by Pierangelo Raffini


«Spara nelle tenebre, e anni dopo sono le tenebre a sparare di rimando». Con questa inedita metafora bellica, che evoca le trincee o i cecchini appostati tra le rovine delle città distrutte, Katja Petrowskaja, l’autrice di Forse Esther, ha offerto una perfetta rappresentazione del suo metodo di indagine storica. Nata a Kiev nel 1970, Katja Petrowskaja vive a Berlino, e ha scritto in tedesco un’appassionante cronaca familiare, che è anche un romanzo di formazione e un superbo esercizio di stile. La sua è stata una famiglia di ebrei con una particolare vocazione: l’insegnamento ai sordomuti.
Quello della scrittrice è un metodo di ricerca totale, che si avvale degli strumenti più classici (letture, interviste, sopralluoghi) come delle sorprese elargite da internet («il muro del pianto dei non credenti»). Ma il tono fondamentalmente concitato del suo libro esprime una forma di urgenza che possiamo ben comprendere. Katja Petrowskaja scrive prima che sia troppo tardi, prima che da quel buio che interroga non giunga più nemmeno un colpo di rimando.
Il fatto è che il cosiddetto «secolo breve», con tutti i suoi inauditi orrori e i suoi luminosi esempi di grandezza umana, sta perdendo uno a uno i testimoni diretti, coloro che «hanno visto con i propri occhi». In teoria, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: ogni epoca della storia umana ha attraversato questa mutazione della memoria collettiva. Sarà venuto il giorno in cui l’ultimo soldato delle guerre puniche, un vecchio centurione carico di ricordi e di ferite, avrà chiuso per sempre gli occhi stanchi del mondo. In questi casi, è come se nella continuità del tempo si aprisse un crepaccio. Si potrebbe dire che l’evento, proprio per non perdere la sua realtà, stabilisce un diverso genere di relazione con la memoria.
Appena prima che il crepaccio diventi una voragine, la testimonianza cede la staffetta all’immaginazione. È abbastanza intuitivo che un processo così delicato non possa mai filare del tutto liscio. Ma nella storia umana non era mai accaduto che la ricerca di una verità condivisa fosse concepita e praticata in modo così drammatico. Dal genocidio degli armeni alla guerra civile spagnola, dall’assassinio di Kennedy al crollo dell’impero sovietico, non c’è documento così solido e incontrovertibile da non poter essere investito dall’ombra del dubbio. Una volta si diceva che la storia la scrivono i vincitori: era una triste massima, ma almeno corrispondeva a un principio razionale. Oggi si potrebbe dire che i più accaniti nel conquistare il privilegio di scrivere la storia siano i negatori.
Proprio mentre la tecnologia consentiva un’inaudita moltiplicazione delle prove, esse hanno finito per diventare il maggiore alimento del dubbio. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo il caso di quella ricca letteratura demenziale impegnata a svelare che l’11 settembre 2001 le Torri gemelle crollarono a causa di un complotto della Cia, o di qualche associazione segreta ebraica…
È questo il senso dell’incubo raccontato da Primo Levi nel suo ultimo libro: l’atroce destino di chi scampa ad Auschwitz per rendersi conto, col passare del tempo, che più nessuno crede a ciò che ha visto.
Strano a dirsi, ma le tecniche della letteratura, unite al talento dei singoli, hanno un grande ruolo sia, come è facilmente intuibile, nel campo dell’immaginazione, sia in quello della testimonianza. La letteratura non «abbellisce» inutilmente i discorsi umani, ma ne sperimenta in direzioni inaudite l’efficacia storica, il carattere esemplare, la memorabilità. Inoltre, il suo punto di vista è sempre quello del singolo (solo la cattiva letteratura, cioè la propaganda, fa leva su un «noi» del tutto fittizio). La verità alla quale aspira è quella che può essere ottenuta, al termine di cammini che sono spesso lungi e tortuosi, dall’individuo, sempre in lotta contro il tempo e i limiti del suo talento.
È per questo motivo che i libri di Primo Levi risulteranno sempre non certo più «veri» degli atti del processo di Norimberga, ma sicuramente più «credibili». È la loro implicita debolezza a farne la forza. Affidandosi alla concretezza del destino personale, che è irripetibile e diverso da ogni altro, anche ciò che ormai credevamo risaputo in ogni minimo dettaglio si mostra visibile da prospettive che non sospettavamo.
Da questo punto di vista, avrebbe meritato una maggiore attenzione la traduzione italiana di un libro di Marcel Cohen intitolato La scena interiore, apparso da Gallimard nel 2013. Non si tratta solo della bellezza e dell’originalità dello stile e della struttura, che ne fanno un gioiello della prosa francese contemporanea, come è stato osservato da molti recensori in patria. Un incredibile concorso di circostanze ha fatto sì che Cohen incarnasse successivamente il ruolo di testimone diretto e quello di chi, scrutando la propria stessa vita dalla distanza siderale creata dal tempo, è costretto a indagare sul passato interrogando indizi talmente esili da sfiorare l’insignificanza assoluta.
