martedì 12 gennaio 2010

Le buone abitudini

"Scarpe bone, bel vestito, vito sano, vin sincero, bele case, svaghi onesti, la fameia, i tosi, i veci, fede in Dio, mutuo rispeto, pace e bona volontà. 
Lavorar con atension, con impegno, in dignità.
Buon guadagno e cuor contento, vita agiata, ma el risparmio che xe sempre necessario per formar la proprietà.
Sempre usar moderasion, toleranti co la zente, boni amissi solidali ne la gioia e nel dolor.
Andar drio per la so strada, no far ciacole per niente, no badarghe ai fanfaroni, ai busiari, ai mestatori.
Sempre pronti ai so doveri, far valere i so diritti, e difender tuti uniti Patria, Vita e Libertà."

Da un discorso di Gaetano Marzotto del 28 agosto 1954 in occasione di una festa con le maestranze della SFAI riportato nel libro "Volare alto" di Matteo Marzotto

lunedì 11 gennaio 2010

Il dolore degli uomini

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.

L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte. Basti ricordare, come fa Sandro Rinauro ne «Il cammino della speranza», che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati. C’è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c’erano posto e lavoro per tutti! Falso. Perfino l’immenso Canada, spiega Eugenio Balzan sul «Corriere» nel 1901, era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s’aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un’elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l’ora? Sciò!

Mai come stavolta è chiaro come l’abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un’indecente forzatura. A parte il fatto che moltissimi a Rosarno avevano il permesso di soggiorno, c’è un solo spacciatore al mondo disposto a lavorare dall’alba alla notte per 18 euro, ad accatastarsi al gelo senza acqua e luce tra l’immondizia, a contendere gli avanzi ai topi? Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l’Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell’usare le parole. Anche la parola «legalità». Tanto più che, ricordava ieri mattina «La Gazzetta del Sud», l’Inps scheda come «braccianti agricoli metà dei disoccupati della Piana». Un andazzo comune a tutto il Sud: 26 falsi braccianti agricoli smascherati nel 2008 in Veneto, 146 in Lombardia, 26 mila in Campania, 14 mila in Sicilia, 16 mila in Puglia, 10 mila in Calabria. Dove secondo i giudici antimafia buona parte delle false cooperative agricole che poi magari usano i neri in nero sono legate alla ’ndrangheta. Dio sa come il nostro Paese abbia bisogno di rispetto della legge: ma quali sono le priorità della tolleranza zero?

Gian Antonio Stella - Editoriale - 11 gennaio 2010 - Corriere della Sera

Paura di sbagliare

E' la cosa più difficile a mio parere. Liberarsi dal timore di sbagliare, di fare un errore. Viviamo in una società che alimenta fin da piccoli questa paura. Contrariamente al mondo anglosassone in cui un fallimento non è la fine della tua vita, ma l'opportunità di rinascere. Henry Ford non fallì forse quattro volte prima di fondare un impero automobilistico ? Lo stesso Lincoln ebbe una vita lastricata di insuccessi, fallimenti e bocciature, prima di diventare presidente degli Stati Uniti. Ma senza scomodare illustri esempi, ciò che serve sono tenacia e determinazione nel proprio agire. Non esiste il fallimento. Non riuscire in qualche cosa, in un'azione, in un'impresa, non significa fallire come persona, ma più semplicemente non essere riusciti in quella particolare cosa, aver scoperto di non essere portati per quella scelta, non aver imboccato la propria strada in un determinato momento o ancora non aver scelto i tempi giusti.
Non si può essere perfetti in tutti i campi, riuscire in tutto. In alcuni si può dare veramente il meglio di se, ma in altri occorre accettare di fare le cose al meglio delle proprie possibilità. E' sufficiente. Cercare la perfezione in tutto è impossibile, non è un dono dato agli esseri umani. Anche chi cercasse di sostenere il contrario a sua volta non sarà certamente perfetto in tutto.
Il segreto sta nel tentare, nel provare e riprovare. Un fallimento può essere una lezione, un incentivo al lavoro e alla ricerca o all'individuazione della propria strada.

sabato 9 gennaio 2010

E' il lavoro che fa la Costituzione


di Valerio Onida - Il Sole 24ore



La proposta del ministro Brunetta, di "ritoccare" l'articolo 1 della Costituzione eliminando il riferimento alla Repubblica «fondata sul lavoro», può essere considerata come un semplice diversivo o una provocazione, nel gran parlare che si fa di "riforme", spesso senza adeguata attenzione al merito degli argomenti; oppure potrebbe essere un preannuncio pericoloso di messa in discussione dell'impianto fondamentale stesso della Costituzione.
Più che ricordare per l'ennesima volta l'origine della formula in questione, nata in assemblea costituente per rispondere alla proposta di parte comunista intesa a proclamare una Repubblica «di lavoratori», occorre rifarsi al significato sostanziale del disposto costituzionale. Fu il grande costituzionalista e costituente (democristiano) Costantino Mortati a identificare per primo il "principio lavorista" fra i principi fondamentali della Costituzione, accanto al principio democratico, a quello personalista e a quello pluralista. Ma il fondamento "lavorista" della Costituzione non significa affatto che il lavoro sia considerato in essa come il valore supremo: tale, semmai, è la persona umana, i cui «diritti inviolabili» la Costituzione riconosce e garantisce, insieme richiedendo l'adempimento dei «doveri inderogabili» di solidarietà (articolo 2).

Il lavoro nella Costituzione è visto come strumento di realizzazione della personalità. Valore che informa l'ordinamento implicando, come scriveva ancora Mortati, che «il titolo commisurativo del valore sociale del cittadino sia desunto dalle sue capacità, non già da posizioni sociali acquisite senza merito del soggetto che ne beneficia», e costituiscano perciò un privilegio. Per questo il lavoro è oggetto di un diritto di tutti i cittadini, da rendere effettivo promuovendone le condizioni, e di un dovere, quello di «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4). Per questo è oggetto di «tutela», in «tutte sue forme e applicazioni» (articolo 35).
In questo senso, la Repubblica è genuinamente «democratica», perché delinea un tipo di stato fondato sul riconoscimento della «pari dignità sociale» di ogni persona e sul dovere della Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (articolo 3). È il tipo di stato frutto di quei principi del costituzionalismo che, affermatisi la prima volta con le rivoluzioni liberali della fine del Settecento, ne hanno segnato la storia e l'evoluzione. In questa evoluzione sono confluiti, integrandola e arricchendola, fenomeni e correnti sociali di grande portata: la lotta per l'allargamento del suffragio, il movimento dei lavoratori e la lotta allo sfruttamento economico dei più deboli, l'affermazione, accanto ai diritti civili e politici, dei diritti "sociali", di cui quelli del lavoro sono grande parte.

