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sabato 14 giugno 2014

Agire. Magica parola. Muoversi.



Agire. Magica parola.

Muoversi.

Le azioni sono l’unico modo per coniugare con successo piani e obiettivi.

Agire anche quando si sbaglia.

Un fallimento è il più grande maestro. Dal più brusco dei risvegli troviamo il terreno fertile per agire concretamente.

Rischiare dovrebbe essere la prima voce per importanza nella propria vita. Cruciale.

Molti non rischiano perchè temono l’ignoto, ma il rischio è di solito la base del successo.

Se si vuol riuscire occorre aver voglia di rischiare. Molto, forse tutto.

Poi è importante tenere lo sguardo sull’obiettivo che ci siamo posti. Mai perdere di vista gli obiettivi, pensateci: sono i nostri sogni con una scadenza.

Il segreto è non farsi distrarre e non aumentare gli impegni, ma toglierne. E’ difficile, ma occorre farlo. Normalmente si è portati ad aggiungere, soprattutto quando si è più giovani e impetuosi.

“Less is more” Dicono gli anglosassoni. Con metodo, con cura. Togliere è il segreto, non aggiungere. Così è possibile affrontare e riuscire nel proprio percorso.

Parallelamente è importante altresì mantenere un equilibrio tra salute fisica, spirituale ed emotiva. Sono di grande supporto per raggiungere le nostre mete.

Così come riflettere e trovare il tempo di creare una sinergia tra i propri obiettivi personali e quelli lavorativi.

Fondamentale è non mollare mai, fino alla vittoria.

Chi fallisce è perchè si arrende troppo presto, un attimo prima degli altri.

Dato l’obiettivo tutto il resto non conta. Determinante è sviluppare e mantenere un atteggiamento sempre positivo, mai diventare cinici, mai vedere il mondo con occhi negativi. Tutto risulta più divertente e stimolante.

Quando si è positivi, preparati, disciplinati e fiduciosi in se stessi, responsabili, si è pronti per raggiungere le mete ambite. E ci si riesce.


"…non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre…" (G. D’Annunzio)

