lunedì 10 dicembre 2012

Cultura e ricerca per guardare lontano

Sono stato invitato e ho accettato di venire qui perché sono convinto – e non solo per quello che riguarda me stesso, ma per la responsabilità che ricopro – che quando i padri costituenti hanno scritto la nostra Carta fondamentale non hanno immaginato per il Capo dello Stato un ruolo che si risolvesse (come si dice per i re in altri Paesi) nel tagliare nastri alle inaugurazioni. Ho ritenuto che il Presidente della Repubblica dovesse, secondo la nostra concezione costituzionale, prendersi delle responsabilità, senza invadere campi che non sono suoi: le responsabilità del Governo non sono quelle del Presidente della Repubblica, e viceversa. Ma credo di dovere sempre cercare di interpretare le esigenze, gli interessi generali del Paese, anche in rapporto a scelte del Governo – che rispetto, perché non posso assolutamente sostituirmi a chi ha la responsabilità del potere esecutivo – attraverso un dialogo al quale intendo dare il mio contributo.
Innanzitutto – se posso dire qualcosa a proposito del titolo di questa assemblea – forse «emergenza dimenticata» non è l'espressione più adatta. Perché non è una questione di emergenza: quando parliamo di cultura parliamo di una scelta di fondo trascurata in un lungo arco di tempo. E le questioni che abbiamo davanti oggi non sono nate un anno fa, con questo Governo; la scelta che auspichiamo per la cultura resta da fare perché non è stata fatta in modo conseguente per anni, per non dire per decenni, nel nostro Paese.
Il Manifesto del Sole 24 Ore e il Rapporto 2012 di Federculture ci dicono molto a proposito della cultura come motore o moltiplicatore dello sviluppo – questa espressione è ritornata anche nell'intervento del ministro Fabrizio Barca – perché quello che ci deve assillare è come rilanciare lo sviluppo nel nostro Paese: sviluppo produttivo, sviluppo dell'occupazione e, soprattutto, prospettiva di valorizzazione delle personalità e dei talenti dei giovani, delle giovani generazioni. Questo deve essere il nostro assillo. E dobbiamo sapere che la cultura può rappresentare un volano fondamentale per avviare una nuova prospettiva di sviluppo non solo in Italia ma anche, più in generale, in Europa.
Ho apprezzato anche il contributo che in questi documenti si dà a un'analisi delle diverse componenti della cultura, sotto il profilo delle ricadute sulla crescita dell'economia e concretamente sulla crescita del Pil. Lo ha fatto, in modo particolare, in un suo studio il professor Sacco, che ha individuato sette componenti: da un cosiddetto «nucleo non-industriale» alle industrie culturali e alle industrie creative, alla scienza e alla tecnologia, e ha misurato quale sia il peso occupazionale di ciascuna di queste componenti della sfera complessiva della cultura, e anche quale sia – cosa molto significativa – il grado di propensione all'export, e di successo nell'export, di queste componenti delle attività culturali.
Persiste in Italia – perché non è nata ieri – una sottovalutazione clamorosa di queste tematiche, di queste analisi, di queste ricerche: una sottovalutazione clamorosa da parte delle istituzioni rappresentative del mondo della politica, del governo nazionale, dei governi locali e anche di diversi settori della società civile. C'è una sottovalutazione clamorosa, quindi, delle conseguenze che invece bisognerebbe trarne sul piano delle politiche pubbliche; e non inganni la parola "pubbliche", perché politiche come quella fiscale vanno rivolte a sollecitare e rendere sostenibili anche iniziative private, del settore privato e del settore sociale: non si tratta di affidare tutto al pubblico, tutto allo Stato.
Comunque, a monte di tutte le carenze che qui sono state denunciate, di tutte le cecità di cui soffre la condizione riservata alla cultura oggi in Italia, c'è la scarsa consapevolezza – l'ho ripetuto anche qualche giorno fa – dell'importanza decisiva per il nostro Paese di uno straordinario patrimonio, «ben più largo – ha detto Giuliano Amato – di quello costituito dalle opere d'arte e tuttavia nutrito dallo stesso patrimonio genetico». Ma non voglio ritornare su questa accezione più larga, che il presidente Amato ha assai bene prospettato ed esemplificato. Riprendo invece la sua difesa della scelta dell'Assemblea Costituente. Difendo l'articolo 9 come uno dei principi fondamentali della Repubblica e della Costituzione, come scelta meditata, lungimirante e di sorprendente attualità; anche per come ha saputo abbracciare in due righe tutti gli aspetti essenziali del tema che ancor oggi dibattiamo (e voglio rendere omaggio a quei signori che sapevano scrivere in due righe una norma: sapevano scrivere in italiano le leggi, e innanzitutto la Legge fondamentale).
Vogliamo rileggerle, quelle due righe? Cito anche il primo comma, non solo il secondo: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» – e già questo è un accoppiamento che non dovremmo mai trascurare nei nostri discorsi: cultura e ricerca scientifica e tecnica. L'articolo quindi continua: «La Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ebbene, quanto oggi le istituzioni della Repubblica «promuovono» e «tutelano»? Promuovono e tutelano ancora pochissimo, in modo radicalmente insufficiente. Quale peso – ci dobbiamo chiedere, al di là delle proclamazioni – si sta di fatto riconoscendo a quel dettato costituzionale, e dunque a una corretta visione del rapporto tra cultura e scienza, da una parte, e sviluppo dell'economia e dell'occupazione dall'altra? Non vorrei ragionare soltanto in termini economici: quale peso si sta riconoscendo al rapporto tra cultura e scienza, ulteriore incivilimento del Paese, benessere dei cittadini misurato secondo nuovi indici qualitativi, valorizzazione dell'identità e del prestigio dell'Italia nel mondo? Perché non c'è soltanto da valutare quale aiuto diano alla crescita del prodotto lordo la cultura e la scienza, ma come esse siano parte integrante del nostro stare nel mondo, con il profilo e il prestigio che le generazioni che ci hanno preceduto hanno assicurato all'Italia.
In effetti, ripeto, si sta prestando a tutti questi fattori un'attenzione assolutamente inadeguata. E io ho posto, e ancora oggi intendo porre, questo problema in via prioritaria e di principio, cioè per quel che di per sé esso significa, prima di venire a considerazioni relative a temi di intervento legislativo e di finanza pubblica. Ma non eludo questi temi, e non esito a esprimermi con spirito critico anche nei confronti dei comportamenti dell'attuale governo nel suo complesso, pur conoscendo la sensibilità e l'impegno dei singoli ministri, e non perdendo di vista quel che l'Italia deve al governo del PresidenteMario Monti per un recupero incontestabile di credibilità e di ruolo in Europa e nel mondo.
Sappiamo – anche se qui non si tratta di fare i ragionieri, ma di ragionare politicamente: fare i ragionieri e ragionare sono due cose diverse – che è stato e resta necessario fare i conti con un livello di indebitamento pubblico raggiunto nel corso di decenni e con un grado di esposizione ai rischi del mercato dei titoli del debito sovrano nella Zona Euro, e quindi resta indispensabile perseguire obbiettivi rigorosi, in tempi stretti, concertati in sede europea, di riduzione della spesa pubblica e di contenimento della sua dinamica. Se non facciamo questo, a quale livello schizzeranno gli interessi dei nostri titoli pubblici? Quanto dovremo pagare? C'è anche tanta gente modesta che ha comprato buoni del tesoro: come facciamo a non rendere loro gli interessi che ci siamo impegnati a pagare e che rischiano di crescere? Oggi, dobbiamo pagare fino a 80 miliardi all'anno di interessi sul debito pubblico: che cosa potremmo fare anche solo con una piccola parte di questi 80 miliardi? Dobbiamo scrollarci dalle spalle questo peso insopportabile. E dobbiamo farlo perché altrimenti questi sono i casi e i modi in cui uno Stato può fallire, e non credo che possiamo giocare con questo rischio oggi e nel prossimo futuro, nel nostro Paese, chiunque governi e qualunque situazione politica e parlamentare esca dalle elezioni.
Però, io pongo una domanda, chiaramente molto problematica, anzi critica: ma è fatale che per riuscire in questo sforzo di risanamento della finanza pubblica si debba ancora procedere con tagli rilevanti a impegni di finanziamento in ogni settore di spesa, tagli più o meno uniformi o, come si dice – è diventato un termine abbastanza consueto – «lineari», senza tentare di far emergere una nuova scala di priorità nell'intervento pubblico, e quindi nella ripartizione delle risorse? Non credo, onestamente – pur avendo grande considerazione per chi deve far quadrare i conti pubblici: badate che non è uno scherzo per nessuno – che ciò sia fatale e che ci si debba arrendere a fuorvianti automatismi. La logica della spending review dovrebbe essere di ottenere risparmi di spesa, in qualsiasi settore, attraverso modifiche strutturali, modifiche di meccanismi generatori di spreco e distorsioni pesanti, e attraverso l'avvio di processi innovativi nella produzione di servizi pubblici e nella costruzione di programmi di intervento pubblico.
Questa logica dovrebbe però far salva un'attribuzione di maggiori risorse e finanziamenti da considerare finora sacrificati, a impegni che sono invece essenziali per una ripresa e una nuova qualificazione dello sviluppo del Paese. Si deve salvaguardare una quota accresciuta e consistente di risorse, pur nella generale riduzione della spesa pubblica, per cultura e ricerca, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Perché il contenimento della spesa pubblica e soprattutto della sua dinamica, e innanzitutto la riduzione della sua entità attuale, non comportano che non ci debba essere e non ci possa essere selezione. È molto arduo scegliere e dire: "questo sì e questo no", ma questa è la politica; la responsabilità della politica sta nello scegliere, nel dire dei «no» e nel dire dei «sì». E io credo che debbano essere detti più «sì» a tutto quello che riguarda la cultura, la scienza, la ricerca, la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio.
