Ikea come un gruppo che ha dato un colpo mortale ai mobilifici italiani. Ma è l’Ikea che vende i mobili italiani: nel 2009, l’Italia rappresentava il quinto mercato di vendita con circa il 5-6% del fatturato globale di Ikea, era però il terzo mercato di approvvigionamento dopo Cina e Polonia. È la dimostrazione che la fase manifatturiera non è più in grado da sola di garantire ricchezza e occupazione qualificata a una nazione. Sono i colossi francesi, Lvmh e Ppr, che salvano e vendono il lusso italiano di Gucci, Bottega Veneta, Bulgari e le scarpe di RossiModa. Riescono a farlo perché hanno la finanza, il marketing, la distribuzione idonei a gestire brand che «o sono globali o non sono». Salvano persino le tanto celebrate (ma solo nei libri e nei convegni) competenze artigianali italiane. Chi avesse dei dubbi, visiti a Fiesso d’Artico, nel cuore del distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, l’avveniristico stabilimento dal nome inequivocabile di «Manifacture des souliers Vuitton» che appare come un monumento a tutte le sciocchezze che si sono dette e scritte sulla capacità di auto organizzazione dei distretti.


*Professore emerito all’Università di Padova. Attualmente è docente di Strategia d’Impresa alla Facoltà di Economia. È vicepresidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo e presidente della Cassa di Risparmio del Veneto.

La sindrome del turione; Nordest, mercato globale e imprese adeguate
di Giovanni Costa
Nordest Europa/Marsilio, pp. 167, euro 10

venerdì 24 agosto 2012

Cravatta, guai a chi me la tocca

L'imprenditore Matteo Marzotto difende l'accessorio: "Io non vedo una diminuzione dell'uso della cravatta in senso assoluto, mi sembra anzi che resti un simbolo di rigorosa formalità". 


Nell'ambiente della moda la cravatta è spesso un optional. Ma l'imprenditore Matteo Marzotto, 45 anni, presidente della Maison Vionnet, ce l'ha sempre. Ha il suo stile e lo difende. Che cosa pensa di politici e imprenditori che, sempre più spesso, adottano uno stile casual come è successo a Sun Valley e nel Maryland? «Attenzione a non fare confusione: gli americani sono molto precisi. Ci sono particolari situazioni in cui danno istruzioni sul dress-code. Quando specificano, ed è appunto il caso degli incontri di Sun Valley e del Maryland, che l'abbigliamento deve essere informale, la decisione è stata pianificata. Io non vedo una diminuzione dell'uso della cravatta in senso assoluto, mi sembra anzi che resti un simbolo di rigorosa formalità. Che mi trova assolutamente d'accordo». 

Faccia un esempio di come secondo lei andrebbe portata la cravatta.
«Una giacca spezzata con una cravatta colorata sdrammatizza. Oppure si può abbinare un completo di tweed a una bella cravatta chiara. L'importante è creare un contrasto: io le acquisto sempre volentieri, perfino nei negozi degli aeroporti, perché mi diverte magari una certa riga o mi piace un particolare punto di colore».
Quali sono le sue marche preferite? «Marinella e Finollo sono due must del gentiluomo italiano. Devo dire, però, che anche Ratti fa una cravatta eccezionale. Non me le faccio mai regalare, le scelgo da solo perché ho le mie manie».





domenica 19 agosto 2012

Pensa giovane

Non importa l'età, l'importante è l'atteggiamento fresco e giovane che bisogna tenere nei confronti di ogni cosa: sul lavoro, nella politica, nello stile di vita, negli atteggiamenti verso le persone e le novità. 
Pensare giovane aiuta a rinnovarci continuamente, ad avanzare e a trovare nuove energie. 
Pensare giovane prepara al cambiamento, al futuro, al pensiero globale, a diventare cittadino del mondo. Se una cosa ha successo in un altro Paese, può averne anche da noi. Le differenze anche culturali non sono un limite, ma una risorsa.

Ci sono giovani che sono già "cristallizzati" nel sistema e nel pensiero e adulti che invece coltivano il pensiero giovane e aperto che gli permette di vedere oltre e cambiare le cose. Quando smetti di "pensare giovane" o di sentirti giovane inizi ad avere il classico atteggiamento rigido e limitato della vita. Questo va a discapito della capacità di gestire il cambiamento, di sviluppare creatività e di continuare nella crescita personale.

