by Pierangelo Raffini
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Agire. Magica parola.
Muoversi.
Le azioni sono l’unico modo per coniugare con successo piani e obiettivi.
Agire anche quando si sbaglia.
Un fallimento è il più grande maestro. Dal più brusco dei risvegli troviamo il terreno fertile per agire concretamente.
Rischiare dovrebbe essere la prima voce per importanza nella propria vita. Cruciale.
Molti non rischiano perchè temono l’ignoto, ma il rischio è di solito la base del successo.
Se si vuol riuscire occorre aver voglia di rischiare. Molto, forse tutto.
Poi è importante tenere lo sguardo sull’obiettivo che ci siamo posti. Mai perdere di vista gli obiettivi, pensateci: sono i nostri sogni con una scadenza.
Il segreto è non farsi distrarre e non aumentare gli impegni, ma toglierne. E’ difficile, ma occorre farlo. Normalmente si è portati ad aggiungere, soprattutto quando si è più giovani e impetuosi.
“Less is more” Dicono gli anglosassoni. Con metodo, con cura. Togliere è il segreto, non aggiungere. Così è possibile affrontare e riuscire nel proprio percorso.
Parallelamente è importante altresì mantenere un equilibrio tra salute fisica, spirituale ed emotiva. Sono di grande supporto per raggiungere le nostre mete.
Così come riflettere e trovare il tempo di creare una sinergia tra i propri obiettivi personali e quelli lavorativi.
Fondamentale è non mollare mai, fino alla vittoria.
Chi fallisce è perchè si arrende troppo presto, un attimo prima degli altri.
Dato l’obiettivo tutto il resto non conta. Determinante è sviluppare e mantenere un atteggiamento sempre positivo, mai diventare cinici, mai vedere il mondo con occhi negativi. Tutto risulta più divertente e stimolante.
Quando si è positivi, preparati, disciplinati e fiduciosi in se stessi, responsabili, si è pronti per raggiungere le mete ambite. E ci si riesce.
"…non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre…" (G. D’Annunzio)
Per ottenere risultati
Concentrarsi sull’obiettivo a lungo termine, che sia ancorato alla realtà, ma che sia ambizioso.
Non preoccuparsi troppo della prossima battaglia, ma avere sempre lo sguardo sul risultato finale che si vuole ottenere.
Per fare questo occorre elevarsi, allargare la prospettiva e avere una visione d’insieme. Mai dimenticare di vedere il mondo anche con gli occhi degli altri.
Andare sempre alla radice del problema. Alcuni conflitti si trascinano troppo a lungo perché nessuno è in grado di farlo. Fondamentale è scoprire il problema ed eliminarlo.
Raggiungere l’obiettivo non sempre passa per la via più breve.
La chiave di volta è pianificare in anticipo e allo stesso impedire ai concorrenti di comprendere subito il motivo delle tue azioni e dove hai intenzione di arrivare.
Non dimenticare mai: mantenere sempre un comportamento comunque etico, aperto, “viso allegro e cuor leggero” come si dice.
Accettare le sconfitte momentanee e non abbattersi né mollare mai.
"Nessun vincitore crede ala caso" (F. Nietzsche)
Imparare da tutti: dai clienti, dai fornitori, dalla concorrenza, dagli amici, dalle testimonianze che puoi leggere o apprendere in prima persona. Dall’esperienza che cresce, e fa crescere, giorno dopo giorno.
Ho capito che si impara facendo, si impara da ciò che funziona, ma molto anche da ciò che non funziona. E imparando capisci. I tuoi punti deboli, le tue mancanze, ma anche le tue virtù, la tua forza, ciò che ti viene meglio. Questo è utile per te stesso, per essere soddisfatto e sentirti sempre a tuo agio nelle diverse situazioni.
Lessi tempo fa che Pascal disse “E’ molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa”.
Ho fatto mio questo aforisma, perchè mi rappresenta totalmente.
Fin da ragazzo è stata passione nell’apprendere tutto quel che si poteva. Non sono ancora stanco. Percorro ancora oggi questa via infinita della conoscenza che ti leviga dentro l’anima.
Non smettete mai di essere desiderosi di apprendere e di leggere, il giorno che lo farete, non importa l’età anagrafica, sarete diventati vecchi.P
from Tumblr http://ift.tt/1uYr9SnAccettarsi. Anche quando si commettono errori.
La vera partita nella vita è sapere che noi non siamo i nostri pensieri. Quando, ad esempio, arriva un fallimento nel lavoro o negli affari, spesso non accettiamo che le cose siano andate in questo modo. Pensiamo che ciò che è accaduto non è il nostro vero destino, che dovevamo certamente vincere.