Siamo a Parigi nel 1943: lo stesso cupo scenario mirabilmente evocato da Patrick Modiano in Dora Bruder, il suo romanzo più bello. Per tutti gli ebrei che non hanno potuto abbandonarla in tempo, la città si è trasformata in una trappola. La Gestapo, con la complicità attiva del regime di Vichy e della sua polizia, pattuglia ogni quartiere, ogni strada, ogni palazzo. Basta la soffiata di un vicino di casa per finire su un convoglio destinato ad Auschwitz. Ci sono addirittura dei giornali infami, come il «Je suis partout» di Robert Brasillach, che in un’apposita rubrica rivelano indirizzi e nascondigli. I Cohen vivono la vita grama e terrorizzata di chi, per uscire di casa, deve mostrare la stella gialla cucita bene in vista sui vestiti. Sefarditi, abili commercianti, devoti ma non bigotti, vengono da Istanbul. Il più anziano in famiglia è il nonno paterno di Marcel, Mercado Cohen, rispettato come un rabbino per la sua saggezza e la profonda conoscenza del Talmud. Nel 1943 ha settantanove anni. I suoi figli cercano di convincerlo ad abbandonare la sua poltrona nell’appartamento di boulevard de Courcelles, per sfuggire ai rastrellamenti. Lui risponde che «solo i ladri e gli assassini pensano a nascondersi». Ma sembra una disputa abbastanza accademica, perché per i Cohen un posto per nascondersi non esiste.
Al capo opposto dell’anagrafe familiare c’è Monique, la sorellina minore di Marcel, nata il 14 maggio 1943 e partita per Auschwitz con il convoglio del successivo 17 dicembre. Marcel, che è nato nel 1937 e nel 1943 era un bambino di cinque anni, è l’unico scampato dei Cohen, grazie a uno di quei casi fortuiti che possono diventare l’imperscrutabile sostanza di un intero destino. La mattina in cui la sua famiglia venne catturata, era uscito con la bambinaia, che lo aveva portato a giocare al Parc Monceau, a poche decine di metri da casa.
L’uomo che a settantaquattro anni ha deciso di erigere un monumento alla sua famiglia sparita nel nulla, ha vissuto intensamente la sua vita, diventando un critico d’arte, un inviato, un romanziere. Il suo stile scarno, ancorato ai dati di fatto, non importa quanto minimi, non è semplicemente una scelta letteraria fra le tante possibili, dettata dal gusto personale. Rappresenta in maniera perfetta l’assoluta scarsità dei materiali che gli hanno permesso di affrontare la sua impresa.
Nel testo, l’alternanza di corsivo e tondo rende evidente la duplice natura del suo punto di vista: da un lato quello del testimone diretto che raccoglie con fatica dal fondo di se stesso ricordi ormai lontanissimi, e dall’altro quello dell’archeologo che si interroga sul significato di un piccolo numero di sparsi frammenti scampati alla distruzione. Si tratta di una manciata di foto, o di un portauovo di legno con la vernice scrostata, di un vecchio violino senza corde, o ancora di una retina per capelli, di un portacenere di legno scolpito a forma di orso…
Che siano esistiti per i Cohen giorni normali e addirittura felici, solo quegli oggetti umili e levigati dal tempo possono dimostrarlo. Sono l’alfabeto di un linguaggio di «fatti» che lo scrittore tenta di far parlare limitando al massimo l’intervento personale. Si tratta, ovviamente, di un’impresa impossibile, perché non c’è linguaggio che possa parlare da sé, senza un soggetto vivo che lo manovri e, per quante cautele possa impiegare, finisca per deformarlo.
Come ammoniva Nabokov nel suo stupendo saggio su Gogol’, in realtà «i nudi fatti non esistono allo stato di natura », e la peggiore condizione in cui possa trovarsi uno scrittore è proprio quella di perdere «il dono di immaginare i fatti». Ma sono convinto che la struggente, indimenticabile bellezza del libro di Cohen consista proprio nel trarre il maggior partito artistico dalla contraddizione dei propositi e dei risultati. Una vera conoscenza è solo quella che accetta di caricarsi sulle sue spalle «l’ignoranza, l’inconsistenza e i vuoti» che paradossalmente la rendono possibile. La scena interiore è una grande lezione di stile, e dunque una lezione morale capace, tra tante inutili prediche, di convincere i suoi lettori.
Emanuele Trevi - La Lettura - Corriere della Sera (http://lettura.corriere.it/linvenzione-della-memoria/)
In questi giorni di anniversario dell’11 settembre 2001 stiamo rivivendo le successioni degli eventi di dieci anni fa: ieri era il giorno che George Bush andò a Ground Zero, oggi quello in cui annunciò all’America di prepararsi alla guerra. Si discuteva in tutto il mondo di quello che era successo e di quello che sarebbe successo: due settimane dopo, il 29 settembre, il Corriere della Sera pubblicò un lunghissimo articolo (fu impaginato in una sorta di inserto graficamente inedito per l’epoca) di Oriana Fallaci, celebre giornalista e inviata che non scriveva da molto tempo. L’articolo era letterariamente molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un dibattito intenso: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo a cui successero nuovi contributi e tentativi di imitazione diffusi. Per Fallaci fu un rientro sulla scena della discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena di un suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente. Oriana Fallaci morì il 15 settembre del 2006, cinque anni fa. Rileggere – o leggere per la prima volta – il suo articolo “La rabbia e l’orgoglio” (e la premessa scritta dal direttore del Corriere che allora era già Ferruccio De Bortoli), dopo dieci anni, è molto interessante.
Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’ altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’ una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: «Be angry. It’ s good to be angry, it’ s healthy. Siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano». E se a me fa bene io non lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà. Hai acceso un detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con la tua richiesta. Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l’ ho vissuta io, quest’ Apocalisse. Di fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò dunque da quella.
Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’ un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’ obiettivo, si getta sull’ obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’ audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’ aereo s’ è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’ aria. Sì, sembravano nuotare nell’ aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!
(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)
http://www.ilpost.it/2011/09/15/la-rabbia-e-lorgoglio/
Tutte le volte che troviamo un buon motivo per ritenere in declino e non competitiva l’economia italiana ne possiamo reperire un altro che dimostra inequivocabilmente, numeri alla mano, quanto il made in Italy possa essere concorrenziale e all’altezza delle sfide globali.