Non abbassare mai le antenne, sii sempre curioso, intraprendi nuove strade.


Cambiare prospettiva

... Se siete ancora costretti a lavorare per un capo che non vi piace, come prima o poi capita quasi a tutti, non lagnatevi, ma guardate alla vita con atteggiamento positivo, cercate di venire a patti con voi stessi, lavorate con impegno, guadagnatevi lo stipendio e coltivate le amicizie. Stabilite buoni rapporti con le persone con cui venite in contatto nel lavoro e, se siete ancora insoddisfatti, ponetevi l'obiettivo di separare la vita privata dalla vita lavorativa. Dedicatevi ad attività che vi gratificano e vi divertono nel tempo libero, ricordate che il capo e l'azienda vi pagano anche perché possiate concedervele e vi sentirete più soddisfatti, vivrete con più piacere la vita privata e il lavoro...

giovedì 16 agosto 2012

Grey economy: la crisi combattuta dai 50enni

Sono nati tra il 1945 e il 1965. Spesso già in pensione. Ma in Germania li stanno richiamando al lavoro. E negli USA li schierano contro la crisi.

NEW YORK. Abbiamo costruito noi questa crisi, saremo noi a risolverla. La generazione del baby boom affronta la prova più importante: lasciare ai figli un’economia rinata, un bilancio pubblico sostenibile, le condizioni per una ripresa dell’occupazione. Dagli Stati Uniti alla Germania, c’è una musica nuova. Basta piagnistei sullo shock demografico, sul crac delle pensionie della sanità, sul terremoto sociale provocato dall’arrivo alle soglie dell’età pensionabile dei babyboomer (i più anziani dei quali stanno per raggiungere la fatidica soglia dei 65 anni, età legale della pensione in molti paesi occidentali). Stufi di essere colpevolizzati, i baby boomer vogliono essere la soluzione, non il problema. In America si rimboccano le maniche e decidono di lavorare fino e oltre i 70 anni, anche per supplire all’impoverimento collettivo della grande crisi.

La più prestigiosa università privata della California, Stanford, ha creato un istituto che si chiama Longevity. Questo centro non si o c c u p a m i n i m a mente di geriatria, bensì del “lato positivo” della longevità: come sfruttarne le potenzialità mettendo a frutto le riserve di energie, di intelligenze e di competenza della generazione più numerosa. Proprio Stanford, a Palo Alto nel cuore della Silicon Valley, è il centro di un’economia fondata sui “ragazzini” come Mark Zuckerberg di Facebook. Eppure è lì che il Longevity Institute equipara la generazione delle “pantere grigie” (o brizzolate) a una nuova risorsa strategica, su cui fare perno per un’altra ondata di innovazioni, alla pari con le energie rinnovabili e la biogenetica, i Big Data e le nanotecnologie. Solo negli Usa, i nati fra il 1945 e il 1965 sono 76 milioni, più di un quarto della popolazione. Ne fanno parte gli ultimi tre presidenti: Bill Clinton, George Bush e Barack Obama. In Inghilterra controllano l’80% della ricchezza nazionale. I demografi ci hanno descritti come “il maiale dentro il pitone”, per illustrare graficamente il rigonfiamento nella “pancia” della popolazione: prima di noi, i nostri genitori erano stati decimati dalla guerra e comunque non vivevano così a lungo; dopo di noi ci sono le generazioni sottili della denatalità. Questo “accidente” demografico, unico nella storia dell’umanità, è diventato l’occasione per un processo. A sentire i governanti che applicano l’austerity, i banchieri centrali, gli esperti di pensioni, saremmo noi il peso che affonda i bilanci pubblici in tutto l’Occidente. Siamo accusati – a turno – di stare incollati alle nostre poltrone escludendo i più giovani; o viceversa di oberare le future generazioni col costo delle nostre pensioni. Generazione-sandwich è un altro nomignolo: schiacciati come il prosciutto nel panino in mezzo a due pressioni, da una parte gli anziani a cui bisogna pagare le pensioni, dall’altra i figli che non trovano lavoro. Se andiamo in pensione troppo presto sfasciamo i conti pubblici, se non ci andiamo siamo il “tappo” che rallenta le assunzioni dei giovani?