Qualche spunto specifico. Ritorno innanzitutto sulla ricerca scientifica, di cui ho detto qualche giorno fa in occasione della «Giornata per la ricerca sul cancro». L'Italia ha in campi fondamentali della ricerca tradizioni ed energie vive, dei talenti e un prestigio di cui molti, a ogni livello, nella sfera istituzionale e nell'opinione diffusa, non si rendono conto. Abbiamo dei tesori ignorati, delle capacità, un dinamismo di competenze e di passione per la scienza che vengono largamente ignorati. Parlo di talenti che operano anche fuori d'Italia: qualche giorno fa, in Quirinale, alla «Giornata per la ricerca sul cancro» c'era, fra gli altri, il professor Pier Paolo Pandolfi, un italiano che vive in America da vent'anni e da cinque dirige il Centro di Ricerca Oncologica di Harvard, uno dei più importanti al mondo, ed è venuto a dirci: voi avete tali istituti e tali talenti che dobbiamo lavorare insieme, io italiano dall'America e voi italiani in Italia.
Voglio parlare anche di quei tanti italiani che vivono e operano servendo in istituzioni di ricerca europee. Sono andato a Ginevra e ho incontrato centinaia di ricercatori italiani al Cern; sono andato a L'Aja, all'Estec, centro di ricerche e tecnologie spaziali: altre centinaia di italiani che sono andati lì anche poco dopo i vent'anni, dopo aver preso la laurea o il dottorato, e che sono chiusi tutti i giorni, dalla mattina alla sera – in luoghi che non sono Roma, che non sono belli come le nostre città – mossi non solo dalla passione per la ricerca e dall'impegno per onorare la tradizione scientifica del nostro Paese. È qualcosa che deve far riflettere profondamente, anche quando sentiamo dire: aiutateci, non solo con finanziamenti. Per esempio, i due centri che ho citato sono naturalmente finanziati dalle istituzioni europee, e noi – non ce lo dimentichiamo – siamo tra i maggiori contributori, e quindi contribuiamo a finanziare sia la ricerca spaziale, sia le ricerche del Cern; però, è giustissimo dire: "non solo questo, non solo i soldi, occorre dell'altro". Occorrono capacità operative, occorre liberarsi dal peso delle procedure burocratiche – lo ha detto bene e con forza Ilaria Capua – e anche dal peso crescente di una oramai impraticabile foresta legislativa e normativa che non fa che crescere da una settimana all'altra.
Abbiamo talenti e abbiamo istituzioni. E io mi domando – vi svelo un particolare – come sia stato possibile qualche tempo fa che un oscuro estensore di norme abbia preteso di redigere un articolo di legge che prevedeva la immediata soppressione di 12 istituti di ricerca. Il lavoro di questo signore è finito nel cestino, perché abbiamo cercato – non è vero, ministro Profumo? – di tenere insieme gli occhi aperti. Ma è una spia di che cosa può significare la peggiore mentalità burocratica quando è chiamata a collaborare a scelte di governo, che devono invece essere libere da queste incrostazioni.
Un secondo spunto: tutela del paesaggio e del patrimonio. Tutela, cura e valorizzazione del territorio, perché questo è qualcosa che spesso – ma la signora Ilaria Buitoni lo sa benissimo, e lo sa benissimo il Fai – sfugge: si pensa solo al costruito e non si pensa al dove si costruisce, alla messa in sicurezza del territorio. Quello che stiamo vivendo in questi giorni con le alluvioni, in tante parti del Paese, ci allarma. Sono stato mesi fa, dopo le alluvioni nelle Cinque Terre, a Vernazza, e – scusate se mi ripeto, ma certe volte è inutile inventare qualcosa di diverso – ho detto lì: «Abbiamo alle spalle una lunga storia di piani per la difesa del suolo, l'ultimo del 2010, con cui si stanziava credo un miliardo; ebbene, è una lunga storia di piani, di stanziamenti via via disgregatisi, persisi per strada, non portati a compimento. Questa è la dura storia, questa è la realtà. Quante volte abbiamo aperto questo capitolo, a partire dall'alluvione del 1966 a Firenze, e poi ce ne siamo dimenticati o lo abbiamo chiuso alla meglio, abbiamo rinviato a un successivo piano quello che non eravamo stati capaci di fare, realizzando il piano precedente! E questo rischio antico si è fatto più acuto, ha assunto dimensioni diverse, forme più violente perché siamo – piaccia o no – nell'epoca del cambiamento climatico». Oggi le alluvioni non sono quelle di sempre, le frane non sono quelle di sempre, e abbiamo bisogno di un impegno ancora più forte, ancora più determinato e soprattutto operativo. E non ci siamo: non ci siamo né nella comprensione del problema né nell'azione conseguente a tutti i livelli, innanzitutto – dico – a tutti i livelli istituzionali.
Ora, se mi consentite, io vorrei fare anche qualche osservazione per così dire di carattere "trasversale", cioè che riguarda tutti i settori di attività culturale a cui ci siamo riferiti. Le considerazioni da fare sono abbastanza semplici. Innanzitutto, dobbiamo assicurarci che ci siano anche comportamenti individuali e collettivi nuovi (ecco in che senso "educare", "far crescere" il Paese), perché ci sono – parliamoci chiaro – comportamenti che recano ingiuria e danno al nostro patrimonio monumentale, che non solo non si tutela ma spesso si lascia devastare, si lascia ferire, vandalizzare.
Abbiamo bisogno di comportamenti responsabili in questo senso; e abbiamo bisogno di comportamenti sensibili anche per quello che riguarda la spesa per i consumi, la spesa delle famiglie. Viviamo in un periodo difficile, perché si restringono le entrate disponibili per moltissime famiglie, c'è mancanza di lavoro, c'è cassa-integrazione, ci sono giovani che vedono un'ombra pesante sul loro futuro. Nello stesso tempo, proprio in questo periodo di restrizioni dure e obbligate, vediamo anche i segni di una evoluzione nuova nel costume, nelle scelte dei consumi. E il fatto che diminuiscono sì tanti consumi di beni durevoli o abituali beni di consumo, ma invece non diminuisca la spesa per la fruizione del patrimonio culturale, né la spesa per i musei, né la spesa per quel che riguarda la partecipazione ad attività culturali, e di arricchimento morale e civile, questo è un segno molto incoraggiante che noi dovremmo riuscire a generalizzare nella realtà del nostro Paese.
Poi c'è qualche cosa che non posso sottacere. Badate che in tutti i settori, anche in quelli che fanno capo ad attività culturali, occorrono scelte non conservative per quel che riguarda le strutture e per quel che riguarda le realtà che si sono venute accumulando e incrostando nel corso del tempo. Guai se dovessero prevalere atteggiamenti difensivi, di difesa e conservazione di tutto l'esistente; e anche, diciamo pure, guai se dovessero prevalere atteggiamenti puramente difensivi di posizioni acquisite in termini di categoria, in termini corporativi.
Abbiamo bisogno di innovare soprattutto nel senso – come giustamente si è detto – della sburocratizzazione e del miglior uso delle scarse o limitate risorse disponibili nel complessivo bilancio dello Stato. Non dobbiamo, in questo modo, farci imbrigliare: non tutto quel che c'è in ognuna delle nostre istituzioni che si occupano di cultura e di scienza è difendibile, non tutto è valido, non tutto è produttivo. E dobbiamo avere il coraggio di innovare, se vogliamo salvaguardare l'essenziale, la funzione e il futuro di queste nostre attività.
Infine – ma non entro nel merito e spero che oggi pomeriggio si sviluppi anche questa dimensione del dibattito – i soggetti: quali sono i soggetti che debbono entrare in campo per portare avanti una nuova politica, una nuova visione del ruolo della cultura in tutte le sue espressioni? Il ministro Barca ha detto provocatoriamente – però ha fatto bene – che non è questione di soldi, o non è solo questione di soldi. Penso che se io vi avessi detto: "non esiste nessuna questione di soldi", non mi sareste stati a sentire, perché una questione di soldi esiste, per la cultura, per la scuola, per l'università e per la ricerca; esiste, e l'ho già detto. Però esiste anche una questione fondamentale che si chiama capacità progettuale, realizzatrice e gestionale. Questo significa innanzitutto che abbiamo bisogno in questo senso di una nuova qualificazione delle istituzioni pubbliche. Per esempio le Regioni: non getto l'anatema sulle Regioni – ci mancherebbe altro – però dell'esperienza dei fondi europei per il Mezzogiorno dobbiamo sentire tutto il peso – stavo per dire la vergogna, ma non voglio esagerare – per non avere utilizzate risorse preziose o per averle utilizzate male. Credo che l'impegno con cui il ministro Barca si è messo all'opera per perseguire il recupero e la riprogrammazione delle risorse dei fondi europei determinando delle scelte sapienti – che hanno dato un posto di grande rilievo, per esempio, a progetti per la cultura, come per Pompei – sia uno dei segni positivi venuti da questo Governo, e dobbiamo incoraggiarlo. Soggetti istituzionali da riqualificare e soggetti del privato e del privato sociale da chiamare a raccolta, da stimolare: lei lo sa presidente Squinzi, io dico sempre che c'è un problema di più forte impegno negli investimenti pubblici e privati per la ricerca, e quindi anche da parte delle aziende, soprattutto di quelle maggiori, ma delle stesse medie aziende che oggi competono sul piano internazionale con successo in quanto hanno alle spalle non solo un'eredità – quella di cui ci ha parlato Giuliano Amato, il grande background della creatività italiana – ma perché hanno investito in ricerca e innovazione.
Abbiamo bisogno di investimenti privati, abbiamo bisogno di investimenti pubblici, abbiamo bisogno di mobilitazione nuova di soggetti sociali e cooperativi, anche adeguando – come ha detto la signora Buitoni – la legislazione italiana all'esigenza di valorizzare questi apporti.
Io capisco – voglio dirlo francamente – tante impazienze. Naturalmente, io ho fatto nel passato il "comiziante", e quindi sono abituato anche ad affrontare battibecchi in piazza, non soltanto cioè parlando io e prendendo gli applausi di chi mi ascolta. Ma oggi faccio un altro mestiere, e vorrei dire con molta pacatezza e senso di responsabilità: fate valere le vostre legittime preoccupazioni, esigenze, insofferenze, proteste, fatele valere con il massimo sforzo di razionalità e di responsabilità perché solo così potremo portare la cultura più avanti e il Paese fuori dalla crisi.




giovedì 6 dicembre 2012

Il potere generativo della forza, la via verso i “Guerrieri di Luce”


In una battaglia, chi vorresti al tuo fianco?

