Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.
In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.
A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.
Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una webcam in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?
Massimo Gramellini - La Stampa
sabato 2 marzo 2013
domenica 17 febbraio 2013
Il valore intrinseco della cultura
Le dottrine umanistiche - con il contributo fondamentale che esse possono dare allo sviluppo di un pernsiero critico - sono fondamentali per la salute della democrazia. Lo sarebbero anche per la crescita economica, perchè non c'è buona economia ingorando fattori come l'immaginazione, l'etica o la responsabilità sociale. Ma è necessario che sappiano riformarsi.
di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013
Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.
Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.
Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.
Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.
Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.
Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.
La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?
Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.
La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.
Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.
MicroMega
di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013
Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.
Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.
Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.
Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.
Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.
Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.
La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?
Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.
La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.
Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.
MicroMega
venerdì 8 febbraio 2013
Come ripartire dalle eccellenze del made in Italy
L'economia italiana sta soffrendo la peggiore crisi degli ultimi ottant'anni. Questo è un fatto. Così come è un fatto altrettanto importante il suo tratto distintivo di essere ancora, e per fortuna, fortemente incentrata sull'industria manifatturiera. Mettendo insieme questi due fatti diventa evidente che occorra una nuova politica economica che rilanci la crescita.
Solo così sarà possibile recuperare rapidamente il terreno perduto e collocare il Paese su un sentiero di sviluppo decisamente più elevato di quello su cui è rimasta per tanti anni già prima della crisi. A questo sarà chiamato il governo che uscirà dalle elezioni del 24-25 febbraio.
Ma come disegnare questa politica? A mio avviso occorre tener conto di come l'economia italiana funziona, cioè delle sue specificità. E per individuare queste specificità viene in soccorso la lettura di alcune recenti analisi.
Tutte queste analisi hanno come comun denominatore l'industria quale leva del rilancio dell'Italia. Semplificando, il succo di essi mi sembra abbastanza chiaro.
Anzitutto, sono elevate le chances che avrebbe una politica industriale che curasse e sviluppasse la parte della nostra struttura produttiva che, pur nelle grandi difficoltà attuali, mostra segni di vitalità. Mi riferisco al mondo dei distretti industriali del made in Italy. L'analisi effettuata da Lino Mastromarino (contenuta in Italia, è tempo di ripartire, Gruppo Il Sole-24 Ore Libri, 2012), in particolare, illumina molto bene - «dall'interno di un'esperienza diretta», mi verrebbe di dire - la logica distrettuale; perciò mi sento di consigliarlo a tutti coloro che affrontano il tema distretto industriale un po' colla puzza al naso.
In particolare, i distretti di successo della meccanica strumentale, che ha un ruolo cruciale nel nostro export e nel contribuire, con un enorme surplus, a pagare le nostre bollette di vario genere. Marco Canesi, con una dettagliata analisi statistica, documenta le performances di quei distretti del Made in Italy. E sottolinea come la meccanica strumentale rappresenti una sorta di anello di congiunzione fra l'alta tecnologia e la produzione artigianale (Le macchine utensili e il Made in Italy, Franco Angeli, 2012). La sua idea è che scalare la vetta della tecnologia avanzata a partire dal successo delle nostre macchine utensili, è più facile che affrontare direttamente il problema con un grande piano di modernizzazione industriale.
I distretti sono, poi, importanti incubatori e da lì sono nate e si sono sviluppate le medie imprese cresciute dal basso, straordinariamente attive ed aggressive, le quali, di norma, restano collegate, rafforzandolo, al distretto industriale di origine, come ben spiega l'appassionata e precisa rassegna curata da Fulvio Coltorti (Mid-sized Manufacturing Companies: The New Driver of Italian Competitiveness, Springer, 2012,). Queste imprese, "scoperte" da Fulvio Coltorti nelle pieghe delle statistiche di Mediobanca, hanno - è inutile dire - una dimensione più congrua delle piccole che le circondano ai rapporti colla finanza e coi mercati esteri.
Infine, ma non ultimo per importanza, e recentissimo c'è Il progetto Confindustria per l'Italia (scaricabile in www.confindustria.it). Il progetto inserisce le problematiche dell'industria nel quadro più vasto e completo del rilancio dell'economia italiana. L'approccio è un po' diverso, più direttamente e dettagliatamente propositivo, ma l'accento cade ancora sullo sviluppo manifatturiero.
Si tratta, insomma, di riprendere un discorso che è sul tavolo da tempo: la formulazione di una politica industriale che soddisfi le ambizioni delle giovani generazioni, ma che, al tempo stesso, non getti via, come una scarpa vecchia, il frutto degli sforzi delle generazioni passate. Anzi, faccia leva proprio su quei frutti, che vanno anzitutto preservati dalla minaccia di distruzione che la crisi ha portato e che può essere scongiurata solo facendo ripartire l'Italia. Perciò tornare a crescere non solo è possibile, ma è un dovere etico.
Giacomo Becattini - Sole 24 ore -Imprese
Solo così sarà possibile recuperare rapidamente il terreno perduto e collocare il Paese su un sentiero di sviluppo decisamente più elevato di quello su cui è rimasta per tanti anni già prima della crisi. A questo sarà chiamato il governo che uscirà dalle elezioni del 24-25 febbraio.
Ma come disegnare questa politica? A mio avviso occorre tener conto di come l'economia italiana funziona, cioè delle sue specificità. E per individuare queste specificità viene in soccorso la lettura di alcune recenti analisi.
Tutte queste analisi hanno come comun denominatore l'industria quale leva del rilancio dell'Italia. Semplificando, il succo di essi mi sembra abbastanza chiaro.
Anzitutto, sono elevate le chances che avrebbe una politica industriale che curasse e sviluppasse la parte della nostra struttura produttiva che, pur nelle grandi difficoltà attuali, mostra segni di vitalità. Mi riferisco al mondo dei distretti industriali del made in Italy. L'analisi effettuata da Lino Mastromarino (contenuta in Italia, è tempo di ripartire, Gruppo Il Sole-24 Ore Libri, 2012), in particolare, illumina molto bene - «dall'interno di un'esperienza diretta», mi verrebbe di dire - la logica distrettuale; perciò mi sento di consigliarlo a tutti coloro che affrontano il tema distretto industriale un po' colla puzza al naso.
In particolare, i distretti di successo della meccanica strumentale, che ha un ruolo cruciale nel nostro export e nel contribuire, con un enorme surplus, a pagare le nostre bollette di vario genere. Marco Canesi, con una dettagliata analisi statistica, documenta le performances di quei distretti del Made in Italy. E sottolinea come la meccanica strumentale rappresenti una sorta di anello di congiunzione fra l'alta tecnologia e la produzione artigianale (Le macchine utensili e il Made in Italy, Franco Angeli, 2012). La sua idea è che scalare la vetta della tecnologia avanzata a partire dal successo delle nostre macchine utensili, è più facile che affrontare direttamente il problema con un grande piano di modernizzazione industriale.
I distretti sono, poi, importanti incubatori e da lì sono nate e si sono sviluppate le medie imprese cresciute dal basso, straordinariamente attive ed aggressive, le quali, di norma, restano collegate, rafforzandolo, al distretto industriale di origine, come ben spiega l'appassionata e precisa rassegna curata da Fulvio Coltorti (Mid-sized Manufacturing Companies: The New Driver of Italian Competitiveness, Springer, 2012,). Queste imprese, "scoperte" da Fulvio Coltorti nelle pieghe delle statistiche di Mediobanca, hanno - è inutile dire - una dimensione più congrua delle piccole che le circondano ai rapporti colla finanza e coi mercati esteri.
Infine, ma non ultimo per importanza, e recentissimo c'è Il progetto Confindustria per l'Italia (scaricabile in www.confindustria.it). Il progetto inserisce le problematiche dell'industria nel quadro più vasto e completo del rilancio dell'economia italiana. L'approccio è un po' diverso, più direttamente e dettagliatamente propositivo, ma l'accento cade ancora sullo sviluppo manifatturiero.
Si tratta, insomma, di riprendere un discorso che è sul tavolo da tempo: la formulazione di una politica industriale che soddisfi le ambizioni delle giovani generazioni, ma che, al tempo stesso, non getti via, come una scarpa vecchia, il frutto degli sforzi delle generazioni passate. Anzi, faccia leva proprio su quei frutti, che vanno anzitutto preservati dalla minaccia di distruzione che la crisi ha portato e che può essere scongiurata solo facendo ripartire l'Italia. Perciò tornare a crescere non solo è possibile, ma è un dovere etico.
Giacomo Becattini - Sole 24 ore -Imprese
mercoledì 30 gennaio 2013
Infelicità delle istituzioni europee
Nella storia del mondo abbondano invece le prove che il modo migliore per ridurre il deficit non è l'austerità, ma una rapida crescita economica che generi reddito pubblico con il quale colmare il deficit. Dopo la seconda guerra mondiale, gli enormi deficit europei sono in gran parte spariti grazie a un veloce sviluppo; è successo qualcosa di simile durante gli otto anni della presidenza Clinton, iniziata con un deficit enorme e conclusasi senza, e in Svezia tra il 1994 e il 1998. Oggi la situazione è diversa, perché in aggiunta alla recessione la disciplina dell'austerità viene imposta per ridurre il deficit a molti paesi con un tasso di crescita zero o negativo. Creare sempre più disoccupazione laddove c'è una capacità produttiva inutilizzata è una strategia bizzarra, e non basta ai padroni della politica europea dire che non si aspettavano forti cali di produzione e alti e crescenti tassi di disoccupazione. Perché mai non se l'aspettavano? Da quale idea dell'economia si fanno guidare? Di sicuro la qualità intellettuale del loro pensiero è un motivo di infelicità. Non si tratta soltanto di avere un'etica solidale, ma anche un'epistemologia decente.
Dire che in caso di recessione la politica dell'austerità rischia di essere contro-produttiva può sembrare una critica sostanzialmente "keynesiana".
John Maynard Keynes ha sostenuto in modo convincente che durante un eccesso di capacità produttiva dovuto alla scarsa domanda del mercato, tagliare la spesa pubblica rallenta l'economia e accresce la disoccupazione invece di diminuirla. Gli va riconosciuto il grande merito di aver fatto capire questo punto fondamentale ai responsabili politici di ogni tendenza. Sarebbe sensato avvalerci delle buone ragioni di Keynes, ormai fanno ormai parte del pensiero economico comune (anche se sono ignote ai leader europei), ma per quanto riguarda la totale inadeguatezza dell'austerità in Europa, ce ne sono altre.
Dobbiamo andare oltre Keynes e chiederci a che cosa serva la spesa pubblica, oltre a rafforzare la domanda del mercato, qualunque ne sia il contenuto. Il risentimento – l'infelicità – di tanti europei per i tagli feroci ai servizi pubblici e per l'austerità indiscriminata non si basa soltanto e neppure primariamente su un ragionamento keynesiano. Fatto altrettanto importante, se non di più, quella resistenza esprime un'opinione costruttiva interessante dal punto di vista sia politico che economico. Parla di giustizia sociale, di ridurre l'ingiustizia invece di aumentarla. I servizi pubblici sono apprezzati per ciò che forniscono in concreto alle persone, soprattutto alle più vulnerabili, e in Europa sono stati ottenuti con decenni di lotta. Tagliarli spietatamente significa rinnegare l'impegno sociale degli anni Quaranta che ha portato alla previdenza e alla sanità pubblica in un periodo di cambiamento radicale. Questo continente ne è stato il pioniere, ha dato una lezione di responsabilità sociale poi imparata nel resto del mondo, dal Sud-est asiatico all'America latina.
Keynes parlò pochissimo di disuguaglianza economica; sugli orrori della povertà e delle privazioni fu di una reticenza straordinaria. Non lo interessavano granché le esternalità e l'ambiente, trascurò del tutto "l'economia del benessere" di cui si occupava invece il suo rivale e antagonista A.C. Pigou. Come ho scritto sulla New York Review of Books - persino Bismarck nell'Ottocento si interessò di sicurezza e di giustizia sociale più di quanto avrebbe fatto Keynes. Gli amici keynesiani mi accusarono di irriverenza (anche quelli della Banca d'Italia), di aver insultato Keynes e vollero farmi ritrattare. Dimenticavano che, sebbene fosse un leader conservatore, Bismarck aveva molto da dire sull'importanza dei servizi sociali.
Per finire, vorrei accennare alla riforma economica di cui molti paesi europei, e non solo la Grecia o l'Italia, hanno senz'altro un gran bisogno. Uno degli aspetti peggiori dell'austerità è stato di rendere questa riforma impraticabile confondendo due programmi: l'austerità dei tagli spietati e la riforma di una cattiva amministrazione (evasione fiscale diffusa, favori concessi da funzionari pubblici per lucro personale e anche insostenibili convenzioni sull'età pensionabile). I requisiti della presunta disciplina finanziaria li hanno amalgamati, sebbene qualunque analisi della giustizia sociale porti a politiche distinte per ciascun programma.
L'amalgama è il frutto di una confusione intellettuale che porta al disastro politico perché collega un bisogno forte e sensato a una follia intempestiva, e nelle campagne politiche unisce gli oppositori dell'austerità a quelli delle riforme indispensabili. L'Europa deve cambiare ora. Nessun paese scaccerà da solo la potente illusione di cui i leader politici sembrano prigionieri, né la Grecia, né il Portogallo e nemmeno l'Italia, eppure bisognerà trovare una voce collettiva per porre fine a tanta miseria e a tanta infelicità.
Chiedo scusa, mi sono dilungato sull'economia mentre volevate sentir parlare di felicità. Mi dispiace, a mia difesa però va detto che per arrivare a un'Europa felice, dobbiamo prima discutere di molte cose infelici. Avrei preferito che non fosse così.
Sole 24 ore - Domenica
Dire che in caso di recessione la politica dell'austerità rischia di essere contro-produttiva può sembrare una critica sostanzialmente "keynesiana".
John Maynard Keynes ha sostenuto in modo convincente che durante un eccesso di capacità produttiva dovuto alla scarsa domanda del mercato, tagliare la spesa pubblica rallenta l'economia e accresce la disoccupazione invece di diminuirla. Gli va riconosciuto il grande merito di aver fatto capire questo punto fondamentale ai responsabili politici di ogni tendenza. Sarebbe sensato avvalerci delle buone ragioni di Keynes, ormai fanno ormai parte del pensiero economico comune (anche se sono ignote ai leader europei), ma per quanto riguarda la totale inadeguatezza dell'austerità in Europa, ce ne sono altre.
Dobbiamo andare oltre Keynes e chiederci a che cosa serva la spesa pubblica, oltre a rafforzare la domanda del mercato, qualunque ne sia il contenuto. Il risentimento – l'infelicità – di tanti europei per i tagli feroci ai servizi pubblici e per l'austerità indiscriminata non si basa soltanto e neppure primariamente su un ragionamento keynesiano. Fatto altrettanto importante, se non di più, quella resistenza esprime un'opinione costruttiva interessante dal punto di vista sia politico che economico. Parla di giustizia sociale, di ridurre l'ingiustizia invece di aumentarla. I servizi pubblici sono apprezzati per ciò che forniscono in concreto alle persone, soprattutto alle più vulnerabili, e in Europa sono stati ottenuti con decenni di lotta. Tagliarli spietatamente significa rinnegare l'impegno sociale degli anni Quaranta che ha portato alla previdenza e alla sanità pubblica in un periodo di cambiamento radicale. Questo continente ne è stato il pioniere, ha dato una lezione di responsabilità sociale poi imparata nel resto del mondo, dal Sud-est asiatico all'America latina.
Keynes parlò pochissimo di disuguaglianza economica; sugli orrori della povertà e delle privazioni fu di una reticenza straordinaria. Non lo interessavano granché le esternalità e l'ambiente, trascurò del tutto "l'economia del benessere" di cui si occupava invece il suo rivale e antagonista A.C. Pigou. Come ho scritto sulla New York Review of Books - persino Bismarck nell'Ottocento si interessò di sicurezza e di giustizia sociale più di quanto avrebbe fatto Keynes. Gli amici keynesiani mi accusarono di irriverenza (anche quelli della Banca d'Italia), di aver insultato Keynes e vollero farmi ritrattare. Dimenticavano che, sebbene fosse un leader conservatore, Bismarck aveva molto da dire sull'importanza dei servizi sociali.