Invece non dovremmo pensare a questo, ma accettare ciò che accade. Accettare e accettarsi quando si sbaglia, senza rimproveri, meditando si, ma senza punirsi, è il primo passo verso la propria autoguarigione e verso la gioia di vivere.
E sia quel che sia. Accettare che le cose vadano come vanno aiuta a vivere più sereno. Non occorre accusarsi di tutte le cose che accadono perchè c’è una legge universale che guida il “tutto”, e mentre lo fa compie una grande opera.
Normalmente a ciascuno viene pagato quanto gli è stato promesso. Il Destino fa la sua strada e non aggiunge e non toglie nulla di quanto ha promesso.
Segui la tua strada
Il tempo che hai a disposizione è limitato, dunque non sprecarlo vivendo la vita di qualcun altro.
Non lasciare che il rumore delle opinioni altrui copra la tua voce interiore.
E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore il tuo intuito.
Steve Jobs
Il metodo lean startup, inventato da Eric Ries e ben illustrato nel libro “Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo” (Rizzoli Etas), come suggerisce l’autore stesso non è applicabile solo alle nuove imprese ma anche a quelle esistenti. Si tratta di creare unità interne che siano libere di agire e a diretto riporto dell’amministratore delegato, una specie di “cellula” indipendente dotata di regole proprie e processi decisionali rapidissimi.Silenzio
Le parole, il brusio, le persone che si muovono in certi momenti devono far spazio al silenzio e allo spettacolo delle stagioni.
Sotto una quercia vedi il grano, ormai alto, che si piega leggermente al vento che scende dalla collina.
In lontananza il cuculo che ripete il suo verso.
Vorresti che questi attimi si prolungassero in eterno. Fissare il momento e fermarlo, con queste luci, con questi odori, con lo stesso stato d’animo che provi in questo istante.
Riuscire a fermarlo e metterlo via per usarlo durante il lavoro, quando tutto sembra complicato. Tirar fuori un po’ di semplicità e di calma.
Lo fisso nella memoria, mi servirà sicuramente prima o poi…
Per quasi un secolo, quindi, la storia della Grande guerra è una «storia della colpa». Molti studiosi, con maggiore o minore distacco, hanno continuato a descrivere le diverse politiche nazionali prima del conflitto; e il libro di Luigi Albertini sulle Origini della guerra del 1914, nuovamente pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana nel 2010, resta una delle opere migliori. Ma al centro di ogni studio vi era il problema della responsabilità. La Schuldfrage, come fu chiamata in Germania, fu la guerra fredda fra opposte verità che venne combattuta in Europa nel lungo intervallo fra due conflitti mondiali.
Il tema della colpa era collegato alla durata del conflitto e alle sue disastrose conseguenze politiche. Una guerra più breve, nello stile di quelle che erano state combattute dagli Stati europei dopo la guerra dei Trent’anni (1618-1648), non avrebbe provocato il crollo di quattro imperi — austro-ungarico, tedesco, russo e ottomano —, una dozzina di rivoluzioni e la catastrofe demografica che colpì la generazione dei combattenti. Vi sarebbero stati mutamenti territoriali e altre guerre, ma dopo più o meno lunghi intervalli di pace. È il problema della durata quindi che occorre oggi approfondire. Perché la guerra del 1914 fu così diversa da quelle che l’avevano preceduta?
La prima ragione concerne gli effetti dei conflitti sulla stabilità degli Stati. Nel 1859 e nel 1866 l’Austria-Ungheria aveva perduto due guerre: la prima contro la Francia e il regno di Sardegna nel 1859, la seconda contro la Prussia e i suoi alleati tedeschi nel 1866. Ma la sconfitta non aveva impedito a Francesco Giuseppe di conservare il trono. La guerra franco-prussiana del 1870, invece, aveva provocato l’abdicazione di Napoleone III, la Comune e l’avvento della Terza Repubblica. Luigi Napoleone era un sovrano plebiscitario, creato dal colpo di Stato del 2 dicembre 1851 e dal voto popolare del 21 dicembre. La corona gli era stata data dai francesi e dagli stessi francesi poteva essergli tolta. Ma neppure le grandi dinastie potevano dormire sonni tranquilli. La Comune aveva rivelato l’esistenza in Europa di una sinistra rivoluzionaria, pronta ad approfittare della sconfitta per tentare la conquista del potere. Nel 1914 tutti i sovrani europei sapevano quindi che i loro troni potevano essere perduti. Fra i motivi della guerra vi era stata anche la speranza che il conflitto avrebbe compattato le loro società nazionali contro il pericolo anarchico e socialista. Ma una guerra perduta, o conclusa mediocremente con un compromesso insoddisfacente, li avrebbe esposti al rischio di una rivoluzione.