mercoledì 12 febbraio 2014

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking


“Evento si, evento, evento si, evento no, …” così recita uno startupper strappando i petali di una margherita dinanzi alla scelta se partecipare o meno a un evento. Immagine surreale che riflette molto la realtà. Vediamo perché..
Da quasi circa un anno si sono moltiplicati in tutta Italia gli eventi dedicati al mondo startup: workshop, conferenze, tavole rotonde, startup contest e aperitivi social. Occasioni per apprendere nuovi modelli, intercettare trend di mercato, conoscere investitori, trovare collaboratori, testare la propria idea, relazionarsi con i primi potenziali clienti. Un evento è il “campo di battaglia” per ampliare le proprie connessioni lavorative e raggiungere le cerchie di interessati che possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi di business. Considerate le numerose opportunità offerte, non partecipare è pura follia! Così ogni startupper provvede a redigere un vero e proprio piano di attacco cercando di incastrare i vari appuntamenti nella propria agenda, a volte disperandosi non potendo disporre del dono dell’ubiquità. Ma è giusto o sbagliato?
Molto spesso si dibatte sulla reale convenienza e sui benefici nel partecipare agli eventi proposti dall’ecosistema startup. Il dubbio che fa riflettere la maggior parte degli startupper ruota intorno a un semplice quesito: concentrarsi sullo sviluppo del prodotto o fare networking? Se ho il prodotto, ma non i contatti, non riuscirò mai a farmi conoscere nel mercato. Se, viceversa, ho i contatti, ma non il prodotto, sul mercato non andrò mai. Dunque, product (o service) oriented oppure public relation oriented? Non esiste una risposta univoca.
Come sempre il giusto è nel mezzo. Se da una parte lo sviluppo del prodotto o servizio rappresenta il punto di partenza per dare vita alla propria startup, dall’altra relazionarsi con l’esterno è l’attività principale per accelerare il processo di crescita della stessa. L’approccio Lean Startup, ideato da Eric Ries, suggerisce di lavorare a un minimum viable product (MVP), prodotto con le minime caratteristiche ma pronto a essere testato dagli utenti, e poi – con il tempo – migliorarlo in base all’evoluzione del mercato e ai feedback ricevuti. Le relazioni sono la base per alleanze strategiche, opportunità di partnership e per la condivisione di informazioni utili a creare nuove iniziative più velocemente, profittevolmente e con meno rischi. Il business è networking. Tutto ruota intorno alla rete di contatti che si crea. Ma come ogni attività strategica, questo richiede del tempo, sottratto ovviamente all’operatività.
La scelta di puntare su un team eterogeneo potrebbe essere una soluzione interessante per garantire quella flessibilità necessaria per portare avanti un progetto di startup e lavorare in parallelo su entrambe le attività. La partecipazione agli eventi è dunque “decretata” dal topic dell’evento stesso: ognuno segue gli appuntamenti in base al proprio ambito di competenza e ai propri interessi. In tal modo tutti i membri del team sono coinvolti costantemente nell’ecosistema: la startup non rispecchia l’identità del solo founder, ma dell’intero team.
Nel caso in cui siate ancora alla ricerca delle “anime gemelle” con cui condividere la propria idea di startup, di seguito alcuni consigli pratici per ottimizzare il proprio tempo e le risorse a disposizione.
  • Selezionate gli appuntamenti giusti. Nella miriade di eventi organizzati fare una scrematura diventa indispensabile. Individuate i convegni che trattano dei temi core della vostra startup. La probabilità di incontrare persone più affini e in linea con i vostri obiettivi professionali aumenta notevolmente. Molti eventi, purtroppo, sono vetrine per mettere in luce altri interessi lontani dal mondo startup. Informatevi sempre sui temi trattati. Se troppo generici, rinunciate.
  • Presentatevi preparati. Un evento è un’opportunità per conoscere nuove persone. Informatevi sui partecipanti, relatori e organizzatori, portate con voi biglietti da visita (che siano originali!) e blocco per gli appunti o iPad, abbiate cura del dress-code, siate curiosi ma non invadenti e ascoltate. Ricordatevi: non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
  • Presenziate i social media. Gli strumenti social sono un tema chiave per la propria web reputation e, di conseguenza, per il posizionamento strategico della vostra startup. Monitorate la rete, partecipate alle discussioni sui gruppi di LinkedIn, seguite persone che condividono i vostri stessi interessi su Twitter, aprite un blog. In sintesi: fate in modo che la gente vi noti.
  • Abbiate cura dei vostri contatti.  Sia nel caso di vecchi che nuovi contatti, coltivate le relazioni instaurate nel tempo. Ad esempio, dopo un evento ricordatevi di inviare una mail al contatto appena conosciuto oppure aggiungetelo su LinkedIn inserendo un messaggio di ringraziamento per lo scambio di contatti con riferimento all’evento.
Infine, vi consiglio il libro “Teniamoci in contatto”  (The Startup of you) di Reid Hoffman, founder di LinkedIn. Un ottimo investimento per comprendere il business networking. Stanno nascendo tantissimi eventi e opportunità per la nostra Italia. Non perdiamocele.  “Accendi il cervello. Le nuove idee nascono guardando le cose, parlando alla gente, sperimentando, facendo domande e andando fuori dall’ufficio!”. (cit. Steve Jobs).