Bene… quella persona devi diventare tu.

L’energia e la forza hanno un potere enorme: creano.

La forza, nelle sue mille manifestazioni – fisica, mentale, progettuale – genera.

Può creare un mondo migliore. Così come la sua assenza uccide.

Un corpo morto è privo di forza. Un corpo ammalato ha poca forza. Un corpo pieno di forza può alzare un masso. Un corpo pieno di forza assieme ad una mente lucida e concentrata possono vincere le sfide più incredibili.

Quando entri in palestra o nel campo, che tu pratichi pallavolo, calcio, karate, kickboxing, davvero non importa cosa… ricorda sempre che stai andando a lavorare sul tuo corpo o sulla tua mente, per potenziarle, giorno dopo giorno, sino ad arrivare a toccare il cielo. Pensaci mentre compi il passo che separa il “fuori” dal “dentro”. Intendo proprio fisicamente. Considera quel territorio come un luogo sacro e ti ripagherà.

Pensaci mentre ti stai cambiando, o mentre indossi la tua divisa da allenamento. Se acuisci la tua percezione, sentirai lo stesso flusso di coscienza che provavano i guerrieri prima di una battaglia. E’ un rito ancestrale. E’ un omaggio alla forza e alla luce contro il male e il buio. Non a caso, un grande scrittore e pensatore (Coelho) ha chiamato le persone dotate di forza fisica e mentale “Guerrieri di Luce”.

Il “guerriero della luce”,  un’entità latente presente in tutti gli uomini, che si risveglia in noi quando vogliamo perseguire un sogno e comprendere il miracolo della vita.

Il “Manuale del guerriero della luce” è un libro di Paulo Coelho. Il volume, ad eccezione del prologo e dell’epilogo, è una raccolta di testi e include proverbi e pensieri criptici, estratti dal Tao Te Ching di Laozi e da Chuang Tzu, dalla Bibbia, dal Talmud e altre varie fonti ed è scritto sotto forma di brevi enunciati filosofici, che toccano direttamente l’essenza spirituale di chi persegue una causa o combatte. “Un guerriero della luce pensa contemporaneamente alla guerra e alla pace”.

Allora ti rendi conto che non stai solo giocando a picchiare un sacco, o fare un kata, o colpire un pallone a pallavolo, a calcio. Stai coltivando il tuo essere supremo, la tua luce interiore. Se lo capisci, tutto cambia.

L’energia personale trasuda da persone minute come Madre Teresa di Calcutta, così come da atleti fisicamente potenti che trovano lo spirito per salire sul ring, resistere a colpi massacranti e controbattere.

La troviamo in chi si dedica agli altri, a ricercare, ad esplorare l’universo o la mente. La troviamo in chi si impegna nell’aiutare gli altri.

Ogni giorno in cui ci dedichiamo energie alla nostra crescita spirituale, fisica, mentale, è un omaggio alla vita. La nostra forza aumenta.

E ogni volta che ne facciamo buon uso, qualcuno in cielo ringrazia.

Anche una pianta o un insetto sono immersi in questo viaggio chiamato vita, ma, a differenza di noi, non possono riflettere su di sé o sul senso da dare al viaggio. Se sia meglio o peggio per loro, non lo sappiamo. Ci sono pro e contro. Per quanto mi riguarda, dato che questa occasione che mi viene data una sola volta, voglio sfruttarla. E so che per lottare serve forza, quantomeno, forza di spirito.

Se ci è data una “possibilità” di farlo, non la dobbiamo sprecare.

È una possibilità che non tutti sfruttano: sviluppare piena autocoscienza su chi sei, chiedersi che significato ha il tuo esistere. Che valore hanno le tue azioni. Giorno dopo giorno.

In altre parole, la volontà di dare senso al tuo viaggio.

Per rendere positivo il viaggio ci sono tante cose da imparare. Alcune facili, alcune difficili. Credo sia bene imparare partendo dalle piccole cose.

Ad esempio, alzarsi la mattina. Alzarsi e sentire la “sacralità” del fatto di essere vivi non è solo un vago sentimento, ma è una competenza – una precisa competenza  o abilità mentale- qualcosa che quindi possiamo apprendere, possiamo sviluppare. Anche solo questa micro-competenza ci offre la grande possibilità di dare un “colore” del tutto particolare all’inizio di un giorno, vada come vada il resto della giornata. E se applichiamo questo atteggiamento all’intera vita, ne potranno emergere grandi cose.

Il gesto quotidiano dell’alzarsi con il quale iniziamo a rendere omaggio ad un viaggio che a noi è stato permesso, e a tanti è stato negato.

Di questo omaggio, la vita, dobbiamo essere fieri.

Quando passi dal fuori al dentro, e persino mentre ti avvicini al campo o alla palestra o al tuo Dojo, rifletti su questo. Senti la sacralità di ogni tuo passo, di ogni tuo respiro, di ogni tuo movimento.

Sai che non sei li solo per giocare. Sai che stai seguendo la tua “via” dove apprendi a migliorarti e potenziarti. Poi, dirigi la tua potenza verso fini positivi e per migliorare il mondo e aiutare cause giuste.

Per diventare guerrieri di luce, non serve altro.

Di: dott. Daniele Trevisani – Mental Trainer & Coach – 
Facebook address https://www.facebook.com/humanpotentialcoaching – Sito personale www.studiotrevisani.it


Note articolo:
© Articolo elaborato dall’autore, con modifiche, dai volumi di Daniele Trevisani “Personal Energy” www.studiotrevisani.it/hpm3 e “Il Potenziale Umano” www.studiotrevisani.it/hpm2 – Franco Angeli editore, Milano

sabato 1 dicembre 2012

Sempre il meglio

Innovare, lavorare sodo, svolgere il miglior lavoro possibile, curare i particolari. Mettici sempre del tuo per rendere possibili queste cose, non attendere che altri lo facciano al tuo posto.
È ricorda: sei sempre in competizione con le aziende fuori, non con i colleghi.

domenica 11 novembre 2012

Tradizione

Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco. (Mahler)

L'Italia deve fare l'Italia


Una crisi lunga e dura, aggravata dalla perdita di credibilità della politica e delle istituzioni. Per affrontarla l'Italia ha bisogno di pane ma anche di rose. Ha bisogno del pane di una buona politica in grado di fronteggiare, senza nulla nascondere delle reali difficoltà, i problemi aperti. Non solo il pesante debito pubblico ma i nostri mali antichi: l'illegalità e l'evasione fiscale, le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, il Sud che perde contatto, una macchina pubblica spesso inefficiente, una burocrazia soffocante.

Servono però anche le rose di una visione ambiziosa, non solo economica, che dia speranza al Paese e sia in grado di mobilitare le migliori energie. Di metterle in campo nelle sfide del futuro legate all'affermarsi nella politica e nell'economia mondiale di grandi Paesi che ne erano ai margini, ai cambiamenti tecnologici, alle questioni ambientali. Ma, per non essere velleitari, è necessario partire dal censimento e dalla messa in rete dei tanti talenti dell'Italia che c'è. Certo, guardandola con le lenti giuste, che non sono solo quelle delle agenzie di rating o della finanza internazionale. Uno sguardo che non sia pigro, vecchio o ostile. Perché, per dirla come Proust, «un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi». 

È quello che in questi anni cercano di fare la fondazione Symbola e Unioncamere, in particolare con il rapporto Green Italy. I risultati sono di grande interesse per chi non voglia farsi ipnotizzare dal mantra del declino e della delocalizzazione. Emerge un'Italia che, pur nelle difficoltà del momento, ha accettato la sfida del cambiamento, facendosi forte dei nostri cromosomi antichi. In cui la green economy va oltre i più classici settori delle fonti rinnovabili, dell'efficienza energetica, del ciclo dei rifiuti e della protezione della natura. Un filo verde che attraversa, innova e rende più competitivi, tutti i settori della nostra economia, compresi quelli più tradizionali del Made in Italy, incrociando high-tech e territori, cultura e bellezza. Un'Italia dove il saper fare artigianale si sposa con l'innovazione e la banda larga. Del resto, diceva Mahler che «tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco».

Decine di migliaia di imprese dal Nord al Sud in questi anni stanno investendo in tecnologia e prodotti green. Rappresentano il 23,6% delle imprese industriali e terziarie e sono spesso le più vitali. Il 37,9% delle imprese che investono in ecosostenibilità hanno introdotto innovazioni di prodotto e di servizio, contro il 18,3% delle altre. Il 37,4% delle imprese green esportano, contro il 22% delle imprese che non investono nell'ambiente. È sempre da queste imprese vengono quest'anno circa il 38% delle assunzioni previste. In alcuni casi, come nelle fonti rinnovabili o nel credito di imposta del 55% per il recupero energetico nell'edilizia, la politica ha favorito tali processi. In molti altri no e a innescarli non è stata solo una nuova sensibilità ambientale ma la ricerca di nuovi spazi per innovare e rendere più competitivo il Made in Italy. 

In alcuni casi questi processi, per le imprese di piccole dimensioni, sono stati favoriti da nuove reti. In altri hanno giocato un ruolo importante nel creare nuova economia le amministrazioni locali. È accaduto ad esempio nella Pollica di Angelo Vassallo: quasi sempre buone pratiche amministrative legate all'ambiente si sposano con innovazioni tecnologiche e valorizzazione dei talenti e dei territori.
C'è stata in Italia una provinciale disattenzione per le motivazioni che hanno spinto il sindaco di New York, Michael Bloomberg ad annunciare il suo endorsement per Obama in quanto più capace di affrontare il grande tema dei mutamenti climatici. Una disattenzione ancora più miope perché da noi le scelte per la sostenibilità, che incrociano stili di vita e innovazione, qualità e bellezza sono un formidabile strumento per rimanere e rafforzare quella domanda di Italia che affiora ovunque nel mondo, ma che non è certo una rendita acquisita. Sembra quasi un ragionamento scontato ma non è così né in politica né in economia. 