Per finire, vorrei accennare alla riforma economica di cui molti paesi europei, e non solo la Grecia o l'Italia, hanno senz'altro un gran bisogno. Uno degli aspetti peggiori dell'austerità è stato di rendere questa riforma impraticabile confondendo due programmi: l'austerità dei tagli spietati e la riforma di una cattiva amministrazione (evasione fiscale diffusa, favori concessi da funzionari pubblici per lucro personale e anche insostenibili convenzioni sull'età pensionabile). I requisiti della presunta disciplina finanziaria li hanno amalgamati, sebbene qualunque analisi della giustizia sociale porti a politiche distinte per ciascun programma.
L'amalgama è il frutto di una confusione intellettuale che porta al disastro politico perché collega un bisogno forte e sensato a una follia intempestiva, e nelle campagne politiche unisce gli oppositori dell'austerità a quelli delle riforme indispensabili. L'Europa deve cambiare ora. Nessun paese scaccerà da solo la potente illusione di cui i leader politici sembrano prigionieri, né la Grecia, né il Portogallo e nemmeno l'Italia, eppure bisognerà trovare una voce collettiva per porre fine a tanta miseria e a tanta infelicità.
Chiedo scusa, mi sono dilungato sull'economia mentre volevate sentir parlare di felicità. Mi dispiace, a mia difesa però va detto che per arrivare a un'Europa felice, dobbiamo prima discutere di molte cose infelici. Avrei preferito che non fosse così.
Sole 24 ore - Domenica
domenica 20 gennaio 2013
Contro l'abuso della questione morale
L’alternativa all’abuso della «questione morale» nella politica non deve essere per forza un cinico ritorno alla vulgata machiavellica, quella secondo la quale non si avrebbe nulla da eccepire sui mezzi, anche spregevoli, per raggiungere un fine. Può essere invece un invito alla modestia per chi coltiva l’insana tentazione di farsi fustigatore degli altrui costumi, e di salire su un pulpito, anziché rimuovere le cause materiali, terrene, della corruzione e del malaffare.
Sulla contemplazione della propria diversità morale si costruiscono infatti fragili piedistalli, e anche reputazioni usurpate. Ma l’abuso della «questione morale» produce in ogni caso risultati disastrosi, cancella la politica come possibile rimozione di problemi e assegna alla lotta politica compiti impropri. La politica non dovrebbe avere la missione di sradicare dal cuore degli uomini la predisposizione al ladrocinio, ma di creare le condizioni perché i ladri siano neutralizzati e costretti a condurre una vita difficile. Forse Machiavelli era troppo cinico, ma Savonarola ha creato disastri ben maggiori.
Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui i partiti devono difendersi dagli effetti di una pessima nomea, peraltro egregiamente conquistata sul campo dopo decenni di ostinata cattiva gestione della cosa pubblica. La nomea di associazioni dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, veicoli di corruzione, collettori di tangenti, terra di pascolo per clientele e gruppi affaristici che attraverso la politica si procurano i mezzi per un arricchimento smisurato. È fondata questa nomea o è soltanto il frutto di una propaganda demagogica, o «qualunquista», come si diceva un tempo? È, purtroppo, una nomea più che fondata. Assistere allo spettacolo di consiglieri regionali che scialano in cene pantagrueliche i soldi pubblici degli italiani intascati con appositi regolamenti autopromozionali, oppure vedere in ogni parte d’Italia dilagare, a destra e a sinistra, nel Nord e nel Sud, le ruberie consumate ai danni della sanità italiana, tutto questo rende comprensibilmente sospetto l’appello a non abusare della «questione morale» durante e dopo la campagna elettorale in corso, pena l’accusa di voler minimizzare le colpe di chi fa politica per arricchirsi. Tuttavia bisognerebbe insistere: meglio accantonarla, la «questione morale». E non solo per la ragione trivialmente fattuale, eppure difficilmente confutabile, che nessuno degli schieramenti oggi in competizione può rivendicare una purezza cristallina che ne legittimi le pretese di supremazia etica. Ma perché la «questione morale» perpetua un equivoco e concentra l’attenzione sui comportamenti etici e non piuttosto sulle istituzioni e sulle leggi che dovrebbero impedire una deriva «immorale» nel governo dello Stato.
La «questione morale» è entrata prepotentemente nel lessico politico italiano, all’inizio degli anni Ottanta, con il leader del Pci Enrico Berlinguer. Oggi è molto diffusa la tentazione di idealizzare nostalgicamente il passato e fare di Berlinguer un santino. Ma non è mancanza di rispetto per un protagonista giustamente molto amato e stimato della vita politica italiana constatare che l’abuso berlingueriano della «questione morale» fu il frutto di un errore politico e di una distorsione culturale (lo diceva anche Miriam Mafai in Dimenticare Berlinguer: solo che purtroppo è stato dimenticato non Berlinguer, ma proprio quel fondamentale libro della Mafai). L’errore politico (allora blandamente contrastato dall’ala migliorista del Pci, con Giorgio Napolitano) fu quello di voler uscire dall’impasse del compromesso storico sconfitto con un’accentuazione del settarismo, con la sopravvalutazione della «diversità» e con un attacco furioso al socialismo craxiano, accusato di aver corrotto il Psi in una deplorevole e peccaminosa «mutazione genetica» della tradizione socialista di matrice «frontista»,molto poco conflittuale con il Pci. La distorsione culturale fu invece quella di stabilire una insuperabile barriera antropologica tra il mondo comunista, magnificato come moralmente superiore, eticamente integro, e il resto del mondo politico, confinato nel recinto infetto della corruttela e del malaffare solo per il fatto di «non» essere comunista e di non credere nei valori che il comunismo stava storicamente incarnando. Ma mentre l’errore politico è stato riassorbito dai tempi lunghi della storia, l’errore culturale invece ha dispiegato i suoi effetti negativi nel corso dei decenni, tanto da proiettare la sua ombra sulla sinistra italiana, in forme e con parole nuove, sino ai nostri giorni.
L’etica e le macerie
Nel corso degli anni Novanta, durante l’intero arco della Seconda Repubblica, il progressivo abbandono del marxismo ha infatti dato alla dimensione eticizzante una risonanza tutta nuova in una sinistra ex comunista che ha rischiato di essere travolta dalle macerie del Muro di Berlino. Il pertinace rifiuto di confluire, sin dalla scelta del nome del nuovo partito, in unmodello culturale di tipo socialista o socialdemocratico classico ha spinto la cultura lasciata orfana dalla scomparsa del Pci ad abbracciare una cultura di tipo giacobino e «azionista», con tutte le approssimazioni che questa definizione comporta, ma comunque fondata anch’essa su un’idea di due Italie irriducibilmente contrapposte lungo una frontiera di tipo «morale»: l’Italia dei pochi, degli spiriti magni, delle minoranze illuminate, l’Italia civile immersa in un’Italia maggioritaria, ma corrotta nel profondo, volgare, plebea, maleducata, avida, arraffona. Contro quell’Italia materialista, incapace di raggiungere la purezza etica delle minoranze intransigenti e combattive, si scagliarono Giovanni Amendola, censore dell’Italia che «non ci piace», e poi Piero Gobetti, che detestava a tal punto il riformismo socialista e quello «popolare» di don Sturzo (i «partiti del ventre») da intonare l’«elogio della ghigliottina» come estremo rimedio per raddrizzare il legno storto del popolo italiano. E la ghigliottina stava arrivando, portata sui carri che trasportavano le camicie nere nella marcia su Roma che avrebbe gettato l’Italia nella dittatura, facendo dello stesso Gobetti un martire della libertà conculcata.
Forse ricordare Gobetti e Giovanni Amendola riporta troppo indietro nel tempo. Ma la ripresa post-berlingueriana della «questione morale», intesa come ossessiva e autocelebrativa riproposizione di una chiave manichea di lettura delle cose italiane, ha avuto proprio questo sfondo culturale in cui crescere. Incrociandosi con la «rivoluzione giudiziaria» che ha seppellito una buona parte della Prima Repubblica e segnatamente i partiti che storicamente sono stati antagonisti alla sinistra comunista, l’enfasi sulla «questione morale» è infatti diventata il codice di una sinistra che, pur nella sconfitta, ha continuato a viversi come la parte «migliore» della società italiana. «Migliore» in senso morale, e agitando la «questione morale» in modo improprio e anche strumentale. Ma allora, come giustificare, sulla base di una presunta diversità-superiorità morale e antropologica, la scoperta di casi di malaffare anche nella casa della sinistra, dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia? Semplicemente non giustificandola, ovvero immergendola in una nebbia ideologica molto autoconsolatoria. E infatti si è voluto recintare quei fenomeni moralmente riprovevoli come casi isolati, pecore nere, episodi deplorevoli, ma non tali da inficiare la complessiva alterità della propria parte rispetto al sistema corrotto dell’Italia, anzi dell’«altra» Italia, «alle vongole», vorace e cleptomane. Il che non solo non soddisfa un criterio minimo di equanimità e di pari indignazione per fenomeni che purtroppo hanno coinvolto ambedue i lati della geografia politica italiana (assieme al Centro, ovviamente). Ma oscura e rende incomprensibili le ragioni, politiche, istituzionali ed economiche, di una rete di corruzione tanto diffusa.
A cominciare da una sempre negata, ma decisiva sul piano degli effetti corruttivi sulla gestione della cosa pubblica, dilatazione dell’ambito dell’intermediazione politica nella sfera degli affari e della vita economica dell’Italia, a livello centrale e soprattutto negli enti locali, dove il traffico degli appalti dominati dalla politica è tanto più intenso e pervasivo quanto più è largo il confine delle scelte economiche costrette a dipendere da scelte di natura esclusivamente politica. L’abuso della «questione morale» offusca il fatto che lo Stato occupa ancora, in tutte le sue articolazioni, uno spazio asfissiante nella vita sociale ed economica di tantissimi cittadini. Quando occorre rivolgersi alla «politica» per ottenere un appalto, ricevere un permesso, strappare un’autorizzazione, partecipare a una gara pubblica con una ragionevole possibilità di vincerla, incassare un finanziamento pubblico, conquistare un posto di lavoro, vuol dire che troppo spesso i cittadini si informano su chi vince le competizioni elettorali per capire da che parte andare e quale colore indossare. Si apre uno spazio di discrezionalità politica su ambiti della vita e del lavoro che altrove sono regolati da criteri di merito e di trasparenza e che nessuna bandiera sulla «questione morale» sarà capace di cancellare. Invece di chiedere la ritirata dello Stato da sfere che non gli sono proprie, si continua a pensare che la «buona politica» sia solo un problema di rettitudine personale che attiene alla moralità e non al funzionamento della cosa pubblica.
Mercato e regole
La cultura media italiana è ancora incline a bollare come biecamente e selvaggiamente «liberista» la proposta di ridurre il raggio d’azione della politica e di lasciare la società libera di svolgere le proprie attività senza dover fare anticamera con i politici di turno, assessori prepotenti, sindaci arroganti, consiglieri regionali disattenti ed esosi. C’è ancora l’idea, molto diffusa tra i più convinti vessilliferi della «questione morale», che il mercato sia il luogo dell’immoralità e dell’avidità e che dunque ogni proposta di restituire al mercato ciò che è stato usurpato dall’intermediazione politica non possa che aggravare i termini di un’urgente «questione morale». Mentre è il mercato regolato dalle leggi, ma non asfissiato da una politica avida e intrusiva, a diminuire l’occasione per i partiti di ottenere qualcosa in cambio di autorizzazioni e appalti che non dovrebbero essere concessioni magnanime di un potere pubblico, questo sì sregolato e invadente, ma diritti. Diritti dei singoli. Diritti dei cittadini. Diritti degli imprenditori che non devono essere costretti a chiedere favori. Questa è la vera «questione morale»: considerare del tutto ovvio che sia elargito come un favore ciò che un cittadino dovrebbe e potrebbe esercitare come un diritto. Machiavelli e il suo cinismo politico non c’entrano. C’entra la pretesa di una politica che pretende di dettare un’agenda morale, anziché riconoscere l’immoralità della propria illimitatezza e onnipotenza. Per diventare finalmente un Paese normale, come si aspetta, vanamente, da decenni.
Pierluigi Battista - La Lettura de Il Corriere della Sera
Sulla contemplazione della propria diversità morale si costruiscono infatti fragili piedistalli, e anche reputazioni usurpate. Ma l’abuso della «questione morale» produce in ogni caso risultati disastrosi, cancella la politica come possibile rimozione di problemi e assegna alla lotta politica compiti impropri. La politica non dovrebbe avere la missione di sradicare dal cuore degli uomini la predisposizione al ladrocinio, ma di creare le condizioni perché i ladri siano neutralizzati e costretti a condurre una vita difficile. Forse Machiavelli era troppo cinico, ma Savonarola ha creato disastri ben maggiori.
Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui i partiti devono difendersi dagli effetti di una pessima nomea, peraltro egregiamente conquistata sul campo dopo decenni di ostinata cattiva gestione della cosa pubblica. La nomea di associazioni dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, veicoli di corruzione, collettori di tangenti, terra di pascolo per clientele e gruppi affaristici che attraverso la politica si procurano i mezzi per un arricchimento smisurato. È fondata questa nomea o è soltanto il frutto di una propaganda demagogica, o «qualunquista», come si diceva un tempo? È, purtroppo, una nomea più che fondata. Assistere allo spettacolo di consiglieri regionali che scialano in cene pantagrueliche i soldi pubblici degli italiani intascati con appositi regolamenti autopromozionali, oppure vedere in ogni parte d’Italia dilagare, a destra e a sinistra, nel Nord e nel Sud, le ruberie consumate ai danni della sanità italiana, tutto questo rende comprensibilmente sospetto l’appello a non abusare della «questione morale» durante e dopo la campagna elettorale in corso, pena l’accusa di voler minimizzare le colpe di chi fa politica per arricchirsi. Tuttavia bisognerebbe insistere: meglio accantonarla, la «questione morale». E non solo per la ragione trivialmente fattuale, eppure difficilmente confutabile, che nessuno degli schieramenti oggi in competizione può rivendicare una purezza cristallina che ne legittimi le pretese di supremazia etica. Ma perché la «questione morale» perpetua un equivoco e concentra l’attenzione sui comportamenti etici e non piuttosto sulle istituzioni e sulle leggi che dovrebbero impedire una deriva «immorale» nel governo dello Stato.
La «questione morale» è entrata prepotentemente nel lessico politico italiano, all’inizio degli anni Ottanta, con il leader del Pci Enrico Berlinguer. Oggi è molto diffusa la tentazione di idealizzare nostalgicamente il passato e fare di Berlinguer un santino. Ma non è mancanza di rispetto per un protagonista giustamente molto amato e stimato della vita politica italiana constatare che l’abuso berlingueriano della «questione morale» fu il frutto di un errore politico e di una distorsione culturale (lo diceva anche Miriam Mafai in Dimenticare Berlinguer: solo che purtroppo è stato dimenticato non Berlinguer, ma proprio quel fondamentale libro della Mafai). L’errore politico (allora blandamente contrastato dall’ala migliorista del Pci, con Giorgio Napolitano) fu quello di voler uscire dall’impasse del compromesso storico sconfitto con un’accentuazione del settarismo, con la sopravvalutazione della «diversità» e con un attacco furioso al socialismo craxiano, accusato di aver corrotto il Psi in una deplorevole e peccaminosa «mutazione genetica» della tradizione socialista di matrice «frontista»,molto poco conflittuale con il Pci. La distorsione culturale fu invece quella di stabilire una insuperabile barriera antropologica tra il mondo comunista, magnificato come moralmente superiore, eticamente integro, e il resto del mondo politico, confinato nel recinto infetto della corruttela e del malaffare solo per il fatto di «non» essere comunista e di non credere nei valori che il comunismo stava storicamente incarnando. Ma mentre l’errore politico è stato riassorbito dai tempi lunghi della storia, l’errore culturale invece ha dispiegato i suoi effetti negativi nel corso dei decenni, tanto da proiettare la sua ombra sulla sinistra italiana, in forme e con parole nuove, sino ai nostri giorni.