La seconda ragione della guerra lunga fu la pluralità dei conflitti. Non vi fu un solo conflitto tra coalizioni che avevano obiettivi comuni. Vi furono almeno cinque guerre: quella franco-tedesca per la supremazia nel continente europeo, quella anglo-tedesca per il governo degli oceani, quella austro-russa per la supremazia nei Balcani, quella italo-austriaca per la supremazia nell’Adriatico e quella russo-turca per il controllo degli Stretti; per non parlare di quella che fu contemporaneamente combattuta dal Giappone per la creazione di un impero nipponico dell’Asia orientale. Nelle guerre tradizionali le regole del gioco volevano che si combattesse finché i danni subiti erano tollerabili e la speranza di un vantaggio compensava il timore di nuove perdite. Non appena la speranza della vittoria impallidiva, lo Stato che avrebbe corso rischi maggiori usciva dal gioco e cominciava a negoziare la pace. Avrebbe perso qualche provincia, ma il suo sovrano avrebbe conservato il trono. Durante la Grande guerra la manovra fu tentata dalla Romania e sarebbe stata forse tentata dall’Italia dopo Caporetto, ma la posta, con il passare del tempo, era diventata sempre più alta e la prospettiva di una pace separata sempre più difficilmente praticabile. Anziché essere combattuta soltanto sui campi di battaglia da militari di mestiere, la guerra era diventata «totale».
I fattori che contribuirono a renderla tale furono sociali ed economici. I mutamenti democratici del secolo precedente avevano creato società di massa in cui tutti, grazie alla coscrizione obbligatoria, potevano essere chiamati alle armi. I combattenti furono circa 65 milioni, i morti 9, i feriti 21. Gli effettivi dell’esercito russo, in particolare, ammontarono complessivamente a 12 milioni di uomini. Il costo diretto del conflitto superò i 180 miliardi di dollari, quello indiretto oltrepassò i 165 miliardi.
La rivoluzione industriale moltiplicò la potenza degli eserciti combattenti. La fanteria e la cavalleria francese andarono al fronte nella tarda estate del 1914 in giacca blu, calzoni rossi e senza elmetto. Il primo Natale di guerra fu festeggiato con una tregua e scambi di doni da una trincea all’altra. Ma nei mesi successivi tutto cambiò: le uniformi, i copricapi (i soldati ebbero in dotazione l’elmetto) e, soprattutto, le armi.
Le industrie di ogni nazione adattarono al campo di battaglia gli straordinari progressi compiuti dalla tecnologia nel secolo precedente. Furono costruiti cannoni sempre più grossi e potenti. Fu accelerato lo sviluppo dell’industria automobilistica. Furono progettati aeroplani che potevano combattere nei cieli e scaricare le loro bombe sul territorio nemico. La competizione tra la corazza e il cannone creò navi sempre più corazzate e, naturalmente, i carri armati. I sottomarini rivoluzionarono la guerra marittima, i camion rivoluzionarono la logistica della guerra e la telefonia cambiò radicalmente il sistema delle comunicazioni. L’industria chimica si mise al lavoro per creare un’arma nuova: i gas asfissianti. La celebrazione in comune di una festa religiosa divenne impossibile.
Quanto più cresceva il numero dei morti e dei feriti tanto più si allontanava paradossalmente la prospettiva di una pace negoziata. Vi furono tentativi di mettere fine al conflitto fra cui la lettera ai capi dei popoli belligeranti inviata dal Pontefice romano Benedetto XV il 1° agosto 1917, in cui la guerra fu definita una «inutile strage». Ma l’invito, nel quale vi erano generiche proposte per la soluzione di alcuni conflitti, fu considerato una molesta ingerenza della Chiesa negli affari degli Stati e non venne preso in alcuna considerazione. I 14 punti del presidente americano Woodrow Wilson, annunciati al mondo l’8 gennaio dell’anno seguente, erano molto più articolati della lettera papale, ma presupponevano la vittoria degli Alleati e non potevano essere graditi agli Imperi centrali. Fu quello il momento in cui cominciarono ad apparire nel linguaggio politico militare espressioni che avrebbero dominato il secolo: guerra a oltranza, resa senza condizioni, vittoria totale.