Mi ha colpito la battuta su Firenze, in seguito parzialmente smentita, di Sergio Marchionne irritato dagli sferzanti giudizi del sindaco Renzi su Firenze. Mi ha ricordato quei film di fantascienza degli anni Cinquanta, nei quali si individua l'alieno ostile dall'improvviso emergere di un particolare, il colore degli occhi, un'anomalia anatomica. Se si pensa a Firenze come a «una città piccola e povera», diviene più difficile produrre in Italia belle auto o vendere automobili italiane all'estero. 
Il presidente Monti nelle scorse settimane ha parlato dell'importanza del soft power per il nostro Paese, come base anche di un'economia competitiva, quella che chiamiamo soft economy, e dell'opportunità che Expo 2012 sia una vetrina formidabile del saper fare italico in versione green. Non mi pare francamente che questo disegno traspaia dalle scelte del Governo. La visione, le rose, di cui il Paese ha bisogno non sono però appannaggio solo di un Governo, dei partiti o dei media. 

Potremmo affrontare con successo le difficili sfide dei prossimi 150 anni se sapremo muoverci insieme senza lasciare indietro nessuno, metterci in gioco senza perdere la nostra anima. Green Italy dimostra che siamo in grado di combattere la crisi, che le radici del futuro sono potenzialmente forti ma che vanno individuate e curate. C'è spazio per noi in un mondo che cambia, se l'Italia fa l'Italia.

giovedì 8 novembre 2012

Carpe diem

Per cogliere l'attimo occorre non avere rimpianti. I rimpianti sono zavorre che ci tengono legati al passato quando invece occorre andare avanti.

Il passato è passato e non possiamo cambiarlo. Se commettiamo uno sbaglio non vale la pena rimpiangerlo.
Bisogna procedere oltre.

mercoledì 31 ottobre 2012

L'eloquenza del silenzio

L’unica forma di silenzio che ci resta è infilarci le cuffie dell’iPod. Ma non è silenzio, è isolamento, una sottile forma di autismo sociale. Prima o poi, però, bisogna fare i conti con il silenzio; finora ci ha rubato troppo tempo il rumore. Ricordo che una decina di anni fa il «New York Times» aveva sigillato in un disco di nichel i suoni più rappresentativi del ventesimo secolo in modo tale che, nel 3000, i nostri discendenti potessero riascoltare la colonna sonora del chiassoso Novecento.

La «capsula del tempo», però, riservava una sorpresa: al posto di Elvis Presley, dei Beatles, dei Rolling Stones, di Bob Dylan, di Bruce Springsteen c’erano solo i rumori di un tosaerba, di un elicottero, di un motore a scoppio, di un ascensore che si ferma al piano, di un aereo che decolla, di uno sciacquone, di un clacson e altri simili. Rumori della quotidianità, rumori spesso fastidiosi, esasperanti, intollerabili. Come mai? Le case discografiche non avevano voluto concedere il copyright delle canzoni che avevano segnato la cultura musicale del secolo. Così l’astuzia della storia si era presa una rivincita decretando l’esecrato rumore come vero timbro sonoro dei nostri anni: il suono del lavoro, della vita che pulsa, della tecnica ma anche dell’insensibilità, della sparizione del silenzio.

Quando assisto a certi talk show mi viene da invocare il ripristino dei «silentiares». Nelle corti imperiali bizantine del IV secolo erano guardie che tutelavano il silenzio nella sala colloqui: la parola era sottoposta a rigido controllo, guai a sgarrare! Già, il silenzio riusciamo a definirlo solo attraverso il suo opposto.

Ne Il silenzio del corpo, Guido Ceronetti scrive che «chi tollera i rumori è già un cadavere». Per questo sono rimasto colpito da una notizia: nel Sussex un parroco ha registrato il silenzio della chiesa e ne ha prodotto «la sua pace» su cd. Trenta minuti di silenzio, registrato all’interno di una chiesa anglicana della campagna inglese, da riascoltare a casa per rivivere l’atmosfera sacra e accogliente di un edificio di 900 anni fa. Il cd si intitola The sound of silence (Il rumore del silenzio) come la vecchia canzone di Simon & Garfunkel (ma, prima, ci si doveva accontentare de La voce del silenzio cantata da Mina: «Ci sono cose in un silenzio che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto…»).

Non avendo orecchio musicale, ho letto senza troppo costrutto le teorie sul silenzio di John Cage; una cosa però mi è rimasta: il silenzio non è un’assenza, non è un vuoto, il silenzio ha una sua grammatica, una sua pienezza. Il rapporto fra rumore e silenzio ricorda molto quello fra memoria e oblio. Che è uno dei nessi più inestricabili e complessi che la storia della cultura occidentale abbia tramandato; nei racconti, nelle manifestazioni, nelle polverose teche tutto sembra parlare a favore della memoria, la quale, a differenza dell’oblio, gode di una trattatistica esuberante. Una sorta di mitologia cupa avvolge invece le pianure dell’oblio e da sempre assistiamo alla lotta sorda che l’oblio combatte per riscattare la sua fama compromessa. E infatti Baltasar Gracián diffida della memoria nemica del silenzio, delle tenebre, del segreto.

Non avendo neppure particolare attitudine filosofica, non oso affrontare i «sovrumani silenzi» e la «profondissima quïete» di cui parla Leopardi, raccogliendo piuttosto il sacrosanto invito di Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Il silenzio è anche una forma di rispetto nei confronti della conoscenza cui invano aspiriamo, è accettazione della propria limitatezza.

Mi basterebbe capire perché non siamo più capaci, quando capita, di osservare un minuto di silenzio negli stadi o perché nel corso di un funerale ci abbandoniamo all’applauso. Il silenzio non ci appartiene più, non lo riconosciamo. Per esprimere quella cupa, muta e sorda ebetudine che tramortisce quando le grandi disgrazie premono, ci abbandoniamo a una sinistra euforia: sfogarci, applaudire.

Nel libro Per una storia del silenzio (edito da Mursia) Sergio Cingolani avverte che «più della metà della popolazione mondiale vive in ambienti con un livello medio di rumorosità superiore a 60 decibel, quindi assai lontana dalla possibilità di poter godere degli effetti del silenzio». Non conosciamo più cosa sia il silenzio, nemmeno nella quiete della campagna o della montagna: c’è sempre qualche fanatico del motocross che ci vuol far sapere che esiste.

Il capitolo più interessante del libro mi è parso quello dedicato al silenzio nelle regole monastiche. In quelle di Benedetto (480-547) sta scritto: «Facciamo quello che dice il Profeta: “Ho detto: custodirò le mie vie per non peccare con la mia lingua; ho posto una custodia alla mia bocca, ho tenuto il silenzio, mi sono umiliato e ho taciuto…». Dalla sua cella il monaco non può né vedere né sentire il suo vicino, l’architettura monastica è fatta per proteggere il silenzio, la meditazione, la taciturnitas. Il silenzio è una grande cerimonia, una liturgia. Dio giunge nell’anima che fa regnare il silenzio dentro di sé, ma rende muto chi si perde in chiacchiere.

La cultura laica pare poco interessata al silenzio. Per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (maggio 2012) Benedetto XVI ha invece inviato un messaggio dedicato proprio al silenzio: «Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero». Il Papa non ha proposto il silenzio come alternativa all’impegno nella comunicazione, non ha chiesto di spegnere la «musica passiva» (la musica non richiesta che ci assilla nei negozi, nei locali pubblici, negli ascensori, nelle spiagge…), non ha improvvisato una di quelle lezioni per dummies o per manager in cui ci viene spiegato, da una pubblicistica improvvisata, che «in una società in cui tutti parlano, tutti tentano di esprimersi sovrapponendo la propria voce a quella degli altri e in cui gli stimoli dei soggetti emittenti si moltiplicano spesso senza raggiungere i destinatari del messaggio i l rischio dell’incomunicabilità cresce a dismisura». No, ha voluto ricordare che il silenzio parla, anche nelle moderne forme di comunicazione. Il silenzio è una scelta e a volte può essere l’espressione più eloquente della nostra vicinanza, della nostra solidarietà, della nostra attenzione verso un’altra persona.

Sul mistero del silenzio Gianfranco Ravasi ha scritto: «Il silenzio per sua natura è una realtà radicalmente ambigua. Da una parte esiste il cosiddetto “silenzio nero”, che è l’assenza dei suoni, delle voci. Nella Bibbia si legge: “Quando Diomaledice un popolo, fa cessare il canto dello sposo e della sposa”. Cassiodoro, nel VI secolo, scrisse nelle Istituzioni una frase folgorante e straordinaria: “Se voi continuerete a commettere ingiustizia, Dio vi lascerà senza la musica”. Dall’altra parte invece esiste il cosiddetto “silenzio bianco”. Nelle religioni è fondamentale il nome di Dio: da dire, da invocare. Israele, nell’Antico Testamento, introduce l’idea che vada taciuto. Il profeta Elia va sul monte Sinai per ritrovare le radici della sua vocazione e vuole scoprire Dio con l’imperio, abituale, della teofania: i tuoni, il terremoto che sommuove la terra, le folgori che scorticano gli alberi… Invece lo scopre nelle frase: “E alla fine ci fu il mormorio di un vento leggero”. In ebraico abbiamo soltanto tre parole: “voce, silenzio, sottile”. Dio è una voce di silenzio sottile. Da lì in avanti comincia la grande via del “silenzio bianco”, che non è assolutamente il terrore di star soli. L’uomo di oggi non è più capace di star solo perché ha sempre davanti il vuoto».