L’etica e le macerie
Nel corso degli anni Novanta, durante l’intero arco della Seconda Repubblica, il progressivo abbandono del marxismo ha infatti dato alla dimensione eticizzante una risonanza tutta nuova in una sinistra ex comunista che ha rischiato di essere travolta dalle macerie del Muro di Berlino. Il pertinace rifiuto di confluire, sin dalla scelta del nome del nuovo partito, in unmodello culturale di tipo socialista o socialdemocratico classico ha spinto la cultura lasciata orfana dalla scomparsa del Pci ad abbracciare una cultura di tipo giacobino e «azionista», con tutte le approssimazioni che questa definizione comporta, ma comunque fondata anch’essa su un’idea di due Italie irriducibilmente contrapposte lungo una frontiera di tipo «morale»: l’Italia dei pochi, degli spiriti magni, delle minoranze illuminate, l’Italia civile immersa in un’Italia maggioritaria, ma corrotta nel profondo, volgare, plebea, maleducata, avida, arraffona. Contro quell’Italia materialista, incapace di raggiungere la purezza etica delle minoranze intransigenti e combattive, si scagliarono Giovanni Amendola, censore dell’Italia che «non ci piace», e poi Piero Gobetti, che detestava a tal punto il riformismo socialista e quello «popolare» di don Sturzo (i «partiti del ventre») da intonare l’«elogio della ghigliottina» come estremo rimedio per raddrizzare il legno storto del popolo italiano. E la ghigliottina stava arrivando, portata sui carri che trasportavano le camicie nere nella marcia su Roma che avrebbe gettato l’Italia nella dittatura, facendo dello stesso Gobetti un martire della libertà conculcata.
Forse ricordare Gobetti e Giovanni Amendola riporta troppo indietro nel tempo. Ma la ripresa post-berlingueriana della «questione morale», intesa come ossessiva e autocelebrativa riproposizione di una chiave manichea di lettura delle cose italiane, ha avuto proprio questo sfondo culturale in cui crescere. Incrociandosi con la «rivoluzione giudiziaria» che ha seppellito una buona parte della Prima Repubblica e segnatamente i partiti che storicamente sono stati antagonisti alla sinistra comunista, l’enfasi sulla «questione morale» è infatti diventata il codice di una sinistra che, pur nella sconfitta, ha continuato a viversi come la parte «migliore» della società italiana. «Migliore» in senso morale, e agitando la «questione morale» in modo improprio e anche strumentale. Ma allora, come giustificare, sulla base di una presunta diversità-superiorità morale e antropologica, la scoperta di casi di malaffare anche nella casa della sinistra, dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia? Semplicemente non giustificandola, ovvero immergendola in una nebbia ideologica molto autoconsolatoria. E infatti si è voluto recintare quei fenomeni moralmente riprovevoli come casi isolati, pecore nere, episodi deplorevoli, ma non tali da inficiare la complessiva alterità della propria parte rispetto al sistema corrotto dell’Italia, anzi dell’«altra» Italia, «alle vongole», vorace e cleptomane. Il che non solo non soddisfa un criterio minimo di equanimità e di pari indignazione per fenomeni che purtroppo hanno coinvolto ambedue i lati della geografia politica italiana (assieme al Centro, ovviamente). Ma oscura e rende incomprensibili le ragioni, politiche, istituzionali ed economiche, di una rete di corruzione tanto diffusa.
A cominciare da una sempre negata, ma decisiva sul piano degli effetti corruttivi sulla gestione della cosa pubblica, dilatazione dell’ambito dell’intermediazione politica nella sfera degli affari e della vita economica dell’Italia, a livello centrale e soprattutto negli enti locali, dove il traffico degli appalti dominati dalla politica è tanto più intenso e pervasivo quanto più è largo il confine delle scelte economiche costrette a dipendere da scelte di natura esclusivamente politica. L’abuso della «questione morale» offusca il fatto che lo Stato occupa ancora, in tutte le sue articolazioni, uno spazio asfissiante nella vita sociale ed economica di tantissimi cittadini. Quando occorre rivolgersi alla «politica» per ottenere un appalto, ricevere un permesso, strappare un’autorizzazione, partecipare a una gara pubblica con una ragionevole possibilità di vincerla, incassare un finanziamento pubblico, conquistare un posto di lavoro, vuol dire che troppo spesso i cittadini si informano su chi vince le competizioni elettorali per capire da che parte andare e quale colore indossare. Si apre uno spazio di discrezionalità politica su ambiti della vita e del lavoro che altrove sono regolati da criteri di merito e di trasparenza e che nessuna bandiera sulla «questione morale» sarà capace di cancellare. Invece di chiedere la ritirata dello Stato da sfere che non gli sono proprie, si continua a pensare che la «buona politica» sia solo un problema di rettitudine personale che attiene alla moralità e non al funzionamento della cosa pubblica.
Mercato e regole
La cultura media italiana è ancora incline a bollare come biecamente e selvaggiamente «liberista» la proposta di ridurre il raggio d’azione della politica e di lasciare la società libera di svolgere le proprie attività senza dover fare anticamera con i politici di turno, assessori prepotenti, sindaci arroganti, consiglieri regionali disattenti ed esosi. C’è ancora l’idea, molto diffusa tra i più convinti vessilliferi della «questione morale», che il mercato sia il luogo dell’immoralità e dell’avidità e che dunque ogni proposta di restituire al mercato ciò che è stato usurpato dall’intermediazione politica non possa che aggravare i termini di un’urgente «questione morale». Mentre è il mercato regolato dalle leggi, ma non asfissiato da una politica avida e intrusiva, a diminuire l’occasione per i partiti di ottenere qualcosa in cambio di autorizzazioni e appalti che non dovrebbero essere concessioni magnanime di un potere pubblico, questo sì sregolato e invadente, ma diritti. Diritti dei singoli. Diritti dei cittadini. Diritti degli imprenditori che non devono essere costretti a chiedere favori. Questa è la vera «questione morale»: considerare del tutto ovvio che sia elargito come un favore ciò che un cittadino dovrebbe e potrebbe esercitare come un diritto. Machiavelli e il suo cinismo politico non c’entrano. C’entra la pretesa di una politica che pretende di dettare un’agenda morale, anziché riconoscere l’immoralità della propria illimitatezza e onnipotenza. Per diventare finalmente un Paese normale, come si aspetta, vanamente, da decenni.
Pierluigi Battista - La Lettura de Il Corriere della Sera
venerdì 18 gennaio 2013
La bella Italia che non seduce gli italiani
E così, dopo aver visitato la Roma dei Papi e il mondo esoterico di Leonardo, nel nuovo thriller di Dan Brown si passeggia tra le strade di Firenze e le pagine infernali di Dante. Dan Brown non sarà un maestro di stile, ma è un’autorità indiscussa in materia di fatturato. Se ogni volta mette l’Italia sullo sfondo dei suoi polpettoni è perché sa che l’Italia fa vendere in tutto il mondo. Non l’Italia di oggi, naturalmente, mediocre sobborgo d’Occidente come tanti altri. L’Italia del passato: le città d’arte del Rinascimento e l’Antica Roma. Gli unici due momenti della storia in cui siamo stati la locomotiva dell’umanità.
E a questo punto, ossessiva, scatta la solita domanda: perché? Perché, se l’Italia fa vendere, a guadagnarci devono essere sempre gli altri? Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri?
Al di là delle letture dantesche di Benigni, che sono un’eccezione magnifica ma non esportabile, perché l’Inferno ispira romanzi a Dan Brown e non a Sandro Veronesi (cito lui in quanto bravo e pure toscano), tantomeno al sottoscritto che al massimo potrebbe narrare le imprese di Pulici e Cavour? Perché i telefilm sui Borgia li fanno gli anglosassoni e non un pronipote di Machiavelli? Perché le gesta del Gladiatore sono state narrate da Ridley Scott e non dall’epico Tornatore? Persino lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi, nonostante qualche incursione sporadica nella romanità, preferisce mettere al centro delle proprie saghe i greci Alessandro e Ulisse. Se la tomba dell’eroe di Russell Crowe, scoperta tre anni fa lungo la Flaminia, si trasformerà in un’attrattiva turistica sarà per merito delle associazioni straniere che stanno raccogliendo i fondi necessari al restauro, nel disinteresse impotente del ministero della Cultura, che in Italia dovrebbe contare quanto quello del petrolio in Arabia Saudita, mentre l’opinione comune lo considera una poltrona di serie B.
Ma questo rifiuto pervicace di dare al mondo l’immagine dell’Italia che piace al mondo non riguarda solo gli artisti e i politici. Investe tutti noi. Un bravo psicanalista ci troverebbe materiale per i suoi studi. Sul lettino si dovrebbe sdraiare una nazione intera che si rifiuta orgogliosamente di essere come la vogliono gli altri e desidera invece con tutte le sue forze conformarsi al modello globale, condannandosi alla marginalità. Per quale ragione il passato che affascina e stimola la curiosità e l’ammirazione di turisti cinesi e best-selleristi americani ci risuona così pigro e indifferente? Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorrebbe che fossimo? Forse è presbiopia esistenziale.
L’antica Roma e il Rinascimento, incanti da esplorare per chi vive al di là dell’Oceano, per noi che ci abitiamo in mezzo si riducono a scenari scontati: le piazze del Bernini sono garage e il Colosseo uno spartitraffico. O è la scuola che, facendone oggetto di studio anziché di svago, ci ha reso noioso ciò che dovrebbe essere glorioso. Ma forse la presbiopia e la scuola c’entrano relativamente: siamo noi che, per una sorta di imbarazzo difficile da spiegare, ci ostiniamo a fuggire dai cliché - sole, ruderi, arte e buona tavola – a cui il mondo vuole inchiodarci per poterci amare e invidiare.
L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread.
Massimo Gramellini - Buongiorno da La Stampa
E a questo punto, ossessiva, scatta la solita domanda: perché? Perché, se l’Italia fa vendere, a guadagnarci devono essere sempre gli altri? Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri?
Al di là delle letture dantesche di Benigni, che sono un’eccezione magnifica ma non esportabile, perché l’Inferno ispira romanzi a Dan Brown e non a Sandro Veronesi (cito lui in quanto bravo e pure toscano), tantomeno al sottoscritto che al massimo potrebbe narrare le imprese di Pulici e Cavour? Perché i telefilm sui Borgia li fanno gli anglosassoni e non un pronipote di Machiavelli? Perché le gesta del Gladiatore sono state narrate da Ridley Scott e non dall’epico Tornatore? Persino lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi, nonostante qualche incursione sporadica nella romanità, preferisce mettere al centro delle proprie saghe i greci Alessandro e Ulisse. Se la tomba dell’eroe di Russell Crowe, scoperta tre anni fa lungo la Flaminia, si trasformerà in un’attrattiva turistica sarà per merito delle associazioni straniere che stanno raccogliendo i fondi necessari al restauro, nel disinteresse impotente del ministero della Cultura, che in Italia dovrebbe contare quanto quello del petrolio in Arabia Saudita, mentre l’opinione comune lo considera una poltrona di serie B.
Ma questo rifiuto pervicace di dare al mondo l’immagine dell’Italia che piace al mondo non riguarda solo gli artisti e i politici. Investe tutti noi. Un bravo psicanalista ci troverebbe materiale per i suoi studi. Sul lettino si dovrebbe sdraiare una nazione intera che si rifiuta orgogliosamente di essere come la vogliono gli altri e desidera invece con tutte le sue forze conformarsi al modello globale, condannandosi alla marginalità. Per quale ragione il passato che affascina e stimola la curiosità e l’ammirazione di turisti cinesi e best-selleristi americani ci risuona così pigro e indifferente? Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorrebbe che fossimo? Forse è presbiopia esistenziale.
L’antica Roma e il Rinascimento, incanti da esplorare per chi vive al di là dell’Oceano, per noi che ci abitiamo in mezzo si riducono a scenari scontati: le piazze del Bernini sono garage e il Colosseo uno spartitraffico. O è la scuola che, facendone oggetto di studio anziché di svago, ci ha reso noioso ciò che dovrebbe essere glorioso. Ma forse la presbiopia e la scuola c’entrano relativamente: siamo noi che, per una sorta di imbarazzo difficile da spiegare, ci ostiniamo a fuggire dai cliché - sole, ruderi, arte e buona tavola – a cui il mondo vuole inchiodarci per poterci amare e invidiare.
L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread.
Massimo Gramellini - Buongiorno da La Stampa
sabato 12 gennaio 2013
Elogio morale della precisione
Oggi la sciatteria é un vizio che non ci possiamo permettere.
«Nei corsi di scrittura, il punto su cui tornavo più spesso era la precisione. La letteratura quale linguaggio definitivo per circoscrivere una materia mobile e multicolore come il “sentire” (…). Per contagio ho finito per amare la precisione non specificamente letteraria, come quella della manualistica dedicata alle costruzioni navali (con definizioni tecniche stranianti dell’acqua e delle imbarcazioni), all’arte militare, al gioco degli scacchi, alle ricette alcoliche (…). E ne raccomando la lettura come propedeutica alla prosa».
La libreria di casa è un giacimento di serendipity, si trovano le cose che non si stanno cercando. Negli ultimi giorni dell’anno è sbucato Prima persona, da cui è tratta la citazione iniziale. Un volume che ci permette di ricordare Giuseppe Pontiggia — uomo e scrittore delizioso — nel decennale della scomparsa; e consente all’autore di portarci un regalo, a distanza di tempo.
Un regalo vero, un viatico per questo anno strano che comincia: l’amore per la precisione. Precisione non è solo elenchi,ma è anche elenchi: dalle genealogie della Bibbia alle navi dell’Iliade ai cetacei di Melville, che hanno bloccatomolti (ma non Achab, né Ismaele) nella rotta verbale verso Moby Dick. La scrittura è il luogo dell’esattezza. Il marchio di fabbrica del cattivo scrittore è la confusione (che l’interessato, ovviamente, considera arte). Ma la questione non è solo letteraria o culturale. La precisione diventerà lo spartiacque tra chi prova e chi tenta; tra chi costruisce e chi accumula. In ultima analisi, tra chi riesce e chi fallisce.
Precisione non è pignoleria. La precisione ha uno scopo, la pignoleria nessuno. I pignoli sono manieristi; le donne e gli uomini precisi sono romantici. Sanno che il caso entra dappertutto, ma niente esce solo per caso. Perché Hugo Cabret resta un film speciale, e ci porta a dimenticare il fastidio del cinema che si cita addosso? Perché il ragazzino protagonista unisce tecnica e incoscienza, ama i meccanismi e i sogni, sistema i congegni e aggiusta la vita: sua e degli altri.
Italo Calvino dedica alla «Esattezza» la terza delle sue Lezioni americane (preparate per l’università di Harvard nel 1985, pubblicate nel 1988). Parte da Giacomo Leopardi, e ricorda che, quando definisce il concetto di «vago», il poeta dell’Infinito era preciso («Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite», Zibaldone, 25 settembre 1821). Calvino, nella stessa lezione, cita anche Roland Barthes e Robert Musil, due tra gli scrittori che più hanno coltivato la precisione. L’uomo senza qualità un talento ce l’aveva di sicuro: decrittare la vita intorno a lui. Voi direte: perché tutto questo dovrebbe importarci? In questo incerto e insolito 2013 — dopo ventisei anni tornano quattro cifre diverse tra loro — non dovremmo occuparci invece del lavoro che non c’è, soprattutto per i più giovani? Non dovremmo pensare alla politica, tentata da catastrofici ritorni al passato? La precisione — obietterà qualcuno — è un dolce di lusso, meglio pensare al pane quotidiano. Be’, si sbaglia: la precisione è la farina, senza la quale non si ottiene né pane né dolci.