Smettiamola dunque di guardare in termini provinciali alla nostra vicenda costituzionale, presentandola solo come frutto di un "compromesso" fra ideologie e forze liberali, marxiste e cattolico-democratiche, o, più rozzamente, fra democristiani e comunisti; e di immaginare che una Costituzione democratica debba limitarsi a sancire il divieto per lo stato (uno "stato minimo") di interferire indebitamente nella sfera delle libertà civili individuali. Il costituzionalismo, nella cui grande corrente la Carta del 1948 ha inserito a pieno titolo l'Italia, è altra cosa. È l'eguaglianza fra gli esseri umani proclamata come prima «verità di per sé evidente» dalla rivoluzione americana. È la triade rivoluzionaria francese «libertà, eguaglianza, fraternità».

Sono i diritti individuali della Dichiarazione francese del 1789 al pari dei «principi politici, economici e sociali» enunciati nel preambolo della Costituzione francese del 1946 e riaffermati nel preambolo di quella gollista del 1958. Sono le "quattro libertà" - tra cui la «libertà dal bisogno» - che il presidente Roosevelt voleva vedere affermate «ovunque nel mondo». Sono i diritti umani oggetto della Dichiarazione universale dell'Onu e delle grandi convenzioni internazionali (New York 1966) che hanno cercato di darvi attuazione, e in cui accanto ai «diritti civili e politici», figurano a pari titolo i «diritti economici, sociali e culturali».

Molte Costituzioni, nel loro primo articolo o in uno dei primi, usano indicare i caratteri essenziali dello stato cui intendono dare vita. Per la Costituzione francese del 1958 la Francia è una Repubblica «indivisibile, laica, democratica e sociale» (articolo 1). Per la Costituzione tedesca del 1949 la Repubblica federale di Germania è uno Stato «federale, democratico e sociale» (articolo 20). Per la Costituzione spagnola del 1978 la Spagna si costituisce come «stato sociale e democratico di diritto che propugna come valori superiori del suo ordinamento giuridico la libertà, la giustizia, l'uguaglianza e il pluralismo politico» (articolo 1). Ora, che cos'è uno "stato sociale" se non uno stato che assume fra i suoi compiti anche il riconoscimento e la promozione dei diritti (e dei doveri) del lavoro?

La Repubblica italiana «fondata sul lavoro» è dunque solo un'altra formula per indicare la qualifica di "stato sociale" o "democratico-sociale", che appartiene non solo a noi, ma all'intera storia e all'irrinunciabile essenza del costituzionalismo universale.

Volare alto


Sono un appassionato di autobiografie. In Italia, diversamente dagli Stati Uniti non ce ne sono molte e l'annuncio di quella di Matteo Marzotto mi ha incuriosito e interessato. So che è facile dire questo, ma sono un ammiratore di Matteo per il suo modo di essere, così "stiloso" e attento alla sua immagine, ma anche concreto e attento ai problemi della società e del Paese. Con tutte le differenze del caso incarna il mio modo di essere e, dopo aver letto il libro, dico anche il mio modo di vedere le cose.
Il libro mi è piaciuto molto soprattutto nei capitoli Vivere e Lavorare oltre all'Introduzione, quest'ultima una fotografia esatta del mio pensiero. Sono sempre assetato e curioso della visione della vita e del metodo applicato nel lavoro delle persone che, in qualche modo, si possono definire di successo nei loro campi. Ci sono sempre spunti e particolari che ti possono aiutare o far riflettere sulla tua vita e su ciò che fai. Non nascondo che avrei gradito un maggiore approfondimento sulla parte del lavoro, sul modo in cui si organizza, come gestisce i problemi, ecc., ma in fondo il sotto titolo recita "quel che ho imparato fin qui dalla vita". Vista l'età ha ulteriori opportunità per scrivere di questo.
Un libro che si legge bene, volentieri e che consiglio. In tutti i casi date un piccolo, ma sempre importante, contributo alla ricerca sulla Fibrosi Cistica. Infatti i diritti d'autore del libro saranno interamente devoluti alla Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica. Anche questo è un modo per far capire che il mondo molte volte si muove per luoghi comuni e la società è portata a giudicare le persone senza conoscerle fino in fondo. Il fatto di tenere alla propria persona, avere passioni, voler continuamente mettersi alla prova e cercare di "volare alto", non è sinonimo di superficialità, arroganza o presuntuosità.

venerdì 8 gennaio 2010

I nostri pensieri

Gli stati d'animo sono la reazione che ognuno sceglie di avere. Bisogna conquistarsi la propria libertà personale lavorando sulla propria mente, sui propri pensieri. Si ha facoltà di pensare qualsiasi cosa si decida di lasciare accedere alla propria mente. I nostri pensieri generano le nostre emozioni e sta in noi tenerceli così, cambiarli o comunicarli. Il nostro stato d'animo è creato dai nostri pensieri, non tanto dalle cose, dai fatti o dalle persone che ci circondano. Attraverso l'apprendimento di un diverso modo di pensare si acquisisce la vera libertà e, di conseguenza, una vera felicità. Cambiando i nostri pensieri diventiamo responsabili anche di ciò che proviamo. Non lasciamoci sopraffarre dai pensieri negativi.
Tutto questo richiede un lungo e continuo lavoro interiore. Una dura lotta contro la nostra parte di "luna nera". Significa rendere stimolante e da assaporare qualsiasi esperienza, anche quando ti annoi o non hai molto da fare. Fai lavorare la mente in modo positivo e divertente. Allenati. Se si usa il cervello e lo si fa lavorare su questo, piano piano ci si accorge che si perde la brutta abitudine di adirarsi per le cose, anche piccole, che non vanno.
Ma tutto è in mano a noi e solo noi possiamo migliorare la nostra situazione e renderci felici. Non dimentichiamolo mai. E' nostra responsabilità assumere il controllo dei propri pensieri, imparando a sentire ed agire in base a ciò che vogliamo veramente.
Quando indichiamo con il dito indice qualcuno o qualcosa che riteniamo responsabili per il nostro stato d'animo o per la nostra esistenza, ricordiamo invece che quel dito è in realtà rivolto verso di noi. Ognuno è padrone di se stesso. E' scomodo, ma è così.