martedì 21 gennaio 2014

15 cose da fare per avere successo


Vuoi avere successo? Complicati la vita! Questo l’insegnamento di Dan Waldschmidt, americano, consulente per aziende di fama internazionale e blogger di Businessinsider.com.
Nel suo blog spiega come riuscire negli affari e nella vita. Ecco alcuni dei suoi consigli:
1. Fai la telefonata che hai paura di fare.
2. Alzati dal letto prima di quanto vorresti.
3. Dai agli altri più di quanto quanto ricevi.
4. Prenditi cura degli altri più di quanto gli altri lo facciano per te.
5. Lotta sempre. Anche quando sei ferito, deluso, sanguinante.
6. Investi in te stesso anche se nessun crede in te.
7. Cerca una tua opinione sulle cose e non accettare mai verità precostituite.
8. Conduci anche quando non c’è nessuno ancora a seguirti.
9. Prova, fallisci e prova ancora.
10. Corri veloce anche quando sei a corto di fiato.
11. Sii gentile con le persone che sono state crudeli con te.
12. Prenditi la responsabilità delle tue azioni quando le cose vanno male.
13. Segui sempre la tua strada senza aver paura di ciò che hai di fronte.
14. Non avere paura di sbagliare.
15. Fai le cose più difficili, quelle che nessun altro farebbe. Quelle che ti spaventano.
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mercoledì 15 gennaio 2014

7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014


7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014
Lanciarsi in una nuova avventura imprenditoriale non è mai facile e non pochi “would-be entrepreneurs” possono essere disorientati dal duro lavoro che li aspetta e dall’incertezza tipica del nuovo stile di vita di chi si mette in proprio.  E’ difficile prevedere tutto ciò che comporta il lancio di un nuovo business, ma ci sono alcune domande chiave da porsi prima di tuffarsi in un nuovo progetto.
Un interessante articolo pubblicato su Mashable svela quali sono i 7 quesiti principali:
1.       Quanto bene lavori senza “playbook”?
Hai bisogno di una guida costante e di motivazione dagli altri? Riesci a gestire bene il tuo tempo senza che nessuno ti ponga scadenze? Molte persone pensano che essere l’unico a decidere renda la vita più facile. Potrebbe essere complesso iniziare quando non ci sono chiare indicazioni da seguire. Gli imprenditori di successo sono molto spesso indipendenti, pieni di risorse e non hanno bisogno di qualcuno che gli dica di essere efficienti e produttivi. Fai parte di questa categoria?
2.       Sei un inventore o un imprenditore?
Molte delle startup di successo sono nate da idee grandiose, non sempre però un ottimo prodotto o invenzione è sufficiente per fare un buon business. Troppe volte un “inventor” sta troppo orientato al prodotto, al prototipo, al brevetto, ecc., ignorando tutti gli altri aspetti dello sviluppo del business. Solo perché sviluppi un buon prodotto non è detto che il cliente verrà a bussarti alla porta, gli imprenditori questo lo capiscono. Questo non vuol dire che se ti consideri un inventore allora non puoi lanciare un tuo progetto, ma significa che forse dovresti cercare un partner che sia complementare con le tueskills e interessi e che ti aiuti a portare l’idea ad un livello successivo.
3.       La tua idea di business offre valore ai clienti?
Non c’è dubbio che la passione sia un aspetto chiave del  successo di un’impresa, ma per poter costruire un business profittevole hai bisogno di offrire qualcosa che le persone cercano. Al mercato non gli importa che stai perseguendo il sogno della tua vita, le persone spendono soldi in prodotti o servizi che soddisfano un desiderio. Se non c’è un bisogno da parte dei clienti, il business fallirà. Che valore hai da offrire?
4.       Per cosa si differenzia il tuo business?
La tua idea/prodotto è molto simile ad un business già esistente? Il tuo prodotto ha qualcosa di unico da offrire? Quanto affollato è il marketplace? Queste sono alcune delle domande a cui devi pensare, ma tieni in mente che la chiave del successo non sempre consiste nel trovare un mercato inesplorato. In sostanza, non sempre devi far nascere una nuova idea rivoluzionaria, monitora sempre il settore in cui vuoi inserirti e cerca di capire in che direzione sta andando.  Cerca di dare al cliente una buona ragione per sceglierti rispetto ai concorrenti.
Come tieni monitorato i trend del settore che vuoi aggredire?
5.       Te la senti ti diventare il factotum della tua startup?
Se sei un dipendente di un’azienda c’è sempre qualcun altro che può risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia. Lanciando un nuovo business tipicamente si è destinati a fare un po’ di tutto, puoi essere un programmatore e dopo un ora gestire una contrattazione di acquisto, passare dal fare un questionario a parlare con un VC internazionale. Prima di decidere di intraprendere questa strada cerca di essere sicuro di essere in grado di poter gestire il tutto, soprattutto le cose più noiose che nessuno ha voglia di fare. La tua passione per il progetto è così grande che ti senti di potere essere flessibile, adattandoti alle esigenze del momento?
6.       Hai il supporto finanziario adeguato per iniziare subito?
Quando stai lanciando una nuova startup, il tuo business può non essere profittevole per almeno 3-5 anni, è importante essere realistici su come supporterai finanziariamente il tuo progetto, ma soprattutto te stesso. In molti casi, il miglior momento per preparare il lancio del tuo business è quando stai già lavorando da un’altra parte. Sei pronto a rompere il salvadanaio che hai riempito e protetto per tanti anni?
7.       Come gestisci rifiuti e delusioni?
Quando siamo molto coinvolti in quello che facciamo, è difficile superare i rifiuti, soprattutto se di natura personale. Tuttavia, come  imprenditore, preparati a ricevere anche brutte notizie, magari da un investitore, da un cliente o da un collega. Il segreto è gestire ogni singola situazione come una storia a se, continuare a ripensarci e voler a tutti i costi capire il perché è una perdita di tempo e, soprattutto, non ti permetterà di crescere ed acquisire esperienza.