In un mercato del lavoro che offre sempre meno e chiede sempre di più non c’è spazio per il «più o meno». E invece la tentazione del pressapochismo è fortissima: consente infatti di sperimentare frettolosamente molte cose, sperando che almeno una vada bene. Se dalle vite private passiamo alla vita pubblica, lo spettacolo è ancora più malinconico. Un breve elenco delle sciatterie italiane occuperebbe l’intero primo numero 2013 de «la Lettura», e rovinerebbe l’umore di tutti noi. Eppure non c’è dubbio. È la mancanza di esattezza — delle norme, delle procedure, dell’amministrazione, della giustizia, delle carriere — che ha spinto l’Italia a scivolare verso il basso. Senza rumore, perché il declino si può oliare, come una carrucola.
Alla precisione — e all’imprecisione — ci si abitua da giovani: non è mai troppo presto per imboccare il sentiero della faciloneria. L’inesattezza è una compagna gentile, che ci sussurra di non fare sforzi. Cercare, preparare, disporre, controllare, ricordare, mantenere le promesse costa fatica. Eppure l’umanità si divide tra quelli che fanno (bene) ciò che dicono; e gli altri, che annunciano inutilmente e promettono invano.
I propositi spesso sono generici; ma si possono precisare, prima di presentarli in società. Ai ragazzi che si avvicinano dopo un incontro pubblico e dicono: «Devo chiederle una cosa…», rispondo: «Scrivimi», e passo l’email personale. Si fanno vivi in due su dieci. È una selezione naturale e utile. Chi scrive, infatti, ha quasi sempre qualcosa da proporre o da chiedere. Anna ha inviato una brillante autocritica generazionale al blog Solferino28; Filippo scriverà il suo libro; Maria Elena lavora su Tacito e Twitter; Martina combinerà architettura e scrittura; Elettra ha organizzato un insolito incontro in Bocconi; Greta è diventata giornalista; Hermes e Diana ci proveranno. Ognuno di loro ha un’idea precisa, non una vaga aspirazione; presenta una proposta, non soltanto generica disponibilità. Quei ragazzi — e ho citato solo vicende degli ultimi due mesi — hanno capito «la forza dei legami deboli» (copyright Mark S. Granovetter). Più femmine che maschi: credo non sia un caso.
Usare i propri contatti non è una cosa cattiva: i ragazzi devono farlo. Non in modo cinico; in modo preciso. Devono capire che le prime impressioni — sì, anche un’email — contano. Devono imparare a rendersi rilevanti e interessanti; decidere cosa vogliono; poi chiederlo, in maniera sintetica. Tutto ciò non vuol dire diventar vecchi anzitempo; significa non buttare i dieci anni più importanti della propria vita. Molti, in America e in Europa, sostengono che «i trent’anni sono i nuovi vent’anni». È una colossale sciocchezza. Peggio: è un’istigazione alla rassegnazione. I vent’anni contano, eccome. E vanno trattati con delicatezza e precisione.
In The Defining Decade (2012), dedicato proprio ai ventenni, la terapeuta Meg Jay spiega che l’esattezza dei comportamenti non è solo un modo soddisfacente di vivere con gli altri; è anche la condizione di ogni avanzamento personale e professionale. L’autrice ricorda la tattica del giovane Benjamin Franklin (uno dei grandi strateghi americani della quotidianità): se aveva bisogno di conoscere qualcuno, il futuro firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza chiedeva un piccolo, semplice favore. Era convinto, infatti, che a molti non dispiacesse sentirsi buoni. Meg Ray lo ricorda ai ragazzi di oggi: it’s good to be good. Non tutti voglio imbrogliarvi, là fuori.
Mi ha colpito la conversazione tra Stefano Soatto, padovano, 44 anni, professore di Robotica alla Ucla (University of California Los Angeles), e Rossella Tercatin, 24 anni, autrice di una intervista per «Pagine Ebraiche» a Judea Pearl, vincitore del Turing Award 2012 (considerato il Nobel dell’informatica), pioniere dell’analisi causale. Scrive di lui Soatto: «Un ingegnere elettronico della Rca diventato un pilastro della Computer Science, uno dei riformatori di Artificial Intelligence, uno dei caposaldi di Machine Learning, fino ad arrivare ai fondamenti della statistica». L’ho conosciuto, qualche anno fa, proprio grazie a Soatto: un personaggio di un’intelligenza folgorante e di un’umanità disarmante.
Nell’intervista — originale, documentata e scrupolosa — Rossella commette però un piccolo errore: descrive Stanford come «una università Ivy League». Soatto le ha scritto: «Ti mando un paio di commenti; scusa se mi permetto di farteli, ma visto che sei giovane e giornalista, rappresenti un nodo importante del futuro del tuo Paese. Stanford non è una Ivy League. Ciò non vuol dire che non sia un’ottima università, ma quando uno scrive è importante verificare la correttezza di tutte le affermazioni, anche se apparentemente banali o prive di conseguenze. Quando una cosa è scritta, è scritta per sempre, ed è difficile immaginare quali ripercussioni possa avere a distanza di anni. Purtroppo questo concetto si sta perdendo con l’abitudine all’imprecisione dovuta al ciclo giornalistico accelerato (senza revisione editoriale), ai blog, social media etc. Ma molti giovani qui negli Usa lo stanno imparando sulla propria pelle, quando gli uffici di ammissione all’università oppure i potenziali datori di lavoro vanno a cercare le tracce che uno ha lasciato. Paradossalmente, oggi è più facile commettere errori, ed è più difficile cancellarli».
Pignoleria? No, esattezza motivata e finalizzata. Una piccola lezione utile per tutti, ma indispensabile per noi italiani. Chi ce l’ha fatta, fateci caso, ha saputo unire brillantezza e precisione. La prima è congenita; la seconda va coltivata. Pochi di noi dovranno preoccuparsi della propria intuizione, dell’intelligenza emotiva o della capacità di pensiero associativo; quasi tutti, invece, dobbiamo badare alla nostra costanza e affidabilità. Esiste un sospetto metodico di superficialità verso noi italiani: lamentarsi non serve, bisogna smentire con i fatti. Orari, appuntamenti, note-spese, interventi in riunione, consegne, scadenze: se un tedesco se ne scorda, è distratto; se ce ne dimentichiamo noi, pensano che siamo sciatti.
La precisione non è solo una sana consuetudine lavorativa; è anche un atteggiamento verso le persone e le cose. Prendiamo l’ironia: non può essere generica. Per funzionare, deve essere esatta: solo così ci aiuterà a sorridere delle imperfezioni del mondo, soprattutto di quelle che non possiamo correggere. L’ironia è chirurgia verbale. Non può essere imprecisa, altrimenti rischia di uccidere ciò che vuol salvare.
Lella Costa — autrice nel 2000 con Gabriele Vacis del monologo Precise Parole (tutto torna) — ha appena pubblicato Come una specie di sorriso. Scrive: «Non sempre l’ironia fa ridere, anzi. Spostare lo sguardo, cambiare il punto di vista, illuminare la realtà da una prospettiva diversa, affermare dignità e superiorità sul destino richiedono rigore, disincanto, consapevolezza, lucidità implacabile e obiettività assoluta». È così. L’ironia è precisa: ecco perché funziona bene su Twitter che, come ho scritto più volte, considero una forma di igiene mentale quotidiana. Giulia @CraftyKitteh — 30 anni,milanese, «antropologa fotografa, sognatrice e appassionata di crochet/uncinetto» — ha letto la mia definizione e ne ha proposto una migliore: «Twitter? Un filo intermentale.
Twitter @beppesevergnini
Beppe Severgnini
«Nei corsi di scrittura, il punto su cui tornavo più spesso era la precisione. La letteratura quale linguaggio definitivo per circoscrivere una materia mobile e multicolore come il “sentire” (…). Per contagio ho finito per amare la precisione non specificamente letteraria, come quella della manualistica dedicata alle costruzioni navali (con definizioni tecniche stranianti dell’acqua e delle imbarcazioni), all’arte militare, al gioco degli scacchi, alle ricette alcoliche (…). E ne raccomando la lettura come propedeutica alla prosa».
La libreria di casa è un giacimento di serendipity, si trovano le cose che non si stanno cercando. Negli ultimi giorni dell’anno è sbucato Prima persona, da cui è tratta la citazione iniziale. Un volume che ci permette di ricordare Giuseppe Pontiggia — uomo e scrittore delizioso — nel decennale della scomparsa; e consente all’autore di portarci un regalo, a distanza di tempo.
Un regalo vero, un viatico per questo anno strano che comincia: l’amore per la precisione. Precisione non è solo elenchi,ma è anche elenchi: dalle genealogie della Bibbia alle navi dell’Iliade ai cetacei di Melville, che hanno bloccatomolti (ma non Achab, né Ismaele) nella rotta verbale verso Moby Dick. La scrittura è il luogo dell’esattezza. Il marchio di fabbrica del cattivo scrittore è la confusione (che l’interessato, ovviamente, considera arte). Ma la questione non è solo letteraria o culturale. La precisione diventerà lo spartiacque tra chi prova e chi tenta; tra chi costruisce e chi accumula. In ultima analisi, tra chi riesce e chi fallisce.
Precisione non è pignoleria. La precisione ha uno scopo, la pignoleria nessuno. I pignoli sono manieristi; le donne e gli uomini precisi sono romantici. Sanno che il caso entra dappertutto, ma niente esce solo per caso. Perché Hugo Cabret resta un film speciale, e ci porta a dimenticare il fastidio del cinema che si cita addosso? Perché il ragazzino protagonista unisce tecnica e incoscienza, ama i meccanismi e i sogni, sistema i congegni e aggiusta la vita: sua e degli altri.
Italo Calvino dedica alla «Esattezza» la terza delle sue Lezioni americane (preparate per l’università di Harvard nel 1985, pubblicate nel 1988). Parte da Giacomo Leopardi, e ricorda che, quando definisce il concetto di «vago», il poeta dell’Infinito era preciso («Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite», Zibaldone, 25 settembre 1821). Calvino, nella stessa lezione, cita anche Roland Barthes e Robert Musil, due tra gli scrittori che più hanno coltivato la precisione. L’uomo senza qualità un talento ce l’aveva di sicuro: decrittare la vita intorno a lui. Voi direte: perché tutto questo dovrebbe importarci? In questo incerto e insolito 2013 — dopo ventisei anni tornano quattro cifre diverse tra loro — non dovremmo occuparci invece del lavoro che non c’è, soprattutto per i più giovani? Non dovremmo pensare alla politica, tentata da catastrofici ritorni al passato? La precisione — obietterà qualcuno — è un dolce di lusso, meglio pensare al pane quotidiano. Be’, si sbaglia: la precisione è la farina, senza la quale non si ottiene né pane né dolci.
In un mercato del lavoro che offre sempre meno e chiede sempre di più non c’è spazio per il «più o meno». E invece la tentazione del pressapochismo è fortissima: consente infatti di sperimentare frettolosamente molte cose, sperando che almeno una vada bene. Se dalle vite private passiamo alla vita pubblica, lo spettacolo è ancora più malinconico. Un breve elenco delle sciatterie italiane occuperebbe l’intero primo numero 2013 de «la Lettura», e rovinerebbe l’umore di tutti noi. Eppure non c’è dubbio. È la mancanza di esattezza — delle norme, delle procedure, dell’amministrazione, della giustizia, delle carriere — che ha spinto l’Italia a scivolare verso il basso. Senza rumore, perché il declino si può oliare, come una carrucola.
Alla precisione — e all’imprecisione — ci si abitua da giovani: non è mai troppo presto per imboccare il sentiero della faciloneria. L’inesattezza è una compagna gentile, che ci sussurra di non fare sforzi. Cercare, preparare, disporre, controllare, ricordare, mantenere le promesse costa fatica. Eppure l’umanità si divide tra quelli che fanno (bene) ciò che dicono; e gli altri, che annunciano inutilmente e promettono invano.
I propositi spesso sono generici; ma si possono precisare, prima di presentarli in società. Ai ragazzi che si avvicinano dopo un incontro pubblico e dicono: «Devo chiederle una cosa…», rispondo: «Scrivimi», e passo l’email personale. Si fanno vivi in due su dieci. È una selezione naturale e utile. Chi scrive, infatti, ha quasi sempre qualcosa da proporre o da chiedere. Anna ha inviato una brillante autocritica generazionale al blog Solferino28; Filippo scriverà il suo libro; Maria Elena lavora su Tacito e Twitter; Martina combinerà architettura e scrittura; Elettra ha organizzato un insolito incontro in Bocconi; Greta è diventata giornalista; Hermes e Diana ci proveranno. Ognuno di loro ha un’idea precisa, non una vaga aspirazione; presenta una proposta, non soltanto generica disponibilità. Quei ragazzi — e ho citato solo vicende degli ultimi due mesi — hanno capito «la forza dei legami deboli» (copyright Mark S. Granovetter). Più femmine che maschi: credo non sia un caso.
Usare i propri contatti non è una cosa cattiva: i ragazzi devono farlo. Non in modo cinico; in modo preciso. Devono capire che le prime impressioni — sì, anche un’email — contano. Devono imparare a rendersi rilevanti e interessanti; decidere cosa vogliono; poi chiederlo, in maniera sintetica. Tutto ciò non vuol dire diventar vecchi anzitempo; significa non buttare i dieci anni più importanti della propria vita. Molti, in America e in Europa, sostengono che «i trent’anni sono i nuovi vent’anni». È una colossale sciocchezza. Peggio: è un’istigazione alla rassegnazione. I vent’anni contano, eccome. E vanno trattati con delicatezza e precisione.
In The Defining Decade (2012), dedicato proprio ai ventenni, la terapeuta Meg Jay spiega che l’esattezza dei comportamenti non è solo un modo soddisfacente di vivere con gli altri; è anche la condizione di ogni avanzamento personale e professionale. L’autrice ricorda la tattica del giovane Benjamin Franklin (uno dei grandi strateghi americani della quotidianità): se aveva bisogno di conoscere qualcuno, il futuro firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza chiedeva un piccolo, semplice favore. Era convinto, infatti, che a molti non dispiacesse sentirsi buoni. Meg Ray lo ricorda ai ragazzi di oggi: it’s good to be good. Non tutti voglio imbrogliarvi, là fuori.
Mi ha colpito la conversazione tra Stefano Soatto, padovano, 44 anni, professore di Robotica alla Ucla (University of California Los Angeles), e Rossella Tercatin, 24 anni, autrice di una intervista per «Pagine Ebraiche» a Judea Pearl, vincitore del Turing Award 2012 (considerato il Nobel dell’informatica), pioniere dell’analisi causale. Scrive di lui Soatto: «Un ingegnere elettronico della Rca diventato un pilastro della Computer Science, uno dei riformatori di Artificial Intelligence, uno dei caposaldi di Machine Learning, fino ad arrivare ai fondamenti della statistica». L’ho conosciuto, qualche anno fa, proprio grazie a Soatto: un personaggio di un’intelligenza folgorante e di un’umanità disarmante.
Nell’intervista — originale, documentata e scrupolosa — Rossella commette però un piccolo errore: descrive Stanford come «una università Ivy League». Soatto le ha scritto: «Ti mando un paio di commenti; scusa se mi permetto di farteli, ma visto che sei giovane e giornalista, rappresenti un nodo importante del futuro del tuo Paese. Stanford non è una Ivy League. Ciò non vuol dire che non sia un’ottima università, ma quando uno scrive è importante verificare la correttezza di tutte le affermazioni, anche se apparentemente banali o prive di conseguenze. Quando una cosa è scritta, è scritta per sempre, ed è difficile immaginare quali ripercussioni possa avere a distanza di anni. Purtroppo questo concetto si sta perdendo con l’abitudine all’imprecisione dovuta al ciclo giornalistico accelerato (senza revisione editoriale), ai blog, social media etc. Ma molti giovani qui negli Usa lo stanno imparando sulla propria pelle, quando gli uffici di ammissione all’università oppure i potenziali datori di lavoro vanno a cercare le tracce che uno ha lasciato. Paradossalmente, oggi è più facile commettere errori, ed è più difficile cancellarli».