giovedì 7 gennaio 2010

Consapevolezza ed equilibrio

Mi ha sempre attratto la figura di "guerriero spirituale", fin da ragazzo, e ho sempre cercato di raggiungere questo stato interiore anche se ero  e sono consapevole che tutto questo richiede concentrazione e fatica. Raggiungere però la piena consapevolezza di tutto ciò che si fa, forse è legato anche al procedere dell'età, mi pare sia più semplice negli ultimi anni. Mi accorgo di essere più attento nel cogliere le mie emozioni, le mie sensazioni senza per forza identificarmi con esse. Riesco sempre più spesso ad osservare, astenendomi da giudizi affrettati, lasciandomi altresì guidare dal mio istinto interiore, dalla parte più essenziale di me, dai miei Valori. Inoltre cerco di non farmi più sopraffarre dallo stress negativo, perchè ha effetti gravi su di me. Penso su tutti invero. Perdo la capacità di valutazione e del "buon senso", divento più lento nelle decisioni, rischio che i pensieri negativi mi sovrastino a scapito dei rapporti e dei risultati nella sfera lavorativa e personale.
Quindi passo dopo passo, ogni giorno, cerco di compiere quel cammino di preparazione fisica e spirituale rivolto a migliorare il mio carattere. Questo mi permette di aumentare le situazioni in cui riesco ad evitare gli scontri, lasciando quest'ultima possibilità solamente ai momenti in cui tutte le altre alternative siano risultate vane. L'obiettivo è sempre la ricerca di un equilibrio, ma in alcuni casi non ci si può sottrarre alla lotta. E a quel punto occorre essere altrettanto lucidi e decisi.

mercoledì 6 gennaio 2010

La perseveranza

Niente al mondo può sostituire la perseveranza. Nemmeno il talento: non c'è cosa più frequente degli uomini di talento falliti.
Neanche il genio: il mondo è pieno di derelitti istruiti. Solo la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti. L'espressione "andare avanti" è quella che ha risolto e sempre risolverà i problemi del genere umano.

C. Coolidge (Presidente USA 1923-1929)

martedì 5 gennaio 2010

Conoscere il proprio scopo

Se si vuole cambiare è importante liberarsi delle vecchie convinzioni, sentirsi bene con se stessi e convincersi che la vita non è perfetta, non è tutta in rosa e si incontreranno delle avversità. La vita va affrontata con metodo, convinzione ed è importante essere chiari con se stessi e con gli altri in tutti i suoi momenti.
Un modo è quello di chiedere chiaramente le cose ed in modo preciso, senza esitazioni. Si è più rispettati e solitamente i vili non hanno il coraggio di affrontarti. Chiedere con sincerità, nel momento anche del bisogno, della necessità, in modo anche creativo a volte per distinguersi. Ma non bisogna mollare mai.
Cerco continuamente di identificare il mio scopo con le mie capacità naturali, di essere determinato, di non farmi distrarre da cose superflue e nemmeno influenzare da altri (la cosa più difficile penso). Mi sforzo di conservare un atteggiamento umile e di impedire che la parte di "luna nera", che ognuno di noi possiede, possa prendere il sopravvento lentamente, sulle buone intenzioni. C'è stato un tempo che la velocità, la ricerca del risultato ad ogni costo, "l'ansia da primato", il desiderio del possesso, avevano sopraffatto la mia anima, il mio spirito. Ad un certo punto, una determinata situazione mi ha fatto comprendere molte cose e attraverso la riflessione, ma anche un forte dolore interiore, ho iniziato un nuovo percorso, diverso.
Oggi sento che la mia qualità di vita è certamente migliorata. Conosco i miei desideri e le ragioni che mi muovono ad essi. Lavoro per scoprire meglio le mie qualità ed perfezionarle. Lavoro duramente, in modo diverso da un tempo, direi più intelligente. Provo più emozioni, che governo a volte per non ottenebrare la ragione, ho sviluppato enormememente la pazienza perchè è uno scudo che mi evita molti errori e lo scopo per cui faccio le cose mi è chiaro.

lunedì 4 gennaio 2010

Il futuro

Per i paurosi il futuro resterà sconosciuto, per i deboli sarà irragiungibile, per gli incoscienti offrirà nuove opportunità.

E' Morale tutto questo ? Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane

E SAPPIAMO SOLO DI MILANO...

I fornai: nessuno lo vuole, neanche i proprietari dei canili. Distribuirlo o grattugiarlo non conviene


MILANO— Soffocati da una montagna di pane. Bocconcini, sfilatini, michette. Poi arabi, tartarughe, francesini, baguette, ciabatte, filoncini, coppie, crostini e rosette. Fino alla nausea, fino a non poterne più. Al punto da gettare tutto nel sacco nero dopo aver soddisfatto l’ennesimo sfizio. È questa la fine del pane a Milano. I fornai della Madonnina stimano in 5.250 i quintali buttati al mese in città, poco meno di 180 al giorno. Come dire: ogni milanese rovescia nella spazzatura quattro etti di pane al mese. Ipotizzando livelli di spreco uguali nel resto del Paese, in Italia sarebbero 24.230 le tonnellate di pane che ogni trenta giorni finiscono nella spazzatura. Alla faccia della crisi. E del miliardo di persone che, secondo la Fao, soffrono la fame nel mondo. «Bando ai falsi moralismi. Il nostro sistema di produzione, distribuzione e consumo rende inevitabili gli sprechi di molti altri prodotti deperibili. Pensiamo alle enormi quantità di pomodori o arance che vengono distrutte», fa riflettere Sandro Castaldo, ordinario di Marketing all’università Bocconi di Milano. Ma torniamo nelle panetterie milanesi. «Il problema del pane buttato si aggrava di giorno in giorno perché i consumatori sono sempre più esigenti.

MILLE VARIETÀ- Quando ho cominciato a fare questo mestiere, trent’anni fa, lavoravamo quattro tipi di paste. Adesso le varietà si sono moltiplicate all’infinito. E se non hai sempre l’assortimento completo e caldo, perdi clienti», racconta Stefano Fugazza, a capo dei panificatori dell’Unione artigiani di Milano, aderente alla Claai. «Con questo modo di lavorare l’invenduto aumenta a dismisura», tira le somme Fugazza. «In media resta sugli scaffali il dieci per cento del pane prodotto. Difficile scendere sotto questa percentuale », fa il punto Gaetano Pergamo, direttore del settore alimentare di Confesercenti. La Claai stima tra i tre e sette chili il pane invenduto ogni giorno in ciascuna delle 500 panetterie milanesi. Il che vuol dire che si arriva anche a 750 quintali di pane buttato al mese in città. Buttato? Ma non si potrebbe distribuire a famiglie in difficoltà, associazioni di volontariato? «Macché — risponde Fugazza —. Il nostro pane a fine serata non interessa più nessuno. Lo abbiamo proposto persino ai canili, ma andrebbe integrato con altri alimenti, e così la preparazione del cibo costerebbe troppo in termini di manodopera». Il pane avanzato non può nemmeno essere rivenduto grattugiato il giorno dopo perché ci sono regole rigide da rispettare: controllo del grado di umidità, confezioni, etichettature. Insomma, non ne vale la pena. Le grandi associazioni del volontariato spiegano così il paradosso del pane buttato. «Attrezzarsi con un furgoncino per andare a raccogliere ogni sera quel che resta ai panettieri comporterebbe uno sforzo e un costo considerevoli», fa notare Pier Maria Ferrario, a capo di Pane Quotidiano, associazione che a Milano garantisce pasti a 660 mila persone l’anno. «I 2.000 quintali di pane che abbiamo distribuito nel 2009 ci sono stati garantiti da Panem, un grande marchio della distribuzione industriale». Naturalmente il problema riguarda anche i supermercati.