Sarebbe interessante affrontare un’estetica del silenzio. In Forme del parlare, il sociologo Erving Goffman capovolge il senso comune e sostiene che «il silenzio è la norma e parlare è qualcosa che esige una giustificazione». Come molti della mia generazione, sono cresciuto frequentando i cineforum, guardando i film di Ingmar Bergman, in particolare la cosiddetta «Trilogia del silenzio di Dio» (Come in uno specchio, 1961, Luci d’inverno, 1961, e Il silenzio, 1963), dominata dal tema dell’incomunicabilità. Il silenzio di Dio si riflette nel silenzio degli uomini e delle donne, lascia spazio alla violenza fisica e verbale. Ne Il silenzio Anna ed Ester sono due sorelle che stanno tornando dalle vacanze assieme a Johan, il figlio adolescente di Anna. La loro meta è la Svezia ma devono attraversare un Paese sconosciuto sull’orlo della guerra. Il rapporto conflittuale tra le due donne esplode e dopo l’ennesimo litigio Ester, gravemente ammalata di tubercolosi, viene abbandonata dalla sorella al suo destino. Ma la vera tragedia è che Dio tace perché è l’uomo ad aver stabilito le regole di questo dialogo, ad aver fissato la misura delle sue richieste. Parliamo, cerchiamo affannosamente il rumore perché copra il silenzio che più ci spaventa.

Il silenzio ci appare oggi come un vuoto angoscioso, così angoscioso da preferirgli il rumore, il chiacchiericcio, persino l’acufene, la vera colonna sonora della modernità. Eppure, la nostra epigrafe sarà solo quella dettata da Ceronetti: «La vita rimescola dati e dadi; l’ultima parola, su tutto, la dirà il silenzio».

Aldo Grasso - La lettura - Corriere della Sera

martedì 30 ottobre 2012

Verrà un giorno in cui occorreranno i filosofi per governare il mondo

Verrà un giorno in cui occorreranno i filosofi per governare il mondo. Questo sogno di Socrate mi ha sempre attratto con il suo fascino. Impresa umanistica, etica e produzione... Mi era sempre più difficile rinunciare a una interpretazione del lavoro e dell'azione umana che non fosse fondata sulla positività e sulla fiducia nel domani.
Oggi vediamo che la politica mondiale, le grandi religioni monoteistiche e il pensiero filosofico sostengono la necessità di un ritorno all'Etica in ogni forma di attività.
Non a caso il nuovo orientamento dell'economia va puntando proprio sulla valorizzazione dell'uomo come mezzo per migliorare l'impresa e darle un senso che travalichi il mero profitto: è ciò che Brunello Cucinelli chiama "Bene supremo". Un'innovatore dunque, o, più concretamente, un imprenditore che ha saputo anticipare la tendenza globale .
Nella "impresa umanistica" di Solomeo si lavora perseguendo un identico obiettivo, ma soprattutto si avverte una scala di valori non materiali nella quale ci si riconosce come parte dell'intera azienda.

L'Etica - Brunello Cucinelli

domenica 28 ottobre 2012

Rolex, è tempo di etica e valori

NON VOGLIAMO ESSERE IDENTIFICATI CON IL LUSSO” DICE IL CEO MARINI SPIEGANDO LA STRATEGIA DEL GRUPPO DI PROMUOVERE CULTURA,COME A LOSANNA CON IL LEARNING CENTER, ED EVENTI CHE STIMOLINO LO SPIRITO DI TEAM, COME LA REGATA DI SANTA MARGHERITA.

Eisenhower, Churchill, e Che Guevara si accontentavano di indossarne uno per volta, solo polso sinistro. Fidel Castro preferiva averne due, uno per braccio, condizione indispensabile per leggere l’ora esatta di Mosca e quella di Cuba. Personaggi diversi per cultura, ideologia, uniti dalla scelta dell’orologio. E’ così che si è consolidata la forza di Rolex di creare un prodotto trasversale alle mode. Un’avventura cominciata all’inizio del secolo scorso con Hans Wilsdorf, un tedesco cresciuto con un pallino: rivoluzionare le vecchie abitudini per leggere il tempo. Mai più orologi da taschino, ma da polso, da chiamare con un nome semplice, d’effetto, che fosse pronunciato nello stesso modo in tutto il modo. Oggi Rolex continua ad accompagnare fuoriclasse del tennis, del golf, della vela, senza rinunciare a formule innovative, come quella della Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, che ha richiamato lo scorso week end a Santa Margherita Ligure oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata aagli svizzeri dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne: «La Rolex è molto attenta al mondo dei giovani - spiega Gian Riccardo Marini, ceo di Rolex - nel ‘76 ha creato il Rolex Award for Enterprise, negli ultimi anni è nata l’edizione per i giovani tra i 18 e i 30 anni, per nuovi progetti innovativi rivolti al miglioramento della vita, dall’ambiente alla scienza,
e la prossima edizione del 27 novembre sarà a Nuova Delhi, in India, un paese dove si può fare moltissimo. Per l’arte c’è Rolex Mentor and Protégé Arts Initiative, per dare l’opportunità a giovani di talento di esser seguiti da grandi maestri, come ad esempio Martin Scorsese per il cinema, Anish Kapoor per l’arte e Kazuyo Sejima, Premio Pritzker, per l’architettura. A Losanna nel Politecnico è stato creato il Rolex Learning Center, una biblioteca mediatica aperta anche al pubblico. Con la regata di Santa Margherita oltre alla competizione sportiva abbiamo voluto creare un’opportunità per far incontrare i futuri manager internazionali non solo in ambito accademico, e farli riflettere su tematiche economiche internazionali». Non ci piace esser identificati con il lusso, ma se rientriamo in questa fascia, vorrei sottolineare che il nostro obiettivo non è creare uno status symbol - aggiunge Marini - bensì un orologio che ha successo per i suoi valori reali, intrinseci». Nei giorni di Santa Margherita oltre alla vela, Rolex ha organizzato “Rethinking the future: Profitability, Sustainability, Innovation reinvented”, la conferenza moderata da Maurizio Dallocchio, ordinario e titolare della Cattedra Nomura di Finanza Aziendale, tenuta da due imprenditrici, Marina Salamon, e Penny Power, impegnate sui grandi temi al centro dell’economia mondiale, che in tempi di crisi stanno cercando nuovi equilibri per un’etica possibile. Ma anche un modo per capire cosa pensano le nuove generazioni. Dalle risposte ai quesiti di un sondaggio emerge un po’ di ottimismo. I tre quarti degli studenti ha fiducia nell’euro; mentre, a proposito della crisi, il 50% pensa che finirà entro 12-18 mesi. La Rolex Mba’s Conference & Regatta, organizzata dallo Yacht Club Italiano e dallo Sda Bocconi Sailing Club, ha richiamato oltre 400 studenti da 60 paesi. La vittoria è andata all’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne.

Bettina Bush su Affari & Finanza

domenica 21 ottobre 2012

EL-ALAMEIN

70 anni fa la battaglia di El-Alamein.
Come scritto sulla lapide sul luogo: mancò la fortuna non il valore.

sabato 20 ottobre 2012

La preghiera

''La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene. E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare'' (Benedetto XVI - Omelia 8 gennaio 2012).

martedì 9 ottobre 2012

L'Etica

L'Etica è quella serie di regole non scritte che, se applicate, ci rendono persone migliori.

mercoledì 3 ottobre 2012

Diversità, risorsa per il bene comune, riflessioni su “La vita buona”


Da anni è in atto un processo di meticciato di civiltà, che sta trasformando, non senza difficoltà, la nostra società. La Chiesa accompagna tale processo favorendo l’accoglienza totale dell’altro in quanto persona. Compito diverso quello dello Stato, chiamato a governare la società in vista del bene comune.


Quella che storicamente è sempre stata la vocazione di Milano, essere un crocevia di popoli e di culture – l’etimologia più probabile di Mediolanum è, infatti, terra di mezzo –, oggi si sta rapidamente estendendo anche alle altre città d’Italia. La nostra – dicevamo la volta scorsa – è sempre più una società plurale in cui convivono etnie, religioni, culture e mondovisioni diverse. «Meticciato di civiltà » è l’espressione che mi è sembrata la meno inadeguata per definire il processo che stiamo vivendo. Un dato di fatto con cui tutti dobbiamo fare i conti, non un progetto studiato a tavolino. La storia avanza, infatti, per processi che non ci chiedono il permesso di accadere. E la nostra fede ci insegna che il cammino della storia, spesso segnata dal male, non è abbandonato in balìa di un caso maligno e capriccioso, ma saldamente tenuto dalle mani di un Padre, secondo il suo disegno – misterioso ma buono –, fino al definitivo compimento. Certo non si dà mai «meticciato» senza traumi, in modo indolore. Ogni incontro tra popoli, etnie, tradizioni religiose e culturali diverse porta con sé fatiche, contraddizioni e sofferenze.

La stessa parola in-contro, fatta da due preposizioni di segno opposto, racchiude in sé una drammatica tensione tra avvicinamento e allontanamento, tra accoglienza e rifiuto. La storia dei nostri emigrati del primo Novecento, con il pesante carico di dolore ma anche di esaltanti novità che ha comportato, è lì a documentarcelo. Ma la storia della Chiesa, fin dal suo inizio, testimonia che l’unità che Cristo è venuto a instaurare è più forte di ogni divisione. «Non c’è più giudeo né greco – scrive Paolo nella Lettera ai Galati – ma tutti noi siamo uno in Cristo Signore» (Gal 3,28). In forza della vita nuova che è entrata nella storia con la risurrezione del Signore, le diversità non devono più essere messe tra parentesi o eliminate, ma si rivelano come una risorsa per la costruzione del bene comune, di quella civiltà dell’amore di cui il Beato Giovanni Paolo II è stato instancabile annunciatore in tutto il mondo. Nella mia esperienza di pastore, a Venezia prima e ora a Milano, ho potuto verificare la straordinaria fecondità di questa elementare verità della nostra fede. I luoghi e le opere da essa generati (scuole, oratori, iniziative nate dall’inesauribile inventiva della carità, ma anche famiglie cristiane, comunità religiose…) sono bozzetti di società nuova, in cui si impara ad amare l’altro per se stesso. Gratuitamente, senza volerlo plasmare a nostra immagine e somiglianza, per il semplice motivo che Dio lo ha voluto e se ne prende cura, come fa con ciascuno di noi. Da qui ha origine la curiosità di conoscere l’altro, con la ricchezza della sua umanità e della sua storia, l’instancabile ricerca del dialogo, la condivisione paziente e tenace della vita, nel dono di sé.