Pignoleria? No, esattezza motivata e finalizzata. Una piccola lezione utile per tutti, ma indispensabile per noi italiani. Chi ce l’ha fatta, fateci caso, ha saputo unire brillantezza e precisione. La prima è congenita; la seconda va coltivata. Pochi di noi dovranno preoccuparsi della propria intuizione, dell’intelligenza emotiva o della capacità di pensiero associativo; quasi tutti, invece, dobbiamo badare alla nostra costanza e affidabilità. Esiste un sospetto metodico di superficialità verso noi italiani: lamentarsi non serve, bisogna smentire con i fatti. Orari, appuntamenti, note-spese, interventi in riunione, consegne, scadenze: se un tedesco se ne scorda, è distratto; se ce ne dimentichiamo noi, pensano che siamo sciatti.
La precisione non è solo una sana consuetudine lavorativa; è anche un atteggiamento verso le persone e le cose. Prendiamo l’ironia: non può essere generica. Per funzionare, deve essere esatta: solo così ci aiuterà a sorridere delle imperfezioni del mondo, soprattutto di quelle che non possiamo correggere. L’ironia è chirurgia verbale. Non può essere imprecisa, altrimenti rischia di uccidere ciò che vuol salvare.
Lella Costa — autrice nel 2000 con Gabriele Vacis del monologo Precise Parole (tutto torna) — ha appena pubblicato Come una specie di sorriso. Scrive: «Non sempre l’ironia fa ridere, anzi. Spostare lo sguardo, cambiare il punto di vista, illuminare la realtà da una prospettiva diversa, affermare dignità e superiorità sul destino richiedono rigore, disincanto, consapevolezza, lucidità implacabile e obiettività assoluta». È così. L’ironia è precisa: ecco perché funziona bene su Twitter che, come ho scritto più volte, considero una forma di igiene mentale quotidiana. Giulia @CraftyKitteh — 30 anni,milanese, «antropologa fotografa, sognatrice e appassionata di crochet/uncinetto» — ha letto la mia definizione e ne ha proposto una migliore: «Twitter? Un filo intermentale.
Twitter @beppesevergnini
Beppe Severgnini
mercoledì 2 gennaio 2013
Incomincia adesso !
Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro e sempre inefficacia.
Rispetto a ogni atto di iniziativa (e creazione) c’è solo una verità elementare, l’ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani.
Nel momento in cui uno si compromette definitivamente, anche la provvidenza si muove.
Ogni sorta di cose accade per aiutare, cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo.
Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo.
Il coraggio ha in sé genio, potere e magia.
Incomincia adesso.
Johann Wolfgang Goethe
Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta
Animum debes mutare, non caelum.
Devi cambiare d’animo, non di cielo.
Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso e che diventa ancor più fastidioso in conseguenza della tua stessa agitazione.
Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno, mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale, mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano.
Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane; ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbara in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale.
Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo. Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo cantuccio di terra, la mia patria è l’universo intero”.
Se questo concetto ti fosse trasparente, non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui di bel nuovo ti rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua.
Seneca a Lucilio
Devi cambiare d’animo, non di cielo.
Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso e che diventa ancor più fastidioso in conseguenza della tua stessa agitazione.
Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno, mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale, mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano.
Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane; ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbara in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale.
Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo. Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo cantuccio di terra, la mia patria è l’universo intero”.
Se questo concetto ti fosse trasparente, non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui di bel nuovo ti rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua.
Seneca a Lucilio
lunedì 31 dicembre 2012
Cucinelli “I nuovi mercati sognano l’Italia. Per questo abbiamo un futuro d’oro”
La sua azienda è stata l’unica a quotarsi alla Borsa di Milano nel 2012. Un record impreziosito dall’andamento del titolo: il 27 aprile le azioni Brunello Cucinelli hanno debuttato a 7,75 euro, oggi viaggiano stabilmente sopra i 13. D’altronde, il fatturato di questa impresa nata da un’intuizione nel 1978 - colorare i pullover in cashmere - è cresciuto costantemente in doppia cifra, anche in questi anni di recessione, passando dai 120 milioni del 2007 ai 280 attesi quest’anno, con utili superiori ai 20 milioni a fine 2011. Al punto che l’imprenditore umbro ha deciso di regalare un premio extra di cinque milioni ai suoi 783 dipendenti, poco più di 6 mila euro a testa distribuiti alla vigilia di Natale.
Un successo imprenditoriale, insomma. Eppure, durante un colloquio di oltre un’ora per preparare questa intervista, Brunello Cucinelli ha raccontato la storia sua e della sua azienda senza pronunciare mai - mai - espressioni come «budget», «Ebitda» o «tassi di interesse». Ha invece parlato di umanesimo e di moralità, del suo sogno di diventare un monaco, di Socrate e della passione per l’imperatore Marco Aurelio («Un genio dell’umanità»), dell’importanza di vivere in un borgo umbro del Trecento - Solomeo - che ha restaurato e in cui ha sede l’azienda o delle regole organizzative che si è dato (alle 18 gli uffici chiudono, anche per il titolare, e si fa altro).
Ancora, ha raccontato l’amore per le camminate in solitudine nei boschi, «da cui ritorno ubriaco di bei pensieri», o il piacere di prendere appunti - «due pagine fitte fitte» - ascoltando Roberto Benigni parlare della Costituzione in televisione.
Ragionamenti e suggestioni che si ancorano però ad alcune certezze. La prima, di non essere un romantico visionario, a dispetto dell’originalità dell’approccio agli affari rispetto a tanti colleghi; e i risultati, rileva, sono lì a dimostrarlo. La seconda, di credere che l’Italia non solo riuscirà a superare questa crisi terribile, ma che avrà davanti a sé uno sviluppo inatteso, un «nuovo Rinascimento» grazie alla fame che i nuovi mercati mondiali hanno dei nostri prodotti.
È una filosofia di vita e di impresa che Cucinelli - 59 anni, sposato, due figlie che lavorano con lui - sviluppa attraverso alcune parole-chiave. Eccole.
Dignità
«Ho investito tutto nella dignità dell’essere umano. Se devo dire un segreto per la mia attività, parto da qui. Ho sempre pensato che l’essere umano che lavora in condizioni migliori è più creativo, geniale, ha un livello di responsabilità altissimo. Io vengo da una famiglia di contadini, ho visto mio padre soffrire quando ha lasciato i campi per lavorare in fabbrica, dove si sentiva umiliato, offeso. Non si lamentava dello stipendio, ma di come veniva trattato. E io mi sono detto - avrò avuto 15 o 16 anni - che quello che avrei fatto nella vita, l’avrei realizzato rispettando l’essere umano. Il premio dato a Natale ai dipendenti è un segno di ringraziamento per questi 34 anni insieme. Ma poiché siamo un’azienda quotata, è giusto spiegare che è stata un’elargizione fatta dalla mia famiglia, privata».
Regole
«Nel costruire la mia impresa mi sono ispirato ad alcune regole. Si entra alle 8 e siamo tutti puntuali, ma nessuno lavora dopo le 18. E non è che io vado a casa e mi metto al computer. Anzi, se non devo uscire, magari resto davanti al fuoco a pensare. Nel mio lavoro ho preso a esempio la cultura di San Benedetto, laddove dice di essere rigoroso e dolce, esigente maestro e amabile padre. Dice anche “cura la mente con lo studio, l’anima con la preghiera e il lavoro”. Ecco, io credo che dobbiamo tornare a fare una vita più umana, in cui lavoro, studio e preghiera siano ben bilanciati».
Fascino
«Stiamo continuando a crescere, sì, siamo un’azienda internazionale, esportiamo quasi l’80% dei nostri prodotti. Io, che sognavo di fare il monaco, oggi vivo quasi tre mesi l’anno all’estero, e vi assicuro che c’è un mondo intero, un nuovo mondo, che è affascinato dall’Italia, dai nostri manufatti, dalla nostra bellezza, cultura, unicità. Non esiste un solo cinese che non abbia il sogno di conoscere noi e i nostri prodotti. È ancora un valore essere un’azienda italiana, e poiché siamo sempre la seconda manifattura d’Europa e abbiamo industrie solide e competenze riconosciute, non ho dubbi che il nostro modello di business abbia un futuro».
Rinascimento
«No, non esagero a dire che ci aspetta un secolo d’oro, una nuova primavera, un secondo Rinascimento. C’è un bel momento, intorno al 1535, quando i mercanti tornano dall’America e portano pomodoro, mais e patate e sconvolgono i sistemi di produzione europea. Mi sembra simile alla fase che viviamo oggi, no? Ci sono nuovi mondi che sono arrivati con i loro prodotti e stanno cambiando l’umanità, ma in questo progetto noi siamo al centro, perché per questi popoli noi siamo un punto di riferimento. Quindi è vero che nel breve periodo avremo ancora difficoltà, ci saranno problemi di disoccupazione, ma se guardo a lungo termine vedo che il meglio per il Paese deve ancora arrivare. Certo, dobbiamo essere rigorosi con noi stessi e capire se un’impresa deve cambiare strada rispetto al passato. Come ha detto il ministro Passera, non bisogna più vedere il fallimento di un’azienda come una vergogna, ma come un passaggio a volte necessario per intraprendere una nuova avventura».
Formula
«Non creda che la formula d’impresa che ho realizzato valga solo perché ho un’azienda d’abbigliamento che lavora con il cashmere. Certo, se la nostra sede sorgesse in una zona industriale, avremmo un po’ meno fascino, perché il borgo medievale, il teatro, l’accademia, la biblioteca, beh..., contribuiscono a creare un ambiente particolare. Ma il modello è replicabile, nel mondo del lusso come nell’industria pesante, perché l’essere umano ha gli stessi sentimenti, dal Bangladesh a Perugia».
Coscienza
«Negli ultimi due-tre mesi vedo emergere i segni di una nuova presa di coscienza umana, civile, morale nel nostro Paese. C’è una diversa consapevolezza della realtà e del futuro. Le racconto un episodio. Ogni due mesi facciamo un’assemblea con i dipendenti, analizziamo la situazione, discutiamo di strategie. Nell’ultima, ho detto ai ragazzi: mi raccomando, cerchiamo di essere molto speciali, di risparmiare qualcosa per un amico che ha perso il lavoro, ma continuiamo a credere che possiamo vivere un anno speciale. E ho visto molti con gli occhi lucidi, convinti che siamo ancora una nazione seria, con uomini seri, che non dobbiamo avere paura. Ho visto prima mio nonno, poi mio padre, soffrire la fame, patire la guerra e la dittatura. Come facciamo noi ad avere paura? Oggi vediamo il mondo cambiare, aprirsi, dobbiamo tornare a credere nei grandi ideali».
Artigiani
«Fino a un paio di anni fa una giovane si vergognava di ammettere che faceva la sarta. Oggi non è più così. Sta cambiando la percezione. Io credo fermamente nella grandissima artigianalità italiana, nel valore di produrre tutto qui con artigiani che siano contemporanei, creativi, innovativi. C’è poi il discorso economico. Sapere di cominciare un lavoro per circa 1000 euro al mese, con la prospettiva di arrivare a 1250 dopo otto anni, ecco..., dobbiamo cambiare qualcosa. Un prodotto che esce da noi a 350 euro e arriva in negozio a 1000, ha diciamo 70 euro di manualità vera. Se noi ne diamo 90, non pregiudica nulla dell’attività, ma abbiamo trovato il modo di riconoscere qualcosa di più a persone che sono la nostra fonte di vita e la nostra cultura. Così nasce la decisione di retribuire i dipendenti con il 20% in più rispetto al contratto».
Umanesimo
«No, non credo ci sia contraddizione tra parlare di morale ed etica nel lavoro e prodotti venduti a 1000 euro. Vorrei che mi dicessero che i nostri prodotti sono costosi, sì, ma non cari. Se sono costosi, si riconosce l’opera di chi li ha lavorati, se sono cari allora qualcuno ne ha approfittato. Vorrei che chi compra i nostri articoli sapesse che cerchiamo di fare un profitto sano, garbato, senza cercare di recar danni a nessuno. Sono convinto che stia nascendo una forma di capitalismo contemporaneo, che io chiamo umanistico, in cui le persone che lavorano con me sanno tutto di me, sanno come la penso e dove vado in vacanza, perché l’unico modo per essere credibili, oggi, è essere veri. Ripeto spesso che mi sento custode della mia azienda, con l’impegno di farla crescere e donarla a chi verrà dopo. È un principio che ho imparato da Marco Aurelio, “vivi come fosse l’ultimo giorno, progetta come se avessi davanti l’eternità”».
Politica
«Sono affascinato dalla politica, la rispetto, discuto, parlo di politica anche con i miei dipendenti, ma no, non mi candido a nulla. Ricorda Socrate? C’era un poeta capace, che voleva fare il politico e alla fine non riuscì a far bene il politico e neppure più il poeta... Ecco, io faccio solo l’industriale artigiano. Sono di formazione socialista, forse più correttamente direi socialdemocratica. Di recente ho visto una bella politica con l’esperienza delle primarie del Pd. Renzi? Ha restituito alla politica sogno e garbo, tranne che per quella espressione, “rottamare”, sarebbe servito un termine meno duro. Le dico però che avrei votato anche alle primarie del Pdl, se le avessero fatte».
Luca Ubaldeschi - La Stampa
Un successo imprenditoriale, insomma. Eppure, durante un colloquio di oltre un’ora per preparare questa intervista, Brunello Cucinelli ha raccontato la storia sua e della sua azienda senza pronunciare mai - mai - espressioni come «budget», «Ebitda» o «tassi di interesse». Ha invece parlato di umanesimo e di moralità, del suo sogno di diventare un monaco, di Socrate e della passione per l’imperatore Marco Aurelio («Un genio dell’umanità»), dell’importanza di vivere in un borgo umbro del Trecento - Solomeo - che ha restaurato e in cui ha sede l’azienda o delle regole organizzative che si è dato (alle 18 gli uffici chiudono, anche per il titolare, e si fa altro).
Ancora, ha raccontato l’amore per le camminate in solitudine nei boschi, «da cui ritorno ubriaco di bei pensieri», o il piacere di prendere appunti - «due pagine fitte fitte» - ascoltando Roberto Benigni parlare della Costituzione in televisione.
Ragionamenti e suggestioni che si ancorano però ad alcune certezze. La prima, di non essere un romantico visionario, a dispetto dell’originalità dell’approccio agli affari rispetto a tanti colleghi; e i risultati, rileva, sono lì a dimostrarlo. La seconda, di credere che l’Italia non solo riuscirà a superare questa crisi terribile, ma che avrà davanti a sé uno sviluppo inatteso, un «nuovo Rinascimento» grazie alla fame che i nuovi mercati mondiali hanno dei nostri prodotti.
È una filosofia di vita e di impresa che Cucinelli - 59 anni, sposato, due figlie che lavorano con lui - sviluppa attraverso alcune parole-chiave. Eccole.
Dignità
«Ho investito tutto nella dignità dell’essere umano. Se devo dire un segreto per la mia attività, parto da qui. Ho sempre pensato che l’essere umano che lavora in condizioni migliori è più creativo, geniale, ha un livello di responsabilità altissimo. Io vengo da una famiglia di contadini, ho visto mio padre soffrire quando ha lasciato i campi per lavorare in fabbrica, dove si sentiva umiliato, offeso. Non si lamentava dello stipendio, ma di come veniva trattato. E io mi sono detto - avrò avuto 15 o 16 anni - che quello che avrei fatto nella vita, l’avrei realizzato rispettando l’essere umano. Il premio dato a Natale ai dipendenti è un segno di ringraziamento per questi 34 anni insieme. Ma poiché siamo un’azienda quotata, è giusto spiegare che è stata un’elargizione fatta dalla mia famiglia, privata».