MANGIMI - La scena si ripete di frequente a ridosso della chiusura: grandi sacchi neri vengono riempiti con il pane avanzato. Interpellate, molte insegne tra le più note glissano. «Risolviamo il problema cercando di produrre esattamente quello che va consumato — assicurano alla Coop —. Un accurato monitoraggio dei consumi consente di ridurre gli sprechi». Altri grandi marchi (che, però, preferiscono non essere citati) puntano sulla cessione del pane a produttori di mangimi. Una strada, questa, per nulla scontata. «Il fatto è che non si possono mescolare diversi tipi di pane perché i mangimi devono mantenere determinati valori nutrizionali — spiega Antonio Marinoni, presidente dei panificatori milanesi aderenti a Confcommercio —. E così, in teoria, prima del conferimento ai consorzi bisognerebbe dividere il pane comune da quello all’olio, e così via separando». Sempre Marinoni fa notare un secondo aspetto del problema: gli sprechi delle famiglie.

L'INDAGINE - «Come ogni anno abbiamo condotto un’indagine insieme con Amsa, la società che gestisce i rifiuti a Milano — racconta il presidente dell’associazione —. Abbiamo analizzato il contenuto di un campione di sacchi della spazzatura raccolti in città. Bene, ogni giorno a Milano si buttano tra i 130 e i 150 quintali di pane». Che poi vuol dire 4.500 quintali al mese da aggiungere ai 750 di cui si liberano ogni sera le panetterie. «Le stime sono realistiche. Anche se non è detto che il resto d’Italia sprechi quanto a Milano», fa notare Sandro Castaldo dell’università Bocconi. «Detto questo, il problema resta — aggiunge il professore —. E le soluzioni finora sperimentate sono solo parziali ». L’unica arma in mano oggi alla distribuzione è sviluppare sistemi di previsione della domanda talmente accurati da ridurre al minimo gli sprechi. C’è anche chi utilizza semilavorati (baguette congelate, per esempio) da infornare man mano che entrano i clienti. «Ma la vera soluzione sarebbe abbassare i prezzi di vendita del pane dopo le sei del pomeriggio—conclude con una proposta Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo —. Così i negozi ridurrebbero l’invenduto. E le famiglie avrebbero una strada per risparmiare».

Rita Querzé

domenica 3 gennaio 2010

Applicare un metodo per raggiungere gli obiettivi

Nel tempo mi sono convinto che sono due le cose che ti permettono di diventare "più saggio" e quindi affrontare con metodo la tua vita: leggere i libri e le persone che incontri.
Normalmente leggo molto, direi moltissimo rispetto alle medie nazionali, e soprattutto al mattino appena sveglio cerco di leggere cose stimolanti per almeno mezz'ora. E' il momento più proficuo per "assorbire" e riflettere. Siamo freschi e non abbiamo residui di pensiero come può capitarci invece la sera. Soprattutto evito di leggere o sentire qualsiasi notizia negativa, ripeto, per almeno 30/40 minuti.
Radio o telegiornali quindi ascoltateli più tardi, magari in auto mentre vi spostate.
Ritengo che un continuo perfezionamento passi attraverso l'acquisizione di alcune informazioni tutti i giorni, in modo che le possa sedimentare, pensare, lavorare e farle mie eventualmente, modificarle se necessario oppure approfondirle.

La conoscenza permette di incrementare il proprio "potere" e ciò ha la facoltà di attirare le opportunità.
Inoltre, nel tempo, ho imparato a fidarmi sempre di più del mio intuito. Più di vent'anni di attività commerciale mi hanno aiutato certamente. L'istinto, quel "qualcosa di viscerale" che si possiede mi aiuta e mi guida a prendere decisioni bilanciandole con quelle del Cuore. In particolar modo nel lavoro i risultati si ottengono quando si valutano con attenzione i rschi che si assumono e si pianificano le azioni. Tradotto vuol dire: studio, riflessione, applicazione, insomma duro lavoro per avere successo. Mettendo da parte la paura perchè normalmente ciò che desideri si trova dall'altra parte...

Ho imparato anche a perdonare me stesso. Non è stato facile. Ho sempre preteso elevati standard per me stesso e tutte le volte che ottenevo qualcosa che mi ero prefissato, pensavo già all'obiettivo successivo senza riuscire a godermi l'attimo. Quando sbagliavo non riuscivo a capacitarmene. I miei sensi di colpa mi dilaniavano. Ci ho lavorato sopra e sono riuscito a superare questo atteggiamento. Le persone sbagliano normalmente, a tutti i livelli. Attraverso gli errori si può migliorare cercando di analizzarli ed evitarli nel proseguio. Ma si faranno altri errori. E' inevitabile. Ma nella vita ho capito che l'importante non è tanto quanti errori fai, ma quante cose riesci a far bene. Il segreto è questo. Contrarsi sulle cose che sai fare e pensare al futuro. Il passato è storia e non si può più cambiarlo; le decisioni prese allora furono frutte delle informazioni che si possedevano in quel momento.
Sono un convinto fautore del fatto che ponendosi degli obiettivi "si può fare", perchè la vita è fatta di cicli e ricicli e le cose non durano per sempre. Durante la nostra esistenza passano tanti "treni", tante occasioni. Se siamo motivati, preparati e abbiamo metodo, su uno si sale certamente.

sabato 2 gennaio 2010

La magia di un "abito su misura"