domenica 12 gennaio 2014

5 migliori consigli degli startupper americani

Startupper AmericaniGli startupper americani condividono i loro segreti. A svelarli il sito americano Mashable.Leggiamo quali sono i loro 5 migliori consigli.1. Non avere paura di ciò che non sai
Ci sarà sempre qualcosa che non saprai e spesso sarai costretto a fare una scelta senza capirne pienamente le conseguenze. Impara a gestire queste situazioni, usando l’istinto. Senza avere paura».
(Aaron O’Hearn di Startup Institute)

2. Non tutto dipende da te

Il mio consiglio è di non darti troppa importanza. Insomma, non elogiarti troppo quando le cose vanno bene o colpevolizzarti quando vanno male. Ricorda: la fortuna gioca un ruolo importante nel successo di un progetto. Se riuscirai a distaccarti un po’ apparirai più umile e anche più sicuro di te».
(Ethan Austin di Give Forward)

3. Non parlare e basta, ma dimostra!

Molti startupper presentano la loro idea come rivoluzionaria senza poi riuscire a fornire prove sufficienti del perché lo sarebbe. Dovrebbero invece focalizzarsi sui risultati, anche minimi, che la loro startup è riuscita a conseguire. E raccontarli con autenticità».
(Shaun Johnson di Startup Institute)

4. Impara ad affrontare il rischio

Il migliore imprenditore non è chi cerca i rischi. Ma chi sa come limitarli».
(Rick Desai di Dashfire)

5. Trova il giusto equilibrio

La vita di uno startupper è caratterizzata dalla ricerca di tanti equilibri e raggiungerli o meno può fare la differenza: cerca consigli, ma tieni ben salde le tue convinzioni. Sii fiero di ciò che hai realizzato pur sapendo che non hai raggiunto la perfezione. Parla in modo diretto al tuo team, ma evita di essere troppo brusco. Non prenderti troppo sul serio, anche se pensi che la tua idea sia destinata a cambiare il mondo. Infine, non perdere mai di vista l’amore, gli amici e la famiglia. Checché se ne dica sono loro la cosa più importante».
(Jamyn Edis di Dash Lab)
Dall’America all’Italia. Anche i nostri startupper offrono i loro consigli. Puoi leggerli qui:
Da Millionaire