A invocare la riscossa della generazione dei baby-boomer, è sceso in campo l’ultimo diretto(segue dalla copertina) re del New York Times e oggi autorevole opinionista dello stesso quotidiano, Bill Keller. Che ha scritto una sorta di Manifesto per tutti noi, le generazioni che includono i Clinton e gli Obama. “The Entitled Generation”, ci definisce Keller: che si può tradurre come “La generazione privilegiata”. Keller riprende tutti i capi d’imputazione che ci sono stati rivolti. Da destra, la generazione dei baby boomerè accusata di avere partorito il Sessantotto e il femminismo, le rivolte antiautoritarie e il boom della marijuana, tutto ciò che ha fatto a pezzi i valori tradizionali, il collante della società. “La Peggior Generazione”, la definì un consigliere di Bill Clinton, Paul Begala, che descrive i baby boomer come «i più egoisti, egocentrici, autoreferenziali, presuntuosi, indulgenti con se stessi». Keller contrattacca: «Tra noi ci furono quelli che andarono a combattere in Vietnam e quelli che protestarono contro la guerra. Dai nostri ranghi sono usciti i banchieri d’azzardo di Wall Street ma anche i geni imprenditoriali di Steve Jobs e Bill Gates». Il capo d’accusa più importante è in un rapporto-bomba della Third Way, un think tank vicino al partito democratico. È una radiografia della spesa pubblica negli ultimi 50 anni, reinterpreta la storia economica con un criterio nuovo. Divide il ruolo dello Stato in due missioni fondamentali. Da una parte gli investimenti: la modernizzazione delle infrastrutture, la scuola, l’università. Un’altra parte corposa della spesa pubblica sono gli “entitlement”, i diritti acquisiti: pensioni, assistenza sanitaria. Via via che la generazione dei baby boomerè passata dalla giovinezza all’età adulta, dagli studi alla professione, dalla contestazione al potere, la “linea blu” degli investimenti è scesa, mentre la “linea rossa” dei diritti acquisiti è schizzata verso il cielo.

Nel 1962, per ogni dollaro di spesa federale 32 centesimi venivano destinati agli investimenti, solo 14 centesimi andavano ai diritti acquisiti. Oggi gli investimenti sono crollati al 14% mentre i diritti acquisiti assorbono il 46%. «Nel 2030 – scrive Keller – cioè nell’anno in cui il più giovane di noi baby boomer andrà in pensione, i diritti acquisiti assorbiranno il 61%e per gli investimenti nel futuro non resterà quasi nulla». Keller mette i baby boomer di fronte alla sfida di oggi. «Non è colpa nostra se siamo tanti. È colpa nostra se facciamo resistenza contro il cambiamento. Forse non siamo la più nobile di tutte le generazioni, ma essendo la più larga, possiamo usare il nostro peso per spostare le politiche nella direzione giusta». L’editoriale di Keller ha scatenato un vespaio di reazioni. La maggior parte dei lettori del New York Times – ovviamente baby boomer – non accettano neppure la definizione di “entitlement”: quasi che pensioni e assistenza sanitaria fossero un privilegio calato dall’alto e non dei diritti guadagnati, finanziati con le tasse e i contributi sulla busta paga. Ma lo spirito che anima Keller è vivo e vegeto in un’altra reazione della società americana. Che studia come attrezzarsi per trasformare lo shock demografico in una rivoluzione positiva. Mettendo a frutto le straordinarie energie della generazione più popolosa, per farne un motore di rinascita. L’industria e il marketing hanno già lo sguardo verso l’orizzonte più lontano. Dopotutto un mito del made in Usa come la moto Harley Davidson è rinato da quando è diventato l’oggetto del desiderio per gli ex-hippy, ex contestatori, la tribù attempata di Woodstock e della Summer of Love.