Regole
«Nel costruire la mia impresa mi sono ispirato ad alcune regole. Si entra alle 8 e siamo tutti puntuali, ma nessuno lavora dopo le 18. E non è che io vado a casa e mi metto al computer. Anzi, se non devo uscire, magari resto davanti al fuoco a pensare. Nel mio lavoro ho preso a esempio la cultura di San Benedetto, laddove dice di essere rigoroso e dolce, esigente maestro e amabile padre. Dice anche “cura la mente con lo studio, l’anima con la preghiera e il lavoro”. Ecco, io credo che dobbiamo tornare a fare una vita più umana, in cui lavoro, studio e preghiera siano ben bilanciati».
Fascino
«Stiamo continuando a crescere, sì, siamo un’azienda internazionale, esportiamo quasi l’80% dei nostri prodotti. Io, che sognavo di fare il monaco, oggi vivo quasi tre mesi l’anno all’estero, e vi assicuro che c’è un mondo intero, un nuovo mondo, che è affascinato dall’Italia, dai nostri manufatti, dalla nostra bellezza, cultura, unicità. Non esiste un solo cinese che non abbia il sogno di conoscere noi e i nostri prodotti. È ancora un valore essere un’azienda italiana, e poiché siamo sempre la seconda manifattura d’Europa e abbiamo industrie solide e competenze riconosciute, non ho dubbi che il nostro modello di business abbia un futuro».
Rinascimento
«No, non esagero a dire che ci aspetta un secolo d’oro, una nuova primavera, un secondo Rinascimento. C’è un bel momento, intorno al 1535, quando i mercanti tornano dall’America e portano pomodoro, mais e patate e sconvolgono i sistemi di produzione europea. Mi sembra simile alla fase che viviamo oggi, no? Ci sono nuovi mondi che sono arrivati con i loro prodotti e stanno cambiando l’umanità, ma in questo progetto noi siamo al centro, perché per questi popoli noi siamo un punto di riferimento. Quindi è vero che nel breve periodo avremo ancora difficoltà, ci saranno problemi di disoccupazione, ma se guardo a lungo termine vedo che il meglio per il Paese deve ancora arrivare. Certo, dobbiamo essere rigorosi con noi stessi e capire se un’impresa deve cambiare strada rispetto al passato. Come ha detto il ministro Passera, non bisogna più vedere il fallimento di un’azienda come una vergogna, ma come un passaggio a volte necessario per intraprendere una nuova avventura».
Formula
«Non creda che la formula d’impresa che ho realizzato valga solo perché ho un’azienda d’abbigliamento che lavora con il cashmere. Certo, se la nostra sede sorgesse in una zona industriale, avremmo un po’ meno fascino, perché il borgo medievale, il teatro, l’accademia, la biblioteca, beh..., contribuiscono a creare un ambiente particolare. Ma il modello è replicabile, nel mondo del lusso come nell’industria pesante, perché l’essere umano ha gli stessi sentimenti, dal Bangladesh a Perugia».
Coscienza
«Negli ultimi due-tre mesi vedo emergere i segni di una nuova presa di coscienza umana, civile, morale nel nostro Paese. C’è una diversa consapevolezza della realtà e del futuro. Le racconto un episodio. Ogni due mesi facciamo un’assemblea con i dipendenti, analizziamo la situazione, discutiamo di strategie. Nell’ultima, ho detto ai ragazzi: mi raccomando, cerchiamo di essere molto speciali, di risparmiare qualcosa per un amico che ha perso il lavoro, ma continuiamo a credere che possiamo vivere un anno speciale. E ho visto molti con gli occhi lucidi, convinti che siamo ancora una nazione seria, con uomini seri, che non dobbiamo avere paura. Ho visto prima mio nonno, poi mio padre, soffrire la fame, patire la guerra e la dittatura. Come facciamo noi ad avere paura? Oggi vediamo il mondo cambiare, aprirsi, dobbiamo tornare a credere nei grandi ideali».
Artigiani
«Fino a un paio di anni fa una giovane si vergognava di ammettere che faceva la sarta. Oggi non è più così. Sta cambiando la percezione. Io credo fermamente nella grandissima artigianalità italiana, nel valore di produrre tutto qui con artigiani che siano contemporanei, creativi, innovativi. C’è poi il discorso economico. Sapere di cominciare un lavoro per circa 1000 euro al mese, con la prospettiva di arrivare a 1250 dopo otto anni, ecco..., dobbiamo cambiare qualcosa. Un prodotto che esce da noi a 350 euro e arriva in negozio a 1000, ha diciamo 70 euro di manualità vera. Se noi ne diamo 90, non pregiudica nulla dell’attività, ma abbiamo trovato il modo di riconoscere qualcosa di più a persone che sono la nostra fonte di vita e la nostra cultura. Così nasce la decisione di retribuire i dipendenti con il 20% in più rispetto al contratto».
Umanesimo
«No, non credo ci sia contraddizione tra parlare di morale ed etica nel lavoro e prodotti venduti a 1000 euro. Vorrei che mi dicessero che i nostri prodotti sono costosi, sì, ma non cari. Se sono costosi, si riconosce l’opera di chi li ha lavorati, se sono cari allora qualcuno ne ha approfittato. Vorrei che chi compra i nostri articoli sapesse che cerchiamo di fare un profitto sano, garbato, senza cercare di recar danni a nessuno. Sono convinto che stia nascendo una forma di capitalismo contemporaneo, che io chiamo umanistico, in cui le persone che lavorano con me sanno tutto di me, sanno come la penso e dove vado in vacanza, perché l’unico modo per essere credibili, oggi, è essere veri. Ripeto spesso che mi sento custode della mia azienda, con l’impegno di farla crescere e donarla a chi verrà dopo. È un principio che ho imparato da Marco Aurelio, “vivi come fosse l’ultimo giorno, progetta come se avessi davanti l’eternità”».
Politica
«Sono affascinato dalla politica, la rispetto, discuto, parlo di politica anche con i miei dipendenti, ma no, non mi candido a nulla. Ricorda Socrate? C’era un poeta capace, che voleva fare il politico e alla fine non riuscì a far bene il politico e neppure più il poeta... Ecco, io faccio solo l’industriale artigiano. Sono di formazione socialista, forse più correttamente direi socialdemocratica. Di recente ho visto una bella politica con l’esperienza delle primarie del Pd. Renzi? Ha restituito alla politica sogno e garbo, tranne che per quella espressione, “rottamare”, sarebbe servito un termine meno duro. Le dico però che avrei votato anche alle primarie del Pdl, se le avessero fatte».
Luca Ubaldeschi - La Stampa
Una riflessione nel fine anno
Arrivati ad un nuovo fine anno é normale fare bilanci su se stessi.
Chiedersi se è stato un anno positivo o negativo, se si è stati capaci di sfruttare fino in fondo le opportunità.
Quando mi interrogo su questo provo sensazioni contrastanti. Da un certo punto di vista sento che ho compiuto passi sul cammino della consapevolezza e della crescita professionale, ma avverto anche sensazioni meno positive. Da uomo del dubbio mi chiedo se non sono troppo indulgente nei miei confronti, se veramente ho fatto tutto quello che potevo, se mi sono impegnato a fondo come dovrei. Allo stesso tempo sopraggiungono pensieri che mi portano a riflettere sul fatto che ho lavorato a lungo su tante cose e non tutte possono sempre riuscire al massimo.
In fondo la vita non è mai come te l’aspetti.
L'imprevisto o l'opportunità sono sempre dietro l'angolo. E non è neppure così importante sapere sempre dove stai andando, ma lo è conoscere il percorso che fai e che vivi ogni momento, con passione e coraggio.
Perché quando meno te lo aspetti, potrebbe capitare qualcosa di bello, di inaspettato, di impensabile fino a poco tempo prima, più importante di quello che avevi immaginato per te.
Appio Claudio diceva che siamo gli artefici del nostro destino ed è importante, soprattutto in un periodo così pieno di incertezze, afferrare con decisione le occasioni e trasformarle in opportunità.
Questo è il vero obiettivo che possiamo darci in questi anni di grandi cambiamenti e difficoltà.
Quindi mantenere lo sguardo alto, lavorare su se stessi, non temere il cambiamento, ricercare continuamente il nostro percorso, mai mollare e cogliere l'attimo, l'opportunità.
Insomma... Ad Maiora !
venerdì 28 dicembre 2012
Socrate in cashmere
Ad ascoltare Brunello Cucinelli parlare di sé e della sua azienda, si resta storditi dalla mole di citazioni che punteggiano ogni argomento. L'imprenditore del cashmere più chic del mondo dichiara impavidamente di camminare nel solco tracciato dai grandi uomini del passato. Come Platone intende «rispettare sempre le regole», come Alessandro vuole muoversi «verso nuovi confini», come Adriano si sente «responsabile delle bellezze del mondo», come San Benedetto cerca di essere «esigente maestro e amabile padre», come Lorenzo il Magnifico propone l'idea che «lavorare con le mani è da grandi artisti»...
Ma a visitare Solomeo, il piccolo borgo medievale vicino a Perugia che Cucinelli ha quasi interamente acquistato e dove ha insediato la sua casa, la sua impresa, gli uffici, i laboratori, la show room, il ristorante, il teatro (dove ha appena ospitato Matteo Renzi), l'accademia, la biblioteca, si finisce per credere che questo imprenditore-filosofo vada realizzando davvero, con i mezzi e i modi del XXI secolo, una sua particolare utopia. Reduce dalle acclamate sfilate di Milano moda, accompagnato da clamorosi exploit di Borsa e dagli articoli celebrativi dei più importanti giornali del mondo (il 'New Yorker' gli ha recentemente dedicato dieci pagine), Cucinelli non risparmia energie per divulgare la sua formula di capitalismo dal volto umano.
In tempo di crisi globale lei moltiplica traguardi imprenditoriali e successi di immagine. Qual è il suo segreto?
«Cercare di realizzare un profitto garbato, vale a dire fare impresa recando il minor danno possibile all'umanità».
Come si fa?
«Restituendo dignità morale ed economica al lavoro. Non sono parole al vento, ma criteri precisi. Io divido i profitti in quattro parti: la prima resta all'impresa, la seconda va alla mia famiglia, la terza alle persone che lavorano con me, la quarta è destinata ad abbellire il mondo, sia aiutando chi è in difficoltà, sia edificando una chiesa o un teatro».
E la sua personale ambizione? Non si arriva così in alto senza metterla in campo.
«Va considerato che io non mi sento proprietario di quanto ho costruito, ma un semplice custode. Ho soprattutto cercato di edificare qualcosa di speciale in un ambiente umano ed esteticamente alto. Qui non si timbra il cartellino e ognuno distribuisce l'orario di lavoro come preferisce. A pranzo si va a mangiare nella propria casa o nel nostro ristorante con tavola apparecchiata e piatti caldi. Alla sera, alle sei, si stacca, perché voglio che tutti tornino in famiglia e abbiano il tempo di ristorare l'anima con i propri affetti».
Sembra un falansterio senza regole.
«Tutt'altro. Le regole sono benedettine, molto rigorose e valgono per tutti, me compreso. Per essere credibili bisogna essere veri e, come Giulio Cesare, 'dormire nello stesso tipo di letto dei soldati'. Una volta la vita di un datore di lavoro era inaccessibile e misteriosa, oggi non più. E' per questo che ho deciso che ogni giovane che viene a lavorare il nostro cashmere sappia tutto di me e della mia famiglia».
E come comincia la sua storia?
«Tenendo dritto un aratro».
E' una metafora della tenuta morale?
«Ma è stata anche la realtà della mia infanzia. Fino a 15 anni ho fatto il contadino ed ero il più bravo della famiglia a fare solchi dritti perché a differenza di tutti non seguivo la coppia di vacche, ma la trainavo dal davanti. Ho continuato con lo stesso metodo».
Ha sofferto la povertà?
«No, nella nostra grande famiglia, composta da 27 persone, tra nonni, zii e cugini, non c'era bisogno di molto. Vivevamo della nostra parte di raccolto, perché la metà andava al padrone, e seguivamo il ritmo delle stagioni. Lì, nella vita contadina, ho imparato a emozionarmi per 'il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me'. Più tardi ho letto Kant e ho capito il valore universale di quel sentimento. Ma anche sentimenti meno alti mi sono stati di aiuto».
Quali?
«L'umiliazione, ad esempio. L'ho vista negli occhi lucidi di mio padre quando lasciò la terra per fare l'operaio: il sogno di una vita. Lavorava duro e bene, scoprì però che la sua dignità poteva essere calpestata da un rimprovero volgare. Se dai del coglione a un contadino che non ha studiato, lo uccidi».
Lei sta dicendo che non ha ritenuto emancipatorio il passaggio dall'agricoltura all'industria e ha cercato una sintesi?
«Di più, sono voluto tornare indietro. Mi sono ispirato al babbo e mi sono chiesto: di che ha bisogno l'uomo forse anche prima del pane? La risposta è: rispetto e dignità».
Cucinelli, lei oggi, a 59 anni, ha un'impresa da 280 milioni di ricavo. Ci sarà stato anche dell'altro.
«Intanto, una giovinezza oziosa al bar: la mia grande scuola di vita, il mio ateneo. Ho passato anni a discutere fino a notte fonda di teologia, religione, donne, economia e soprattutto politica.
C'erano tante persone diverse, dall'industriale, al notaio, il calzolaio, la prostituta che arrivava a fine lavoro. In piccolo riproducevamo Eraclito e l'importanza di Polemos. Poi, un giorno, a 25 anni, ho avuto una folgorazione».
Che cosa ha pensato?
«Semplicemente di colorare il cashmere, che fino ad allora era stato solo maschile e in tinte neutre. Frequentavo il piccolo negozio di abbigliamento della mia fidanzata, che poco dopo sarebbe diventata mia moglie, e avevo notato il successo dei pullover Benetton di shetland colorato. Cominciai a produrre poche decine di pezzi e a venderli in Trentino Alto Adige perché lì c'erano gli unici che pagavano a trenta giorni. Sono ancora miei clienti».
Ora però è il re indiscusso del lusso. Non avverte uno stridore tra i suoi principi etici e i prezzi, inavvicinabili per un comune mortale, dei suoi prodotti?
«No, perché è stata una scelta. Le cose belle costano. Se lei vuole un buonissimo champagne, è inutile nasconderselo, deve comprarlo francese; se vuole un bellissimo orologio, lo prende svizzero. C'è un mondo intero che chiede prodotti di lusso italiani e io sostengo la creatività e la manualità italiana che, come è noto, costa moltissimo. Semmai il problema etico si pone con un vestito che costa troppo poco».
Perché?
«Perché lì c'è sfruttamento, dolore. La differenza non è tra prodotti di lusso ed economici, ma se è stato prodotto recando o meno danno all'uomo. Giorni fa mia figlia ventenne mi ha emozionato dicendomi: 'A Milano, in un posto costoso, ho visto un vestito a 18 euro. Quanto gli avranno dato alla persona che lo ha cucito?'».
Lei quanto dà?
«Almeno il 20 per cento più della media. E' proprio il mercato del lusso che me lo permette. Ma il problema non è tanto il salario, quanto la difficoltà di trovare giovani che si appassionino davvero a un lavoro fatto di alta manualità. Immagini una discoteca, con un ragazzo che chiede a una coetanea: 'Che mestiere fai?'. Lei non confesserà mai che fa la sarta, magari inventerà di stare in un call center, perché si vergogna di dire che fa un lavoro con le mani. Questa è la verità. Noi, anche come Paese, dobbiamo ridare dignità al lavoro».
Ha mai pensato di farlo occupandosi di politica?