domenica 29 dicembre 2013

Il fallimento è un diritto

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Esiste il fallimento ed esiste il «potere del fallimento». Thomas Edison li sperimentò entrambi. Diecimila volte — raccontò egli stesso — vide finire una sua idea nella sabbia; alla decimillesima volta e uno, accese la lampadina elettrica. Il risultato, oggi, sono la General Electric, una delle imprese mitiche d’America, e la fama perpetua. «Non ho fallito — riassunse poi —. Ho solo trovato diecimila modi che non avrebbero funzionato». I fallimenti lo aiutarono a correggere gli errori. Henry Ford affrontò due crac, poi fondò la Ford Motor Company. Un progetto di Steve Jobs fece flop e lui fu licenziato dalla sua Apple. Lo scivolone di Bill Gates si chiamò Traf-O-Data, una società che voleva ottimizzare i flussi di traffico attraverso l’analisi di dati. Da quei passi falsi hanno imparato come si fa.
È che l’America ha un rapporto speciale con il fallimento. Lo rispetta e lo riconosce come qualcosa di importante: da evitare se si può (ma è difficile), però non da considerare mortale. Non è solo parte del processo di try-and-error che porta al successo, cosa abbastanza ovvia. È anche regolatore del mercato, misuratore del merito: caratteristica strutturale e indispensabile del capitalismo. Questo rapporto con il fallimento è una delle qualità che fanno dell’America un Paese a parte, diverso da tutti gli altri e al quale molti, quasi tutti, cercano di assomigliare, a cominciare dal condividerne l’idea che il fallimento non è la fine della strada, ma una semplice curva. L’altra metà del capitalismo tradizionale, l’Europa, Italia in prima fila, ha un’idea differente di che cosa significhi dover abbandonare un progetto, un’impresa e confessarlo in pubblico. Da qualche tempo cerca di copiare gli Stati Uniti. Ma, quando si viene alla bancarotta, l’Atlantico resta un lago che divide. Ancora oggi, se parlate con un vero uomo d’affari yankee, probabilmente vi racconterà che una delle differenze più profonde tra un businessman europeo e uno americano è che il primo non darebbe mai credito a una persona che nella vita è fallita, il secondo non presterebbe denaro a chi non è fallito almeno una volta.
Sociologi ed economisti di solito spiegano le differenze tra i modi d’intendere la vita economica con la cultura cattolica, opposta a quella protestante. Quando si tratta del crac imprenditoriale o personale, non è così o, almeno, c’è di più. L’approccio al fallimento nei Paesi del Nord Europa — pure protestanti e pure coscienti del diritto di rialzarsi — è diverso da quello americano. Inoltre, la sua utilità educativa è riconosciuta in molte culture: «La grandezza — diceva Confucio — non si raggiunge non fallendo mai, ma rialzandosi ogni volta che si cade». A fare la differenza è che negli Stati Uniti l’idea è diventata cultura diffusa e condivisa e, soprattutto, è entrata a far parte del quadro istituzionale e giuridico come uno degli architravi del sistema economico.
È il modo in cui si è formato e sviluppato il capitalismo in America, dal basso e fondato sull’individuo e non sullo Stato, che ha prodotto l’idea di fallimento non più come stigma sociale, non più come colpa, ma come normalità del processo. Come diritto a fallire.
Dai primi decenni dell’Ottocento, l’espansione dell’America — intesa come terra delle infinite opportunità e dell’ottimismo — avvenne intorno ai fiumi, ai canali, alle strade, ma anche attorno al credito, che in poco tempo diventò un vero sistema di obbligazioni tra privati, destinato a sostenere tanto la produzione quanto i consumi.