In Germania sono le aziende a ripensare il pensionamento flessibile in modo rovesciato – non per pre-pensionare, ma al contrario per prolungare il contributo di consulenza e di formazione dei dipendenti più anziani. In America si ri-progettano ufficie luoghi di lavoro, per adattarli ai ritmi di vita e di concentrazione delle “pantere grigie”. Risultato: mai come oggi, così tanti americani over-65 e perfino over-75 sono stati al lavoro. Le statistiche attuali, che hanno iniziato ad essere raccolte dal 1981, mostrano che non vi sono precedenti per questo livello di occupazione tra gli anziani. O “pre-anziani”? Appartenenti alla “seconda età adulta”? Proliferano i neologismi per descrivere la nascita di una nuova generazione, che andrà distinta in qualche modo dai pensionati. Ecco i numeri. Tra i maschi fra i 65 e i 69 anni di età, negli Usa più di un terzo oggi continua a lavorare. Fra le donne della stessa fascia, più di un quarto sta lavorando. Una quota di questi anziani non si ritira dall’attività perché non può permetterselo. Il valore complessivo dei risparmi degli americani è più basso del 15% rispetto al 2007, è l’impoverimento provocato dalla caduta della Borsa durante la crisi. Dunque, molti continuano ad aggrapparsi al lavoro per non diminuire il proprio tenore di vita. Un’altra parte degli over-65 in America continua a lavorare per tutt’altre ragioni: trova nell’attività un ruolo, uno status sociale, una ragione di vivere, un anti-depressivo. In una parola sola: una missione. Secondo un’indagine demoscopica commissionata all’Associated Press dalla LifeGoesStrong, il 25% dei baby boomer «ha deciso che in pensione non vuole andarci mai».

Non si aggrappa al posto fisso, concetto inesistente negli Stati Uniti: molti di questi baby boomer hanno scelto la strada del lavoro freelance, della consulenza, della formazione dei giovani, anche il volontariato. Di questa crisi hanno capito che non sarà passeggera.E come in tutti i frangenti della storia che li hanno visti protagonisti, i baby boomer d’America hanno chiara una cosa: nel bene o nel male, come ne usciremo dipenderà da loro.

Federico Rampini per la Repubblica

Via gli esuberi, largo ai prepensionamenti, così taglieremo i costi e torneremo grandi. Déjà vu, musica già sentita, mantra che a volte sembra aver gettato investitorie manager europei e non solo in una dipendenza tossica. E invece no, non è vero. Non lo dicono associazioni dei pensionati, né organizzazioni benefiche. Lo pensa, e così agisce, le patronat allemand, insomma gli imprenditori dell’economia più grossa, globale e competitiva d’Europa, quella tedesca. No, signori, dietrofront: i dipendenti anziani servono troppo, sono indispensabili. Vanno tenuti in azienda, o riassunti se sono stati prepensionati. Perché la loro esperienza, la loro qualifica, il loro know-how nel produrre ma anche nel creare un buon clima sul lavoro e nell’indovinare i gusti del pubblico sono indispensabili. Vanno tenuti in azienda, o riassunti se sono stati prepensionati. Perché la loro esperienza, la loro qualifica, il loro know-how nel produrre ma anche nel creare un buon clima sul lavoro e nell’indovinare i gusti del pubblico sono indispensabili. E se lo dicono gli imprenditori tedeschi, che quanto a competitività stracciano americani e giapponesi in quasi ogni comparto, avranno le loro ragioni e la loro convenienza.

La storia non è inventata, è stata scoperta dagli investigative reporters della Bild, il quotidiano più letto d’Europa. Bosch e Volkswagen, Bmw e la parte tedesca di Airbus industrie, il gigante della distribuzione Otto, la blasonata Daimler cioè Mercedes, e ancora il colosso farmaceutico-chimico Bayer e la Abb di elettronica e multicomparto, o Fraport, la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte realizzando grossi utili alla Borsa pochi chilometri dalle piste e dai terminal, hanno scelto questa via. «La grande, multiforme esperienza e preparazione dei nostri dipendenti più anziani è un atout che stimiamo moltissimo», dice Nicole Adami, del gruppo Otto. Il colosso delle vendite postali e online ha addirittura creato una società controllata per gestire il rientro delle “pantere grigie” pensionate o prepensionate negli anni scorsi. Servono, magari non a tempo pieno ma come consulenti con un ruolo centrale: le pantere grigie tedesche sono diventate un’arma segreta della più forte industria esportatrice al mondo dopo quella cinese. «Per noi è necessario anche fare i conti con le svolte demografiche», spiega ancora Frau Adami: una società con più anziani e meno figli in media per famiglie produce anche meno lavoratori qualificati, a ogni livello. Alcuni dei riassunti sono avanti negli anni, ma energici più che mai, pieni di voglia di fare qualcosa per gli altri.