Ho ancora negli occhi le toccanti immagini del film Uomini di Dio sul sacrificio dei sette monaci di Thibirine. Sapientemente il regista sceglie di mostrare, come paradigma della loro testimonianza, non tanto la scena del sequestro che li condurrà all’effusione del sangue, ma le scene della vita quotidiana, ritmata da preghiera e lavoro – e, soprattutto, totalmente spesa nel dono di sé a Dio e ai fratelli – dai monaci convocati nella stessa compagnia vocazionale e solidali con gli uomini e le donne del villaggio musulmano con cui condividevano la vita. Quello che ho cercato di descrivere è il compito, irrinunciabile, della comunità cristiana davanti al frangente storico fortemente segnato dal fenomeno dell’immigrazione in cui siamo chiamati a vivere. Sarebbe ingenuo, e ultimamente sbagliato, pensare che lo Stato abbia lo stesso compito. Lo Stato, assecondando i criteri della sussidiarietà e della solidarietà di cui abbiamo già parlato, ha un compito diverso e complementare. Quello di governare, ordinandola, la vita della società civile per favorire il bene comune. 



domenica 23 settembre 2012

Il social media logora chi non ce l'ha

Il mondo è diventato comunicazione, chi non ha accesso ai nuovi strumenti
è tagliato fuori

Perché si parla tanto di social media (da domani al centro di una manifestazione internazionale che per l’Italia sarà ospitata a Torino)?

Circa vent’anni fa l’inventore del web, Tim Berners-Lee, progettò il web in modo che fosse strutturalmente «read/write», ovvero, «leggi/scrivi». In altre parole, il web nasce come una biblioteca i cui scaffali possono essere arricchiti da chiunque voglia contribuire, senza filtri all’ingresso. E non solo con libri e riviste, ma anche con diari, manifesti, lettere, fogli sparsi e semplici bigliettini. Si tratta di un cambiamento radicale del concetto tradizionale di «pubblicazione», un cambiamento col quale stiamo facendo ancora i conti.

Per pubblicare su Internet, però, occorre avere a disposizione un computer specializzato detto server web. Poiché purtroppo non è agevole avere un proprio server, a inizio secolo alcuni imprenditori iniziano a offrire spazio - a basso costo o addirittura gratuitamente - sui propri server. Per gli utenti è come accedere a scaffali gratuiti invece di doversene procurare di propri, una semplificazione molto gradita. Nascono quindi le prime piattaforme online che nel giro di pochi anni permettono dapprima la rapida diffusione dei blog e poi anche di fotografie e video. Naturalmente il servizio gratuito comporta rischi - incluso quello che lo scaffale scompaia all’improvviso o che il proprietario sorvegli, o magari reprima, le attività degli utenti - ma è innegabile che grazie alle piattaforme centinaia di milioni di persone sono riuscite a far sentire la propria voce online.

Negli ultimi anni avvengono due ulteriori svolte che portano alla situazione attuale. La prima è basata sul fatto che molte persone hanno almeno saltuariamente il desiderio di comunicare qualcosa di breve, come la segnalazione di un libro o di un link web, un commento o una notizia. Insomma, di inviare qualcosa che potremmo chiamare sms pubblici. Nascono quindi le piattaforme di «microblogging», tra cui le più famose sono oggi Twitter (circa 150 milioni di utenti attivi) e, con funzionalità più potenti, Tumblr (circa 65 milioni di microblog).

A questo sviluppo se ne affianca un secondo, ancora più rilevante, ovvero, l’aspetto sociale. A tutti, infatti, piace (anche per contrastare il sovraccarico informativo) concentrare l’attenzione su persone che per un qualche motivo interessano - che siano amici, conoscenti o persone famose - e a tutti piace avere canali per raggiungere la propria cerchia (o, meglio ancora, cerchie) di contatti. Questo desiderio è alla base del successo sia delle già menzionate piattaforme di microblogging, che sono tutte in qualche modo sociali, sia delle piattaforme più specificamente sociali come Facebook.
Grazie a questi strumenti, chiamati complessivamente «media sociali», e grazie anche ai sempre più diffusi smartphone, comunicare non è mai stato così facile, anche se spesso la comunicazione si riduce a un semplice «mi piace» o a un «retweet».

Le conseguenze sono pervasive. Dall’ambito personale da cui erano partiti, i media sociali sono ormai strumenti di informazione scientifica, di attività politica, di diplomazia internazionale, di pubblica amministrazione, di lavoro, di cultura, di marketing nonché di formazione della pubblica opinione. Discussioni che una volta si svolgevano esclusivamente nei bar (o nelle mailing list), ora si articolano anche su Twitter o su Facebook - con forti limiti, ma anche con una vitalità spesso straordinaria.

Con la consueta, ferrea transizione dal «si può» al «si deve» che caratterizza la tecnologia, sta quindi diventando difficile non avere una presenza «social», così come in precedenza, per restare ad anni recenti, era diventato difficile non avere un telefono cellulare. Ciò vale per aziende e istituzioni, ma anche per un numero crescente di individui, fosse anche solo per migliorare le proprie prospettive lavorative: molti datori di lavoro, infatti, usano i media sociali per trovare le persone di cui hanno bisogno (e viceversa). La chiave per affrontare questo cambiamento è triplice: chiarire i propri obiettivi comunicativi; informarsi sugli strumenti che si intende usare, e infine - e soprattutto - provare. Perché - più ancora che per altri aspetti del web - solo sperimentando di persona si riescono veramente a capire potenzialità e limiti di questi strumenti, che ormai sono diventati parti essenziali dell’esperienza digitale.

JUAN CARLOS DE MARTIN - La Stampa

sabato 22 settembre 2012

Social network e lavoro: uno "slalom" fra personal branding, reputazione digitale e consapevolezza del valore del lavoro


Social network e lavoro. Una relazione nuova, ricca di potenzialità ma spesso ancora da comprendere e da esplorare. Ne avevo già scritto qui e provo di nuovo a tornare sul tema. Storie di successo ce ne sono, ovvero di chi attraverso i social network ha saputo trovare la propria strada, ma il web è anche un luogo in continuo divenire, dove le figure professionali devono ancora consolidarsi così come la mentalità delle aziende e dei candidati che scelgono di lavorare sul web o di trovare lavoro attraverso il web, due cose non necessariamente coincidenti. Provo a mettere un po’ di carne al fuoco segnalando in modo volutamente descrittivo alcune storie e spazi che ho avuto modo di conoscere dopo il mio post di giugno. Andiamo con ordine. Subito dopo quel post mi ha contattata Luna Margherita per segnalarmi il suo caso di successo lavorativo grazie alla rete, alle sue capacità di farsi imprenditrice della propria immagine e di osare con ironia. Luna Margherita, infatti, attraverso il gruppo Facebook “No Free Jobs” (di cui parlerò più avanti) ha trovato un’offerta di lavoro per Husqvarna Italia, si è candidata ed è stata reclutata. Ho provato a farle qualche domanda.
Come sei venuta in contatto dell'offerta Husqvarna e come hai promosso la tua candidatura?
Grazie ai Nomadi Digitali ho saputo dell'esistenza dei ragazzi di NoFreeJobs; pochi giorni dopo ho visto un loro post in cui commentavano questa iniziativa di Husqvarna: €2200 al mese per guardare un tosaerba automatico, richiesta un'approfondita conoscenza dei social media.
Incuriosita, ho cercato ulteriori informazioni ma c'era poco online: semplicemente la foto del tosaerba automatico e l'ormai famoso claim "Pigri si diventa".
Per accedere alle selezioni era necessario caricare una videopresentazione di un minuto, alla quale non ho resistito: nell'ultimo anno, infatti, mi sono specializzata in "video stupidini che cambieranno il mondo" - in cui mi sdoppio e mi triplico e creo dialoghi surreali con me stessa che vanno a scandagliare le mie paure, i miei desideri e le mie aspettative. Ultimo di questi video, un tutorial su come trovare lavoro grazie alla Timeline di Facebook: paradossalmente, questo video è stato utilizzato anche da Adecco Italia.
Dopo aver caricato la videocandidatura nel mio canale Youtube le visualizzazioni sono salite, grazie agli adorati iscritti al mio canale (che ringrazio di cuore). In più attraverso la newsletter del mio blogTwitter Facebook si è iniziata a spargere la voce e Husqvarna mi ha chiamata per un colloquio: lì ho capito che avrei dovuto prenotare un volo e iniziare a contattare le agenzie immobiliari di Altavilla Vicentina, perché c'erano buone probabilità che sarei dovuta rientrare in Italia.

Cosa ti ha dato questa esperienza? Costa stai facendo adesso?
Già prima di iniziare avevo intuito che questa esperienza avrebbe segnato la mia vita professionale: ora la gente mi saluta per strada dicendomi "Ehi, ma tu sei la pigra!"...al di là di questo aspetto simpatico, Husqvarna si è dimostrata un'azienda solida, sana e in crescita; hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di associare il loro nome al mio volto e molte persone si sono rivolte all'azienda parlando direttamente con me, hanno conosciuto attraverso i video come sono gli uffici, come si lavora lì dentro...si è creato un ponte diretto tra utenti e azienda e credo sia proprio questo il senso della presenza di colossi del mercato nei social media. Addirittura diversi clienti mi hanno invitata ad andarli a trovare e conoscere i loro tosaerba! Sono molto affascinata da questo processo di "umanizzazione" dell'azienda e del prodotto, che sta avvenendo in tempi lampo.
Dopo l'esperienza con Husqvarna approfondirò la mia conoscenza dei social media attraverso dei corsi; professionalmente sono stata contattata da un'agenzia di comunicazione e da una radio locale, ma la proposta che mi interessa di più è quella di un'altra multinazionale...ancora preferisco non dire niente! Continuerò senza dubbio a fare la spola tra Italia e Inghilterra, con presenza fissa su YouTube, Facebook e Twitter e sicuramente lavorerò come graphic designer freelance, la mia prima passione e professione.
Il mio sogno nel cassetto è creare una figura professionale trasversale, che unisca le mie conoscenze teoriche e tecniche di comunicazione, passando dal video, alla fotografia, alla grafica, applicate nel mondo dei social media; il tutto condito dalla mia personalità, che non nascondo mai!