Già nel 1837, l’Albany Republican Committee sosteneva che «il sistema del credito ha esteso il nostro commercio in tutto il mondo, costruito le nostre città e villaggi, fondato i nostri college e costruito le nostre scuole». Si trattava di crediti diffusissimi, spesso ripagati a lungo termine o protestati; e via via si sviluppò una tolleranza, in qualche modo forzata, verso chi non pagava: per sostenere lo sviluppo complessivo del Paese — necessità che nessuno si sognava di negare — il credito e l’accettazione del possibile default erano visti come indispensabili avamposti verso la frontiera. È il modo stesso di formazione del capitalismo americano a giustificare e a prevedere la fallibilità di chi svolge attività economica.
Il risultato legale e istituzionale è il Chapter 11, il titolo del Codice federale sulla bancarotta che, senza menare scandalo, consente alle aziende che non sono in grado di onorare i debiti di proteggersi dai creditori, mentre il management (di solito lo stesso) ristruttura il business sulla base di un piano concordato. Più in generale, l’accettazione del fallimento si è così radicata negli Stati Uniti che non solo è socialmente ammesso, accettato e parte della formazione di un imprenditore: è anche un regolatore del mercato. Durante la Grande Crisi degli anni scorsi, il punto nevralgico più discusso — e considerato una delle cause del disastro finanziario —è stato il concetto di too-big-to-fail, applicato alle banche troppo grandi per essere lasciate fallire e dunque indisciplinate nel prendere rischi, in quanto sapevano che, in ogni caso, sarebbero state salvate dall’intervento pubblico. La regolazione automatica prodotta dal rischio di fallire era venuta meno, eliminata dalle possibilità imprenditoriali, il che aveva inceppato il sistema. Situazione da correggere. Il fallimento, in altri termini, negli Stati Uniti non è solo parte del gioco, una possibilità ammessa senza doversi vergognare. È una regola indispensabile del gioco.
L’idea si estende dal business alle persone dopo la Seconda guerra mondiale, quando la grande massa di risparmi accumulata in America durante il periodo bellico s’incontra con il desiderio di beni e servizi a cui si era dovuto rinunciare e con il baby-boom: il risultato è l’esplosione della società dei consumi, la quale si fonda via via sempre più sul credito al consumo e sulla necessità che tutti comprino, anche a debito, per andare avanti. Risultato: in America, fallire in affari si porta dietro una «vergogna» assai minore che in Italia e in Europa, molto spesso è normale; e anche fallire nel ripagare i debiti personali è meno devastante che dall’altra parte dell’Atlantico, dove, in molti Paesi, non esistono ancora norme sul trattamento delle bancarotte individuali.
Lo stigma del crac da noi, al contrario, è una forza negativa che frustra l’imprenditorialità e la creatività, che sacrifica la crescita economica e i consumi. Un sondaggio condotto l’autunno scorso da Youth Business International e Global Entrepreneurship Monitor ha scoperto che solo 17 giovani europei su cento ritengono che ci siano opportunità di business disponibili e sono convinti di avere le capacità e le conoscenze per approfittarne. E il 41,9 per cento di loro cita la paura del fallimento come barriera per iniziare un business. Uno svantaggio competitivo considerevole rispetto agli Stati Uniti. Al punto che nel 2010 la Commissione europea ha lanciato un progetto per affrontare «lo stigma del fallimento negli affari» sulla base del fatto che il 57 per cento degli europei non investirebbe in un business gestito da chi in passato è fallito e il 47 sarebbe meno incline a ordinare beni da qualcuno che ha avuto un crac imprenditoriale. Secondo la Commissione, il 48 per cento degli europei ritiene che «non si dovrebbe creare un’impresa se c’è un rischio che possa fallire»: chi dovrebbe eliminare il rischio si immagina che sia lo Stato.
In Italia e in Europa, dunque, non c’è una Silicon Valley, luogo dove il diritto di fallire — in fretta e possibilmente a basso costo — è un totem imprenditoriale. Alla base, la differenza sta nell’idea di capitalismo: quello fondato sulla responsabilità individuale di chi sbaglia e si rialza e quello di chi vuole garanzie prima di accendere la lampadina di Edison.