«Mai, non fa per me. La penso come Socrate che dice: 'Ho conosciuto un poeta. Si è messo in politica e ha rovinato la poesia e la politica'. Ma continuo a leggere i testi che contano. Recentemente ho ripreso in mano 'La storia mi assolverà' di Fidel Castro e l'ho letto a voce alta a mia figlia e due sue amiche ventenni. Le ho commosse. Inoltre discuto spesso di politica nei cenacoli che organizzo con gli amici di sempre e, da vecchio socialista, riesco ancora ad emozionarni a proposte di vero rinnovamento».
Ne sa indicare qualcuna?
«A suo tempo rimasi abbagliato dal discorso su 'La bella politica' di Veltroni, per il garbo con cui la presentava. Alternava due minuti in cui parlava lui con due minuti di Socrate, Platone, Luther King, Charlie Chaplin, Sacco e Vanzetti. A Natale di quell'anno ho ordinato 800 copie del Dvd e le ho donate a tutti i dipendenti».
Lo rifarebbe?
«Oggi è tutto diverso. Non c'è più una bussola. Io e i miei amici, di destra e di sinistra, aspettiamo solo che si presenti un uomo credibile, uno come Obama, che è un genio dell'umanità. Ultimamente gli ho fatto fare un busto in marmo e l'ho messo nel mio pantheon, tra Federico II e Costantino».
Ora guardi insieme a noi il futuro. Vede un'uscita dalla crisi?
«E' un momento difficile dal punto di vista economico, civile e morale, ma in qualche maniera stiamo riprogettando l'umanità. Sono arrivati popoli nuovi che stanno ridisegnando il mondo. Sarà migliore se riusciremo a governarlo non più solo con la mente, ma anche con il cuore. E io imploro, come Erasmo nel 530 quando vide i mercanti che riportavano patate e mais dall'America: 'Oh signore, fammi vivere altri vent'anni perché sta arrivando il secolo d'oro'».
Stefania Rossini - L'Espresso
Ma a visitare Solomeo, il piccolo borgo medievale vicino a Perugia che Cucinelli ha quasi interamente acquistato e dove ha insediato la sua casa, la sua impresa, gli uffici, i laboratori, la show room, il ristorante, il teatro (dove ha appena ospitato Matteo Renzi), l'accademia, la biblioteca, si finisce per credere che questo imprenditore-filosofo vada realizzando davvero, con i mezzi e i modi del XXI secolo, una sua particolare utopia. Reduce dalle acclamate sfilate di Milano moda, accompagnato da clamorosi exploit di Borsa e dagli articoli celebrativi dei più importanti giornali del mondo (il 'New Yorker' gli ha recentemente dedicato dieci pagine), Cucinelli non risparmia energie per divulgare la sua formula di capitalismo dal volto umano.
In tempo di crisi globale lei moltiplica traguardi imprenditoriali e successi di immagine. Qual è il suo segreto?
«Cercare di realizzare un profitto garbato, vale a dire fare impresa recando il minor danno possibile all'umanità».
Come si fa?
«Restituendo dignità morale ed economica al lavoro. Non sono parole al vento, ma criteri precisi. Io divido i profitti in quattro parti: la prima resta all'impresa, la seconda va alla mia famiglia, la terza alle persone che lavorano con me, la quarta è destinata ad abbellire il mondo, sia aiutando chi è in difficoltà, sia edificando una chiesa o un teatro».
E la sua personale ambizione? Non si arriva così in alto senza metterla in campo.
«Va considerato che io non mi sento proprietario di quanto ho costruito, ma un semplice custode. Ho soprattutto cercato di edificare qualcosa di speciale in un ambiente umano ed esteticamente alto. Qui non si timbra il cartellino e ognuno distribuisce l'orario di lavoro come preferisce. A pranzo si va a mangiare nella propria casa o nel nostro ristorante con tavola apparecchiata e piatti caldi. Alla sera, alle sei, si stacca, perché voglio che tutti tornino in famiglia e abbiano il tempo di ristorare l'anima con i propri affetti».
Sembra un falansterio senza regole.
«Tutt'altro. Le regole sono benedettine, molto rigorose e valgono per tutti, me compreso. Per essere credibili bisogna essere veri e, come Giulio Cesare, 'dormire nello stesso tipo di letto dei soldati'. Una volta la vita di un datore di lavoro era inaccessibile e misteriosa, oggi non più. E' per questo che ho deciso che ogni giovane che viene a lavorare il nostro cashmere sappia tutto di me e della mia famiglia».
E come comincia la sua storia?
«Tenendo dritto un aratro».
E' una metafora della tenuta morale?
«Ma è stata anche la realtà della mia infanzia. Fino a 15 anni ho fatto il contadino ed ero il più bravo della famiglia a fare solchi dritti perché a differenza di tutti non seguivo la coppia di vacche, ma la trainavo dal davanti. Ho continuato con lo stesso metodo».
Ha sofferto la povertà?
«No, nella nostra grande famiglia, composta da 27 persone, tra nonni, zii e cugini, non c'era bisogno di molto. Vivevamo della nostra parte di raccolto, perché la metà andava al padrone, e seguivamo il ritmo delle stagioni. Lì, nella vita contadina, ho imparato a emozionarmi per 'il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me'. Più tardi ho letto Kant e ho capito il valore universale di quel sentimento. Ma anche sentimenti meno alti mi sono stati di aiuto».
Quali?
«L'umiliazione, ad esempio. L'ho vista negli occhi lucidi di mio padre quando lasciò la terra per fare l'operaio: il sogno di una vita. Lavorava duro e bene, scoprì però che la sua dignità poteva essere calpestata da un rimprovero volgare. Se dai del coglione a un contadino che non ha studiato, lo uccidi».
Lei sta dicendo che non ha ritenuto emancipatorio il passaggio dall'agricoltura all'industria e ha cercato una sintesi?
«Di più, sono voluto tornare indietro. Mi sono ispirato al babbo e mi sono chiesto: di che ha bisogno l'uomo forse anche prima del pane? La risposta è: rispetto e dignità».
Cucinelli, lei oggi, a 59 anni, ha un'impresa da 280 milioni di ricavo. Ci sarà stato anche dell'altro.
«Intanto, una giovinezza oziosa al bar: la mia grande scuola di vita, il mio ateneo. Ho passato anni a discutere fino a notte fonda di teologia, religione, donne, economia e soprattutto politica.
C'erano tante persone diverse, dall'industriale, al notaio, il calzolaio, la prostituta che arrivava a fine lavoro. In piccolo riproducevamo Eraclito e l'importanza di Polemos. Poi, un giorno, a 25 anni, ho avuto una folgorazione».
Che cosa ha pensato?
«Semplicemente di colorare il cashmere, che fino ad allora era stato solo maschile e in tinte neutre. Frequentavo il piccolo negozio di abbigliamento della mia fidanzata, che poco dopo sarebbe diventata mia moglie, e avevo notato il successo dei pullover Benetton di shetland colorato. Cominciai a produrre poche decine di pezzi e a venderli in Trentino Alto Adige perché lì c'erano gli unici che pagavano a trenta giorni. Sono ancora miei clienti».
Ora però è il re indiscusso del lusso. Non avverte uno stridore tra i suoi principi etici e i prezzi, inavvicinabili per un comune mortale, dei suoi prodotti?
«No, perché è stata una scelta. Le cose belle costano. Se lei vuole un buonissimo champagne, è inutile nasconderselo, deve comprarlo francese; se vuole un bellissimo orologio, lo prende svizzero. C'è un mondo intero che chiede prodotti di lusso italiani e io sostengo la creatività e la manualità italiana che, come è noto, costa moltissimo. Semmai il problema etico si pone con un vestito che costa troppo poco».
Perché?
«Perché lì c'è sfruttamento, dolore. La differenza non è tra prodotti di lusso ed economici, ma se è stato prodotto recando o meno danno all'uomo. Giorni fa mia figlia ventenne mi ha emozionato dicendomi: 'A Milano, in un posto costoso, ho visto un vestito a 18 euro. Quanto gli avranno dato alla persona che lo ha cucito?'».
Lei quanto dà?
«Almeno il 20 per cento più della media. E' proprio il mercato del lusso che me lo permette. Ma il problema non è tanto il salario, quanto la difficoltà di trovare giovani che si appassionino davvero a un lavoro fatto di alta manualità. Immagini una discoteca, con un ragazzo che chiede a una coetanea: 'Che mestiere fai?'. Lei non confesserà mai che fa la sarta, magari inventerà di stare in un call center, perché si vergogna di dire che fa un lavoro con le mani. Questa è la verità. Noi, anche come Paese, dobbiamo ridare dignità al lavoro».
Ha mai pensato di farlo occupandosi di politica?
«Mai, non fa per me. La penso come Socrate che dice: 'Ho conosciuto un poeta. Si è messo in politica e ha rovinato la poesia e la politica'. Ma continuo a leggere i testi che contano. Recentemente ho ripreso in mano 'La storia mi assolverà' di Fidel Castro e l'ho letto a voce alta a mia figlia e due sue amiche ventenni. Le ho commosse. Inoltre discuto spesso di politica nei cenacoli che organizzo con gli amici di sempre e, da vecchio socialista, riesco ancora ad emozionarni a proposte di vero rinnovamento».
Ne sa indicare qualcuna?
«A suo tempo rimasi abbagliato dal discorso su 'La bella politica' di Veltroni, per il garbo con cui la presentava. Alternava due minuti in cui parlava lui con due minuti di Socrate, Platone, Luther King, Charlie Chaplin, Sacco e Vanzetti. A Natale di quell'anno ho ordinato 800 copie del Dvd e le ho donate a tutti i dipendenti».
Lo rifarebbe?
«Oggi è tutto diverso. Non c'è più una bussola. Io e i miei amici, di destra e di sinistra, aspettiamo solo che si presenti un uomo credibile, uno come Obama, che è un genio dell'umanità. Ultimamente gli ho fatto fare un busto in marmo e l'ho messo nel mio pantheon, tra Federico II e Costantino».
Ora guardi insieme a noi il futuro. Vede un'uscita dalla crisi?
«E' un momento difficile dal punto di vista economico, civile e morale, ma in qualche maniera stiamo riprogettando l'umanità. Sono arrivati popoli nuovi che stanno ridisegnando il mondo. Sarà migliore se riusciremo a governarlo non più solo con la mente, ma anche con il cuore. E io imploro, come Erasmo nel 530 quando vide i mercanti che riportavano patate e mais dall'America: 'Oh signore, fammi vivere altri vent'anni perché sta arrivando il secolo d'oro'».
Stefania Rossini - L'Espresso
mercoledì 26 dicembre 2012
Finanza 3.0 la bisca degli algoritmi
La Finanza 3.0 è già qui, elusiva e pervasiva come una dimensione parallela alla Matrix. Esito estremo della rivoluzione informatica sulle Borse, fa scorrere in chilometri di fibre ottiche transazioni incessanti, velocissime e anonime (high- frequency trading o Hft), spostando milioni di dollari in un millisecondo, cioè in un intervallo di tempo 200 volte più rapido della velocità media di un pensiero umano.
Create da società di cui si servono investitori/ speculatori di ogni stazza, grandi banche in testa (da Credit Suisse a Goldman Sachs, da Ubs a Morgan Stanley) e attive su ogni prodotto deimercati (dalle azioni ai derivati), le Hft sono guidate da algoritmi sempre più sofisticati, plastici e aggressivi, e si muovono fuori dai radar istituzionali, all’interno di dark pools («vasche oscure», o «bacini») dislocate in una vera Borsa-ombra. Secondo gli apologeti — molti trader e turboliberisti — una simile finanza porta solo vantaggi (meno costi, più efficienza e liquidità infinita); secondo i critici — tra cui molti artefici disillusi delle Hft — siamo in presenza di un’alterazione profonda del mercato; alterazione che sarebbe, per vetero o neomarxisti, solo la prova ulteriore della distruttività intrinseca del Capitale. Per sondare le ragioni degli uni e degli altri (e il loro sovrapporsi) può aiutare un libro del reporter finanziario del «Wall Street Journal» Scott Patterson, intitolato proprio Dark Pools (Crown Business, pp. 368, $ 27), che innesca insieme fascinazione e inquietudine.
Ripercorrendo la lunga genesi della Finanza 3.0, Patterson ne ricostruisce le due sequenze-chiave. La prima ci portaametà anni Ottanta, in piena Reaganomics, e a Joshua Levine, il più geniale nerd del settore. A scoprirlo è Sheldon Mashler, boss di una discussa società, la Datek, nota per l’impiego del Soes (Small Orders Executions System), sistema di transazioni senza telefono che si svolgono in una virtuale «sala privata» del Nasdaq (la Borsa elettronica creata nel 1971, stesso anno della Datek) e ricorrono allo scalping, tecnica che assembla micro-profitti su ogni azione (la cui somma dà profitti ingenti). Di fatto, gli embrioni delle dark pools e di certe tecniche Hft. Dal Soes, Levine concepisce diversi programmi- spartiacque, fondati su algoritmi «attivi», capaci di «fiutare» le fluttuazioni di prezzo e comprare/vendere in anticipo sugli altri operatori; e soprattutto (siamo a metà anni Novanta) disegna The Island («L’isola»), concepita come lit pool («vasca illuminata» di transazioni automatiche), ma che si trasforma presto nella principale antagonista di Instinet (la prima dark pool), riempiendosi di trading-piranha di ogni tipo.
La seconda sequenza ha come protagonista principale Jerry Putnam, altro utopista della trasparenza «tradito», che nel 1999 lancia «Archipelago», un programma nato per far interagire tra loro proprio bacini come Island o Istinet, ma che ne diventa a sua volta concorrente, in uno scontro simile a quello che si vedrà nei social network. È in questa fase che la finanza informatizzata giunge a maturazione, arrivando proprio con Archipelago (in sinergia con Goldman Sachs) alla piazza del «Big Board», la Borsa di New York, e alle grandi majors, fino a quel momento più legate agli investimenti istituzionali. Da un lato, iniziano così le Algo Wars, con i vecchi algoritmi- paramecio (programmati come cellule per operazioni basiche) che evolvono in tessuti o «bestie» mutanti, in grado di apprendere e anticipare ogni variazione del mercato e degli altri algoritmi, imitando le reti neurali, le logiche fuzzy (le «sfumature» del pensiero) e la selezione naturale (come quelli usati da Peter Jackson per gli stuntmen virtuali scagliati in aria nelle scene di battaglia del film Il ritorno del re). Dall’altro — con altre società come la Tradebot di Dave Cummings o la potente Getco — si affinano le tecniche delle Hft, tutte tese amuoversi plasticamente tra mercati «in chiaro» e dark pools, facendo apparire e sparire le informazioni. Alla base c’è il latency arbitrage, che permette di entrare nelle oscillazioni di prezzo tra i due livelli, sfruttando per esempio la lentezza con cui il sistema Sip porta le informazioni dal Nasdaq alle dark pools: mentre viaggia un’informazione (un incremento, poniamo, dell’azione Intel da $ 20 a $ 20.02), predatori come Tradebot si inseriscono leggendola in anticipo, comprando l’azione prima che slitti nella dark pool e rivendendola subito con un guadagno di due centesimi (micro-profitto da scalping classico, da assommarsi poi a milioni di altri). E così è per altre tecniche come il layering, emissioni retrattili di «ordini fantasma», cancellati in un millisecondo per gonfiare/sgonfiare la domanda su una società quotata e specularvi.
Dopo il Flash Crash del 6 maggio 2010 (quando, per un malfunzionamento di certe macchine, l’indice Dow Jones crolla in pochi minuti di 700 punti), molti programmatori (come un altro fuoriclasse, Haim Bodek) sembrano meditare sul disastro; e lo stesso Patterson non vede più sacche di dark pools in un mercato più o meno bilanciato,ma l’intero mercato mostrificato in un’unica, diffusa dark pool, popolata di slot-machine e pokeristi. Eppure, mentre il volume di trading «alternativo» è cresciuto dal 15 del 2008 all’attuale 40 per cento, aumentando le difficoltà dei regolatori — dalla Sec americana al Mifid II di Bruxelles alla nostra Consob — già si profilano ulteriori salti per le Hft: un hardware più potente con raffreddamento ad azoto liquido (come nel Detonator di Hardcore Computer); algoritmi veloci al parossismo (quello della londinese Fixnetix che opera in picosecondi, cioè un millesimo di nanosecondo, che è a sua volta già un miliardesimo di secondo); e nuove estensioni di fibre ottiche (quella transoceanica tra New York e Londra progettata dalla Hibernia Atlantic) lanciate suimercati globali, specie verso l’Est asiatico.