Sono consapevole che non tutte le persone hanno necessità di un abito nella loro vita e che per altri non è così importante la qualità dello stesso, perchè vivono un pò come un'imposizione dover portarlo magari tutti i giorni. Ma a chi ama vestirsi, e per la maggioranza della settimana si mette l'abito, vorrei consigliare assolutamente l'esperienza di un abito sartoriale. Costa di più di uno "pret-à-porter", ma vale... una vita, lo assicuro. Oggi, con una certa proliferazione del "su misura" anche da parte dei brand più noti, si trovano comunque tanti bravi sarti anche in città importanti (Bologna, Milano) o di provincia (Forlì), che ti realizzano ottimi capi, di taglio sapiente, senza essere molto più cari di uno acquistato in negozio. Vi assicuro però che la differenza è abissale. Nei tessuti, nella confezione e nella durata. Personalmente possiedo abiti di sartoria che ormai hanno vent'anni ai quali ho fatto stringere i pantaloni, amo ormai solo 19 cm con risvolto 4,5 cm, ma che per taglio e qualità del tessuto sfido a conferirgli quell'anzianità. Quindi si può dire senza paura di cadere in luoghi comuni, che l'abito sartoriale è un investimento.
Un abito pre-confezionato, non dona quelle sensazioni e quel piacere che, diversamente, offre uno "su misura": le asole fatte a mano che si possono aprire, l'impuntatura, i revers nella misura che ti piacciono, magari "a lancia", il taschino all'interno di una tasca del pantalone per le monete (in modo che non si senta ad ogni passo quella suoneria oltre al cellulare...), i bottoni per le bretelle alla "Brooks Brothers", nel "tre pezzi" il panciotto che cade con esattezza, la giacca morbida senza parti "incollate" che danno nel tempo quei rigonfiamenti indecorosi, le maniche un pò più corti per far risaltare i gemelli della camicia (se si usano), la scelta dello spacco (senza, all'inglese, a sacco) nella giacca e l'altezza giusta per non sembrare che sia qualche numero in più o che "ti sia stata buttata addosso". Tanti particolari che fanno la differenza insomma e che rendono unico il vostro capo sartoriale. Per sempre.
Capisco che non tutti sono in grado di apprezzare o comprendere il gusto, la soddisfazione, le sensazioni, insomma la "quint'essenza" che trasmette indossare un capo sartoriale creato per voi. Ed è un peccato. Naturalmente rispetto queste posizioni e neppure ho la presunzione di essere compreso fino in fondo. Ma a chi normalmente utilizza questo capo per lavoro e non ha ancora avuto il piacere, o il coraggio, di vivere questa esperienza, consiglio di farlo. Non se ne pentiranno. Mi raccomando però di prendere qualche informazione prima di scegliere il sarto. Come dicevo all'inizio, da un paio di anni la "moda" del "su misura" ha contagiato anche i brand più prestigiosi e su quest'onda la sartoria è ritornata con parecchi attori. Non tutti all'altezza. Quindi informarsi, magari fare una visita, valutare le realizzazioni e informarsi anche sul prezzo. A volte il valore dell'abito (sia che il prezzo risulti basso o alto) non corrisponde a quanto richiesto e, soprattutto, alle nostre aspettative.


Tutte le immagini sono tratte da The Sartorialist

venerdì 1 gennaio 2010

2010: concentriamoci sulla nostra vita !


La vita è dura ! Un bel modo per iniziare questo 2010, ma è importante non dimenticarcene mai per non andare incontro a cocenti delusioni. Il mondo non farà nessuno sforzo per assicurarci la felicità e la serenità. Dobbiamo conquistarcela.
Ogni cosa ha un prezzo e possiamo pensare di ottenerla solo applicandoci con pazienza, sacrificio, a volte sofferenza e tanta fatica. Già la fatica. Ho sempre giudicato la fatica salutare, ma non solo. La fatica è una buona abitudine, rafforza la nostra autostima, tempra il carattere, ci fa sentire bene con noi stessi, aiuta ad affrontare la vita appunto, ci permette di confrontarci e ci aiuta a realizzare le nostre potenzialità.
Chi ha capacità di lavorare e sopportare la fatica più a lungo, aggiungendo forza di volontà, perseveranza, buone abitudini, applicazione costante e determinata, normalmente ha successo nella vita. Sia essa professionale, privata, sportiva. Alla base di tutto il segreto sta nella forte autodisciplina che si è in grado di sviluppare. La mancanza di autodisciplina la vita diventa caos e incertezza. Rifletteteci. Se si fanno le cose solo quando si hanno voglia di farle, o sei ricco o è un passatempo, se non metti davanti a te il lavoro e le rinunce in primis, poi la soddisfazione e il piacere, non riuscirai mai veramente nella vita. Non c'è premio senza sforzo.
La differenza tra le persone di successo e le altre, ne sono convinto, sta nelle cose appena descritte. Non ci sono scorciatoie, non ci sono alternative. Quando parlo di successo definisco qualcosa che non è ascrivibile tanto alla voce soldi, potere e lusso. Anzi. Il successo è quello che ti fa sentire bene dentro, che ti porta ad avvertire che gli altri hanno voglia di stare con te, che in qualche modo li ispiri o vogliono conoscere la tua opinione, che hai Amore che ti circonda, positività, serenità. Successo per me vuol dire questo e tante altre cose per cui ti senti bene nel mondo e utile per gli altri. E lo strumento più potente che io credo occorra,  per raggiungere gli obiettivi, le mete, è una fortissima autodisciplina. L'autodisciplina permette che determinati eventi accadano o meno. Il Fato (come lo intendevano gli antichi) ha un ruolo nella vita di ognuno di noi, ma allo stesso tempo "ognuno di noi è artefice del suo Destino" (come diceva Appio Claudio). Oserei dire che l'autodisciplina è il segreto della felicità, perchè ci permette di applicare quotidianamente le buone abitudini. Le buone abitudini consentono di affrontare con metodo gli obiettivi che ci poniamo nella vita. Oppure all'inizio di un anno nuovo. Come questo.

Ognuno di noi o molti di noi si sono posti o si porranno degli obiettivi in questi giorni. E' bene ricordare che ogni obiettivo va affrontato per gradi, con grande determinazione e convincimento interiore. Non ci si può nascondere dietro falsi alibi: l'umore giusto, il tempo necessario, ...
Rimanere concentrati sugli obiettivi e sulle attività che dobbiamo intreprendere per raggiungerli. Applicarsi e svolgere fino in fondo attività dopo attività, lasciando ognuna di esse solo dopo che si è terminata. Così si evitano anche le ansie, sintomo di incompletezza delle cose nella vita.
Inoltre è importante dichiarare i propri obiettivi, questo permette di mettere alla prova quanto si è rispettosi degli accordi e dei propositi fatti prima con se stessi e poi con gli altri. Ci costringe ad essere affidabili e, se siamo coerenti e li manteniamo, accresce notevolemente la propria autostima permettendoci altresì di conoscere meglio noi stessi. La probabilità di riuscita di ciò che ci poniamo di fare è proporzionale proprio alla fiducia che nutriamo in noi stessi. Metteteci passione e desiderio in ciò che intraprendete, aiutano a trovare dentro di sè gli stimoli giusti per l'azione.
Infine rammentate sempre che: un obiettivo è un sogno con una scadenza !

giovedì 31 dicembre 2009

Ciò che desidero...

Ciò che desidero è che tutto sia circolare e che non ci sia, per così dire, nè inizio nè fine nella forma, ma che essa dia, invece, l'idea di un insieme armonioso, quello della vita.