Che formazione hai? Come ti sei avvicinata al mondo dei social media?
Dopo aver conseguito una triennale in Graphic Design al Centro Sperimentale Design Poliarte di Ancona, ho sentito l'esigenza di ampliare le mie conoscenze e di cercare un approccio meno tecnico ai progetti: il mio interesse era rivolto soprattutto alla fase progettuale creativa, più che all'esecuzione.
Ho iniziato a scandagliare l'offerta formativa delle più importanti università europee, alla ricerca di qualcosa che mi permettesse non tanto di specializzarmi in uno specifico ramo del design, bensì un tipo di formazione ad ampio raggio che neanche io sapevo definire.
Ho trovato esattamente quello cercavo nel Master in Applied Imagination in the Creative Industries al Central Saint Martins College of Arts&Design di Londra. Un Master a cui accedono studenti da tutto il mondo, provenienti da background culturali molto variegati: i miei compagni erano ingegneri, designer, architetti, musicisti, laureati in economia...
Quello che ho imparato da questo Master è che non c'è niente che non possa essere portato a termine, indipendentemente dalla tua formazione: il mio progetto di tesi era un'applicazione iPhone basata sui baci e sul geotagging, in cui i social media erano il punto di forza per il broadcasting. Insieme al Dott. Beau Lotto, Neuroscienziato Presidente del LottoLab dello Science Museum di Londra, ho iniziato ad analizzare la natura dei social media e da lì è cambiato il mio approccio con questi mezzi che da sempre mi hanno affascinata, ma che mai avevo preso in considerazione professionalmente. Ora anche questo progetto si è evoluto e sta prendendo un'altra forma, che spero potrete tutti vedere presto.

Si tratta certo di un caso particolare, ma di storie analoghe se ne possono trovare diverse, come quella segnalata anche da Giovanna Cosenza sul suo blog il cui comun denominatore sembra essere in primo luogo la voglia di osare, di mettersi in gioco e di essere convinti nei propri mezzi (nonchè in quelli del web).
No Free Jobs è un’iniziativa nata quasi un anno da un hashtag Twitter ideato da Cristina Simone  e che è diventato poi “un movimento di sensibilizzazione contro il lavoro gratuito”, come si legge sul sito di Cristina, con una pagina Facebook e un profilo Twitter. Ho chiesto a Cristina di raccontare sinteticamente il progetto:
Puoi fare un bilancio di No free jobs?
No Free Jobs è un'iniziativa nata davvero per caso che, purtroppo, ha raggiunto l'interesse di tante persone online e offline. "Dico "purtroppo" perché non mi aspettavo che tante persone fossero entrate in contatto con offerte di lavoro di questo tipo. In questi mesi, quasi un anno a novembre, l’interesse non è scemato e ancora oggi sono tante le segnalazioni di proposte di lavoro indecenti che ci arrivano via Twitter, Facebook o e-mail.
Ma non solo segnalazioni in negativo, perché qualche mese fa avevamo segnalato sui nostri social network l’iniziativa di Husqvarna e una nostra follower, Luna Margherita, aveva visto l’annuncio e possiamo dire che, anche grazie a noi, ha trovato lavoro. Inoltre, la cosa che più ci piace è il fatto che tanti ci vedono come un sostegno morale e ci scrivono per sfogarsi o semplicemente per raccontare la loro esperienza, proprio come si fa con gli amici offline.

Ritenete che iniziative come la vostra siano utili per sensibilizzare su un tema importante come questo? Avete in mente altri progetti?
Cambiare le abitudini è la cosa più difficile e questo vale anche in campo lavorativo. Riuscire ad eliminare la pratica di offrire posti di lavoro senza salario è un’impresa ardua, ma la sensibilizzazione viene prima di ogni cosa. È importante far capire, soprattutto, ai giovani che si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro quanto sia negativo accettare lavori che non prevedono almeno un rimborso spese.
Rispetto ai progetti per il futuro a lungo termine ci piacerebbe collaborare con le aziende che sposano la nostra causa “no free jobs” e come progetto a breve termine stiamo cercando di candidare #nofreejobs come hashtag dell’anno per i Macchianera Awards 2012 [obiettivo non raggiunto n.d.r.].

La funzione dei social network non si esaurisce nel cercare lavoro e nel mostrare il proprio talento. Fare network, cercare e trovare supporto sembrano infatti, in un momento di forte transizione e crisi nel mondo del lavoro, costituire il loro valore aggiunto, insieme alla possibilità di crearsi una “reputazione digitale”.
Grazie a Roberto Favini ho conosciuto il gruppo LinkedIn JOB SEEKER ITALY - CERCO LAVORO IN ITALIA ideato da Enrico Filippucci, proprietario, manager e promotore del gruppo, che conta oltre 45.000 utenti e numerosi sottogruppi locali. Nel gruppo non ci sono solo segnalazioni di annunci, ma anche scambi di esperienze, consigli su come gestire al meglio la propria presenza su LinkedIn o il proprio CV. Per saperne di più ho parlato con uno dei moderatori più attivi, Paolo Bruno a cui ho posto alcune domande anche sugli effetti controproducenti che l’uso dei social network può avere a livello lavorativo.

Parliamo di LinkedIn: quanto può essere utile oggi per trovare un nuovo lavoro?
LinkedIn è uno strumento e come tale deve essere utilizzato nel modo corretto. Se usato nel modo errato potrebbe anche risultare dannoso. Principalmente LinkedIn serve per farsi trovare, non per cercare lavoro - in questo caso esistono già sistemi ben più funzionali simil Monster.
LinkedIn è una parte fondamentale per alcuni settori, in particolar modo se utilizzato al fine di raccolta informazioni su aziende e persone.
Più del 50% delle aziende Italiane si appoggiano al Social Recruiting durante un processo di selezione e nel ben oltre 30% dei casi hanno concluso utilizzando esclusivamente i Social Media. E' la normale evoluzione tecnologica, prima si portava il CV a mano o si spediva per posta, poi sono arrivate le mail e i grandi database ed ora è il momento dei Social Media - ciò non comporta che gli altri sistemi siano scomparsi ovviamente.
Sicuramente Linkedin non è un sostituto del CV - e viceversa - ma si integrano a vicenda aiutando a migliorare la propria visibilità e digital reputation. La presenza in rete è fondamentale, tra due candidati con lo stesso profilo è quasi naturale che la scelta ricadrà su quello di cui abbiamo maggiori informazioni.

Quello che i candidati scrivono su Facebook e Twitter conta nella selezione operata dai recruiter? Possono sussistere secondo te discriminazioni? 
Sì, durante la fase di selezione conta, e non poco. Un buon 25% dei selezionatori scarta i candidati per i contenuti presenti su Facebook e Twitter. Le discriminazioni ci sono ma durante la fase di selezione sono impossibili da scovare. Per legge il sesso o l'età non sono fattori discriminanti all'atto della selezione di un candidato, è raro, però, che si venga a conoscenza dei motivi per cui il proprio profilo non è stato selezionato. Ogni Social Network ha una funzione diversa, ad esempio la stessa immagine su Facebook o LinkedIn può avere un peso differente, in ogni caso sarebbe meglio prestare attenzione ai contenuti che si pubblicano in funzione del tipo di lavoro che si desidera.
Per quanto riguarda il periodo post-assunzione, salvo casi eccezionali - tipo violazione delle policy aziendali - in Italia è praticamente impossibile licenziare per i contenuti presenti sul web. Per quanto riguarda le discriminazioni sul posto di lavoro, è difficilmente dimostrabile, ma è facile dedurre che se un dipendente è visibilmente alla ricerca di un nuovo lavoro difficilmente otterrà una promozione all'interno dell'azienda attuale.

Sei uno dei moderatore del gruppo LinkedIn "Job Seeker Italia", quali funzioni ha il gruppo?
Fa da tramite per l'offerta/ricerca lavoro e gli utenti possono sfruttare lo spazio per auto-candidarsi, aumentando la propria visibilità. Aziende, agenzie del lavoro, recruiter, Head Hunter inseriscono offerte di lavoro che cerco per quanto possibile di filtrare - l'immondizia non la vogliamo e non serve a nessuno. Parallelamente è anche un gruppo di discussione, visto l'argomento trattato alcuni post sono molto accesi, ne abbiamo molti con centinaia se non migliaia di interventi e commenti.
Il gruppo aiuta ed ha aiutato molte persone - I'm not user, I'm person - nella ricerca di un lavoro, nelle scelte di carriera, nel dissipare dubbi, in particolar modo grazie alla presenza di professionisti del settore e alla condivisione delle singole esperienze, favorendo anche la crescita del gruppo stesso.

Sei anche un "Job Angel", hai qualche consiglio sulla gestione della digital reputation da dare?
Già prima ho accennato alla Digital Reputation, argomento complesso e che andrebbe valutato singolarmente, non vale solo per i candidati ma anche per le Società di Selezione.
Un solo consiglio - tutto il resto lo trovate su Google: pianificate e programmate prima la vostra carriera e poi di conseguenza strutturate la presenza on-line. Immedesimatevi in un'azienda, voi siete la vostra azienda. Fareste mai marketing senza aver prima pianificato gli obiettivi? Ponetevi degli obiettivi e stabilite gli step per raggiungerli, piccoli passi, fate un vero e proprio business-plan. La Digital Reputation non è un fungo, spesso ci vogliono anni per ottenere risultati, chi prima inizia meglio si troverà in futuro.
Abbiate costanza, un profilo morto equivale al non averlo e non fermatevi al raggiungimento dell'obiettivo, potreste crollare da un momento all'altro.