È particolarmente paradossale, in questo clima di duello all’ultimo sangue, che la Germania abbia firmato l’armistizio di Compiègne quando era pur sempre vincitrice all’Est, occupava ancora territori delle potenze alleate sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia, combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, a Monaco, dove il re di Baviera fu costretto ad abdicare, e infine a Berlino, dove il leader socialista Philipp Scheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica tedesca. Perdette la guerra sul fronte interno perché il Paese era affamato dal blocco continentale. Ma la teoria della colpa, elaborata dai vincitori per meglio giustificare una guerra che aveva richiesto enormi sacrifici, produsse una pace troppo duramente punitiva.
Il diktat della Galleria degli specchi nel palazzo di Versailles, dove si firmò il trattato di pace, non serviva soltanto a stroncare le ambizioni egemoniche della Germania guglielmina. Serviva anche a impedire che i francesi, i britannici e gli italiani trattassero i loro governi nelle stesso modo in cui i tedeschi avevano trattato il loro imperatore. Ma una guerra perduta senza una reale sconfitta militare e le insensate clausole economiche del trattato di pace crearono nei tedeschi il sentimento di una ingiustizia che altri uomini politici, negli anni seguenti, avrebbero usato per riaprire la partita. La guerra non terminò nel novembre del 1918. In quella data, che viene ancora immeritatamente commemorata, calò il sipario sul primo atto di una tragedia che si sarebbe conclusa soltanto nel maggio del 1945.
Sergio Romano su La Lettura del Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/debates/l’altra-guerra-dei-trent’anni/)
Davanti a queste scene ti fermi a riflettere sulla vita e se la tua la stai vivendo nella giusta direzione.
Dici startup e pensi alla gioventù: un ragazzo sulla ventina, un po' sognatore e un po' coraggioso, uno disposto a tutto pur di realizzare un progetto e mettere su una vera impresa. Generalmente preparato, spesso con esperienze di lavoro e studio all'estero ma tipicamente romantico e disposto ad essere etichettato come precario e sfigato pur di tornare nel Belpaese. E, soprattutto, convinto che basti l'idea giusta, un investimento e un pizzico di fortuna per mettere le ali a una startup. Nell'immaginario collettivo l'aspirante imprenditore italiano è così: uno alla Mark Zuckerber per intenderci che, grazie a un'idea geniale, non ancora trentenne può ritrovarsi con un conto in banca stratosferico.
Ma è davvero così? Chi fa startup in Italia? È roba da ventenni? Non proprio o, almeno, non sempre. A lanciarsi nel mondo delle nuove imprese sono sempre più spesso ex manager che, abbandonata carriera e vecchia vita, si sono lanciati in nuovi progetti e nuove sfide professionali. Non hanno certo la freschezza dei ventenni, sono meno disposti a dormire sotto un ponte e sono, forse, meno creativi. Ma hanno dalla loro parte esperienza e background professionale molto più elevati, maggiore conoscenza del mondo del lavoro, capacità tecniche E, spesso, una buona base economica dalla quale partire. Non solo. Chi fa startup a 40 anni e oltre non insegue gloria o riconoscimenti: c'è chi lo fa per insegnare ai figli che cambiare rotta è sempre possibile, chi per costruire qualcosa che possa essere davvero utile, chi semplicemente, per provare la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta e dormire sereno di notte.
Abbiamo raccolto alcune storie di nuovi imprenditori che spiegano bene quali sono le differenze nel fare startup a 20 anni e farla a 40 e di chi ha rivestito il ruolo di dirigente d'azienda prima di ritrovarsi startupper.
- Claudio Cubito founder di Growish. Classe 1967, è passato dal ruolo di manager a founder di una piattaforma per acquistare un regalo tramite colletta online. “Voglio dimostrare ai miei figli che non è mai tardi per invertire la rotta” dice. E spiega le differenze nel fare impresa a 20 anni e farla alla soglia dei 50: "A 20 anni sei creativo, affamato di conoscenza e disposto a dormire sotto i ponti pur di raggiungere un obiettivo; a 40 hai maggiore competenza, esperienza, professionalità e preparazione. Elementi, questi, fondamentali per avviare un’impresa ma che possono arrivare solo con l’età e con i sacrifici: io mi sono fatto un 'mazzo' così per arrivare dove sono, non guardo la televisione per mesi pur di dedicarmi alla mia preparazione professionale, investo sulla mia formazione frequentando corsi anche all’estero”
- Chiara Burberi, founder di Redooc. Laurea con lode in economia alla Bocconi, docente alla stessa università, poi consulente e manager in McKinsey e in Unicredit, a 47 anni e con due figli ha mollato fama, successo e aspirazioni professionali per fondare una piattaforma di education online di materie scientifiche per i ragazzi del liceo. “Dopo 40 anni è bello svegliarsi la mattina e pensare di aver fatto qualcosa che possa restare ai propri figli e anche agli altri. Come potevo andare a dormire la sera pensando di non aver utilizzato le mie energie per il futuro dei giovani? Ma, vi prego, non chiamatemi startupper: in Italia fare impresa è considerato solo un tentativo, un ‘chissà se ce la farò’. Io, invece, sono sicura di quello che sto facendo, so che è un lavoro, che porterà dei risultati e che realizzerò i miei obiettivi. Io non ci sto provando, non mi sto buttando. Io ci riesco”.