Come Jochen Michalczyk, 69 anni, ripreso da Otto e usato come esperto per i problemi-chiave sul mercato. Alla Bosch, simbolo di eccellenza mondiale nell’elettronica per l’auto e non solo, si sono affrettati a spulciare negli archivi degli ex dipendenti. Risultato: una lista dei millecinquecento migliori ex, subito contattati e subito dichiaratisi pronti a lavorare. Il lavoro di seicento di loro per l’azienda, l’anno scorso, sommato, conta per 55mila giorni attivi. «Sono molto meglio di esperti esterni, capiscono velocissimi i problemi e trovano le soluzioni migliori», dice un portavoce aziendale. Uno di loro è Fritz Baumann, 66 anni. «Andai in pensione nel 2006, poco dopo fui richiamato come consigliere per un progetto-chiave in Russia», racconta. «Non conta la paga, ma la soddisfazione di comunicare la mia esperienza ai neoassunti, e in generale ai colleghi più giovani».

Stessa sinfonia alla Volkswagen, il colosso dell’auto maestro di cogestione, che già è in corsia di sorpasso per strappare a Gm e Toyota la medaglia d’oro di primo produttore mondiale d’auto. L’esperimento di 13 riassunzioni di pensionati a Hannover è andato a gonfie vele, «quei colleghi», affermano in azienda, «sono un tesoro di esperienza, e portano un clima di passione per il lavoro». O a Continental, il gruppo tedesco dei pneumatici di qualità, dove 64enni come Herbert Luehmann sono tornati a fare i capireparto part time, tre giorni alla settimana, nel settore ricerca. Non è filantropia, è che gli over sixty sono indispensabili per i global players del made in Germany, nello scontro della mondializzazione con i giganti di altri paesi. Le ricadute sociali della svolta non sono però meno grandi o meno positive, solo perché la svolta viene, spinta dalla caccia al profitto.

Andrea Tarquini per la Repubblica

mercoledì 15 agosto 2012

Bonas feries augustales



Così ci augurerebbe un nostro concittadino di Forum Cornelii (l’attuale Imola), se potessimo tornare indietro nella storia in epoca romana. Probabilmente non molti sanno che il termine Ferragosto deriva dal latino Feriae Augusti: riposo di Agosto, dove Augusti era in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto. Il Ferragosto nasce come celebrazione popolare dalle radici antichissime come la maggioranza delle nostre feste, anche religiose, e si svolgeva il 15 agosto per festeggiare la fine dei principali lavori agricoli. Per questa cerimonia in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e animali da tiro, cavalli, asini e muli, che venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Naturalmente si mangiava e beveva in compagnia. Nell'occasione, i lavoratori porgevano gli auguri ai loro padroni ottenendo una mancia in cambio. Questo uso si mantenne così tanto a Roma che in età rinascimentale fu reso obbligatorio anche da decreti pontifici. 

Per festeggiare degnamente il ferragosto bastano tre cose: del buon cibo, un luogo adeguato e soprattutto... la giusta compagnia. Partendo dal presupposto che il secondo e il terzo aspetto siano già stabiliti e soddisfacenti, parliamo un po’ del primo: il cibo. Se prendiamo il “padre” di tutti i manuali di cucina, l’ Artusi, consiglia “spiedini di prosciutto, fichi, melone e vino”. Cibi semplici, trasportabili, non impegnativi. A completamento del convivio, come ideale ringraziamento alla terra per i suoi frutti stagionali  e per una sorta di “cerniera” tra la tradizione e il presente, sarebbe desiderabile l’assaggio delle uve primaticce e dell’anguria in fette raffreddate. La maggioranza degli imolesi per ferragosto si sposta, molti al fiume e negli Appennini a cercare il fresco, altri al mare, comunque in compagnia e per i più la scelta più frequente è ancora oggi la grigliata di ferragosto. Spesso di carne e verdure, più raramente di pesce e formaggi, ma la fantasia in questi casi non manca. 