Elisabetta Locatelli per Linkiesta
* Il post è stato aggiornato in data 20 settembre 2012.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/galassia-zuckerberg-inattuali-dal-web/social-network-e-lavoro-uno-slalom-fra-personal-branding#ixzz27AvuJdDU

domenica 9 settembre 2012

I ristoranti nell'era di Groupon

Siamo nell’era di Internet 2.0 dove la comunicazione ormai è “glocal”, globale e locale allo stesso tempo, la mobilità e le app (applicazioni per smartphone e tablet) ci permettono di ricevere e trasmettere informazioni praticamente da ogni luogo. Siamo in un’era dove il business cambia velocemente e la tecnologia è fondamentale per rimanervi. E siamo anche in un periodo di grande difficoltà economica per le imprese e per le famiglie. Ma ogni crisi può diventare un’opportunità come ci spiega la filosofia orientale che utilizza lo stesso ideogramma per rappresentare questa situazione.
Cambiano le regole ugualmente nell’offerta enogastronomia e così molti ristoranti, anche quotati, hanno deciso da tempo di proporsi sulle piattaforme di “gruppi di acquisto” tipo Groupon il più famoso, GroupaliaBazarcoupon, ecc., con offerte veramente speciali. In momenti di crisi dove si taglia sul superfluo e dove pure le pizzerie sono in difficoltà, è sempre più faticoso attirare clienti e garantire un numero di coperti costante. Soprattutto se un ristorante è “griffato” e magari decentrato rispetto alle grandi città. Come si dice quindi si fa di necessità virtù e è spinti a provare formule nuove e strade impensabili qualche anno fa. 

Mi è capitato così che curiosando nella rete abbia incrociato un’offerta anche del nostro San Domenico ad Imola. Ristorante con 2 stelle sulla guida Michelin. L’offerta era “ghiotta” in tutti i sensi: 119 Euro per un menù di coppia che comprendeva un flùte di Franciacorta come aperitivo, un’entrèe, un antipasto, un primo, un secondo, il dolce e la (famosa) piccola pasticceria del San Domenico. Vino escluso ma con il 15% di sconto sull’eventuale bottiglia scelta. 
Ci ho pensato un poco se provare quest’esperienza perché avevo letto su alcuni blog molte critiche su queste formule. La disapprovazione che generalmente viene mossa ai ristoratori, dopo aver fatto la visita “in offerta”,  è quella che faticano a capire che non dovrebbero esserci disparità di trattamento tra chi paga il prezzo pieno e chi compra il coupon scontato su internet. Ai Portali che offrono questo servizio invece viene imputata leggerezza e scarso controllo sulle proposte. Vero è che piattaforme d’acquisto come Groupon non servono a riempire dei tavoli e neppure ad aggiustare i conti. Sono un vero e proprio investimento, un efficace mezzo per farsi pubblicità, per far conoscere la bontà della propria cucina e per provare a conquistare nuova clientela. Non tutti quelli che usufruiscono delle offerte di Groupon sono persone che cercano sempre e solo l’affare. 
Un po’ perché sono un curioso delle nuove tecnologie un po’ per gusto della sperimentazione mi sono deciso e ho aderito alla proposta pagando con carta di credito l’importo. Mi è arrivata immediatamente una prima email dove mi confermavano l’operazione e il giorno dopo ne ho ricevuta un’altra che mi avvertiva che potevo contattare il partner, il ristorante, per fissare la data. Così ho fatto e mi sono presentato nel giorno stabilito. 

Nonostante Groupon non sia stato molto chiaro nell’illustrare gli step da seguire per la prenotazione e il menù previsto, Natale Mercatilli vero maestro di sala non ha fatto alcun problema sfoderando tutta la professionalità e il servizio che si possono avere in questo ristorante. Scelti i piatti si è iniziato: flùte di aperitivo e una piccola insalatina d’asparagi con guanciale croccante; il famoso Uovo Mollè, famoso come l’altro Uovo in Raviolo (entrambi i piatti provengono dalle segrete ricette di Nino Bergese il famoso cuoco dell’aristocrazia che ruotava intorno a casa Savoia); Gnocchi di “Patata Rossa” di Imola al lardo di Arnad, fave novelle e pomodorini confit al timo; Guancialino di vitello brasato con polentina gratinata al formaggio di fossa; tris di dolci fantastici accompagnati dalla piccola pasticceria e caffè finale. 

Il test è stato veramente positivo e sono rimasto molto soddisfatto. Nessun trattamento diverso né atteggiamenti sgraditi. Tutt’altro. Non voglio dubitare sulla veridicità dei commenti che ho letto in Rete, ma come tutte le cose di questo mondo la ricetta giusta la fanno gli uomini. Se il ristoratore ha ben inquadrato l’utilità e l’obiettivo che si pone con questo tipo di iniziative e il cliente non si avvicina in modo prevenuto o diffidente, ritengo che non si corrono rischi di brutte sorprese. Naturalmente l’eccezione non fa la regola.

Pierangelo Raffini per Leggilanotizia

domenica 2 settembre 2012

Cappuccino e pizza sono italiani ma i soldi li fanno Starbucks e PizzaHut

Pizza e pasta sono italiane ma l’idea di inserirle in un concept innovativo di ristorazione è venuta a Pizza Hut che ne ha fatto un successo mondiale. L’Italia ha inventato il cappuccino e l’espresso, ma sono Starbucks e Nestlé-Nespresso a dominare nel mondo. Sono i colossi francesi Lvmh e Ppr che salvano e vendono il lusso italiano di Gucci, Bottega Veneta, Bulgari e le scarpe di RossiModa. Forse l’Italia non è degna della grandezza del Made in Italy?
Dal libro La sindrome del turione di Giovanni Costa

E se provassimo a spiegare la crisi attuale (iniziata prima di quella finanziaria) con una carenza di spirito imprenditoriale capitalistico, a lungo occultata dalla retorica dell’imprenditorialità diffusa? In Italia, non mancano certo le piccole imprese, mentre non sono abbastanza numerose le imprese in grado di essere protagoniste nei settori che crescono e si globalizzano. Le conseguenze sono presto dette: minore sviluppo del mercato finanziario (quello sano), minore produttività, minore capacità di pianificare il medio termine, minore capacità di investire in ricerca e sviluppo, minore managerialità, minore internazionalità. Le carenze nella finanza e nella ricerca e sviluppo non però vanno drammatizzate ricordando i tempi non lontanissimi in cui, pur con le stesse carenze, lo spirito imprenditoriale italiano è riuscito a creare onde lunghe di sviluppo, mobilitando forze «deboli».

Alcuni esempi:
– agganciare l’abbigliamento a uno stile di vita emergente e a tutti i valori che lo alimentano, è stata un’idea base per molte aziende del fashion che da Benetton a Diesel hanno modificato, assieme al prodotto, il modo di fabbricarlo e distribuirlo;
– trasformare una protesi sanitaria (occhiale da vista) o uno strumento di protezione (occhiale da sole) in un accessorio di moda che risponde al bisogno di cambiarsi un po’ la faccia senza ricorrere alla chirurgia, è stata l’idea base da cui ha preso il volo l’occhialeria griffata, da Luxottica a Safilo;
– convertire la grappa, un alcolico dai sapori grevi in un distillato evocativo di valori e sapori raffinati, è stata l’idea che ha trasformato un sottoprodotto della vinificazione in un business di tutto rispetto da Nonino a Poli;
– mettere alla portata dei sempre più numerosi single il tortellino di pasta fresca, tipico prodotto della famiglia tradizionale, è stata la scommessa vincente che ha portato Rana ad affermarsi in un settore molto frazionato.

E non mancano altri esempi in settori più tecnici. Le imprese leader che si sono imposte nei decenni passati, oggi sembrano ferme. Di nuovi protagonisti non ne appaiono e quelli affermati amministrano talora molto bene i loro successi, e i loro patrimoni, o poco più. Eppure basterebbe tirar fuori un po’ di grinta capitalistica per rivitalizzare un patrimonio di competenze che ci appartiene. Partiamo dalle cose più semplici: in Italia la pizza e la pasta fanno parte della cultura alimentare e culinaria, eppure l’idea di inserirle in un «concept» innovativo di ristorazione è venuta a Pizza Hut che ne ha fatto un successo mondiale. L’Italia ha inventato prodotti come il cappuccino, il caffè espresso, i gelati ma ha lasciato a Starbucks, Nestlé-Nespresso, Baskin-Robbins l’opportunità di farne dei business mondiali. Solo recentemente c’è qualche tentativo di recupero come è dimostrato dalle gelaterie Grom di Federico Grom e Guido Martinetti; e da Eataly di Oscar Farinetti.

Molti pensano all’Ikea come un gruppo che ha dato un colpo mortale ai mobilifici italiani. Ma è l’Ikea che vende i mobili italiani: nel 2009, l’Italia rappresentava il quinto mercato di vendita con circa il 5-6% del fatturato globale di Ikea, era però il terzo mercato di approvvigionamento dopo Cina e Polonia. È la dimostrazione che la fase manifatturiera non è più in grado da sola di garantire ricchezza e occupazione qualificata a una nazione. Sono i colossi francesi, Lvmh e Ppr, che salvano e vendono il lusso italiano di Gucci, Bottega Veneta, Bulgari e le scarpe di RossiModa. Riescono a farlo perché hanno la finanza, il marketing, la distribuzione idonei a gestire brand che «o sono globali o non sono». Salvano persino le tanto celebrate (ma solo nei libri e nei convegni) competenze artigianali italiane. Chi avesse dei dubbi, visiti a Fiesso d’Artico, nel cuore del distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, l’avveniristico stabilimento dal nome inequivocabile di «Manifacture des souliers Vuitton» che appare come un monumento a tutte le sciocchezze che si sono dette e scritte sulla capacità di auto organizzazione dei distretti.


*Professore emerito all’Università di Padova. Attualmente è docente di Strategia d’Impresa alla Facoltà di Economia. È vicepresidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo e presidente della Cassa di Risparmio del Veneto.

La sindrome del turione; Nordest, mercato globale e imprese adeguate
di Giovanni Costa
Nordest Europa/Marsilio, pp. 167, euro 10