- Massimo Bocchi, founder di Cellply. Ingegnere elettronico di Bologna, 36 anni, ha fondato la startup specializzata nella diagnostica molecolare che ha ottenuto un investimento di oltre due milioni di euro da Italian Angels for Growth (IAG), Zernike META Ventures e Atlante Seed. Il suo spirito imprenditoriale nasce durante un'esperienza in America, "un ambiente pro-startup, dove è facile essere contagiati dalla voglia di fare impresa" racconta. E dà un consiglio agli aspiranti imprenditori italiani: "Non guardate solo al digitale. In Italia c'è tantissimo rumore attorno alle startup digitali, ma abbiamo bisogno di altro: siamo fortissimi nella biotecnologia, nella moda, nel food e nel design. Bisogna imparare a fare impresa anche in questi settori"
- Il team di pptArt. È la prima startup italiana di crowdsourcing per l’arte. Propone opere su misura per il cliente, che può scegliere tra quelle realizzate ad hoc dagli artisti della piattaforma. A guidarla manager di esperienza ventennale nella finanza e nell'arte: Luca Desiata, dirigente dell’Enel e docente di Corporate Art al Master of Art della Luiss Business School di Roma; Chiara Compostella, storica dell’arte con ventennale esperienza internazionale di gestione di progetti nel campo dell’arte figurativa e un master in Arts Administration alla Columbia University di New York; Mircea Flore, esperienza ventennale come investment banker ed esperta finanziaria; Milena Marucci, architetto presso uno dei principali studi di architettura al mondo; Stefania Barbier , fotografa professionista, già consulente di strategia per Bai; e Giuseppe Ariano, Project Manager press il Ministero dei Beni Culturali.
- Antonio Ranaldo, presidente e fondatore di Chef Dovunque. Non appartiene alla schiera dei giovanissimi neanche Antonio Ranaldo, presidente e fondatoredella startup del food che ha brevettato i primi piatti della cucina nostrana bio, predosati e confezionati in un comodo kit, e che ha ricevuto un investimento di 1,2 milioni di euro da Vertis Capital e tre Business Angel. Grazie a lui, spaghetti aglio, olio e peperoncino, spaghetti pomodoro e basilico e pennette all’arrabbiata oggi valgono milioni di euro.
- Roberto Mircoli, amministratore delegato di Eco4Cloud. Lui è il classico esempio di ex top manager che entra nel mondo delle startup: 45 anni, per 13 anni a Cisco, ora è alla guida della startup che aiuta Telecom a risparmiare. Tl, infatti, ha firmato un contratto triennale con la neo-impresa fornitrice di una soluzione in grado di abbattere dal 30 al 60% la bolletta energetica (e le relative emissioni equivalenti di CO2) dei data center ad elevata virtualizzazione.
- Il team di GlassUp. Hanno tra i 40 e i 50 anni i componenti del team degli occhiali del futuro che costituiscono l’alternativa italiana ai Google Glass. Francesco Giartosio, modenese che si autodefinisce “startupper seriale”, un bresciano laureato in fisica e medicina psicosomatica, Gianluigi Tregnaghi, e il padovano Andrea Tellatin stanno realizzando occhiali a realtà aumentata che grazie al Bluetooth, diventano un secondo schermo dello smartphone e permettono di leggere email, sms o messaggi direttamente sugli occhiali.
- Pietro Carratù, ceo di Youbiquo. Non è giovanissimo neanche il ceo della società finanziata da Invitalia con Smart&Start che ha creato occhiali hi-tech a realtà aumentata. Il suo obiettivo è cerare prodotti su misura per i piccoli o per grandi aziende con particolari esigenze