La grigliata è certamente la regina di questa giornata e attorno ad essa si sviluppano una serie impressionante di considerazioni sulla cottura, sul tipo e la qualità, sui tagli della carne, sulle esperienze passate, intrecciandosi con valutazioni e racconti che finiscono molto lontano dal tema originale virando verso una certa trivialità proporzionalmente all’aumento della quantità di vino bevuta. La grigliata è l’icona del ferragosto. Ricordo con nitidezza questa giornata sugli Appennini con i miei genitori e i loro amici, in un susseguirsi di scherzi e battute. Una felicità semplice e nostrana che terminava normalmente con gare di briscola, tresette o bocce.
Ma come organizzare una grigliata? Perché se la cosa può apparire molto semplice da realizzare, in realtà qualche attenzione occorre porla per avere un effetto finale ottimo. Di seguito fornisco qualche spunto al riguardo. Innanzi tutto il combustibile giusto per una buona riuscita è la carbonella (di qualità), mai usare il legno che essendo ricco di resina rischia di rovinare il sapore dei cibi. Inoltre per una buona cottura dei cibi fate attenzione che la carbonella sia sufficientemente ardente e coperta dalla cenere spenta. Per una grigliata che si rispetti occorre scegliere un tipo di carne con piccole venature di grasso: braciole di maiale, costine di agnello, filetti di manzo, oltre alle immancabili salcicce e spiedini di fantasia. 

Assolutamente da evitare la tentazione di rigirare continuamente la carne sulla griglia, tutto va cotto bene prima da un lato e poi dall'altro. Lo do per scontato, ma evidenzio come il sale si aggiunga sempre alla fine della cottura, perché favorendo l’estrazione dei liquidi tende ad asciugare precocemente i cibi in cottura, così come il grasso della carne invece va lasciato attaccato a quest’ultima per ottenere maggiore succulenza e gusto. Anche i condimenti si aggiungono al termine della cottura, usando olio, burro o altri grassi prima, si rischia di far bruciare il cibo in cottura o anche di farlo cuocere troppo rapidamente, indurendolo. Una certa differenza di qualità si ottiene se effettuate una marinatura leggera a base di aceto o limone il giorno prima oppure, se diventa troppo impegnativa la cosa, almeno qualche ora prima. Consiglio di usare in questo caso, per il trasporto, contenitori di plastica, ceramica, acciaio inox o vetro; mai in rame o alluminio.

La marinatura aiuta la carne o le verdure a divenire più morbide. Personalmente sono contrario ad aggiungere anche erbe aromatiche o spezie in genere sulla carne, ritengo che sia ottima e squisita già così. Per concludere cito le verdure più appropriate per le grigliate: zucchine, carote, melanzane, peperoni, pomodori. Dopo la cottura il massimo è gustarle al naturale, con un filo di olio extravergine di oliva e del sale. Per la frutta ho detto prima. L’ultima raccomandazione è quella di accompagnare il tutto con qualche bicchiere di buon vino, naturalmente “nero” come si usa in Romagna anche se con questo caldo un bel bianco freddo fa piacere. Altro non dico se non augurarvi “Bonas ferias augustales”. 

Pierangelo Raffini su Leggilanotizia.it

mercoledì 8 agosto 2012

La fabbrica del cibo

Prima gli elettrodomestici. Poi i megastore della buona cucina. Sempre collezionando successi, fino al più grande dei suoi negozi, quello appena aperto a Roma. Ma ha l'idea di mollare tra due anni. Per fare che cosa? Visto il successo, magari la politica... Il patron di Eataly Oscar Farinetti si racconta.

Oscar Farinetti è un uomo sfrontatamente contento della vita. Lo ascolti mentre ti mostra con occhi ridenti la sua ultima realizzazione, lo smisurato luna park romano di cibi buoni e sani, e ti convinci che l'ha fatto per te. Mica per soldi, per business, per fare impresa, ma per addolcire la vita a quelli come te. Che forse ancora non sanno che mangiare bene è un piacere del corpo che affina lo spirito, alimenta la cultura e salverà l'economia.

I tentativi di sottrarsi all'entusiasmo contagioso di questo signore piemontese, che in pochi anni è diventato l'emblema della qualità alimentare italiana nel mondo, vacillano di fronte alla mozzarella campana impastata a vista, alla produzione diretta della birra, alla frutta saporosa, al pesce mediterraneo quasi vivo, ai 23 ristorantini tematici.
Ma crollano del tutto quando si entra direttamente nella favola, con la gianduia tiepida che scende senza interruzione da un rubinetto dorato. "La fabbrica del cioccolato" di Dahl è ora una realtà, qui a Roma, nell'ex Terminal Ostiense di Italia '90.