È una tendenza segnata, che porterà a una competizione all’ultimo sangue (a una distruzione noncreatrice), sull’onda di algoritmi come il Disruptor della Nanex, che ha devastato il mercato «per eccesso di ordini»? Forse no, non del tutto. Non è impensabile, ad esempio, separare le Borse «casinò» dai mercati trasparenti, un po’ come il Glass-Steagall Act rooseveltiano separava banche commerciali e banche di investimento, il credito dal rischio. Anche se, come s’è visto, la fortuna delle Hft e delle dark pools si fonda proprio sullo slittamento anfibio tra il trasparente e il criptato.
Ma se una correzione consistente della tendenza è utopica, ci venga almeno risparmiata la sua difesa ideologica camuffata da neutralità tecnica: la dimensione Matrix delle Hft si traduce, scorrendo nelle fibre ottiche, in quella desolata di tante solitudini e disperazioni, il cui riscatto non può essere delegato solo a un film di Aki Kaurismäki o dei fratelli Dardenne.
Sandro Modeo - Corriere della sera - Lettura
giovedì 20 dicembre 2012
Lavoro e crescita
Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.
Joseph Conrad
Le persone che investono nello sviluppo del loro talento invece di correggere le loro mancanze hanno moltissimo potenziale di crescita in più.
Tom Rath
La felicità più grande risiede nel praticare un talento che fa parte della nostra natura.
Johann Goethe
Joseph Conrad
Le persone che investono nello sviluppo del loro talento invece di correggere le loro mancanze hanno moltissimo potenziale di crescita in più.
Tom Rath
La felicità più grande risiede nel praticare un talento che fa parte della nostra natura.
Johann Goethe
mercoledì 19 dicembre 2012
Ogni crisi è un'opportunità
Senza crisi non ci sono sfide,
Senza sfide la vita è una routine.
È nella crisi che emerge il meglio di ognuno,
perchè senza crisi tutti i venti sono lievi brezze.
A.Einstein
Senza sfide la vita è una routine.
È nella crisi che emerge il meglio di ognuno,
perchè senza crisi tutti i venti sono lievi brezze.
A.Einstein
Non avere rimpianti
Per cogliere l'attimo occorre non avere rimpianti. I rimpianti sono zavorre che ci tengono legati al passato quando invece occorre andare avanti.
Il passato è passato e non possiamo cambiarlo. Se commettiamo uno sbaglio, non vale la pena rimpiangerlo.
Bisogna procedere oltre.
Il passato è passato e non possiamo cambiarlo. Se commettiamo uno sbaglio, non vale la pena rimpiangerlo.
Bisogna procedere oltre.
domenica 16 dicembre 2012
Uomo del dubbio
A volte mi chiedo cosa sarà la mia vita...
A volte mi chiedo se sto percorrendo la giusta strada...
A volte mi chiedo se ha senso ciò che faccio...
A volte mi chiedo cosa potrei fare ancora o di diverso...
A volte mi chiedo se sto percorrendo la giusta strada...
A volte mi chiedo se ha senso ciò che faccio...
A volte mi chiedo cosa potrei fare ancora o di diverso...
mercoledì 12 dicembre 2012
L'etica che serve al mercato
Il brano che segue è un estratto dell'intervista realizzata da Andrea Scazzola a Nino Andreatta per la trasmissione radiofonica Lo specchio del cielo, autoritratti segreti prima di un altro lunedì, e trasmessa da RadioDue il 14 giugno 1992. La versione integrale è pubblicata nel prossimo numero della rivista Arel.
Professor Andreatta, so che nella sua decisione di occuparsi di economia ha avuto un certo peso un episodio dell'infanzia legato all'attività di suo padre, banchiere, a Trento. È così?
Sì, è così. La mia infanzia è legata a epoche difficili, sia sul piano della politica, della pace e della guerra, sia sul piano delle vicende economiche. L'episodio al quale lei si riferisce è forse la prima immagine vivida nella mia memoria ed è accaduto all'inizio del 1933. In tutto il mondo c'era una crisi bancaria, migliaia di banche fallivano. La banca che dirigeva mio padre si trovava nella piazza centrale della mia città e la mia famiglia abitava nell'ultimo piano del palazzo. Anche quella banca ebbe difficoltà e, esaurita la liquidità, chiuse gli sportelli. Si formò una lunga fila di depositanti che speravano di poter cambiare in contante i loro depositi. Fui mandato a casa dei nonni nel timore che, come era accaduto in altre parti del mondo, la rabbia dei clienti delusi potesse provocare tentativi di invasione, o magari di incendio del palazzo (…)
Dopo l'Università cattolica lei è andato a studiare in Inghilterra, a Cambridge, tempio dell'economia keynesiana. Qual è la differenza che l'ha maggiormente colpita tra il mondo anglosassone e la società italiana?
Le grandi università inglesi creano un mondo fittizio, un mondo con un forte senso di appartenenza, dove il rituale è importante, dove la concorrenza - data anche la presenza di una facoltà numerosa - è molto forte. Questo meraviglioso isolamento accademico e contemporaneamente questa attenzione, senza troppi rapporti con la politica del paese in senso pratico, ma invece presente nelle discussioni, negli schemi mentali della gente, mi provocarono anche un lancinante senso della rottura della sintesi tra la vita di ogni giorno e l'esperienza religiosa.(…)
Tornato in Italia, ha vinto la cattedra universitaria e forse allora non pensava alla politica. Come si è sviluppato negli anni il suo rapporto con la politica?
C'era stato questo forte accostamento giovanile alla politica e poi, di fronte allo sfascio pratico dell'esperienza dossettiana, un rientro, un abbandono. Ma prima della cattedra ci fu un lungo anno di lavoro in India. Era l'anno in cui mi sposai, andai con mia moglie in India cogliendo l'occasione di un invito che mi aveva fatto Rosenstein-Rodan, un professore del Mit, di partecipare a un gruppo di quattro-cinque studiosi europei e americani che assistevano alla Planning Commission indiana. (…)
È stato un anno importante, che mi ha lasciato nel fondo del cuore il desiderio di ritornare, magari da vecchio, come oggi sono, a trovarsi sulla frontiera dei problemi che contano, dove le decisioni, i consigli, possono avere degli effetti importanti. (…)
Quanto è stata importante la figura di Moro nel suo itinerario politico?
Con Moro i rapporti erano di timidezza tra professionisti in campi diversi e quindi credo che non gli piacessero le mie ricette, anche se condivideva i valori che portavano a quelle ricette. Tuttavia c'era in Moro, nella sua cultura meridionale, un atteggiamento favorevole ai processi spontanei. Nonostante i suoi discorsi sulla programmazione, c'era quel buon senso quasi "contadino" di diffidenza nei confronti di manovre di bilancio troppo azzardate. (...)
Affrontiamo il discorso su un piano più generale. L'economia, quindi il mercato, il capitalismo, e l'etica. Secondo lei, c'è, se c'è, una relazione tra etica ed economia di mercato?
Il mercato è uno strumento, il migliore strumento che sia stato inventato dall'esperienza collettiva degli uomini per produrre e distribuire le risorse. È uno strumento che non piace agli operatori economici, anche se, ipocritamente, essi lo esaltano. Il mercato ha bisogno di polizia. La mia esperienza, una delle più importanti che feci da ministro, quella relativa al Banco Ambrosiano, è la dimostrazione che c'è la necessità di un'azione di polizia, che non guardi alle associazioni e ai rapporti tra l'imprenditore disonesto e magari ambienti vicini a chi deve prendere le decisioni di polizia. Si consideri soltanto il fatto che se quell'imprenditore disonesto viene salvato, se non gli si contrappone tutta la capacità dell'apparato pubblico di controllo e di analisi, sono falsate le regole del mercato e si introducono precedenti estremamente gravi. Forse i critici del mercato guardano al mercato così com'è, al mercato che funziona con la connessione della complicità dei politici, per creare nel mercato un luogo che è piuttosto l'idea di Hobbes dello stato di natura, dell'uomo nemico all'uomo, dell'uomo che è lupo rispetto all'uomo. No, il mercato è un luogo fortemente condizionato dagli obblighi legali di contrattare secondo regole di trasparenza. È interessante che molte di queste critiche derivino proprio da coloro che praticano quotidianamente continue interferenze politiche sul mercato, a favore di Tizio o di Caio.
L'azione di polizia sul mercato deve invece essere esercitata in nome della legge, in nome della garanzia della concorrenza, in nome della parità di coloro che si presentano sul mercato. Chiaramente, gli appalti truccati, le turbative d'asta, tutto quello che oggi emerge in sede giudiziaria, ma che tutti noi conoscevamo, è il modo esattamente opposto, non ha nulla a che vedere con il mercato (...).
Non si può chiedere che in una società modernizzata, quindi rotta sul piano religioso, le regole siano quelle della morale o quelle dell'insegnamento di Cristo. Occorre stabilire dei patti che hanno una natura come quella delle convenzioni sportive. Il mercato è una di queste convenzioni. Bisogna avere la mentalità dello sportivo, che sa di non poter violare una regola perché quello sport si pratica in quel certo modo. Insomma, è la contrapposizione tra una corsa alle Capannelle e il Palio di Siena. Al Palio di Siena si fa di tutto.
Quindi c'è comunque un'etica in questo tipo di comportamento…
Sì, ma la prima etica è quella di rispettare le regole del gioco. Il primo valore che credo debba essere rispettato è quello delle regole del gioco del mercato.
Di Andrea Scazzola - Il Sole 24 ore
Professor Andreatta, so che nella sua decisione di occuparsi di economia ha avuto un certo peso un episodio dell'infanzia legato all'attività di suo padre, banchiere, a Trento. È così?
Sì, è così. La mia infanzia è legata a epoche difficili, sia sul piano della politica, della pace e della guerra, sia sul piano delle vicende economiche. L'episodio al quale lei si riferisce è forse la prima immagine vivida nella mia memoria ed è accaduto all'inizio del 1933. In tutto il mondo c'era una crisi bancaria, migliaia di banche fallivano. La banca che dirigeva mio padre si trovava nella piazza centrale della mia città e la mia famiglia abitava nell'ultimo piano del palazzo. Anche quella banca ebbe difficoltà e, esaurita la liquidità, chiuse gli sportelli. Si formò una lunga fila di depositanti che speravano di poter cambiare in contante i loro depositi. Fui mandato a casa dei nonni nel timore che, come era accaduto in altre parti del mondo, la rabbia dei clienti delusi potesse provocare tentativi di invasione, o magari di incendio del palazzo (…)
Dopo l'Università cattolica lei è andato a studiare in Inghilterra, a Cambridge, tempio dell'economia keynesiana. Qual è la differenza che l'ha maggiormente colpita tra il mondo anglosassone e la società italiana?
Le grandi università inglesi creano un mondo fittizio, un mondo con un forte senso di appartenenza, dove il rituale è importante, dove la concorrenza - data anche la presenza di una facoltà numerosa - è molto forte. Questo meraviglioso isolamento accademico e contemporaneamente questa attenzione, senza troppi rapporti con la politica del paese in senso pratico, ma invece presente nelle discussioni, negli schemi mentali della gente, mi provocarono anche un lancinante senso della rottura della sintesi tra la vita di ogni giorno e l'esperienza religiosa.(…)
Tornato in Italia, ha vinto la cattedra universitaria e forse allora non pensava alla politica. Come si è sviluppato negli anni il suo rapporto con la politica?
C'era stato questo forte accostamento giovanile alla politica e poi, di fronte allo sfascio pratico dell'esperienza dossettiana, un rientro, un abbandono. Ma prima della cattedra ci fu un lungo anno di lavoro in India. Era l'anno in cui mi sposai, andai con mia moglie in India cogliendo l'occasione di un invito che mi aveva fatto Rosenstein-Rodan, un professore del Mit, di partecipare a un gruppo di quattro-cinque studiosi europei e americani che assistevano alla Planning Commission indiana. (…)
È stato un anno importante, che mi ha lasciato nel fondo del cuore il desiderio di ritornare, magari da vecchio, come oggi sono, a trovarsi sulla frontiera dei problemi che contano, dove le decisioni, i consigli, possono avere degli effetti importanti. (…)
Quanto è stata importante la figura di Moro nel suo itinerario politico?
Con Moro i rapporti erano di timidezza tra professionisti in campi diversi e quindi credo che non gli piacessero le mie ricette, anche se condivideva i valori che portavano a quelle ricette. Tuttavia c'era in Moro, nella sua cultura meridionale, un atteggiamento favorevole ai processi spontanei. Nonostante i suoi discorsi sulla programmazione, c'era quel buon senso quasi "contadino" di diffidenza nei confronti di manovre di bilancio troppo azzardate. (...)
Affrontiamo il discorso su un piano più generale. L'economia, quindi il mercato, il capitalismo, e l'etica. Secondo lei, c'è, se c'è, una relazione tra etica ed economia di mercato?
Il mercato è uno strumento, il migliore strumento che sia stato inventato dall'esperienza collettiva degli uomini per produrre e distribuire le risorse. È uno strumento che non piace agli operatori economici, anche se, ipocritamente, essi lo esaltano. Il mercato ha bisogno di polizia. La mia esperienza, una delle più importanti che feci da ministro, quella relativa al Banco Ambrosiano, è la dimostrazione che c'è la necessità di un'azione di polizia, che non guardi alle associazioni e ai rapporti tra l'imprenditore disonesto e magari ambienti vicini a chi deve prendere le decisioni di polizia. Si consideri soltanto il fatto che se quell'imprenditore disonesto viene salvato, se non gli si contrappone tutta la capacità dell'apparato pubblico di controllo e di analisi, sono falsate le regole del mercato e si introducono precedenti estremamente gravi. Forse i critici del mercato guardano al mercato così com'è, al mercato che funziona con la connessione della complicità dei politici, per creare nel mercato un luogo che è piuttosto l'idea di Hobbes dello stato di natura, dell'uomo nemico all'uomo, dell'uomo che è lupo rispetto all'uomo. No, il mercato è un luogo fortemente condizionato dagli obblighi legali di contrattare secondo regole di trasparenza. È interessante che molte di queste critiche derivino proprio da coloro che praticano quotidianamente continue interferenze politiche sul mercato, a favore di Tizio o di Caio.
L'azione di polizia sul mercato deve invece essere esercitata in nome della legge, in nome della garanzia della concorrenza, in nome della parità di coloro che si presentano sul mercato. Chiaramente, gli appalti truccati, le turbative d'asta, tutto quello che oggi emerge in sede giudiziaria, ma che tutti noi conoscevamo, è il modo esattamente opposto, non ha nulla a che vedere con il mercato (...).
Non si può chiedere che in una società modernizzata, quindi rotta sul piano religioso, le regole siano quelle della morale o quelle dell'insegnamento di Cristo. Occorre stabilire dei patti che hanno una natura come quella delle convenzioni sportive. Il mercato è una di queste convenzioni. Bisogna avere la mentalità dello sportivo, che sa di non poter violare una regola perché quello sport si pratica in quel certo modo. Insomma, è la contrapposizione tra una corsa alle Capannelle e il Palio di Siena. Al Palio di Siena si fa di tutto.
Quindi c'è comunque un'etica in questo tipo di comportamento…
Sì, ma la prima etica è quella di rispettare le regole del gioco. Il primo valore che credo debba essere rispettato è quello delle regole del gioco del mercato.
Di Andrea Scazzola - Il Sole 24 ore
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