Vincent Van Gogh

Trattoria Romagnola


La Trattoria Romagnola a Castel San Pietro Terme (Bo) è una delle ultime trattorie "di una volta", che mantiene una cucina, piatti e consuetudini che si stanno perdendo. Questo locale che possiamo definire storico è situato a pochi metri dalla piazza principale del paese (foto). All'interno, disposto su più stanze, il locale si presenta con tavoli e sedie tipici della zona, così come il tovagliato, la posateria, i bicchieri, ecc. L'accoglienza è ottima e ti mette fin da subito nelle giuste condizioni d'animo. Il titolare e tutto il personale è molto disponibile e si respira la tipica aria di casa, per cui ti senti a tuo agio. La cucina è comunque il vero "pezzo forte" della trattoria: qui trovate, con una buona rotazione stagionale, le ricette tipiche (cerco di utilizzare il meno possibile la parola tradizione, come insegna Massimo Montanari, docente di storia medievale, storia economica e sociale del medioevo e storia dell'alimentazione presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna e all'Università di Scienze Gastronomiche, di cui sono un grande ammiratore) del nostro territorio. Considero proprio questo locale uno degli ultimi baluardi della cucina del territorio, dove tutta la pasta è fatta a mano, tortellini, tortelloni, tagliatelle, passatelli, gnocchi, con una proposizione di ottima carne, dal castrato alle carni alla griglia di tutti i tipi. Segnalo anche i dolci, tutti fatti in casa. Buona la proposta dei vini anche se, quando vado, mi godo "quello della casa", nero o bianco, che mi da quella sensazione sensazioni più nostrane.
In primavera inoltrate ed estate, soprattutto sera, è piacevole mangiare nel gazebo estivo che si affaccia sull'elegante Piazza Acquaderni.

Trattoria Romagnola- 40024 Castel San Pietro Terme (BO) - P. Acquaderni, 8 - tel: 051 941284 - Chiusura: Sabato

mercoledì 30 dicembre 2009

Magia e bellezza

L'aspetto delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma in realtà, magia e bellezza sono in noi.

martedì 29 dicembre 2009

Ancora sulla felicità

La felicità quotidiana è determinata in gran parte dalla nostra visione delle cose. Il sentirsi felici o infelici in tutti i momenti della nostra vita, non dipende tanto dalle nostre condizioni di esistenza reali, quanto dal modo in cui noi percepiamo la situazione e da quanto si è soddisfatti da ciò che si è e si possiede. Anche la propria autostima gioca un ruolo fondamentale nella sensazione di appagamento e felicità interiore che possiamo provare.
Un metodo da adottare per cercare di "lavorare" sulla propria serenità è quella di inquadrare qualsiasi decisione, ponendosi la domanda "Questa scelta mi darà la felicità ?" Domanda semplice, ma strumento potente che aiuta a gestire tutta la nostra vita. Pensate a questo, riflettete prima di fare una scelta o dare una risposta.
Non c'è quasi mai veramente bisogno di più soldi, più fama, più successo, nè di altro. In qualsiasi momento è la mente  l'unico strumento indispensabile al conseguimento della vera felicità. Con la mente abbiamo una potenza inaudita che ci consente di compiere azioni e opere inimmaginabili. Usiamola e saremo più felici.
Inoltre bisogna capire quali cause producono in noi felicità o sofferenza, evitando che queste ultime possano verificarsi. Ogni istante della nostra vita in cui prendiamo decisioni o proviamo sensazioni, ci deve far riflettere e "allenarci" ad un "metodo" che è la via per provare una felicità quotidiana. Senza tuttavia dimenticare e accettare che la vita è fatta anche di sofferenze e dolori, am non per questo devono prevalere sul nostro stato d'animo. Per raggiungere un'autentica felicità direi che occorre mutare la propria ottica, il proprio modo di pensare. Una cosa non semplice perchè presuppone una disciplina interiore continua, impegnandosi appunto con la mente e con lo spirito a vivere in modo positivo quotidianamente. Ma se si ha costanza i risultati si ottengono.

domenica 27 dicembre 2009

Sulla vita

Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro: giunti al momento estremo, tardi comprendono di essere stati occupati tanto tempo senza concludere nulla.

Seneca

venerdì 25 dicembre 2009

Il doppiopetto ? E' la rivincita dei sarti

Ritorna il doppiopetto finalmente. Dopo tanti anni è nuovamente un capo del guardaroba maschile. Per me lo è sempre stato in verità, ma questo abito è dovuto passare più volte sotto le "forche caudine" di un ostracismo dettato da stereotipi e luoghi comuni che ne hanno fatto, nel tempo, un capo che potevano indossare solo i gangster prima o gli uomini di destra poi.

In realtà il doppiopetto è normalmente utilizzato da uomini a cui viene riconosciuta indubbia eleganza: da Gianni Agnelli - immortalato anche in una famosa foto che lo ritrae con un paio di calzature riprese proprio nella collezione di quest'anno dalla Tod's - a Diego Della Valle appunto, da Cary Grant a Matteo Marzotto o Luca Cordero di Montezemolo, senza dimenticare uomini politici come Mario D'Urso e molti altri.

Il doppiopetto è la rivincita dei sarti. Si, perchè per essere bello questo capo deve essere realizzato in un certo modo per non rendere ridicolo e ingessato chi lo indossa. Il rigato, anche evidente, si può osare in questi casi - soprattutto nelle tonalità del blù - ma sono stupendi anche i gessati grigi, nelle tonalità del chiaro soprattutto per la primavera e naturalmente le tinte unite classiche.

L'importante è che le stoffe siano morbide, le spalle non troppo imbottite, i revers siano grandi e le pattine delle tasche vanno nascoste. Per questi motivi il doppiopetto si può definire "la rivincita dei sarti", perchè il loro confezionamento non arriva mai al prodotto perfetto, contrariamente a quelli industriali che però sono assolutamente ineleganti perchè freddi, tutti uguali e rigidi.


Lino Ieluzzi
Un altro luogo comune che accompagna questo capo è quello che sia un abito che "intozza". Niente di più falso, se fatto - ripeto - con le giuste "regole", slancia la persona e in più è considerata anche una "dinner jacket" per cui può essere usato tutto il giorno e consente di presentarsi poi ad un aperitivo o ad una cena, in particolar modo se si utilizza la camicia bianca.
E' molto elegante, seppur sportivo, anche indossato con un lupetto o un maglioncino a girocollo.

Uno dei negozi in Italia, conosciuto nel mondo, vero e proprio "regno" del doppiopetto è Al Bazar di Lino Ieluzzi a Milano. Più di trent'anni di esperienza ne fanno un tempio non solo della moda, ma ancor più del gusto, del particolare anche eccentrico che fa la differenza, di uno stile innato che si respira nelle stanze e dalle sue parole. Fatevi guidare dalla sua esperienza se gli fate visita.