Farinetti, lei in questi giorni è al culmine del successo. Come sta vivendo il suo momento?
"Scoppio di orgoglio, non si vede? Cerco di non montarmi la testa, ma godo da morire. Il successo è un piacere che va provato in vita. Tra Leopardi e Alessandro Dumas padre, che vendeva la sua firma a 100 mila franchi, viva Dumas".

Eppure lei si definisce con parole modeste: droghiere, mercante.
"Se insinua che faccio il furbo, ha fatto centro. La furbizia ci vuole ma va abbinata a qualche concetto opposto, in questo caso l'onestà. Uno dei principi più forti di Eataly è quello di essere furbi ma onesti. Un altro è quello di essere informali ma autorevoli. Solo così si diventa speciali. Se vuole, mi faccio altri complimenti".

Le piacciono molto i complimenti?
"Ne vado matto, e adoro anche farli agli altri. Certi giorni esco di casa e a tutti quelli che incontro dico: "Come sei ringiovanito, come sei dimagrito!". Faccio felice la gente con poco".

Nei suoi megastore invece ha deciso di farci felici prendendoci per la gola.
"Sì, ma è una gola creativa, innovativa. Mi permetta di essere serio e mi creda sulla parola. In questa impresa io ci ho messo altruismo, onestà, passione. Credo alla supremazia dell'altruismo sull'egoismo, come una volta si credeva alla supremazia culturale della sinistra. Oggi questo è il mio modo di far politica".

Ha conosciuto altri modi in altri tempi?
"Guardi questa tessera che tengo in tasca come una reliquia. Era di mio padre, c'è la foto di Nenni e la mia firma come segretario della sezione di Alba del partito socialista. Era il 1981 e avevo 27 anni, poi il Psi di Craxi mi deluse irreversibilmente e da allora vivo l'impresa come un missionarato".

Non sta esagerando, Farinetti? Così sovverte due secoli di capitalismo.
"Può darsi, ma oggi quella dell'imprenditore è una missione. Deve dare lavoro e farlo in modo equo. Io ho un programma in tre punti: la quindicesima a tutti, e finora ci sono sempre riuscito; nessun salario inferiore ai mille euro, e ci sto quasi riuscendo; lo stipendio più alto che non deve superare più di cinque volte il più basso. E poi lezioni per bambini e pensionati. Agli anziani insegniamo a cucinare piatti ricchi con ingredienti poveri. Così la sardina diventa un branzino".

Insomma un Adriano Olivetti aggiornato al Duemila.
"Tengo un suo ritratto nelle sedi Eataly".

Come mai per la sua missione ha scelto il cibo di qualità o il vino senza solfiti e non altre merci?
"Perché questo è il momento del buon cibo ed io ho forse il merito di averlo capito per primo, ispirato anche dal lavoro di Carlo Petrini, amico mio da sempre, e dal suo geniale slow food".

Non sente un piccolo stridore a offrire tutta questa opulenza in tempo di crisi?
"Al contrario. Io dimostro che si può comprare una mozzarella sublime allo stesso prezzo di una pessima. E così forse contribuisco a uscire dalla crisi".

Come?
"Indicando un modello di sviluppo diverso, che ci salvi o ci faccia riprendere dall'imminente collasso della civiltà dei consumi. Noi italiani potremo farcela solo attraverso la nostra creatività, come è già avvenuto nel Rinascimento. Allora c'era l'arte, oggi ci sono l'agro-alimentare, il design, la moda, la cultura, l'industria manifatturiera di precisione. E allora via con le esportazioni delle nostre eccellenze, magari legandole a un logo che ultimamente siamo tornati ad amare: la bandiera italiana. Sarebbe una forma eccezionale di pubblicità".

Altra arte in cui lei si diverte a innovare. Semina dubbi sul suo stesso lavoro, fa autocritica...
"Sì, ho deciso di farla finita con il modello Mosè, il primo che ha lanciato un messaggio promozionale. È andato sul monte più alto e ha detto: se seguite questi dieci precetti vi prometto il paradiso. Da allora tutti hanno creduto che bisognasse far promesse".

Invece?
"Io ho rivoltato la frittata. Per esempio, fra pochi giorni usciremo con una pagina pubblicitaria con lo slogan "Non siamo ancora soddisfatti" e racconteremo tutti i nostri errori. C'è del vero ma è anche una furbata: se chiedi scusa in anticipo, nessuno ha più il coraggio di criticarti. Mase fosse per me farei pubblicità anche più azzardate".

Chi glielo impedisce?
"I miei figli. Mi censurano un sacco di idee".

Ne racconti qualcuna.
"L'ultima è quella del lievito madre. Ho proposto di ribattezzarlo "lievito padre" spiegando che è maschio, è ciò che entra, è lo sperma. Mi hanno detto che non si può. Qualche tempo fa mi hanno anche vietato di mandare a Berlusconi un dissuasore sessuale e di raccontarlo pubblicamente. Lei sa cos'è?".

Francamente no.
"È uno strumento che sostituisce i concimi chimici. I dissuasori attirano i parassiti maschi che, scambiandoli per delle femmine, fanno autoerotismo illudendosi di far l'amore. Un modo geniale di bloccare la riproduzione senza far del male a nessuno. La lettera di accompagnamento per Berlusconi diceva: "Usi questo, presidente, così avrà tempo per dedicarsi al Paese". Niente da fare, me lo hanno bocciato".

Ha dei figli moralisti?
"Ho dei figli geniali. Il più grande, che somiglia molto a mio padre, mi mette addirittura la stessa soggezione che provavo per lui, grande comandante partigiano della brigata Matteotti, poi a lungo presidente dell'Anpi, ma sempre un po' distante. Troppo mitico come padre".

Come ha vissuto da ragazzo la diceria che indicava in suo padre uno di quelli che si era appropriato di un leggendario tesoro affidato ai partigiani?
"Come una leggenda, appunto. E come la rivalsa degli invidiosi. Si figuri che, quando a 24 anni ho cominciato a lavorare nel suo supermercato, mio padre spesso non aveva neanche i soldi per pagarmi lo stipendio. Si andava avanti grazie alle 600 mila lire mensili di mia moglie, che per fortuna aveva vinto un concorso in banca".

A proposito di sua moglie, lei è sposato da più di trent'anni. Qual è il trucco per far durare così tanto un matrimonio?
"Non dimenticare mai il passato e non cedere alle tentazioni dei cinquant'anni. Non è difficile. Mia moglie mi è stata sempre accanto e oggi lavora con me. Abbiamo fatto tre figli maschi che non consideriamo una proprietà, ma un contributo dell'amore alla società. Ci siamo sempre sentiti in due".

Un capitolo di un suo libro si intitola "Meno Chiesa più Gesù". È il suo modo di essere religioso?
"È il mio modo di detestare il potere della Chiesa che si perpetua attraverso l'uso del mistero per impedire alla gente di pensare. Immagini che effetto le farebbe se alle domande che lei mi sta facendo, io rispondessi ogni volta: "Eh... mistero!". Troppo facile. Gesù invece è stato il più grande genio dell'umanità. Se tornasse oggi, scaccerebbe tutti i mercanti da tutti i templi, compresi quelli della finanza e delle banche che hanno snaturato l'economia".

È per questo che, nonostante i suoi successi, ancora non si quota in Borsa?
"La Borsa, che era una cosa seria e valutava le aziende secondo la verità delle loro performances, è diventata una scommessa, peraltro truccata, perché aziende che vanno bene scendono, altre che vanno male salgono. Finché è così, non mi avrà".

Un'ultima domanda, Facchinetti. Lei ha mai conosciuto l'ozio?
"Ma certo! Sono un pigro incorreggibile. Vivo con il rimorso perenne di non essermi svegliato un'ora prima, anche se poi le cose le faccio lo stesso. A proposito, non le ho ancora detto che io vado a cicli e cambio mestiere ogni otto-dieci anni. L'ho fatto con Unieuro e lo farò con Eataly. A fine 2014 passerò il testimone ai figli".

Per fare che cosa?
"So che mi metto nei guai ma glielo sussurro: forse la politica. Però per cortesia scriva che non voglio andare a scaldare qualche poltrona a Roma. Voglio fare la politica vera, nel territorio, quella che può cambiare davvero le cose. E prometto che farò solo due mandati. Tanto dopo dieci anni cambierei di nuovo".

Stefania Rossini - L'Espresso

martedì 7 agosto 2012

Ricordi


Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a sé stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l'uomo ha paura di svelare perfino a sé stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.

Fëdor DostoevskijMemorie dal sottosuolo, 1864