Tutte le immagini sono tratte da The Sartorialist

giovedì 24 dicembre 2009

Natale

Nasce un dio. Altri muoiono.
La verità non è venuta nè fuggita: è cambiato l'Errore.
Abbiamo ora un'altra eternità e quello che è passato era sempre migliore.

Fernando Pessoa

2 aforismi che faccio miei da tempo

Se permetti a te stesso di essere indisciplinato nelle piccole cose, probabilmente lo sarai anche nelle grandi.

Non c'è niente di meglio che scrivere per obbligarti a pensare e per riordinare le idee. Se non riesci a scriverlo, allora non ci hai pensato davvero.

Warren Buffet

mercoledì 23 dicembre 2009

La fede è ancora viva nel cuore degli uomini

“La fede è ancora viva nel cuore degli uomini”, si disse il prete allorchè vide la chiesa affollata. Erano tutti lavoratori del quartiere più povero di Rio de Janeiro, e quella notte si erano riuniti lì con un unico scopo: ascoltare la Messa di Natale. A quel pensiero, provò una sensazione di contentezza. Con passo solenne, si diresse verso il centro dell’altare. Fu allora che udì una voce. Diceva : “A,b,c,d,…”. Gli sembrò la voce di un bambino – che disturbava la solennità della funzione. Tutti si voltarono nella sua direzione, infastiditi. Ma la voce non s’interruppe: continuò a ripetere: “A,b,c,d,….”.
“Adesso smettila!” disse il prete.
A queste parole il ragazzino parve uscire da uno stato di trance. Spaventato, guardò le persone intorno e arrossì per la vergogna.
“Perché ti comporti così? Non ti rendi conto che disturbi la cerimonia?”.
Il bambino abbassò il capo; le lacrime velarono i suoi occhi.
“Dov’è tua madre?” lo incalzò il prete. “ Non ti ha insegnato come ci si comporta durante la Santa Messa?”.
Con il capo chino, il ragazzino rispose: “Mi scusi, padre, ma io non so come si prega: non ho mai imparato a farlo. Sono cresciuto nelle strade, senza padre né madre. Oggi è il giorno di Natale, e io ho sentito il bisogno di parlare con Dio. Ma poiché non so quale lingua capisce, ho pensato di pronunciare tutte le lettere che conosco, una dopo l’altra. Mi sono detto che, lassù, Lui avrebbe potuto prenderle e usarle per creare parole e frasi di Suo gradimento”.
Il bambino si alzò. “Adesso me ne vado, però”, disse. “Non voglio dare fastidio a tutte queste persone, a questa gente che sa comunicare molto bene con Dio”. “No, vieni con me”, replicò il prete. Prese per mano il ragazzino e lo condusse all’altare. Poi si rivolse ai fedeli:”Prima della messa, stasera reciteremo una preghiera particolare. Domanderemo a Dio di comporre le parole che desidera udire. Ogni lettera corrisponderà a un momento di quest’anno, nel quale siamo riusciti a compiere una buona azione, a lottare coraggiosamente per un sogno, o a pregare senza profferire verbo. Gli chiederemo di mettere in ordine le lettere della nostra vita, auspicando che esse Gli consentano di creare parole e frasi di Suo gradimento”.
Il prete socchiuse gli occhi e cominciò a recitare l’alfabeto. Alcuni istanti dopo, tutte le persone presenti nella chiesa stavano già dicendo: “A,b,c,d,……”.

Paulo Coelho

martedì 22 dicembre 2009

L'importanza dell'Umiltà

Penso che l'umiltà sia un atteggiamento interiore da coltivare, fondamentale, dal quale partire per compiere il proprio cammino di crescita personale. E' il gradino da cui sono partito convinto che potesse servire a raggiungere altre mete. Ne sono ancora convinto e cerco di non dimenticarlo mai. Umiltà deriva da humus, terra, che rimanda al concetto di radici, di radicamento, di profondità. Essere umili significa anche predisporsi a cercare le radici di ciò che mi circonda e coglierne il suo significato più profondo. Essere umili significa ammettere con serenità che al di sopra delle nostre certezze esistono, talvolta, altri punti di riferimento più alti e più importanti. Essere umili quindi significa accettare di buon grado che altri possano decidere con te o per te in alcune occasioni.
L'umiltà è anche un atteggiamento mentale, che non significa accettare qualsiasi cosa o prostrarsi a chiunque, utile per acquisire la giusta chiave di lettura delle cose, del mondo e delle persone che ci circondano. Con l'umiltà si può percorrere un lungo cammino imparando ad osservare e valutare con il giusto tempo e la dovuta attenzione. Viviamo in una società in cui l'umiltà non è considerata un Valore da molti, ma questo non mi scoraggia a continuare il mio viaggio...

domenica 20 dicembre 2009

Bar e ristoranti più liberi ma con i vincoli del buon gusto

di Marco Bellinazzo

Le liberalizzazioni sposano la qualità. Per pizzerie, birrerie, paninoteche, churrascherie e sushi bar inizia l'era dell'eco-charme.Dal prossimo anno la bellezza, la tranquillità e la sobrietà dei locali non rappresenteranno più soltanto una variabile estetica, ma saranno i fattori dai quali dipenderà la vita o la morte degli esercizi commerciali.
Questo mutamento genetico nella ristorazione e nella "movida" sarà una (non la sola) conseguenza della direttiva "servizi" (l'ex famigerata direttiva Bolkestein, quella dell'idraulico polacco pronto a insidiare le casalinghe di mezza Europa). Nelle pieghe del provvedimento con cui l'Italia si appresta a recepire le regole comunitarie c'è infatti una norma che provoca una rivoluzione nei criteri con i quali i comuni possono autorizzare o vietare l'avvio di nuove «attività di somministrazione al pubblico di alimenti e di bevande ».

Mentre, fino a oggi, i sindaci erano ancorati a rigidi parametri economici, in futuro, dovranno (e potranno) valutare le domande degli aspiranti proprietari e gestori di bar e ristoranti alla luce di più flessibili «indici di qualità del servizio». E, dunque, potranno bloccare o limitare l'inaugurazione di nuove strutture in base alla «sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità». Quindi, dai comuni potrà arrivare un legittimo «no» sia per salvaguardare le zone di pregio artistico, storico, architettonico, sia se si presenta il rischio che ulteriori flussi di avventori e clienti in cerca di svago incidano in modo negativo sull'ordine pubblico e peggiorino le condizioni di vita dei residenti, ledendone «il diritto alla vivibilità del territorio e alla normale mobilità ». E il divieto potrà (anzi, dovrà) scattare, secondo la direttiva ex Bolkestein, quando l'apertura di un nuovo negozio incrina «i meccanismi di controllo per il consumo di alcolici». Un ombrello legislativo che da Bruxelles protegge e rafforza le ordinanze che nei mesi scorsi, da Milano a Venezia, hanno tentato di frenare schiamazzi e intemperanze notturne.
Si porrà,d'altro canto,un argine al fioccare di provvedimenti proibizionisti, come quelli anti-kebab, spesso frutto della coloritura politica delle giunte, o di malintese tradizioni locali. Non si potrà più fare ricorso, viceversa, al contingentamento numerico dei locali o a criteri legati al reddito della popolazione residente e "fluttuante".
Più in generale, la direttiva servizi (lo schema del decreto di attuazione è stato licenziato dal Governo in prima lettura giovedì scorso, come riferiamo nell'articolo sopra) impatta in maniera significativa sul settore degli esercizi commerciali.
Per quanto riguarda le edicole, per fare un altro esempio, la direttiva indica l'opportunità di valorizzare sempre più la dia (la dichiarazione di inizio attività) per sostituire le autorizzazioni ai fini dell'apertura di nuovi punti vendita, eliminando anche in questo caso la verifica di natura economica, ovvero la prova dell'esistenza di un bisogno economico o di una domanda di mercato.
Il settore degli esercizi commerciali peraltro deve fare i conti – tranne che per la somministrazione di bevande ed alimenti rimasta sotto l'egida nazionale (legge 25 agosto 1991, n. 287) – anche con le competenze delle regioni, le quali in questi anni hanno emanato discipline sul fronte delle autorizzazioni e per individuare i requisiti per ottenerle.
Con la conseguenza che si è reso necessario il tentativo di uniformare le griglie di accesso e i parametri per l'esercizio. Anche per evitare il paradosso per cui il possesso di un diploma di scuola secondaria superiore autorizza all'esercizio dell'attività in alcune Regioni e non in altre, dove per esercitare si è costretti a frequentare un corso a pagamento e a sostenerne un esame di abilitazione.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il rimpianto

Il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Bisogna evitare soprattutto il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni.

Gabriele D'Annunzio

sabato 12 dicembre 2009

La buona notizia c'è ma non fa notizia

Maria Luisa Colledani

Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce: l'Italia di oggi, così divisa e in ansia, è lo specchio dell'aforisma di Lao Tse. Papa Benedetto XVI, nel suo discorso di martedì scorso per l'Immacolata Concezione, lo ha ricordato con grande forza: «Attraverso i mass media - ha detto il pontefice - il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci». Assuefatti alla banalità del male.

Il bene c'è: basta aprire gli occhi per trovarne nelle periferie delle città, tra i giovani e gli anziani, tra chi soffre e chi cura. Con tenacia.

Ci sono le aziende che affrontano le difficoltà quotidiane senza portare i loro denari nei paradisi fiscali. Lavorano nel silenzio, dal lunedì alla domenica e, di nuovo, dal lunedì alla domenica. Rispettano leggi e lavoratori, lanciano il cuore oltre l'ostacolo, credono nella sostenibilità ambientale per un mondo migliore, rinunciano agli utili e li investono nell'innovazione. Il passepartout del futuro: per essere pronti quando il mercato riprenderà.

Sì, basta aprire gli occhi per vedere le cooperative calabresi che si sono unite, hanno restaurato gli antichi telai della tradizione contadina e oggi creano tessuti preziosi con Santo Versace.

Si vede la voglia di futuro che è nelle aziende, nel sociale, nel mondo delle Università: i ricercatori - come dimostra il genovese Roberto Pontremoli che con la sua équipe ha sviluppato un test a basso prezzo per l'ipertensione - nonostante le sirene che vengono da oltreconfine, restano nei laboratori italiani e con le loro scoperte ci fanno sentire orgogliosi del nostro paese.

Il nostro dovere è raccontare la realtà così come la vediamo ogni giorno, con le sue storie belle e quelle meno edificanti: nell'Italia che si affaccia al nuovo decennio c'è tanto futuro.

giovedì 10 dicembre 2009

Credere per cogliere le opportunità

Imparare a credere nelle proprie possibilità, nelle proprie capacità per raggiungere uno scopo o un obiettivo prefisso nella propria vita. Convincersi di poter essere il migliore. La cosa più difficile perchè richiede un impegno quotidiano di continuo autoconvincimento, di autoincoraggiamento, l'uso di un linguaggio e di un pensiero positivi. Aiuta in questo anche il crearsi un ambiente domestico e di lavoro positivo, frequentare persone con il giusto atteggiamento, non troppo critiche e negative, rifiutare le persone invidiose, colleriche e negative perchè alla fine si appartiene alle persone che si frequentano.
Essere sempre aperto al nuovo e cercare di imparare qualcosa tutti i giorni. Tenersi aggiornato serve, non considerarsi mai arrivati.

Questo aiuta al cambiamento e permette di essere sempre pronto al "tuo momento". La vita è interessante anche per questo: non sai mai cosa ci può essere "dietro l'angolo" o quando potrà arrivare il treno giusto. Allora è necessario prepararsi con metodo, pianificare il proprio percorso in funzione degli obiettivi preposti, analizzare nel dettaglio come raggiungerli. Stare sempre attenti ed essere pronti a riconoscere e cogliere le opportunità. Mantenendo un atteggiamento positivo avremo più opportunità di cogliere le vere occasioni della vita. Ricordarsi in primis di dare, di farsi conoscere come risorsa preziosa, di acquisire valore: il mercato premia sempre. Ed infine assumersi le proprie responsabilità concentrandosi sul proprio lavoro, non su quello che fanno gli altri, non criticare e fare la gara su se stesso è la chiave di svolta della propria vita.

lunedì 7 dicembre 2009

Dimenticare lo scopo

Porre attenzione a ogni azione che faccio, concentrarmi, rimanere sull'azione dimenticandomi dello scopo.
Quando agisco senza un fine, senza alcuna aspettativa di ricompensa, l'azione stessa diventa un fine e la ricompensa è immediata.
Questa è l'essenza, tutto quello che c'è da sapere: fare è ricevere.

domenica 6 dicembre 2009

L'importanza della scelta del lavoro

Nessuna tecnica di condotta della vita lega il singolo così strettamente alla realtà come il concentrarsi sul lavoro, poichè questo lo inserisce sicuramente almeno in una parte della realtà, nella comunità umana...
L'attività professionale procura una soddisfazione particolare se è un'attività liberamente scelta...
Eppure il lavoro come cammino verso la felicità è poco stimato dagli uomini. Non ci si rivolge ad esso come altre possibilità di soddisfacimento. La grande maggioranza degli uomini lavora solo se spinta dalla necessità e, da questa naturale avversione degli uomini al lavoro, scaturiscono i più difficili problemi sociali.

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà